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giovedì 28 gennaio 2016

Le idee della conoscenza



“Dire che la conoscenza è materiale significa
che in un luogo e in tempo dato ve ne è
solo una quantità definita.”
(Georges I. Gurdjieff)

Come l’uomo è nell’universo così il cosmo è nell’uomo, infatti vediamo che tra l’Assoluto e la Terra esistono 3 Ottave di Radiazione e anche nell’uomo vediamo 3 Ottave di Trasformazione. Il Raggio di Creazione è una scala discendente in cui la materia diventa più densa mentre la creazione discende perciò il peso degli idrogeni aumenta. Invece la materia è rarefatta quando gli idrogeni hanno un numero minore perché l'aumento dell'energia fa sì che gli idrogeni diminuiscano. Quando il corpo umano raffina gli idrogeni che estrae dai suoi nutrimenti non fa altro che trasformare degli idrogeni pesanti in idrogeni più leggeri.

La Scala della Creazione ha due direzioni opposte che la Bibbia mostra con la scala su cui gli Angeli salivano e scendevano che apparve in sogno a Giacobbe. Se abbiamo compreso la teoria degli idrogeni sappiamo che i primi quattro idrogeni: H 6, H 12, H 24 e H 48 sono degli idrogeni “psichici.” E vengono detti così perché servono a liberare le energie psicologiche necessarie a far lavorare i vari centri dell’uomo. Il quinto idrogeno è H 96 che viene definito il “Magnetismo Animale” mentre il sesto idrogeno è H 192 e include tutte le materie gassose compresa l’aria che respiriamo, mentre H 384 è l’acqua e H 768 è il nutrimento fisico.

Se abbiamo capito questo sapiamo che una bistecca, idrogeno 768, esprime l’energia che dà il modo di ottenere l’idrogeno 48 che è necessario per pensare. Ma è pur vero che l’uomo non trova sempre in sé gli idrogeni giusti per un certo lavoro, perciò si vede costretto ad arrangiarsi lavorando con la qualità di idrogeni che già possiede. Poi ricordiamo pure che alcuni idrogeni sono visibili mentre altri idrogeni hanno una densità così impalpabile da risultare invisibili per i nostri occhi. E non va neppure trascurato il fatto che l’uomo può raffinare solo gli idrogeni che la sua qualità di Essere (materia interna) gli consente di trattare.

Tutte queste cose non vanno mai dimenticate e così vedremo che la conoscenza richiede lo sviluppo di una mentalità insolita. Questa mente non deve avere alcuna forma di misticismo ma deve essere molto equilibrata e scientifica. L'insegnamento usa dei paradossi, delle metafore e dei simbolismi, e lo studio di queste cose fa parte della preparazione necessaria a ricevere le idee della conoscenza. La conoscenza si costruisce con il pensiero, ma solo un pensiero ben preparato può trasmettere queste idee e solo una mente ben preparata può riceverle senza rischiare di fare una confusione totale. Le somiglianze tra l'uomo e l'universo servono a farci pensare con il criterio dell’assonanza perché tutto ha possiede una struttura frattale.

Accettando questi strani punti di vista vediamo che esistono leggi sempre uguali che vengono applicate a fenomeni di scala e grandezza diversa. Perciò si capisce perché Gurdjieff afferma che lo studio del cosmo e quello dell’uomo devono procedere sempre insieme. Non si deve pensare al cosmo come ad un mondo di fenomeni quantitativi ma lo si deve pensare come un mondo di fenomeni qualitativi perché solo una struttura di questo genere consente la trasformazione dell'essere e l'evoluzione della vita. Viviamo in un cosmo che è governato da leggi molto logiche, perciò esse prevedono le differenze di qualità che formano le varie scale dell’essere.

Questo è l'unico modo con cui il fenomeno che chiamiamo “vita” può continuare a rinnovarsi e si può evolvere. Perciò dobbiamo vedere la trasformazione come un fenomeno insito nella natura del mondo. La vita è una continua metamorfosi di qualcosa che è inferiore e si trasforma in qualcosa di superiore. Nel corpo umano, questo lo comprendiamo molto bene soprattutto se osserviamo l’Ottava del Nutrimento. Ma se non accettiamo il fatto che viviamo in un mondo mutevole in cui, in ogni momento, c’è qualcosa che muore, il nostro centro Emozionale non può risvegliarsi. Senza trasformazione non esiste sviluppo e senza sviluppo c’è solo degenerazione e morte. Va così, perciò dobbiamo accettarlo come dobbiamo accettare anche tutto quello che non siamo pronti ad accettare ancora.

Questa è la legge dell’universo perciò il Lavoro di Gurdjieff vuole contrastare la tendenza degenerativa che è insita nella natura delle cose ed è attiva anche nell’uomo. Il Lavoro si basa su una totale sincerità interiore perché solo uno sforzo cosciente che proviene dalla sincerità e dalla inossidabile valorizzazione del Lavoro può indurre il cambio dell’essere e il cambio della posizione che l’essere occupa nel mondo. Tutto questo nasce l’Ottava del Lavoro in cui la nota Do è la valorizzazione del Lavoro, perché nulla può iniziare se crediamo che quella cosa non abbia alcun valore per noi.

Non si può apprezzare quello che pensiamo non valga la pena di faticare per avere perché, se qualcosa non ha valore non gli diamo la nostra considerazione. Perciò il Do deve risuonare nel momento in cui conosciamo il Lavoro. Ma risuona solo se sentiamo che le idee del Lavoro cadono in un luogo che è già stato preparato in precedenza dentro di noi, cioè se le idee trovano il Centro Magnetico adatte ad accoglierle, dice Gurdjieff. E, se il nostro Centro Magnetico si è cristallizzato nella parte inferiore e emozionale dei nostri centri, l'approccio con il Lavoro sarà come un amore che brucia troppo e dura poco: forse sarà un sentimento bello, intenso e folle ma non produrrà nulla di realmente valido.

Spesso vediamo l’impostazione della nostra vita amorosa ripetersi nell'incontro con le idee del Lavoro. Il vero sentimento deve sentire sempre la stessa ammirazione, lo stesso mistero e la stessa sensazione di miracolo del primo incontro. Tutti i sentimenti devono sostenersi da soli ed essere rivolti allo stesso oggetto d’amore mantenendo la sua qualità, perciò la stessa saldezza e affidabilità si richiede anche nei confronti del Lavoro. Per questo non basta avere il Centro Magnetico ma è necessario pure che esso non sia posto in basso cioè che non si sia sviluppato nella parte emozionale dei centri. Se vediamo che è necessario conoscere bene l’oggetto del nostro amore e vogliamo sapere come poter entrare in rapporto con lui, non facciamo altro che emettere la nota Re.

La nota Re riguarda “l’Applicazione del Lavoro a se stesso” e se la nota Do non cambia di qualità e prosegue nel sentimento del miracoloso e della venerazione che sentiamo per l’oggetto del nostro amore, anche il Re risuonerà con pari forza. L’uomo deve sentire la differenza che esiste tra la vita e il Lavoro perché una parte delle energie si devono dedicare alla vita e, l’altra parte, si devono dedicare al nostro Lavoro. Ma non si possono confondere i due piani, perché un piano possiede un valore relativo e l'altro ha un valore molto maggiore.

Perciò non si può fare confusione nel “dare a Cesare quello che è di Cesare, e al mondo quello che appartiene al mondo.” Tutto questo vuol dire che non si devono confondere i due ambiti. Si tratta di saper distinguere tra le influenze che vengono dalla vita, che sono create dalla vita meccanica e le influenze che invece provengono dall’esterno della vita e che sono seminate nella vita meccanica. La funzione del Centro magnetico è quella di impedire che ci faccia questa confusione, perciò e se non esistesse al nostro interno, un Centro Magnetico che ci aiuta ad orientarci nessuna evoluzione interiore sarebbe possibile.

Senza un Centro Magnetico riceveremmo le idee del Lavoro nel centri che vanno dedicati alla vita e, invece, useremmo per la vita le risorse che dobbiamo usare per il Lavoro. Senza un Centro Magnetico interno non sarebbe possibile trasformare il sentimento della vita e quello che sentiamo su noi di noi stessi. Dopo aver svolto il suo ruolo il Centro Magnetico diventa inutile: doveva aiutare l’uomo a incontrare la sua Via, ma non può fare altro. L’uomo deve fare da solo, deve proseguire da solo valorizzando le idee del Lavoro e vedendo la verità che esso contiene, deve fortificarsi dal punto di vista integrale perciò si deve valorizzare sempre più mentre ci pensa.

Ogni volta che l’uomo pensa la valorizzazione del Lavoro è maggiore e sempre più cosciente. Perciò ogni volta si rinforza il Do dato dal centro Magnetico che diventa un Do dato in modo veramente cosciente. La terza nota dell’Ottava del Lavoro è Mi detto “La Comprensione delle Difficoltà Personali” e comprende molti aspetti e molte sfumature che possono essere diverse per ogni persona. Infatti ci sono difficoltà che sono collegate al nostro essere e ci sono altre difficoltà che sono collegate alla nostra conoscenza cioè all’accettazione di alcune idee del Lavoro definite come “conoscenza”.

L’aspetto della “conoscenza” nel Lavoro ha molti aspetti che appaiono strani, sconvolgenti e scomodi. Poi ci sono idee che abbiamo sentito mille volte ma che non abbiamo mai riflettuto sotto un certo punto di vista, perciò quel punto di vista diverso è troppo scomodo. Servono nuove otri per contenere un vino nuovo perciò dobbiamo saper pensare in un modo nuovo, perché una nuova conoscenza richiede un modo nuovo di pensare. Non bisogna minimizzare l’aspetto destabilizzante della “conoscenza” che è la parte più difficile e sottovalutata rispetto alla parte che riguarda il Lavoro su noi stessi.

Tutto ciò appartiene alla comprensione delle difficoltà personali che risuona in Mi. Nel Lavoro si insegnano concetti che sono estranei alle forme di conoscenza consuete e questo capita in tutte le dottrine esoteriche. Però il problema della conoscenza riguarda tutto ciò che l’uomo riesce a “sopportare” a livello mentale. Molte cose possono essere insostenibili da concepire e, pur accettando il detto che tutto quello che non ci uccide ci fortifica, mettiamo in conto che la conoscenza è molto costosa, che esige un duro sacrificio e che impone una continua lotta contro se stessi.

Questa è la conoscenza relativa alla conoscenza nel Lavoro che va saputo. Questa è la parte più difficile da accettare perciò va meditata affinché possa penetrare nella nostra mente. Dallo sforzo parte il Lavoro dell’osservazione di sé che non va confusa con il conoscere, poiché osservazione e conoscenza sono due cose diverse. Laddove si presume di conoscere qualcosa spesso non la si osserva più, perché a ciò che si crede di aver capito non si apre nessuna nuova conoscenza. L’attenzione deve essere attiva e diretta, perché l’osservazione di sé è l'atto di attenzione rivolta a noi stessi che sa vedere quello che avviene.

Nulla è troppo buono o troppo cattivo per le persone perciò l’attenzione deve venire dalla parte che osserva lasciando che emozioni e pensieri siamo la cosa osservata. Così si diventa due cose diverse: l’osservatore e l’osservato. Ma pensare è diverso che osservare perciò un uomo può passare una vita intera a pensare solo a se stesso, e arrivare alla fine della vita senza avere capito nulla di come era fatto. È necessario che si sappia vedere tutti gli io come degli aspetti non integri e non connessi di noi stessi. Il fatto di avere dormito tanto ha comportato la separazione tra i centri, perciò è avvenuta una scissione perciò si tratta di vedere questo, e di non negare che tutto ciò fa parte di noi.

Nel Lavoro è necessario osservare con sincerità molte verità scomode come il fatto che le negatività si nutrono di molte energie senza offrire nulla in cambio. Nel Lavoro esiste la pratica del Silenzio Interiore per avere il posto giusto per la percezione di ciò che abbiamo dentro. Vediamo che l’uomo si trasforma in molti io diversi perché non ha nulla di permanente e durevole. Ma dobbiamo stare attenti perché il parlare interiore possiede una lingua insidiosa che usa discorsi malevoli, parlare negativo e confusione di ruoli, perciò può dare solo gli escrementi.

Se osserviamo il parlare interiore sbagliato vediamo che produce solo veleno e discordia, perché quel parlare ama la menzogna o le mezze verità. La vita emozionale viene migliorata se abbiamo disgusto di tutto quello che è velenoso, che è negativo, sgradevole e malevolo. Se non amiamo la menzogna e se siamo assolutamente disgustati da questo diventa più giusto parlare di “purificazione della vita emozionale.” Il Lavoro consiste nell’entrare dentro la caverna di noi stessi e di fare con quello che troviamo tutto quello che vogliamo.

Il Lavoro parte solo dopo che abbiamo formato uno strumento mentale giusto, quando abbiamo formato un nuovo strumento di percezione, e un nuovo apparato per ricevere le impressioni sensoriali. Il Lavoro richiede una nuova proporzione dei vari aspetti di noi stessi perciò aiuta a costruire una percezione nuova e completa di noi stessi. Quando abbiamo la conoscenza, quando sappiamo cosa siamo e quando siamo disposti a faticare per fare questo, allora è segno che lo strumento interno ha iniziato a lavorare per riorganizzarsi e trasformare l’apparato vecchio in un apparato nuovo.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 13 aprile 2015

Imparare a conoscere



“Scoprite che cos’è vero e che cos’è falso
nell’ambiente in cui vivete che è opprimente
e crudele. Solo così scoprirete la verità.”
(Jiddu Krishnamurti)

“Ho l’impressione che tanto l’atto di imparare, quanto l’atto di ascoltare ci risultino straordinariamente difficili. Noi non ascoltiamo mai veramente, perché la nostra mente non è libera; le nostre orecchie sono imbottite di tutta la conoscenza che portiamo sempre con noi, così ascoltare diventa straordinariamente difficile. Penso - anzi, è un fatto - che se potessimo ascoltare con tutto il nostro essere, con una vigorosa vitalità, allora l’atto di ascoltare diverrebbe un fattore di liberazione. Ma sfortunatamente voi non ascoltate, perché non avete mai imparato a farlo.

In fondo, potete imparare qualcosa solo quando vi impegnate con tutto il vostro essere. Imparate la matematica solo quando vi ci dedicate totalmente; ma se vivete in uno stato di contraddizione, cioè se venite forzati ad imparare mentre non avete alcuna intenzione di farlo, allora l’imparare si riduce ad un vuoto processo di accumulazione. Se volete scoprire qualcosa di nuovo, dovete cominciare da voi stessi.

Dovete mettervi in viaggio abbandonando soprattutto la vostra conoscenza, perché questa conoscenza, unita a quello in cui credete, vi porterebbe facilmente ad avere esperienze di vario genere; ma queste esperienze sarebbero il frutto della vostra immaginazione e quindi sarebbero del tutto false, lontane dalla realtà. Se volete scoprire per conto vostro come è il nuovo, non è bene che vi portiate dietro il carico del passato, soprattutto il carico della conoscenza che altri hanno acquisito, anche se questi possono essere grandi personaggi.

Voi usate la conoscenza per darvi importanza, per sentirvi al sicuro. Ma chi usa costantemente la conoscenza per proteggersi non è affatto un cercatore della verità. Non ci sono sentieri che conducono alla scoperta della verità. Quando volete scoprire qualcosa di nuovo, quando siete alle prese con un esperimento delicato e difficile, la vostra mente deve essere calma, vi pare?

La mente affollata, che si riempie di fatti e di conoscenza, non è in contatto col nuovo. Per la maggior parte di noi la mente e diventata molto importante, è diventata un fattore predominante che interferisce di continuo con quello che potrebbe essere nuovo, con qualcosa che potrebbe esistere contemporaneamente al conosciuto. Così la conoscenza e quell’apprendimento che è accumulo di conoscenza ostacolano coloro che cercano e vorrebbero capire l’eterno. La funzione della mente è quella di indagare, di imparare.

Imparare, secondo me, non è affatto la coltivazione della memoria o un accumulo di conoscenza, ma implica la capacità di pensare con chiarezza, con logica, senza cadere nella trappola delle illusioni. Si può imparare solo partendo dai fatti e non dando spazio a qualche ideale o a quello in cui crediamo. Non si può imparare quando permettiamo che il pensiero si basi su qualche conclusione che diamo per scontata. E imparare non significa nemmeno acquisire delle informazioni o accumulare conoscenza.

Per imparare ci deve essere amore, l’amore che consente di capire, l’amore di fare una cosa per se stessa. Possiamo imparare solo quando non siamo sottoposti ad alcuna coercizione. Sono molte le coercizioni che subiamo: le sottili pressioni, gli attaccamenti, le minacce, gli incoraggiamenti o le ricompense che riceviamo e che ci lusingano. La maggior parte della gente pensa che il confronto faciliti l’apprendimento, mentre non è affatto così; è vero il contrario.

Quando si confrontano tra loro due esseri umani si apre la porta alla frustrazione, all’invidia, alla competizione. Questo genere di confronto non è altro che una forma di persuasione che genera paura e non consente affatto di imparare. Una cosa è imparare e un’altra cosa è accumulare conoscenza. L’imparare è un processo continuo che avviene in ogni momento e non richiede alcun accumulo di conoscenza. Non è assolutamente un processo nel quale si acquisisce qualcosa per poi agire di conseguenza.

Per la maggior parte di noi la conoscenza si basa sul ricordo di un’esperienza o sull’idea che ci facciamo di un’esperienza; e, dalla conoscenza che abbiamo, scaturisce la nostra azione. Questo significa che la nostra azione si basa sempre sulla conoscenza, tecnologica o psicologica, legata ad una tradizione o a una nostra particolare idiosincrasia. Ma finché va avanti un processo del genere, non è possibile imparare, non è possibile quel movimento costante nel quale non si accumula nulla.

Non so se vi siete mai chiesti che differenza c’è tra l’imparare e l’accumulare conoscenza… l’imparare non richiede alcun accumulo. Quando imparate, non state accumulando qualcosa che poi condizionerà la vostra azione. Imparate in ogni momento, muovendovi con la vita. Così, quando imparate, non c’è alcun degrado, alcun declino o deterioramento. La saggezza non è il prodotto della conoscenza: è qualcosa che ognuno deve scoprire.

Conoscenza e saggezza non procedono insieme. La saggezza affiora col maturare della conoscenza di noi stessi. Senza conoscere noi stessi non avremo alcuna possibilità di vivere nell’ordine e nella virtù. Imparare su noi stessi non significa affatto accumulare conoscenza su quello che siamo. La mente che accumula conoscenza non sta imparando: sta raccogliendo delle informazioni e facendo esperienza.

E basandosi sulla conoscenza che ha acquisito, continua a fare esperienza; quindi non sta veramente imparando, sta solo accumulando ulteriore conoscenza. Il vero imparare avviene nel presente, non ha passato. Quando dite: “Ho imparato”, avete a che fare con la conoscenza che avete accumulato e questo significa che ormai avete smesso di imparare. Una mente che non pretende di accumulare nulla impara in continuazione, e solo una mente simile può capire a fondo quell’entità che noi chiamiamo il “me”, il sé.

Io devo conoscere me stesso, la struttura, la natura, il significato di quell’entità che chiamo “me”. Ma non posso farlo se continuo a portarmi dietro tutto il carico di conoscenza legata al passato, alle mie precedenti esperienze, ai miei condizionamenti. Finché mi tengo tutto questo non posso imparare, posso solo interpretare a modo mio quello che vedo con occhi annebbiati dal passato.” (Jiddu Krishnamurti)

lunedì 29 aprile 2013

Un filo di seta



“Si dice: “Lui non si può trovare”. Qualcosa
che non si può trovare è ciò che desidero.”
(Rumi)

“Un uomo era incarcerato a vita all’ultimo piano di una torre. Sua moglie, che non poteva vivere senza di lui, decise di aiutarlo a fuggire. Prese uno scarabeo e, dopo aver legato con grande delicatezza un filo di seta all’insetto, ne bagnò le antenne con una goccia di miele. Poi lo depose ai piedi della torre, con le antenne rivolte verso l’alto. Desideroso di raggiungere il miele, l’insetto si arrampicò fino a raggiungere la finestra del prigioniero.

Questi, liberato lo scarabeo, tirò il filo di seta. All’altra estremità era legato un filo più robusto. A questo seguiva uno spago, e allo spago una cordicella, e alla cordicella era legata una solida fune, che l’uomo legò all’interno della cella e usò per calarsi dalla torre e fuggire via insieme alla moglie.

Certe grandi conoscenze si acuiscono a piccole dosi. L’immagine del forellino nella diga è una buona similitudine: all’inizio l’acqua si limita a gocciolare, poi il gocciolio si tramuta in un filo d’acqua che presto diventa un ruscelletto e, alla fine, un grande lago rimane asciutto.

A volte è necessario impegnarsi con pazienza in un’azione, o un lavoro minuzioso, senza affliggersi per la mancanza di risultati immediati. Pazienza! Una pazienza infinita, con la famiglia, con gli amici, con la realtà delle cose …” (Alejandro Jodorowsky - La risposta è la domanda - Mondatori)

giovedì 21 agosto 2008

I quattro nemici della conoscenza


Quando lessi il libro “A scuola dallo stregone” di Carlos Castaneda rimasi affascinata. Su Castaneda si è scritto molto e soprattutto sul valore scientifico della sua opera. Sinceramente mi fa sorridere una critica scientifica per un’opera che parla di sciamanesimo, siano state esperienze vere o presunte quelle che Castaneda ebbe con lo sciamano yaqui, don Juan Matus. Qualche anno fa, ascoltai la conferenza di un giovane antropologo, Martino Nicoletti, che aveva vissuto per 3 anni tra i Kulunge Rai, un’etnia di lingua tibeto-birmana, vivente ancora tra le montagne del Nepal orientale, nella valle del fiume Hongu. In questa popolazione permane ancora oggi una ricca tradizione sciamanica che il giovane etnologo narrava nel libro che presentava nella conferenza. Unica raccomandazione preliminare che rivolse fu quella di lasciare fuori dalla porta le comuni forme di pensiero, laddove si volesse comprendere una cultura sciamanica, perché lo sciamanesimo è una concezione nomade, instabile, facile alle contaminazioni e alle metamorfosi, è un raccoglitore di frammenti dalle origini più variegate, assorbite e polarizzate, perciò si adatta malamente a forme di pensiero rigide o scientifiche, cioè quelle oggettive, tanto gradite a noi occidentali. Ma certo se vogliamo leggere il migliore saggio su questo argomento, la summa resta ancora Mircea Eliade con lo splendido “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi” ancora una pietra miliare sull’argomento. Primo difensore dello sciamano come saggio e non come pazzo, il grande studioso avverte che lo sciamanesimo è nel contempo una forma di mistica, di magia e di religione. Lo sciamanesimo è una somma tecnica dell’estasi e lo sciamano è differente da altri uomini della medicina perché in lui vi è la capacità di avere il “dominio del fuoco”, il volo magico, l’accompagnamento delle anime nell’oltretomba, etc. Per cui se lo sciamano è anche un mago, non tutti i maghi sono invece sciamani e pure, se lo sciamano è anche un guaritore, non tutti i medicine-man fanno guarigioni sciamaniche: la guarigione sciamanica è unica e caratteristica. Così pure, non tutti gli estatici sono sciamani, ma solo durante la trance, lo sciamano è capace di distaccare la sua anima dal corpo per entrare in contatto con gli spiriti. Il rapporto dello sciamano con gli spiriti è particolarissimo, siano essi anime di defunti o forze della natura o anime di animali. Andrebbe poi definito anche il rapporto che lo sciamano intesse con gli spiriti di natura, da cui egli non può assolutamente farsi dominare, ma da cui si può ricevere aiuto. Se lo sciamano si fa asservire da loro, diventa un ossesso, ma è una condizione di aberrazione e non è una condizione ottimale. Lo sciamanesimo, per Eliade è più prossimo al misticismo che alle forme religiose, e le popolazioni che lo praticano sono estremamente attente alle pratiche estatiche degli sciamani; infatti tramite la trance essi possono guarire, accompagnano le anime nel regno dei morti e fare da intermediari tra il mondo umano e il mondo divino. Uno sciamano è un grande specialista dell’anima umana che egli sa vedere, perché ne conosce sia la forma che il destino e, se non abbiamo a che fare con l’anima - come nel caso di malattia o di morte - non è necessaria la presenza di uno sciamano, per il resto, la vita religiosa della tribù si svolge senza di lui. L’acquisto dei poteri sciamanici avviene per tradizione ereditaria o per iniziazione da parte di un maestro, cioè per vocazione o per “chiamata” di dei o spiriti. Dice lo sciamano don Juan: “Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti - essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un'assoluta sicurezza - non dovrà rendere conto di nessun errore; quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità di uno stupido. Se l'uomo sbaglia, o subisce una sconfitta, avrà perso soltanto una battaglia e non dovrà pentirsene amaramente.” Ma si può sentire anche con gli occhi, quando gli occhi non stanno guardando direttamente nelle cose. “Ti avverto - dice don Juan - Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D'altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica. Devi essere un uomo vero e la tua vita deve essere vera. Una vita vissuta con ponderatezza, una vita buona e forte.” Nel mondo nulla viene regalato e che tutto ciò che si può imparare richiede fatica per essere appreso. “L'uomo vive solo per imparare e se impara è perché questa è la natura che gli è toccata in sorte, nel bene e nel male.” Per divenire un uomo di conoscenza, avverte Don Juan, si devono sfidare e sconfiggere i suoi quattro nemici naturali. All’inizio l’apprendimento è lento e lontano da quello che ci aspettiamo, così si inizia ad avere paura. La Paura è il primo nemico, un nemico terribile ed insidioso che è difficile da sconfiggere, che vaga in cerca di una preda e aspetta che l’uomo terrorizzato divenga preda del panico. Se questo avviene la sua ricerca è compromessa per sempre. Se l’uomo fugge alla presenza della paura non diverrà mai un uomo di sapere. Forse sarà un prepotente o un innocuo vigliacco, in ogni caso sarà un uomo sconfitto. Per superare la paura non bisogna scappare, si deve sconfiggerla e andare avanti nella conoscenza. Non bisogna fermarsi neanche quando si è in preda al terrore. E’ questa la regola. E la paura scomparirà come è giunta, in un baleno. La chiarezza mentale cancella la paura perchè l’uomo conosce quali sono i suoi desideri e sa come farli esaudire. La Chiarezza è il secondo nemico, perché dissolve la paura ma acceca; fa credere di non dovere mai mettersi in discussione, fa diventare molto coraggiosi e non ci si ferma davanti a nulla. Se si cede a questo falso potere si soccomberà sulla via della conoscenza. L’uomo diventerà lento quando dovrebbe accellerare e accellererà quando dovrà rallentare, andrà avanti e non imparerà nulla. Diverrà solo un guerriero vivace o un pagliaccio, perché essa provoca abbagli. Quando lo capirà avrà il potere di dominarla e incontrerà il suo terzo nemico, cioè il Potere, il nemico più difficile da sgominare. Con il potere che lo domina, egli si sentirà invincibile, si sentirà di comandare e di dettare le regole, si sentirà un capo. A questo punto il suo nemico lo ha già messo alle strette e avrà perso la sua battaglia perché il potere lo trasformerà in un uomo crudele e capriccioso. Un uomo sconfitto dal potere perde il controllo di sé. Se l’uomo capisce che la chiarezza ed il potere, senza autocontrollo sono errori imperdonabili, allora raggiungerà il dominio di tutto. Alla fine del viaggio giunge l’ultimo nemico, quello che non si può sconfiggere: la Vecchiaia, essa si può solo allontanare. Ma allora si avrà solo il desiderio di riposare e ci si vorrebbe sdraiare e dimenticare, perdendo l’ultima battaglia, ridotti come deboli vecchi. Ma se ci si toglie di dosso la stanchezza e si vive il proprio destino fino in fondo, anche solo anche per un istante, allora l’uomo vincerà l’ultimo nemico: è sufficiente anche un solo momento di lucidità, potere e conoscenza. Allora l’uomo diverrà uomo di conoscenza.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami