mercoledì 20 gennaio 2016

Il Raggio di Creazione



“Prendi la scienza dell'Occidente
e la comprensione dell'Oriente, e poi cerca.”
(Georges I. Gurdjieff)

Un giorno qualcuno chiese a Gurdjieff perché era così difficile evitare le emozioni negative e perché era tanto complicato imparare a vivere in modo non automatico. La risposta di Gurdjieff fu che è difficile perché queste azioni sono contro Natura, perciò riusciamo a farle con quella difficoltà. Fare degli sforzi per lavorare contro quegli atteggiamenti era come se vogliamo remare contro il naturale ordine del mondo. Poi va anche considerato che viviamo in un campo di gioco che ci è molto sfavorevole, perché la Terra è collocata sul punto più basso del Raggio di Creazione.

Questa situazione spiega perché alcune azioni, che possono essere fatte con molta facilità in altri luoghi dell’universo, sulla Terra diventano delle azioni molto più difficili da fare. Questa condizione non si capisce se non conosciamo la natura dell’uomo e la natura dell’Universo. La struttura dell’uomo non può venire compresa se non conosciamo quella dell’Universo. dice Gurdjieff. L’uomo è il “piccolo modello” dell’Universo, infatti egli è un microcosmo nel Macrocosmo. Lo studio dell’uomo e quello del cosmo devono procedere sempre insieme, perché se sappiamo come funziona il cosmo impariamo a conoscere anche noi stessi.

La prima cosa che va saputa è che esistono due grandi leggi che governano il corso del cosmo, e vengono dette Legge del Tre e Legge del Sette. La prima legge determina il fatto che tutti i fenomeni dell’universo sono il risultato dell’azione correlata di tre forze. La scienza occidentale riconosce la realtà della polarità, e questo si osserva nel fenomeno dell’elettricità positiva e negativa della fisica oppure nella cellula maschio e femmina della biologia, e così via. Gurdjieff dice che nessun processo naturale avviene senza l’intervento di una terza forza. Anche dove i fenomeni sembrano il frutto di una opposizione di forze, in realtà, interviene sempre l’azione di una terza forza.

L’idea delle tre forze è contenuta in molte dottrine antiche ed è la fonte da cui deriva l’idea cristiana della Santa Trinità che coesiste in tre persone pur essendo indivisibile. La concezione induista insegna un’altra versione della stessa dottrina contenuta nel mito della creazione dove si dice che Brahman l’Assoluto genera Ishwara il Creatore. Poi Ishwara tramite l’azione congiunta di Brahma, di Vishnu e di Shiva (che sono tre diversi aspetti di Ishwara stesso) manifesta tutta la creazione. Una forma ancor più chiara della stessa dottrina è nella teoria Sankya dei tre guna: raja, tamas e sattva. Per i maestri Sankya ognuno dei tre guna ha qualità fondamentali che, intrecciandosi tra loro, creano tutto il mondo dei fenomeni.

La terza forza non si vede perché, non sapendo vedere noi stessi non sappiamo vedere neppure il mondo esterno. L’opposizione di due forze si vede chiaramente in molti fenomeni, ma non si vede la terza forza che è troppo insita nei fenomeni. Siamo ancora molto lontani dal capire che nulla esisterebbe senza l’intervento di un terzo principio o terza forza che equilibra la tendenza creativa e quella distruttiva. Gurdjieff afferma che tutta la Creazione iniziò quando le tre forze presenti nell’Assoluto si manifestarono.

Ma, a differenza delle altre forze, le tre forze primigenie erano dotate di volontà, piena coscienza e comprensione. Questo gli permise di separarsi e poi di riunirsi in un punto predeterminato dove originarono la prima serie di mondi nel Raggio della Creazione: la prima serie è detta Tutti i Mondi Possibili. In ognuno dei mondi creati esistevano le tre forze che ripetevano l’interazione con cui avveniva il processo di creazione. Ma le forze che derivavano da quelle creazioni non avevano la totalità delle forze dell’origine, infatti erano sempre più limitate nella volontà, coscienza e comprensione.

Per questo, anche il punto in cui esse convergevano divenne sempre meno prederminato e sempre più accidentale. Infatti va capito che la volontà dell’Assoluto aveva ben governato la prima serie di creazione, ma non riuscì a controllare così bene anche tutto il resto della creazione. Perciò avvenne che la serie delle creazioni aveva un livello di imperfezione crescente tanto più si allontanava dall’Assoluto. I mondi successivi alla prima serie di creazione nascevano sempre più imperfetti, sempre più accidentali, casuali e meccanici.

Il Raggio di Creazione in cui viviamo è solo uno dei vasti numeri di Raggi di Creazione che esistono all’esterno e che si estendono in tutte le direzioni. Tutti i Raggi provengono dall'iniziale impulso creativo dell’Assoluto, ma il Raggio a cui appartiene la Terra va studiato perché ci riguarda, infatti il nostro pianeta è il sesto di questi mondi. Il Raggio inizia dall’Assoluto che crea Tutti i Mondi Possibili. In questo livello vanno incluse tutte le galassie stellari, le nebulose esterne alla Via Lattea e ciò che è all’interno della Via Lattea.

Il mondo successivo del Raggio di Creazione è composto da tutti i soli presenti nella Via Lattea. A questo segue il mondo del nostro Sole, poi c'è il mondo dei pianeti che gira intorno al nostro Sole, poi c'è il mondo del pianeta Terra e, infine, il mondo della Luna. La concezione cosmica di Gurdjieff è in contraddizione con tutte le teorie della creazione perché considera la Creazione come un processo ancora in via di sviluppo. Gurdjieff è controcorrente anche perché considera il cosmo come un grande sistema vivente.

Solitamente la scienza tende a credere che ci sia stato un inizio in un remotissimo passato e che tutto si sia evoluto allora, perciò oggi siamo entrati in una fase di esaurimento. Secondo le concezioni consuete la Luna è un pianeta morto e la Terra sta perdendo di calore perciò, in futuro, la Terra è destinata a morire come la Luna. Gurdjieff invece afferma che il sistema solare sta facendo una via opposta, perciò la Luna sta affrontando una fase di riscaldamento che, nel corso del tempo, la farà diventare come la Terra, invece la Terra diventerà come il Sole.

Ma va considerato che, tutti i mondi del Raggio di Creazione non sono lasciati a vagare casualmente nello spazio vuoto. Ogni cosa dell’Universo è strettamente interconnessa alle altre cose, perciò ogni mondo è collegato con tutti gli altri mondi. Poi pensiamo che l’intervallo tra i vari mondi non è vuoto, perché l’energia fluisce dal Raggio e si diffonde in ogni direzione venendo assorbita da tutti i mondi che incontra sul suo percorso. L’energia cosmica viene assorbita e poi rilasciata in forma mutata, perché nel cosmo avviene sempre un grande interscambio di energie. I pianeti ricevono l’energia del Sole, la Terra la riceve dai pianeti, e la Luna riceve l’energia dalla Terra.

L’Universo va pensato come una enorme rete di vibrazioni che si diffondo in ogni direzione e, in alcuni punti della rete, accade la “condensazione” dell’energia in materia. Queste vibrazioni che si irradiano ovunque sono le entità primarie dell’universo, invece la serie dei mondi in cui esse si sono condensate sono le “concrezioni secondarie”. La rete delle vibrazioni assomiglia alla Rete di Indra dell’induismo, e spiega l’esistenza della Legge del Sette che è chiamata anche Legge dell’Ottava. Le vibrazioni si verificano con ogni tipo di frequenza e in tutte le densità di materia ossia dalla materia più eterea e rarefatta a quella più densa e grossolana.

Se vedessimo muoversi le vibrazioni, le vedremmo che si diffondono ovunque perciò le vedremmo incrociarsi tra loro, rinforzarsi oppure deviarsi reciprocamente. Il pensiero occidentale pensa che le vibrazioni si sviluppano sempre costantemente e che si diffondono omogeneamente, finché l’impulso che ha impresso il movimento non riesce a vincere la resistenza del mezzo per mezzo del quale viaggiano. In occidente si crede nel principio di continuità delle vibrazioni, invece Gurdjieff afferma che vale il principio contrario cioé il principio della discontinuità.

Le vibrazioni non si sviluppano in modo uniforme ma subiscono delle accelerazioni e dei rallentamenti in certi punti. Si può descrivere questo principio cosmico immaginando che l’impulso del processo creativo non sia stato uniforme, ma che abbia avuto degli fasi di rallentamento, cosicché tutte le vibrazioni sia ascendenti che discendenti hanno subito la fase del rallentamento. Dopo quelle fasi di ritardo dello sviluppo, però le vibrazioni recuperavano la loro velocità finché non incontrano un ostacolo che causa un nuovo rallentamento e il ripetersi del fenomeno suddetto.

Per capire il punto critico che causa i temporanei ritardi si suddivisero le linee di sviluppo delle vibrazioni in periodi che corrispondevano al raddoppio o al dimezzamento della loro frequenza. Fu così che fu individuato il punto di ritardo dell’accellerazione, e si verificò che ne esisteva sia uno all’inizio e un altro alla fine del processo. Gurdjieff afferma che questo fenomeno è noto fin dai tempi antichi, infatti gli antichi conoscevano le leggi che governano questi periodici ritardi e che rallentano il ritmo di crescita quando diminuisce la frequenza delle vibrazioni.

Gli antichi decisero di registrare la loro scoperta perciò scrissero una scala musicale di sette tonalità, e il periodo del raddoppio e del dimezzamento della frequenza delle vibrazioni rappresenta l’ottava musicale. Se moduliamo una scala musicale vediamo che il primo intoppo si trova tra la nota “Mi” e il “Fa” mentre la seconda è tra il “Si” e il “Do.” Gurdjieff chiama questi punti gli “intervalli dell’ottava” e dice che sono i punti deboli dell’ottava. Sono i punti in cui c’è una tendenza ad arrestarsi oppure ad essere deviati verso un’altra direzione rispetto a quella verso cui eravamo diretti.

Ma questo rischio può essere evitato se interviene un nuovo apporto di energia, in modo che un’altra ottava potesse colpire il punto debole. Se l’ottava che sta indebolendo è fortunata da ricevere lo shock che offre la sferzata di nuova energia proprio nei punti in cui ne ha bisogno – cioè nei punti degli intervalli - ha modo di svilupparsi e crescere.




Gurdjieff dice che il Raggio di Creazione è l’ottava discendente che inizia con il Do, il Tutto o Assoluto e discende al Si, Tutti i Mondi Possibili che è il mondo 3. Poi discende fino al La, Tutti i Soli o La Via Lattea che è il mondo 6, e quindi scende al Sol, il nostro Sole che è il mondo 12. Scende in Fa, Tutti i Pianeti che è il mondo 24, poi scende a Mi, la Terra che è il mondo 48 e poi decresce in Re, la Luna, e qui è nuovamente l’Assoluto, concluse Gurdjieff.

Il primo intervallo di questa grande ottava cosmica è tra Do e Si cioè tra l’Assoluto e Tutti i Mondi Possibili, e il secondo intervallo è tra Fa e Mi cioè tra Tutti i Pianeti e la Terra. È in questi due punti che l’ottava cosmica ha bisogno di ricevere un aiuto però, il primo intervallo, è ancora pieno di Assoluto e possiede volontà e piena coscienza. Invece la volontà dell’Assoluto non arriva fino alla Terra perciò è necessario che, in questo punto,  intervenga qualcosa affinché l’ottava cosmica possa continuare.

In questa situazione è necessario che intervenga qualcosa che faccia superare l’impasse, infatti è intervenuto un delicato congegno meccanico, uno speciale apparato trasmittente che è costituito dalla Vita Organica sulla Terra. La vita organica terrestre va pensata come una pelle sensibile che ricopre tutto il pianeta. Questa membrana ha lo scopo di assorbire e di liberare le energie che provengono dalla regione superiore del Raggio della creazione. La Vita Organica della Terra va considerata come l’organo di percezione e di irradiazione della Terra.

Questa membrana sensibile che ricopre tutto il pianeta permette a ogni luogo della Terra di ricevere le energie che provengono dai livelli superiori. Questa membrana irradia anche verso la Luna e viene colpita, a sua volta, da tutti gli influssi provenienti dai vari ordini del Raggio di Creazione. Per questo accade che, anche una piccola tensione accidentale nelle sfere planetarie si ripercuote nella Vita Organica, e si mostra come un grave disturbo nell’uomo. Le influenze che riceve la Terra influenzano il comportamento dell’umanità e la spinge a massacrarsi, mentre gli uomini trovano giustificazioni affermando che stanno lottando tutti per una nobile causa.

Buona erranza
Sharatan

domenica 17 gennaio 2016

Il Cercatore della Verità



“Cominciate col fare una piccola cosa
che desiderate e che ora non siete in grado di fare.
Compiendo questo sforzo e facendo,
accumulerete magnetismo.”
(George I. Gurdjieff)

In questo periodo ricorrono i 150 anni dalla nascita di George Ivanovitch Gurdjieff che nacque ad Alexandropol forse il 14 gennaio 1866. Come in tutte le persone di eccezione anche in Gurdjieff si evidenziano dei tratti particolari. Infatti, anche il nome con cui lo conosciamo non è il suo vero nome, ma è una traslitterazione occidentalizzata del suo nome originario, Ioannas Giorgiades, e il suo patronimico Ivanovitch è un’interpolazione che segue l’uso russo e traduce Ioannas con Ivan. Gli equivoci sulla sua persona sono molti, e Gurdjieff non fa molto per fare chiarezza e dissipare le ambiguità che lo circondano. A cominciare dalla faccenda dei molti nomi e delle molte identità che cambia durante la vita, infatti nell’infanzia è “Tatakh,” nella giovinezza è “Darky” poi diventa “il Greco Nero” e, infine è “la Tigre del Turkestan.”

Lui stesso usa molti nomi e molti pseudonimi scherzosi per descriversi, come “Principe Ozay” o “Miracolo” o “Monsieur Bonbon” o “Professore” o “il Maestro di Danza.” Altri nomi meno eleganti gli provengono dai suoi denigratori che lo definiscono ciarlatano, buffone, avventuriero, imbroglione, esperto di magia nera e/o magia bianca, e maestro d’ipnotismo. Non c’è dubbio che è un uomo che si ama o si odia, ma non è tipo che passa inosservato. Tutto in lui dimostra che possiede il marchio dell’eccezionalità così come appare anche nella sua eccezionale famiglia. La sua infanzia scorre tra le ninnananne armene della casa paterna che sorge ad Alexandropol dell’Armenia russa. Il padre è un signorotto locale che alleva bestiame e, per passatempo, fa anche il poeta-bardo, “ashokh.”

Gurdjieff cresce in una casa confortevole circondata da un giardino pieno di rose. Quando ha 3 anni nasce il fratello minore Dmitri e viene accolta in casa la nonna paterna che è rimasta vedova. Quando lui ha 7 anni il padre cade in miseria e, il giovane Gurdjieff inizia ad aiutare l’economia domestica facendo piccole riparazioni per i suoi amichetti. La nonna paterna morente lo incoraggia a “non fare mai come fanno gli altri. Non fare nulla, va solo a scuola, oppure fa qualcosa che nessun altro fa.” Lui obbedisce già durante il servizio funebre, infatti balla e canta delle canzoncine licenziose e scandalizza tutti. La nonna lo ha stimolato a difendere una visione originale, l'anticonformismo e l’apertura mentale che sono qualità che mostrerà sempre.

Alcuni concetti gli furono stimolati dal padre e dal suo tutore, padre Bors. Quelle idee plasmano la sua natura individuale e sviluppano in lui “un impulso e una tensione imprescindibili a comprendere l’essenza stessa di qualsiasi oggetto attraverso la mia attenzione in modo non ordinario.” Quel “qualcosa” prende forma dopo un “intenso travaglio spirituale” dovuto alla morte di un caro amico e, da allora, inizia a frequentare gli studiosi più stimati della città. Inizia a cercare chi lo possa aiutare a capire il vero senso dei quesiti che riguardano la vera Conoscenza. L’amore per la Conoscenza diventa l’interesse dominante perché “si fuse con il tessere del suo Essere” come scrisse a questo proposito.

Da allora Gurdjieff sente un “prurito irresistibile” che lo spinge a “chiarire ad ogni costo ogni cosa, per la conoscenza di tutto quel che possa servire alla soluzione definitiva di quei quesiti per me fondamentali” come rivela in “Il Nunzio del Bene Venturo.” Si impegna nella ricerca, ma non scopre nulla e nessuno che gli possa spiegare in modo logico e armonioso la questione che lo assilla. Ma la Grande Natura gli ha dato molte qualità e la prima è l’incredibile irrequietezza che lo spinge a “mantenere continuamente attivo” tutto il suo Essere. Ma egli possiede anche il dono di avere “il più alto grado di comprensione raggiungibile dall’uomo” a cui unisce la rara capacità “di far emergere nelle persone le loro intenzioni e i loro scopi più sacri.” 

E, in ultimo ma non irrilevante, gli fu concessa la possibilità di essere entrato nei “sancta sanctorum” degli ordini mistici, esoterici e religiosi più importanti del suo tempo. La passione per i racconti, per i miti e per le leggende sull’origine nasce dai canti che sentiva cantare da suo padre. Poi inizia a studiare i testi del mondo classico, bizantino, medievale e rinascimentale. Studia anche le testimonianze della tradizione cristiana, le fonti cabalistiche ed i classici dell’induismo e del buddismo. Sente nascere la certezza che esiste una Conoscenza superiore a quella mondana, e sente che la tradizione degli “ashokh” è la versione orale di una Conoscenza occulta che è il residuo di una sapienza più antica. 

Pensa che i miti, le fiabe e le leggende sono un modo per trasmettere la saggezza, ma la trasmissione avviene a livello simbolico. Crede che, al fianco della storia ufficiale esista una storia alternativa che racconta il percorso di alcune scuole e confraternite spirituali composte da ricercatori e da studiosi che - di epoca in epoca – si sono assunti il compito di conservare la sapienza. Essi sono il baluardo della sopravvivenza della Conoscenza attraverso le ricorrenti maree di barbarie e di crudeltà di cui è intessuta la storia umana. Fino dal 1886, cioè dai 20 anni, lavora su queste idee, mentre legge e accumulava una buona raccolta di antichi libri armeni. 

Un giorno, durante una delle sue incursioni nei dintorni di Tiflis - dove la famiglia si è trasferita - fa un’importante scoperta. Si è allontanato dalla città con un amico e hanno raggiunto la città abbandonata di Ani, l’antica capitale del Re Bagratid dell’Armenia. Arrivati tra le rovine iniziano a scavare e durante quello scavo incosciente trovano uno stretto cunicolo che li conduce in una cella monastica diroccata. Dentro una nicchia del muro trovano una pila di antiche pergamene e, in una pergamena, trovano un oscuro riferimento alla misteriosa “Confraternita di Sarmoung.” 

La Confraternita era una scuola di “aisor” posta tra Urmia e il Kurdistan che agiva tra il 6°-7° sec. d. C., almeno secondo quello che diceva quel testo. Gurdjieff decide che deve trovare la misteriosa Confraternita e che deve entrare nella scuola dei Sarmoung. Dal 1887 lo vediamo viaggiare per cercare il misterioso Ordine dei Sarmoung. Per 20 anni viaggia e sembra inseguire lungo le vie della Transcaucasia e dell’Asia Centrale qualcosa di cui non sembra esserci traccia. Viaggia con frenesia e corre molti rischi, sfiora più volte la morte mentre la ricerca della Confraternita continua nei lontani territori che vanno verso l’Oriente.

Durante i suoi viaggi incontra degli amici, degli uomini notevoli per qualche loro peculiarità. E, nel 1895, creano un piccolo nucleo di uomini che promettono di darsi aiuto reciproco e di condividere tutte le loro scoperte sullo studio dei popoli, costumi, letteratura, arte, monumenti, esperienze, osservazioni e di avere dei confronti sulla Conoscenza accumulata. Di questi uomini sappiamo poco, conosciamo qualche nome, e sappiamo del patto di servire la causa comune, di mantenere il segreto, e che si chiamarono Cercatori della Verità. E, lo stesso Gurdjieff, nei suoi momenti di beffarda ironia li definiva “i cercatori di perle nel letame.”

Gurdjieff crede nell’esistenza di un “qualcosa” che identifica come vibrazione, come altezza e come tonalità che - nell’uomo - si mostra sotto forma di attenzione, di energia e di stato psichico. Ogni cosa esprime una vibrazione, infatti si dedica allo studio dell’arte, della musica, della mimica e del movimento del corpo. Poi si immerge nello studio della danza tradizionale, della danza religiosa e della danza moderna profana, ma soprattutto si sforza di studiare la sua vita interiore ed esteriore. 

Il frutto dei suoi studi eclettici, della sua abilità pratica e della sua enorme cultura si dimostreranno molto utili quando Gurdjieff avrà bisogno di fare tanti mestieri per mantenere la sua famiglia. Lui stesso disse che era stato anche un imprenditore. Fa affari nell’antiquariato, commercia in tappeti e in cineserie, ripara macchine per cucire e macchine per scrivere, commercia in pozzi di petrolio e in aringhe affumicate. Cura drogati, isterici e malati psicosomatici con l’ipnotismo e vive con i soldi dei suoi "miracoli" terapeutici. Ristruttura e rilancia attività di ristorazione che rivende dopo averle rese "alla moda", si esibisce come mangiatore di spade, rimodella i corsetti e fa tante professioni. 

Senza dubbio sa sopravvivere anche nella condizione ostile della rivoluzione russa, perciò si è detto che fu una spia dei servizi segreti russi, che fu assoldato da una società segreta armena, e che fu agente politico zarista. Le sue memorie lasciano zone oscure e ci restano solo vaghe ammissioni al fatto che ebbe molte conversazioni con vari rivoluzionari in Italia e in Svizzera. Ammette di aver fatto “qualche viaggio” per conto di “qualche governo” e per “certi scopi politici.” Comunque la sua ricerca della Confraternita non si è mai interrotta, finché tra il 1898 e il 1899 avviene una svolta. 

Gurdjieff ci narra che è in viaggio insieme all’amico Soloviev e che partono da Bukhara con i cavalli, i muli e 4 guide kara-kirghize. Dopo 12 giorni di marcia lungo la Via della Seta arrivano nella zona settentrionale dell’Afghanistan e trovano il Monatsero. I riferimenti di Gurdjieff riguardano un zona nelle vallate dei fiumi Zarovshan e l’Ab-i-Pandj. Da qualche parte di quei luoghi c'è il magico cerchio di Sarmoung che estende per 500 miglia la sua magica influenza. Gurdjieff racconta che per raggiungere il Monastero fu costretto a percorrere un lungo tratto bendato e che fu lasciato partire solo dopo aver giurato di mantenere il segreto su quello che aveva visto. Racconta che per raggiungere il monastero è necessario oltrepassare un ponte fatto di corde intrecciate e sospeso su un precipizio terribile. 

Il misterioso luogo spirituale circondato dalle montagne si rifà alla simbologia di Shambala che è tipica della cultura tibetana e mongola. La stessa ricerca interessò anche altri famosi personaggi cioè Helena Blavatsky, Alessandra David-Neel, Mircea Eliade, René Guenon, René Daumal, Ferdinand Ossendovski, Nicholas Roerich, Giuseppe Tucci e James Hilmann solo per dirne qualcuno. Gurdjieff dice che il Monastero possiede 3 cortili principali che rappresentano il cerchio essoterico, il cerchio mesoterico e il cerchio esoterico dell’umanità. Rivela che il Monastero di Sarmoung è fatto di sogni, ma sono sogni profetici che ispirano quelli che soggiornano tra le sue mura. Promette che, in futuro, avrebbe detto altre cose sulla sua esperienza nella Confraternita, ma non lo fece. 

Comunque fosse andata, Gurdjieff crea o diffonde una idea dell’uomo inconsueta e tremenda, infatti insegna che l’uomo è una macchina che “mangia nutrimenti e secerne abitudini.” La macchina umana usa dei nutrimenti sempre più raffinati: cibo, aria e impressioni sensoriali. Questi 3 tipi di carburante si fondono per alimentare 5 cervelli o centri indipendenti che governano 5 funzioni. Il centro intellettuale controlla il pensiero, il centro emotivo i sentimenti, il centro del movimento i gesti del corpo, il centro istintivo tutte le funzioni interne spontanee del corpo e il centro sessuale tutte le manifestazioni sessuali autentiche. La macchina umana è una fabbrica di cibo straordinaria, ma non funziona molto bene. I 5 centri non sono equilibrati, spesso sono messi in relazione in modo non efficiente, alcuni ingranaggi stridono e grattano tra loro. 

Alcune parti si sono arrugginite, altre parti si sono rotte e hanno bisogno di essere sostituite, ma i pezzi di ricambio non si trovano con facilità. Questo meccanismo difettato sarà demolito per essere riciclicato e continuare a produrre altra massa umana. Questa breve sintesi stimola l’immagine di un cerchio chiuso in cui la vita umana si muove con spietata meccanicità. La situazione sembra disperata e effettivamente lo diventa per la maggioranza che, erroneamente, crede di essere libera ma non lo è. Ma una minoranza statisticamente insignificante per il mondo, può comprendere la sua schiavitù interiore e può confrontarsi con la realtà. 

Da questa consapevolezza parte la lunga e strenua lotta per l’emancipazione, poiché l’uomo è l’unica macchina della terra che può raggiungere la Conoscenza e sentire di Essere un Io. La nostra vita inizia come macchine inconsapevoli e, in ognuno predomina l’uno o l’altro dei 3 centri principali che comprendono tutti i tipi umani. Infatti, nell’Uomo Uno predomina il movimento, nell’Uomo Due il centro emotivo, nell’Uomo Tre il centro intellettuale. La personalità non può prescindere dall'avere una certa inclinazione per una delle tre categorie basilari che mostrano la predilezione per le mani, per il cuore o per la testa. Tutte le creature, le arti, le religioni e le filosofie vengono comprese perfettamente se vengono esaminate in questa prospettiva.

La base del pensiero di Gurdjieff non è claustrofobia, perché l’uomo può elevarsi e fuggire dal vicolo cieco. Anche sulla via più adatta per la salita spirituale insegna una prospettiva anticonformista, perché il lungo percorso verso l’immortalità deve fare affidamento sull'emulazione di alcuni modelli ideali sempre più perfetti: le guide esprimono questi “tipi” umani superiori. Evolvendo oltre il prototipo di base troviamo l’Uomo Quattro che è l’uomo equilibrato, l’Uomo Cinque che è l’uomo integro, l’Uomo Sei che è l’uomo cosciente e l’Uomo Sette che è l’uomo perfetto.

La lunga ricerca evolutiva è adatta solo per la minoranza che ha molto coraggio e che sceglie un certo percorso secondo il proprio temperamento. Le tre vie religiose tradizionale si sono tracciate per venire incontro alle esigenze dei tipi dell'Uomo Uno, Due e Tre. La via del fachiro raggiunge la “volontà” sottomettendo il corpo, la via del monaco purifica e consacra il sentimento e la via dello yogi coltiva i poteri della mente. Le vie tradizionali sono illusorie se non fosse che intervengono due benedizioni. 

La prima benedizione è la possibilità di avere la “guida compassionevole” di chi ha raggiunto un livello superiore di sviluppo. La seconda benedizione è il fatto che abbiamo 2 misteriosi “serbatoi di grazia” ossia che abbiamo un "centro emotivo superiore" e un "centro intellettivo superiore" che possono essere attivati. Le tre vie tradizionali richiedono un pagamento esorbitante e offrono uno sviluppo che - se va bene - è troppo asimmetrico e sbilanciato. Va precisato che l’evoluzione non prevede salti ma che si devono superare i livelli in modo progressivo, non si può essere Uomo Cinque se non siamo stati Uomo Quattro: questo significherebbe “cristallizzarsi” in una forma sbilanciata.

La via di Gurdjieff è chiamata Quarta Via o Via dell’Uomo Astuto, perché non impone di rinunciare al mondo e non impone nessuna rinuncia della vita normale. L'Uomo Astuto accetta tutto quello che gli accade e prende tutte le circostanze buone e cattive della vita come opportunità per fare uno sviluppo simultaneo e armonico di corpo, di sentimento e di mente. La sfida di Gurdjieff è quella di diventare un “Essere che sa,” la sua sfida è dimostrare la “qualità dell’Essere,” dimostrare la vera stoffa, la nostra tempra e saper vivere seguendo l’inclinazione di ciò che siamo realmente.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 14 gennaio 2016

Che cos’è l’amore?



"Che cos’è l’amore? È possibile comprenderlo verbalmente e intellettualmente o è qualcosa che non si può mettere in parole? Che cos’è ciò che tutti chiamiamo amore? L’amore è sentimento? L’amore è emozione? Si può dividere in amore divino e amore umano? C’è amore quando c’è gelosia, odio o spinta competitiva? C’è amore quando ciascuno cerca la propria sicurezza, tanto psicologica che esterna, mondana? Non siate subito d’accordo o in disaccordo, perché tutti ci siete coinvolti.

Non stiamo parlando dell’amore in astratto: un’idea astratta dell’amore non ha nessun valore. Voi e io possiamo avere moltissime teorie al proposito, ma che cos’è in realtà ciò che chiamiamo amore? C’è il piacere, il piacere sessuale, in cui c’è gelosia, possesso, dominio, desiderio di possedere, di avere, di controllare, di interferire con ciò che pensa l’altro. Conoscendo la complessità di tutto questo, diciamo che deve esserci un amore divino, bello, immacolato, puro. Vi meditiamo sopra, entriamo in un atteggiamento devozionale, sentimentale, emotivo, e siamo perduti.

Non riuscendo a capire questo fatto umano chiamato amore, ci rifugiamo in astrazioni che non hanno assolutamente nessun valore. È vero? Quindi, che cos’è l’amore? È piacere e desiderio? L’amore è per una persona sola, e non per molte? Per comprendere questa domanda, che cos’è l’amore, dobbiamo esaminare il problema del piacere, il piacere sessuale o il piacere di dominare l’altro, di controllare o di annullare l’altro; e se l’amore è per una persona sola, negando l’amore per un altro.

Dire: “Ti amo”, esclude l’amore per gli altri? L’amore è personale o impersonale? Pensiamo che, se amiamo una persona, non possiamo amare tutti, e se amiamo l’umanità non possiamo amare una persona specifica. Tutto ciò non significa che nutriamo delle idee su ciò che l’amore dovrebbe essere? È sempre il modello, il codice sviluppato dalla cultura in cui viviamo, o il modello che ciascuno ha coltivato da sé. Così, le idee sull’amore diventano molto più importanti del fatto; coltiviamo idee su che cos’è l’amore, su che cosa dovrebbe essere, su che cosa non è.

I santi delle varie religioni, sfortunatamente per l’umanità, hanno deciso che amare una donna è completamente sbagliato: non potete assolutamente avvicinarvi alla loro idea di Dio se amate una persona. Il sesso è tabù, i santi l’hanno bandito, ma in genere ne sono divorati. Quindi, per esaminare che cosa sia l’amore, occorre anzitutto mettere da parte tutte le idee, tutte le ideologie che lo riguardano, come dovrebbe essere o come non dovrebbe essere, e la divisione tra divino e non divino. Siamo in grado di farlo?

Siamo in grado, non come reazione ma perché comprendiamo l’intero processo della divisione tra l’idea e il fatto, di mettere da parte l’idea e guardare il fatto reale, la realtà? Altrimenti, questa divisione tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è diventa il modo più falso di affrontare la vita. La Gita, la Bibbia, Gesù Cristo, Krishna, tutti costoro, tutti i libri, dicono: “Devi, devi, devi”. Mettete completamente via tutto ciò; sono tutte idee, ideologie. Così potremo guardare la realtà. Allora vedremo che né l’emozione né il sentimento hanno parte là dove è chiamato in causa l’amore.

Il sentimentalismo e l’emozione sono semplici reazioni di attrazione e repulsione. Mi piaci, e mi appassiono tremendamente a te. Mi piace questo luogo, il che implica che non mi piace un altro luogo, e così via. Perciò, sentimento ed emozione generano crudeltà. L’avete mai notato? L’identificazione con uno straccio chiamato bandiera nazionale è un fattore emotivo e sentimentale, e per questo fattore siete disposti a uccidere.

Prende il nome di amore per la vostra patria, amore per il vostro popolo. Ma si può osservare che, dove intervengono il sentimento e l’emozione, non c’è amore. Sono l’emozione e il sentimento che causano la crudeltà del “mi piace” e “non mi piace”. Si può inoltre osservare che dove c’è gelosia non c’è amore. È così ovvio! Sono invidioso di voi perché avete una posizione migliore, un lavoro migliore, una casa migliore; avete un aspetto migliore, siete più intelligenti, più pronti, e io sono geloso di voi.

Anche se non ve lo dico, competo con voi, che è una forma di gelosia, di invidia. L’invidia e la gelosia non sono amore, perciò li spazzo via. Non sto parlando di come fare per spazzarli via continuando nel contempo a essere invidioso. Li spazzo via realmente, come la pioggia toglie la polvere di molti giorni da una foglia; li tolgo, semplicemente. L’amore è piacere, desiderio, sesso? Osservate tutti gli elementi implicati. L’amore è piacere?

Sapete quanto la parola amore sia abusata: “Amo il mio paese, amo quel libro, amo questa valle, amo il mio re, amo mia moglie, amo Dio”. Che carico pesante sopporta. Possiamo liberare questa parola, dato che dobbiamo usarla, dalle incrostazioni di secoli? Possiamo farlo solo esaminando a fondo la domanda: l’amore è piacere e desiderio? Abbiamo detto che il comportamento si fonda sul principio di piacere; anche sacrificarci si basa sul piacere. Lo notate in tutti gli aspetti della vita.

Ci comportiamo in un certo modo perché, essenzialmente, ci piace. E diciamo, se non vi abbiamo riflettuto un granché, che l’amore è piacere. Ora cerchiamo di capire se l’amore va al di là del piacere e se quindi include il piacere. Che cos’è il piacere? Dal luogo in cui sono seduto vedo, attraverso un’apertura tra gli alberi, una collina con in cima una roccia. È un po’ come il paesaggio italiano, con un castello e un villaggio in cima alla collina. Vedo dei fiori con le foglie che brillano alla luce del sole. È una grande gioia, un grande piacere. Non è così?

Questo scenario è davvero bellissimo. C’è la sua percezione, e nella percezione un’immensa gioia. Questo è piacere, non è vero? Che cos’ha di sbagliato? Guardo, e la mente dice: “Che bello! Vorrei poterlo vedere per sempre, non vivere in una sudicia città, ma vivere qui in pace senza far niente”. Voglio la ripetizione di tutto ciò, e domani ritornerò a sedermi qui, che voi ci siate o no, e lo guarderò di nuovo, perché l’ho goduto ieri e voglio goderlo anche oggi.

Quindi, nella ripetizione c’è piacere. Ieri c’è stato il piacere sessuale, e voglio ripeterlo oggi e domani. Guardo la collina, gli alberi, i fiori, e in quel momento c’è una gioia totale, la gioia di una grande bellezza. Che cosa c’è di sbagliato in questo? Non c’è niente di sbagliato, ma quando il pensiero interviene a dire: “Per Giove, che meraviglia! Voglio ripeterla”, questa ripetizione è l’inizio del desiderio, la ricerca del piacere, del domani. Così il piacere del domani diventa meccanico.

Il pensiero è sempre meccanico, ricrea un’immagine di quella collina, di quei fiori; ne costruisce il ricordo, e il piacere che ho provato deve essere ripetuto. Quella ripetizione è la continuità del desiderio rafforzata dal pensiero. Diciamo: “L’amore è piacere, l’amore è desiderio”, ma lo è davvero? L’amore è un prodotto del pensiero? Prodotto del pensiero è la continuità del desiderio come piacere. Il pensiero ha prodotto questo piacere ripensando a ciò che è stato piacevole ieri, e che voglio ripetere oggi. L’amore è quindi durata del pensiero, o il pensiero non ha niente a che fare con l’amore?

Potremmo rispondere che il pensiero non ha assolutamente niente a che fare con l’amore, ma possiamo affermarlo realmente solo quando abbiamo compreso il problema globale del piacere, del desiderio, del tempo e del pensiero, il che significa che c’è libertà. Nella libertà, l’azione può essere soltanto immediata. Osservate: il comportamento ripetitivo, il comportamento che segue un modello, causa non solo rapporti meccanici e ripetitivi, ma disordine.

In ciò agisce il fattore tempo. Ci stiamo domandando se esiste un comportamento, una condotta, totalmente liberi, attimo dopo attimo, istante per istante. Solo in un comportamento completo momento per momento c’è virtù, senza continuità di ieri e domani. La libertà è nel momento dell’azione, che è comportamento non legato allo ieri o al domani. Guardatelo in un altro modo: l’amore ha radici nello ieri o nel domani? Ciò che ha radici nello ieri è il pensiero. Il pensiero è la risposta della memoria, e se l’amore è soltanto memoria, ovviamente non è la cosa vera.

Se vi amo perché ieri siete stati gentili con me, o se non vi amo perché ieri non mi avete dato la possibilità di fare una certa cosa, questa è una forma di pensiero, che accetta e rifiuta. Esiste un amore che non abbia emozione e sentimento, che non appartenga al tempo? Non è un problema teorico ma concreto, se lo affrontate realmente. Allora scoprirete che l’amore è sia personale sia impersonale, sia per uno solo sia per tanti. È come un fiore profumato, potete odorarlo o ignorarlo. Ma il fiore è li per tutti, e per chi si dà pena di odorarlo profondamente e guardarlo, è una grande gioia." (Jiddu Krishnamurti)

domenica 10 gennaio 2016

Il re e il derviscio



C’era un sovrano che, un giorno, chiamò a corte un derviscio che dicevano essere un grande maestro e gli disse: “La Via dei Dervisci è ricca di saggi e di grandi maestri che formano una catena di saggezza che risale indietro, nel tempo, ai primi momenti in cui l’uomo è comparso sulla terra. Questa catena di saggezza ha sempre tenuto accesa la Luce del principio dinamico dei veri valori davanti al quale anche il più grande sovrano della terra non sembra altro che misera polvere.” Il derviscio ammise laconico: “Ciò che dite è certamente vero.”

Il sovrano continuò: “Come vedi sono abbastanza illuminato per capire il vero senso di ciò che ti dico. Sono molto desideroso di conoscere e sono molto impaziente di conoscere la verità che puoi offrirmi. Dunque, insegnami!” Il derviscio gli chiese: “Mi stai forse dando un ordine oppure mi sta facendo una semplice richiesta?” Il re rispose: “Vedi la cosa come credi meglio, perché se lo credi un ordine e mi insegni, io imparerò. Ma io imparerò anche se mi insegni perché credi che ti abbia fatto una richiesta a cui non conviene disobbedire.”

Dopo aver detto questo, il re aspettò che il derviscio rispondesse. Ma l'uomo tacque per qualche minuto poi uscì dalla sua contemplazione e disse: “Dovete aspettare il ‘momento di trasmissione’ e poi potrete imparare.” Il sovrano fu stupito della strana risposta, ma aveva un forte desiderio di sapere perciò sentiva di avere il diritto di ottenere ciò che desiderava. Valutò che poteva aspettare per avere quel sapere, anche se quelle pratiche gli fossero costate molta pazienza.

Ma il re non ebbe il tempo di chiedere nulla perché il derviscio era andato via. Da quel momento il derviscio si recò a corte ogni giorno e si affiancò al re nel disbrigo delle attività di governo. Il re sbrigava gli affari di stato perché il regno affrontava momenti felici e momenti più problematici ma tutto andava come era sempre andato cioè con alti e bassi. I suoi consiglieri facevano la loro parte e gli davano consigli, perciò la ruota del destino girava come era sempre girata.

Così passarono dei mesi e il re era curioso di capire che cosa stava aspettando il derviscio. Il re osservava la sua figura avvolta nel misero mantello rattoppato e lo vedeva spiccare nel gruppo dei suoi consiglieri, e si chiedeva: “Che strano uomo, non ha più alluso alla conversazione che avemmo all’inizio. Non mi parla mai dell’insegnamento che gli ho chiesto, ma partecipa a tutte le attività della corte: parla, ride e mangia con me e mi osserva in tutto quello che faccio. Tranne quando dormo oppure quando dorme lui, stiamo sempre insieme. Cosa vuole? Quale segno si aspetta?”

Ma per quanto ci riflettesse, il re non riusciva a capire il derviscio. Poi venne il momento in cui l’onda dell’invisibile diventò possibile, infatti ci fu una conversazione a corte e qualcuno disse che Daud di Sahil era certamente il più grande cantante del mondo. Il re che non si era mai interessato di quel genere di intrattenimenti ascoltò con interesse quello che dicevano. Sentì un grande desiderio di ascoltare quella meraviglia e ordinò: “Che lo si conduca a corte! Lo voglio ascoltare.”

Il maestro di cerimonie fu inviato a casa del cantante per invitarlo a corte, ma Daud gli disse: “Vedo che il re non è un esperto di canto. Se vuole vedermi posso venire a corte, ma se vuole ascoltarmi deve aspettare che io abbia l’umore giusto per cantare.” Al maestro di cerimonie non restò che tornare a riferire al sovrano il diniego che aveva ricevuto. Il re si infuriò, ma era combattuto e si sentiva diviso tra l’ira e la curiosità perciò disse:

“Non esiste qualcuno che possa convincere quest’uomo a farmi ascoltare il suo canto? Perché non posso ascoltare il suo canto quando ho voglia di ascoltarlo io e devo invece aspettare che lui abbia voglia di cantare?” Come a rispondere a quel dire, il derviscio si fece avanti e disse al re: “O pavone del nostro tempo, vuoi venire ad ascoltare il grande cantante? Andiamo insieme ad ascoltarlo.”

A quelle parole imprudenti i cortigiani si diedero di gomito e risero malignamente di nascosto. Erano gelosi della posizione di privilegio di cui godeva il derviscio che era molto vicino al re. Pensarono che il derviscio avesse studiato un trucco per convincere Daud, l’Usignolo di Sahil, a cantare davanti al suo re. Se il piano del derviscio fosse riuscito, il maestro avrebbe avuto una ricca ricompensa e avrebbe ottenuto ancora più potere. Ma pensavano a tutto questo senza avere il coraggio di dire nulla apertamente, perché temevano di essere coinvolti nel suo fallimento.

Il re accettò di seguire il derviscio e ordinò che fosse portato un abito misero per nascondere la sua identità. Dopo averlo indossato, il re travestito lo seguì per la strada, finché giunsero alla casa del grande cantante. Quando bussarono alla sua porta, fu lo stesso Daud che rispose e disse adirato: “Andatevene via! Oggi non sono dell’umore giusto per cantare, lasciatemi in pace!”

Ma il derviscio non aveva la minima intenzione di obbedirgli, infatti si mise seduto davanti alla sua porta e cominciò a cantare. Iniziò a cantare la canzone preferita da Daud, la canzone che egli amava maggiormente e che l’aveva reso famoso perché la cantava divinamente. E il derviscio intonò la melodia e la eseguì interamente. Il re non era un grande intenditore di musica, ma era commosso dalla musica. Il derviscio aveva una voce soave che lo rapì, ma il re non si accorse che il derviscio stonava volontariamente per suscitare nel cantante il desiderio di correggerlo.

Il re era estasiato e quando il canto tacque, implorò: “Ti prego, non smettere derviscio, canta! Cantala ancora, perché non ho mai sentito una musica più bella.” Ma mentre lo diceva, Daud iniziò a cantare e fino dalle prime note fu chiaro perché lo chiamavano l’Usignolo di Sahil. Fino dalle prime note, la voce di Daud stregò il derviscio e il sovrano che furono impietriti e rapiti dalla voce che eseguiva la canzone con un’intonazione perfetta che il derviscio aveva voluto stonare di proposito.

Quando l'uomo finì di cantare, il re si fece riconoscere e gli fece un regalo sontuoso degno di un re. Poi il sovrano disse al derviscio: “Tu sei un uomo di enorme saggezza. Lo comprendo solo dopo avere visto il modo con cui hai convinto l’Usignolo a cantare. Vorrei che tu restassi a corte come mio consigliere.” Il derviscio gli rispose: “Vostra Maestà, voi potete ascoltare il canto che volete ascoltare solo se esistono le giuste condizioni per farlo. Potete ascoltare solo se esiste il cantante, solo se è presente chi vuole ascoltare, e se c’è chi fa da canale e consente al canto di sgorgare.

Quello che vale per un cantante vale anche per un sovrano, perciò vale anche per i dervisci e per i loro allievi. Ora Vostra Maestà è pronta per imparare.” Questa storia mette in evidenza una teoria che è conforme agli insegnamenti dei maestri sufi. Essi affermano che si può avere la possibilità di perseguire l’insegnamento ma solo se si esistono tutte e tre le condizioni che sono necessarie per conseguirlo, cioè se esiste il tempo, il luogo e le persone giuste.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 7 gennaio 2016

Involuzione ed evoluzione della Divinità



“Lʹinvoluzione di uno Spirito supercosciente nella Materia incosciente è la causa segreta di questo mondo visibile. La soluzione dellʹenigma terrestre è lʹevoluzione graduale di una coscienza ed un potere infiniti, nascosti in una Natura apparentemente inerte ed insensibile, spinti ad emergere da una forza inarrestabile. La vita terrestre è la dimora scelta da una grande Divinità e ed il suo volere incommensurabile muterà questa buia prigione in uno splendido palazzo, in un tempio che arriva fino al cielo.

La presenza della Divinità nel mondo è un enigma per la mente, ma alla nostra coscienza che si va ampliando sempre più sembrerà una presenza normale ed inevitabile. Liberati, entreremo nella stabilità immutabile di unʹesistenza eterna che rivela la propria molteplicità assumendo innumerevoli forme mutevoli. Illuminati, diverremo consapevoli della luce indivisibile e della coscienza infinita che erompono in aggregazioni multiformi ed in molteplici rivoli di conoscenza.

Dotati di un potere sublime, condivideremo lʹazione incontenibile di una forza onnipotente che opera le proprie meraviglie a partire dalle limitazioni che ha scelto di avere. Centrati in una gioia perfetta, sperimenteremo la calma e lʹestasi di una Delizia incommensurabile, di una gioia creatrice e comunicativa che si esprime eternamente con onde e ritmi molteplici, che manifesta se stessa ed il mondo in ondate di intensità sempre crescente, ondate che alternativamente si rivolgono verso lʹesterno e verso lʹinterno.

Tale, dato che siamo in essenza manifestazioni di quello Spirito, sarà la natura della nostra quadruplice esperienza nel momento in cui la Divinità in evoluzione manifesterà la propria azione senza più veli. Se la manifestazione si fosse svelata completamente fin dallʹinizio, non ci sarebbe stato nessun problema terrestre, nessun tormento di crescita, nessuna faticosa ricerca di conoscenza, forza e gioia, nessun anelito ad unʹesistenza immortale da parte della mente, della volontà e del corpo.

Ma questa Divinità, sia in noi, che al di fuori di noi, nelle cose, nelle forze e nelle creature iniziò con unʹinvoluzione nellʹincoscienza della Natura e cominciò dalla manifestazione di ciò che si manifesta come il suo opposto. Da unʹincoscienza, unʹinerzia ed unʹinsensibilità cosmiche, da un camuffamento iniziale simile alla non esistenza, lo Spirito involuto nella Materia ha scelto di evolvere e di dar forma al proprio potere, alla propria luce, infinità e beatitudine in una sostanza recalcitrante e solo parzialmente duttile.

Il significato dellʹevoluzione terrestre sta nella liberazione lenta e progressiva dello Spirito latente. Il cuore del mistero è lʹapparizione faticosa, il lento divenire di Qualcosa o Qualcuno di divino già involuto nella Natura fisica. Lo Spirito è là con tutto il suo potenziale, a porre le basi della propria presenza nella sua stessa sostanza che ancora resiste.

I movimenti successivi che portano allʹemergere della vita, della mente, dellʹintuizione, dellʹanima, della supermente e della luce della Divinità sono già là, bloccati e compressi nel potere primigenio e nelle prime espressioni della Materia. Prima di qualunque evoluzione doveva necessariamente esserci lʹinvoluzione del Divino Tutto che dovrà emergere, altrimenti non ci sarebbe stata unʹevoluzione ordinata e dotata di significato ma una creazione continua di cose imprevedibili, non contenute, ne derivanti da ciò che le precede.

Il mondo non è un insieme apparentemente ordinato, gestito in modo fortuito da un Caso inesplicabile e nemmeno un meraviglioso ingranaggio ideato da una Forza incosciente o da una Necessità meccanica casualmente fortunate. Non è nemmeno una struttura concepita dalla fantasia o dalla volontà di un Creatore esterno e quindi necessariamente limitato. Ognuna di queste soluzioni, concepibili dalla mente, può spiegare un lato, un aspetto della realtà del mondo, ma esiste una verità più grande che sola può unire con successo tutti gli aspetti e svelare completamente lʹenigma.

Se tutto fosse davvero il risultato del Caso cosmico, non ci sarebbe alcuna necessità di unʹulteriore evoluzione; niente di superiore alla mente dovrebbe apparire nel mondo materiale, come non sarebbe stato necessario che la mente si manifestasse nel vortice della materia, cieco e privo di significato. La coscienza stessa sarebbe solo unʹapparizione casuale, uno strano riflesso allucinatorio, un fantasma originato dalla Materia.

Se tutto ciò che esiste fosse il risultato dellʹazione di una Forza meccanica, la manifestazione della mente non sarebbe stata necessaria al funzionamento dellʹingranaggio; questa invenzione meccanica e cieca, più sottile ma anche meno efficace, non sarebbe stata indispensabile. Nessun fragile cervello pensante avrebbe dovuto arrovellarsi per comprendere i complessi meccanismi del primo automa infallibile. Una supermente aggiunta a questa complessità brillante e penosa sarebbe stata ancora più superflua, una sorta di luminosa insolenza, nientʹaltro che lʹassurda pretesa di una coscienza transitoria che si crede capace di governare e possedere la grande Forza incosciente che lʹha creata.

O se un Creatore esterno e perciò limitato, in vena di esperimenti, fosse lʹinventore della vita animale soggetta al dolore, della mente umana maldestra e pasticciona e di questo enorme universo in gran parte inutilizzato ed inutile, non ci sarebbe ragione per cui non avrebbe dovuto troncare lo sviluppo di unʹintelligenza mentale nelle sue creature, pago dell’ingegnosità del proprio lavoro.

Anche se fosse onnipotente ed onnisciente avrebbe potuto fermarsi lì perché, proseguendo, la creatura avrebbe rischiato di avvicinarsi troppo al livello del proprio Artefice. Se dʹaltra parte è vero che uno Spirito infinito, una Presenza Divina eterna, una Coscienza, una Forza e una Gioia Divine sono involute e nascoste nella materia ed emergono lentamente, allora è inevitabile che i loro poteri, o i livelli ascendenti dellʹunico potere, debbano emergere lʹuno dopo lʹaltro fino a che non sia manifestata la pienezza della gloria ed una potente Realtà divina sia resa incarnata, dinamica e visibile.

Tutte le nostre idee sulla natura delle cose sono considerazioni inconcludenti della nostra ragione assolutamente carente che cerca, nella sua visione limitata e nella sua pretesa autosufficienza, di valutare la probabilità dellʹesistenza di un ordine universale che si sottrae ad ogni speculazione e rimane comunque e sempre un enigma. Il vero testimone e scopritore è la nostra coscienza che cresce; tale coscienza è al tempo stesso la manifestazione ed il potere del Divino in evoluzione; la sua crescita oltre lʹincoscienza apparente dellʹuniverso materiale è lʹevento fondamentale, costante e progressivo della lunga storia della terra.

Soltanto quando questa coscienza divina potrà ergersi nella pienezza del proprio potere conosceremo direttamente noi stessi ed il mondo, invece di afferrare brandelli di una parvenza di conoscenza. Il pieno potere della coscienza è la supermente o gnosi, supermente perché per raggiungerla dobbiamo andare oltre ed ergerci al di sopra della mente, allo stesso modo in cui la mente ha superato la vita e la materia incosciente, gnosi perché da sempre in possesso della Verità ed essenzialmente costituita della sostanza dinamica della conoscenza.

La vera conoscenza delle cose è preclusa alla nostra ragione, perché la ragione non è il potere essenziale del nostro spirito ma solo un espediente, uno strumento di transizione destinato ad interagire con la superficie delle cose e con i processi fenomenici. La vera conoscenza comincia solo quando la nostra coscienza può oltrepassare i suoi normali limiti nellʹuomo; solo allora diviene direttamente consapevole del proprio sé e del Potere nel mondo ed inizia ad avere almeno un minimo di conoscenza per identità, lʹunica vera conoscenza.

Da allora in poi sa e vede, non più tramite la ragione che brancola tra informazioni esterne, ma attraverso unʹesperienza sempre più forte e luminosa che illumina il sé ed il tutto. Infine diventerà una parte cosciente del Divino che si manifesta nel mondo; la sua vita diventerà uno strumento di evoluzione cosciente per quel Divino involuto che non è ancora rivelato nellʹuniverso materiale.” (Sri Aurobindo)

martedì 5 gennaio 2016

Pensare pensieri amorevoli



“È importante che tu osservi i tuoi stati mentali negativi per poterli riconoscere. Ognuno deve imparare a vedere come crea la sua sofferenza personale mantenendo un atteggiamento negativo nei confronti degli eventi e delle circostanze della vita. Se non riesci a vedere come fai, lo farai inconsciamente. E così non capirai perché la tua vita è difficile. Attribuirai agli altri la colpa dei tuoi problemi: ai genitori, al tuo partner, ai tuoi figli, al tuo principale, magari persino a Dio.

Ti chiedo di prenderti la responsabilità non solo delle tue azioni, ma anche dei tuoi pensieri di creare stati emotivi negativi, da cui derivano le azioni considerate malvagie. Guarda come il pensiero: “Nessuno mi ama” porta allo stato di sentirsi non amabile, sconnesso, invidioso degli altri nelle cui vite sembra esserci amore. Guarda come il pensiero e lo stato emotivo che da esso deriva produce delle azioni ostili che allontanano gli altri. Il pensiero “Nessuno mi ama” diventa una profezia che si auto-realizza.

Pensando questo pensiero, sentendosi non amato e agendo con ostilità nei confronti degli altri ti separi proprio dall’amore che vorresti. La prossima volta che il pensiero “Nessuno mi ama” si presenta alla tua mente, ti prego di prenderne coscienza. Se senti che stai diventando depresso, ti prego di prenderne coscienza. Se le tue parole o le tue azioni mirano a separarti dagli altri, ti prego di prenderne coscienza. Non giudicarti e non cercare di cambiare nulla.

Limitati a portare la tua consapevolezza all’intero ciclo drammatico di pensiero in azione. Prendi coscienza di come i tuoi stati emotivi negativi creano sofferenza nella tua vita. Osserva come la tua negatività diventa una profezia auto-realizzante. Ogni volta che riesci a separarti dagli altri, convalidi la tua convinzione che nessuno ti ami. Ma, in verità, questa esperienza è una tua creazione personale. La verità è che tu non ti senti amato.

Mentre osservi lo svolgersi del tuo dramma, ti diventa più facile assumertene la responsabilità. Comincerai allora a dirti la verità. Quando il pensiero “Nessuno mi ama” si affaccerà alla tua mente, lo riconoscerai e lo riformulerai in modo più veritiero e responsabile: “Vedo che, in questo momento, non mi sento amato”. Invece di tentare di attribuire agli “altri” la responsabilità del tuo non sentirti amato, te la assumerai pienamente.

Questo semplice spostamento della responsabilità dei tuoi stati emotivi negativi dagli “altri” a te stesso è l’inizio della guarigione e della correzione. Quando sai di non sentirti amato, ti chiedi naturalmente: “Come posso sentirmi amato ora?” Ciò di cui ti renderai conto esaminando questa importante domanda è che l’unico modo in cui puoi “sentirti” amato è quello di “pensare” un pensiero d’amore. I pensieri d’amore portano allo stato emotivo di sentirsi amati.

E da questo stato emotivo positivo scaturiscono azioni che ti connettono agli altri. Ora, non importa se questo pensiero d’amore riguarda te o qualcun altro. Ogni pensiero amorevole andrà bene. L’amore è completamente altruista e non selettivo. Puoi amare chi vuoi. Quando offri amore ad un’altra persona lo stai offrendo anche a te. Quando nella tua psiche sorgono il dubbio e la paura, puoi decidere se nutrirli o meno.

Se li nutri, finirai per credere che la responsabilità della tua infelicità sia qualcun altro e sentirai di non essere in grado di cambiarla. Se non nutri i pensieri negativi quando ti si presentano, continuerai a ricordarti che sei responsabile di ogni cosa che pensi, senti e provi. Se vuoi un’esperienza diversa, devi scegliere un pensiero diverso. Devi sostituire un pensiero d’amore ad uno di paura.

Il motivo per cui cerchi sempre amore dagli altri è che non ti rendi conto che l’amore proviene solo dalla tua coscienza. Non ha niente a che fare con nessun altro. L’amore viene dalla tua disponibilità a pensare pensieri amorevoli, a provare sentimenti d’amore e ad agire in modo fiducioso e ispirato dall’amore. Se sarai disponibile a fare questo, la tua coppa traboccherà. Avrai costantemente l’amore di cui hai bisogno e proverai piacere nell’offrirlo agli altri.

L’origine dell’amore è nel tuo cuore. Non aspettarti che siano gli altri a procurarti l’amore di cui hai bisogno. Non prendertela con gli altri se ti negano il loro amore. Tu non hai bisogno del loro amore. Tu hai bisogno del tuo amore. L’amore è l’unico dono che ti puoi fare. Donatelo, e l’universo risuonerà con un grande “Sì!” Negatelo, e continuerai a giocare a nascondino “cercando l’amore in tutti i posti sbagliati.” C’è un solo posto dove puoi cercare l’amore e trovarlo. Nessuno che l’abbia cercato lì è rimasto deluso.” (Paul Ferrini, Il miracolo dell’amore, Macro ed.)

domenica 3 gennaio 2016

Siate ciò che volete essere!



“Una stanza può essere immersa nell’oscurità
per anni, ma se vi portiamo la luce, l’oscurità
sparirà in un istante, come se non fosse mai esistita.”
(Paramahansa Yogananda)

Durante le feste di Natale Paramahansa Yogananda intratteneva i suoi discepoli con sessioni di meditazione, con insegnamenti, con discorsi e preghiere. Questo è il discorso augurale che fece ai suoi discepoli all’inizio del 1935, ed è preceduto da una breve preghiera dello Swami:

“Padre celeste, entrando nell’anno nuovo, possiamo contemplare attraverso i suoi portali la tua gloria e i tuoi ideali. Possiamo percepire in ogni momento il tuo potere, la tua vitalità e la tua guida, per seguire spontaneamente, compiendo sempre le azioni giuste, il sentiero che conduce a Te.”

Fate nuovi propositi con riferimento a ciò che volete fare e a ciò che volete diventare nel prossimo anno. Stabilite un programma, portatelo a termine, e vedrete quanto sarete più felici. Se non riuscirete a rispettarlo significa che avete paralizzato la vostra volontà. Non avete un amico migliore né un nemico peggiore di voi stessi. Se vi aiuterete avrete successo. Non esiste legge divina che vi impedisca di essere ciò che volete essere e di compiere ciò che volete compiere. Nessun evento negativo può influire su di voi senza il vostro permesso.

È la vostra forza di volontà a determinare che cosa siete in grado di fare, nient’altro: né le abitudini acquisite, né il karma del passato, né l’oroscopo. Consultare le mappe astrologiche conferisce autorità e forza al karma del passato e indebolisce la volontà. Dio è la vostra volontà. Non dovete assolutamente permettere che i pregiudizi nati dal dubbio o dallo sconforto si intromettano fra la vostra forza di volontà e la vostra vita.

Il dubbio ha un effetto disastroso: paralizza la forza dinamica della speranza e distrugge la volontà. Se indebolite la forza di volontà, danneggiate la causa prima che conduce a ogni conquista. La fede può realizzare qualsiasi cosa: il dubbio, distruggerla. Evitate in ogni circostanza di cadere vittima del dubbio. Niente deve indebolire la vostra convinzione di poter divenire tutto ciò che volete. Nessuno può ostacolarvi, tranne voi stessi. Sebbene il mio Maestro, lo Swami Sri Yukteswarji, mi ripetesse continuamente questo concetto, all’inizio è stato difficile credere che fosse vero…

Molte persone sono pigre non solo fisicamente ma anche mentalmente. Come un grande faro nascosto, il pensiero costruttivo vi indicherà con certezza la strada che conduce al successo. È sempre possibile trovare una via se riflettete con sufficiente profondità. Le persone che si arrendono troppo presto offuscano la forza del pensiero. Per raggiungere il fine che vi siete prefissati dovete fare del vostro meglio nell’usare il pensiero fino a renderlo così luminoso da rivelarvi la strada che conduce alla meta.

Il potere della suggestione è molto forte e tutta la capacità di realizzare i vostri obiettivi è racchiusa nella mente. Il corpo stesso è, in pratica, sostenuto dal pensiero. Il cibo è un fattore secondario, la forza principale che vi sostiene è la vostra mente, la vostra coscienza. È il pensiero a portare l’energia nel corpo. Quando il pensiero viene neutralizzato, il corpo si sente debole e inizia a declinare…

Eliminate i pensieri negativi e le paure. Ricordate che quali figli di Dio siete dotati delle stesse potenzialità che possiede il più eccellente degli uomini. In quanto anima, nessuno è migliore di un altro. Sintonizzate la vostra volontà affinché possa essere guidata dalla saggezza di Dio che si esprime nella saggezza dei saggi. Se la vostra volontà si unisce alla saggezza, potete realizzare qualunque cosa. La paura inibisce il progresso. Siate pronti ad affrontare tutto ciò che accade; abbiate la prontezza mentale necessaria a far fronte a ogni cambiamento senza soccombere all’inerzia causata dalla sofferenza…

Le cattive abitudini sono le vostre peggiori nemiche. Vi puniscono, inducendovi a fare cose che non vorreste fare e vi costringono poi a pagarne le conseguenze. Dovete abbandonarle, dovete superarle mentre progredite. Ogni giorno dovrebbe rappresentare un passaggio dalle vecchie abitudini a nuove abitudini migliori. Nell’anno che sta per cominciare fate il solenne proposito di mantenere soltanto quelle che favoriscono il vostro bene supremo.

Il modo migliore di liberarvi dalle tendenze indesiderabili è quello di non prestare loro attenzione, non accettatele. Non permettete mai a un’abitudine di impossessarvi di voi: come posso essere costretto a fare ciò che non desidero fare? Questo pensiero vi aiuta a procedere nonostante le abitudini cerchino di trattenervi. La vostra mente cosciente è stata indotta a pensare che le cattive abitudini l’abbiano ipnotizzata…

Le cattive abitudini continuano a ripetervi che non riuscirete a vincerle; invece potete farlo. Negate decisamente le vostre abitudini sbagliate. Decidete di superarle. La mente è tutto, è onnipotente, può controllare la vita e la morte. Dunque fate che questo sia un anno di fermi propositi. Non abbiamo il diritto di portare nell’anno nuovo gli avvenimenti accaduti in quello passato. Siete figli di Dio. Che importanza hanno le azioni cattive già commesse? Vi siete risvegliati; niente può trattenervi, se non glielo permettete.

Siete padroni del vostro destino. Siete fortunati perché Dio è imparziale; vi ama proprio come ama Gesù e i grandi santi. È amore assoluto, perché Egli stesso è in tutte le cose. Ovunque Egli sia, sono presenti il suo amore e la sua devozione. Siate simili a coloro che riflettono la sua presenza più degli altri. Non appena la vostra ricettività diventerà più limpida, Dio risplenderà in voi.” (Paramahansa Yogananda, Verso la realizzazione del Sé)

mercoledì 30 dicembre 2015

Abida Parveen & Rahat Fateh Ali Khan




Abida Parveen è una cantante pakistana di origini Sindhi che viene considerata una delle esponenti più significative della musica Sufi contemporanea. Le sue canzoni sono essenzialmente "ghazals" cioè canzoni d'amore in Urdu e "Kafi" ossia canzoni in cui la voce è accompagnata solo dalle percussioni e dall’armonium sulla base di poesie Sufi. Parveen canta sia in Urdu che in Sindhi, Saraiki, Punjabi e Persiano, e insieme al grande Nusrat Fateh Ali Khan viene considerata una delle voci Sufi più belle di sempre.

In questo video Parveen viene accompagnata da Rahat Fateh Ali Khan che è un cantante pakistano soprattutto di Qawwali cioè di musica devozionale dei musulmani sufi. Egli è il nipote di Ustad Nusrat Fateh Ali Khan ed è il figlio di Ustad Farrukh Fateh Ali Khan, ma è anche il nipote del leggendario cantante Qawwali, Fateh Ali Khan. Oltre che nel qawwali, si esibisce anche nel ghazals e nella musica leggera. Due voci stupende eseguono insieme un brano di struggente bellezza. Questo è il testo della canzone tratta da una poesia scritta dal famoso poeta Sufi, Amir Khosrow, intitolata: "Ogni traccia di me"

Ho puntato tutto quello che ho –
la mia ricchezza, il mio corpo, la mia anima
e la fortuna ha riversato le sue benedizioni su di me
Ognuno fa un gioco di devozione

Devozione
Devozione
Devozione

Ognuno fa un gioco di devozione
Ma la vera devozione non viene raggiunta

Potrai conoscere il vero significato della devozione
Quando vi dedicate al vostro maestro spirituale
Maestro
O mio maestro

Khusrow, il gioco dell'amore
Se io gioco con il mio caro
Se vinco, il mio amore è mio
Se perdo, sono ancora con il mio caro

Hai portato via ogni traccia di me
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Hai portato via ogni traccia di me
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Hai portato via ogni traccia di me

Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli

O se non si accetta di parlare con me
O se non si accetta di parlare con me
O se non si accetta di parlare con me
o meno ...

O se non si accetta di parlare con me
O se non si accetta di ascoltare
non mi lascerà il tuo fianco, la mia amata bruna

Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli

Hai portato via ogni traccia di me
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Hai portato via ogni traccia di me

Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli

Hai portato via ogni traccia di me
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Mi hai intossicato con uno sguardo dei tuoi occhi incantevoli

Hai portato via ogni traccia di me
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
La notte di festa del Profeta è spuntata
La notte è spuntata
La notte è spuntata
La notte di festa del Profeta è spuntata

Venite e lasciare che la sua schiava si offra nella sua sfumatura di toni
Qualunque velo colorato lei abbia scelto
Beata divenne la sua fortuna
Khusrow perderà la sua anima per amore di Nizamuddin Auliya
per amore di Nizamuddin Auliya

Nizamuddin Auliya
Nizamuddin Auliya
Nizamuddin Auliya
Nizamuddin Auliya

Khusrow perderà la sua anima per amore di Nizamuddin Auliya
Tu mi hai reso una sposa radiosa
con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Hai portato via ogni traccia di me

Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli
Dei tuoi occhi incantevoli
dei tuoi occhi incantevoli
Con un solo sguardo dei tuoi occhi incantevoli."

(Amir Khosrow, 1253-1325)


Buon ascolto
Sharatan