giovedì 17 novembre 2016

La misura della pratica



“Non avere paura delle tue debolezze
e dei tuoi cattivi pensieri.
Ci sono per temprare la tua volontà
e il tuo desiderio di vincere.”
(Dugpa Rimpoche)

“Il primo giorno di un ritiro di meditazione di quattro giorni, uno studente andò dal maestro zen con il quale aveva studiato per molti anni. Sedendosi ai piedi del maestro chiese:«Puoi dirmi come vado nella pratica?» Il maestro ci pensò un momento e poi disse:«Apri la bocca.» Lo studente aprì la bocca, il maestro ne scrutò attentamente l’interno e disse:«Va bene, ora china la testa.» Lo studente abbassò la testa e il maestro esaminò i capelli e poi disse:«Vai bene.» Quindi suonò la campana.

Poiché il maestro aveva suonato la campana, lo studente dovette andar via. Il giorno dopo tornò, piuttosto perplesso per quanto era accaduto il giorno prima. «Ieri vi ho chiesto come procede la mia pratica e mi hai fatto aprire la bocca, chinare la testa e spalancare gli occhi. Cosa ha a che fare tutto ciò con la pratica?» Il maestro zen piegò la testa per riflettere, quindi disse:«Sai, ora che ci penso non vai molto bene, anzi per la verità non sono sicuro che ci riuscirai mai.» E di nuovo suonò la campana.

Lo studente uscì. Potete immaginare quanto fosse confuso e irritato. Il giorno seguente, ancora indignato, tornò dal maestro e disse:«Cosa intendi dicendo che non ce la farò mai? Lo sai che siedo in meditazione per un’ora ogni giorno? A volte pratico due volte nella stessa giornata. Partecipo a tutti i ritiri. Ho esperienze davvero profonde. Perché dici che non ce la farò?» Ancora una volta il maestro se ne restò seduto a pensare, quindi disse:«Be’, forse mi sono sbagliato. Forse, dopo tutto, stai andando piuttosto bene.» E di nuovo suonò la campana.

C’era ancora un altro giorno di ritiro. Lo studente tornò dal maestro completamente distrutto. Si sentiva sconvolto e confuso, ma non si opponeva più a quello che provava. Disse al maestro:«Volevo solo sapere come andava la mia pratica.» Questa volta il maestro lo guardò e, senza esitazione, con voce gentile disse:«Se davvero vuoi sapere come va a tua pratica, osserva tutte le reazioni che hai avuto in questi pochi giorni. Osserva la tua vita.»

Se vogliamo sapere come va la pratica dobbiamo osservare la nostra vita. Se non cominciamo a collegarla con il resto della nostra vita, la pratica, per quanto salda, calma o piacevole possa essere, in definitiva non sarà soddisfacente…Comprendere la connessione tra la pratica e il resto della vita significa affrontare molte cose diverse. Ad esempio, come praticate con le persone che vi sono vicine, con il coniuge, i figli, i genitori, i colleghi di lavoro?

Quanti rancori serbate ancora? Ci sono persone che scatenano ancora nella vostra vita, la rabbia, il disprezzo o giudizi di cui siete fermamente convinti? In che misura potete dire “Mi dispiace” e pensarlo davvero? Come praticate sul lavoro? Fino a che punto ritenete di dover soddisfare le esigenze della vostra professione? Quando si presenta un problema, potete accettare di praticare con esso anche se odiate quello che accade?

E quando venite criticati, siete disposti a lavorare con le vostre reazioni, via via che si manifestano, invece di giustificarle? State prendendo coscienza delle convinzioni in cui credete più fermamente, e di come esse assumano il controllo di ogni cosa attraverso le vostre strategie comportamentali? Quel senso di dramma o di emergenza che circonda i vostri conflitti emotivi, si è alleggerito un po’? Siete un po’ più disposti ad aprirvi al vostro dolore di fondo, ad alleggerire corazza e protezioni? Provate un senso di apprezzamento, soddisfazione, divertimento o di quieta gioia, almeno di tanto in tanto?

Le risposte a simili domande ci danno la misura della nostra pratica. Tale misura non ha nulla di magico, né di misterioso. È semplicemente la crescente capacità di sapere cos’è la nostra vita, e la crescente comprensione del fatto che praticare con la vita significa praticare con tutto quello che incontriamo… Invece di chiedere:«Come vado?» le vere domande sono:«Dove continuo a chiudermi, per paura o per proteggermi?» e «Dove arrivo al mio limite, quel punto oltre il quale non sono disposto ad andare?»

La pratica è notare e fare esperienza di questi luoghi, non con avvilimento o senso di colpa, ma semplicemente come qualcosa su cui lavorare, e poi vedere come fare qualche piccolo passo oltre… Per praticare con le decisioni difficili, dobbiamo lasciare il mondo della mente per entrare nel cuore dell’esperienza. Ciò significa stare nell’esperienza fisica dell’ansia e della confusione, invece che vagabondare nei pensieri.

Quali sensazioni dà l’essere confusi? Come si percepisce questa esperienza? Rimanere con la realtà corporea del momento presente ci dà la possibilità di vedere la nostra vita con una chiarezza che non potremmo mai realizzare con il solo pensiero. Quanto ci vorrà? Nessuno può dirlo. Ma praticare in questo modo è un buon esempio di cosa significhi arrivare al limite e lavorare direttamente sui luoghi in cui siamo bloccati. La pratica implica sempre vedere il nostro limite e fare un piccolo passo oltre, entrare nell’ignoto.

Lavorare sul nostro limite ci aiuta anche a sviluppare una maggiore compassione verso noi stessi perché, nell’addestramento a superarlo, non siamo più così rapidi a giudicarci senza speranza, quando falliamo. Eppure dobbiamo andare verso il nostro limite da soli. Invece di considerarlo un nemico, un luogo che preferiremmo evitare, possiamo renderci conto che, in effetti, il limite è il nostro sentiero. Da lì possiamo avvicinarci a ciò che è. Ma possiamo farlo solo un passo alla volta, perseverando in tutti gli alti e i bassi della vita.”    (Ezra Bayda, Star bene in acque torbide, Ubaldini ed.)

Nessun commento: