giovedì 23 giugno 2011

Avviluppati nell’ego


“L’illusione in cui vivevi si dissipa.
La tua anima sanguina, ma la maschera cade,
e una menzogna finisce.
Perdi una gioia, ma acquisti una verità.
Di che cosa ti lamenti?”

(Gustave Thibon)

Chogyam Trungpa scrive che è facile seguire un approccio spirituale, soprattutto se pensiamo di ottenere la salvezza, la liberazione e se speriamo di manifestare dei miracoli con cui possiamo dimostrare di essere degli illuminati agli occhi del mondo. Ragionando così, rischiamo di restare incatenati alla “aurea catena della spiritualità” che, per quanto fatta d’oro finissimo incastonata con pietre preziose e rifinita con tarsie molto raffinate, resta pur sempre una catena che ci tiene prigionieri.

Molti approcciano alla spiritualità pensando di ottenere l’arricchimento dell’ego, perciò finiscono per impersonare un materialismo spirituale che è un processo evolutivo degno di un organismo suicida. Vi sono poi le lusinghe di ottenere il potere di risolvere i nostri problemi, perciò pensiamo di usare degli strumenti magici per risolvere i problemi di nevrosi, di depressione, di aggressività e i problemi affettivi e sessuali che affliggono gli uomini moderni.

E’ una grande delusione verificare che dobbiamo abbandonare tutte le nostre aspettative, perciò possiamo restare delusi e insoddisfatti scoprendo che è necessario abbandonare ogni impresa personale e ogni senso dell’ego. Per l’ego, l’illuminazione equivale al momento della morte, perché ogni “me” e ogni “mio” viene ucciso con la morte dell’osservatore. Seguire un sentiero spirituale è molto doloroso, poiché è un continuo atto di smascheramento, infatti l’illuminazione distrugge tutte le maschere di cui si riveste l’ego.

L’illuminazione toglie dal nostro volto ogni strato protettivo che vi era stato accumulato, perciò vengono tolti tutti i veli insieme alle maschere e ogni strappo diventa l'insulto e l'affronto all’importanza dell’ego e al nostro egocentrismo: l’illuminazione è la sconfitta dell’aspetto egoico. L’illuminazione richiede la rinuncia a ogni ambizione dell’orgoglio, perché lo smascheramento ci fa cadere sempre più in basso, finché si cade sulla terra come un soggetto infimo e come il più piccolo degli esseri.

Per diventare adatti all’evoluzione spirituale è necessario divenire come un granello di sabbia che non coltiva delle ambizioni o delle aspettative, perciò non ha bisogno di fronzoli ornamentali: è solo così, dice Chogyam Trungpa, che la pratica spirituale acquisisce un’utilità concretamente utilizzabile. L’approccio alla vita deve essere semplice e diretto in modo che restiamo ricettivi agli insegnamenti che giungono da un fatto, da un individuo oppure da una lettura: ogni cosa deve poter diventare un insegnamento per migliorare la qualità della nostra vita.

Ogni cosa diventa una conferma e un incoraggiamento, poiché non esiste una lusinga che possa corrompere l’umile granello di sabbia. Dal punto di vista dell’atomo di polvere che è situato nello spazio infinito dell’universo, tutto è luminosità e spazio, poiché lo spazio è così vasto che il granello non può frenare o impedire nulla: il granello non vuole essere considerato, perciò nulla gli manca. Se siamo in grado di diventare come questo granello, insegna Chogyam Trungpa, possiamo diventare l'imperatore del mondo.

L’uomo si aggrappa a tutto, perciò lotta per impedire che la trasformazione lo ponga davanti a quello che muta, infatti la trasformazione deve iniziare con la morte del vecchio per dare spazio al nuovo, che è anche il vero significato del detto di Gesù: “Lasciate che i morti seppelliscano i morti.” Sappiamo che è necessaria la fine delle cose che sono giunte al termine, affinché possa restare spazio per la nascita di cose nuove e migliori, ma resta la nostalgia del cordone ombelicale da cui siamo stati separati, perciò resta percepibile e innestata nel nostro dolore e nel disagio interiore che sono latenti nell’uomo.

Anche l’abbondanza non può evitare che emerga il doloroso sottofondo con cui l’uomo conosce l'incompletezza, perciò sperimentiamo un dolore che ascende usando una scala con tre gradini. Il primo dolore, dice Chogyam Trungpa, è quello fondamentale che conosciamo nella scissione primaria, ma impariamo anche a conoscere quel dolore intermittente che nasce quando trasciniamo un fardello troppo oneroso, che solo per pochi attimi ci viene sottratto per essere ricollocato, subito dopo, sul nostro collo come uno giogo oppressivo.

Il dolore che si assomma è quello che sorge dall’insicurezza della vita sulla terra, perché è l’insicurezza che spinge all’attaccamento al mondo e che causa il nostro dolore più intenso. Queste tre forme di dolore sono quelle che l’ego sperimenta nelle varie fasi della sua vita e nelle situazioni in cui si confronta con il mondo e con le sue trasformazioni. Queste sensazioni esistono sebbene cerchiamo di sfuggirle fingendo la felicità e la sicurezza, infatti il dolore può essere tanto pervadente da diventare un dolore permanente e continuo.

Lo sforzo illusorio di tenersi aggrappati alla felicità e al mondo sono le condizioni esterne a cui l’ego si aggancia per esistere, infatti l'ego vive illudendosi di ottenere la continuità, poiché si rifiuta di credere che la vita sia transitoria e sia una continua evoluzione. Ottenere delle certezze è il sogno, perciò l’ego ci nutre di inganni e di finzioni con cui sa legarci alla materia tramite queste illusioni e confusioni da cui nascono tutti gli attaccamenti e l’aggressività che opprimono l'uomo: perciò diventiamo incapaci di apprezzare l’istante, che è l’unica vita e l’unica sostanza che si può trattenere concretamente.

Crediamo di vincere l’ego usando le mutevoli condizioni umane, pur sapendo che la loro discontinuità non può offrirci alcun appoggio sicuro, infatti usiamo un paradosso che non può offrire alcun riparo dalla sofferenza. E' essenziale conoscere come l'ego sa costruire i confini del suo territorio, poiché ci rende consapevoli dei meccanismi che usiamo per trasformare delle proiezioni in credenziali che sanno simulare una consistenza e un'importanza che nessuno deve millantare.

Le nostre incertezze ci spingono a ricercare solidità, perciò un punto di riferimento esterno e “qualcosa” di solido a cui ancorarsi: è qui che la burla diventa evidente, dice Chogyam Trungpa, sebbene l’uomo non sembra divertirsi affatto. La beffa è nel credere nella solidità del “me” opposto “all'altro.” Questa è la patologia umana che crea “fissazioni” basate sul nulla: infatti l'uomo crea la solidità usando l'esistenza di un "uno" che emerge per contrasto con lo "zero" che è il Tutto infinito, perciò l'uomo nega che la potenzialità infinita sia superiore alla singola manifestazione.

Ogni volta che cerchiamo solidità siamo sul bordo di consistenze fittizie nel samsara del ripetersi delle illusioni, e l'illusione è credere che possa esistere una solidità che sappia garantirci, per questo restiamo invischiati nelle beffarde illusioni del mondo. Lo scherzo cosmico è nell'illusoria costruzione di un senso concreto per una entità che non ne ha alcuna necessità, perciò avviene un processo di sviluppo dell'ego che il buddismo vede come un percorso in 5 fasi che vengono chiamate “skandha” o sezioni.

Secondo il buddismo l'individualità inizia a costruirsi quando impara ad usare questi cinque aggregati differenti che corrispondono ai cinque involucri che vengono sviluppati per strutturarci. L’ego nasce a causa della nostra ignoranza fondamentale, in quanto ignoriamo l’apertura, l’intelligenza e la fluidità dello spazio. Quando incontriamo delle lacune in cui percepiamo un vuoto temiamo che la nostra esistenza abbia dei lati inquietanti, perciò entriamo nel primo skandha, quando nasce il sospetto che qualcosa vada storto e che possano accadere fatti imprevisti. Questa sensazione attiva la reazione della catena karmica con la percezione di sensazioni di confusione e disperazione estreme e inspiegabili che sono avvertite nell’ansia.

La paura di perdere il sé e l’assenza dell’ego diventano la paura di una minaccia sconosciuta, perciò l’ego si aggrappa disperato al suo territorio e “congela” il suo spazio nella sua ignoranza che è testarda e ostinata. Scoprire l'assenza dell'ego causa il nostro rifiuto interiore di una realtà inaccettabile, perciò siamo disposti ad attaccarci a qualsiasi illusione possa aiutarci a negare l'inaccettabile.

Nella fase successiva facciamo il tentativo di tenerci occupati con delle cose che sappiano distrarre la nostra attenzione dalla solitudine, perciò chiudiamo la struttura della nostra catena karmica. Il karma dipende dalla relatività, poiché ognuno reputa come “sua” una cosa differente, perciò esso si ripresenta e si ripete sempre identico ogni volta che il medesimo contesto si ripresenta. Nel secondo skandha otteniamo la sensibilità e la capacità di percepire il ritorno delle nostre azioni, infatti impariamo che il voler confermare delle proiezioni interiori usando delle credenziali esteriori può inserirci in un circolo vizioso di ripetizioni infinite.

Nella terza fase sappiamo costruire tre comportamenti impulsivi con cui impariamo a gestire le nostre proiezioni, cioé l’indifferenza, la passione o l’aggressività. Nella strategia dell’indifferenza, la sensibilità che vogliamo evitare viene intorpidita, così da renderla inoffensiva, perciò ci forgiamo una armatura interiore che serve a questo scopo. La strategia della passione è come l’ossessione di prendere per divorare, poiché la passione funziona magnetizzando le sostanze, infatti cerchiamo di ottenere ciò di cui avvertiamo carenza, perciò allunghiamo i tentacoli per poter afferrare ciò di cui abbiamo bisogno.

La strategia aggressiva sorge dalla percezione di una minaccia alla nostra sopravvivenza, poiché avvertiamo che dobbiamo difenderci a ogni costo: ma questa strategia di povertà e carenza sorge dall'insicurezza interiore di poter difendere noi stessi e trattenere ciò che sentiamo "nostro". Dal terzo skandha nasce il meccanismo di “percezione/impulso reattivo” in cui l’ignoranza, la sensibilità e l’impulso che segue la percezione diventano il “nucleo” dei nostri meccanismi istintivi e delle strutture primarie usate per controllare il nostro terreno d’azione, perciò immaginiamo l’uomo come un radar che usa tre tipi di sensori funzionanti sia in modo autonomo che correlato.

Se l’ego fermasse la sua evoluzione e non trovasse delle forme più raffinate per controllare il corpo, saremmo degli antropoidi ancor più arretrati di come sembriamo, infatti l’ego non esisterebbe senza l’intelletto. L’ego non potrebbe perfezionarsi senza la creazione di concetti che possono dare un nome alle cose per riordinare le informazioni che riceviamo. L'uomo ha necessità di organizzare e incasellare il mondo per controllarlo, infatti strutturiamo le categorie mentali usando le etichette dei concetti per conservare il ricordo dei loro contenuti.

Nella quarta fase l'ego deve imparare a gestire le categorie mentali per poterle usare nel riordino del suo mondo, perciò nella fase finale sorge la necessità di un fissativo che perfeziona e che stabilizza le capacità che abbiamo acquisite. Questa funzione verrà svolta dalla coscienza, che è lo strumento più efficace che abbiamo, perciò costituisce il mezzo più idoneo per mantenere il contatto tra il nostro versante istintivo e quello intellettuale, infatti la coscienza riesce a completare la struttura con cui l'ego sa dominare il mondo.

Buona erranza
Sharatan

martedì 21 giugno 2011

Tu eri destinato


Tutto questo
è la preparazione a camminare nel mondo
come Luce.
Adesso sei stato trovato,
e il rincorrersi di molte vite è terminato.

A mano a mano che ogni strato di polvere
viene tolto
dalla superficie,
il Tu
che hai conosciuto

deve disperdersi.

Lascia che questa Luce divenga
il Tuo discorso & il Tuo silenzio.

Lascia che il dolore
che ha dimorato in te
muoia.

Lascia che le persone
che Ti amano
Amino Se Stesse.

Lascia che la terra tremi,
che le stelle brucino
che i cieli si squarcino
quando tu lo farai.

Per quanto dolorosa sia questa parte,
Tu eri destinato
a conoscere la tua Luce.


(Melanie Claire)

domenica 19 giugno 2011

Le vie del Sé


“Per prima cosa tutti voi non dovete credere a nulla,
e secondo non dovete fare nulla che non comprendete”

(Georges I. Gurdjieff)

C’è veramente bisogno di imparare le vie del Sé, di diventare sempre più intimi con i pensieri del cuore, di allenare la mente a lavorare con questi pensieri. E’ necessario accentuare la positività riguardo alle nostre capacità, è necessario accrescere la nostra compassione, andare verso la tolleranza, è necessario andare verso la creatività personale e verso la manifestazione dei nostri talenti: insomma dobbiamo avere una maggiore fiducia nel futuro.

Molti pensano che la conoscenza e la saggezza porteranno molti frutti spirituali, ma l’obiettivo diventa insostenibile se non sono rafforzate e illuminate dall’amore umano. Per questo il primo apprendimento è l’amore, ma quando si impara tramite cognizioni, queste ci rendono amabili e seducenti poiché aiutano l’esibizione della personalità e dell’intelligenza, ma la persona diventa sterile e fredda, poiché è priva dell’amore che trasforma l’erudizione in comprensione.

Nella cultura cinese vi è il simbolo taoista dello Yin e Yang, in cui il cerchio è diviso in una parte nera che ha un punto bianco al suo centro e una parte nera che ha un punto bianco: questo simbolo afferma che è vero che si distingue il nero dal bianco, ma la realtà è frutto di quell’equilibrio. Così dovremmo vedere la parte oscura di noi stessi, cioè la parte che percepiamo come la più miserabile.

E’ invece molto più diffusa l’immagine di una guerra tra i guerrieri della luce e i guerrieri dell’oscurità: è invece nella corretta interpretazione del simbolo taoista che dovremmo fare il riequilibrio tra i due aspetti. E’ in questo riequilibrio che va inquadrato il lavoro da compiere sul sé ombra. E’ assolutamente impossibile negare l’aspetto predatore dell’animo umano, come è impossibile negare di poter provare gelosia, cupidigia, invidia odio e vendetta e tutti gli altri difetti e vizi, ma sappiamo anche che noi siamo tutt’altro e molto di più.

Nel lavoro sul riequilibrio tra le tendenze più infime a cui può giungere l’animi umano, perciò dagli abissi interiori fino alle vette delle aspirazioni più nobili è stato collocato il lavoro che l’uomo, sommo artigiano dell’architetto celeste, deve saper compiere su se stesso. E’ davvero una grande conquista vedere il lato oscuro del sé come una risorsa e non come un difetto, e sentire che abbiamo un cuore potente e coraggioso, perciò sentirsi come un leone che è capace di dominare. Questo è il passaggio che gli sciamani chiamano la scelta dell’animale totem a cui assomigliare, poiché dobbiamo scegliere se diventare il cacciatore-totem oppure il predatore assassino.

L’animale totem può muoversi furtivamente nei sogni e tornare indietro per riferire le notizie di altri mondi e di altre dimensioni, così può aiutarci nella nostra ricerca di verità. E allora tutti gli aspetti del nostro sé ombra non appaiono poi così sudici o disgustosi se usiamo il potenziale creativo ed evolutivo delle nostre tendenze interiori, e se li vediamo come aiutanti nella nostra ricerca.

I lati oscuri come quelli luminosi sono influenzati non dalla natura dell’essere, ma dalle emozioni che li alimentano, per questo va raffinato il livello delle emozioni facendo chiarezza sul miscuglio di emozioni che offusca e opprime la nostra mente. Per questo dovremmo egualmente raffinare i nostri desideri fisici e il nostro desiderio di ricerca della conoscenza. In questo modo passiamo dal regno del dualismo yin e yang al ritmo dell’armonioso fluire dell’energia che circola liberamente in tutti i nostri chakra.

Finché non c’è il riequilibrio dei nostri lati oscuri con quelli luminosi vedremo le persone come catalizzatori negativi o positivi, infatti vedremo bianco o nero a seconda delle proiezioni che faremo sul mondo esterno e sulle persone, che è il modo indiretto di lanciare fuori il nostro lato luminoso e oscuro. Dobbiamo vedere in modo positivo anche quei momenti di buio in cui pensiamo che non possiamo farcela, perché nel momento vediamo che c’è un cattivo atteggiamento nel modo in cui siamo coinvolti, quindi abbiamo l’opportunità di migliorarlo.

Osserviamo quei pensieri e quei meccanismi che sono alla base dei pensieri, osserviamo i commenti che facciamo riguardo a quel tipo di pensieri, poiché spesso vi sono giudizi che vengono emessi sulla qualità del pensiero. Scopriremo che possono esistere delle voci che devono essere messe in un archivio segreto della memoria più profonda, ma queste voci non devono rimanere confuse con le voci che ci parlano tramite il sogno e tramite la riflessione.

In un archivio segreto e inaccessibile vanno rinchiuse le voci che parlano con parole che non sono le nostre, cioè tutte le voci dei genitori, dei guardiani e dei censori, dei profeti e delle autorità esteriori, perché l’unica voce che dobbiamo ascoltare, quando facciamo il riequilibrio interiore è una presenza interiore amorevole e compassionevole. Ma le vie dell’amore sono difficili, per cui spesso sono usate le forme del trauma per richiamare alla coscienza gli elementi che ci indeboliscono in modo che il dolore diventa un fissativo che rafforza l’attenzione su quello che ci distorce e confonde.

L’equilibrio del sé richiede il coraggio di superare sfide molto dolorose, ma nulla possiamo fare se non siamo innamorati di noi stessi, poiché è necessario innamorarci di noi stessi per poter vedere con compassione all’alternarsi di luce e di ombre che sono nelle eclissi del bene e del male presenti nel carattere di tutti. Un sé che è squilibrato produce un blocco energetico e quindi un tipo di energia che funziona come catalizzatore per il tipo di lezione di cui l’entità ha bisogno per apprendere la lezione che è necessaria allo sblocco e quindi all’evoluzione.

L’evoluzione interiore del sé si compie tramite tutte le lezioni che vengono imparate, ma questo non ha nulla a che vedere con la precisione con cui si eseguono i compiti o con il livello di miglioramento di questa precisione. Il miglioramento è nell’essere dell’entità, nel modo in cui essa reagisce, nella libertà e nella spontaneità con cui offre il suo amore, nella cura che dedica a coloro che pensa, nelle cose con cui occupa la sua mente, e negli ideali e nei sogni che gli stanno a cuore: il miglioramento dell’essere è nella capacità di creare luoghi di luce a cui può spingere il suo spirito.

Questo è il motivo per cui scrivono che l’equilibrio non giunge per coloro che si illudono di dirigere con abilità e con precisione la loro vita ma giunge per chi sa amare profondamente. Per questo motivo nessun equilibrio e nessuna saggezza viene dal pensare di avere come unico fine l’equilibrio stesso, poiché nessuno conosce se stesso fino in fondo, in quanto il sé è sempre cieco. Ricercare l’equilibrio è il fine, ma può nascondere l’insidia nell’orgoglio di credere di possedere la saggezza, perciò diventa l’arroganza del possesso delle verità assolute.

Siamo parte dell’energia, siamo un aspetto della consapevolezza, noi siamo un magma incandescente che si raffredda perdendosi nelle false concezioni del mondo che ci privano della nostra potenza. Per questo le nostre azioni possono perdere la loro efficacia e possiamo divenire dei continenti sconosciuti a noi stessi se crediamo di conoscere ciò che possiamo diventare. Ricordiamoci che siamo la scintilla di una luce più grande, che è molto più grande di quanto si possa percepire e che è in continuo miglioramento, poiché siamo in una realtà che è in espansione.

L’uomo teme di guarire dalla dualità, poiché vede l’evoluzione che è una via infinita come un percorso che richiede lo sforzo della volontà e l’esercizio di crescenti competenze, perciò l’uomo teme il suo risveglio, poiché non ama sottoporsi alla disciplina. Dobbiamo sapere che l’uomo muore solo quando gli diventa impossibile di poter lavorare al suo raffinamento, perciò solo l’amore per il nostro raffinamento ci deve dare la gioia di continuare.

L’uomo non deve sentirsi imperfetto e indegno perché il peccato non esiste, infatti l’uomo pecca solo quando non riesce a destarsi dal sonno, perciò non può colpire il suo bersaglio. L’uomo vive addormentato nei suoi sensi offuscati, per questo dobbiamo ricordare che è l’amore per questo lavoro che ci offre la gioia di fare. L’uomo deve migliorarsi perché ama farlo e perché deve sentire nel cuore, nella mente e nello spirito l’amore di essere il fiume armonioso che scorre verso l’oceano.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 15 giugno 2011

Risorgere dalla radice terrestre


“Siamo disposti o no ad ammetterlo,
noi siamo piante che devono crescere radicate nella terra,
se vogliamo fiorire nell’etere e dare i loro frutti”

(Johann Peter Wenzel Hebel)

Gurdjieff paragona la condizione umana a quella del prigioniero che deve diventare consapevole della sua prigione poiché, se l’uomo non sa di essere in prigione non può attuare nessun piano di fuga. Nessuno può tentare la fuga se non è insofferente alla sua prigione, poiché non possiamo liberare chi vuole restare dov’è, infatti nessuno può essere costretto a lasciare una condizione che non vuole abbandonare, perciò non possiamo considerare a favore ciò che ci si oppone.

Se l’uomo è insofferente alla sua prigione e se vuole scappare deve trovare chi è già evaso e gli può indicare la via e i mezzi adatti per l’evasione. Le potenzialità umane sono straordinarie, infatti l’uomo può aspirare anche all’immortalità, ma questo non significa che il progresso sia garantito e neppure che tutti ne siano capaci, per questo diventa necessario ricordare ciò che l’uomo può divenire, perché la “sequenza corretta del suo possibile sviluppo” ci rammenti le potenzialità straordinarie di cui siamo forniti.

La conoscenza ci fa acquisire maggiore modestia perché l’uomo deve smettere di millantare il possesso di qualità che è ben lontano dall’avere, infatti i progressi sono possibili, ma solo a costo di molta fatica e molto sacrificio. L’evoluzione richiede sforzi ma, soprattutto richiede degli sforzi che siano consapevoli dell‘obiettivo: la predisposizione a faticare è il requisito essenziale e l’interesse per il lavoro si verifica valutando il possesso di questa attitudine.

L’uomo deve faticare per lo sviluppo, infatti può definirsi completo solo quando possiede quattro corpi che sviluppa tramite delle sostanze sottili e raffinate. Questi corpi devono potersi sviluppare compenetrandosi uno nell’altro, perciò devono saper funzionare in reciproca relazione, ma devono essere anche capaci di funzionare in modo indipendente uno dall’altro, perciò devono essere sia collegati che autonomi. Sull’evoluzione sarà bene sapere che non può esistere un’evoluzione meccanica, perché possiamo evolvere solo sviluppando la volontà di voler lavorare in modo sempre più specializzato.

La possibilità evolutiva inizia dal corpo fisico, poiché esso possiede una organizzazione talmente complessa che ci permette di sviluppare “un organismo nuovo e indipendente” che offre alla nostra coscienza uno strumento più sensibile e più elevato del corpo fisico. L’evoluzione avviene se separiamo “il sottile dal denso” che è il lavoro specializzato a cui l’uomo si dedica quando possiede la consapevolezza della sua condizione e se possiede la volontà di voler cambiare.

Nella discriminazione tra denso e sottile vanno usati gli “idrogeni” delle nostre capacità migliori per portarle ad un livello ancor più elevato, perciò facciamo il raffinamento in modo sempre più accurato e come in ogni lavoro che è molto complesso potremmo anche non riuscire a conseguire dei risultati, ma il fatto di aver tentato lo sforzo diventa sufficiente per poter avere una possibilità futura, che non è un fatto scontato, poiché tutto va saputo meritare.

Secondo la concezione cristiana il primo corpo che possediamo è quello carnale, il secondo corpo è quello naturale dei sentimenti e dei desideri, il terzo corpo è quello spirituale del pensiero e il quarto corpo è il “corpo divino.” I teosofi dicono che il primo corpo è quello fisico, il secondo corpo è quello astrale dei sentimenti e desideri, il terzo corpo è quello mentale e il quarto corpo è quello causale che è il corpo della volontà di chi ripone in se stesso la causa delle sue azioni.

Gli indù usano la simbologia della carrozza e del cocchiere, perciò dicono che il primo corpo è la carrozza cioè l’involucro carnale, il secondo corpo è il cavallo delle emozioni, il terzo corpo è il cocchiere che è il pensiero, mentre il quarto corpo è il Padrone che è l’Io, la coscienza e la volontà.

Seppure con diversi termini la ripartizione è presente in tutte le dottrine però, tutti dimenticano di dire che l’uomo non nasce con i suoi corpi sottili e che tali corpi vanno coltivati in modo artificiale, perciò la coltivazione può essere ostacolata o facilitata da alcune condizioni.

Nulla si ottiene senza fatica e senza la discriminazione, infatti l’organismo deve saper elaborare le sue sostanze nutritive per portandole dallo stato grezzo in cui sono inutilizzabili a quello raffinato in cui si possono usare, sia in senso fisico che cosmico.

L’uomo deve rendere il suo corpo più raffinato, affinché anche la coscienza sia elevata agli stati più alti dei centri superiori: i nutrienti da usare sono le componenti del cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e le impressioni sensoriali, sebbene crediamo di poter mangiare solo i cibi che permettono la nostra sopravvivenza fisica.

L’uomo che funziona come una macchina dipende solo dalle sue impressioni esteriori, perciò tutto gli accade mentre egli vive passivamente rendendo vero il detto che: “Polvere sono e polvere tornano a essere.”

Gli uomini inerti sono degli organismi con materiali che muoiono e che sono sepolti, perché nulla resta dopo la loro morte: essi mangiano per mantenere un’apparente vita fisica, ma non hanno nulla che possa essere permanente e che sappia sopravvivere.

Solo se il corpo fisico produce delle sostanze fini che lo sanno nutrire egli può accrescersi, infatti può sfruttare le sue scorte energetiche per sviluppare il suo corpo astrale, ma la formazione richiede l’ulteriore accumulo di surplus di energia da usare per sviluppare il corpo mentale, perciò sono necessarie delle ulteriori sostanze raffinate di cui disporre per la costruzione del quarto corpo superiore.

Il nostro organismo deve saper produrre dei surplus crescenti facendo degli incrementi energetici per formare dei corpi che sanno dominano le strutture inferiori, fino al corpo superno che possiede delle capacità sconosciute e superiori.

Chiaramente l’evoluzione è possibile solo in determinate condizioni, poiché è un lusso anche saper sviluppare il corpo astrale, poiché non tutti possono tornare sulla terra per rivestire nuovamente l’involucro fisico, perciò questo dono non va disprezzato poiché l’incarnazione ci offre l’opportunità di completare l‘evoluzione.

Saper sviluppare un corpo astrale è essenziale, poiché esso sopravvive alla morte del corpo fisico e permette la rinascita: il corpo astrale permette una nuova incarnazione entro il tempo in cui resta permanente, infatti in seguito anche il corpo astrale deve dissolversi non essendo immortale.

Poiché il corpo astrale dura molto tempo dopo la morte del corpo fisico si crede che sia facile da ottenere, ma il suo sviluppo è un vero lusso, dice Gurdjieff. Ma se pensiamo che qualcosa sopravvive alla morte, poiché permane è solo perché l’uomo sa creare “qualcosa capace di resistere alle influenze esterne“ facendo una “cristallizzazione” che permette la permanenza di qualità che acquisisce.

La cristallizzazione si ottiene con la “fusione” in un nucleo interiore di prerogative che guadagniamo durante la dura lotta tra “si” e “no” e come frutto del duro lavoro interiore che è necessario per ottenere quello che può resistere per sopravvivere anche alla morte fisica. La cristallizzazione è costituita dalla “certa fusione delle qualità interiori dell’uomo: una certa indipendenza dalle influenze esteriori” prodotta per frizione, cioè come risultato della lotta delle nostre opposte tendenze.

Se l’uomo vive senza provare dei conflitti interiori, allora egli vive in modo passivo e meccanico, perciò tutto gli accade e lui vive seguendo la corrente, infatti è passivo in un mondo immobile, perciò tutto sarebbe immutabile.

Se l’uomo sente una rivolta interiore e sa lottare per andare verso una direzione che avverte come definita, allora riesce a sviluppare delle caratteristiche permanenti e specifiche, infatti inizia a cristallizzare queste particolarità: questo è lo strumento per costruire il nucleo che dobbiamo saper nutrire come un bambino e che permette il perfezionamento futuro.

La cristallizzazione è la capacità che usiamo per creare la forza interiore che ci rende capaci di sopportare ogni cosa pur di poter ottenere ciò che vogliamo, perciò rappresenta la determinazione di una volontà irriducibile. Dobbiamo anche sapere che questa capacità è indipendente dalla qualità del desiderio e dalla nobiltà dell‘obiettivo che ci siamo prefissati, in quando è possibile poter sviluppare qualunque facoltà se usiamo lo sforzo continuo, il lavoro e la determinazione di voler essere vincenti.

Solo la cristallizzazione permette di conservare le caratteristiche in modo indipendente dalle condizioni esterne e offre una consistenza che possa restare: tutte le sostanze che mangiamo ci sono necessarie per vivere, perciò sappiamo come usare il cibo e l’aria per conservare la vita dell’organismo. Abbiamo molta difficoltà a capire come i suoni, le immagini e gli odori possano plasmarci, infatti spesso ci dimentichiamo del fatto che l’energia possiede delle precise qualità di vibrazioni, perciò dimentichiamo che l’energia è un nutrimento.

Le impressioni sensoriali entrano nel corpo come energie che ci nutrono impregnando il nostro corpo, perciò dobbiamo saper usare ciò che ci nutre sapendolo usare in modo adeguato e completo. L’impatto delle emozioni diventa lo shock che può stimolare una trasformazione, poiché senza stimolazioni non possiamo trasformare dei vili metalli in oro, perciò resteremmo dei materiali inerti.

Solo l’azione del mondo ci permette di produrre quegli idrogeni sottili che sanno fornire una consistenza alla sostanza che sarà cristallizzata, infatti senza cibo e acqua possiamo vivere molti giorni, ma senza aria e senza impressioni sensoriali resistiamo pochissimo tempo.

Il flusso delle impressioni sensoriali funziona su di noi come una puleggia che è collegata all’albero motore, perché il mondo ci offre sempre l’impulso per evolvere: Il motore è il mondo circostante e la natura che ci trasmettono il loro movimento energetico usando le impressioni sensoriali con cui ci sottraggono all’inerzia. Tutto quello che esiste possiede uno scopo e una finalità evolutiva, perché tutto l’universo è in evoluzione, perciò tutto insegna come poter andare verso la nostra meta se impariamo ad applicare la legge dell’ottava a tutto quello che accade nella nostra vita.

Buona erranza

Sharatan

domenica 12 giugno 2011

Il sogno dell’anima


“Il dubbio cresce con la conoscenza”
(Johann Wolfgang von Goethe)


La realtà assoluta è Coscienza allo stato puro, poiché essa include tutto essendo più assoluta della luce che varia d’intensità se è modificata la sua velocità: la Coscienza è più assoluta della materia che è la manifestazione dell’energia, poiché anche l’energia è prodotta dalla vibrazione della Coscienza. La scienza cartesiana afferma che la coscienza è il prodotto dell’attività cerebrale, infatti lo esprime nel detto: “Penso dunque sono” con la teoria che è l’attività cerebrale che produce la consapevolezza.

Nelle filosofie orientali si crede che la consapevolezza discende dalla Coscienza pura per produrre il pensiero, infatti per pensare è necessario avere una coscienza, perciò una tale concezione richiede una disposizione mentale inconsueta per la nostra struttura mentale. Secondo queste filosofie, il pensiero è presente anche in assenza del cervello fisico, e la realtà può essere non solo reale ma anche potenziale: nulla si potrebbe manifestare se non fosse insita una potenzialità di attivazione di quella determinata realtà.

Se non ci fosse un’energia potenziale non ci sarebbe movimento perciò sarebbe assente anche l’energia cinetica, e anche la vita sulla terra non ci sarebbe se non si fossero concretizzate le condizioni che la resero possibile, perciò la vita sarebbe rimasta latente. La capacità di saper discriminare e l’intervallo tra latenza e potenziale d‘azione, perciò l’assenza di percezione oppure la piena comprensione è resa possibile dalla capacità di avere la percezione spirituale, perciò dal possesso della sensibilità alle sfumature più raffinate.

La Coscienza è il prodotto e non è la causa della manifestazione materiale, infatti la coscienza può esistere anche attraverso l’attività del cervello, ma non ha la necessità della materia per poter esistere. Anche la fisica ci dimostra che non esiste alcuna differenza tra i minerali ed i tessuti nervosi, poiché entrambi sono responsivi alle stimolazioni sperimentali, sia pure nelle loro specifiche coscienze e con le loro particolari sensibilità.

La Coscienza usa il cervello per manifestarsi, perché per avere esperienze materiali deve usare la materia concreta, ma questo è possibile solo perché tale prerogativa è potenziale nell’organismo, perciò attualizzabile come una possibilità che è innata. Nella Bhagavad Gita è scritto che la Coscienza perfetta è ovunque e che nulla può alterarla, infatti il cervello è come una finestra da cui la consapevolezza si affaccia per osservare il mondo usando un punto di vista e una prospettiva che è particolare di quella prospettiva

Nell’uomo la percezione è condizionata e offuscata da un vetro spesso e appannato che impedisce di vedere con chiarezza le cose, perché quando la Coscienza si proietta nel mondo deve assumere una forma materiale, perciò deve usare le qualità e le caratteristiche di quella struttura per poter operare. Quando la Coscienza si manifesta come una forma minerale diventa solida, salda e immobile come la roccia, quando si manifesta nel mondo vegetale assume la forma dell’erba, dei fiori e degli alberi che hanno un movimento lieve e che conservano solo le tracce di una vaga e sognante “immaginazione cosciente.”

Nella manifestazione della struttura animale si sperimentano i movimenti del corpo e si percepisce l’intelligenza intuitiva che è insita nell’istintività, perché anche l’animale possiede una coscienza, ma solo l’uomo possiede la consapevolezza che sa trascendere il corpo e la mente. Solo l’uomo può andare oltre la sua forma fisica e crescere all’infinito sapendo salire fino alla Coscienza superiore, poiché questo non ci è precluso dal fatto di avere una forma materiale

L‘uomo possiede delle potenzialità superiori che sono insite nella sua struttura primaria, perché gli vennero impresse come un marchio insieme alle sue personali peculiarità. Molte volte vediamo che l’uomo non è perfetto ma questo è irrilevante, poichè sappiamo vedere oltre la fisicità, perciò possiamo conoscere superando l’illusione della materia. I maestri ricordano che non abbiamo delle parti ritenute come superiori o inferiori, poiché dobbiamo saperci espandere solo in relazione al nostro sé, perciò come una coscienza che trova l'evoluzione solo a partire da se stessa.

Per questo dobbiamo ritornare verso il nostro centro che è anche la verità comune a ogni insegnamento spirituale, infatti Gesù disse: “Il Regno di Dio è dentro di voi” (Luca 17,21). Anche la scienza ci dimostra che l’universo ha iniziato la sua espansione solo in relazione a se stesso e che l'espansione continua, perciò così agisce anche la coscienza umana. L’uomo deve saper dirigere correttamente le sue espansioni e le sue contrazioni interiori per agire sul mondo, poiché l’uomo è l'artefice del suo destino

La coscienza umana si espande e si contrae seguendo l’impulso dei sentimenti e delle emozioni, infatti l’uomo deve direzionare intenzionalmente le energie interiori e deve imparare come espandere al meglio il suo essere. I maestri ci insegnano che la via preferenziale è nell’attivazione dei centri superiori e dei sentimenti più sublimi, in quanto la forza dell’amore, della compassione e della tenerezza sanno elevare l’uomo e sanno attivare le sue migliori potenzialità.

Se la nostra energia viene contratta dalla negatività della paura, della rabbia e della violenza siamo nella trappola delle regioni inferiori, poiché quei veleni distruggono la nostra pace e ci lasciano nella desolazione del nulla: questa condizione è simboleggiata nella cacciata di Adamo che non sapendo bilanciare le opposte tendenze del bene e del male perse il suo Paradiso. L’immagine illustra anche l’opposizione tra i nostri impulsi inferiori e quelli superiori, che rappresentano l'opportunità di potersi espandere all’infinito, poiché l’elevazione diventa possibile se sappiamo attivare l'ottava superiore in tutte le situazioni.

L’inferno è vissuto nei livelli più bassi della coscienza essendo annidato come un serpente energetico nei chakra inferiori, infatti essi sono collegati al nostro sviluppo primitivo che reca l’impronta degli istinti primari, perciò non possiamo trascenderci se non sappiamo orientarci verso i chakra più elevati. Con il ripristino dell'equilibrio energetico possiamo giungere nella Coscienza che è pura, poiché usa la Luce dell'intelligenza che sa illuminare discriminando oltre le apparenze con la consapevolezza dell’Essenza suprema.

Nella nostra spina dorsale è impressa la mappa per il ritorno, perciò conserviamo in noi la nostra memoria, infatti la spina dorsale è il tunnel che è usato dall’energia per circolare nel microcosmo umano ed è il medesimo percorso che la coscienza può usare per risalire. L’uomo percepisce l’inquietudine dell’anima che preme, infatti la materia è oppressa dalla memoria del suo Paradiso perduto e vuole ritrovare la beatitudine della Pura Coscienza.

Questa nostalgia ritorna nel sogno dell’anima che conserva questa memoria nostalgica, infatti l’anima soffre per la scissione sperimentando la prigionia della materia nella depressione, nella tristezza e nella disperazione. Ricerchiamo affannosamente la felicità con l’accumulo della materia per la sua solidità tangibile sebbene la materia non offra la sazietà, infatti sviluppa l’avidità dell’accumulo della sostanza così poco appagante. Per fuggire la fame consumiamo il cibo, i soldi, il sesso e il potere diventandone schiavi non sapendo essere i padroni dei nostri averi.

Concentrando le nostre energie nel conseguimento del piacere in cui l’amaro prevale sul dolce anche la sofferenza può divenire un piacere, perché l’uomo può amare anche la privazione se viene addestrato così, e se questa opinione viene accettata intimamente. L’incarnazione ci assoggetta alla materia con l’illusione dei nostri limiti fisici e mentali perciò la materia può limitare la nostra espansione, se riesce a tenerci assoggettati nei vincoli del corpo e della mente.

La materia ci rende poco percettivi perché ci struttura usando delle sostanze pesanti, perciò l'evoluzione è cercata dall’anima che rivuole ciò che ha perso. L'uomo oltrepassa la sua percezione ordinaria quando usa equilibratamente la concretezza e l'astrazione, infatti possiamo pensare le presenze intangibili sentendole interamente come presenti e concrete, perciò possiamo usare questa capacità per costruire un paradiso nel nostro cuore e così possiamo ritrovare la nostra beatitudine originaria.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 8 giugno 2011

La voce della sabbia


Un vecchio fiume si ritrovò davanti alla sabbia del deserto, dopo aver perduto la sua strada: da giovane era disceso dalla montagna con forte impeto procedendo maestoso e potente mentre percorreva delle ampie vallate e scorreva nelle città, conoscendo genti, vedendo animali feroci e osservando i fatti mirabili che erano accaduti lungo le sue rive. Aveva percorso il lungo cammino scorrendo sempre fiero e nobile, finché la malasorte lo aveva condotto a quel vicolo cieco, perciò il fiume si commiserava e si chiedeva di quale peccato orrendo si fosse macchiato per dover finire i suoi giorni trasformato in una putrida palude.

Aveva provato a spingere un suo piccolo rigagnolo verso la sabbia per vedere se quell’immensa distesa di sabbia si potesse superare, ma la sabbia aveva assorbito l’acqua e il fiume si era ritirato terrorizzato: pensare di attraversare il deserto era pura follia, concluse sconsolato. Non vedeva modo di oltrepassare quella distesa di morte, perciò si disperava davanti all’ostacolo insormontabile. Mentre provava, con altri tentativi, di oltrepassare il deserto, sentì una voce sommessa che proveniva dalla sabbia che gli sussurrava: “Se il vento può volare oltre il deserto, anche un fiume lo può fare!” A quella flebile voce, il fiume rispose, obiettando, che le acque non sanno volare come il vento.

Allora la voce delle sabbie gli suggerì: “Lasciati andare alle dolci brezze e affidati alle correnti. Lascia che il vento possa assorbirti per portarti oltre le sabbie.” A quelle parole il fiume sentì nascere una forte ribellione interiore non volendo lasciarsi condurre da un elemento così imprevedibile. Come poteva lasciarsi dominare dall’aria, lui che era sempre stato un elemento di terra? Le sue onde avevano creato cascate, le sue correnti avevano spinto mulini, le sue acque avevano irrigato i campi, da lui il mondo solido aveva tratto la vita, poiché aveva fertilizzato i campi coltivati dagli uomini.

Quella era la sua vita, quello era il suo cammino e non voleva mutare la sua sorte, poiché sapeva che lo attendeva un futuro ancora più glorioso: non era assolutamente disposto a farsi assorbire e trasformare perché il suo destino era di attraversare il deserto. La voce delle sabbie tornò a sussurrare: “Ascoltami! La vita è una continua trasformazione, perciò fatti raccogliere dal vento e fatti trasportare oltre il deserto. Quando avrai superato l’immensa distesa di sabbia potrai ricadere sulla terra sotto forma di pioggia. In questo modo sarai di nuovo un fiume.”

Ma il fiume ebbe paura e urlò: “Non posso farlo, ho paura. Non l’ho mai fatto e rischio di non essere mai più un fiume, io voglio restare come sono!” E la voce incalzò: “Non puoi farlo, ricorda che tutto è metamorfosi! Se parli così vuol dire che sei un fiume ignorante, perché ignori la tua vera natura. Il tuo corpo di fiume è una forma transitoria che deve cambiare, ma la tua parte essenziale resta e può essere conservata. Devi sapere che il tuo corpo è mutato tante volte, infatti tante volte sei stato portato dal vento a vivere nelle nuvole, e molte volte sei ricaduto sulla terra. Ogni volta hai superato tutti gli ostacoli: sei tornato a scorrere sulla terra e sei tornato come fiume, perciò non hai mai perso la tua individualità.”

Mentre la voce delle sabbie narrava, il fiume ascoltava in silenzio, poi sentì una sensazione struggente e il ricordo che affiorava simile ad una sensazione dall’aroma dolce e lontano, mentre nella sua mente passarono delle ombre. In lui emersero le immagini in cui era cullato dal vento e veniva trasportato fino alle nuvole, e quel ricordo forse era suo. Perciò disse: “Forse mi ricordo di un sogno con le cose che mi dici. Ma non so se il sogno è quello o questo che ora vivo!” Mentre parlava sentì la voce del cuore che gli chiese: “E se questo sogno fosse il tuo cammino di vita? E se un sogno fosse l‘unico modo per non diventare acquitrino?”

Allora il fiume divenne leggerissimo e si trasformò in bruma per farsi afferrare dalle braccia del vento e volò oltre il deserto, mentre si faceva rapire dall‘estasi del volo lasciandosi portare verso una montagna dove il vento si fermò, mentre la voce del deserto diceva: “Guarda! Su quel magnifico prato su cui cresce l’erba faremo cadere la tua pioggia, poiché lì può nascere un ruscello che saprà diventare un magnifico fiume. Noi sappiamo il posto adatto per ogni cosa, perché conosciamo i mille volti della manifestazione, poiché noi siamo uguali e siamo identici in ogni luogo, infatti le sabbie conservano la memoria del mondo.”

La storia è tratta dall’insegnamento dei sufi e usa la metafora del fiume per indicare la vita, infatti la vita scorre come la coscienza umana che i sufi chiamano “il fiume di consapevolezza“ ancor prima di William James, poiché i sufi considerano la coscienza umana un fenomeno fluido, un movimento e non la credono adatta alla staticità. I sufi affermano che in ogni momento tutto cambia, il mondo, il corpo e il pensiero, perciò tutto l’essere è un flusso. Se cerchi di restare immobile allora diventi infelice, poiché il messaggio è quello di non avere paura del cambiamento che la vita presenta, perché da sempre la vita muta se vuole evolvere e così deve mutare la nostra consapevolezza.

Noi restiamo la trama dell’universo, perché l’essenzialità dell’uomo non scompare ma cambia la sua forma e la sua essenza rimane permanente, poiché l’uomo discende dalla montagna che è Dio, infatti l’uomo scende dall’alto e verso l’alto dovrà tornare. Nella vita la nostra origine è anche la meta del ritorno finale, altrimenti il cerchio non potrebbe essere chiuso, infatti l’appagamento viene quando ci sentiamo completamente integrati in tutti noi stessi, altrimenti corriamo il rischio di finire.

La consapevolezza ci spinge verso il deserto, che è il punto in cui sentiamo che siano scomparsi, perciò avvertiamo la mancanza di senso e crediamo di non avere più prospettive, perciò l’uomo conosce la condizione di disperazione dell'abbandono, che i mistici chiamano “la notte dell’anima.” Questo è il momento in cui può avvenire lo sviluppo dell’anima, poiché è dall’abbandono che troviamo la forza di superare il deserto, perciò moriamo a ciò che eravamo, e accettiamo di rinascere con una forma e un atteggiamento diverso.

Nulla può restare identico e tutto deve avere la spinta per evolvere, perciò il deserto e la privazione sono necessarie per far comprendere all’uomo che può avere il potere e il successo che desidera, ma restare con la sensazione di essere nel deserto, nella smania e nell’insonnia, poiché il deserto lo circonda ugualmente. Il nostro deserto è la mancanza di valori, il deserto dell’angoscia e dell’assurdità che troviamo nella vita, infatti solo dalla crisi e dal rischio della vita sorge l’opportunità di fare un salto evolutivo.

La crisi diventa un pericolo che viene evitato per merito di nuove strategie e di nuove forme di intelligenza: se la vita è mutazione, allora non possiamo sempre conservare lo stesso atteggiamento che abbiamo usato in passato, in quanto non potremo superare il deserto, insegnano i sufi. Se usiamo l’intelligenza, l’intelligenza ci fa comprendere che, se il problema è nuovo dobbiamo pensare a nuove soluzioni, altrimenti non avremo soluzioni: riuscire ad attraversare il deserto ci porterà delle splendide opportunità e una incredibile integrità.

L’uomo ricerca un nuovo corso per la sua vita, ma per averlo deve abbandonare le sue vecchie abitudini, deve lasciare il passato, deve mutare gli schemi di pensiero e deve acquisire una nuova consapevolezza. Ci preoccupiamo di lasciare ciò che conosciamo perché lo abbiamo collegato con noi stessi, infatti temiamo di perdere la nostra identità, ma dobbiamo sapere che la nostra essenza rimane, sebbene la nostra forma debba cambiare.

Nell‘abbandono, dicono i sufi, scopriamo che la nostra essenza non può essere persa, perché l’essenziale è ciò che è impossibile rinnegare, perciò non dobbiamo temere se la vita diventa maestra e ci toglie qualcosa, poiché ciò che ci viene tolto era la parte non-essenziale. La vita porta via solo ciò che non serve e ciò che non è stato mai nostro, e la cosa avviene che noi ne siamo consapevoli o meno: la vita ti offre ciò che sei e ti toglie quello che non sei. La gente cerca sempre delle ragioni logiche, ma la vita è solo nell’esperienza, la vita è come l’assaggio di cose diverse, altrimenti come potresti conoscerne il sapore?

Dissolversi per entrare nelle situazioni è come accettare la notte dell’anima, perciò è necessario anche saper trascendere e vedere le situazioni dall’alto: l’unica soluzione è essere nella vita per viverla, perciò farne parte per poter conoscere come trascenderla. Nella vita possiamo scegliere se cambiare oppure se diventare acquitrini: nella vita si può scegliere se essere un codardo oppure si può diventare il temerario che ha il coraggio di fare il salto quantico.

La scelta è possibile se abbiamo la convinzione di voler cambiare, poiché nel mondo che cambia non si può restare fermi. Sono i momenti di crisi che ci permettono di avere la svolta e di poter fare la scelta evolutiva, infatti è solo la paura del deserto che ci impone la scelta. Ma il salto avviene se l’uomo ha il coraggio di cambiare il modo di pensare e se accetta di essere trasformato in bruma, poiché il salto evolutivo è l’unica strada intelligente se l’uomo ascolta la voce dell’intuizione che può trasformarlo in un oceano di consapevolezza.

Buona erranza
Sharatan

domenica 5 giugno 2011

Ama te stesso e osserva!


“Se vuoi essere amato, ama”

(Lucio Anneo Seneca)

Come il cibo è il nutrimento del corpo, scrive Osho, così l’amore è il nutrimento dell’anima perciò, se il corpo è lasciato senza cibo si indebolisce e muore, così anche l’anima che viene privata dell’amore diventa sempre più debole. Da secoli il potere e la chiesa amano quelli che sono poveri d’amore perché fragili e deboli, infatti chi ha l’anima forte perché sazia dispone di energia e di sicurezza e si sente ribelle: queste anime forti e ribelli sono sempre represse.

L’anima che è rinforzata dall’amore diventa rivoluzionaria, poiché l’amore ci infonde l’ebbrezza del volo e ci dona la visione raffinata che sa andare oltre le apparenze, infatti l’amore raffina i sensi e ci rende tanto percettivi da non poter essere ingannati, sfruttati o oppressi. Ma solo chi ama sé stesso sa amare gli altri, dice Osho, perché chi si ama si rispetta, perciò sa come amare e come rispettare l’altro, infatti amare significa identificarsi con l'altro, perciò saper capire quello che accresce il suo piacere.

Chi ama comprende che tutti gli esseri umani nelle cose fondamentali sono identici, perciò nulla di ciò che l’altro sente può essere estraneo al mio modo di sentire. Chi ama prova piacere se riceve amore, rispetto e dignità, perciò sa come offrirli anche agli altri, infatti possiamo donare solo ciò che abbiamo. Chi ama prova piacere nell’essere accudito e il suo piacere trabocca all‘esterno, perché chi vive l’amore lo vuole condividere con il mondo: l’amore non può vivere nascosto.

Per questo l’uomo deve amarsi se vuole amare e il primo passo, dice Osho, è sempre nell’amare sé stessi, anche se Socrate diceva che bisogna conoscersi, e “Conosci te stesso” era l’invito che rivolgeva ai suoi discepoli, ma io mi chiedo, dice Osho, come possiamo voler conoscere coloro che non amiamo? Tutti dicono che l’uomo è indegno e imperfetto, infatti tutti parlano volentieri delle nostre limitazioni e riescono a vederle così bene da poterle ingrandire e dilatare a loro piacimento facendole divenire anche maggiori di quello che sono.

Tutti vogliono chiuderci nelle limitazioni e nei difetti, e come non potrebbero, se sono le loro stesse limitazioni e gli stessi difetti che vedono in loro stessi? Perciò tutti sanno trovare delle carenze sempre più ampie, perché è in gioco la loro credibilità e l’occultamento della loro personale impotenza di cambiare, e della loro mancanza di coraggio. Il gioco è nella loro credibilità o nella tua! Ecco il motivo per cui l’uomo non riesce ad amarsi e perché nel mondo esiste così poco amore.

L’uomo che si ama diventa come l’onda che si diffonde nel mondo, perché l’amore trabocca e non viene limitato da un solo oggetto, infatti l’amore è illimitato perché è universale, perciò chi ama è un individuo libero dalla sofferenza, e vive come una divinità che cammina sulla terra. Il mondo teme Dio perché teme la sua ira, perciò lo assimila alla morte, infatti gli uomini hanno ucciso molti dei Buddha che sono venuti nel mondo vedendo la loro grandezza come una prova della limitazione umana, e non sapendoli vedere come un esempio di ciò a cui può giungere la natura umana.

L’uomo teme il suo Dio, perché la Chiesa e le istituzioni lo convincono che è un essere debole, indegno e bisognoso di essere accudito, infatti l’uomo è trattato come un bambino a cui viene somministrata una dose di verità minima, poiché potrebbe non sostenerla. L’uomo è povero e debole nella ragione, perciò va accudito, infatti gode di una libertà che è condizionata dal consenso e dall’arbitrio degli altri. Una persona che ama sa pensare, perciò solo chi ama può essere meditativo, infatti la meditazione è la capacità di celebrare ciò che siamo e di essere in relazione con noi stessi, poiché l’altro non è necessario.

Nella meditazione siamo soli ma sufficienti a noi stessi, ma solo se ci amiamo sappiamo restare in nostra compagnia. E come potremmo stare con un nemico? Nella meditazione vi è la celebrazione della presenza a noi stessi, infatti siamo vivi e in connessione con tutto ciò che vive. Per essere meditativi bisogna amare la nostra manifestazione e il nostro modo di essere: per essere presenti è necessario sentire il gusto del respiro che ci anima, perché quell’amore ci dona la forza e la vita ci scorre nelle vene.

Ma, attenzione! Solo chi ama sa celebrare l‘amore, perché se siamo ostili alla vita e odiamo il nostro modo di essere non possiamo stare in presenza del nemico, infatti fuggiamo a noi stessi. A chi piace stare con chi è ostile? A chi piacerebbe sprofondare nell’inferno dell’estraneo? Ognuno nasconde i suoi difetti con dei fronzoli e con dei fiori profumati, infatti ognuno vuole sentirsi migliore di quello che è, e il mascheramento riesce se l’uomo fugge la solitudine in cui deve analizzare sé stesso.

Si usa anche il tempo come una via di fuga, infatti viene sprecano con delle cose futili che servono per non pensare, perciò fuggiamo dal presente per le stesse ragioni per cui fuggiamo dalla solitudine, e quando Buddha ci dice: “Ama te stesso e osserva!” molti intendono il monito al contrario. Tutti puntano l’attenzione sull’osservazione, che è sempre necessaria, ma pochi comprendono che il primo passo è l’amore, poiché solo se ci amiamo sappiamo stare in meditazione: amarsi viene prima della conoscenza di Socrate, perché l’amore apre la strada, poi viene la conoscenza che è sempre successiva, dice Osho.

L’amore è l’accettazione preliminare, infatti se accettiamo gli altri sappiamo vederne i difetti come qualità che non ci impediscono di amarli, poiché il difetto diventa la particolarità e non è una limitazione per offrire l’amore. Molti credono di poter iniziare dalla seconda parte, perciò pensano che l’osservazione sia la meditazione, ma il concetto che Buddha insegna è che l’osservazione dona la consapevolezza della visione. L‘osservazione interiore fa emergere la vigilanza che rende acuti e percettivi, perciò l’uomo diventa consapevole della sua vita, e scopre che il mondo lo ha reso come una macchina, perciò tutti siamo sradicati da noi stessi per essere controllati.

Tutti siamo sradicati e sfruttati se non diventiamo consapevoli di noi stessi, e se non siamo attivi nelle scelte che ci riguardano. Osservare, semplicemente osservare è l’invito di Buddha, ma non dice ciò che va osservato, dice solo: “Amati e osserva” perché si riferisce alla pratica dell’osservazione come da protrarre nel tempo, perché l’osservazione è il segreto della meditazione. Se vediamo un imperativo nell’insegnamento del Buddha è solo nella preliminare condizione dell’amore che dobbiamo dare a noi stessi, poiché solo l’amore ci fa vivi e presenti: l’amore risana perché dona la forza della vita.

Nell’amore non vi è repressione, infatti l’amore è piena accettazione di tutto il nostro meccanismo con tutte le sue peculiarità: chi ci ama ci vuole come siamo e accetta tutto quello che siamo, perciò se ci amiamo sappiamo accoglierci totalmente. Noi guardiamo con piacere solo ciò che amiamo, come potremmo osservarci se non accettiamo ciò che rispecchia quello che siamo? L’amore ci sostiene se sappiamo amare il nostro stile, perché è il nostro modo di essere e di partecipare al mondo: è solo questa coscienza d‘amore che rende possibile l’osservazione, ma avviene se sappiamo avere amore per l‘oggetto dell‘osservazione, poiché solo così proviamo l’estasi meditativa.

L’uomo vive nella condizione che è opposta alla sua natura, infatti crede di essere sveglio e cosciente mentre vive in modo meccanico e inconsapevole, perciò siamo perennemente addormentati. Solo quando sappiamo meditare siamo consapevoli di poter essere svegli anche mentre il nostro corpo dorme, infatti solo il corpo ha bisogno di riposo, mentre la coscienza può essere sempre desta. La consapevolezza è uno sforzo che è possibile per la coscienza umana, poiché l’essenza dell’uomo è nell’essere consapevole e presente alla sua vera natura.

L‘uomo può raggiungere un livello meditativo molto più elevato, e il supremo livello di meditazione si raggiunge quando l’osservazione prosegue durante il sonno, poiché il nostro Testimone può osservare il suo corpo mentre si rigenera nel sonno, poiché l’osservatore può restare desto anche mentre il suo corpo sta riposando. Se la nostra capacità di osservarci con amore si accresce continuamente possiamo dominare il mondo, poiché abbiamo la possibilità di evolvere all‘infinito. Questa suprema condizione meditativa è la condizione ideale dell’uomo, poiché viviamo all’opposto della nostra condizione ideale, in quanto nutriamo male il corpo, lasciamo dormire la nostra coscienza e neghiamo all’anima il nutrimento dell'amore.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 2 giugno 2011

L’evoluzione dell’anima


“L’alchimia serve a separare
il vero dal falso”

(Paracelso)

I cabalisti dicono che l’uomo nasce con l’anima incompleta e che dove guadagnare la sua completezza facendo una evoluzione consapevole per conquistare l’anima perfetta. L’uomo deve salire la scala evolutiva dell’anima, che è una scala che sale dalla terra fino al cielo, poiché dal primo scalino Nefesh che è l’anima vitale, si deve salire al superiore Ruach, che è il soffio o lo Spirito, fino a Neshama, che è l’Anima divina che risiede nel veicolo corporeo per arrivare ancora più in alto, fino a trascendere il livello fisico ridestando Chaya.

Chaya è l’Essenza vivente e l’anima radice/sorgente da cui provengono le anime individuali che originano tutte da Yechidà, cioè nell’essenza unica che è Dio, poiché qui tutte le anime si fondono nel Tutto dell‘Uno. I cabalisti dicono che l’uomo deve agire coscientemente sui mondi in cui vive, infatti con la purezza del pensiero umano egli influenza il mondo delle anime, che è Bryiah, mentre la purezza del linguaggio si riflette sul mondo spirituale, cioè in Yetzira che è il mondo degli angeli, mentre le azioni umane si riflettono sull’universo fisico, che è Asyah.

Nel nascere ci viene concessa solo la parte dell’anima più imperfetta, infatti ci viene insufflata solo un’essenza vitale primaria, mentre la parte più elevata poiché è già rettificata, rimane nell’alto. Tutti nasciamo incompleti, imperfetti e poco elevati, quindi tutti dobbiamo imparare ad elevarci, e la nostra elevazione si compie se sappiamo nutrire e accrescere il nostro mondo e la nostra anima. Se vogliamo elevarci dobbiamo usare il pensiero, la parola e l’azione, perché con essi noi condizioniamo il nostro mondo, perciò il tikkun cabalistico è collettivo e personale essendo la meta più ambita della vita umana.

Tutto ciò di cui ci nutriamo diventa parte di noi, poiché tutto ciò che vive contiene l’anima vitale Nefesh, e ogni volta che mangiamo noi assumiamo la spiritualità del nostro cibo: tutto quello che mangiamo accede a Ruach e Neshama, perciò giunge alla nostra parte più intima, infatti il corpo e l’anima possono essere inquinati dai cibi dannosi. Quando Gesù afferma che “l’uomo non vive di solo pane” vuole insegnare che l’uomo non si nutre solo di cibo fisico, ma si nutre anche di impressioni interiori, infatti l’uomo si sazia anche con l’arte, con la natura e con le relazioni umane.

Il nutrimento adeguato e l’ambiente favorevole è nelle situazioni in cui la nostra sensibilità si accresce e si affina, infatti è solo con l’elevazione dal denso al sottile che possiamo sintonizzarci nell’armonia e nella bellezza, perciò la selezione impone di sottrarci alle impressioni dolorose e pesanti della negatività. La selezione deve essere guidata dalla volontà di non rinforzare e di non far emergere le impressioni più grossolane e inferiori, infatti l’uomo poco evoluto è quello che si fa trascinare dalla soddisfazione dei suoi istinti senza saper dirigere e scegliere ciò che gli giova.

L’immaginazione dell’uomo istintuale è collegata alla soddisfazione delle esigenze primarie, perciò le sue esperienze sono collegate solo alla soddisfazioni immediate. E’ solo dopo che ha verificato, a sue spese, che la soddisfazione immediata non viene mai seguita da un piacere durevole, solo allora egli comprende che il piacere materiale offre una felicità che è breve e illusoria. Si paga cara anche la comprensione di dover governare l’energia del pensiero, di dover orientare le parole e di dover pensare alle azioni più opportune per ottenere l’armonia interiore, poiché è sempre una libera scelta il momento del risveglio.

L’uomo poco evoluto si fa dominare dalle cose esteriori, infatti qualsiasi cosa esterna, cioè l’ambiente, le persone e le cose riescono a condizionarlo, infatti egli si lascia squassare dal mondo e viene modellato dalle circostanze e dalle persone in cui s’imbatte. Mosso dai pensieri, dai sentimenti e dalle sensazioni che vengono stimolate dal mondo e che sono assimilate senza controllo, l’individuo diventa una foglia nella tormenta diventando una facile vittima di coloro che vengono per approfittare della debolezza e della fragilità altrui.

Nel vivere è necessario usare tutte le nostre facoltà alla massima potenzialità di realizzazione, perciò dobbiamo imparare una gamma di progressioni d’indipendenza dalle circostanze esteriori e dobbiamo disciplinare il nostro pensiero per questa finalità. Il pensiero è un’energia spirituale molto concentrata, perciò il nostro modo di pensare modella e trasforma le cose che ci circondano, infatti dobbiamo padroneggiare la realtà usando l‘intelligenza per capire cosa dover rettificare nei nostri comportamenti.

Il cibo è vitale perché permette la sopravvivenza infatti, dopo che è elaborato dal corpo, il nostro cibo diventa il nostro sangue e la nostra carne, perciò ci infonde la forza e ci offre la vita: il nutrimento fisico lo conosciamo, ma ignoriamo come si possa nutrire la nostra anima. Tutto ciò che assorbiamo come nutrimento ci lascia internamente la sua forza vitale, ed è così che ci nutriamo assimilando tutto quello che ci circonda, a prescindere che abbia un’apparenza fisica, mentale o spirituale.

La nostra alimentazione psichica è importante come quella fisica, per cui dobbiamo diffidare dei cibi guasti e nocivi usando le funzioni dei nostri livelli sottili, poiché l‘uomo compie le sue attività con i suoi tre corpi, cioè l’emotivo, il mentale e lo spirituale. Questi tre corpi costituiscono l’entità fisica che dobbiamo armonizzare per ascendere ad una vibrazione superiore, infatti lo facciamo nutrendo tutte le nostre costituenti in modo adeguato. Affinché la vita dei tre corpi si accresca dobbiamo imparare ad alimentare bene il corpo, la mente e lo spirito educandoli in modo adeguato, accurato e amorevole.

Prendersi cura di noi significa imparare a capire quali sono i cibi che ci giovano, e quelli che ci saziano in modo adeguato, perciò impariamo come rifuggire dall’alimentazione errata. L’uomo che è fatto di soli istinti è come un fuscello spinto dall’istinto che prevale sul pensiero, sulle parole e sulle azioni. L‘uomo deve riflettere sul costo delle sue soddisfazioni, perciò deve scartare le cose che saziano lasciando il malessere: solo questa riflessione ci fa comprendere come regolare la nostra alimentazione.

Seppure abbiamo controllo limitato sul fluire del mondo, poiché tutto è continua evoluzione possiamo imparare l’arte della trasmutazione: trasmutare significa che la forma, la natura e la sostanza di una cosa viene trasformata in un’altra, agendo sulla trasformazione della polarità: quest’alchimia è possibile solo a chi sa padroneggiare se stesso, in modo da trasformare il suo piombo in oro. Nella natura osserviamo che tutto è trasformato e nulla va perso, infatti i vegetali sanno estrarre i loro nutrienti direttamente dal fango, perciò saper fare la trasformazione è come compiere le meraviglie della natura.

Se la materia è energia e vibra quando i suoi atomi si muovono, allora tutti siamo dei piccoli sistemi solari con dei livelli di diversa densità, infatti le vibrazioni materiali sono pesanti e faticose, ma le vibrazioni diventano sempre più luminose e lievi mentre si ascende, infatti sopra l’istinto umano vi è la ragione. La ragione è posta più in alto della materia, perciò la ragione spegne l’istinto cieco e fiammante del carattere che usa solo l’emozione, infatti chi non conosce l‘uso della ragione vive turbato e agitato come la foglia nella tempesta.

Se ci concediamo il tempo, possiamo fare una sosta e possiamo attivare il controllo dell’emozione, che è possibile solo se impariamo a diventare l’osservatore di noi stessi: è il momento introspettivo che permette la salita evolutiva dell’anima, perché salire dal piano emotivo a quello razionale è il modo per trasmutare le nostre emozioni. In ogni occasione della vita dobbiamo ricordare il valore della libertà altrui, infatti ognuno agisce a seconda del suo livello evolutivo, perciò le azioni degli altri non ci toccano e ogni azione altrui è un problema di colui che l‘ha fatta.

Noi dobbiamo sempre fare al meglio in quello che ci riguarda, poiché la nostra serenità non è legata a quella degli altri, in quanto ognuno è libero di programmare la sua evoluzione personale: ognuno programma il suo tikkun. Ma chi vuole salire e diventare spiritualmente maturo crede nel perdono di coloro che agiscono male, poiché sono uomini malati d’infelicità, altrimenti avrebbero l’istintiva avversione per il male e per la violenza. L’ignoranza della legge preclude la conoscenza che ognuno riceve la moneta che ha dato, perciò il male riporta il male e il bene rimanda il bene, e tutto ritorna all’origine, poiché otteniamo sempre il frutto delle nostre azioni, per legge karmica.

Saper estrarre il bene dal male è fare come la radice che penetra nella terra per trovare le sue risorse più preziose, infatti le oscillazioni tra la polarità positiva e quella negativa fanno parte della vita, ma esse vanno orientate verso le vibrazioni positive che sono più adeguate a sintonizzarci sulla nostra natura più elevata. Noi possiamo agire sulle nostre vibrazioni interiori per governare l‘esterno, infatti siamo i padroni e non gli schiavi dei nostri stati mentali.

I nostri pensieri comunicano con quelli degli altri, perciò respingono o attraggono altre vibrazioni che sono assonanti alle nostre disposizioni d’animo, perciò dobbiamo osservare i pensieri che coltiviamo nella mente, poiché il mondo si tinge dei nostri colori interiori, infatti siamo noi che coloriamo un mondo che è neutrale usando i nostri personali concetti di bene e di male. E’ la nostra volontà e la qualità delle nostre reazioni che fa la differenza, poiché tutto è relativo essendo collegato al nostro stato interiore, e la nostra disposizione interna è condizionata dalla qualità delle emozioni e dei pensieri che accettiamo e che ospitiamo dentro di noi.

Cambiando ciò che ospitiamo possiamo migliorare noi stessi, infatti possiamo vedere tutto sotto una luce migliore se sappiamo che possiamo attrarre le persone che ci sono più affini e che sono in sintonia con quello che siamo, ma questo accade se sappiamo attivare i nostri campi magnetici e se sappiamo direzionarli alle dimensioni superiori. Ognuno possiede la capacità di affinare la sua anima e può riuscire a sintonizzarsi sulla sua anima sorgente/radice originaria, perciò ognuno sa come ritornare alla casa del Padre.

La mente viene diretta dall’Io spirituale, perciò essa sa dominare il piano fisico e il piano emotivo, poiché gli sono inferiori, infatti abbiamo la capacità di educare la mente, in quanto l’uomo è il risultato di tre corpi e sa come armonizzare queste componenti, perfezionando sempre più gli strumenti di cui è fornito. L’educazione mentale va attuata con lo sviluppo dell’attenzione e con la pratica della concentrazione a ciò che facciamo, poiché la vigilanza è primaria in chi si è risvegliato. La pratica dell’osservazione porta alla meditazione su quello che facciamo, perciò sappiamo visualizzare ciò che vogliamo realizzare, così conosciamo quello che dobbiamo fare per ritornare all’origine e ottenere la nostra Suprema realizzazione.

Buona erranza
Sharatan