martedì 29 novembre 2016

Verrà il tempo



Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato alla porta,
nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: «Siedi qui. Mangia.»
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti conosce a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
raschia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek Walcott, Amore dopo amore)

“Noi arriviamo ogni momento «alla porta di noi stessi». Possiamo aprire ogni momento quella porta, ogni momento possiamo tornare ad amare quello straniero che eravamo per noi stessi e che ci conosce a memoria, come dice la poesia. Noi ci conosciamo a memoria, in ogni senso della parola, ma forse l’abbiamo dimenticato.

Arrivare alla soglia di noi stessi consiste nel ricordare, nel ri-membrare, alla lettera, nel rivendicare di essere quelli che già siamo e che troppo a lungo abbiamo ignorato, a quanto pare trascinati sempre più lontano da casa eppure, allo stesso tempo, mai più lontani di questo respiro qui, di questo momento qui. Ci possiamo svegliare?

Possiamo «riprendere i sensi»? Possiamo essere conoscenza e, allo stesso tempo, mantenere una mente da principiante e onorare la non-conoscenza? Sono due cose diverse, poi? «Verrà il tempo» afferma il poeta. Sì, verrà il tempo, ma vogliamo davvero che il momento di risvegliarci a chi e che cosa siamo in realtà arrivi, per noi, sul letto di morte, come accade tanto spesso e come aveva previsto Thoreau?

O quel momento può essere questo qui, proprio ora, dove siamo, così come siamo? Verrà il tempo, sì, ma solo se ci dedichiamo a risvegliarci, a riprendere i sensi, ad andare al di là della nostra mente sottosviluppata. Il tempo verrà solo se riusciamo a percepire le catene dei nostri condizionamenti da robot, specie quelli emozionali, e delle nostre idee su chi pensiamo di essere.

Se riusciamo a scollare la nostra immagine dallo specchio - se nella percezione, nel vedere quel che c’è da vedere e nell’udire quel che c’è da udire, vediamo dissolversi quelle catene nel puro vedere, udire, mentre ruotiamo tornando alla nostra bellezza originaria più vasta, mentre salutiamo noi stessi arrivati alla soglia di noi stessi, quando torniamo ad amare l’estraneo che era noi stesso.

Possiamo. Possiamo. Lo faremo. Lo faremo. Perché, alla fin fine, che altro fare? In che altro modo, alla fin fine, possiamo essere dove già siamo? E quando, oh quando, quando verrà il momento in cui succederà? «Verrà il tempo…» dice il poeta. Forse è già venuto. Solo che… non lo sappiamo.” (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

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