domenica 9 aprile 2017

La nascita della coscienza



“La verità non può essere creata, ma percepita.”
(Paramhansa Yogananda)

Uno dei più grandi enigmi della scienza è il rapporto tra mente e cervello ovvero il rapporto tra lo spirito e il corpo. Nel tempo sono state avanzate svariate ipotesi sul problema della coscienza e sulla sua origine durante l’evoluzione. E, dopo il 1859, la prospettiva degli studiosi è cambiata in modo radicale, perché si sono diffuse le idee di Darwin e Wallace sulla selezione naturale. Ma se per alcuni, la teoria dell’evoluzione può spiegare l’anatomia della specie, essa può spiegare anche una funzione complessa come la coscienza?

Per lo psicologo americano, Julian Jaynes, questo è possibile come afferma nell’affascinante ipotesi che prende le mosse dal darwinismo per sostenere l’evoluzione della coscienza. Jaynes mette in evidenza che, nel 1859, alla fine de “L’origine della specie” Darwin sottintendeva che Dio ha creato sia mente che corpo negli antichi organismi primitivi, perciò mente e corpo evolvono parallelamente. Il tempo in cui è nato il mondo interiore e la coscienza corrisponde, secondo Jaynes, al momento dello sviluppo del linguaggio che ha prodotto la coscienza.

Jaynes suggerisce una datazione che fissa al tardo Pleistocene cioè nell’era di Neanderthal, per il fatto che le necessità imposte dalla caccia ai grandi animali durante l’ultima era glaciale rende plausibile che il linguaggio sorgesse allora. In quel tempo è avvenuto anche uno straordinario sviluppo di specifiche aree del cervello che sono coinvolte nel linguaggio, e uno straordinario sviluppo degli utensili, come ci dimostrano gli scavi archeologici.

Sappiamo, dice Jaynes, che “il linguaggio non è solo comunicazione, ma anche ciò che, agendo come un organo di percezione, orienta e fissa l’attenzione su attività e oggetti particolari rendendo possibile la creazione di utensili avanzati.” La stima dell’età massima del linguaggio è di 50.000 anni a.C. e, in questo lasso di tempo, deve aver preso corpo anche la coscienza. Verso il 3.000 a.C., gli uomini appresero l’arte della scrittura, per cui possiamo studiare gli scritti più antichi per capire quando appare un “io narrante” o un significato di ordine psicologico.

Dall’analisi emerge che il testo più adatto è l’Iliade. Per Jaynes, quelle vicende furono narrate da ignoti aedi fino dal 1230 a.C., e poi furono trascritte verso il 900-850 a.C., forse da Omero. La cosa interessante è il fatto che nel poema non c’è traccia di un io personale. Nessun uomo si ferma a riflettere sul senso di ciò che fa, nessun personaggio ha coscienza della sua presenza nel mondo. Ogni volta che un uomo deve prendere una decisione, ecco che entra in azione una voce che gli dice quello che deve fare.

Le voci che guidano gli uomini vengono dagli dei, perché nella mente umana esistono due camere. In una camera abita il dio che ordina invece nell’altra abita l’uomo che obbedisce alla voce del dio. Una forma mentale del genere, dice Jaynes, si può definire bicamerale, per l’assonanza con l’assemblea legislativa parlamentare. La mente dell'uomo di quel tempo era divisa in due parti: una parte era quella decisionale mentre l’altra parte era esecutiva. L’uomo poteva fare, ma non decideva cosa doveva fare.

Nella sua vita ordinaria viveva come un uomo normale ma, se sorgeva un problema, giungeva il dio che lo guidava. E lui obbediva. Ma perché era nata questa mente bicamerale? Intorno al 9.000 a.C., si erano sviluppate la comunità agricole che andarono a sostituire la pratica della caccia, perciò la voce del dio serviva per garantire l’ordine sociale delle grandi comunità agricole che si raggruppavano. Nasceva così una civiltà bicamerale e la teoria di Jaynes è che “l’allucinazione verbale sia evoluta durante il Neanderthal insieme al linguaggio per rafforzare l’attenzione e la perseveranza nell’azione.”

Gli uomini dotati di questa arcaica mente formavano delle società ordinate in rigide gerarchie secondo le regole organizzative definite dalla mente direttiva. I regni bicamerali erano delle teocrazie gerarchiche che avevano a capo un dio oppure un suo idolo. A volte erano guidate da un uomo di natura divina che prestava tutto il suo essere alla voce. Civiltà di questo tipo sorsero nel Vicino Oriente, dall’Egitto al Kush nel Sudan meridionale, fino all’Africa centrale. Verso nord si svilupparono anche in Anatolia, Creta, Grecia, in India e nella Russia meridionale, nella penisola malese arrivando fino in Cina.

In Mesoamerica vediamo svilupparsi la civiltà azteca e l’avvento della civiltà Inca la cui mente bicamerale subì l’urto devastatore del conquistatori europei. Ma la civiltà in cui si vede maggiormente la struttura della mente bicamerale è quella della Mesopotamia dove, a capo dello stato c’era una statua di legno con gli occhi fatti con gemme preziose. Questa statua era fatta di legno leggero per essere più facilmente trasportata, era riccamente abbigliata e profumata e veniva fatta sedere dietro un gran tavolo nell’ampia sala in cima alla ziggurat. Quello che noi chiamiamo “il re” era, in realtà, il primo intendente del dio.

Ci sono molte prove di testi scritte, nella struttura dei nomi personali e nei sigilli ritrovati, che ogni uomo aveva il suo dio personale. In Mesopotamia era “Ili” e per gli ebrei era “El” oppure “Elohim,” invece in Egitto veniva chiamato “ka.” Ma un sistema di questo tipo era precario, per cui le civiltà bicamerali andarono in crisi, come avvenne per i Maya che abbandonarono le loro città. Le Mesopotamia restò più stabile fino a 1.400 a.C.

Dopo questa data, gli dei non furono più raffigurati nei dipinti e, in alcuni casi, si videro figure di rei inginocchiati davanti a un trono vuoto. Nel poema epico l’Epos di Tumulti-Ninurta, per la prima volta, si parla di uomini che sono abbandonati dagli dei. Le ragioni per cui accade questo sono molte, tra cui vanno considerate le varie catastrofi naturali come l’eruzione sull’isola di Tera e le migrazioni dei popoli che abbandonarono i regni bicamerali che furono distrutti.

Anche la scrittura, secondo Jaynes, fu responsabile della nascita della coscienza, perché lo scritto indebolì il predominio dell'udito a vantaggio delle funzioni visive. Così nasceva l’uomo dotato di una forma di proto-coscienza. Dopo la perdita della mente bicamerale, si spensero le voci che dicevano all’uomo cosa doveva fare, ma vennero in auge vari metodi per tornare a udire i messaggi e le direttive degli dei. Vennero in uso molti metodi di divinazione e si diffusero pratiche come il lancio delle sorti, il lancio dei dadi, la lettura dei movimenti del fumo oppure delle forme disegnate dall’olio nell’acqua.

I sacerdoti iniziarono a celebrare i sacrifici animali e traevano delle previsioni dall’esame delle loro viscere. Quindi sorse la pratica dell’astrologia di cui c’è testimonianza anche nella scrittura cuneiforme. Se valutiamo la civiltà greca, scrive Jaynes, vediamo la storia della mente bicamerale nell’Iliade, l’Odissea e in tutta la poesia elegiaca dei due secoli seguenti. Poi Solone che è vissuto verso il 600 a.C., che invitò l’uomo al “Conosci te stesso!” che è attribuito all’oracolo di Delfi.

La mente bicamerale fu vinta dalla coscienza, perché la struttura cerebrale si modificò. Il linguaggio era posto in un solo emisfero (area di Wernicke destra) per lasciare l’altro emisfero libero di ascoltare la voce degli dei. Il dio parlava nella regione dell’emisfero destro ed era ascoltato con l’emisfero sinistro. Jaynes, a sostegno della sua idea cita la tendenza di entrambi gli emisferi a capire il linguaggio mentre solo l’emisfero sinistro è normalmente in grado di parlare.

La presenza di vestigia, nell’area di Wernicke, di un’attività cerebrale simile alle voci degli dei e anche che, in certe condizioni, i due emisferi cerebrali sono in grado di agire come due persone indipendenti come accadeva tra l’uomo bicamerale e il suo dio. Ora sappiamo che il cervello può essere modificato dall’ambiente più di quanto crediamo per cui è probabile che l’uomo bicamerale sia divenuto cosciente in virtù dell’apprendimento e della cultura.

Una prova della mente bicamerale teorizzata da Julian Jaynes proviene anche da Plutarco che, nel famoso dialogo delfico, “Il tramonto degli oracoli”, racconta che l’egiziano Tamo, pilota di una nave mercantile, mentre navigava nel mare Adriatico, sentì una potente voce che gli diceva che: «Il grande dio Pan è morto!» E il fatto era così straordinario che fu riferito all’imperatore Tiberio. In effetti, la voce era venuta ad annunciare che la morte del dio Pan segnava la fine dell’età classica.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 6 aprile 2017

La rosa di Paracelso



(De Quincey: Writings. XIII, 345)

Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo. Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l'athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta.

Insonnolito, l'uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l'altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola. Il maestro fu il primo a parlare. «Ricordo volti d'Occidente e volti d'Oriente - disse, non senza una certa enfasi - Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?»

«Il mio nome non ha importanza - replicò l'altro - Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni». Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra. Paracelso, per accendere la lanterna aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.

Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: «Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l'oro ciò che cerco, e se è l'oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.» «L’oro non mi interessa - rispose l'altro - queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra».

Paracelso disse lentamente: «La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta». L'altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara: «Ma esiste una meta?» Paracelso si mise a ridere «I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via.»

Vi fu una pausa e l'altro disse: «Sono pronto a percorrerla con te. anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare Il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l'accesso. Ma prima di intraprende il viaggio, io voglio una prova.» «Quando?» chiese Paracelso, con inquietudine. «Subito.» rispose il discepolo con brusca determinazione. Avevano iniziato la conversazione in latino ora parlavano in tedesco. 

Il giovane levò in alto la rosa: «Affermano - disse - che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che chiedo, poi la mia vita sarà tua.» «Sei molto credulo - disse il maestro - Non so che farmene della credulità; esigo la fede.» L'altro insistette. «È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l'annientamento e la resurrezione della rosa.» 

Paracelso l'aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. «Sei credulo - disse - Tu dici che io sono capace di distruggerla?» «Nessuno è incapace di distruggerla» rispose il discepolo. «Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d'erba?». «Non siamo nel Paradiso -disse ostinato il giovane - qui, sotto la luna, tutto è mortale.» Paracelso si era alzato in piedi: «E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall'ignorare che siamo nel Paradiso?»

«Una rosa può bruciare - disse il discepolo in tono di sfida - v'è ancora del fuoco nel camino». Rispose Paracelso. «Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l'abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. lo ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.» «Una parola? - disse stupefatto il discepolo - L'athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che, farai per farla rinascere?» 

Paracelso lo guardò con tristezza: «L'athanor è spento - ripeté - e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti».«Non oso domandare quali» disse l'altro con malizia o con umiltà. «Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l'invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala.» 

Il discepolo disse freddamente: «Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.» Paracelso rifletté. Infine disse: «Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un'apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.» Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: «E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare un simile dono?»

L’altro replicò, tremando: «So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo in nome del molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.» Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggio e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po' di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo. Paracelso era rimasto impassibile. 

Disse con strana semplicità: «Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.» Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane. 

Si inginocchiò, e disse: «Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.» Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c'era nessuno? 

Lasciare le monete d'oro sarebbe stata un elemosina. Le riprese uscendo. Paracelso l'accompagnò al piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto. Entrambi sapevano che non si sarebbero visti mai più. Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consunta, raccolse nell'incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.” (Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia, Adelphi)

martedì 4 aprile 2017

Non fuggire!



Sariputra, il grande discepolo del Buddha, era seduto in meditazione presso la riva di un lago. La superficie dell’acqua era agitata da una miriade di pesci. Sariputra si alzò, trasferendosi in un luogo più tranquillo. Ma lì era il canto degli uccelli a turbare la sua meditazione.

Affluivano pensieri, si levavano illusioni… fu così che decise di uccidere pesci e uccelli, e mangiarli. Ma ne fece indigestione e cadde malato. È questo un episodio della giovinezza di Sariputra. È vano cercare di fuggire il rumore dell’acqua o il canto degli uccelli. Il turbamento è nel nostro spirito. (Taïsen Deshimaru)

domenica 2 aprile 2017

L’arte di ascoltare



“Se me lo consentite, vorrei prendere in considerazione l’arte di ascoltare. «Arte» significa mettere ogni cosa al suo posto. È questo il significato fondamentale della parola «arte». C'è ordine quando ogni cosa è al suo posto, non solo nell’ambiente fisico in cui viviamo - camera nostra, per così dire - ma anche dentro di noi. Anche nell’ascoltare deve esserci ordine.

Non ascoltiamo soltanto con le orecchie; c’è anche un ascolto molto più profondo, al di là delle sensazioni uditive. Quando ascoltiamo qualcuno che parla, le parole che udiamo vengono trasmesse al cervello, che ne individua il significato; poi, in base ai condizionamenti che abbiamo ricevuto, ci sentiamo o no d’accordo con quel che è stato detto. È così che accade generalmente.

Ascoltare implica questo processo: udire per mezzo delle orecchie, trasmettere i suoni al cervello attraverso i nervi, interpretare le parole che sono state usate, e quindi esprimere assenso o dissenso. Ma esiste anche un modo di ascoltare che va molto più in profondità di quanto non possa fare quello che abbiamo appena descritto. È un modo di ascoltare che arriva a toccare l’inconscio, se mi consentite di usare questa parola.

C’è un modo di ascoltare che arriva a cogliere la verità che sta dietro le frasi e le parole; un modo di ascoltare che non si ferma a livelli intellettuali, dove c’è la facoltà di discutere, di mettere in dubbio quello che si ascolta, ma che va veramente in profondità, perché non oppone alcuna resistenza. Questo non significa accettare tutto quello che viene detto.

L’arte di ascoltare consiste proprio nell’ascoltare da una profondità tale che non esiste la possibilità di opporre alcuna resistenza. Ascoltare in questo modo richiede grande attenzione e dissolve completamente la struttura dei condizionamenti che hanno imprigionato il cervello. Il nostro cervello funziona secondo schemi ben stabiliti, che sono stati fissati di recente oppure molto tempo fa, in base ad esigenze sociali, politiche, religiose, economiche.

Questi schemi di funzionamento non possono mai integrarsi tra di loro, perché appartengono a campi che rimangono rigidamente separati tra loro, mantenendo le proprie tradizioni, le proprie regole. Ascoltare con attenzione completa significa dissolvere la struttura stessa dei condizionamenti che bloccano il cervello. Supponete di ascoltare un’affermazione come questa: «È il passato che dà significato al presente»; quindi il presente non ha, di per sé, alcun significato!

Ascoltare un’affermazione del genere, senza fermarsi al semplice significato delle parole, vuol dire cogliere la verità, o la falsità, che contiene. Ma naturalmente non sarà possibile arrivare fino al suo significato più profondo, se vi accontentate di una comprensione intellettuale, che vi costringe a rimanere nell’ambito delle conclusioni alle quali l’intelletto può giungere, in modo logico o illogico.

Potete ascoltare quella frase con tale attenzione da cogliere la verità che contiene, come se fosse il suono di una campana che si mettesse a squillare dentro di voi. Ma se ascoltate con distrazione, allora permettete all’intelletto di cominciare il suo lavoro di interpretazione. Quando la mente e il cervello sono completamente a disposizione dell’atto di ascoltare, senza creare alcuna contraddizione, senza dare alcuna interpretazione, allora in questo modo di ascoltare c’è profonda armonia. È questa l’arte di ascoltare.” (Jiddu Krisnamurti)

giovedì 30 marzo 2017

Fusione e dissolvenza



“Metti radici nella terra
così potrai ergerti alto nel cielo;
metti radici nel mondo visibile
così da poter raggiungere l'invisibile.”
(Osho)

“Una delle cose fondamentali, che non solo tu, ma tutti devono ricordare è questa: qualsiasi cosa tu incontri nel tuo viaggio interiore, tu non sei quella cosa. Tu sei colui che ne è testimone: può essere il nulla, può essere la beatitudine, può essere il silenzio. Ma una cosa va ricordata: per quanto bello e ammaliante possa essere ciò che incontri, tu non sei quell'esperienza.

Tu sei colui che sperimenta, e se prosegui senza fermarti mai, il culmine del tuo viaggio sarà il punto in cui non ci sarà esperienza alcuna: né il silenzio, né la beatitudine, né il nulla. Non esiste nulla in quanto oggetto di fronte a te, solo la tua soggettività. Lo specchio è vuoto. Non riflette più nulla. Sei tu.

Perfino i più grandi viaggiatori del mondo interiore sono rimasti intrappolati in esperienze meravigliose, e si sono identificati con esse pensando: "Ho trovato me stesso". Si sono fermati prima di arrivare allo stadio finale, là dove ogni esperienza scompare. L'illuminazione non è un'esperienza. È uno stato dell'essere in cui tu sei lasciato assolutamente solo, senza nulla da conoscere.

Nessun oggetto, per quanto bello, è presente. Solo in quel momento la tua consapevolezza, non più impedita da alcun oggetto, opera una svolta e torna alla fonte. Diventa un'auto-realizzazione. Diventa illuminazione. 

Devo ricordarvi qualcosa sulla parola "oggetto". Ogni oggetto presuppone un ostacolo. Il significato della parola stessa è: ciò che ostruisce, che si para davanti. Quindi, l'oggetto può essere altro da te, nel mondo materiale; oppure dentro di te, nel tuo mondo psicologico. Vi possono essere oggetti nel cuore, nei sentimenti, nelle emozioni, nelle sensazioni, negli stati d'animo. E gli oggetti possono esistere per sino nella sfera spirituale.

E sono così estatici da renderti inconcepibile la possibilità che esista qualcos'altro. Molti mistici si sono arrestati di fronte all'estasi. È una dimensione splendida, offre un panorama magnifico, ma non si è arrivati a casa. Quando arrivi al punto in cui ogni esperienza è assente, in cui non esiste più oggetto alcuno, allora la consapevolezza, libera da ostacoli, si muove in un cerchio - nell'esistenza tutto si muove in circolo, se non ha impedimenti - essa proviene dalla stessa fonte del tuo essere, e si muove.

Non trovando ostacolo alcuno - nessuna esperienza, nessun oggetto - torna indietro. E il soggetto in quanto tale diventa l'oggetto. È ciò che Krishnamurti ha continuato a dire per tutta la vita: quando l'osservatore diventa la cosa osservata, sappi che sei arrivato. Prima di allora, esistono mille cose lungo il sentiero. Il corpo ti dà le sue esperienze, divenute note come le esperienze dei centri della kundalini; i sette centri diventano i sette fiori di loto.

Ognuno è più grande dell'altro ed è più elevato del precedente, e quella fragranza inebria. La mente ti fornisce uno spazio immenso, sconfinato, infinito. Ma ricorda la massima fondamentale: ancora la casa non è giunta. Goditi il viaggio e tutti i panorami che esso ti porta a conoscere: gli alberi, le montagne, i fiori, i fiumi, il sole e la luna e le stelle, ma non fermarti da nessuna parte, se non quando la tua stessa soggettività è divenuta l'oggetto di se stessa.

Quando l'osservatore è la cosa osservata, quando colui che conosce è la cosa conosciuta, quando colui che vede è la cosa vista, è giunto a casa. Questa casa è il tempio reale che noi abbiamo cercato per vite intere, ma da cui siamo sempre vissuti lontani, accontentandoci di esperienze meravigliose.

Un ricercatore coraggioso deve abbandonare tutte quelle esperienze meravigliose dietro di sé e continuare a camminare. Quando tutte le esperienze vengono esaurite e resta solo il proprio sé nella sua solitudine... non si ha estasi più grande. Nulla è più beato, nessuna verità è più vera. Allora entri in ciò che chiamo essenza divina, diventi una divinità...

Tu dormi, ed è ora di svegliarsi. Tutte queste esperienze riguardano una mente addormentata. Una mente risvegliata non ha esperienza alcuna. L'osservatore e la cosa osservata sono due aspetti dell'essere testimone. Quando essi scompaiono l'uno nell'altro, quando si fondono l'uno nell'altro, quando diventano una cosa sola, per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità.

Ma in molti nasce un interrogativo, in quanto essi pensano che il testimone sia colui che osserva. Nelle loro menti, l'osservatore e il testimone sono sinonimi. È un falso: l'osservatore non è il testimone, ma solo una parte. E quando la parte si considera il tutto, nasce l'errore.

L'osservatore indica la parte soggettiva, e la cosa osservata quella oggettiva: osservatore è ciò che è esterno alla cosa osservata, e questa indica ciò che è all'interno. L'esterno e l'interno non possono essere separati: sono uniti, possono solo esistere in quanto unità. Quando questa unità, o meglio questa unione, viene sperimentata, sorge il testimone. 

Non si può coltivare il testimone. In questo caso non si farà che coltivare l'osservatore, e questi non è il testimone. Che fare, dunque? Ci si deve fondere, ci si deve dissolvere. Mentre guardi una rosa, dimentica completamente che esiste un oggetto visto e un soggetto che guarda. Lascia che la bellezza del momento, la benedizione del momento, travolgano entrambe le cose, così la rosa e tu non siete più separati; diventate i un solo ritmo, un canto, un'unica estasi.

Quando ami, quando esperimenti la musica, quando osservi un tramonto, lascia che questo si ripeta. Più si ripete, meglio è, poiché non si tratta di un'arte ma di un trucco. Devi solo capirlo, e quando lo hai capito lo puoi mettere in atto ovunque, in qualsiasi momento. Quando sorge il testimone, non esiste nessuno che fa il testimone e non esiste una cosa di cui si ha testimonianza.

È uno specchio limpido, che non rispecchia nulla. Perfino dire che si tratta di uno specchio, non è giusto; sarebbe meglio dire che si tratta di un rispecchiare. È meglio dire che si tratta di un processo dinamico di fusione e dissolvenza; non è un fenomeno statico, è un flusso. La rosa ti raggiunge e tu entri in lei: è una condivisione dell'essere.

Non pensare che il testimone sia colui che osserva: non lo è. L'osservazione può essere praticata, l'essere testimone accade. L'osservazione è una sorta di concentrazione, e l'osservare ti mantiene separato. L'osservatore darà risalto al suo ego, lo rafforzerà. Più diventi un osservatore, più ti senti simile a un'isola, separato, distaccato, distante.

Nel corso dei secoli, i monaci di tutto il mondo hanno praticato l'esercizio dell'osservazione. Possono anche averlo chiamato il testimone, ma non lo è. Il testimone è qualcosa di totalmente diverso, di qualitativamente diverso. Si può praticare l'osservazione, la si può coltivare; la si può migliorare con l'esercizio. Gli scienziati osservano, i mistici sono testimoni.

La scienza si basa sull'osservazione: è un'osservazione estremamente penetrante, affilata, acuta, nulla deve sfuggirle. Tuttavia, lo scienziato non arriva a conoscere Dio. Sebbene la sua osservazione sia estremamente abile, rimane inconsapevole di Dio.

Non lo incontra mai; al contrario, arriva a negarne l'esistenza, poiché più osserva - e la scienza si fonda interamente sull'osservazione - più diventa separata dall'esistenza stessa. Ogni collegamento si spezza e sorgono mura; lo scienziato resta prigioniero del proprio ego. Il mistico testimonia. Ma ricorda: si tratta di un evento, è una conseguenza.

Una conseguenza dell'essere totale in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione, in qualsiasi esperienza. La totalità è la chiave: dalla totalità sorge la benedizione della testimonianza. Dimentica l'osservazione: non farà che darti informazioni più accurate sul soggetto osservato, ma ti lascerà completamente ignaro della tua consapevolezza.” (Osho, La meditazione prima e ultima libertà, Ed. Mediterranee)

martedì 28 marzo 2017

Chi è il mio prossimo?



“Amerai il prossimo tuo come te stesso.”
(Vangelo di Marco 12,31)

“Resta fondamentale la domanda posta dal dottore della Legge a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» che potremmo tradurre: «Dove trovo il mio prossimo?» Io vorrei segnalare due luoghi “insoliti” dove pochi sospettano si possa trovare il prossimo. Il primo è dentro te stesso. Il prossimo, prima di tutto, sei tu. Forse qualcuno rimarrà sorpreso e perfino scandalizzato da questa affermazione. E obietterà che l’amore, al contrario, è dimenticanza di sé, capacità di cancellarsi e di essere “per” l’altro.

Farò presente che soltanto rinnegando l’egoismo è possibile amare veramente. Tuttavia, non dobbiamo confondere un giusto, perfino doveroso amore di sé, con l’egoismo. Sono due cose totalmente diverse. Una certa - cattiva - formazione ha insegnato a disprezzare, o addirittura odiare se stessi. Si tratta di un atteggiamento antitetico rispetto al Vangelo dove Gesù, citando l’Antico Testamento, insegna: «Amerai il prossimo tuo come te stesso.”

Qui si suggerisce, dunque, la possibilità e perfino il dovere di amare se stessi. La carità nei propri confronti è perfettamente legittima secondo il Vangelo. Io resto convinto che troppe persone si rivelano incapaci di amare e accettare gli altri perché non riescono a stabilire un buon rapporto con se stessi. Non sapendo stare come si deve nella loro casa interiore, si rivelano impreparati a vivere “fuori.”

Ci sono individui che non si sopportano, nutrono dei risentimenti verso se stessi. Non si perdonano quella spanna in meno, le due dita di cellulite in più, il non aver saputo approfittare di una circostanza favorevole nella vita. Poveracci che si mettono continuamente sotto accusa per un’infinità di motivi: carattere, difetti, insuccessi, errori, talenti limitati, malanni fisici, un albero genealogico con qualche ramo scricchiolante…

Perciò, devi amare te stesso. Devi perdonarti. Avere pazienza, fiducia nei tuoi confronti. La fede, la speranza e la carità è bene esercitarle anche verso di te. Hai il preciso dovere di “farti prossimo” verso quel poveraccio che sei tu. Ti viene richiesto di rispettare e amare te stesso come “qualsiasi altro povero membro del corpo mistico di Cristo” secondo l’espressione di Georges Bernanos.

È assurdo che tu tenga le distanze da te stesso. Devi avvicinarti, guardarti in faccia, dirti che vuoi “vivere in armonia”, andare d’accordo con te stesso, non mancarti di rispetto. Più che scaraventarti addosso il disgusto (che rappresenta l’eccesso opposto dell’autocompiacimento), è utile che porti serenamente il tuo peso, accetti i tuoi limiti. E, al più piccolo incidente, al primo - o ennesimo - infortunio, non pensare subito che la convivenza è impossibile.

Cerca di essere fedele a te stesso, nonostante i tradimenti e gli sgarbi che ricevi dalla parte peggiore di te. Convinciti. Non potrai essere fedele né a Dio né ad un’altra persona, se non imparerai a essere fedele a te stesso. Impegnati pure in molteplici attività. Ma vedi anche di accorgerti di quel poveraccio di te stesso. Presta un po’ di attenzione a quel “dimenticato” che sei tu…“ (Alessandro Pronzato, Piccoli passi verso l’uomo, Gribaudi ed.)

domenica 26 marzo 2017

Echo and the Bunnymen - The Killing Moon




Buon ascolto!

La speranza



“Sperare significa credere che qualcuno ci ama
significa mettersi in cammino verso un altrove
significa anche osare di vivere in altro modo.”
(Enzo Bianchi)

“Il monito dei Proverbi: «La speranza insoddisfatta fa languire il cuore» si applica dolorosamente a coloro che vivono in luoghi del mondo dove persistono conflitti etnici e religiosi, spesso conseguenza di eventi accaduti centinaia di anni fa: un esempio di come le tragedie passate mantengono la loro stretta mortale sul futuro dell’umanità.

La speranza - speranza di pace, di opportunità, di una nuova vita - è il possedimento più prezioso sia per costoro sia per chi cerca asilo in paesi ricchi e liberi dove poter godere della vita che gli viene negata in patria, tormentata di povertà e di assenza di libertà. È difficile reggere il pensiero della loro delusione quando quelle speranze vengono negate.

Il fatto che la speranza sia essenziale per la vita è considerato un truismo. Che vita sarebbe se non avessimo speranze, se pensassimo che le cose possono solo peggiorare, se ci aspettassimo continuamente il fallimento, anticipando il sapore della sconfitta? Non è concepibile.

Chi approva un atteggiamento ottimista sostiene che, nei momenti favorevoli, la speranza è un incitamento verso le cose ancora migliori, mentre nei momenti difficili essa è un conforto, perché tiene viva l’idea del sollievo e della salvezza, di una ricompensa futura o, almeno, della giustizia finale.

Naturalmente, però, c’è sempre chi non è d’accordo. Secondo i cinici, la storia dimostra che il tributo riscosso dalle notti buie è sempre stato minore di quello preteso dalle false albe. La natura ingannevole della speranza le dà una cattiva reputazione: per ogni uomo fioriscono cento speranze, pochissime delle quali destinate a realizzarsi. Essa spaccia la menzogna per verità, e intrappola gli esseri umani facendo loro perseguire vani obiettivi che li porteranno a disillusioni ancora più grandi.

La speranza, dicono i cinici, distorce la realtà; fa sembrare quanto è autenticamente brutto e cattivo nulla più che uno schermo temporaneo, frapposto tra noi e ciò che è bello e buono. Pertanto essa è legata all’illusione… ma una vita di false speranze - di mera speranza o di null’altro che speranza - è forse migliore e più nobile di una vita in cui si affronti la realtà guardandola in faccia e considerandola per quello che è?

Si potrebbe sostenere che i cinici partano dalla premessa sbagliata. Essi osservano la propensione umana a sognare a occhi aperti, ad abbandonarsi alla fantasia, ad aggrapparsi a vane speranze a dispetto di schiaccianti evidenze contrarie, a nutrire aspettative e ambizioni poco realistiche. Osservano, e non riescono a capire che da questo terreno a volte sbocciano fiori sorprendenti di originalità e successo.

Gran parte di ciò che ha spinto avanti il mondo nacque come una speranza; e tutto quello che l’ha fatto regredire ha comportato la morte di speranze. La rigida concezione che vede nella speranza una debolezza più che una virtù ci esorta a rimboccarci le maniche e ad abbracciare la Verità. D’altra parte, affermano i difensori della speranza, la sola verità indiscutibile sulla condizione umana è che possiamo soffrire e dobbiamo morire. Il resto sta a noi crearlo. Che cosa mai potremmo fare di noi stessi senza speranza?

I cinici non sono d’accordo nel trattare la speranza come una virtù, giacché raramente essa genera frutti. D’altra parte, ribattono gli avvocati della speranza, ciò significa guardare le cose a rovescio. La speranza è una virtù, e lo è a prescindere da ciò che realizza.

È un valore intrinseco, un fine in sé, associato al coraggio e all’immaginazione, un atteggiamento positivo pieno di possibilità e aspirazioni.È per questa ragione che si scopre di più su una persona conoscendo le sue speranze piuttosto che osservando quanto ha realizzato nella sua vita. La nostra parte migliore, infatti, sta in ciò che speriamo di essere.” (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)