giovedì 8 novembre 2018

Un’antica storia cinese



In un’antica storia cinese si tramanda che, durante un grande raduno, una festa traboccante di rumori, di danze, di canti e via dicendo, un uomo cadde in un pozzo. A causa del frastuono, nessuno se ne accorse. A quell’epoca, in Cina i pozzi non erano protetti da un muro: erano all’aperto, senza protezione; nel buio potevi scivolare e caderci dentro. L’uomo si mise a gridare:«Salvatemi!»

Un monaco buddhista passò nei paraggi e, udendo quell’uomo, guardò in basso. «Meno male che mi hai sentito. Tutti sono così presi dalla festa e il frastuono è enorme … avevo paura di morire.» Il monaco buddhista rispose: «Infatti morirai, perché ciò che ti è successo dipende da una cattiva azione del passato; adesso hai ricevuto la punizione: accettala e consegui la libertà! È meglio così: nella prossima vita, ricomincerai ripulito da ogni colpa e non dovrai più ricadere in un pozzo».

L’uomo replicò:«In questo momento non ho bisogno di saggezza e di filosofia …» ma il monaco se n’era già andato. Quindi arrivò un vecchio taoista. Poiché aveva sete si chinò sul pozzo. Quell’uomo stava ancora urlando in cerca di aiuto, e il taoista disse:«Questo non è virile. Bisogna accettare tutto ciò che viene: ecco cos’ha detto il grande Lao Tzu.

Quindi, accettalo e rallegrati di quanto ti è successo! Stai urlando come una femminuccia. Sii uomo!». L’altro rispose:«Sono disposto a farmi dare della femminuccia, ma, per favore salvami! Non sono coraggioso. Dopo potrai dire tutto quello che vorrai, ma prima tirami fuori». Il taoista replicò:«Noi non interferiamo mai negli affare degli altri. Crediamo nell’individuo e nella sua libertà.

Cadere nel pozzo e morirci è una tua libertà: tutto ciò che posso fare è darti un consiglio. Anziché morire urlando e piangendo - questo sarebbe da sciocchi - muori come un saggio. Accettalo, sii felice, goditi questo stato di cose, intona una canzone e lascia questo mondo: tutti prima o poi moriremo, quindi a che pro salvarti?». E se ne andò.

Arrivò un confuciano, e l’uomo intravide una speranza, perché i confuciani sono più terreni, più concreti. «Sono fortunato che tu sia passato di qui, uno studioso di Confucio. Ti conosco, ho udito il tuo nome. Adesso fa’ qualcosa per me, perché Confucio insegna: ‘Aiuta gli altri’». Il monaco confuciano rispose:«Hai ragione, ti aiuterò. Andrò di città in città e protesterò, fino a convincere il governo e mettere un muro intorno a tutti i pozzi del paese. Non avere timore».

L’uomo rispose:«Ma quando i muri di protezione saranno eretti e la tua rivoluzione avrà avuto successo, io sarò morto». Il confuciano replicò:«Tu non conti, io non conto, gli individui non contano: solo la società è importante. Cadendo nel pozzo, tu hai sollevato un problema importantissimo; adesso lotteremo per risolverlo. Sta’ calmo, rassegnati: faremo in modo che ogni pozzo abbia un muro di protezione, così nessuno potrà più caderci dentro.

Viceversa, salvando solo te, cosa si salverebbe? Il paese ha milioni di pozzi e milioni di persone possono caderci. Dunque, non pensare a te stesso; elevati al di sopra di questo egoismo. Io servirò l’umanità. Tu hai già reso un grande servizio cadendo nel pozzo; adesso la mia parte è costringere il governo a erigere muri di protezione». E il confuciano se ne andò.

Il quarto uomo che passò di lì era un missionario cristiano che portava con sé una borsa. Immediatamente l’aprì, tirò fuori una corda e ne gettò un capo nel pozzo. Prima ancora che l’uomo avesse aperto bocca, il missionario gli aveva gettato la corda. Colmo di meraviglia, l’uomo esclamò:«La tua religione sembra la più vera».

Il missionario rispose:«Senza dubbio. Noi siamo attrezzati per ogni emergenza. Sapendo che la gente cade nei pozzi, porto con me questa corda per salvarla. Infatti, solo salvando gli altri posso salvare me stesso. Però mi preoccupa ciò che ha detto il confuciano; non si dovrebbero mai costruire muretti intorno ai pozzi, altrimenti come potremo mai aiutare l’umanità?

Come faremmo a tirare fuori coloro che sono caduti? Prima devono cadere, solo così noi possiamo salvarli. Noi viviamo per aiutare gli altri, ma come prima cosa deve esistere questa opportunità; se non sussiste, come potremo mai metterci al servizio degli altri?».

Di certo, tutte queste religioni che predicano il “servizio” desiderano che l’umanità resti povera e bisognosa di essere aiutata, è un loro interesse … La povera gente è necessaria, assolutamente indispensabile; altrimenti, che ne sarebbe di questi grandi servitori dell’umanità? Cosa accadrà a tutte queste religioni e ai loro insegnamenti?

Come potrà la gente guadagnarsi il diritto di entrare nel Regno di Dio? Queste persone povere e sofferenti vanno usate come una scala: e questo lo chiami altruismo? Queste religioni sono sempre contrarie hanno bisogno che questi problemi restino. È un bisogno profondamente egoista, interessato; implica perseguire uno scopo.

Quando servi qualcuno e ti senti meglio, hai ridotto l’altro a un verme, a un essere subumano. Sei così superiore da aver sacrificato i tuoi interessi ma, anziché “servire” i poveri li stai semplicemente umiliando. Se possiedi qualcosa che ti dona pace, gioia ed estasi, condividilo. E ricorda che quando condividi, lo fai senza motivo.

Non sto dicendo che tramite la condivisione raggiungerai il paradiso, non ti sto dando alcuno scopo; sto dicendo che la condivisione in sé ti appagherà. L’appagamento è nella condivisione in sé, non esiste scopo al di là di essa; è fine a se stessa. Ti sentirai riconoscente verso la persona che ha accettato di condividere con te, non avrai la sensazione che abbia un debito nei tuoi confronti: non hai “servito” nessuno. (Osho, Liberi di essere, Mondadori ed.)

domenica 4 novembre 2018

Suonare con lo spirito



La musica è una delle vie per le quali
l’anima ritorna in cielo.
(Torquato Tasso)

Un venerabile maestro cinese ha insegnato che, per praticare in maniera efficace qualsiasi arte, devi comprenderla a tre livelli differenti: quello teorico o fisico, quello ideativo o mentale, e infine quello integrale o spirituale. Anche se si sovrappongono, generalmente, questi livelli di comprensione sono consecutivi: vale a dire che devi compiere dei progressi sostanziali a un determinato livello prima di cominciare a dirigerti verso quello successivo.

Prendiamo per esempio la musica. Per produrre musica con uno strumento, il primo passo consiste nell’imparare alcune tecniche: come tenerlo, come suonare note e scale musicali, ecc. Queste tecniche sono necessarie, ma niente affatto sufficienti per fare musica.

Una volta acquisite alcune tecniche di base, puoi compiere il secondo passo: imparare alcuni dei concetti che sottostanno alle tecniche. Terrai lo strumento, e il tuo corpo, in modo tale che tu possa essere in grado di respirare correttamente, e quindi di mettere in pratica le tecniche acquisite ed eventualmente far fuoriuscire la musica dalla tua anima.

Le idee basilari che sottostanno alla semplice scala musicale includono lo sviluppo dell’attacco, il tono, la coordinazione e gli altri strumenti. Le idee basilari di una composizione includono espressione della melodia, armonia, cadenza. Le idee dinamiche che sono alla base della semplice scala includono varie possibilità, come il crescendo e decrescendo, nonché numerose altre sfumature. Tutte queste idee sono necessarie per fare della musica, ma ancora non bastano.

Cosa c’è , allora, oltre alle tecniche e alle idee? Lo spirito stesso dell’idioma musicale. Non importa se suoni musica bluegrass, country, folcloristica, blues, rock, soul, gospel, jazz, classica o di qualsiasi altro tipo. Ciascuna di esse ha il proprio particolare spirito, che è molto più di un semplice insieme di note e idee. Se il musicista riesce a catturare e a riflettere lo spirito della musica, la musica sarà giusta.

È lo spirito stesso del musicista a consentirgli di integrare lo spirito dell’idioma - vale a dire di fare suo il pezzo - ed è il talento del musicista a permettergli di riflettere quello spirito nella performance. E questo è vero anche in altre forme di arte e nello sport.

Un allenatore di tennis si è reso conto di questa verità. Ha detto che ci vogliono quindici anni per formare un giocatore: cinque anni per imparare i colpi (livello tecnico); cinque anni per imparare a usare i colpi all’interno del gioco (livello ideativo) e cinque anni per imparare a vincere (livello integrale).

Devi sentire lo spirito del gioco in modo che tu possa farlo tuo: vale a dire, trovare il tuo modo di fare un punto quando sei sotto pressione, oppure di strappare il servizio al tuo avversario o di vincere un match. Ogni tanto riuscirai a colpire una palla in maniera pulita e la piazzerai in maniera perfetta come succede a qualsiasi leggenda del tennis: senza pensarci consciamente.

Allora potrai affermare di avere raggiunto il tuo obbiettivo: avrai catturato lo spirito del gioco. In questi casi gli atleti dicono di essere “in zona” vale a dire di essere in vena. Quando sei “in zona” tutto si realizza in maniera semplice e naturale. Il tempo rallenta e non hai alcun senso di ansia o di fretta.

La tua tecnica non ti costa sforzo, le tue idee sono assolutamente giuste, la tua esecuzione impeccabile, il tutto senza pensiero conscio. Il tuo spirito si fonde con lo spirito del gioco. Tu diventi il gioco. Il cammino dello sviluppo spirituale è lo stesso di quello musicale, atletico o di qualsiasi altra natura, oltre a essere, ovviamente, il sentiero che contiene tutti gli altri.

Sia i musicisti, sia gli atleti si impegnano in esercizi spirituali, utilizzando vari tipi di strumento. Se tu metti da parte gli strumenti esteriori e sviluppi quelli interiori - essenzialmente respirando e condizionando la mente-ti ritroverai su un cammino spirituale che contiene tutti gli altri e che conduce all’ultima zona, quella che racchiude tutte le altre.

Non tutti sanno suonare o sono atleti, ma tutti respirano e pensano. Perciò, in teoria, tutti possono sperimentare la zona estrema. Alcuni affermano che la zona sia vuota, e che l’unico modo per abitarla sia di lasciare alle spalle il proprio Io. Questo è l’insegnamento zen, nonché quello di altre scuole buddhiste. Altri invece sostengono che la zona sia piena: piena di amore cosmico, di luce radiante, di musica divina, e che l’unico modo per entrarvi sia di fondere la tua goccia di spiritualità nel mare dello Spirito Divino che crea, sostiene, distrugge e rinnova il cosmo.

Krishna, incarnazione di Vishnu, si rivolge con queste parole ad Arjuna, prode guerriero demoralizzato:«Ogni qualvolta la spiritualità si dissolve e il materialismo è dilagante, allora o Arjuna, mi reincarno. In qualunque modo gli uomini cerchino di venerarmi, io li accolgo. Lungo qualsiasi strada loro camminino, essa conduce a Me.»

Se stai percorrendo un cammino spirituale, allora, nei momenti importanti della tua vita, incontrerai guide. A volte ti appariranno sotto le spoglie di persone benevole o malevole; altre volte si manifesteranno come eventi gioiosi o tragici; altre volte ancora appariranno come sensazioni sfuggenti o sogni intangibili. Le tue guide ti mostreranno ciò che vedi già, ma solo quando sei pronto a vederlo. Gli antichi cinesi lo sapevano bene:«Quando lo studente è pronto, l’insegnante appare.»

I musicisti, gli atleti e tutti coloro che hanno raggiunto i massimi livelli all’interno della propria disciplina o della propria forma di arte sono in grado di compiere performance eccezionali e spesso anche imprevedibili. Perché? Perché corpo e mente non impediscono più l’espressione dello spirito dell’arte. Al contrario: essi sperimentano l’unità dell’essere con la propria arte, con il proprio pubblico e con il miracolo cabalistico di ogni singolo istante.

Itzhak Perlman, il grande violinista è stato protagonista di un evento straordinario in occasione di un indimenticabile spettacolo tenutosi al Lincoln Center di New York. All’inizio di un’opera orchestrale, nella quale lui era il solista, gli si ruppe una corda del violino. Tutti i presenti udirono chiaramente il rumore prodotto dalla corda, e l’orchestra smise di suonare.

Di norma un musicista avrebbe sostituito la corda, il che avrebbe comportato un considerevole ritardo. Nel caso di Perlman, un’eventualità del genere avrebbe presentato un’ulteriore difficoltà. Vittima da bambino della poliomelite, cammina molto lentamente e con enorme sofferenza servendosi di tutori per le gambe e appoggiandosi a stampelle.

Quando sale sul palcoscenico, prima di iniziare a suonare, mette giù le stampelle e toglie i tutori. Se avesse dovuto sostituire la corda, avrebbe dovuto rimettersi tutto l’armamentario, scendere dal palco, quindi risalirvi e ricominciare tutta la trafila. Lui, invece, ha fatto qualcosa di incredibile. È rimasto al suo posto, con lo strumento privo di una corda e ha fatto cenno al direttore di ricominciare a suonare.

Jack Reimer, giornalista dello «Houston Chronicle», che era tra il pubblico, ha scritto in seguito:«E ha suonato con una passione, con una forza e con una purezza tali che nessuno mai aveva udito prima. Naturalmente tutti sanno che è impossibile suonare un’opera sinfonica solo con tre corde. Io lo so.

E anche voi lo sapete ma, quella sera, Itzhak Perlman si è rifiutato di saperlo. Quando ha terminato l’esecuzione, il silenzio ha avvolto la sala. E poi il pubblico si è alzato in piedi e gli ha tributato uno scroscio di applausi. Eravamo tutti in piedi, gridavamo e applaudivamo, facevamo di tutto per mostrargli quanto avevamo apprezzato ciò che aveva fatto.»

Poi Perlman si è schermito con un’osservazione profondamente filosofica e indimenticabile, almeno quanto la sua performance:«Sapete, a volte è compito dell’artista scoprire quanta musica si può ancora fare con ciò che rimane.» Possiamo applicare la morale di Perlman alla nostra vita, anche se non siamo musicisti di fama mondiale, né atleti. Anche vivere, infatti, è una forma d’arte che richiede la stessa perizia di musica o sport, se non di più.

Questa è la grande lezione che Jack Reimer e molti altri hanno imparato dall’esibizione di Perlman:«Forse, dunque, il nostro compito in questo mondo infido, che cambia in fretta e ci disorienta, è fare musica, prima, con tutto ciò che abbiamo, poi, quando non è più possibile, continuare con ciò che ci rimane.» Sì. E questa è la funzione del tuo spirito: fare musica, anche senza corde. (Lou Marinoff, Le pillole di Aristotele, Mondadori ed.)

venerdì 2 novembre 2018

La pratica di consapevolezza



Amare significa essere presenti per l’altro.
Come fai ad amare se non ci sei?
(Thich Nhat Hanh)

Una volta che hai visto la verità e la bellezza in te stesso, la puoi vedere nelle persone care. Amare significa offrire la nostra presenza a chi amiamo e riconoscere quanto sia importante per noi la sua presenza. Esserci, essere presenti fino in fondo, saper apprezzare la preziosità della persona cara sono pratiche di vero amore.

Per essere presente per l’altro devi essere presente per te stesso. Hai il tempo di essere presente per te stesso? Hai il tempo di bere una tazza di tè, di mangiare un’arancia, di inspirare, di espirare? Hai il tempo di muovere qualche passo senza pensare ai tuoi progetti? Se non ti capisci, se non riesci ad accettarti, ti sarà impossibile capire e accettare l’altro.

La pratica di consapevolezza ti aiuterà a entrare in contatto con te stesso in modo da poter comprendere la tua sofferenza, le tue difficoltà, le tue aspirazioni più profonde. È importante sapere che potresti avere una carenza di comunicazione interiore: il tuo corpo e la tua coscienza cercano di dirti tante cose, ma tu non hai tempo di ascoltarli.

Forse il tuo corpo ti sta implorando di rallentare il ritmo o di prenderti una giornata di riposo, ma tu continui a spronarlo e a lavorare di più. Potresti non essere presente per il tuo corpo: te ne curi troppo poco o non sei capace di ascoltarlo. Nella tua coscienza potrebbero esserci blocchi di dolore ma tu non le presti attenzione.

Il primo passo verso la comunicazione amorevole è tornare a casa, tornare a se stessi. La pratica del respiro consapevole ti immette sulla via maestra del ritorno a te stesso, per entrare in contatto con la gioia, la bellezza, le meraviglie della vita che hai in te e intorno a te.

La pratica di essere consapevole del respiro, dei tuoi passi, della colazione che stai preparando ti aiuta a tornare a casa, a te stesso, nel qui e ora, a essere consapevole di ciò che accade nel tuo corpo, nelle tue sensazioni e percezioni, per riconoscere la tua sofferenza e trasformarla. Se emerge rabbia, prendi consapevolezza della rabbia. Se emerge paura, prendi consapevolezza della paura.

Sei sempre presente a te stesso. «Buongiorno, mia piccola rabbia, so che ci sei. Mi prenderò cura di te.» «Buona sera paura, vedo che ti sei appena manifestata. So che sei sempre qui, sei una vecchia amica. Mi prenderò un po’ di tempo per prendermi cura di te.» Poi pratichi la consapevolezza del passo e del respiro mentre riconosci la presenza della tua paura o della tu rabbia, e le alleggerisci.

La comprensione e l’amore per se stessi forniscono il fondamento su cui costruire la comprensione e l’amore per un’altra persona. Ecco il primo passo: tornare a se stessi, prendersi cura di se stessi, comprendere se stessi, accettare se stessi e trattarsi con comprensione.

Il dono più prezioso che puoi fare alla persona che ami non è il denaro, né il potere, né la fama, è la tua presenza autentica. Amare significa essere presenti per l’altro.Come fai ad amare se non ci sei? Conta moltissimo anche la qualità della tua presenza: bisogna che tu sia presente con freschezza, amorevolezza, comprensione.

Con la pratica della consapevolezza del respiro e della camminata riporti mente al corpo, ti stabilisci nel qui e ora, sei pienamente presente. Allora puoi andare dalla persona che ami e farle la prima dichiarazione d’amore: «Caro (cara) sai, sono davvero qui con te.»

Non è soltanto un’affermazione, è una pratica; se non sei lì e fingi solo di essere presente, l’altro se ne accorge. Può darsi che tu sia tutto preso dai tuoi progetti, dalle tue preoccupazioni, dai tuoi timori e finga di essere lì, ma non ci sei per davvero. Solo con la pratica puoi generare una presenza autentica.

Non occorre altro, basta che tu le offra la tua presenza. E grazie alla comprensione e alla compassione generata dalla pratica, la tua presenza le potrà risultare fresca, nutriente, risanatrice... la persona che ami ha bisogno della tua vera presenza, non di un surrogato:«Caro (cara) sono qui con te.»

Dicendolo riconosciamo la presenza preziosa della persona amata; se non ne riconosciamo la presenza è come se non esistesse. E se non ha la nostra attenzione e consapevolezza, l’altro non si sente amato. Se continuerai a vivere in questo modo, ben presto la tua felicità continuerà ad estinguersi perché si sente non amata, non ha la tua attenzione, la tua consapevolezza.

È importante, di quanto in quanto, tornare a se stessi e guardare la persona che ami e dirle:«Caro (cara) so che sei qui e questo mi rende felice!» Questa è la seconda dichiarazione d’amore. È semplicissima: la persona che ami, abbracciata dall’energia della tua consapevolezza, ne sarà felicissima e sboccerà come un fiore. (Thich Nhat Hanh, La scintilla del risveglio, Mondadori ed.)

martedì 30 ottobre 2018

Un piccolo seme



I vasi vuoti fanno molto rumore.
(Confucio)

Guardando un piccolo seme siamo subito propensi a giudicarlo dalle sue dimensioni e, se veramente troppo minuscolo, a ignorarlo. La nostra vita è infatti condizionata in larga parte dalle apparenze. Ci siamo abituati a dare valore solo a quello che vediamo o sentiamo, e su questo basiamo il nostro giudizio.

Se incontri una persona timida, che parla a stento e si comporta in modo schivo, non sei forse portato a giudicarla un essere insignificante, senza personalità, qualcuno a cui non vale la pena di prestare attenzione, di cui non ti importa di essere amico?

Quando hai invece a che fare con una persona sicura di sé, capace di parlare con eloquenza e che sembra avere una risposta a tutto, consideri la sua, una compagnia da ricercare, la vedi come un esempio da imitare. Facendo questo commetti non di rado il più grave errore degli errori.

Se ti sforzassi di penetrare al di là del velo di timidezza, della barriera che separa l’introverso dal mondo esterno, è probabile che troveresti una mente profonda, uno spirito generoso, un cuore pieno d’amore che aspetta solo di essere aiutato a manifestarsi.

Se, d’altra parte, fai attenzione alle parole altisonanti, se scruti al di là della risata contagiosa o dell’atteggiamento eccessivamente amichevole o disinvolto, è possibile che tu trovi una persona timorosa della solitudine, che cerca di nascondere la propria insicurezza, aridità spirituale o mancanza di autentico interesse per gli altri, ammantandosi di qualità che non possiede. Potresti avere a che fare con un corvo travestito da pavone.

Ciò non significa che ogni introverso sia una persona meravigliosa e ogni estroverso un ipocrita, però vale la pena di non fermarsi a quello che appare esteriormente, se non si vogliono commettere grossolani errori di valutazione.

Ascoltando le parole di una persona autenticamente spirituale e semplice, queste ti possono sembrare delle parole normali, senza niente di edificante. Ma se riesci ad andare oltre l’apparente mancanza di profondità, potrei intuire il vero illuminante messaggio che può celarsi dietro l’ovvio.

Un saggio consigliò ai suoi allievi:«Guardate un fiore.» Alcuni pensarono:«Ho cose più importanti da fare. Devo leggere, devo studiare, devo discutere.» Altri, in numero minore, capirono il messaggio e si misero ad osservare un fiore. Andando oltre le apparenze, intuirono verità profonde e progredirono sulla strada della spiritualità più velocemente degli altri. Tu, a chi credi di assomigliare di più? (Le parabole di Anthony De Mello, Piemme ed.)

domenica 28 ottobre 2018

La coesione



“Puoi capire che tipo di persona sia,
in base alla creatura che compare più spesso davanti.”
(George MacDonald)

Gli esseri umani sono animali sociali. Ci riuniamo in gruppi: anche questo fa parte della nostra realtà biologica. Qual è il collante che unisce un gruppo di animali? Nel caso di insetti sociali il collante è puramente biochimico: la formica regina, vespa o ape secerne una sostanza chimica chiamata “feromone” che regola tutte le funzioni sociali e sessuali.

Una funzione primaria è l’identificazione di tutti i membri di quella colonia, di quel particolare nido o alveare. Ogni individuo viene marcato con questa sostanza, perciò è possibile riconoscere la sua appartenenza al gruppo. È l’equivalente biochimico di un cartellino identificativo. I roditori, oltre al feromone, usano un segnale olfattivo.

Gli animali che vivono in branco, come pecore, bovini e cervi, sono legati al cosiddetto “istinto del branco” che non è stato realmente compreso, al di là del fatto di riconoscere il ruolo dell’olfatto e il bisogno di un numero ottimale. I mammiferi predatori, come i lupi e i leoni, usano i segnali olfattivi come strumento primario per riconoscere i membri del proprio branco o le proprie prede.

Nei primati l’olfatto è ridotto, e viene utilizzato poco anche il feromone, quindi per identificarsi e comunicare il proprio stato d’animo e le proprie intenzioni, fanno affidamento principalmente sulla vista, il linguaggio del corpo, la mimica, le espressioni e le posture.

Gli studi durati anni sui gruppi di scimpanzé e di gorilla condotti da esperti del calibro di Jane Goodall, Robert Yerkes e Diane Fossey hanno messo in evidenza che ciò che rende una scimmia, uno scimpanzé o un gorilla consapevoli della loro appartenenza a un particolare gruppo è strettamente correlato alla loro relazione con gli altri membri del gruppo stesso.

Proprio come nel gruppo di umani, anche all’interno di un gruppo di scimmie non regna affatto la pace assoluta: la loro quotidianità è pervasa di competizioni, litigi e lotte, nonché da cooperazione, affetto e gioco. I gruppi umani utilizzano tutte le caratteristiche essenziali degli altri gruppi animali.

Dalla nostra posizione, all’apice dell’evoluzione, mimiamo comunque i comportamenti di tutti gli altri animali sociali che vivono sulla terra. Se ti trovi sulla terrazza panoramica dell’Empire State Building e osservi, da quella altezza, le strade di Manhattan, vedrai una colonia di formiche umane. Se osservi il comportamento di bande giovanili, vedrai un branco di ratti umani.

Se osservi la folla di un centro commerciale vedrai mandrie di umani intenti a brucare. Se viaggi in classe economica vedrai esseri umani ammucchiati alla stregua di pecore o mucche. E se osservi dei gruppi di vendita o di marketing al lavoro vedrai l’equivalente umano di un branco a caccia.

Se osservi degli uomini che cercano di rimorchiare delle donne nei bar o in altri ambienti o osservi delle donne che cercano di sedurre gli uomini e di attirarli nelle loro reti, vedrai diversi tipi di predatori sociali solitari.

Ma le analogie non si esauriscono qui; noi incarniamo anche i comportamenti del mondo vegetale: alcune persone si arroccano sui principi come se fossero alberi; altre sembrano erba battuta dal vento; alcune persone hanno una scorza pungente, come i cactus; altre si abbarbicano come edera.

Ma il collante che tiene uniti i gruppi è peculiare dell’essere umano. Infatti, una volta scoperto il numero ottimale per mantenere la continuità da una generazione all’altra, i gruppi hanno bisogno di una dimensione diversa dalla pura biologia.

La forza di coesione del gruppo è la cultura del gruppo stessa, intesa come lingua, utensili, abitudini e totem. Gli uomini danno un senso alla propria vita lasciando alle generazioni successive, eredità colturali oltre che, naturalmente, eredità puramente biologiche.

Persone che condividono le stesse credenze, la stessa filosofia, religione, politica, professione, nazionalità, etnia, ecc., non sono unite da legami biologici, non riconoscono né l’odore, né il feromone dell’altro. E, per rendere chiara l’identificazione visuale non devono necessariamente avere gli stessi comportamenti o vestirsi allo stesso modo.

Ma condividere credenze permette ai gruppi umani di sperimentare la coesione e, purtroppo, anche di denigrare altri gruppi e di giustificare la violenza nei loro confronti. Per ironia della sorte, proprio lo stesso motivo che ci permette di convivere pacificamente in gruppi molto più grandi di quelli che la natura aveva in mente per noi è lo stesso che ci impedisce di convivere pacificamente con gli altri.

Ogni gruppo, infatti, tende a credere di essere il migliore e così percepisce gli altri come “inferiori” e, quindi, come potenziali nemici. Il problema centrale di un conflitto fra gruppi si riduce alla rinuncia all’identità individuale, del pensiero e dell’espressione del singolo, in favore dell’identificazione con lo stesso gruppo.

Perdendo il proprio elemento umano attraverso un’identificazione collettiva, si può fallire nel riconoscere l’elemento umano nelle altre persone che non appartengono al gruppo. Quando si scambia l’identità individuale per una di gruppo, si baratta anche una parte della propria libertà di azione e di pensiero in cambio di una parziale sottomissione alla richiesta collettiva di uniformità di azione.

Arthur Koestler ha chiamato questo fenomeno “identificazione autotrascendente” e ha scritto che: «i mali dell’umanità sono causati non dall’aggressività primaria degli individui, quanto dalla loro identificazione auto trascendente con i gruppi … la vena delirante che pervade la storia non è dovuta a forme individuali di pazzia, bensì alle delusioni collettive generate da sistemi di credenze basate sull’emozione.»

Il vantaggio immediato è la sicurezza: il gruppo ti accoglie, ti permette di esimerti dalla ricerca faticosa del tuo Io, offrendoci un’identificazione confortante e fa appello al tuo istinto di appartenenza. Il gruppo ti fa sentire desiderato e necessario: tutti vogliono sentirsi necessari, e tutti hanno bisogno di sentirsi desiderati.

Barattare l’identità personale con l’identificazione in un qualsiasi gruppo, che non sia l’intera razza umana, crea dei sottogruppi. Prima o poi - tu o qualcun altro - riterrai il tuo sottogruppo primario per la causa umana e gli altri sottogruppi, secondari.

Giungerai a considerare il mondo diviso tra “noi” e “loro”: noi stessi e gli altri; i salvati e i dannati; i fedeli e gli infedeli; i proletari e i borghesi; gli oppressori e le vittime. E sempre, purtroppo, il “noi” è considerato superiore al “loro”. Qualunque pace non potrà che essere temporanea, a meno che non consideriamo gli altri come individui uguali a noi, per il semplice fatto di essere tutti membri della razza umana.

La divisione in gruppi crea inevitabilmente diseguaglianze o l’illusione della diversità. La massima espressione della natura umana si raggiunge trovando la propria identità in quanto essere unico, e non perdendo l’identità personale in una identificazione auto trascendente con i gruppi.

Sii te stesso e sii parte dell’umanità: nessuno sarà in grado di raggirarti o di costringerti a pensare o essere violento in base a semplici differenze di appartenenze o di credenze. Se trovi la tua identità umana indipendentemente dall’identificazione collettiva, scoprirai l’elemento umano anche negli altri, ovunque tu vada e, in cambio, sarai riconosciuto come uomo. (Lou Marinoff, Le pillole di Aristotele, Piemme ed.)

giovedì 25 ottobre 2018

Avere fiducia



“Sii forte allora ed entra nel tuo stesso corpo;
dove avrai un appoggio solido per i tuoi piedi.
Pensaci attentamente!
Non allontanarti!
Kabir dice: liberati di tutti i tuoi pensieri
di cose immaginarie,
e rimani fermo in quello che sei.”
(Kabir)

La fiducia è la sensazione di certezza o convinzione che le cose possono svolgersi in un contesto affidabile di ordine e integrità. Forse non comprendiamo sempre cosa accade a noi o agli altri o la ragione di una particolare situazione; ma se abbiamo fiducia in noi stessi, in qualcun altro, o ci affidiamo a un procedimento o a un ideale, possiamo trovare un forte elemento stabilizzante che comprende sicurezza, equilibrio e franchezza che, se non sono basati sulla ingenuità, in un certo senso ci guidano e proteggono intuitivamente dal male e dall’autodistruzione.

Nella pratica della consapevolezza è importante coltivare il senso di fiducia, perché se non confidiamo nella nostra capacità personale di osservare, essere aperti e attenti, riflettere sull’esperienza, crescere e apprendere dall’osservazione e dall’applicazione, ci riuscirà molto difficile sviluppare una qualsiasi fra queste capacità, che appassiranno e rimarranno allo stato latente.

Un aspetto della pratica della consapevolezza è coltivare un atteggiamento fiducioso. Iniziamo con l’indagare profondamente sulle nostre sicurezze interiori. Se non riusciamo a stabilire immediatamente su che cosa possiamo fare affidamento dentro di noi, forse abbiamo bisogno di esaminarci più a fondo, di auto-confrontarci un po’ più a lungo in tutta tranquillità e limitarci a «essere».

Se siamo inconsapevoli per la maggior parte del tempo di ciò che facciamo e non siamo particolarmente soddisfatti di come si svolge la nostra vita, forse è il momento di prestare maggior attenzione, di essere più presenti a noi stessi, di valutare le nostre scelte e le loro conseguenze nel futuro. Forse potremmo provare a fidarci del momento presente, accettando ciò che sentiamo o pensiamo in “questo” momento perché è il presente in atto.

Se sapremo prendere posizione e ci abbandoneremo al presente in tutta la sua pienezza, forse scopriremo che il momento attuale merita la nostra fiducia. Da tali esperimenti continuamente reiterati può scaturire la sensazione nuova che nel nostro animo esiste un nucleo fondamentalmente sano e degno di fiducia e che le nostre intuizioni, quali echi profondi dell’attualità del momento presente, la meritano pienamente. (Jon Kabat-Zinn, Dovunque tu vada, ci sei già, TEA ed.)

martedì 23 ottobre 2018

I pensieri degli altri



“I pensieri sono vibrazioni sottilissime
che si muovono nell’etere.”
(Paramahansa Yogananda)

Quando una persona pensa intensamente a un’altra, emette un’energia che scorre attraverso un filo telepatico fino alla persona pensata: è come una scia che arriva alla persona, scia luminosa se in senso benefico; corrente tossica se in senso malefico. Si stabilisce così tra i due un vero collegamento che li unisce. 

Il legame si accresce e il filo diviene più grande mano a mano che il pensiero aumenta di intensità e diviene continuo. Se sono più persone a pensare e operare, le proporzioni diventano maggiori e di un’efficacia notevole. Su questo principio è fondata l’azione di aiuto che molti danno in silenzio per la guarigione di malattie morali e fisiche, di conforto a sofferenti e di fiducia a sfiduciati. 

Sullo stesso principio è fondata l’azione opposta e negativa di coloro che operano proiezioni malefiche volontarie. Quando si ha a che fare con persone dalla mente ignorante e maligna, non c’è da stupirsi che esse proiettino sentimenti di rancore e di odio. 

Le proiezioni mentali da mente a mente possono avvenire anche in maniera inconscia. È la carica interiore che agisce senza che la parte cosciente ne abbia il minimo sentore. Chi usa la telepatia per incanalare il proprio odio, la propria vendetta nei riguardi di altri, usa sistemi che hanno una carica enorme, che arriva con intensità ed efficacia. 

Le influenze della mente sono tra le più potenti fra quelle che governano la vita. Certamente, non tutti gli stati depressivi, i disturbi di origine nervosa e gli altri mali sono causati dai cattivi pensieri degli altri; troppo spesso la causa sono i cattivi pensieri nostri. 

È un fatto ormai accertato che il pensiero dell’uomo ha il potere di agire in bene o in male quando è rivolto a qualche cosa. Il pensiero ha capacità creatrici e distruttive; può operare in ogni senso, soprattutto quando è manovrato coscientemente. 

Le persone che ci sono intorno possono indurci in uno stato mentale di bene o di nocumento, di vantaggio o di danno con la loro azione mentale cosciente o inconscia, possono anche influire sul nostro stato di salute o di malattia. In altri tempi, questo era chiamato ‘fascinazione’. 

Tra coloro che hanno affinità di sangue o di sentire, il pensiero non ha barriere, si comunica con facilità. Unica barriera al pensiero è la diversità! Ma attenzione! Questa barriera è infranta in senso positivo dall’amore, e purtroppo, in senso negativo dall’odio. 

Il legame d’amore, come pure quello d’odio, unisce come una catena che non si può spezzare. Chi ama e chi odia si lega con chi ama e chi odia, reciprocamente; stabilisce un’unione che li fa vicini, anche se fisicamente lontani. 

Questa realtà deve far riflettere profondamente per i suoi effetti: mentre il legame psichico e spirituale è superiore a ogni altro legame, perché nell’unità della vita è il più elevato e salutare, il legame dell’odio è il più basso e distruttivo, con enorme danno reciproco per coloro che vi sono avvinghiati. 

Soltanto l’indifferenza libera. L’odio crea forti legami che si risolvono sempre a danno, come un nodo scorsoio che uccide. Le emanazioni di pensieri di tanti uomini formano un immenso aggregato che col tempo costituisce una vera forza di pressione, che si accresce e si potenzia fino a produrre effetti di incalcolabile potenza. 

L’immenso aggregato di amore e di sentimenti positivi opera come potenza benefica che muove la vita nel senso creativo e costruttivo, e serve a controbilanciare le forze contrarie. Se si comprendesse appieno l’immenso potere dell’amore che salva se stesso e gli altri, l’uomo avrebbe trovato l’ancora più potente nella navigazione tra le tempeste della vita. 

Siamo in un’epoca di radiazioni. Non vi sono soltanto quelle benefiche, ma purtroppo anche quelle malefiche di chi pensa e proietta i suoi pensieri dannosi contro altri. Le forme di pensiero di amore e di odio, di cupidigia, di avidità, di desiderio sono ovunque, nei luoghi che frequentiamo, negli ambienti in cui ci rechiamo, per le vie e per le piazze. 

Coloro che hanno facoltà psichiche più sviluppate sono particolarmente sensibili ad esse. Questi pensieri, concreti più di quanto si possa immaginare, tentano pure di penetrare nella nostra mente, di influenzare perfino le nostre azioni. Se non sapremo porre una salda barriera a questo assalto di ogni momento, saremo loro preda. 

Vi sono, poi, coloro che deliberatamente abusano della potenza del pensiero per dominare gli altri, e allora avviene che le creature deboli sono succubi di queste forze. L’uomo che vuole conquistare armonia e serenità, e salvaguardare anche la salute fisica deve porre un argine alla marea invadente dei pensieri altrui, controllando e quindi dominando la propria mente. 

Deve difendersi da quello che riceve fino a che non si è abituato a selezionarlo, imparando a distinguere qual è la forma astrale di luce e quale la negativa, e soprattutto qual è la forma passiva. I pensieri negativi producono nelle menti immagini distorte, che provocano confusione intellettuale e mancanza di comprensione reciproca.

Per la propria salute psichica e fisica è necessario difendersi da queste emozioni malefiche. La difesa più efficace dalle radiazioni-pensiero nocive è quella fatta con l’arma potentissima dei pensieri d’amore, dinanzi ai quali nulla può resistere, anche se è un’arma difficile da manovrare per chi non è sufficientemente allenato a manovrarla. (Amadeus Voldben, La potenza creatrice del pensiero, Mediterranee ed.)

sabato 20 ottobre 2018

La linea della fragilità



Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assedio è più duro.
(Antonia Pozzi)

La fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti, una delle radici ontologiche. […] Ma come definire la fragilità nella sua radice fenomenologica? Fragile è una cosa (una situazione) che facilmente si rompe, e fragile è un equilibrio psichico (un equilibrio emozionale) che facilmente si frantuma, ma fragile è anche una cosa che non può essere se non fragile: questo essendo il suo destino.

La linea della fragilità è una linea oscillante e zigzagante che lambisce e unisce aree tematiche diverse: talora, almeno apparentemente, le une lontane dalle altre. Sono fragili, e si rompono facilmente, non solo quelle che sono le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore; ma sono fragili, e si dissolvono facilmente, anche le nostre parole: le parole con cui vorremmo aiutare chi sta male e le parole che desidereremmo dagli altri quando siamo noi a stare male.

Sono fragili, sono vulnerabili, esperienze di vita alle quali talora nemmeno pensiamo, come sono le esperienze della timidezza e della gioia, del sorriso e delle lacrime, del silenzio e della speranza, della vita mistica; ma ci sono umane situazioni di vita che ci rendono fragili, o ancora più fragili, dilatando in noi il male di vivere, e sono le malattie del corpo e quelle dell’anima, ma anche la condizione anziana quando sconfitti, in particolare, negli abissi della malattia estrema: la malattia di Alzheimer.

Sono situazioni di grande fragilità interiore che la vita, la noncuranza e l’indifferenza, e anche solo la distrazione e la leggerezza altrui, accrescono e straziano. Come non riconoscere (così) nell’area semantica e simbolica, espressiva ed esistenziale, della fragilità gli elementi costitutivi della condizione umana? Cosa sarebbe la ‘condition humaine’ stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dalla instabilità, dalla vulnerabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall’ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?

Come non distinguere, in particolare, la fragilità come grazia, come linea luminosa della vita, che si costituisce come il nocciolo tematico di esperienze fondamentali di ogni età della vita, dalla fragilità come ombra, come notte oscura dell’anima, che incrina le relazioni umane e le rende intermittenti e precarie, incapaci di tenuta emozionale e di fedeltà: esperienza umana anche questa, che resiste limpida e stellare al passare del tempo, e alla corrosione che il tempo rischia sempre di trascinare con sé?

La fenomenologia della fragilità non può fare a meno di una riflessione preliminare sulla sua natura di esperienza interpersonale. La fragilità è il nostro destino, certo, ma essa nasce, si svolge e si articola in una stretta correlazione con l’ambiente in cui viviamo, e cioè con gli altri da noi.

La coscienza della nostra fragilità, della nostra debolezza e della nostra vulnerabilità (sono definizioni, in fondo, intercambiabili) rende difficili e talora impossibili le relazioni umane: siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto, e di aiuto.

La nostra fragilità è radicalmente ferita dalle relazioni che non siano gentili e umane, ma fredde e glaciali, o anche solo indifferenti e noncuranti. Non siamo nomadi chiuse, e assediate, ma siamo invece, vorremmo disperatamente essere, nomadi aperte alle parole e ai gesti di accoglienza degli altri; e quando questo non avviene, le dinamiche relazionali si fanno oscure e arrischiate: dilatando fatalmente le nostre fragilità e le nostre ferite, le nostre insicurezze e le nostre debolezze, le nostre vulnerabilità. (Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi)