martedì 12 luglio 2011

Il padre di Gurdjieff


"Sforzati sempre e in tutto di ottenere allo stesso tempo,
l’utile per gli altri e il dilettevole per te."
(Hodja Nassr Eddin)

Gurdjieff racconta che, nel corso dei suoi viaggi in Asia e in Africa, spesso veniva creduto “un mago e un esperto in questioni dell’aldilà” perciò, tutti coloro che lo conoscevano con quella fama si ritenevano in diritto di disturbarlo con le loro curiosità sull’aldilà e sui fatti della sua vita personale e sulle sue idee. Anche se era stanco si ritrovava a rispondere perché, altrimenti, si sarebbero offesi per la sua scortesia e lo avrebbero diffamato mettendo in giro delle maldicenze sul suo conto.

Perciò si era deciso a scrivere sia delle sue idee impostate come “materiale preparatorio costruttivo” nel racconto della sua autobiografia ma, per comodità, nel raccontare risponderà alle domande più ricorrenti che gli sono state rivolte dalla gente. Siccome la prima domanda è sempre quella che riguardava gli incontri con delle persone straordinarie aveva deciso di articolare il racconto in modo da poter rispondere a queste domande, ma soprattutto voleva rispondere alla prima domanda riguardo agli uomini straordinari.

In questo modo aveva la possibilità di poter rispondere alle curiosità future facendo il rinvio alla lettura del capitolo relativo al quesito, sebbene andrebbe specificato ciò che si intende per “uomo straordinario,” poiché ognuno ha le sue idee soggettive. Secondo Gurdjieff “può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla sua natura, pur mostrandosi giusto e indulgente verso le debolezze altrui. Siccome il primo uomo di questo genere che mi fu dato da conoscere e la cui influenza lasciò una traccia sulla mia vita fu mio padre, è da lui che comincerò…”

Il padre era molto famoso come asowt, cioè poeta-bardo ed era conosciuto con il nome di Adas, nell’ampia zona tra la Transcaucasia e l’Asia Minore. Nella zona gli asowt erano molto rispettati e gli uomini che si consacravano a questa carriera potevano anche essere illetterati, ma dovevano avere una memoria e una vivacità di spirito così straordinarie da ritenersi prodigiose. Essi dovevano ricordare innumerevoli racconti e poemi, e cantare a memoria lunghe melodie, ma erano anche in grado di cantare abbandonandosi alle ispirazioni e improvvisando su temi determinati.

Non era difficile che avvenissero delle dispute accese che già nella sua infanzia erano diventate assai rare, ma aveva potuto sentire quei bardi ed era rimasto colpito dalle loro prodigiose memorie che gli permettevano di cambiare velocemente i temi e le cadenze per ritrovare la rima poetica al momento giusto. Molti venivano dalla Persia, dalla Turchia, dal Caucaso e perfino dal Turkestan e si esibivano davanti a un auditorio considerevole cimentandosi nelle dispute musicali in un torneo poetico organizzato seguendo una sua ritualità.

Nella gara veniva sorteggiato il cantore che poneva all’avversario un quesito religioso o filosofico, oppure lo invitava a spiegare un mito, una leggenda, oppure a spiegare una credenza molto diffusa: l’altro rispondeva facendo il componimento melodico nella lingua turco-tartara, che era la lingua comune diffusa in quei luoghi che avevano tutti dei diversi dialetti locali. La competizione poteva durare dei giorni, delle settimane e anche dei mesi, e finiva con la vincita di premi come bestiame, tappeti e altri oggetti offerti ai partecipanti da coloro che assistevano.

Nell’infanzia ebbe modo di partecipare a tre tornei di cantastorie, perché il padre veniva invitato a quelle serate in cui erano interpretate le leggende che suo padre raccontava anche in famiglia, infatti molte notti venivano trascorse con le storie dei grandi popoli dell’antichità e degli uomini straordinari del passato, con racconti su Dio, sulla natura e su ogni meraviglia, ma tutte finivano con un racconto tratto dalle Mille e una notte. Fra le storie sentite dal padre ce n’è una che restò nel tempo e che fu il “fattore spiritualizzante” che gli dischiuse “la comprensione dell’incomprensibile” e riguarda la “Leggenda del diluvio prima del diluvio” che fu al centro della discussione con un suo amico.

L’amico era l’arciprete della cattedrale militare, padre Bors, che era venuto per ascoltare il Canto XI della saga di Gilgamesh in cui si narra come la terra di Suruppak fu distrutta dalle acque: nell’occasione suo padre disse che la storia era precedente ai babilonesi, perché risaliva ai sumeri, perciò aveva ispirato il mito del diluvio biblico e dell’arca di Noè. Alla discussione era presente anche lo zio di Gurdjieff, e ben presto la disputa divenne così accesa da far dimenticare al padre di mandarlo a letto, poiché i due contendenti erano troppo impegnati: la controversia durò tutta la notte e produsse delle profonde impressioni per i contenuti che vennero discussi, infatti furono basilari nel suo pensiero futuro.

Dopo molti anni, si lesse sui giornali, che erano state ritrovate delle tavolette provenienti dagli archivi del palazzo di Babilonia, ed erano testi vecchi di 4.000 anni di cui si davano delle traduzioni, tra cui il famoso Canto XI della saga di Gilgamesh di cui aveva detto suo padre. Questa notizia lo colpì con una profonda “emozione interiore” unita al rimpianto di non avere prestato una maggiore attenzione alle antiche leggende sentite raccontare nell’infanzia. Dopo il fatto si ridestò la memoria delle storie di suo padre, ed esse gli produssero quei risultati che erano cristallizzati nel suo essere e che emersero come il “fattore spiritualizzante” che gli infuse la comprensione dell’incomprensibile.

Nelle leggende si narra dei tempi antichi di 70 generazioni prima dell’ultimo diluvio - e ogni generazione è di 100 anni – in cui le terre erano al posto del mare e il mare era nei luoghi in cui sono le terre, in cui visse una grande civiltà il cui centro era nell’isola di Haninn considerata il centro della terra, e corrispondente al luogo in cui è la Grecia. I soli sopravvissuti al diluvio furono i frati “imastown” cioè i membri di una confraternita che si erano riuniti in una casta che era diffusa su tutta la terra, ma il cui centro restava sull’isola: essi furono degli esperti astrologi che studiavano il corso delle stelle, perciò si erano diffusi nel mondo.

Per restare in contatto usavano un mezzo telepatico perciò usavano delle pizie che facevano da apparecchio ricevente, infatti entravano in trance per ricevere i messaggi degli altri imastown e li trascrivevano. A seconda del luogo da cui provenivano i messaggi venivano scritti nel verso che era convenuto, perciò le comunicazioni provenienti dall’est rispetto l’isola venivano trascritte dall’alto in basso, quelle del sud da destra a sinistra, quelle dall’occidente, che era Atlantide e i paesi delle Americhe dal basso all’alto, e da sinistra a destra ciò che proveniva dalle regioni europee.

Parlando del padre non si può tacere dell’amico Padre Bors, l’arciprete che fu suo primo precettore e uno dei due uomini che si assunsero l’onere di preparare un ragazzo incosciente alla vita, perciò essi sono le “due facce della divinità del mio Dio interiore” dice Gurdjieff. I due avevano un metodo particolare per disputare che il padre aveva chiamato “kastusilia” traendolo da una parola assira appresa dai miti, e il metodo consisteva in uno che faceva una domanda improvvisa e apparentemente assurda, mentre l’altro doveva dibattere a tono, usando la massima calma e lucidità, perciò fornendo una risposta logica e plausibile.

Ad esempio, una sera Padre Bors entrò nella bottega e chiese a bruciapelo: “Dov’è Dio?” mentre il padre rispose: “Ora Dio è a Sary-Kamys” perciò Padre Bors gli oppose: “E cosa sta facendo?” Il padre rispose che ora Dio stava fabbricando delle scale doppie, sulla cui cima metteva la felicità, perché su quelle scale potessero risalire e discendere tutti gli uomini e tutte le nazioni della terra. Domande così erano comuni tra quei due uomini straordinari sebbene, al tempo gli sembrassero tanto strane ma, quando si impegnò a risolvere quesiti simili, allora quel ricordo diventò molto prezioso.

