domenica 8 giugno 2008

Le persone e i codici della nostra vita


James Hillman ne “Il codice dell’anima” narra il mito platonico di Er - riferito da Socrate - per spiegare la discesa dell’anima nel corpo. Er narra che, dopo la sua morte, si era ritrovato in cammino con molte anime fino ad un luogo meraviglioso in cui vi erano i giudici delle anime. Ad Er i giudici ordinano di ascoltare e poi raccontare quello che sarebbe accaduto. Le anime vengono giudicate ed i giusti vengono premiati, mentre agli ingiusti vengono imposte sofferenze dieci volte maggiori di quelle che avevano causato. Eaco giudica chi viene dall'Europa, Radamanto chi viene dall'Asia, e Minosse funge da giudice d'appello. L'anima e il corpo, separati, conservano ciascuno le proprie qualità e i segni delle attività compiute, che il giudice, senza gli ingombri del corpo e del vestito, può accertare direttamente. Il giudice vede l'anima senza sapere a quale corpo appartiene, e se è flagellata, contorta e piena di cicatrici a causa della sua malvagità, l'avvia in prigione, dove patirà i dovuti castighi. Tutti gli ingiusti vengono perdonati, ma non i tiranni che non potranno ritornare mai più, condannati ai supplizi del Tantalo. Dopo l’espiazione le anime giungono al cospetto di Ananke, che rappresenta la necessità o il destino ineluttabile, la quale sostiene sulle sue ginocchia un fuso in cui girano le otto sfere. Su ogni cerchio sta una Sirena, che emette un'unica nota, e le diverse Sirene tutte insieme producono ruotando un'armonia. Intorno ad Ananke, su tre troni, siedono le tre Moire o Parche. La Moira è la sorte impersonale e cosmica che assegna ad ogni ente naturale una parte, una porzione determinata una volta per tutte e immutabile. Le tre moire sono figlie di Ananke: Cloto, la filatrice, canta il presente, Lachesi, la distributrice, il passato, e Atropo, colei che non può essere dissuasa, l'avvenire. Giunte in quel luogo, le anime vengono presentate a Lachesi, da un araldo che ne comunica le volontà:”O anime che vivete un solo giorno, comincia per voi un altro periodo di degenerazione mortale, portatrice di morte. Non vi otterrà in sorte un daimon, ma sarete voi a scegliere il daimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù è senza padrone e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile.” Nella mitologia greca, il daimon è la creatura divina che presiede alla sorte di ciascuno, ma quello che siamo, avverte l’araldo, dipende solo dalle nostre scelte. Dopo aver sorteggiato l'ordine della scelta delle anime, viene loro proposta una grandissima quantità di paradigmi di vita: vite di animali, di uomini, di donne, di tiranni, di successo o fallimentari, di persone oscure o insigni. Ma non c'è un’ordine o disposizione dell’anima, perché ognuna diviene ciò che ha scelto di essere. La selezione dei paradigmi di vita da parte delle anime è uno spettacolo insieme miserevole, ridicolo e meraviglioso. La maggioranza sceglie secondo le abitudini della vita precedente: Agamennone, per esempio, sceglie la vita di un'aquila, e Odisseo, stanco di avventure, la vita tranquilla di un privato. Dopo la scelta, le anime si presentano a Lachesi, dalla quale ciascuna ottiene il suo daimon, perché gli sia custode e adempia quello che ha scelto. Questo guida l'anima da Cloto, a confermare sotto il giro del fuso il suo destino, e poi da Atropo a renderlo inalterabile, e quindi, dal trono di Ananke, verso la pianura del Lete, afosa e senza alberi. Alla fine della giornata le anime si accampano sulla riva del fiume Amelete o Lete, il cui nome significa trascuratezza, incuria e la cui acqua non può essere contenuta da nessun vaso; poichè è la trascuratezza che ci fa dimenticare che noi, avendo scelto, siamo liberi, e che possiamo renderci migliori. Tutte le anime, tranne Er, vengono obbligate a bere quell’acqua e, quelle che non sono frenate dalla “phronesis” discernimento, ne bevono in abbondanza. Poi le anime cadono in un sogno profondo e, a mezzanotte, con un violento terremoto, vengono scagliate nel mondo. Er, che non aveva bevuto l'acqua del fiume Amelete o Lete, si era svegliato sulla pira funeraria, con la memoria del suo mito. Memoria che, conclude Socrate nel suo racconto, anche noi potremo conservare, se attraverseremo bene il Lete e seguiremo la via della “dikaiosyne” giustizia e della phronesis “discernimento” per trovarci bene in questo mondo e nell'altro millenario cammino. Il mito insegna che noi esistiamo in maniera piena solo se sappiamo fare le nostre scelte, se sappiamo, cioè, valorosamente morire e consapevolmente rinascere, senza dimenticare nulla. La ripetizione ossessiva e l'immersione acritica in un flusso non concettuale, incontenibile e indefinibile, proprio come l'acqua del fiume Amelete o Lete, impedendo il ricordo critico della nostra storia, ci toglie la libertà di cambiare. Quella che io scelgo, ricorda Hillman, è l’immagine che mi attrae maggiormente, la “mia giusta eredità”, la porzione assegnatami nell’ordine del mondo, il mio posto sulla terra condensato in un modello che è stato scelto dalla mia anima e che la mia anima conferma di continuo. La mitologia antica localizza l’anima nel cuore, quindi il nostro cuore conserva sempre l’immagine del nostro destino e ci spinge verso di esso, anche se per riconoscere quella immagine spesso occorre una vita.
Spesso ci chiediamo perché alcune persone entrino nella nostra vita e ci sembra che, almeno apparentemente, esse siano scombinate ed inadatte per quello che siamo e per quello che proviamo. Anche se appare incredibile nessuno entra per caso nella vita degli altri, e gli incontri che si fanno, nel percorso e nel progetto di vita che viviamo, sono sempre funzionali alla crescita della conoscenza del nostro vero essere e della consapevolezza che abbiamo delle nostre opportunità. L’incontro non è obbligatoriamente con persone fisiche, spesso è con libri, con maestri spirituali che ci parlano tramite i loro scritti, o con idee che hanno il compito di risvegliare quello che dorme all’interno della nostra anima. Spesso la violenza dell’impatto con persone o sentimenti che esse ci scatenano è incomprensibile, ma anche questi nodi vanno dipanati, per scoprire i motivi della nostra infelicità e costruire un sentimento di sicurezza e gioia.
Dice Hillman che oggi “Siamo avviliti perché abbiamo solo un dio, e questo è l'economia. L'economia è un aguzzino. Nessuno ha tempo libero; nessuno ha riposo. L'intera cultura è sotto una pressione terribile, intessuta com'è di preoccupazioni. E'difficile uscire da questa prigione. Inoltre, vedo la felicità come la conseguenza di ciò che fai.” Anche Goethe diceva che la felicità più grande risiede nel praticare un talento che fa parte della nostra natura,confermando che la felicità è nella scoperta del nostro personale codice dell’anima.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

