mercoledì 4 novembre 2009

Siate come bambini


Tutte le vie che ci portano al cielo sono giuste però sarebbe opportuno seguirne una alla volta, poiché ogni sentiero di crescita richiede l’assunzione di un punto di vista particolare e offre dei panorami diversi. Accade che i sentieri si possono incrociare e allora possiamo anche cambiare la nostra strada, però c’è sempre un lungo tratto di strada che va percorso fino in fondo e con costanza.

Molte persone invece pensano di poter saltellare tra le vie e le pratiche senza concedersi il tempo di mettere a punto con serietà il suo livello evolutivo, come solo una pratica e una determinazione costanti possono offrire. Questo diritto di cambiare opinione che il libero arbitrio ci concede, dovrebbe essere sempre attuato con la massima consapevolezza, perché potrebbe nascondere una fuga vigliacca piuttosto che una scelta evolutiva: potrebbe essere una fuga vigliacca dalla nostra trasformazione.

Sebbene sia difficile da comprendere, ogni sentiero è utile per l’evoluzione, ma solo se viene scelto con il giusto intento, cioè con un intimo e profondo sentimento attrattivo verso di esso. E’ poi anche vero che ogni buona pratica evolutiva se lungamente attuata, e se seguita con la massima dedizione, darà sicuramente dei frutti: come un seme che viene amorosamente annaffiato e che quindi germoglia.

Nella pratica di spiritualità i frutti che si ottengono sono sempre degli atti di profonda trasformazione, sono sempre operazioni alchemiche attuate sulla struttura della nostra anima, perciò quando il nostro frutto è maturo non può che manifestarsi; questa è la trasformazione alchemica che chiediamo alle pratiche ed è quella che loro ci portano come frutto dell'intento. Allora nasce la paura per il salto nel buio, il terrore di affrontare la terra incognita, il regno di nessuno.

Questo è il vecchio gioco dell’umanità che viene dominata con la paura, perché l’evoluzione maggiore ci comporta anche un maggiore carico di responsabilità perciò provoca la paura che ci spinge a cambiare il nostro sentiero. Piuttosto che cambiare noi stessi preferiamo cambiare il cammino dicendo che quello vecchio non faceva per noi e che dobbiamo trovarne uno più efficace.

A volte dimentichiamo che ognuno di noi, in ogni momento della vita, può cogliere solo quello che è preparato per ricevere, e ciò che è pronto a recepire. Molte idee e molte concezioni vengono ritenute offensive provocazioni intellettuali, e per accettare le provocazioni intellettuali è necessario avere la scaltrezza della volpe: la mente per sua stessa natura… mente, perciò dice solo scemate, ma sono scaltrezze di una che conosciamo bene, quindi abbiamo gli strumenti adatti per “tanarla” sebbene utilizzi menzogne molto credibili.

Lei cercherà di farci credere che un certo sentiero sia sbagliato, e che una certa pratica non sia fruttuosa, anzi ci spingerà a vedere le cose che credevamo vere come folli e bizzarre. Ma forse dovremmo chiederci se una provocazione intellettuale che ci mette alla prova non sia, piuttosto, una cosa da recepire e fare entrare in noi stessi, perché solo quando l’avremo profondamente elaborata potremmo capire se essa potrà esserci utile.

Molto spesso non riflettiamo a sufficienza sulle sincronicità della vita, perciò non ci accorgiamo che il solo fatto di avere incontrato un messaggio, un libro o una persona sul nostro cammino, è la prova evidente che essi sono per noi necessari, che essi ci offrono un messaggio che siamo in grado di recepire.

E’ vero anche che corriamo sempre il rischio segnalato dall’aforisma zen, cioè di divenire lo stolto che non guarda la luna ma fissa il dito che la indica, ma sarà sufficiente avere una mente aperta e recettiva per riuscire a smascherare tutti gli inganni della mente: sarà meraviglioso imparare ad affamare la nostra mente per nutrire il nostro vero essere.

Ma come fare per capire se è la strada che è sbagliata, o se è la mente a non essere pronta? Viene detto che il criterio migliore sia quello di valutare se la via che pratichiamo ci renda felici, è così evidente! Noi sappiamo se gli insegnamenti che ci vengono impartiti ci rendono più felici, se la nostra pratica ci fa sentire liberi, se stiamo meglio con noi stessi, se sappiamo rendere felici coloro che ci incontrano.

La verità è un concetto relativo, ma è anche vero che noi sappiamo a quale verità siamo più affini, quale verità ci corrisponde, quale risuona nelle nostre viscere, quale ci corrisponde fino in fondo perché assonante alla nostra essenza.

Perciò credo che percorriamo vie giuste ogni volta che questi percorsi sono le nostre vie di verità, cioè per la verità che è vera per il nostro cuore. Vedere con la mente ed ascoltare con il cuore, questo è il criterio che va seguito sempre e costantemente, ma poi percorriamo la nostra strada fino in fondo. D’altro lato, una via che non si segue con il cuore che via potrebbe mai essere?

Allora se una persona o un insegnamento sono percepiti come veri e giusti dobbiamo usare tutto il nostro desiderio e la nostra costanza per onorarli, ma se vengono sentiti come non giusti allora dobbiamo allontanarli velocemente.

Non dobbiamo mai accettare una cosa o una persona che sentiamo come inutile, perché siamo sempre responsabili degli insegnamenti che accettiamo, perciò è dannoso accettare quello che non ci fa crescere o che ci rende infelici, rifuggiamo da ogni infelicità perché anche questa la paghiamo ad alto prezzo.

I percorsi spirituali non sono adatti per coloro che vogliono vivere sul sicuro e non offrono alcun riflettore o palcoscenico di celebrità nella commedia della vita. In questi sentieri piuttosto si pratica una via di ineffabile silenziosità, perché Dio è ineffabile silenzio oppure, se lo ami teneramente, può chiedergli di renderti un fanciullo impertinente.

Nella via che conduce ad una comprensione spirituale superiore, dicono tutte le antiche sapienze, qualcuno è impazzito oppure è diventato un ebbro d’amore e un intossicato di Dio.

Gesù ci invita invece a diventare come fanciulli, perché di loro è il Regno dei cieli, perché il cuore dei bambini è aperto all’amore, perché i bambini accettano tutti incondizionatamente, perché essi amano giocare con le persone e non entrare in conflitto, perché sono solidali e amano la concordia, perché essi non giudicano mai e amano incondizionatamente.

Un amore innocente ed incondizionato ci apre il regno dei cieli ma anche il cuore delle persone, perciò impariamo ad essere come bambini e capiremo anche le verità superiori.

Buona erranza
Sharatan


lunedì 2 novembre 2009

L’addio a un purosangue



Da oggi non avremo più Alda Merini, la poetessa dell’amore e della follia, della “follia come spazio d’amore e di ricerca” come disse l’amico Giorgio Manganelli. Per capire quale fosse la sensibilità di questa donna, è sufficiente leggere la prefazione al volume: ”L’altra verità: diario di una diversa” in cui racconta con lucidità la sua esperienza di 10 anni di manicomio, di cui scriverà a distanza di anni:

“La malattia mentale non esiste ma esistono gli esaurimenti nervosi, esistono le pene familiari, la responsabilità dei figli, la fatica di crescerli ed esiste la fatica di amare. Il manicomio che ho vissuto fuori e che sto vivendo non è paragonabile a quell’altro supplizio che però lasciava la speranza della parola. Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano.”

Alda venne ricoverata in manicomio per volontà del marito, perché nel 1965 la moglie era soggetta alla piena autorità del coniuge. Era una giovane moglie e una poetessa promettente, sposata ad un uomo ordinario ed insensibile. Già fragile emotivamente ed esasperata dalle precarie condizioni economiche della famiglia, quando morì la madre a cui era legata da enorme amore, ebbe una crisi di nervi e venne internata a sua insaputa.

Nel Diario Alda scrive: “Dopo qualche giorno mio marito venne a prendermi, ma io non volli seguirlo. Avevo imparato a riconoscere in lui un nemico ... e quella dissero che era stata una mia seconda scelta, scelta che pagai con dieci anni di coercitiva punizione.”

Solo questo documento basterebbe per capire come sappiamo divenire ciechi di fronte alle diversità degli altri e quali abissi di disperazione riesca a creare l’uomo per affliggere i suoi simili. Su questo Alda scrive: "Non c’è persona ingiustamente offesa o malata che non chieda a Dio il perché del dolore e quindi della propria morte.

Non c’è un Dio vero nella passione, ma spesso un catalogo di imposture e di colpe di cui si fa carico il prigioniero della vita. L’uomo è un prigioniero della vita ma è anche un prigioniero della morte e non c’è spazio creato dagli uomini che non possa cadere sotto l’accettazione che il dolore non solo è umano ma è giusto.

Manganelli ha esitato a lungo prima di mettere mano al Diario: inorridiva al solo pensiero che il suo amore potesse essere rinchiuso in un luogo di torture, in un lager maledetto che lui credeva luogo santo perché io non avevo disobbedito alla volontà di Dio. E’ ancora la domanda che mi rivolgo.

Dopo il mio abbandono Manganelli si è dedicato alle lettere, dalla “storia di un anima” io ho tratto “Il diario di una diversa” il che vuol dire che è vero che un grande dolore può fare un grande scrittore. Ma devo anche dire che solo Dio ha il potere di disarcionare un’anima, per il resto alcune anime camminano su traballanti ronzini e credono di essere dei purosangue.
Auguri a tutti i ronzini.

Alda Merini "

domenica 1 novembre 2009

Il vangelo perduto di Giuda


Quando troviamo una cosa strana possiamo scartarla subito considerandola come troppo disturbante, oppure accettare di ascoltarla e provare a trovare il motivo per il quale essa ci disturba. Quando ho trovato il vangelo di Giuda ho provato la sensazione che la sua venuta fosse un motivo di destabilizzante riflessione, e non potevo avere ragioni migliori: era il vangelo del traditore.

Credo che ognuno abbia il diritto di parlare, anche se poi non saremo disposti ad accettare le ragioni che ci presenterà, perciò ho sempre cercato di capire le ragioni degli altri. Perché rifiutare la parola proprio a quello, il solo, che poteva spiegare le ragioni della sua condotta inconcepibile? Come avrebbe potuto giustificare il tradimento dell’amicizia e il tradimento del discepolato?

Se il vangelo di Tommaso era ritenuto il testo più rilevante per la ricostruzione del cristianesimo primitivo, quello di Giuda Iscariota è sconvolgente, perché vi leggiamo una versione che equivale ad una capriola metafisica: per poterla fare senza rompersi qualcosa, bisogna leggere il testo poi elaborare un'interpretazione che possa allargare la nostra comprensione.

Il vangelo di Marco, dice apertamente il nome del traditore di Gesù: “Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù” ma esso non ci fornisce alcuna spiegazione del motivo del tradimento, piuttosto afferma che i sommi sacerdoti pagarono Giuda per quel tradimento. Nel testo si parla del tradimento come necessario perché si compisse la salvezza dell’umanità “ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”

Secondo gli accordi presi, narra Marco, un gruppo di soldati si recò al Getsemani, dove Gesù sta pregando con pochi fedelissimi, Giuda “allora gli si accostò dicendo: ’Rabbi’ e lo baciò. Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.” Consegnato alla nostra memoria con questo racconto, di Giuda sappiamo che fu perseguitato dal rimorso finchè, travolto dalla disperazione, si impiccò ai rami di un albero.

Nella versione di Giuda, si narra che un giorno Gesù trovò i suoi discepoli che facevano delle pratiche di devozione e rendevano grazie con il pane. Allora Gesù rise di loro, e quanto quelli gli chiesero perché si facesse beffa di loro, egli rispose che non rideva di loro, ma del falso dio a cui essi recavano omaggio. E quando essi dissero: “Maestro, tu sei il Figlio del nostro dio.” egli rispose loro: “Credete veramente di conoscermi? In che modo? In verità vi dico, nessuna stirpe fra voi mi conoscerà mai.”

Allora i discepoli furono dispiaciuti e adirati da quelle parole e Gesù “percependone la stoltezza, disse loro: ‘Perché vi lasciate turbare dall’ira? Il vostro Dio, che è dentro di voi, e i suoi sono dispiaciuti insieme alle vostre anime. Chi fra voi è forte faccia emergere in sé l’umano perfetto e si alzi e si ponga di fronte a me.’ E tutti dissero: ‘Siamo forti!’ ma i loro spiriti non ebbero il coraggio di levarsi per sostenere il confronto, tranne Giuda Iscariota.

Egli ebbe la forza di alzarsi e porsi di fronte a lui, anche se non riuscì a reggerne lo sguardo, ma si girò di lato. Giuda gli disse: ‘So chi sei e da dove vieni, vieni dal regno dell’immortale Barbelo, ma io non sono degno di promunciare il nome di colui che ti ha mandato.”

Allora Gesù vedendo che Giuda comprendeva cose elevate, gli disse che gli avrebbe rivelato i misteri del regno, ma a prezzo di grande dolore, e che un altro avrebbe preso il suo posto perché i dodici “fossero di nuovo completi nel loro Dio.”

Un altro giorno Gesù venne, e i discepoli gli dissero che avevano avuto una notte piena di sogni ingosciosi in cui vedevano uomini che sacrificavano ai tabernacoli dei templi, altri uomini che uccidevano le loro mogli e i loro figli, uomini che sacrificavano animali, e tanti altri commettere ogni sorta di peccato e di ingiustizie. E c’erano uomini davanti ad un altare che invocavano il suo nome prima di squartare degli animali.

Gesù spiega che gli uomini che vedevano fare quegli immondi sacrifici erano loro stessi, e che avrebbero condotto al sacrificio una serie di moltitudini che hanno sviato da quell’altare. Essi avrebbero portato al dominio del signore del caos e “questo è il modo in cui farà uso del mio nome” creando una stirpe che avrebbe prosperato “con ogni sorta di impurità, sregolatezza ed errore” dimenticando che il Signore dell’universo ha stabilito che “essi siano svergognati alla fine dei tempi.”

Gesù aggiunse che avrebbero invocato il suo nome, ma che hanno scritto “su stirpi delle stelle attraverso le stirpi umane,” ed hanno piantato degli alberi privi di frutto. Quindi Gesù disse loro: “Smettete di combattere contro di me. Ognuno ha la sua stella", e se la segue, egli andrà “a irrorare il paradiso di Dio” ed esisterà nella stirpe santa per tutta l’eternità: costui sarà salvo.

Allora “Giuda disse: ‘Maestro, come hai ascoltato tutti loro, ascolta anche me. Perché ho avuto una grande visione.” A quelle parole Gesù rise. E gli disse: ‘Perchè ti agiti tanto tredicesimo spirito? Ma parla anche tu e io ti sosterrò.’ Giuda gli disse: ‘Nella visione ho visto me stesso. I dodici discepoli mi stavano lapidando e mi perseguitavano con violenza’.”

Giuda rivelò, che era giunto in una casa, entro cui erano riuniti dei vecchi autorevoli di grande statura insieme ad una grande folla. Allora “Gesù rispose e disse: ‘La tua stella ti svia Giuda, perché nessun figlio di mortali è degno di entrare nella casa che hai visto. Quello è infatti il luogo riservato ai beati … dove essi dimoreranno insieme agli angeli santi’.”

Gesù rivela a Giuda che anche lui proviene dai cieli. “Udite queste cose, Giuda disse lui: ‘Quale beneficio ho ottenuto dall’essere separato da quella stirpe?’ Gesù gli rispose e disse: ‘Diventerai il tredicesimo e sarai maledetto da tutti gli altri, ma li sovrasterai … e tu salirai fra la stirpe dei beati.’ Poi Gesù spiega a Giuda il ciclo della creazione che nel testo è molto frammentaria, ma che viene espressa in forma completa nel Libro segreto di Giovanni, affinchè comprenda il senso profondo di ciò che gli chiederà come prova della sua fedeltà.

Nell’apocrifo di Giovanni si rivela che lo Spirito-Padre, circondato di “pura acqua della sua luce” e nel suo primo raddoppiarsi della divinità risultante dalla emanazione del suo Pensiero, creò la Prima Ennoia. Essa è anche il “Primo Uomo” o “maschio-femmina” ed è chiamata Barbelo, da cui discese la generazione del Pleroma. Barbelo chiese a Lui di darle la “Prima conoscenza” e Lui gliela concesse. Dopo che l’ebbe ottenuta, essa divenne manifesta e così vennero prodotti gli Eoni finchè il Pleroma fu completo; eccetto l’Unigenito Figlio di Dio, il Cristo, che è nato in modo sessuale dall’Ennoia.

Ma la sorella minore degli Eoni, Sophia, concepì un pensiero da se stessa pensando allo Spirito Padre e alla Prima Conoscenza: a causa di questa trasgressione partorì uno spirito deforme e di aspetto orrendo, poiché aveva concepito senza il suo compagno. Essa lo scacciò lontano da se perché era generato nell’ignoranza, lo coprì con una nube di luce affinchè nessuno lo vedesse e lo chiamò Yaldabaoth detto Nebro “il ribelle,” che fu il Primo Arconte.

Yaldabaoth si unì all’Irragionevolezza che era con lui, e generò angeli ed eoni incorruttibili come manifestazione del loro Progenitore, il primo Arconte delle Tenebre e prodotti dalla sua ignoranza. Questa coorte è quella dei progenitori del mondo materiale, ed il loro padre e signore è Yaldabaoth, una divinità inferiore irriverente e millantatrice, ignara che esiste una divinità più elevata di lui. Ma Yaldabaoth “il ribelle” si specchiò nell’acqua ed ebbe desiderio di creare un ordine di luminari perciò con Saklas “lo stolto” creò il primo uomo, e lo fece a sua immagine e somiglianza.

Ma il dolore di Sophia per avere generato quell’aberrazione, produsse la misericordia del Dio-Luce che mandò Set che è Gesù il Cristo, come strumento del Potere della Madre, affinchè potesse sconfiggere gli arconti, e facesse trionfare la luce sulle tenebre. E' la stirpe di Set, originata da Adamo e Eva dopo la morte di Abele, che fece continuare il genere umano, ma queste stirpi ebbero una vita limitata.

Perciò Dio ordinò a Michele di dare lo spirito in prestito agli esseri umani, perché potessero venerarlo. Poi il Sommo diede ordine a Gabriele di concedere uno spirito con anima, agli spiriti di coloro che non sono dominati dal signore del mondo inferiore.

E’ per questa ragione che gli uomini devono “ricercare lo spirito dentro di voi che voi fate dimorare in questa carne fra le stirpi degli angeli. Dio volle che fosse data la conoscenza ad Adamo e a quelli con lui affinchè i dominatori del caos e dell’oblio non regnassero su di loro.” (Giuda 14,15-16)

Giuda chiese al suo maestro cosa ne sarebbe stato di quelle stirpi, e Gesù rispose che “sono le stelle che portano a compimento tutte le cose” perciò il falso dio sarà sconfitto e nel tutto sarà ristabilito l'ordine originario. Quindi Gesù irride alle pratiche di sacrificio, perchè coloro che compiono dei sacrifici a Saklas sono dei malvagi, essi sono schiavi della sua dominazione.

Infine Gesù rivela a Giuda: “Quanto a te li supererai tutti. Perché tu sacrificherai l’uomo che mi riveste. Il tuo corno è già levato, la tua collera è colma, la tua stella si è affacciata e il tuo cuore ha prevalso. E allora la posizione della grande stirpe di Adamo sarà innalzata, perché essa esiste da prima del cielo e della terra e degli angeli, per tutti i regni.

Ecco, ora ogni cosa ti è stata detta. Alza gli occhi e guarda la nube e la luce che è in essa e le stelle che la circondano. E la stella che indica il cammino, quella è la tua stella.’ E allora Giuda levò lo sguardo. Vide la nube radiosa ed entrò in essa.” Più tardi Gesù si ritirò in solitudine in una stanza per pregare, mentre gli scribi lo spiavano per catturarlo mentre era solo. Giuda allora si avvicinò a loro e offrì quello essi volevano: essi gli dettero delle monete di rame, e Giuda lo consegnò a loro obbedendo fedelmente all'ordine del suo maestro.

Perciò possiamo rovesciare il nostro punto di vista anche rispetto al bacio di Giuda, e pensare che quando Giuda si avvicinò a Gesù, mentre i soldati aspettavano di arrestarlo, egli veramente lo riconobbe come suo maestro dicendo: “Rabbi” quindi gli passò il bacio gnostico e accettò la reciproca morte, ma solo perché questo era quello che il suo Rabbi gli chiedeva, e che usò il bacio gnostico perchè è lo strumento dei vasi comunicanti.

Buona erranza
Sharatan


venerdì 30 ottobre 2009

Preghiera della compassione



Ti sento o Spirito
Ti sento attraverso le orecchie del mio spirito lupo.

Ti sento o Spirito,
negli alberi mentre il vento mormora tra le fronde
che coprono il mio villaggio nella sera.

Ascolto la tua voce nell’acqua
mentre scorre sulle pietre del ruscello
che passa accanto alla mia famiglia, alla mia gente.

Ti sento o Spirito in tutte le cose
Ti vedo o Spirito,
ti vedo attraverso gli occhi del mio spirito falco.

Ti vedo nel viso dei bambini del mio villaggio
quando fisso i loro occhi
e ti vedo quando guardo le stelle nella volta del cielo notturno
che copre la mia casa.

Ti vedo al lavoro nelle pennellate del paesaggio
dipinto nel deserto che mi circonda.

Ti vedo o Spirito in tutte le cose.
Ti assaporo o Spirito, attraverso la lingua
del mio spirito serpente.

Assaporo la tua brama per la mia saggezza.
Assaporo la tua tolleranza verso il mio apprendimento.
Assaporo la tua compassione per l’anima mia.


(Preghiera Hopi)

martedì 27 ottobre 2009

Gli avventurieri dello spirito


La migliore descrizione del ricercatore spirituale, dell’avventuriero dello spirito, è di Marie-Madeleine Davy, una studiosa ed esegeta di mistica medievale cristiana. Nella mistica occidentale si utilizza il simbolismo delle nozze mistiche per indicare sia il lavoro di reintegrazione dell’individuo, ma anche un particolare tipo di evoluzione spirituale che proclama un’unione carnale dell’anima con Dio, così come rappresentato nel Cantico dei cantici: questa concezione ricorre sia nel cristianesimo come nel sufismo, ma anche nell’ebraismo. In tali nozze si trascende ogni dualità e si realizza l’unione con la Realtà Suprema, cioè la completa fusione dell’immagine sensibile con il suo supremo modello: l’amico dei misteri, l’avventuriero dello spirito che viene descritto è colui che si allena per diventare un Amante perfetto.

Innanzitutto dovremmo sempre rammentare, che permettere agli individui di vivere degnamente costituisce una priorità, ma presumere di potergli insegnare a vivere nell’interiorità ed iniziarlo a una dimensione divina, è un atto sconsiderato. Rammentiamo che anche tentare di istruire gli altri costituisce una missione impossibile, poiché essi rimangono sordi e indifferenti a ciò che non credono utile per loro. Quello che per alcuni è un piacere sconfinato, per la moltitudine diventa impossibile: lo stesso avviene per l’evoluzione della coscienza.

Mettere sullo stesso piano le concezioni culturali e rapportarle alla diretta esperienza delle stesse è veramente un errore fatale pertanto, avere delle persone che vivono in perfetta onestà e semplicità, guidati da un solido buonsenso, costituirebbe già un passo estremamente fruttuoso per tutta l’umanità.

Dicono che sul piano spirituale vale la legge dei vasi comunicanti tra i quali, sia in vita che dopo la morte, si producono scambi segreti: chiaro che questo vale se le persone lo credono. Le persone in verità possono accettarlo o rifiutarlo: il libero arbitrio rende giuste entrambi le scelte. Diventiamo saggi quando sappiamo accettare le diversità che esistono tra gli esseri umani, a condizione di saperli amare e saper comprendere le ragioni della loro diversità.

Diceva Caterina da Siena che l’amore non viene amato; valeva ai suoi tempi e vale ancor oggi, ed è questo è il motivo della freddezza che accompagna i nostri tempi così travagliati, ma lo erano pure quelli della santa senese. I tempi sono sempre stati duri per i ricercatori spirituali!

L’amore molto raramente diventa un valore universale, anzi sono sempre più disprezzati i sentimenti di calore e di partecipazione con un orientamento prevalente che privilegia solo l’indifferenza la quale, insieme all’animo tiepido e privo di passione, costituiscono i peggiori mali che affliggono l’animo moderno.

E’ vero pure che molte persone sono ormai in lotta disperata per la loro sopravvivenza personale, oppressi dalla difficoltà di mangiare e di trovare un posto in cui dormire, e parlare di spiritualità a queste persone disperate equivale a fare una beffa blasfema. Riservare attenzione allo studio dei misteri e della sapienza non potrà mai essere prioritario alle necessità materiali: l’uomo “non vive di solo pane” ma per continuare a vivere, il cibo è essenziale.

Pensiamo allora, che coloro che indagano sullo spirito se ne possono anche permettere il lusso, pensiamo poi che un ulteriore requisito che si richiede all’animo investigatore è la libertà di spirito e un profondo interesse per i problemi che investigano l’essenza delle cose: ricordiamo sempre che la maggioranza delle persone ne è completamente disinteressata.

Fortunatamente le persone che si interessano di queste problematiche spirituali, non nutrono alcuna ambizione di ricoprire ruoli di primo piano nella vita politica o sociale, e questo facilita il gioco. Per poter investigare è necessario tenersi in disparte da ogni eccessiva agitazione e questo fa parte del distacco, che è un ulteriore requisito da dover acquisire per iniziare il lungo viaggio.

E quando troviamo delle persone che aspirano a coltivare le qualità spirituali, le indichiamo come avventurieri dello spirito: essi sono persone che non si associano a nessuno, che si rifiutano di percorrere le vie battute dagli altri, e che cercano di farsi strada mano a mano che procedono nel loro cammino.

Sono persone che cercano di vivere nel momento presente, e che ammettono che la loro strada possa anche canbiare di direzione, laddove se ne ravvisi la necessità. Persone che sono coscienti della possibilità di potere commettere degli errori, e che non si ostinano a percorrere delle strade quando vedono che diventano falsi sentieri e che, soprattutto, di quei sentieri non vogliono accaparrarsene alcuna proprietà.

Gli avventurieri dello spirito sono persone che non vogliono aderire a singole scuole o singoli metodi, ma che non esitano a lasciarne libero l’uso a qualsiasi altra persona che ne veda una personale validità: la loro estraneità ai gruppi spesso li rende facili a critiche e sospetti. Gli avventurieri dello spirito sono una fonte di inquietudine e maldicenza per la loro diversità. Come poterli classificare se non vogliono aderire ad alcuna etichetta riconosciuta e definita?

E queste persone anomale non sono disposte a condividere con nessuno le gioie e i loro pensieri, perché gli altri li rigetterebbero o li trasformerebbero in conflitti e rancori, non potendone concepire il senso e la profondità. Nessuna esperienza spirituale può essere mai pienamente condivisa, anche se l’altro è pienamente disponibile ad ascoltare e recepire il senso del tuo messaggio, perchè un’esperienza intima non è mai traducibile con parole e formule convenzionali. Essa va praticata in forma assai riservata e personale.

Questi individui sono perlopiù selvaggi e non facilmente addomesticabili, dei nomadi temerari che non accettano alcun tipo di imposizione, perciò all’interno di partiti o di gruppi sentono che gli vengono tarpate le ali. Poiché essi non accettano alcun tipo di condizionamento ed imposizione, ogni sottomissione di gruppo equivale ad una condizionale infernale di vita.

Il tepore rassicurante del gregge in loro produce un terrore di ghiaccio, perché disprezzano l’eccessiva familiarità, l’ostentazione impudica delle persone, dei sentimenti e dell’anima: ferocemente aborrono coloro che rivelano i segreti e le confidenze ricevute.

Gli avventurieri dello spirito affrontano crisi passeggere e possono essere assaliti da dubbi e incertezze, ma sono coscienti del rischio di poter compromettere tutta la loro ricerca, perciò affrontano i momenti difficili con coraggio e poi tornano a percorrere la loro strada con spirito ancor più indomito. Devono possedere pazienza e determinazione.

I mercanti del Tempio ed i falsi guru da loro vengono istantaneamente identificati, perché gli avventurieri dello spirito non saranno mai disposti a diventare guru di nessuno a nessun prezzo e per nessun costo. Avere dei discepoli per loro è un fatto inconcepibile, perché sono privi di ogni pretesa e privi di ogni ambizione di possedere la Verità rivelata.

Essi rispondono sempre con enorme rispetto alle domande che gli vengono fatte, ma non offrono mai spontaneamente i loro consigli, perché si rifiutano di entrare in modo indiscreto nella vita degli altri. Gli avventurieri dello spirito comprendono che gli altri possano avere delle diversità e le vedono come delle particolarità da dover conoscere e da rispettare.

Essi amano l’umanità di una tenerezza non comune, e la loro tenerezza è come una brezza che sfiora i campi, calda come il primo sole di aprile: un tocco di tenerezza dopo la feroce crudezza dell’inverno.

Gli avventurieri dello spirito se devono parlare dell’interiorità si guardano da offrire facili ricette o consigli miracolosi, ma vogliono comportarsi come un buon cuoco che offre la sua ricetta al cliente che ha dichiarato di voler cucinare lo stesso piatto per una cena che farà a casa sua.

Offrirà la sua ricetta, ma poi l’altro sarà responsabile dell’effetto finale e della bontà del piatto che servirà ai suoi ospiti. Gli avventurieri dello spirito sono ghiotti di tanta buona cucina spirituale, ma sono anche consapevoli che questi cibi, per altri possono diventare un veleno. Il cibo spirituale arriva a loro numeroso e inaspettato come manna dal cielo, perché il mondo invisibile sa elargire con estrema generosità, offrendo sovrabbondanza ai suoi preferiti, e tutti gli avventurieri dello spirito sono i preferiti del Signore.

L’originalità estrema di questi avventurieri li spinge a ricercare in perpetuo una perfetta unità, che non sarà mai di questo mondo, perciò sono condannati a non poterla ottenere mai. E’ chiaro che questi pochi avventurieri non fanno comunella con i molti, soprattutto quando i molti vedono le trasformazioni che avvengono negli avventurieri, con il trascorrere del tempo: ma è fatale che la trasformazione avvenga.

Se una coscienza è vigile sa comprendere tutte le sue carenze ed è in grado di osservare ogni minimo particolare, perché impara a lavorare con la minuzia e la pazienza di un entomologo, ma rammentiamo che diventa estremamente doloroso osservare il mondo con estrema lucidità, soprattutto quando l’occhio spirituale diventa sempre più acuto e penetrante, mano a mano che lo si impara ad usare: perché l’individuo profondo ha lo sguardo più penetrante della persona comune.

Restare lucido e pienamente consapevole impone una gran massa di sofferenza, che viene risparmiata a colui che vive la vita in modo più superficiale, e che sono i molti. A volte essere delle persone banali offre tanti innegabili vantaggi e costituisce un’ottima protezione: pochi hanno la capacità di affrontare una luce abbagliante senza rimanere allucinati.

Emil Choran ha scritto che vedere il mondo fino in fondo e con piena lucidità equivale a sprofondare in un baratro di disperazione, ma questo vale in tutti i tempi e in tutte le epoche, e se diventa una scusa per restare in disparte, essa sarà insufficiente per farci rimanere passivi e poi sentirci i migliori.

Se però, chi appartiene alla schiera dei pochi, disprezza tutti quelli che appartengono al regno dei molti, costui non dovrebbe essere considerato né avventuriero dello spirito e neppure uomo, ma dovrebbe essere valutato solo come una caricatura di essere umano. Se pensiamo di avere tutti questi requisiti allora auguriamoci tutti un buon viaggio!

Buona erranza
Sharatan


domenica 25 ottobre 2009

Il silenzio del cuore


Il silenzio è l'essenza del cuore.
Puoi essere nel tuo cuore se hai perdonato te stesso e gli altri.
Puoi essere nel tuo cuore solo senza rabbia o preoccupazioni.
Puoi essere nel tuo cuore se respiri senza affanno.

Quando il respiro è affannoso,
il pensiero è guidato dalla paura e dall'ansia.
I tuoi stati mentali affondano le loro radici nel passato o nel futuro.

Sei concentrato su ciò che fanno altre persone,
su come puoi compiacerle o su come proteggerti dalle loro azioni.
Praticamente stai innalzando una fortezza di pensieri attorno al tuo cuore.

Respira profondamente e riportati nel tuo cuore.
Se non farai ritorno al tuo cuore,
non riuscirai a vivere con compassione.

Questo è l'unico modo per vedere il mondo con chiarezza
e senza esagerazioni o esasperazioni.

Quando sei nel tuo cuore,
ti trovi nel silenzio da cui proviene ogni suono.

Come una barca sul mare,
senti il mormorio delle onde sotto di te.
E ti muovi con le onde,
ma sai che non sei l'onda.

I pensieri vanno e vengono,
eppure tu sai che non sei i tuoi pensieri.

Adesso sei nel flusso e riflusso della marea,
essendo consapevole del contrarsi e l'espandersi del pensiero
puoi rimanerci dentro o uscirne,
secondo la tua volontà.

Al di sotto della mente pensante
c'è una consapevolezza pura che non giudica.

Quando tu scopri questa consapevolezza
entri nel tuo cuore.
Allora darai e riceverai
senza sforzo alcuno.


Paul Ferrini



venerdì 23 ottobre 2009

Beati i protettori dell’eresia


Se oggi leggiamo delle briciole, e sono solo briciole, di affascinanti sapienze cristiane primitive, dobbiamo ringraziare degli ignoti ribelli. Dobbiamo ringraziare quelli che hanno avuto il coraggio di dire no, quelli che non si sono girati dall’altra parte, quelli che non hanno detto: “A me? A me non mi riguarda!” quelli che sono riusciti a fare resistenza, e poi anche disobbedienza civile e hanno praticato attivamente una coraggiosa dissidenza. Delle persone che non hanno nome ma che hanno rischiato in prima persona, e rischiato anche tanto.

Perciò ci immaginiamo di essere a quei tempi, quando i testi dei valentiniani erano interamente conosciuti, quando potevano essere interamente letti e meditati, quando degli uomini semplici provavano ad indagare sulla predicazione di Gesù il Vivente, e leggevano la speranza nel ritorno tra le braccia del Tutto.

Quegli uomini potevano leggere parole meravigliose che noi non conosceremo mai, essi potevano leggere parole che possedevano la vita, ascoltavano parole che vibravano per la potenza del Verbo Divino. I testi paleo cristiani primitivi e i testi degli interpreti gnostici, sono parole di tale genere, sono parole che vibravano nel cuore e nella mente, sono il Verbo proveniente dalla Fonte della Vita cioè la vera parola di Gesù il Vivente.

In quei tempi, tanti trascrivevano e diffondevano quei testi pericolosi e la piaga si allargava come un morbo mortale, perciò era vitale arginare la diffusione dell’epidemia. Nella Pasqua del 367, Attanasio vescovo di Alessandria d’Egitto, grande ammiratore di Ireneo e suo fervido seguace, inviò una pastorale a tutto il clero egiziano ordinando la distruzione di tutti gli scritti che non figuravano nell’elenco dei libri “accettabili” o “canonici” della Chiesa di Roma.

Ma qualcuno, forse i monaci del monastero di San Pacomio, ubriacato dalle teorie eretiche, sottrasse decine di codici tra quelli destinati al rogo dal vescovo Attanasio, li mise in una giara di tre metri d’altezza e li sotterrò su un colle vicino a Nag Hammadi, dove furono ritrovati da un abitante del villaggio, un certo Muhammad Alì, nel 1945.

Ora che li possiamo leggere, anche se parzialmente, scopriamo che tutti i testi eretici scrivono per consolare e per illuminare, tutti incoraggiano “coloro che cercano Dio,” tutti indicano una speranza di rivelazione. Essi dicono: “Mio Redentore, redimimi, perché sono tuo, da Te sono venuto. Tu sei la mia mente; dischiudimi. Tu sei il mio tesoro; apriti a me. Tu sei il mio compimento; unisciti a me.”

Essi proclamano “parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare” testimoniate dalle vere parole di Gesù il Vivente, che non spinge i suoi discepoli a seguirlo, ma a superarlo in opera di perfezione. Coloro che soffrono e sconfiggono il terrore della morte, afferma il Vivente, possono “diventare migliori di me; fatevi simili al figlio dello Spirito Santo! Siate zelanti e, se possibile, arrivate [in cielo] anche prima di me!”

E il Gesù eretico che prende congedo dai suoi discepoli, dopo la resurrezione e prima della definitiva ascensione al cielo è sconvolgente, per come viene raccontato nel vangelo di Maria: “Pietro gli disse: ‘Giacchè ci hai spiegato ogni cosa, spiegaci anche questo. Che cosa è il peccato del mondo?’ Il Salvatore rispose: ‘Non vi è alcun peccato. Siete voi, invece, che fate il peccato allorchè compite [azioni] che sono della stessa natura dell’adulterio che è detto “il peccato.” Per questo motivo il bene venne in mezzo a voi, nell’essenza di ogni natura per restituirla alla sua radice.’

E poi proseguì dicendo: ‘Per questo vi ammalate e morite, perché voi amate ciò che è ingannevole, ciò che vi ingannerà. Chi può comprendere, comprenda. La materia diede origine a una passione senza uguali, che procedette da [qualcosa] che è contro natura. Ne venne allora un disordine in tutto il corpo.

Per questo motivo vi dissi: Fatevi coraggio! State allerta che nessuno vi inganni con le parole: ‘Vedete qui’ o ‘Vedete qua.’ Il Figlio dell’uomo è dentro di voi. Seguitelo! Chi lo cerca lo trova. Andate dunque e predicate il Vangelo del Regno. Non ho emanato alcun precetto all’infuori di quello che vi ho stabilito. Non vi ho dato alcuna legge come un legislatore, affinchè non avvenga che siate da essa costretti.’ Ciò detto, se ne andò.”

Anche Borges manifestò interesse per le correnti gnostiche ereticheggianti del Cristianesimo primitivo, e scrisse una poesia chiamata “La rosa profonda” in cui immagina il maestro sufi Farid al-Din al-Attar di Nishapur ormai vecchio, che parla con una rosa. Farid ci ragiona per esaltarne la meraviglia, per dirle della sua sfera, del suo peso, del suo profumo, per dire che essa è lo specchio dell’armonia del creato che lui vede nel sogno di un bimbo o nei colori dell'orizzonte. Attar è vecchio e cieco, come lo era Borges, ma rivede nella rosa infinite cose e infinite strade, vi legge strade meravigliose, ed esse lo spingono a dire:

“Sei musica,
Firmamenti, palazzi, fiumi, angeli,
Rosa profonda, illimitata, intima,
Che Dio indicherà ai miei occhi morti.
[…]
Sono cieco e ignorante,
ma intuisco che sono molte le strade.”

Fu Borges che, scrivendo sui vangeli gnostici, di cui si occupava per un articolo, notò: “Se Alessandria, e non Roma, avesse vinto, le cose stravaganti e confuse che ho raccolto qui sarebbero coerenti, grandiose, e perfettamente normali.” Ma Alessandria fu sconfitta, per questo le cose che vi leggiamo ci appaiono così tanto inaudite.

E’ per questo che pochi apprezzano le eresie gnostiche, perciò molti le irridono come favole di “folli visionari.” Ma io credo che, invece, dovremmo ringraziare coloro che ci permettono di leggere almeno le briciole di quelle sapienze eccezionali, perché tali frammenti fanno venire i brividi.

E dovremmo ringraziare di cuore, tutti quelli che si elessero a cospiratori per proteggere gli eretici, rendere grazie che essi fossero tanto ben determinati. E allora grazie! Grazie perché si decise di proteggere l’eresia, perchè presero una giara alta 3 metri, perchè sigillarono i codici nel suo interno, e perchè la portarono di notte fuori dal convento, fino ad un luogo discreto e la affidarono alla protezione della terra, in attesa che fosse ritrovata.

Grazie al gruppo di monaci eremitici matti, ottenebrati dalla loro passione per delle scritture “folli e visionarie” in cui il Figlio di Dio parla come un eretico. Grazie perchè il gruppo dei cospiratori fu certamente numeroso, grazie perchè essi furono dei figli del Padre assai obbedienti e ricettivi, e ben risvegliati dalla parola del Salvatore.

Io credo che avessero visto con la mente ed ascoltato con il cuore il Sermone della montagna, e che l’avessero compreso nel senso più profondo, soprattutto nel punto in cui Gesù dice: “Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli, poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.”

Buona erranza
Sharatan


giovedì 22 ottobre 2009

Le visioni di Giovanni!


Ogni ricercatore spirituale viene attratto dal Vangelo di Giovanni. Di lui, di Giovanni, sappiamo che era figlio di Zebedeo e di Salomè, che era fratello di Giacomo il Maggiore, che era stato pescatore e discepolo del Battista prima di diventare discepolo di Gesù, e che fu "chiamato" mentre sistemava le reti da pesca con il padre e il fratello. Nel suo vangelo egli stesso si definisce come il discepolo prediletto, colui che poggiò il capo sul petto di Gesù e colui a cui Gesù morente affidò la Vergine Maria.

Quando Ireneo si accinse a studiare i testi gnostici per conoscerli e confutarli, si trovò davanti uno strano tipo di “falsi dottori” che “rigettavano la verità” con racconti di cosmogonie e favole di ogni genere sull’origine del mondo e su ciò che era esistito prima ancora dell’inizio; tutte baggianate con cui gli eretici abbindolavano gli ingenui creduloni. Dello gnostico Valentino restano pochi frammenti tra cui alcuni versi del suo poema sulla nascita dell’universo in cui egli scrive:

“Tutte le cose vedo sospese attraverso lo spirito;
tutte le cose portate attraverso lo spirito;
la carne che dipende dall’anima,
l’anima legata all’aria,
l’aria che dipende dall’etere,
dalle profondità, e i frutti
del grembo materno,
che generano un bambino.”

In realtà, sia il poeta e maestro cristiano Valentino che tutti i suoi accoliti attribuivano agli insegnamenti di Gesù un’autorevolezza superiore a tutta la Bibbia ebraica, poichè Gesù è superiore a tutti i più grandi profeti. In una lettera del valentiniano Tolomeo ad una aristocratica romana, la nobile Flora, il maestro scrive: “la parola di Gesù è la sola che possa condurre a comprendere la realtà senza commettere errori.” Ireneo sapeva che, quando discutevano, gli eretici citavano a menadito le lettere di Paolo, i vangeli di Matteo e di Luca ma, soprattutto, si facevano forti del vangelo di Giovanni ma interpretandolo alla maniera loro, cioè in modo deviato.

Di questo Ireneo si convinse soprattutto quando si trovò a leggere il famoso Commento a Giovanni scritto da Eracleone, il più rispettato discepolo di Valentino, e da cui concluse che gli eretici davano delle scritture le più fantasiose e fuorvianti interpretazioni, fortemente istigate dall’aberrante passione per gli enigmi e per i misteri. E queste letture fanno accrescere la serie di aberrazioni che minacciano la Chiesa di nostro Signore, perchè nei testi sacri va letto il senso più evidente, il più palese, perché nella Parola di Dio vi è una norma di verità che non va confusa con le blasfeme fantasie degli eretici.

Delle scritture, conclude Ireneo, non vanno fatte letture selvagge e sfrenate, in esse vanno lette le vere parole per quello che sono, con il loro valore più ovvio ed inequivocabile senza farci tanti ricami sopra. Ma se leggiamo il vangelo di Giovanni come verità, sapendo che, senza dubbio, vi è la vera testimionianza di Giovanni riguardo a Gesù, ci accorgiamo che alcuni avvenimenti appaiono diversi dalle versioni corrispondenti che ne danno i canonici di Marco, Matteo e Luca.

E la stessa cosa fu notata anche da Origene d’Alessandria, uno dei primi padri della Chiesa orientale, il quale affermò che Giovanni, anche quando diceva cosa inesatte rispetto agli altri tre vangeli canonici, pur sempre affermava delle verità spirituali reali. I testi sacri vanno letti, affermava Origene, anche per il loro significato simbolico, e tutte le Scritture vanno lette e meditate nel loro significato più profondo. Appare chiaro che, fu per colpa della sua simpatia per le letture selvagge della Parola, se Origene venne condannato anche lui come eretico.

Ireneo deve lavorare duramente contro la diabolica lettura dei valentiniani, perché essi sono ben preparati e in più posseggono testi di grande potenza seduttiva come il vangelo di Verità. In esso si dice che il mondo senza Dio è un incubo senza fine, in cui uomini e donne “Sono come le ombre e i fantasmi della notte … proprio come se fossero immersi nel sonno e pervasi da sogni inquietanti.” Ma, esso dice, da questo orrore si può sfuggire perché non appena scopriamo la presenza di Dio, l’incubo dell’uomo si dissolve poichè il Soffio Divino, lo Spirito Santo, “si affrettò a rialzarlo, allorchè tese la sua mano a colui che giaceva a terra.”

Il vangelo di Verità, echeggiando il prologo di Giovanni, dice: “il Logos del Padre … Gesù di infinita dolcezza … sostenta il tutto … e prende forma del tutto” per restituirlo a Dio. “Egli lo purifica e lo fa ritornare al Padre, alla Madre.” Questo "eretico" Vangelo rivela che ciò che noi vediamo in Gesù e poi in Dio, dipende dal nostro bisogno che abbiamo di lui e dalla nostra capacità di saperlo vedere. Il divino è inneffabile ed inimmaginabile per la nostra comprensione che è legata solo alle immagini e alle parole, ma esse posseggono una tale potenza immaginifica da farci allargare la nostra gamma percettiva fino a farla divenire inconcepibile; ma ciò avviene solo se ci stacchiamo dal velo delle apparenze.

Nel vangelo di Verità si afferma che, benchè Dio non sia né maschio e né femmina, esso va evocato sia come Padre che come Madre, che Gesù è il “buon pastore” di Matteo e Luca, che è il “mistero nascosto della saggezza” di Paolo, che è il “verbo di Dio” di Giovanni, ma che Gesù inchiodato alla croce non è la vittima sacrificale, ma è un Gesù inchiodato all’albero della conoscenza. Cristo crocefisso è il frutto di quell’albero di conoscenza, ma Cristo non è un frutto di perdizione, come in Adamo, ma egli è il frutto della redenzione per tutti coloro che se ne cibano. Gesù Cristo non conferisce delle conoscenze intellettuali ma spinge alla vera conoscenza, che è la consapevolezza del riconoscimento reciproco. Dice: “Egli infatti li trovò … in se stesso ed essi trovarono lui in se stesso.”

Così inizia lo scritto: “ Il vangelo di Verità è gioia per coloro che dal Padre della verità hanno ricevuto la grazia di conoscerlo.” Questo vangelo è gioia perché trasforma la comprensione che abbiamo di Dio e di noi stessi, perché quelli che ricevono la sua buona novella non percepiscono più Dio come crudele, meschino, aspro, iracondo e vendicativo come il dio terribile dell’Antico testamento, ma conoscono il Padre assolutamente buono, imperturbabile, misericordioso, dolce e conoscitore di tutti i luoghi prima ancora che essi vengano ad esistere, che è poi il vero Padre celeste.

Nel vangelo di Verità lo Spirito Santo è il soffio divino: esso è lo stesso con cui il Padre esalò l’universo degli spiriti viventi, perchè i “figli del Padre sono il suo profumo” e con esso egli ricondurrà l’intero creato nell’abbraccio della Sorgente divina. Il Vangelo di Verità esorta coloro che scoprono Dio in se stessi e se stessi in Dio, a trasformare la loro gnosi in azione: “Parlate della verità con coloro che la cercano, della gnosi con coloro che, nel loro errore, hanno peccato … rinforzate il piede di coloro che vacillano, tendete la mano a gli infermi. Nutrite quanti hanno fame, consolate coloro che soffrono, innalzate quanti lo desiderano.” Preoccuparsi degli altri e fare del bene: è così che si esegue la volontà del Padre.

In sostanza, Gesù afferma che lo scopo delle sue sofferenze è rivelare la natura della sofferenza umana e insegnare ai suoi discepoli un paradosso che affermò anche il Budda, e cioè che colui che diventa consapevole del dolore se ne libera. Ma quando Ireneo lesse queste parole affermò che i valentiniani avevano creato delle follie con le loro fantasie. Essi avevano inventato un Gesù falso, fuoviando i fedeli dal Gesù vero: il Logos divino che non ha alcuna affinità con la natura umana, poiché essa si è corrotta irreparabilmente con il peccato originario.

Ogni nostra affinità con Dio si è cancellata quando ci siamo arresi alle forze del male, quando abbiamo creduto alla suadente voce dell’antico serpente e abbiamo seguito i suoi suggerimenti. Benchè fin dall’origine appartenessimo a Dio, il demonio che è il grande apostata, ci allontanò da Lui contro natura, facendoci suoi discepoli e la nostra condizione diventò disperata: per questo Gesù scese a salvarci come Verbo di Dio fatto carne, miracolosamente nato da una vergine e risorto nella sostanza della carne.

Solo questo era il senso delle scritture, pensava Ireneo, e questo vero verbo andava difeso dalle teorie degli eretici che si rifiutano di riconoscere l’unicità di Gesù e che lo vedevano più uomo che come Dio: essi sono dei folli che predicano un Gesù che trascende ogni concezione di esistenza umana. Questo era il pensiero che andava difeso dall’eresia, perciò Ireneo chiese a tutti i credenti di distruggere ogni testo degli eretici, e di bruciare l’interminabile “multitudine di scritture apocrife e false, le scritture segrete” dei deviati eretici.

Ireneo costruì un unico e vero canone ma, per costruirlo, dovette rimaneggiare proprio il vangelo di Giovanni, che era una delle armi preferite dagli eretici e in cui si proclamava l’origine divina di Gesù. Era un testo affascinante, sostenuto da una robusta interpretazione del valentiniano Tolomeo, che immaginava Dio, il Logos e infine Gesù, come onde di energia divina che dall’alto scendevano verso il basso, sicchè l’infinita sorgente divina si rivelava in forma diminuita di Verbo, il quale a sua volta si manifestava in forma ancor più delimitata nel Gesù umano.

Ma questa interpretazione, sapeva Ireneo, non era la vera intenzione della testimonianza di Giovanni perciò andava fatto un riordino radicale, rinforzando le interpretazioni corrette delle Sacre scritture ed estirpando le falsità. Così egli ripulì l’abisso di abiezione costituito dalle eresie, poi passò ordinatamente a definire gli ambiti dell’ortodossia e dell’eterodossia ma, una volta che ebbe fatta tutta questa complessa delimitazione territoriale, non si trovò lo spazio per i maestri spirituali, perciò Ireneo dovette bandirli definitivamente dal grembo della sua chiesa.

Buona erranza
Sharatan