Suo padre aveva la sua chiara concezione degli scopi della vita, infatti gliela ripeteva di continuo dicendo che l’uomo deve acquisire la propria libertà interiore e deve avere una buona vecchiaia: questo è l’imperativo primario ma richiede l’osservazione di quattro comandamenti, di cui il primo è amare i genitori, il secondo è conservare la propria purezza sessuale, il terzo è saper dimostrare la massima cortesia verso tutti, ma restare interiormente libero senza far conto su nessuno, e la quarta è amare il lavoro in sé e non solo per guadagno. Suo padre lo amava molto essendo anche il suo primogenito tanto che lo sentiva più come un fratello maggiore per tutte le conversazioni e le confidenze.

La famiglia paterna era di origine greca, ma i suoi antenati erano fuggiti da Bisanzio dopo la conquista turca, prima si erano rifugiati in Turchia e poi sulle rive orientali del Mar Nero, infine andarono in Georgia dove c’erano ottimi pascoli per il bestiame che allevavano. Suo padre aveva avuto l’eredità e si era trasferito in Armenia dove il suo cospicuo patrimonio lo rendeva uno dei più ricchi allevatori, finché prese in affitto i capi di bestiame dei vicini più poveri, come si usava fare nel posto, ma un’epidemia di peste decimò tutte le bestie. Il padre volle risarcire tutti del danno avendone la custodia e la responsabilità, perciò da ricco si ritrovò nella miseria più nera con una famiglia di sei persone con moglie, madre anziana e tre figli, di cui il maggiore era Gurdjieff che aveva 9 anni.

La famiglia prima viveva agiatamente, perciò il padre si diede al commercio di legname con annessa falegnameria, ma la scarsa esperienza lo mise in difficoltà, per cui lo zio li aiutò a trasferirsi a Kars. La famiglia si era intanto ampliata di altre tre sorelle minori, per cui non vivevano nell’oro e Gurdjieff aiutava in bottega per racimolare qualche soldo: ben presto divenne esperto di tutte le riparazioni che gli commissionavano. La vita del padre fu una “cornucopia di disgrazie” ma lui conservava sempre la serenità e il distacco dalle sue sciagure osservandole con quella tranquillità che è solo nei poeti, perciò la famiglia risentì di una calda atmosfera di concordia, di amore e dell’aiuto reciproco.

La capacità innata di saper trarre ispirazione dai minimi particolari della vita rendeva suo padre un continuo esempio, infatti era una fonte di coraggio per “la sua libera spensieratezza” ed emanava una felicità di cui potevano godere tutti i suoi familiari. Le sue idee sull’aldilà erano particolari infatti, quando Gurdjieff era adulto gli chiese di spiegare, senza “filosofeggiare” tanto la questione dell’anima, e suo padre negò di credere alla migrazione dell’anima, però affermò di credere che “qualcosa” si possa costruire durante la vita.

Il padre credeva che l’uomo nascesse con una facoltà grazie alla quale alcune esperienze elaborano “una sostanza definita” da cui si forma lentamente un “qualcosa” che acquisterà una vita indipendente dal corpo fisico, perché il “qualcosa” non si altera con il corpo, ma più tardi, seppure sia costituito dai medesimi elementi che costituiscono il corpo fisico. Il “qualcosa” possiede una materia molto più sottile e una sensibilità molto maggiore di quella corporea, ma reagisce a tutte le azioni che sono subite dal corpo, perciò resta assoggettato alla sua influenza prima e dopo la morte del corpo, finché non giunge una completa disintegrazione.

Pur amandolo teneramente il padre lo educò fin dall’infanzia con “persecuzioni sistematiche” per infondergli quegli impulsi che lo avrebbero aiutato nella vita adulta. Uno dei metodi educativi preferiti era quello di addestrarlo con le misure necessarie affinché invece degli impulsi di avversione, disgusto, ripugnanza, vigliaccheria e pusillanimità e simili, nell’animo del figlio fossero sostituiti dal sentimento dell’indifferenza nei riguardi di tutto ciò che desta quei sentimenti. A questo scopo gli nascondeva nel letto una rana, un lombrico, un topo oppure ciò che poteva destare quegli impulsi, oppure lo costringeva a giocare con serpenti non velenosi.

Tra le persecuzioni ve ne era una che destava l’apprensione delle persone di casa, perché lo faceva uscire all’alba e lo spruzzava con l’acqua gelata della fonte, poi lo faceva correre nudo, e malgrado lo amasse molto lo puniva con asprezza se lui si ribellava. Quegli addestramenti furono preziosi nel corso della sua vita futura così piena di viaggi, di avventure e di vicissitudini in cui l’addestramento ad ogni asprezza potrebbe essere testimoniato da coloro che lo videro agire: senza quei momenti non avrebbe mai potuto superare tutto, perciò di questo deve rendere grazie a suo padre.

Nel 1916 suo padre aveva 82 anni, ed era molto anziano, ma era ancor pieno di forza e di vigore e appena qualche filo bianco ornava solo la sua barba. Morì l’anno dopo, ma non per morte naturale, perché fu ucciso quando cercò di proteggere i suoi averi dal saccheggio della casa di famiglia, infatti l’attacco dei turchi contro Aleksandropol fece fuggire tutta la famiglia tranne il padre che non volle abbandonare ciò che aveva. Nella dispersione delle carte di casa vennero distrutti tutti i manoscritti di suo padre, tutti i testi dei canti e delle leggende che erano stati trascritti sotto la sua dettatura, perché furono dispersi dai saccheggi.

La personalità del padre era caratterizzata dall’uso di adoperare sentenze ad ogni occasione, perché sembrava trovare sempre un modo di dire che era il meglio al momento migliore. Questi aforismi sembravano funzionare solo usati da lui, perché se altri li usavano apparivano sempre come sciocchezze e delle stupidità dette a sproposito. Ma, per completare il ritratto del padre va illustrata una sua tendenza naturale che colpiva tanto chi non lo conosceva, infatti molti credevano fosse un uomo privo di senso pratico e mancante d’intelligenza negli affari. Eppure, non aveva alcun tipo di carenza di questo tipo, bensì nella sua più intima natura provava una “repulsione istintiva per l’idea di trarre profitto personale dall’ingenuità e dalla sfortuna degli altri.”

Suo padre era un uomo integro e onesto al massimo grado, perciò non avrebbe mai creato la sua fortuna sulle sventure del suo prossimo, perciò tutti non esitavano a trarre profitto dalla sua specchiata onestà per imbrogliarlo sistematicamente, “cercando inconsciamente di deprezzare così il valore di tale caratteristica, sulla quale poggia l’insieme dei comandamenti del Nostro Comune Padre.” Sebbene fosse vessato dalla sorte e fosse consapevole di essere imbrogliato suo padre non si scoraggiava mai, e non si identificava con nulla, si manteneva sempre libero interiormente perciò restò sempre fedele a se stesso: l’unico cosa che gli dispiaceva era di essere disturbato quando sedeva a guardare le stelle.

Dice che l’unica cosa che un figlio può affermare, fin dal più profondo del cuore è il desiderio di poter diventare come suo padre da anziano. Per varie vicissitudini non gli è stato mai possibile vedere la tomba del padre, e pare impossibile che questo possa avvenire nel futuro, perciò non gli resta che ordinare ai suoi figli, carnali e spirituali, di prendersi l’impegno di ritrovare la sua tomba solitaria e abbandonata all’incuria e di erigere una stele che rechi questa iscrizione:

IO SONO TE,
TU SEI ME,
EGLI E’ NOSTRO,
TUTTI E DUE SIAMO SUOI.
CHE TUTTO SIA
PER IL NOSTRO PROSSIMO.


Buona erranza
Sharatan


lunedì 11 luglio 2011

Schiavi dei pensieri


Il male si rivolge sempre al tuo ego, s’aggrappa alle tue immagini feticcio. Attaccamento, aggressione, illusione, ignoranza, arroganza, pigrizia, orgoglio, invidia, paura, senso di colpa, etc., se tu non avessi più ego, il male non avrebbe presa su di te, e non potrebbe espandersi.

I pensieri dell’ego alimentano le immagini di una cosa qualsiasi o di come le cose dovrebbero essere. Formano la radice di tutte le azioni cattive. Pensieri presi sul serio e non riconosciuti come illusioni di un sogno, come gli abituali tentativi dell’ego. L’ego lancia i pensieri come un cane. Affascina, prende i pensieri sul serio. Eccitata dai pensieri, è spinta a rincorrere altri pensieri, a parlare, ad agire di conseguenza.

Se ti incateni a pensieri che comportano parole e azioni, l’ego ti fa credere che sta confermando la tua esistenza, mentre non fa altro che allontanarti sempre di più dalla presenza autentica, che è la maniera suprema di esistere. A forza di parlare a noi stessi non sentiamo più ciò che il mondo ci dice, né il cuore.

Ascolta! Chi parla?
Ascolta! Chi risponde?
L’ego o il cuore?

Una nuova definizione dell’ego potrebbe essere: la menzogna o la duplicità. Una sorta di meccanismo riflesso comincia a creare impercettibilmente una seconda realtà, quella delle apparenze, quella di ciò che dovrebbe essere, quella di ciò che non sono io. Da far credere a lasciar credere, da lasciar credere a credere, da credere a fare, da fare a far fare …

Tutte maniere di fuggire dalla realtà e di non sapere più ciò che si sente. Il grande mentitore attira tutto attorno a sé nel suo universo doppio, cedevole, manipolatore, ingannatore. Per il grande bugiardo la realtà è una materia da lavorare piuttosto che un dato da osservare.

L’ego è per l’essere autentico ciò che il sistema dei media è per la società reale. Vuole far credere che rappresenta il tutto mentre non è altro che un parassita della presenza autentica. Come i media, agita la gloria e la vergogna, la speranza e la paura e ci vuole far vivere in un magnifico palazzo di immagini dove l’esistenza è miserabile.

Non siamo sulla terra per conformarci a un’immagine - quella che abbiamo di noi stessi o quella che gli altri hanno di noi - ma per dare e ricevere amore. Non utilizziamo dunque il mondo - gli “sguardi esterni” - come uno specchio che ci dimostri la nostra esistenza.

Sei come una persona che vorrebbe costantemente imitare l’immagine che ci rimanda il suo specchio. L’ego ti incatena a una “identità.” Ma cos’è l’identità? Un’immagine che avvelena la tua vita sdoppiandola. Che distanza tra il disordine e la qualità mutevole del tuo flusso d’esperienza e l’immagine ideale che ti fai di te!

L’ego è un segno che non si nutre che di segni, un parassita che obbliga la vita a lavorare solo per produrre segni di piacere, di felicità, di dominio, di potere, di riconoscenza, di guadagno, etc. Volevo dimostrare (a chi?) di essere coraggioso. Mi sono messo in situazioni molto difficili in cui ero solo contro tutti, al fine di dimostrare di essere coraggioso. Perché? Chi se ne importa?

Ho avuto una vita difficile e piena di conflitti. Ho fabbricato questa vita nella quale potevo mostrare di essere coraggioso. Volevo dimostrare (a chi?) di essere buono. Ho creato situazioni nelle quali “salvavo” gli altri e nelle quali era evidente che ero buono, gentile. In realtà ho lasciato che approfittassero gravemente di me.

Tutti gli eventi della mia vita provengono da questo stupido dibattito che ho con me stesso. Perché ho dato tanta importanza all’idea che mi facevo di me? Non interessa a nessuno e avrei potuto condurre la mia vita in tutt’altro modo. Invece di esistere, semplicemente, naturalmente, gioiosamente. Ho recitato sul palcoscenico del mondo il dramma del mio ego e ho sprecato la mia vita.

Tutta la sofferenza inutile viene dalle situazioni che le persone fabbricano perché sono prese nell’attività assurda che lo scenario del loro ego detta loro. Per liberarti dalla schiavitù dell’ego, vivi dunque sul piano del flusso d’esperienza reale, istante dopo istante, e smetti di perderti nelle tue immagini di te.

L’attenzione per l’istante, la vigilanza che impedisce alla mente di smarrirsi nei pensieri, la piena coscienza del corpo vivente, una visione di ampio respiro sulle situazioni, la considerazione sincera e aperta dell’esistenza reale degli altri: tanti modi di ridurre l’impero dell’ego. Lascia che le sensazioni si schiudano da sé invece di raddoppiarle, di offuscarle e di ricoprirle di raffiche di pensieri, La duplicità comincia lì. Vivi per raccontarlo, per raccontartelo o piuttosto vivi, molto semplicemente, qui e ora?

(Pierre Lévy)

giovedì 7 luglio 2011

La memoria dell’anima


"Le cose ovvie non sono per forza vere,
e molte cose vere non sono affatto ovvie."

(Joseph LeDoux)

Steiner scrive che l’anima, durante l’esperienza terrestre, deve conquistare la percezione delle due forze che aiutano a sviluppare le nostre qualità evolutive, perciò dobbiamo ritrovare la memoria e coltivare delle abitudini. L‘anima può conservare le sue esperienze terrestri per merito della memoria che è necessaria per accrescere la coscienza dell'io, infatti nasciamo immemori delle esperienze vissute prima di nascere, perciò non sappiamo chi siamo stati: le memorie anteriori a questa vita ci sono precluse e vengono ricoperte dall’oblio.

Quando l’anima torna sulla terra impara la relazione con la materia accumulando il ricordo di esperienze che restino sempre presenti come monito di ciò che è stato, ed esso è conservato nella memoria che è frutto della nostra evoluzione spirituale. Nel tempo lunare, precedente a questo stadio evolutivo, la memoria non era affatto necessaria, ma ora sulla terra, si deve stare in contatto con il regno minerale per cristallizzare l’individualità. Solo sulla terra si acquisisce il diritto di sperimentare per decidere ciò che deve restare nella nostra essenza animica.

Le nostre esperienze filtrano attraverso l‘anima poi vanno a scriversi sull’etere cosmico ma, finché viviamo sulla terra, siamo fusi con il corpo eterico che avvolge il corpo fisico, perciò siamo circondati dalla sottile sostanze eterica che si forma trasportando i colori dei pensieri, delle rappresentazioni mentali, delle emozioni e dei sentimenti che sono stati fusi dal fuoco intenso della nostra volontà personale. L'involucro eterico assume i nostri colori e la luminosità che proviene dalle qualità della nostra essenza personale: così l’anima vive, perciò si restringe oppure si allarga, infatti muta e accresce assieme a noi, ma poi si deve restituire questa forza vitale, nell’atto della morte, affinché tutto ritorni nella sostanza eterica universale.

Dopo la morte possiamo conoscere le nostre vite precedenti e ciò che è restato nell'anima, infatti la forza di resistenza del corpo fisico si prova con l’acquisizione di abitudini che aiutano la memoria a ricordare ciò che ci fa evolvere. L’abitudine e la memoria sono collegate, infatti è con la forza delle abitudini acquisite nella vita che formiamo la memoria che possa restare. Per far evolvere l'io personale, dice Steiner, è necessario scegliere le giuste abitudini e rinforzarle continuamente, poiché abbiamo la libertà di scegliere secondo l'orientamento verso ciò che amiamo e che vogliamo conservare in affinità con la nostra intima essenza e con la nostra volontà personale.

Entrare nel corpo implica il distacco dal mondo spirituale in cui eravamo in perfetta armonia con le gerarchie spirituali, perciò subivamo l'accordo totale alla loro volontà. La libertà di scegliere le nostre abitudini ci permette di godere di maggiore autonomia personale, infatti possiamo sceglierle liberamente, perché nella memoria e nell’abitudine vi sono delle metamorfosi di fatti spirituali evolutivi molto antichi. Nella memoria è nascosto il ricordo dell’immaginazione sognante, mentre nell’abitudine è celata la metamorfosi della sottomissione totale alla volontà divina: ma ora abbiamo facoltà di agire come vogliamo.

L’idea che la vita fisica sia irrilevante dimostra che non comprendiamo l’importanza del transito terrestre e il valore della conquista di abitudini personali che possiamo mantenere nella memoria. Se l'anima può conservare il ricordo delle sue preferenze esse diventano le sue conquiste personali perciò sono durevoli. Quando la morte ci imporrà di restituire la sostanza eterica che, alla nascita, abbiamo sottratto dall’etere cosmico, noi avremo diritto di trattenere ciò che abbiamo accumulato con il nostro lavoro, perciò è diventato nostro e può restare nella nostra anima.

Dall’evoluzione della memoria sappiamo che essa originò come una “forza esteriore svolgentesi in relazione con il mondo che passò all’interno,” perciò la memoria fu una forza che entrava nell'uomo. Uno schema evolutivo, dice Steiner, prevede sempre un momento in cui avviene la ricaduta alla fase precedente, prima cha possa esserci la risalita che sblocca la regressione, ma la risalita deve avvenire dimostrando maggiori capacità, per questo l'evoluzione ci espone al conflitto delle due opposte tendenze.

La dualità è prodotta da influssi luciferini e arimanici, infatti il mondo usa i travestimenti per ingannare la percezione. L’influsso luciferino si nasconde nel tratto passionale ed emotivo che ci spinge all’elevazione, mentre l’influsso arimanico che trascina verso la caduta, usa le apparenze per illuderci e renderci schiavi della materia. La bilancia si attiva quando vediamo l’azione delle due forze riconoscendole come insite nella nostra natura, infatti la materia subisce l’influsso della durezza minerale, perciò testa la resistenza del corpo fisico. Noi dobbiamo saper reagire usando la forza del nostro pensiero e imparando a padroneggiare la durezza della vita materiale con la dolcezza delle nostre risorse spirituali.

Sarebbe terribile, dice Steiner, se potessimo scrivere nell’etere senza avere il tempo di rivedere ciò che resta scritto nell'anima, poiché non esisterebbe il karma per rimediare agli errori e tutto avverrebbe senza alcuna “remissione dei peccati.” Negando la saggezza dell’esperienza neghiamo la possibilità della coscienza personale, ma il corpo eterico è riscrivibile e modificabile, perciò questo dimostra che è possibile, nei ripetuti soggiorni terrestri, sviluppare una coscienza che sia strutturata liberamente.

La coscienza nasce solo dall’esistenza terrena e si può sviluppare solo sulla terra, infatti non esiste luogo migliore per agire sull’evoluzione futura. Questa conoscenza non è infusa con l’aria respirata, ma va fondata sul “differente modo di vedere e di pensare” che riguarda la comprensione che il mondo ci nasconde l'azione dello spirito, perciò dobbiamo saper vedere l'influsso dello spirito sapendo oltrepassare il velo e l'inganno della dualità materiale.

Dobbiamo sapere che siamo entrati nel tempo in cui possiamo scrivere sul corpo eterico cosmico e questo può frenare la decadenza umana, infatti l‘uomo può scrivere direttamente il suo destino. Avere libertà implica il rischio di cadere vittima della seduzione tentatrice oppure della falsità dell'apparenza che illude e inganna, perciò saper vedere le tendenze delle forze diventa molto importante.

Per l’uomo è giunto il tempo di assumersi la responsabilità del pensiero che usa per agire sul mondo, infatti un pensiero va ben strutturato, perché esso è potente e può incidere nell’astrale, perciò non possiamo pensare con velocità, perché pensare è una operazione lenta che va protratta per tutto il tempo che è necessario per organizzare in modo compiuto.

Si producono troppi pensieri per avere tanto materiale seppure sarebbe saggio elaborare meno e con maggiore precisione infatti, dice Steiner, troppe falsità nascono dalla menzogna che vive nel mondo, perché il mondo è veloce e superficiale. Ovunque c'è menzogna e verità parziali che aiutano la menzogna a sembrare più credibile, poiché la menzogna nutre altre menzogne. Siamo troppo tolleranti verso la menzogne travestite da verità e, senza nemmeno indagare, le crediamo come vere. In futuro ci ricorderemo che la verità non può temere l'analisi minuziosa e accurata, poiché la verità supera ogni prova a cui viene sottoposta.

La verità frettolosa nasconde la menzogna, infatti l’illusione aiuta la menzogna a sembrare l'opposto, per cui dobbiamo indagare prima di credere. La verità si ricerca anche credendo di averla, in quanto se amiamo la verità vogliamo conoscerla per immergerci completamente in essa, perchè l'amiamo tanto che vorremmo trovare ancora delle piccole sfumature che ce la facciano amare ancora di più.

La lucidità sarà essenziale per il futuro, poiché cambieremo atteggiamento riguardo alla verità e lasceremo le verità degli altri per cercare la verità che ci è affine, perciò troveremo la verità in armonia con la nostra indole e coerente con le nostre inclinazioni morali: e questa verità pacificherà la mente, il cuore e lo spirito.

Prima di scendere nella materia vivevamo con gli esseri superiori, perciò conoscevamo lo spirito, perciò l'uscita dal mondo è nascosta nella “porta dei sensi.” Uscire dai sensi è la via per tornare all'unione con la Divinità che ci ha generato e di cui conserviamo ricordo nel subconscio. Nel subconscio sono scritte delle memorie tanto antiche e profonde perché l’inconscio è il fondamento della nostra coscienza, e “la coscienza è un lascito del mondo spirituale.”

Dobbiamo ritrovare una comprensione spirituale delle nostre affinità e delle nostre aspirazioni, perché non possiamo credere alle verità altrui, infatti anche tutti gli ideali più elevati se non sono sentiti profondamente diventano delle materie morte, perciò sono prive di vera conoscenza.

Nel futuro, dice Steiner, vedremo la differenza tra le materie morte e le sostanze vive, perciò vedremo che il mondo non è solo pietre, alberi, animali, uomini e esseri superiori, ma sapremo che lo spirito è vivo ovunque e che agisce invisibile ai sensi ordinari, perciò conosceremo la concatenazione delle forze che evolvono in senso cosmico. La verità futura sarà fondata sulla morale e sulla responsabilità delle nostre azioni, e questo darà molta saggezza.

L’uomo non vuole problemi, non vuole vie lunghe e faticose, anche se chiede verità non vuole sapere per non soffrire e non vuole cercare all’infinito. Una maggiore comprensione ci farà superare tutte queste memorie desuete e queste abitudini malsane, perché avremo la volontà di ricercare verità che siano sempre maggiori. Solo lo spirito può darci questa esigenza ed è solo il punto di partenza, perchè avremo delle evoluzioni ancora maggiori in futuro.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 4 luglio 2011

I due saggi e lo sciocco


Tutti credevano che Nasruddin fosse ritardato perciò lo chiamavano Il Sempliciotto. Un giorno fu ingaggiato da due saggi che gli chiesero di accompagnarli come portatore, infatti si ritrovò a trascinare un cesto di vettovaglie e a sventolare gli eruditi con un ventaglio fatto con delle fronde di palma. I due erano sapienti di scienze misteriose e vestivano con ricche zimarre coperte di misteriosi arabeschi dorati, e per tutto il tempo discussero freneticamente, mentre Nasruddin seguiva il loro ciabattare e li sentiva parlare di cose che non aveva mai neppure sentito nominare, perciò il pover’uomo restò ammirato dalla loro sapienza.

I due sapienti erano immersi in una discussione che sembrava accalorarli e fargli dimenticare ogni altra questione, finché uno dei due sbottò e disse all’altro: “Certo le tue conoscenze sono impagabili, ma io potrei darti una dimostrazione certa delle mie capacità. Trovami dunque un dente, un osso o qualsiasi misero resto di una carcassa animale e io saprò ricostruire le ossa, le carni, il sangue e fino all’ultima molecola della creatura defunta. Quale biologia umana saprebbe ricreare delle carni intorno ad un corpo morto?” Detto questo fissò trionfante il suo antagonista.

L’altro lo guardò beffardo poi rispose con tono commiserante: “Che giochetto da bambino! Forse dovrei stupirmi del tuo trucco da principiante? Dovrei restare ammirato dal rimpolpamento di una carcassa e dovrei inchinarmi a tanta meraviglia? Bada bene, io non sono altro che una modesta pagliuzza davanti alla sapienza dell’Altissimo, che sempre sia benedetto! ma la mia Scienza discende direttamente da Colui che ha infuso la vita a tutta la creazione. Io affermo che per me sarebbe un’inezia ridare la vita alla tua carcassa rimpolpata. Ebbene, io mi dichiaro in grado di fare questa meraviglia.”

Mentre i saggi disputavano dimostrando quale umile semplicità e modestia può essere nei sapienti, vennero a imbattersi nel cranio di un leone e si misero a esaminarlo con grande curiosità, finché il saggio che si millantava di essere l’imitatore dell’Onnipotente nell’opera della creazione sfidò il suo collega a dare la dimostrazione del potere di rimpolpare le carcasse di cui si era vantato. Il primo restò certamente piccato dal tono del collega, perciò senza esitare si mise al lavoro e biascicò delle parole strane, fece dei gesti rituali sul cranio e poi trasse dalla zimarra un’ampolla e versò alcune gocce di un misterioso liquido sul teschio leonino.

All’istante, sotto gli occhi sbarrati del sempliciotto, dal teschio si verificò la ricrescita di un muso maestoso dalle fiere labbra arricciate che era arricchito da una lingua rosea e pendente tra le acute zanne, poi apparve un collo robusto e delle zampe muscolose dagli artigli lucenti e si formò il corpo ricoperto dal pelo fulvo, finché una splendida criniera finì di completare il corpo muscoloso di un leone esanime. Nasruddin aveva seguito con interesse tutto il miracolo ma, alla vista del corpo rigenerato sentì salire una grande inquietudine interna, perciò parlò con voce sommessa: “Scusate miei saggi illustrissimi, io sono incantato dalla vostra enorme sapienza.

Sicuramente è mirabile l’arte di chi ha ridato il corpo a questo leone defunto e credo che anche voi, mio illustrissimo e dotto sapiente, sapreste ridare la vita al corpo rinato, ma forse ora preferireste fare una breve sosta refrigerante con le arance e i datteri che ho portato con me.” Detto questo Nasruddin mostrò il suo cestino colmo di frutta, ma il dotto che non aveva dimostrato ancora le sue capacità, guardò Nasruddin con pietà e commiserazione, poi gli rispose:

“Creatura ordinaria, ti sento fremere di terrore alla vista del prodigio, ma anche tu devi sapere che l’uomo di scienza deve sempre dimostrare di avere la potenza creatrice. Io non mi sottometto alle paure dei dementi e non mi inibisco davanti ai pessimisti del malaugurio, perciò quello che devo fare, io la faccio! Adesso ridarò la vita al leone per dimostrare che tutte le paure sono debolezze, perché io sono sprezzante delle paure, e venga pure tutto ciò che vuole venire! Il futuro è di chi osa e non vacilla, perciò se ho detto che farò una cosa, io la farò sicuramente.”

Il sapiente si rimboccò risoluto le maniche, quindi trasse un’ampolla da cui versò una goccia di liquido ambrato sulla fronte del leone. L’animale strofinò la testa sulle pietre, ma non sembrò intenzionato a resuscitare quindi ricadde nel coma profondo, perciò il saggio gli fece cadere un’altra goccia sull’occhio destro che effettivamente si aprì, quindi il leone sembrò scuotersi perciò sbadigliò, poi scosse la criniera mentre stirava i muscoli intorpiditi dall‘immobilità della morte. A quella vista Nasruddin lasciò cadere il suo cestino e si arrampicò con una velocità molto encomiabile fino in cima all’albero più alto che era sul ciglio della strada, perciò osservò tutta la scena che seguì.

Dopo essersi stirato il leone sembrava ancora poco sveglio, perciò il sapiente gli fece cadere una terza goccia sul muso assonnato e la goccia fece un effetto immediato, perché la belva fece un ruggito potente mostrando tutta la possanza delle sue corde vocali. Nel mentre, il saggio si rivolgeva al cielo con le braccia spalancate e con lo sguardo estatico: “O mio Dio! Dimmi se non ho onorato degnamente le tue opere! Dimmi se non mi sono dimostrato grandissimo!” Certamente Dio fu tardo nel dare la sua risposta poiché il leone fu assai più veloce, infatti il lungo sonno da cui era stato ridestato gli aveva stimolato un robusto appetito.

Il saggio si era sempre nutrito con generosità, perciò diventò un bocconcino saporito per le zanne affamate del leone che si vide costretto a completare il suo pasto sbranando e divorando anche con il secondo sapiente. Dopo che fu placata la fame più urgente, il leone sentì che gli sorgeva una struggente voglia di tenerezza, perciò rizzò il muso e aspirò con voracità gli odori del deserto. Nasruddin, che si era rannicchiato tra le frasche, era terrorizzato e tratteneva persino il respiro per non farsi notare, ma il leone si era ben saziato ed era interessato solo all’odore di una leonessa. Il leone, con il naso fremente, era impegnato ad annusare una traccia che solo lui avvertiva, infatti annusò a lungo poi corse via velocemente scomparendo nel deserto, tutto impegnato dall’inseguimento della sua traccia.

Buona erranza
Sharatan


venerdì 1 luglio 2011

Nel cuore del fluire


“Che cosa è più difficile di tutto?
Ciò che a te sembra più facile:
vedere con i tuoi occhi
quel che hai sotto il naso.”

(Johann Wolfgang von Goethe)

Secondo Steiner è difficile immaginarsi che uno studioso di spiritualità possa insegnare come educare il pensiero, perché si crede che lo spirito non possa avere implicazioni pratiche, perciò allo studioso di queste discipline non è necessaria una struttura mentale addestrata in modo concreto. Chiaramente la cosa è logica per coloro che non sanno nulla della dottrina spirituale, poiché l’antroposofia insegna come restare attinente alla realtà concreta per cambiare il modo di sentire dell’uomo e aiutarlo ad affrontare la vita con maggiore sicurezza.

Le persone credono di pensare in modo concreto sebbene il loro pensiero sia costituito da un “persistere in giudizi tradizionali e in abitudini di pensieri.” Se analizziamo quel “pensare concreto” troviamo scarsa praticità, ma riconosciamo sempre lo scimmiottare le opinioni di un maestro o di qualche altro personaggio, perché si seguono perlopiù gli orientamenti e il modo di pensare degli altri. Nella vita esistono cose molto più elevate di quelle che sono definite pratiche dalle persone che si dicono concrete, ma che vivono “incapsulate” dentro delle mentalità ristrette che li rendono incapaci di osservare le cose in modo più profondo e personale.

Solitamente non “si consegue una giusta posizione” se crediamo che il pensiero sia qualcosa che accadde nell’uomo, perciò che accade nell’anima e nel corpo: credendola una fatalità non si coltiva il retto pensare, infatti si crede che le cose siano costruite secondo gli schemi del pensiero e non si ipotizza che le cose possano avere un loro meccanismo interiore che è necessario saper osservare. Non è facile osservare le cose percependo in loro l’effetto spirituale, poiché è molto difficile saper vedere l’attività delle entità spirituali che muovono le cose, però possiamo ipotizzare che il mondo sia prodotto da un pensiero che agisce secondo uno schema ordinato, così da rendere “feconda la vera pratica interiore del pensiero.”

Se il nostro pensiero vuole essere concreto dobbiamo pensare che i pensieri possano essere estratti dalle cose, ma lo crediamo solo se il nostro modo di pensare è veramente coerente e logico: l’acqua si attinge dal pozzo solo se c’è acqua nel pozzo, similmente è perché il mondo è fondato sul pensiero che possiamo estrarre il pensiero dalle cose del mondo. Ma questo è possibile se crediamo che dietro le cose esistono dei pensieri in base a cui esse sono ordinate, perciò se crediamo che dietro ai fatti ci sia un ordinamento, perciò diventa più facile pensare basandosi sulla realtà: è questo il motivo per cui è necessaria l’educazione al retto pensiero.

Solo il pensiero concretamente orientato sui fatti può usare quei principi concreti che diventano degli orientamenti pratici che possono essere “usati sempre di nuovo” e che sanno infondere una direzione sicura al nostro modo di pensare. L’uomo osserva il mondo con un pensiero disordinato, perciò solitamente osserva dei particolari inseriti in schemi confusi, perciò le cose sono valutate in modo generico. La cosa essenziale per saper pensare, quello che ha valore e che può fondare il giusto pensare è sapersi basare sulle “immagini esatte dei fenomeni che si susseguono” e saper collegare quello che è osservato per avere l’immagine di come le cose sono realmente strutturate.

Non dobbiamo fare conclusioni veloci, poiché non sappiamo se quello che accade oggi possa tornare anche domani, ma si deve avere fiducia nel fatto che tutti i fenomeni sono connessi come il domani segue l’oggi. Non bisogna speculare astrattamente sulle cose, ma bisogna creare delle immagini esatte e obiettive del mondo osservando il susseguirsi delle metamorfosi con cui una cosa transita nell’altra: questo è il modo migliore per fondare quel pensiero concreto e pratico che l’uomo crede di avere, dice Steiner.

Questo schema di pensiero va usato per tutto ciò che non comprendiamo e per quello che non conosciamo, poiché ci permette di conoscere i meccanismi interiori di quello che ci è sconosciuto. Tutto ciò che non si comprende va saputo osservare avendo la fiducia interiore che tutto è connesso in natura, perciò quella connessione si può attivare anche dentro di noi: e le connessioni interiori si creano e si rivelano tramite le immagini, perché con un simulacro interiore della realtà è più facile fare delle veritiere rappresentazioni.

Il nostro corpo astrale si sviluppa tramite queste rappresentazioni, poiché la vita rappresentativa risiede nell’astrale, per questo se l’uomo non sa creare delle rappresentazioni interiori non può liberare le potenzialità del corpo astrale che resta imprigionato nell’ego che lo rende schiavo delle sue opinioni personali. Il nostro corpo astrale non è collegato solo con il mondo delle rappresentazioni umane, ma è connesso anche in un suo certo rapporto con il cosmo, perciò quanto più ci asteniamo dalle speculazioni illusorie dell’ego tanto più possiamo unirci e restare coerenti con il divenire dei fatti del mondo.

La nostra coerenza con il mondo ci permette di accogliere le sue immagini nel modo più aderente alla loro vera costituzione, perciò sappiamo vedere la realtà con le sue immagini in modo tanto intimo che esse possano penetrare in noi e nel nostro corpo astrale per restarvi impresse. Una precisa osservazione dei fatti imposta il pensiero in modo adeguato, perché le immagini del mondo restano pure, perciò diventiamo saggi riguardo alle cose che non sappiamo: e questo vale soprattutto nella vita e nei fatti quotidiani in cui dobbiamo vedere ciò facciamo oggi come preparazione di ciò che verrà domani.

Sui fatti e sulle persone ipotizziamo ciò che può avvenire, ma poi vediamo ciò che accade e quello che viene ci crea una opinione che si potrà modificare o meno, ma noi sappiamo che è la nostra opinione sul mondo che crea il nostro pensiero. Se avviene una cosa diversa da quella che era prevista possiamo cambiare l'opinione creata usando la “tranquilla osservazione” che ci permette di esaminare l’origine del nostro errore, perciò lo possiamo emendare.

Spesso la sensazione di avere colto nel segno crea nelle persone la presunzione di avere indovinato, ma la corretta previsione è dovuta al corretto modo di pensare e dall’avere osservato solo ciò che era già implicito nella natura dei fatti. Il nostro pensiero deve avere la certezza che le cose hanno una loro necessità interiore che è il “quid” inerente in ciò che vediamo e che spinge alla trasformazione di tutte le manifestazioni.

Una forza pensante agisce facendo delle metamorfosi sul mondo, perciò la giusta osservazione ci permette di restare consapevoli di questa forza per entrare in intimità con la logica del suo fluire. Quando giungono le trasformazioni che avevamo previsto significa che abbiamo sviluppato un rapporto intimo con l’attività del pensiero che causa la mutazione delle cose. Saper pensare a partire dalla “intima natura delle cose” e non usare l’arbitrarietà delle nostre sensazioni significa usare la realtà, poiché saper osservare ci permette di poter intuire quali forze entreranno in gioco, perciò anche il “quid” può illuminare la nostra coscienza.

Le previsioni avverate dimostrano che ci siamo saputi conformare alle cose, poiché ci siamo immersi in esse per giungere fin nella loro più intima attività, perciò siamo arrivati fino al cuore del loro divenire. In questo modo non ha senso affermare che le cose siano fuori o dentro di noi, perché siamo noi che le penetriamo entrando in risonanza con loro e la nostra aderenza diventa la nostra partecipazione al loro movimento, perciò sappiamo danzare in ogni divenire.

Steiner ricorda che Goethe fu un esempio di “pensiero oggettivo,” infatti Goethe diceva di aver coltivato un pensiero che non si separava mai dalle cose e che restava dentro le cose per potersi muovere assieme a loro. Goethe riusciva a immergersi completamente nelle cose per ascoltarne la ragione, perciò aveva il “pensiero oggettivo” che vedeva ciò che è insito nelle cose, infatti riusciva a vederle e il suo vedere diventava un pensare. Il pensiero fuso con le cose permette di “fiutare” il prepararsi degli avvenimenti susseguenti avendo attivato il collegamento perfetto tra gli avvenimenti successivi e le fasi precedenti.

Questo è l’esempio perfetto di un pensiero logico e pratico che riuscì a ottenere molto, perciò molto può ancora insegnare sapendo indicare dei suggerimenti per coltivare la brillante mentalità oggettiva che è consueta nell’essere pensante. Valutando i principi fondamentali, essi ci suggeriscono che un pensiero concreto gode di un ampio orizzonte mentale che deve essere sempre più spazioso, poiché deve accogliere molte cose, ma la visuale si deve alzare anche in verticale per vedere anche la struttura delle trasformazioni generali.

L’ampliamento di visuale va fatto sia in senso orizzontale che verticale, perciò esso può trasformare tutto il nostro atteggiamento mentale che potrà acquisire maggiore fluidità, poiché è di fondamentale importanza sapersi adattare e fondere con il senso delle cose per comprenderne il fluire. Maggiormente addestriamo la memoria poiché la memoria umana è come un quadro di toni grigi sul grigio, infatti ricordiamo vagamente perché la rappresentazione richiede il ricordo dei dettagli e l’esattezza del particolare dona maggiore precisione.

L’osservazione e “il colpo d’occhio” è una dote che va coltivata artificialmente, poiché la memoria aiuta l'osservazione offrendo la fedeltà dell'esattezza. Creare un quadro completo significa ricordare esattamente, perciò osservare il particolare e la sfumatura permette di ricordare i dettagli che aumentano l’attenzione: e l’attenzione sviluppa e stimola la nostra riflessione interiore. Per ottenere ottimi risultati il pensiero pratico non deve avere fretta di trarre le conclusioni, poiché la precipitazione e la fretta portano piuttosto indietro che avanti, perciò è bene saper soppesare attentamente tra le varie soluzioni.

Il pensare concreto sa che le cose hanno la loro necessità, perciò affrettare arbitrariamente e agire con impazienza limita la possibilità di ottenere la decisione più opportuna: per questo la pazienza è la dote più proficua nell’educazione del pensiero. Se viene chiesta una opinione non possiamo intervenire prima di avere valutato tra più opzioni per valutare le varie implicazioni future, perciò facciamo varie ipotesi poi lasciamo che il pensiero possa influire su di noi, infatti “ si potrà constatare che in tal modo si mette in moto una forza pensante interiore e che il nostro pensiero ne risulta più concreto e pratico.”

Questa mentalità non è collegata al genere, non è collegata alla classe sociale o al livello economico, perciò non è preclusa a nessuna condizione a cui siamo collegati, poiché essere un pensatore concreto e logico è prerogativa della specie umana. Il nostro pensiero si deve sviluppare continuamente in molte direzioni ma, per restare concreto e logico deve saper restare sempre ancorato alla realtà e ai fatti del mondo reale, così da non farci confondere tra causa ed effetto osservando un fenomeno.

Se capita di vedere un uomo che cade da un albero e muore desumiamo che la caduta gli sia stata fatale, perché le cose sembrano in perfetta connessione, ma poi l’autopsia dimostra che un infarto è stata la causa della morte, e che la caduta ha coinvolto soltanto un cadavere. Questo è un perfetto esempio di apparenza, perché confondiamo spesso le cause con gli effetti, in quanto anche un’osservazione che sia concreta può diventare illusoria: gli errori di valutazione sono molto comuni, perciò dobbiamo anche ammettere che esistono fenomeni che non possiamo vedere con i sensi ordinari e che la realtà nasconde un “quid” che è imperscrutabile dall’uomo.

A livello potenziale non possiamo escludere l’esistenza di un livello sovrasensibile che non sappiamo vedere essendo condizionati dai pensieri creati dall’abitudine che non è affatto aderente alla realtà, perciò anche il sentimento che vi è collegato resta nella medesima condizione. Le persone costruiscono molti alibi per giustificare il loro modo di pensare e usano dei camuffamenti per ammantare quelle consuetudini che chiamano pensieri, perciò così agiscono anche nei confronti dei loro sentimenti. Spesso è il desiderio che diventa il padre del nostro pensiero, per cui le abitudini e i sentimenti che vi sono collegati si nutrono parimenti dei desideri, perciò essi stessi diventano padri di quei desideri.

Conoscere la vita significa comprendere che le persone non si possono convincere con principi e ragionamenti logici, perché anche l’anima possiede un “quid” che non conosce la logica. Accade spesso che coloro che ascoltano una conferenza di scienza dello spirito siano mossi alla beffa, perciò ne ridono perché pensano che siano cose poco chiare e poco logiche coltivate da personaggi bislacchi e lontani da ogni pensare concreto essendo chiusi nel loro pensiero fumoso. Lavorare con la scienza dello spirito, dice Steiner, rende poco fumosi poiché dobbiamo trasformare il nostro modo di pensare in modo totale per offrire alla nostra anima una maggiore prospettiva, perciò dobbiamo vedere con chiarezza per trovare le cause con un pensare denso e profondo, poiché solo ciò che arriva nello spazio più profondo e interiore, perciò al cuore delle cose offre il diritto di avere un’opinione sul mondo.

Ogni logica e ogni ragione logica diventa l’orpello ornamentale con cui sono occultate le maschere delle opinioni e dei pensieri creati delle abitudini e dalle cristallizzazioni della mente che è schiava del pregiudizio altrui perciò, per invocare la logica bisogna amare la logica e osservare le cose per come sono. Imparare a pensare in modo obiettivo significa saper accogliere ogni ragione senza farsi condizionare dalle nostre preferenze per una opzione oppure per l’altra, perciò lasciare che l’orizzonte mentale sia ampio, in quanto è concreto e coerente alla logicità dei fatti.

Facciamo molta attenzione a quella che è detta la “ragione pratica” con cui la gente difende il suo adattamento alle consuetudini, infatti si diventa “pratici nel senso che si impara a pensare in conformità delle cose stesse.” Noi diventiamo pratici se siamo obiettivi e se il nostro pensiero sa fluire e sa farsi stimolare dalle cose, per cui facciamo sempre degli esercizi di elasticità mentale usando delle prospettive concrete. Pensare alle cose reali ci rende pensatori concreti che sanno vedere le cose nel modo giusto, perciò ritenere vera una cosa piuttosto che l’altra, non è affatto importante: la cosa essenziale è saper ampliare sempre più la visuale del nostro pensiero.

Buona erranza
Sharatan


lunedì 27 giugno 2011

Il ruggito del leone


“Vittorioso io sono e onniveggente,
per sempre distaccato da ogni cosa.
Liberato da tutto e dalla sete,
autodidatta e senza alcun maestro.

Non v’è per me maestro, né compagno;
non v’è in cielo, né in terra alcuno che mi sia pari.
Io sono il Signore del mondo, il supremo maestro:
estinti gli attaccamenti, vi sono io,unico e risvegliato.”

(Majjhima Nikaya, Opamadhamma)

Nel buddismo si afferma che la vita porta dei problemi, perché l’uomo deve affrontare il problema delle credenziali che lo fanno sentire sicuro nelle sue illusioni, perciò i problemi vengono per offrire l’opportunità di riflettere sulla nostra ricerca di sicurezze e per farci riflettere sulla nostra percezione del mondo. Nel buddismo tibetano usano l’espressione “ruggito del leone” per affermare che ogni stato mentale è sfruttabile per aiutare la nostra meditazione sulla vita.

Lavorando con le emozioni si agisce sul 5° skandha cioè sulla coscienza, ma anche sul 4° skandha collegato a “concetto” e “intelletto,” infatti le emozioni devono essere viste come delle formazioni che influiscono su determinati distretti energetici. Le forme di energia sono paragonate all’acqua e il pensiero viene paragonato al pigmento colorato che può tingere l’acqua con le sfumature più variegate e con tinte più forti o più tenui: quando le acque delle emozioni e i colori dell’intelletto si mescolano si formano le nostre colorate emozioni.

I nostri concetti mentali forniscono all’energia delle emozioni un livello e una posizione interiore che sono più o meno elevate e che possono essere intense o superficiali, perciò esse rivelano il senso del rapporto del soggetto con le sue energie, infatti le emozioni diventano molto potenti e vivide. Le emozioni causano problemi perché il rapporto che abbiamo con loro non è chiaro, infatti nel 5° skandha l’ego diventa molto forte avendo acquisito il senso del sé, perciò riesce a esercitare un maggiore controllo e si crea ciò che Chogyam Trungpa chiama un conflitto tra il sovrano e il suo primo ministro.

La condizione è quella del re che non si fida più del ministro più fidato: il consigliere è diventato più potente del suo sovrano, perciò il rapporto di fiducia si è interrotto. Con le emozioni avviene ugualmente, perché noi non abbiamo la fiducia interiore di saper padroneggiare le emozioni e questo ci causa il dolore, in quanto c’è il timore che l’emozione possa travolgerci fino a privarci dell’identità. E’ il fatto di non poter contare su un affidabile centro di controllo interiore che attiva il conflitto tra la forza delle emozioni e il nostro timore di dover soccombere a una forza a cui non possiamo resistere, per questo è necessario imparare come controllare le nostre emozioni.

Solitamente avviene una dura battaglia interiore tra noi e le nostre emozioni, perciò la guerra esiste anche tra noi e le nostre proiezioni, per cui il conflitto viene esteso fino al mondo esteriore. Se vediamo la situazione così, spiega Chogyam, tutto diventa estremamente logico e trasparente, sebbene sia necessario saper discriminare tra “vedere” perciò percepire le cose per come sono e “guardare” che è compiere uno sforzo inutile e dannoso di utilizzare delle credenziali e delle proiezioni per avere un rapporto con il mondo.

Ma tutte le sicurezze fondate sull’inganno e sulle illusioni offrono una felicità e un conforto temporanei, sebbene vi sia un modo molto rozzo di guardare al mondo che è un modo molto più facile di vivere. Infatti esiste l’uso delle proiezioni, che è un modo molto infantile di usare il mondo e di manipolare la realtà che ci causa la ripetizione delle medesime situazioni. Questa maniera di vivere non costituisce un modo fluido di trattare con il mondo, poiché è un modo di vedere rigido che vede tutto in uno spazio congelato e solidificato.

Questo modo di vedere considera il mondo come una sostanza molto dura munita della qualità del metallo o della plastica, poiché tutto è artificioso e artificiale e anche i colori non sono visti come sono, perciò sono privi di luce e trasparenza, ma diventano colori plastificati e falsi come la barriera dualistica che ci rende ciechi al vedere completo. Questo non vuol dire che non siamo consapevoli delle qualità materiali, poiché sappiamo riconoscere se un muro è stato costruito con la pietra o il mattone, ma significa saper apprezzare le vere consistenze dei materiali.

La capacità di percezione che diventa necessaria, dice Chogyam, è assai più psicologica che fisica, perché si allude alla durezza mentale e alla qualità metallica che equivale a considerare il mondo solo nella sua versione solida, che è un modo assai interessante, perché questa percezione è molto individualizzata e riguarda il livello più centralizzato e il tema di fondo, perciò la nostra vera “coscienza del sé.” L’obiettivo finale è quello di sperimentare una “shunyata,” cioè una totale assenza di concetti e di etichette mentali, perciò il fine è la liberazione dalla barriera dualistica che limita la nostra visione.

Ma un obiettivo elevato è molto lento, perciò si costruisce facendo dei piccoli passi prima di poter giungere a vedere il pensiero con tutte le sue tinte e con tutta l’intensità della sua forza, in modo che la visuale divenga chiara e completa. Ogni processo del pensiero e dell’emozione avviene in un luogo che è privo di spazio infatti è in nessun luogo, perciò il suo unico spazio è “lo spazio positivo degli abili mezzi, e dell’operare con le situazioni di vita quotidiana.” L’aspetto positivo delle emozioni e il loro potere creativo avviene tramite lo spazio dell’esperienza, anziché attraverso il loro prodotto: se non abbiamo problemi con la percezione dello spazio anche l’emozione cesserà di creare dei problemi.

Questo processo positivo significa essere “una sola cosa con le emozioni,” che è un’alleanza preferibile al conflitto, infatti la repressione porta alla compressione energetica che causerà l’esplosione della reazione di ciò che viene oppresso. L’opzione diversa è quella di farsi trascinare, perciò consentire l’accesso all’emozione per essere completamente trascinati fino a perdere ogni riferimento e ogni controllo mentale restando in completo asservimento della confusione di mente e di materia. Probabilmente l’espressione espressa in modo totale diventa un modo per alleviare la tensione facendola sfogare, ma l’indulgenza rafforza il difetto rendendolo ancora più potente, perciò è sicuro che così non potremmo costruire alcun controllo sulle nostre emozioni.

L’unico modo intelligente di agire sulle emozioni è quello di entrare in contatto con “la loro sostanza fondamentale, con la loro qualità astratta,” infatti la loro essenza fondamentale è l’energia: la qualità dell’emozione è sempre l’energia. Se impariamo a gestire tutte le forme di energia con cui entriamo in contatto anche l’emozione cesserà di essere un problema, poiché quando esiste un rapporto non c’è paura di sostenere un confronto, infatti restiamo rilassati e abbiamo la tranquillità e l’agio di poter vedere chiaramente la questione.

L’ultima fase con cui si struttura l’ego è quella in cui entra in gioco la coscienza e i concetti mentali, perciò diventa evidente che essi non possono essere eliminati, ma che dobbiamo saper vedere le cose per come sono per diventare abili a trasmutare le loro confuse qualità, in qualità che siano trascendenti. Chogyam Trungpa ci ricorda che l‘ego non è obbligatoriamente un nemico, poiché esso fa parte di noi perciò non possiamo attaccarlo e ucciderlo, poiché sarebbe l’esito letale dell’organismo suicida.

L’ego è assai potente perciò sa trasformare in solida materia anche la sostanza eterica più sottile, ma la spiritualità non prevede nessun atto di lotta e nessuna guerra, poiché lo spirito è amore perciò è nonviolenza. La nostra scissione è prodotta dall’unica barriera che non può essere abbattuta a colpi d’ariete, perciò è il nostro ego che deve imparare ad adattarsi e deve imparare a pensare in modo più fluido e creativo.

Il buddismo usa l’immagine del ruggito del leone per onorare questa coraggiosa intenzione, poiché la volontà di lavorare sul caos per ripristinare l’ordine è la capacità di saper padroneggiare ogni situazione. Quando arriva il leone ed emette un ruggito si ristabilisce l’ordine nel serraglio animale che era in fermento, perciò il leone ripristina la sua signoria, poiché afferma una indiscutibile superiorità rispetto agli altri animali. Saper riportare l’ordine diventa possibile se impariamo a usare le nostre percezioni sensoriali per acquisire una nuova sensibilità e sappiamo analizzare il fluire delle nostre emozioni.

Questa cognizione ci offre una visuale evolutiva completa, poiché le emozioni si possono vedere, ascoltare, odorare, toccare e trasmutare, in quanto esse non possono essere evitate ma devono passare nel fine setaccio della nostra percezione più profonda. Nel vedere le emozioni vi è consapevolezza che esse richiedono uno spazio per svilupparsi, poiché questo dato è oggettivo e non richiede alcuna spiegazione, in quanto nell’uomo avvengono le emozioni e questo va accettato come caratteristica del genere umano.

Quando impariamo ad ascoltare come nascono le nostre emozioni impariamo a sentire la pulsazione delle energie che salgono, perciò sentiamo l’ondata energetica che cresce come una marea, infatti sappiamo indagare il punto da cui hanno origine e conosciamo il tipo di percorso che attuano quando fluiscono verso di noi. Nell’odorare le emozioni c’è una similitudine nella capacità di apprezzare un cibo sapendo valutare l'odore, perciò significa saper prevedere se il cibo è buono dal fatto che l'odore è gradevole: l‘olfatto aiuta l’appetito, perciò il buon odore fa intuire se un cibo è buono e se è adatto al nostro gusto.

Imparare a toccare le emozioni significa che sappiamo percepire l’essenza della situazione, perciò sappiamo sentire una situazione in modo così concreto da poterla quasi toccare in modo concreto. L’energia delle emozioni non è una componente sbagliata o distruttiva, sebbene possa essere una modalità goffa e inesperta di far circolare il flusso energetico: ogni nostra manifestazione che sia attiva, passiva o avida, può diventare una modalità personale di approcciare al mondo, se la sappiamo trasmutare adeguatamente. Trasmutare non significa voler cambiare la qualità fondamentale delle emozioni infatti, come nella pratica alchemica del trasmutare il piombo in oro, non si rifiuta la qualità fondamentale del materiale, ma si diviene abili a modificarne l’aspetto e la sostanza.

E’ così che si percepiscono equilibratamente le emozioni, poiché non possiamo lasciare che l’emozione giunga per travolgere ogni cosa, poiché l’emozione sa strappare ogni ormeggio e rende necessarie delle credenziali che ci rendono schiavi e vittime dell’odio o dell’amore. Illudersi di poter vivere senza provare delle emozioni è come fare un gioco suicida, perciò appare più strategico e opportuno imparare a direzionarle. Diventiamo vittime delle emozioni quando ne siamo devastati, perciò quando perdiamo la testa e il caos viene a sommergerci, perciò nascono l’aggressività e la depressione che sono le reazioni estreme della mente infelice.

Trasmutare significa avere il coraggio di andare fino in fondo, significa non avere paura di lasciarsi andare e sapere come poter cedere all‘emotività, infatti quando l’emozione giunge non ti ripari e non la rifiuti ma corri per accoglierla come una parte intima e gradita. Le nostre emozioni non sono delle estranee, perciò non possiamo temerle o combatterle essendo una nostra componente, infatti possono diventare una parte manovrabile. Le nostre emozioni assomigliano alla danza, perché la danza sa rendere armoniose e fluide tutte le parti del nostro corpo, così deve diventare anche la collaborazione tra noi e le nostre emozioni in modo che possa risuonare un ruggito da leone.

Ogni volta che cessano le resistenze interiori si crea un’onda ritmica, poiché la musica e la danza sono sempre unite: tutto ciò che è inserito nel ritmo samsarico è composto di sostanze che possono essere trasmutate, ma il nostro egocentrismo ci spinge a costruire delle toppe con cui rinforziamo le lesioni delle nostre armature interiori. Ogni toppa che aggiungiamo ci rende sempre più problematico il movimento, soprattutto se rinforziamo le giunture degli snodi energetici: ogni nostra preoccupazione è rivolta a salvare le apparenze delle credenziali, perciò rattoppiamo le nostre armature e rinforziamo le strutture che possono franare.

L’uomo può restare mummificato nelle sue protezioni, poiché le toppe possono impedire ogni movimento e renderci immobili come cadaveri, perciò possiamo costruirci una protezione che sia totale, sebbene possa risultare troppo poco pratica. Con il ruggito il leone affermiamo che siamo in grado di dominare la sostanza delle nostre emozioni, infatti ne riconosciamo ogni sfumatura poiché è fatta della nostra materia, perciò la sappiamo padroneggiare come un territorio su cui esercitiamo un pieno dominio.

Nell’arte indiana si rappresenta il ruggito del leone con quattro leoni uniti nel dorso e con il viso rivolto nelle quattro direzioni per simboleggiare un procedere privo dell’essere, perciò il saper camminare senza un dorso. Una persona priva di paura può andare ovunque, perché il suo procedere possiede la sicurezza interiore che si irradia in ogni direzione. L‘immagine dei Buddha dalle mille facce o dal milione di volti che guardano in ogni direzione esprimono il concetto della consapevolezza panoramica che vede ovunque, perciò non possiede alcun lato da cui un nemico possa attaccarla di sorpresa.

Il ruggito afferma il coraggio di saper sfruttare ogni cosa della vita, poiché nulla è buono o cattivo ma tutto diventa utile se sappiamo renderlo fruibile, perciò ricercare delle credenziali appare un gioco inutile e ridicolo. La vita diventa completa se la vediamo come un pranzo, infatti se abbiamo fame vogliamo avere velocemente un cibo e non abbiamo tempo di leggere un menù. L’assonanza con la vita è nell’imparare che dobbiamo saperci nutrire di ogni cibo che troviamo, poiché non sempre possiamo scegliere dal menù, ma possiamo imparare come elaborare le sostanze per rendere commestibile tutto quello che la vita ci offre.

Quando il leone fa risuonare il suo ruggito ci comunica che ha imparato a fare l’elaborazione anche senza l’aiuto di una fonte esteriore, poiché se la funzione si è ben stabilizzata la capacità relativa si attiva in modo automatico, perciò sappiamo che è sufficiente che il leone giunga nella foresta per ristabilire la pace. Quando saremo diventati più abili arriveremo al punto in cui non avremo più bisogno nemmeno di ruggire per affermare la nostra autorità, poiché sarà sufficiente la semplice presenza del leone per riportare la pace nella foresta.

Buona erranza
Sharatan