giovedì 5 giugno 2008

La fine di un viaggio storico, l'inizio di un altro


Da La Repubblica di oggi, il discorso di Barack Obama:
"Questa sera, dopo cinquantaquattro combattutissime sfide, la nostra stagione delle primarie si è finalmente conclusa. Sono passati sedici mesi da quando ci siamo riuniti per la prima volta, sui gradini del vecchio palazzo del Parlamento statale dell'Illinois, a Springfield. Abbiamo percorso migliaia di miglia. Abbiamo ascoltato milioni di voci. E grazie a quello che voi avete detto, grazie al fatto che voi avete deciso che a Washington deve arrivare il cambiamento, grazie al fatto che voi avete creduto che quest'anno dovrà essere diverso da tutti gli altri anni, grazie al fatto che voi avete scelto di dare ascolto non ai vostri dubbi o alle vostre paure ma alle vostre speranze e aspirazioni più grandi, questa notte noi scriviamo la parola fine di uno storico viaggio con l'inizio di un altro viaggio, un viaggio che porterà un'alba nuova e migliore per l'America. Questa notte, io posso venire da voi e dire che sarò il candidato del Partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti.
Voglio ringraziare tutti gli americani che sono stati al nostro fianco nel corso di questa campagna, nei giorni belli e nei giorni brutti; dalle nevi dello Iowa, al sole del South Dakota. E questa sera voglio ringraziare anche gli uomini e le donne che hanno intrapreso questo viaggio con me, candidandosi anche loro per la presidenza.
In questo momento decisivo per la nostra nazione, noi dobbiamo essere orgogliosi che il nostro partito sia stato capace di schierare un gruppo di persone fra le più brillanti e competenti che abbiano mai concorso a questo incarico. Non mi sono limitato a competere con loro come avversari, ho imparato da loro, come amici, come servitori dello Stato e come patrioti che amano l'America e sono disposti a lavorare senza risparmio per rendere migliore questo Paese. Loro sono dei leader di questo partito e sono leader su cui l'America farà conto negli anni a venire.
Tutto questo vale in particolare per la candidata che questo viaggio lo ha prolungato più di chiunque altro. La senatrice Hillary Clinton ha scritto la storia, in questa campagna elettorale, non soltanto perché è una donna che ha saputo fare quello che nessuna donna aveva fatto prima, ma perché è una leader capace di dare l'esempio a milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio e il suo impegno in favore di quelle cause che ci hanno condotto qui questa sera.
Certamente ci sono state delle divergenze tra di noi negli ultimi sedici mesi. Ma avendo condiviso il palcoscenico con lei in molte occasioni, posso dirvi che quello che spinge Hillary Clinton ad alzarsi ogni mattina – anche quando ci sono poche speranze – è esattamente quello che spinse lei e Bill Clinton a partecipare alla loro prima campagna elettorale, tantissimi anni fa; è quello che la spinse a lavorare per il Children's Defense Fund e a condurre la sua battaglia per la riforma sanitaria quando era first lady; è quello che l'ha portata al Senato degli Stati Uniti e ha dato forza alla sua campagna presidenziale, capace di rompere gli schemi: un desiderio incrollabile di migliorare la vita dei comuni cittadini di questo Paese, per quanto difficile possa essere quest'impresa. Ed è indubbio che quando finalmente avremo vinto la battaglia per un'assistenza sanitaria per tutti in questo Paese, il suo ruolo in quella vittoria sarà stato fondamentale. Quando trasformeremo la nostra politica energetica e sottrarremo i nostri figli alla morsa della povertà, ci riusciremo perché lei ha lavorato perché questo accadesse. Il nostro partito e il nostro Paese sono migliori grazie a lei, e io sono un candidato migliore per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton.
C'è chi dice che queste primarie ci hanno lasciati un po' più deboli e un po' più divisi. Ebbene, io dico che grazie a queste primarie ci sono milioni di americani che per la prima volta in assoluto hanno espresso un voto. Ci sono elettori indipendenti ed elettori repubblicani che comprendono che in queste elezioni non si decide solamente quale partito governerà a Washington, ma si decide sulla necessità di cambiare a Washington. Ci sono giovani, afroamericani, ispanici e donne di tutte le età che sono andati a votare in massa, con numeri che hanno battuto tutti i record e hanno dato l'esempio a una nazione intera.
Tutti voi avete scelto di sostenere un candidato in cui credete profondamente. Ma in fin dei conti, non siamo noi la ragione per la quale siete usciti di casa e avete aspettato, con file che si stendevano per isolati interi, per votare e far sentire la vostra voce. Non lo avete fatto per me, o per la senatrice Clinton o per chiunque altro. Lo avete fatto perché sapete nel profondo del vostro cuore che in questo momento – un momento che sarà decisivo per una generazione intera – non possiamo permetterci di continuare a fare quello che abbiamo fatto. Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore. Abbiamo il dovere di dare al nostro Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l'America.
Tra pochissimi mesi, il Partito repubblicano arriverà qui a St. Paul, per la sua convention, con un programma diversissimo. Verranno qui per nominare come candidato alla presidenza John McCain, un uomo che ha servito questo Paese eroicamente. Io rendo onore a quello che ha fatto sotto le armi, e rispetto i tanti risultati che ha ottenuto, anche se lui sceglie di negare i miei. Non è sul piano personale che sono in disaccordo con lui: sono in disaccordo con le misure che ha proposto in questa campagna.
Perché se da un lato John McCain può legittimamente rivendicare momenti di indipendenza dal suo partito in passato, non è questa indipendenza il tratto distintivo della sua campagna presidenziale.
Non è cambiamento se John McCain ha deciso di schierarsi dalla parte di George Bush nel novantanove per cento dei casi, come ha fatto in Senato lo scorso anno. Non è cambiamento quando ci offre altri quattro anni delle politiche economiche di Bush, che non sono riuscite a creare posti di lavoro ben pagati, o ad assicurare i nostri lavoratori, o ad aiutare gli americani a sostenere i costi sempre più alti dell'università; politiche che hanno fatto calare il reddito reale delle famiglie medie americane, che hanno allargato il divario tra il grande capitale e le piccole e medie imprese e hanno lasciato ai nostri figli un debito colossale.
E non è cambiamento quando promette di proseguire, in Iraq, sulla strada di una politica che chiede tutto ai valorosi soldati, uomini e donne, che servono nelle nostre forze armate, e non chiede nulla ai politici iracheni, una politica in cui tutto quello che cerchiamo di ottenere sono ragioni per rimanere in Iraq, mentre spendiamo miliardi di dollari al mese in una guerra che non serve nel modo più assoluto a rendere il popolo americano più sicuro. Vi dirò una cosa: ci sono molte parole per definire il tentativo di John McCain di spacciare la sua acquiescenza alle politiche di Bush come una scelta di novità e imparzialità. «Cambiamento», però, non è tra queste.
Cambiamento è una politica estera che non comincia e finisce con una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere scatenata. Non verrò qui a far finta che in Iraq siano rimaste molte opzioni valide a disposizione, ma un'opzione improponibile è quella di lasciare i nostri soldati in quel Paese per i prossimi cent'anni, specialmente in un momento in cui le nostre forze armate sono al limite delle loro possibilità, la nostra nazione è isolata e quasi tutte le altre minacce che gravano sull'America vengono ignorate.
Dovremo essere tanto accorti nell'uscire dall'Iraq quanto poco accorti siamo stati nell'entrarvi, ma dobbiamo cominciare ad andarcene. È tempo che gli iracheni si assumano la responsabilità del loro futuro. È tempo di ricostruire le nostre forze armate e dare ai nostri veterani l'assistenza di cui hanno bisogno e le indennità che meritano, quando fanno ritorno a casa. È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di al-Qaida e sull'Afghanistan, e di unire il mondo per combattere le minacce comuni del XXI secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti climatici e la povertà, i genocidi e le malattie. Questo è il cambiamento.
Cambiamento è capire che per affrontare le minacce dei nostri giorni non basta la nostra potenza di fuoco, ma serve anche la forza della nostra diplomazia, una diplomazia decisa e diretta, in cui il presidente degli Stati Uniti non abbia paura di far sapere a qualsiasi dittatorucolo qual è la posizione dell'America e per che cosa si batte l'America. Dobbiamo tornare ad avere il coraggio e la convinzione per guidare il mondo libero. Questa è l'eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole il popolo americano. Questo è il cambiamento.
Cambiamento è costruire un'economia che non ricompensi soltanto i ricchi, ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata. È comprendere che le difficoltà che devono affrontare le famiglie dei lavoratori non possono essere risolte spendendo miliardi di dollari in altri sgravi fiscali per le grandi aziende e per i ricchi supermanager, ma offrendo uno sgravio fiscale alla classe media, e investendo nelle nostre infrastrutture fatiscenti, e cambiando il modo di usare l'energia, e migliorando le nostre scuole, e rinnovando il nostro impegno in favore della scienza e dell'innovazione. È comprendere che rigore di bilancio e prosperità diffusa possono andare a braccetto, come accadde quando era presidente Bill Clinton.
John McCain ha speso un mucchio di tempo a parlare di viaggi in Iraq, in queste ultime settimane, ma forse se avesse speso un po' di tempo a viaggiare nelle città grandi e piccole che sono state colpite più duramente di tutte da questa economia – nel Michigan, nell'Ohio e proprio qui in Minnesota – comprenderebbe che tipo di cambiamento sta cercando la gente.
Forse se andasse nell'Iowa e incontrasse la studentessa che dopo un giorno intero a seguire le lezioni lavora la notte e nonostante questo non riesce comunque a pagare le cure mediche per una sorella ammalata, capirebbe che lei non può permettersi altri quattro anni di un sistema sanitario che va a vantaggio solo di chi è ricco e sano. Lei ha bisogno che noi approviamo una riforma sanitaria che garantisca un'assicurazione a tutti gli americani che la desiderano, e che faccia scendere il costo dei premi assicurativi per tutte le famiglie che ne abbiano bisogno. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Forse se andasse in Pennsylvania e incontrasse l'uomo che ha perso il suo lavoro ma non ha neanche i soldi per pagarsi la benzina per girare alla ricerca di un altro lavoro, capirebbe che non possiamo permetterci altri quattro anni di dipendenza dal petrolio dei dittatori. Quell'uomo ha bisogno che noi approviamo una politica energetica che insieme alle case automobilistiche migliori i parametri di efficienza energetica dei carburanti, e che faccia in modo che le grandi aziende paghino per l'inquinamento che producono, e che faccia in modo che le compagnie petrolifere investano i loro profitti da record in un futuro di energia pulita; una politica energetica che creerà milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati e che non potrà essere delegata ad altri Paesi. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.
E forse se avesse passato un po' di tempo nelle scuole della Carolina del Sud o di St. Paul, o dove ha parlato questa sera, a New Orleans, capirebbe che non possiamo permetterci di lesinare soldi per il programma per l'infanzia No Child Left Behind; che è un dovere verso i nostri figli investire nell'istruzione per la prima infanzia, reclutare un esercito di nuovi insegnanti e offrire loro una paga migliore e maggiore sostegno, decidere finalmente che in questa economia globale l'occasione di avere un'istruzione universitaria non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi ricchi, ma un diritto inalienabile di ogni americano. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno in America. È per questo che io corro per la presidenza.
L'altra parte verrà qui a settembre e offrirà una serie di politiche e di posizioni molto diverse, e questo è un dibattito che io aspetto con impazienza. È un dibattito che il popolo americano si merita. Ma quello che non si merita è un'altra elezione governata dalla paura, dalla diffamazione e dalla divisione. Quello che non sentirete da questa campagna o da questo partito è quel genere di politica che usa la religione come un elemento di divisione e il patriottismo come una clava, quella politica che vede i nostri avversari non come concorrenti da sfidare ma come nemici da demonizzare. Perché noi possiamo definirci Democratici e Repubblicani, ma siamo prima di tutto americani. Siamo sempre prima di tutto americani.
Nonostante quello che ha detto stasera l'ottimo senatore dell'Arizona, io ho visto molte volte, nei miei vent'anni di vita pubblica, persone di idee e opinioni differenti trovare un terreno d'incontro, e io stesso in molte occasioni ho creato questo terreno d'incontro. Ho camminato sottobraccio con leader di quartiere nel South Side di Chicago, e ho visto stemperarsi le tensioni tra neri, bianchi, e ispanici mentre lottavano insieme per avere un buon lavoro e una buona istruzione. Sono stato seduto a uno stesso tavolo con rappresentanti della magistratura e delle forze dell'ordine e sostenitori dei diritti umani per riformare un sistema della giustizia penale che ha mandato tredici innocenti nel braccio della morte. E ho lavorato insieme ad amici dell'altro partito per garantire un'assicurazione sanitaria a un maggior numero di bambini e uno sgravio fiscale a un maggior numero di famiglie di lavoratori; per frenare la proliferazione delle armi nucleari e per fare in modo che il popolo americano sappia dove vengono spesi i soldi delle sue tasse; e per ridurre l'influenza dei lobbisti che troppo spesso stabiliscono le priorità a Washington.
Nel nostro Paese, io ho scoperto che questa collaborazione non avviene perché siamo d'accordo su ogni cosa, ma perché dietro a tutte le etichette e false divisioni e categorie che ci definiscono, al di là di tutti i battibecchi e le schermaglie politiche a Washington, gli americani sono un popolo onesto, generoso, compassionevole, unito da sfide e speranze comuni. E in certi momenti, è a questa bontà di fondo che si fa appello per tornare a far grande questo Paese.
Così è stato per quel gruppo di patrioti riuniti in una sala a Filadelfia, che dichiararono la formazione di una più perfetta unione; e per tutti coloro che sui campi di battaglia di Gettysburg e di Antietam [luoghi di importanti battaglie della Guerra di secessione, ndt] si impegnarono fino allo spasimo per salvare quella stessa unione.
Così è stato per la più grande delle generazioni, che sconfisse la paura stessa e liberò un continente dalla tirannia facendo di questo Paese una terra di opportunità e prosperità senza limiti.
Così è stato per i lavoratori che hanno tenuto duro nei picchetti; per le donne che hanno infranto il soffitto di cristallo; per i bambini che sfidarono il ponte di Selma [allusione a un famoso episodio delle lotte per i diritti civili degli anni '60, ndt] per la causa della libertà.
Così è stato per ogni generazione che ha affrontato le sfide più grandi, contro ogni speranza, per lasciare ai loro figli un mondo che è migliore, più buono e più giusto.
E così dev'essere per noi.
America, questo è il nostro momento. Questa è il nostro tempo. Il tempo di voltare pagina rispetto alle politica del passato. Il tempo di apportare una nuova energia e nuove idee alle sfide che abbiamo di fronte. Il tempo di offrire una direzione nuova al Paese che amiamo.
Il viaggio sarà difficile. La strada sarà lunga. Io affronto questa sfida con profonda umiltà e consapevolezza dei miei limiti. Ma l'affronto con una fede illimitata nella capacità del popolo americano. Perché se siamo pronti a lavorare per questo obiettivo, e a lottare per questo obiettivo, e a credere in questo obiettivo, allora sono assolutamente certo che le generazioni future potranno guardarsi indietro e dire ai nostri figli che questo fu il momento in cui cominciammo a offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai disoccupati; questo fu il momento in cui l'innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il nostro pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo l'immagine dell'America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il momento – questo fu il tempo – in cui ci unimmo per ricostruire questa grande nazione in modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti ideali. Grazie, che Dio vi benedica e che Dio benedica l'America."
(traduzione di Fabio Galimberti)

E dai! Molla l’osso Hillary!


Le combattute primarie americane vedono ormai innegabilmente la vittoria di Barack Obama, ma la signora Rodham Clinton, sembra l’unica a non volersene rendere conto. Se la voglia di determinazione e la volontà di vittoria sono sintomo di un carattere combattivo e tenace, non di meno, la volontà o meglio, l’ostinazione a volere negare la realtà più smaccata, dimostrano invece una cieca ostinazione che non depone a favore della Clinton.
Anche le persone più vicine alla first lady si richiedono ormai come farle ammettere una sconfitta sancita a colpi di voti e preferenze, una sconfitta implacabile ed innegabile, mentre lei continua a temporeggiare. L’unica a recitare la parte di Pollyanna resta lei, una donna che oggi sembra incarnare più fiduciosa ottusità che ottimismo. Per ora la Clinton si e' congratulata con Obama per la "straordinaria campagna" e lo ha definito "un amico" ma si è riservata di scoprire le sue carte solo dopo avere avuto un summit con i suoi sostenitori, con i leader del partito. Forse dovrebbe ricordare che il partito di cui parla è lo stesso del suo avversario. Dicono che potrebbe puntare alla poltrona di vicepresidente, ma la carica appare impegnativa per una che, in qualche modo già tale carica l’ha ricoperta, seppure in modo indiretto ai tempi della presidenza del marito.
Certamente una donna come Hillary, appare ora molto scomoda ed ingombrante, ancor più dopo una campagna politica dura ed aggressiva, non priva di colpi bassi e scorrettezze. Insomma non sempre Hillary si è segnalata per la classe, e per adesso continua a dimostrare l’ostinazione del mastino.
All’atto della sua candidatura era stata molto criticata per il suo restyling estetico, per un’immagine patinata, un po’ frivola, che non sembrava essere in linea con l’immagine impegnata con cui si era fatta conoscere. Credo che sia tutta una scemata, non era il lifting che poteva insospettire di Hillary, forse ciò che avrebbe dovuto insospettire era la sua appartenenza all’ establishment, la sua appartenenza ad una classe privilegiata a cui Obama si dichiara estraneo. Si è ritrovata di fronte un giovane afroamericano, che vuole rinnovare una nazione che perde in Iraq, una nazione che non dimostra di avere vinto la sua guerra preventiva, che ripensa anche i suoi simboli, che cerca di far risalire il suo dollaro a pezzi, in cui la gente tira la cinghia senza assistenza sanitaria e senza tutele sociali di base. Lo scenario insomma è ben lontano dal sogno americano che avevamo visto sbandierare. I rotocalchi americani si contendono le foto dello sfarzoso matrimonio della figlia di Bush, mentre c’è gente che ha fatto la colletta per inviare soldi al candidato Obama sperando che egli possa incarnare il sogno dei diseredati e delle classi emarginate.
Interessante che la General Motors abbia annunciato che chiuderà alcuni impianti tra cui quelli storici che producono gli Hammer, i giganteschi Suv spocchiosi, per 15 anni il simbolo di un'era di eccessi burini, ma anche di superficiale spensieratezza, simbolo di arroganza, di prepotenza e di esibizionismo. Forse l’America sente la necessità di abbassare i toni, di mantenere un profilo più modesto e meno cafone, consapevole che la presidenza Bush jr. ha consegnato alla storia un paese con un livello bassissimo di simpatie popolari. L’America che non ha mai dimenticato il venerdì nero e che vede le crisi come ricicli e ricorsi di quella debacle epocale, che vede oggi Lehman Brothers, una delle banche d'affari più prestigiose con 158 anni di storia, ma anche Wachovia, quarta banca del Paese, e la Washington Mutual, segnare il passo e accusare la crisi. Questa America vuole una svolta che Hillary non può rappresentare, vuole una svolta generazionale vera. Obama rappresenta quel cambiamento, lui che è veramente “figlio di nessuno” che non rappresenta interessi forti, e che invece sembra incarnare il nuovo sogno americano, la nuova frontiera di speranze, quella che lo stesso John McCain, il candidato repubblicano, non ha i numeri per rappresentare.
Sarebbe quindi il caso che Hillary aprisse gli occhi e mollasse l’osso, dimostrando così di possedere quella intelligenza politica che è necessaria per aspirare alla presidenza del paese più potente del mondo: per ora sta solo dimostrando che ha fatto bene chi non l’ha votata. Obama invece continua la sua marcia trionfale e nel suo discorso dichiara che si sente “un candidato migliore per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton” afferma che “Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore. Abbiamo il dovere di dare al nostro Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l'America” dice che questo futuro non può venire da“una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere scatenata”. Il suo discorso è pieno delle cose che gli americani si vogliono sentire dire, è pieno dei sogni che da tempo non si permettevano più di avere, è pieno di cose vere e giuste.
“È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di al-Qaida e sull'Afghanistan, e di unire il mondo per combattere le minacce comuni del 21.secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti climatici e la povertà, i genocidi e le malattie. Questo è il cambiamento. […] Questa è l'eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole il popolo americano. Questo è il cambiamento. […] questo fu il momento in cui cominciammo a offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai disoccupati; questo fu il momento in cui l'innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il nostro pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo l'immagine dell'America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il momento – questo fu il tempo – in cui ci unimmo per ricostruire questa grande nazione in modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti ideali. Grazie, che Dio vi benedica e che Dio benedica l'America.”
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

martedì 3 giugno 2008

La liberazione dell’altra metà del cielo


Secondo la psicanalisi classica, soprattutto le teorie di Karen Horney, la psicologia femminile risentirebbe del ruolo subalterno che la cultura ha sempre riservato alla identità femminile, infatti le concezioni dell’ordinamento sociale conformate su schemi tipicamente maschili hanno determinato quella precarietà della stima di sé che, nel contesto della cultura occidentale, sembra essere una costante nella storia delle donne. Le donne sono sempre state frustrate nel perseguimento dello loro sviluppo e della loro individualità, ritardo rivelato anche dallo status giuridico femminile, che in Italia ha faticato a riconoscere delle parità tra i sessi. Solo nel 1975 è stata approvata la riforma del diritto di famiglia che, di fatto sanziona la parità dei coniugi e solo dal 1976 le donne iniziano a ricoprire cariche istituzionali. Nel 1978 si approva la legge 194, contenente le Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, una legge cardine con cui la donna ha guadagnato il diritto all’autodeterminazione, cioè alla possibilità di essere padrona del proprio corpo. Nel 1996 è stata approvata la nuova legge sulla violenza sessuale che diviene reato contro la persona e non contro la pubblica opinione. Nel 1997 si emana la direttiva del governo italiano, per la prevenzione e contrasto di tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. E’ del 2001 la legge n. 154 sull’allontanamento del familiare violento per via civile o penale, che prevede misure di protezione sociale per le vittime, quando le notizie di donne uccise, stuprate o umiliate in ogni modo, affollano le prime pagine dei giornali.
L’evidenza che la donna sia ancora lontana dall’avere conquistato una vera autonomia, è un dato di fatto pienamente confermato dalle date suddette ma, a parere mio, la maggiore nemica della donna rimane sempre sè stessa, soprattutto quando, in nome di una errata concezione di parità, si conforma ad atteggiamenti e stereotipìe negative del sesso maschile, per simulare una sorta di pseudo parità della demenza umana.
Sono ancora molte le donne che, dovendo esporsi più dell’uomo per dimostrare le loro qualità, sono disposte a tutto piuttosto di primeggiare, e le donne si allenano fin dall’infanzia alla “competitività”, perché educate a valori stereotipati che definiscono la femminilità in termini di bellezza, sottomissione, negazione dell’io per compiacere gli altri, tutti valori che la società tende a confermare. Queste contraddizioni portano a sentimenti di ostilità contro le altre donne e contro l’universo femminile, aldilà del perseguimento di un vantaggio vero o presunto. Spesso rileviamo sentimenti di tale genere anche tra madri e figlie, soprattutto quando l’invidia della giovinezza o della bellezza e della seduttività diventano elementi focali.
Ho personalmente verificato la verità di questa teoria, sia nell’ambito delle amicizie che delle conoscenze, e devo convenire che, tale comportamento dimostra proprio l’immaturità psicologica che la donna dovrebbe invece sconfessare. Durante una pausa in palestra, ho raccolto il velenoso e svagato commento, di una falsa bionda che mi ha confidato casualmente:”Sai penso che le donne muscolose siano così poco femminili, se fossi uomo credo che mi piacerebbero delle donne dalle curve morbide e molto più femminili.” Sia pure non esageratamente sono muscolosa, e da altri sintomi pregressi, si dà il caso che la donna a cui alludeva la tipetta fossi io, per cui gli ho risposto che, ammesso che fossi stata uomo anche io saremmo stati grossi amici, non avremmo litigato per le donne, infatti a me mi sarebbe piaciuta una pupetta atletica, compatta e veloce con cui divertirmi non poco. Ho sempre trovato le donne tradizionali troppo noiose.
Le differenze tra uomini e donna sono moltissime ovviamente ma, come nemico e nel caso di conflitti all’ultimo sangue, perlopiù l’uomo è stronzo ma la donna diventa straordinariamente perfida. Per questo credo che sia ancora lunga la strada per la conquista di una identità femminile, libera dai ruoli stereotipati che ci vengono consegnati dalla nostra cultura, vedo piuttosto che molte donne vi si sottomettono ancora volentieri, malgrado ci siano strumenti per pensare in modo intelligente. Vedo un perseguimento di modelli errati anche per il genere maschile, apoteosi di falsi miti quali la competitività e l’ostilità, miti irragionevoli in ogni frangente ed in ogni contesto. Io concepisco invece la mente come una risorsa e la limitazione della mente in qualsiasi contesto di un copione culturale rigido, come una castrazione. Per cui il mio pensiero si rivolge sia all’uomo come pure alla donna, e credo che la liberazione della donna possa passare solo dalla liberazione dei generi, dall’affrancamento di entrambi i generi, non solo di quello femminile. La crisi dell’identità personale credo sia generalizzata in entrambi i sessi, senza differenze, soltanto che alla donna è permessa la manifestazione delle proprie debolezze, per cui ha maggiore possibilità di un’elaborazione ed emancipazione dai conflitti, mentre l’uomo è condannato culturalmente ad un maggiore livello di autocontrollo e di rigidità affettiva. Le donne, rispetto agli uomini, sono in maggiore percentuale, rispetto all’uomo, tra coloro che affrontano un percorso di ricerca psicologica e/o terapeutico. Le donne sono maggiormente disponibili a mettersi in crisi: ammettono debolezze e sconfitte, non devono dimostrare sempre di essere forti ed impermeabili. Per la donna è più facile avere dèfaillances senza mettere in crisi la propria femminilità, perlomeno nella maggior parte dei casi, insomma possiamo permetterci il lusso di cadere e soffrire per amore come lo stereotipo romantico vorrebbe, mentre l’uomo non dovrebbe mostrare dolore, piuttosto disprezzo per un indegno oggetto d’amore e passare ad un altro oggetto maggiormente gratificante. Sappiamo tutti invece che questo non è assolutamente vero, e che non rispondiamo, ai casi della vita secondo regole predefinite, che le persone reagiscono secondo i loro sentimenti e non secondo le regole. Tutto questo ci dovrebbe convincere che le conclamate caratterizzazioni di genere sono dannose, che esse sono nefaste in tutti i casi in cui vengano impersonate, a discapito della personalità e dell’individualità del soggetto. Guai a volersi racchiudere su uno stereotipo fisso di femminilità o mascolinità obbligate, ci precludiamo esperienze e contributi che potrebbero farci crescere molto. Ho provato a fare capire ad un mio amico che le donne amano “anche” le fragilità e le debolezze degli uomini, che insomma un po’ di sindrome della crocerossina l’abbiamo tutte, altrimenti non avrebbe avuto senso il successo del film “Io ti salverò”. Ho cercato di spiegargli che nei rapporti d’amore un po’ funziona come nell’immagine taoista della preponderanza del debole, in cui il debole avanza, ma se è il posto degno ed il debole agisce in modo opportuno, di solito nessuno si lamenta.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

sabato 31 maggio 2008

La potenza del debole


Per il taoismo e anche per lo zen, il mondo è concepito come una realtà indivisibile, un campo di forze interrelate, un tessuto di eventi intrecciati da fili invisibili. Questi fili sono intessuti in trame che ci sembrano incomprensibili, ma nulla potrebbe esistere se, di questa trama, ne mancasse anche un piccolo filo. Per questa saggezza non ci sarebbero le stelle brillanti se non ci fossero le stelle spente e non ci sarebbe la luce se non ci fosse il buio. Gli opposti, piuttosto che farsi la guerra, sono mutualmente dipendenti l’uno dall’altro. Quando si arriva al cuore delle cose, le parti opposte sono la medesima cosa viste dal lato opposto di un cerchio che gira e fa cambiare la polarità dell’esperienza. Per la filosofia cinese il conoscente è la stessa cosa del conosciuto; egli non se ne sente separato, non percepisce la scissione soggetto pensante-oggetto pensato: essi sono un flusso, sono un tutt’uno. In concreto non vi è altro se non l’unicità delle cose di cui siamo consapevoli. Il nostro essere consistere nel vivere la vita che si vive. La qualità essenziale della vita è viverla, in modo da poterne trarre il maggior beneficio. Si esiste quando si lascia fluire la vita attraverso di noi, in modo semplice e naturale, ammettendo che la vita semplicemente è. Questa unità delle cose è una caratteristica del pensiero cinese, per cui i fenomeni sono considerati come un tutto, perché il loro significato deriva l’uno dall’altro.Ogni cosa, insieme al suo complementare, va sempre a formare un intero. Per questo la mentalità cinese può concepire l’unità assoluta di gentilezza e fermezza. Per il nostro pensiero riesce inconcepibile pensare a qualcosa di maggiormente incompatibile, ma la gentilezza è nascosta nella fermezza e la fermezza a sua volta si nasconde nella gentilezza. Il taoismo è la filosofia che vede l’unità essenziale dell’universo nel gioco della polarità degli equilibri (Yin e Yang), il ritmo degli eterni cicli, l’annullamento di tutte le differenze, la relatività di tutte le cose e il finale ritorno dell’Uno al Tutto. Da questa filosofia nasce l’assenza di desiderio dei conflitti, l’ostilità per il dominio e per la lotta per ottenere il proprio tornaconto. Il saggio taoista è un saggio pacifico, pone fondamentale importanza alla non-resistenza al corso delle cose e pratica la gentilezza.
L’idea di base è il wu wei, la non azione, che significa non compiere alcuna azione innaturale, significa spontaneità, significa sostenere tutte le cose nel loro stadio naturale, non forzare il corso delle cose. A questo proposito, Lao tze avvertiva che, per l’uomo era difficile conoscere e dominare la propria indole, ma forzare gli eventi del mondo era impossibile:
« Conoscere gli altri è saggezza;
ma conoscere se stessi è saggezza superiore.
Imporre la propria volontà agli altri, è forza;
ma imporla a se stessi, è forza superiore.
Essere sufficienti per se stessi è la vera ricchezza;
governare se stessi è il vero carattere. »
« Chi vuole governare
il mondo con la forza
finisce per non fare
quello che spera.
Il mondo è un vaso di spiriti
che non si fa forgiare. »
I taoisti non amano le formlità e le artificiosità, prediligono le vie dell’essenzialità e della schiettezza, rifuggono da formalisti privi di sostanza: colgono il nucleo delle cose: ne amano l’essenza. Tanto della letteratura taoista elogia i distillati, gli elisir, le pure essenze perché la loro è una vita di “perfezione che sembra incompleta e di pienezza che sembra vuota”. E’ una vita luminosa, di armonia, in cui si persegue la contentezza, la costanza, l’illuminazione, la pace e la longevità in buona salute. L’armonia è il principio essenziale dell’ordine del mondo, un campo cosmico in cui le forze Yin e Yang sono in perpetuo dinamismo, eternamente complementari ed eternamente in mutamento. Oggi la nuova fisica sta sempre più confermando l’ipotesi monistica del mondo, che sta alla base del pensiero taoista.
Diceva Bruce Lee che il kung fu, la più antica forma di autodifesa, era definibile come l’essenza concentrata, il distillato attivo delle arti di saggezza e di pensiero profondo dell’arte dell’autodifesa, mai superato da altre arti marziali. Kung fu significa “allenamento e disciplina per raggiungere la Via dell’obiettivo finale” per cui il termine si può applicare ad ogni cosa che si persegue, sia essa una crescita spirituale, su essa un percorso di perseguimento della salute o della fiducia in se stessi. Lo scopo del kung fu come disciplina marziale è quello di promuovere la salute e di praticare autodifesa. La sua filosofia si basa sul taoismo, sullo zen e sull’I Ching, il Libro dei mutamenti, sull’ideale di fronteggiare le avversità piegandosi delicatamente per poi tornare dritti più forti di prima, e di adattarsi ai colpi dell’avversario senza sforzo o resistenza. Il kung fu è il tentativo di scoprire i misteri della natura. Chi pratica il kung fu rinuncia a fare sfoggio di sé e di distacca dal suo orgoglio personale. Essere docile e devoto, quindi gentile, non esclude affatto la forza e la fermezza, perché la forza è necessaria alla delicatezza e le è di aiuto. Molto spesso crediamo che la vera forza consista nella capacità di restare sempre dritti ed invulnerabili, che è forte chi non cade mai e chi non ha cedimenti. In realtà è irresistibile l’acqua che scorre in mezzo alle fessure più sottili, ed è veramente forte chi, pur cadendo riesce sempre a risorgere come la fenice dalle sue ceneri.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

martedì 27 maggio 2008

Provaci ancora George!


Leggo che, secondo la televisione satellitare ‘al-Arabiya’, il leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden, si dovrebbe nascondere alle pendici del K2, nell’estremo nord del Pakistan, proprio nel cuore dei territori controllati dai gruppi tribali pakistani. Secondo l’emittente del Dubai, nei giorni scorsi, si era svolto un vertice degli addetti alla sicurezza e dei militari americani, per fare il punto sulla caccia al capo di al-Qaeda. La zona in cui si nasconderebbe Bin Laden, sarebbe stata localizzata in un’area compresa tra Pakistan ed Afghanistan, ad ovest, tra la provincia di Konrad e la catena montuosa del Nurestan. Secondo la fonte, nascosto in quei luoghi inaccessibili tra le montagne, Bin Laden starebbe pianificando nuovi attentati terroristici. Al summit, tenutosi nella base militare di Doha, nel Qatar, ha partecipato anche l’ambasciatrice americana ad Islamabad, Anne Peterson, per valutare quali ricadute politiche potrebbe avere, in una zona così delicata, un’offensiva americana per catturarlo. L’area in oggetto, è controllata da gruppi tribali che sostengono i talebani, per cui gli equilibri politici vanno attentamente calibrati, poiché una presenza militare offensiva, potrebbe rinforzare l’integralismo anti-occidentale. Di quelle zone conosceva bene gli equilibri, il leggendario comandante dell'opposizione afghana ai talebani, Ahmad Shah Massud, ucciso il 9 settembre del 2001, due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers. Due kamikaze si erano fatti passare per giornalisti e avevano fatto scoppiare un ordigno nascosto in una telecamera, uccidendolo a soli 48 anni, dilaniato dall’esplosione e spirato dopo due giorni di agonia. Un grande uomo, Ahmad Shah Massud, soprannominato “leone del Panshir” per il suo coraggio e per la determinazione. Non alzava mai la voce. Aveva molta cura della sua persona, sempre elegante, sempre a posto. I suoi appelli per un aiuto da parte dell’occidente nella guerra al regime talebano erano sempre caduti nel vuoto, l’assemblea di sordi seduti alle Nazioni Unite non aveva lasciato molti dubbi sulla volontà di qualcuno di aiutare la sua lotta ormai disperata. “Non capite che combatto anche per voi!” aveva detto loro, ma nessuno aveva dato l’impressione di ascoltarlo. Massud, portavoce di un Islam «moderato», aperto all'occidente, eroe «romantico» amato dalla stampa internazionale, appassionato di scacchi, uno dei giochi proibiti dai Talibani, che non rinnegava affatto la sua fede: «Per il nostro paese vogliamo un governo fondato su libere elezioni. Basato, ovviamente sulla legge islamica, l'unica riconosciuta dal nostro popolo». Massud che dichiara:“Ho una speranza. La cosa che desidero di più, veramente con il cuore, è che finisca questa guerra in Afghanistan “: ma la sua speranza resta disillusa. Lui, che era di etnia tagika, aveva combattuto contro il generale Raschid Dostom, l'uzbeko alleato dei sovietici, contro gli sciiti di etnia hazara del partito Wahdat, contro l'integralista Gulbuddin Hekmatyar, dell'etnia predominante pashtun, suo antico nemico e sospetto sostenitore di terroristi internazionali, e infine, appunto, contro i Talibani, ancora pashtun, rigidi applicatori della sharia, la legge coranica. Ma quando gli parlavano di guerra etnica, Massud si irritava «Questa è una guerra sostenuta dalle potenze straniere: il Pakistan che finanzia i Talibani ed Hekmatyar, l'Iran che sta dietro agli sciiti, l'Uzbekistan che vorrebbe controllare le frontiere attraverso Dostom». Aveva chiara l’idea, che nel suo paese si giocava un gioco molto più grande. Colto, raffinato e politicamente navigato, si teneva alla larga dagli intrighi del Pakistan, che nel frattempo aveva preso il controllo sulle fazioni della Jihad. I territori controllati da Massud, ricchi di rubini, smeraldi e lapislazzuli, gli permettevano di trovare facilmente i fondi per organizzare le sue truppe. Inattaccabile da ogni parte ed incorruttibile, lui stesso aveva dichiarato che l’avrebbero vinto solo passando sul suo corpo. L’hanno fatto! "I taleban sono sotto il controllo di Osama bin Laden e del Pakistan. Queste persone vanno sradicate una volta per tutte", dichiarò al suo funerale, Burhanuddin Rabbani, leader ufficiale dell'Alleanza del Nord, per la quale Massud rappresentava il braccio armato. L'attentato a Massud, principale ostacolo militare dei taleban per il controllo totale dell'Afghanistan, precedette di due giorni l'attacco terroristico al Worl Trade Center ed al Pentagono sembrò firmato dal miliardario saudita Osama bin Laden protetto dalle stesse milizie dei talebani. Il 9 settembre 2001 l’uccisione di Massud e poi quella successiva di Abdul Haq, di etnia pasthun ed islamico moderato, fatto prigioniero e giustiziato il 26 ottobre 2001, dimostrano l’incontrastato dominio Talebano e il prevalere dell’integralismo anti-occidentale. In Afghanistan si apre così la strada all’intervento militare terrestre Usa ed inizia Enduring Freedom, la guerra permanente e globale contro “i nemici dell’occidente”. Gli Usa sostengono inizialmente ed appoggiano l’Alleanza del Nord, precaria e ambigua aggregazione di signori della guerra, uscita perdente nel precedente scontro di potere con i Talebani. Ad oggi queste aree sembrano invece solidamente in mano ad al-Qaeda, perlomeno secondo la Cia, cha così conferma a distanza di anni, le dichiarazioni di Burhanuddin Rabbani, il leader dell'Alleanza del Nord. Sul “Il Tempo” di oggi si legge che “Osama Bin Laden si troverebbe in questa zona di confine da giugno 2004. La zona che ora i servizi americani confermano come il covo di Bin Laden. In questa area operano i guerriglieri islamici del Kashmir e molte tribù tagike. Tutti ostili verso gli stranieri e fedeli allo sceicco saudita. Qui i russi avevano costruito dei bunker sotterranei negli anni Settanta, dove erano custoditi missili a testate nucleari puntati verso il territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il freddo e la mancanza di ossigeno, siamo tra i 5000 e gli 8000 metri del Pamir, hanno costretto i sovietici ad abbandonare la zona. Ma i bunker sono rimasti. Non solo. La vicinanza con la Cina dà a Osama bin Laden la certezza che gli Stati Uniti non bombarderanno mai la zona nel rischio che un missile «intelligente» finisca per colpire le postazioni di confine dei cinesi.”
E così ritorna in scena la figura di Bin Laden, un personaggio particolare, ambiguo, un giocatore di difficile ed incerta identificazione. Lo scorso 18 maggio, l’appello contro gli ebrei e contro lo stato di Israele, e nel tempo ogni tanto qualche breve ritorno, per diffondere tramite Internet, le sue dichiarazioni anti occidentali. La sua cattura potrebbe essere un regalo per il presidente Bush, che da lungo tempo, promette alla nazione americana la cattura del pericoloso terrorista internazionale. Nel novembre 2001, lo stesso Bush dichiarava al Newsweek che, anche se ci fossero voluti 10 anni, lo avrebbe preso. Di anni ne sono passati 7, intanto i morti della guerra preventiva sono lievitati su numeri che difficilmente si possono quantificare, i danni economici subiti dal mondo, a causa dei prezzi del petrolio che è salito a quotazioni che hanno sforato qualsiasi previsione, sono incalcolabili, gli equilibri politici dell’estremo oriente sono fortemente compromessi, e il presidente Bush è molto lontano dall’avere vinto la sua guerra, lui che non ha mai dubitato di stare facendo la cosa giusta. Ma forse gli dovremmo dire:”Provaci ancora Sam, pardon, George!”
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

domenica 25 maggio 2008

La felicità della nostra vittoria


Per il sabato pomeriggio mi trovo a scegliere tra due possibili opzioni: conferenza con presentazione di un libro oppure manifestazione di arti marziali. Senza esitazione scelgo le arti marziali. Sono stata spesso alle presentazioni dei libri e sono spessissimo grosse marchettone, cioè l’autore di turno viene a convincerti ad acquistare il suo prodotto, che in questo caso è un libro, ma potrebbero essere anche cosmetici o altra merce, dopo averti intrattenuto con una chiacchierata di circa 1 oretta. A me ricordano un po’quelle gitarelle che organizzavano con il solito gruppo di pensionati, che venivano caricati, ad ore antelucane, su pulmann da turismo dove gli venivano sincronizzate le vesciche, indi trasportati verso s. Giovanni Rotondo (o altra meta religiosa a scelta), in visita alla taumaturgica salma. Prima però, durante il percorso, una breve sosta all’area di servizio Cardo Fiorito, dove si viene intrattenuti sulle virtù della nuova batteria di puro inox, con fondo da 10 cm, su cui puoi cucinare dietetico e sicuro e che durano una vita. La nonna di un mio amico se le faceva tutte e diceva furbetta, al mio amico che la avvisava del fatto che ti volevano vendere le peggiore stronzate, che lei non sapeva scrivere (falsissimo!) e non firmava mai niente se non c’era suo figlio (il mio amico era orfano di un padre morto giovane). Intanto si era fatta una gitarella in compagnia dei suoi coetanei, pranzo al sacco e qualche distrazione, sempre lucida ed ironica, tagliente come un coltello, ma assente e confusa, anziana ed indifesa alla bisogna.
Allora, io che qualche volta faccio come la nonna del mio amico, stavolta mi sono detta che le arti marziali erano sicuramente più apprezzabili del marchettone letterario, e sono andata alla manifestazione. L’atmosfera in queste occasioni è sempre quella che mi ricordo: fuori macchine e pulmini, anche pulmann di linea, c’è gente che viene da tutto il mondo e dentro è una cacofonia di colori, di chimono colorati, pantaloncini e divise tra le più varie: quelle da Tai chi le più austere. Immancabili banchetti di mercanzia legata al mondo in oggetto, tutte le armi possibili ed immaginabili, chimono ed abbigliamenti cinesi in tutte le salse, compreso l’angolo delle specialità ed altri articoli orientali dai talismani agli incensi profumati, insomma un suk mediorientale. Già so che mi comprerò il ginseng coreano a metà prezzo rispetto all’erboristeria e una tonnellata di incensi profumati visto che la scelta è infinita.
Mi siedo in posizione centrale in modo da poter vedere almeno 4 pedane diverse, a sinistra c’è quella del Tai chi che mi interessa particolarmente. Quando arrivo stanno già esibendosi e una ragazza presenta una forma codificata con il ventaglio, la guardo rapita e penso che la presenta molto male, è rigida e scattosa, e non mi piace. Anche le forme codificate vanno interpretate e non eseguite come una litanìa. Me le guardo tutte le forme di Tai chi e non me ne piace una. C’è una ragazza slava, con la forma con la spada che esegue la sequenza con maggiore armonia, con fluidità maggiore, ma niente più. Mi sento tanto criticona, ma ho visto eseguire le forme da maestri cinesi, devo dire che è dura poi apprezzare gente che si impegna per anni in discipline anche ingrate, perché basta guardare in YouTube quello che sanno fare i cinesi nel Wushu, per capire che non hai speranza. Purtroppo!
Gli stili interni sono ingrati perché meno spettacolari, praticati da donne, frequentati da pochissimi uomini, per una nostra mentalità distorta, perché "sifu", maestre donne sono consuete in Cina. Solitamente, in Italia, gli uomini sono amanti e praticanti dei soli stili esterni, in cui la forza e la performance fisica sono essenziali. Nello stile interno, la ricerca della via del chi, porta alla consapevolezza della forza interiore e ad una via per captare l’energia universale, tramite il dominio delle vie della forza, sia la propria che quella altrui, per cui nel combattimento devi impiegare la forza dell’avversario per sconfiggerlo. La cura cinese per il corpo, diceva Bruce Lee, punta sulla conservazione dell’energia: moderazione senza mai toccare gli estremi. Lui affermava che chi pratica il kung fu si vota all’indipendenza e quindi non dipende dalla considerazione altrui per la sua felicità. Un maestro di kung fu, a differenza di un allievo, è riservato, calmo e modesto, e non nutre il benchè minimo desiderio di farsi notare. Al livello più elevato dei livelli di apprendimento taoista, il maestro torna ad essere un uomo semplice. Quando si raggiunge la perfezione finale, il corpo con le sue membra fa ciò che deve fare, senza che la mente interferisca, sono in armonia in un tutt'uno.
Nel giudicare con tanta severità quelle atlete sento tutto il mio rancore per la mancanza di quella disciplina. In me parla l’invidia e il dolore della perdita di quella pratica: è il dolore del grande e perduto amore. Me ne rendo conto quando, finito il Tai chi, mi dedico alla pedane in cui fanno sanda gli atleti “veri” e mi guardo il combattimento di un azebagiano: è più basso del suo avversario e appare decisamente sovrappeso, sebbene solido e compatto essendo un atleta. Il suo avversario è più alto per cui parte avvantaggiato sulla lunga e media distanza, perlomeno di solito è così. Se l’avversario lo pensa, e lo avrà pensato sono certa, deve cambiare idea velocemente. E’ grosso ma agile e scattoso, determinato, sembra non stancarsi facilmente perché avanza veloce per colpire e ritorna indietro con velocità pari. Arriva colpisce e rientra in guardia, saltando indietro agile come una molla, alla faccia della mole; ha la grazia di un ballerino. UAO! Bravo e determinato, veloce, grintoso e instancabile il tripponcino, finchè finisce il suo avversario. Il verdetto che lo vede vincere è scontato, se lo merita tutta la vittoria. A questo punto, visto che mi ero intrufolata nella zona riservata agli staff, ho assistito ad una scena particolare. Un tipo che assisteva il trippettino, si avvicina alla scalinata e urla una cosa in azerbagiano agli spalti più alti. Gli tirano una stoffa tutta arrotolata, che non capisco cosa sia. Lui la prende e se la porta verso la pedana dove il trippettino viene ufficialmente dichiarato vincente. L’assistente va dal trippettino e gli passa la stoffa. Lui intanto si è tolta la canottiera mostrando l’addome muscoloso e in sovrappeso che si immaginava, mette la sua bandiera sulle spalle e si fa il suo giro di ring, con un sorriso ed una gioia incredibili: i suoi compagni sono al settimo cielo e lui è felicissimo. Gli brillano gli occhi mentre scende dalla pedana, accolto come un vincitore dai suoi compagni. E’ tangibile, intensa e coinvolgente la gioia di quel gruppo che accoglie il suo atleta, e mi ricorda una soddisfazione e una gioia che conosco. Ricordo come eravamo felici dei compagni che vincevano o che erano applauditi, era una gioia anche nostra, era la gioia di tutti noi: era uno di noi e quella vittoria era di tutti.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

venerdì 23 maggio 2008

La ribellione dell'Acquario


In questi giorni vorrei tanto guidare una ribellione mondiale di tutti coloro che sono nati sotto il segno dell’Acquario, tutti gli Acquario uniti per ribellarsi all’arbitrio del destino cinico e baro e contro l’avversa sorte, con noi crudele e matrigna.
Noi Acquari siamo simbolicamente il segno che, nella triplicità di aria, esprime il legame dell’anima, il più recettivo alle emanazioni delle vibrazioni universali, siamo il segno in cui si racchiude l’anima angelica dell’uomo, per questo sono orgogliosissima di essere acquario, ma a tutto c’è un limite.
Negli ultimi 2 anni (2005-2007) gli astri ci hanno vessato con una serie di ignominie, ma con una tale massa di ingiurie, tali da desiderare una universale ribellione contro gli astri. Il padre Saturno, il Grande Vecchio con la falce, non si è risparmiato e ci ha crudelmente falcidiato in tutti i modi. Un’opposizione di Saturno non è mica cosa da poco, e la nostra è stata ancor più significativa, perché Saturno è uno dei due governatori, con Urano, del nostro segno. E’ come se tuo padre ti bastonasse per insegnarti a vivere; magari alla lunga potrai anche ammettere che aveva fatto tutto per il tuo bene, ma al momento della bastonatura, senti solo le randellate.
Per Andrè Barbault, Saturno rappresenta sempre l’insoddisfazione ed i tipi astrologici che ne vengono dominati (quindi Capricorno ed Acquario) oscillano tra l’insensibilità ed una profonda avidità, quasi bulimica, di cui la persimonia è uno degli aspetti. Il ruolo del pianeta è ingrato perché deve rescindere il cordone ombelicale che ci lega alla Madre, quindi alla materialità, all’animalità e agli istinti terreni. Rappresenta le prove necessarie per crescere, e che sono una successione di distacchi ed abbandoni, di rinuncie, di sacrifici, di perdite, di colpi di falce. Accettare le lezioni di Saturno significa affermare l’autonomia dell’essere umano ed egli conferisce, in premio, un grosso salto evolutivo in termini di maturazione. Saturno ha il compito di liberarci dalla prigione interiore delle nostre passioni e dalle catene degli istinti. E’ la grande leva della vita intellettuale, morale e spirituale. Quando si lavora con i valori saturniani in modo produttivo, si conquista una grossa forza interiore, si raggiunge un grosso senso di autodisciplina e si conquista una grossa elevazione intellettuale e spirituale. Soprattutto nel 2006, che è stato veramente annus horribilis, gli Acquario hanno provato tutti la serie delle sfumature saturnine, per cui sono avvenuti distacchi ed abbandoni, rinuncie, sacrifici, perdite, tutti i suddetti colpi di falce di cui sopra si diceva. Nel 2006, Aquario sotto stress per l’opposizione di Saturno e la quadrature di Giove che ci hanno bloccano, e con Marte a giugno opposto, che ha esacerbato conflitti e tensioni rendendoci più critici e nervosi. Saturno ostile fino a tutta l’estate, ha influenzato negativamente la vitalità, depresso il morale e abbassato le difese immunitarie. Il 2007 è stato ancora faticoso e compresso da un soggiorno di Nettuno in Acquario che non ha facilitato la razionalità, rafforzando invece le illusioni e gli abbagli. Facilmente si può essere stati vittime di illusioni o di false valutazioni pagate a duro prezzo. E’ pure vero che non per tutti sembra essere avvenuto questo, ma il padre Saturno è strano, per cui non è detto che le conquiste avute durante le opposizioni di Saturno, siano poi conquiste vantaggiose a lungo termine, in genere sono molto esose, sono guadagni a caro prezzo. Se poi Saturno non ha strappato, ha lesionato quello che non è riuscito a recidere. Un fortunato soggiorno di Chirone in Acquario ha poi tamponato e ridato il vigore per una guarigione ed un recupero dai danni del "Guardiano della Soglia" - cioè Saturno per Liz Greene - e Chirone viene considerato una chiave astrologica di Saturno e Urano, per cui attribuito e benefico per il segno dell’Acquario.
Secondo la mitologia Cronos (o Saturno) si innamorò follemente della ninfa Filira, e per sfuggire dai sospetti della moglie Era, si trasformò in un cavallo. Il centauro Chirone, metà uomo e metà cavallo, nacque dalla relazione. Quando Filira vide suo figlio, lo ripudiò e chiese a Zeus di trasformarla in un tiglio. Così abbandonato Chirone si ritirò in una grotta sul Monte Pelion, dove insegnò ai giovani eroi le arti marziali, l’arte della caccia e della musica. I suoi alunni più celebri furono Achille e Asclepio. La fine della storia contiene un messaggio simbolico: involontariamente Chirone fu ferito da una freccia velenosa del suo amico Ercole. Poiché Chirone era immortale, continuò a vivere con questa terribile ferita incurabile, soffrendo pene indicibili. Quando arrivò il momento della punizione di Prometeo, Chirone chiese di morire al suo posto. Il sacrificio della sua immortalità, lo liberò dal tormento. Chirone è una figura sia umana, sia animale ed impersona astrologicamente la saggezza, la pazienza e il dominio sugli istinti oscuri. A causa della sua ferita incurabile, il centauro ha una profonda conoscenza della sofferenza in tutte le sue forme, per questo è un guaritore misericordioso. La saggezza che acquisisce attraverso il dolore gli consente di alleviare le sofferenze altrui. Questo è il beneficio che ci è stato fornito: una guarigione che comporta forte sofferenza (Chirone), e che richiede del tempo (Saturno). In astrologia Saturno simbolizza la limitazione dell'individuo, intesa come rinuncia e solitudine, rappresenta il rigore e la perseveranza e riflette le necessità alle quali nessuno si può sottrarre. La sua posizione alla nascita è utile per capire le difficoltà che una persona dovrà superare nel corso della sua vita, la resistenza di un individuo nei confronti di crisi, le restrizioni che dovrà affrontare e la solitudine. Veniamo da un’opposizione durissima di Saturno, il che vuol dire che perlomeno buona parte di noi sventurati Acquario, è stata pesantemente provata da situazioni che hanno assunto il ruolo di “resa dei conti” finale. Il Nodo lunare che è in Acquario, e che vi resterà fino ad agosto 2009, fa pensare che gli Acquari possono ancora - e si presenteranno occasioni - per fare delle scelte esistenziali radicali. Sospetto che, fino all’ingresso di Giove in Acquario, nel 2009, le sorprese non siano ancora finite.
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami