martedì 23 maggio 2017

L’obbedienza è una virtù?



“...l'obbedienza non è ormai più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni...”
(don Lorenzo Milani)

Secondo i miti giudaici ed ellenici, la storia dell'uomo è stata inaugurata da un atto di disobbedienza. Adamo ed Eva, che abitavano nel paradiso terrestre, erano parte integrante della natura; vivevano con essa in armonia, e tuttavia la trascendevano. Stavano dentro la natura così come il feto sta dentro l'utero della madre. Erano umani, e in pari tempo non lo erano ancora. Tale condizione mutò allorché essi disobbedirono a un ordine.

Il loro atto di disobbedienza ha scisso il legame originario con la natura e li ha resi individui. Il “peccato originale”, lungi dal corrompere l'uomo, lo ha anzi reso libero; è stato esso l'inizio della storia. L'uomo ha dovuto abbandonare il paradiso terrestre per imparare a dipendere dalle proprie forze e diventare pienamente umano. 

Con il loro messianismo, i profeti hanno fornito la conferma all'idea che l'uomo aveva il diritto di disobbedire e che, lungi dall'essere stato corrotto dal suo “peccato”, commettendolo si è affrancato dai legami dell'armonia preumana. Per i profeti, la storia è il luogo in cui l'uomo diventa umano; nel corso del divenire storico, l'uomo sviluppa le proprie facoltà razionali e la capacità di amare, fino a creare una nuova armonia tra se stesso, i suoi simili e la natura.

Questa nuova armonia è designata dai profeti con il nome di “fine dei tempi”, intendendo con questo l'era storica in cui ci sarà pace tra uomo e uomo e tra uomo e natura. Si tratta di un “nuovo” paradiso creato dall'uomo stesso, e che l'uomo soltanto può creare perché è stato costretto ad abbandonare l'“antico” paradiso in seguito alla sua disobbedienza.

Esattamente come il mito giudaico di Adamo ed Eva, quello ellenico di Prometeo concepisce la civiltà umana basata tutta quanta su un atto di disobbedienza. Rubando il fuoco agli dèi, Prometeo pone le fondamenta dell'evoluzione umana. Non ci sarebbe storia umana senza il “delitto” di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza; ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario, afferma orgogliosamente di preferire “essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

L'uomo ha continuato a evolversi mediante atti di disobbedienza. Non soltanto il suo sviluppo spirituale è stato reso possibile dal fatto che nostri simili hanno osato dire “no” ai poteri in atto in nome della propria coscienza o della propria fede, ma anche il suo sviluppo intellettuale è dipeso dalla capacità di disobbedire: disobbedire alle autorità che tentassero di reprimere nuove idee e all'autorità di credenze sussistenti da lungo tempo, e secondo le quali ogni cambiamento era privo di senso.

Se la capacità di disobbedire ha segnato l'inizio della storia umana, come ho già detto può darsi benissimo che l'obbedienza ne provochi la fine. E non sto parlando in termini simbolici o metaforici. Sussiste la possibilità, e anzi la probabilità, che la razza umana distrugga la civiltà e addirittura ogni forma di vita sulla terra già nei prossimi cinque o dieci anni.

È un evento dei tutto privo di razionalità e di senso, e tuttavia è un fatto che, mentre sotto il profilo tecnico viviamo nell'era atomica, la maggioranza degli esseri umani, compresi i detentori dei potere, vivono ancora, a livello emozionale, nell'età della pietra; e che, mentre la nostra matematica, la nostra astronomia, le nostre scienze naturali appartengono al XX secolo, gran parte delle nostre concezioni della politica, dello Stato, della società, sono ancora arretratissime rispetto all'era della scienza.

Se l'umanità si suiciderà, sarà perché si obbedirà a coloro che ordineranno di premere i fatali bottoni; perché si obbedirà alle arcaiche passioni della paura, dell'odio, della brama di possesso; perché si obbedirà agli obsoleti cliché della sovranità statale e dell'onore nazionale…

Non voglio dire, con questo, che ogni disobbedienza è una virtù e ogni obbedienza un vizio. Far propria un'opinione del genere significherebbe ignorare il rapporto dialettico che intercorre tra obbedienza e disobbedienza. Qualora i principi ai quali si obbedisce e quelli ai quali si disobbedisce siano inconciliabili, un atto di obbedienza a un principio costituirà di necessità un atto di disobbedienza al suo opposto, e viceversa.

Antigone costituisce l'esempio classico di questa dicotomia. Obbedendo alle inumane leggi dello Stato, Antigone per forza di cose disobbedirebbe alle leggi dell'umanità; obbedendo a queste, non può non disobbedire a quelle. Tutti i martiri delle fedi religiose, della libertà e della scienza hanno dovuto disobbedire a coloro che volevano imbavagliarli, se volevano obbedire alla propria coscienza, alle leggi dell'umanità e della ragione.

L'essere umano capace solo di obbedire, e non di disobbedire, è uno schiavo; chi sa soltanto disobbedire, e non obbedire, è un ribelle (non un rivoluzionario): costui agisce mosso da collera, da delusione, da risentimento, non già in nome di una convinzione o di un principio. Allo scopo di evitare equivoci terminologici, va però fatta una precisazione di grande importanza.

L'obbedienza nei confronti di una persona, istituzione o potere (obbedienza eteronoma) equivale a sottomissione; essa implica l'abdicazione alla propria autonomia e l'accettazione di una volontà o di un giudizio esterno in sostituzione dei propri. L'obbedienza alla propria ragione o convinzione (obbedienza autonoma) è invece un atto di affermazione, non di sottomissione.

La mia convinzione e il mio giudizio, se sono autenticamente miei, sono parte integrante di me stesso. Se li seguo anziché far mio il giudizio di altri, sono e resto me stesso; ne consegue che la parola obbedire può essere usata in questo caso soltanto in senso metaforico e con un significato che è fondamentalmente diverso da quello dell'“obbedienza eteronoma”.

Ma questa differenziazione richiede a sua volta due ulteriori precisazioni, una per quanto attiene al concetto di coscienza, l'altra per quanto attiene al concetto di autorità. Il termine coscienza è impiegato per designare due fenomeni diversissimi l'uno dall'altro. Uno è la “coscienza autoritaria”, cioè la voce interiorizzata di un'autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere.

È con questa coscienza autoritaria che gran parte delle persone sono alle prese quando obbediscono alla “propria” coscienza. Ed è anche quella di cui parla Freud, e che viene detta “Super-io”. Il Super-io rappresenta gli ordini e i divieti interiorizzati del padre, accettati dal figlio per paura. Ben diversa dalla coscienza autoritaria è la “coscienza umanistica”, che è la voce presente in ogni essere umano, indipendente da sanzioni e ricompense esteriori.

La “coscienza umanistica” si fonda sul fatto che, in quanto esseri umani, noi abbiamo una cognizione intuitiva di ciò che è umano e di ciò che è inumano, di ciò che favorisce la vita e di ciò che la distrugge. Questa coscienza è indispensabile al nostro funzionamento di esseri umani; è la voce che ci richiama a noi stessi, alla nostra umanità.

La “coscienza autoritaria” (Super-io) è pur sempre obbedienza a un potere a me estraneo, anche qualora tale potere sia stato interiorizzato. A livello conscio, io ritengo di seguire la mia coscienza, mentre in effetti ho “inghiottito” i principi dei potere; e proprio a causa dell'illusione che coscienza umanistica e Super-io siano identici, accade che l'autorità interiorizzata sia tanto più efficace dell'autorità che è chiaramente sperimentata come parte di me stesso.

L'obbedienza alla “coscienza autoritaria”, al pari di ogni obbedienza alle idee e al potere esterni, tende a indebolire la “coscienza umanistica”, vale a dire la capacità di essere e di giudicare se stessa. Tuttavia, l'affermazione che l'obbedienza a un'altra persona è ipso facto sottomissione, va a sua volta specificata, distinguendo autorità “irrazionale” da autorità “razionale”.

Un esempio di autorità razionale è dato dal rapporto tra allievo e insegnante; un esempio di autorità irrazionale, dal rapporto tra schiavo e padrone. Entrambi i rapporti si fondano sull'accettazione dell'autorità di chi comanda. Ma sotto il profilo dinamico, essi sono di natura diversa. Almeno idealmente, gli interessi dell’insegnante e dell'allievo vanno nella stessa direzione. Il primo è soddisfatto se riesce a far avanzare l'allievo; se non ci riesce, il fallimento è suo oltre che dell'allievo.

Il padrone di schiavi, al contrario, vuole sfruttare al massimo lo schiavo; più ne ricava, e più è soddisfatto. Dal canto suo, lo schiavo mira a difendere nel miglior modo possibile la sua aspirazione a un minimo di felicità. Gli interessi dello schiavo e del padrone sono antagonistici perché ciò che è vantaggioso per l'uno va a detrimento dell'altro. La superiorità reciproca ha, nei due casi in esame, una funzione differente; nel primo è la condizione dell'avanzamento della persona assoggettata all'autorità; nel secondo è la condizione del suo sfruttamento.

Parallela a questa, si delinea una seconda distinzione: l'autorità razionale è tale perché l'autorità, sia essa detenuta da un insegnante o dal comandante di una nave che impartisca ordini in una situazione di emergenza, agisce in nome della ragione la quale, essendo universale, può essere accettata senza che si abbia sottomissione. L'autorità irrazionale deve far ricorso alla forza o alla suggestione, perché nessuno si lascerebbe sfruttare se fosse libero di impedirlo.

Perché l'uomo è tanto proclive all'obbedienza e perché gli riesce tanto difficile disobbedire? Finché obbedisco al potere dello Stato, della Chiesa, dell'opinione pubblica, mi sento al sicuro e protetto. In effetti, poco importa a quale potere obbedisco, trattandosi sempre di un'istituzione o di esseri umani che fanno ricorso alla forza in una qualche forma e che fraudolentemente si proclamano onniscienti e onnipotenti.

La mia obbedienza fa di me una parte del potere al quale mi inchino reverente, e pertanto io mi sento forte. Non posso commettere errori dal momento che è esso a decidere per me; non posso essere solo, perché il potere vigila su di me; non posso incorrere in peccato, perché il potere non me lo permette, e anche se peccato commettessi, la punizione non è che il mezzo per far ritorno all'illimitato potere.

Per disobbedire, bisogna avere il coraggio di essere solo, di errare e di peccare. Ma il coraggio non basta. La capacità dei coraggio dipende dal grado di sviluppo di una persona. Soltanto chi si sia sottratto al grembo materno e agli ordini dei padre, soltanto chi si sia costituito come individuo completamente sviluppato, e abbia così acquisito la capacità di pensare e di sentire autonomamente, può avere il coraggio di dire “no” al potere, di disobbedire.

Una persona può diventare libera mediante atti di disobbedienza, imparando a dire “no” al potere. Ma, se la capacità di disobbedire costituisce la condizione della libertà, d'altro canto la libertà rappresenta la capacità di disobbedire. Se ho paura della libertà, non posso osare di dire “no”, non posso avere il coraggio di essere disobbediente. In effetti, la libertà e la capacità di disobbedire sono inseparabili, e ne consegue che ogni sistema sociale, politico e religioso che proclami la libertà, ma che bandisca la disobbedienza, non può dire la verità.

C'è un altro motivo per cui è tanto difficile osare disobbedire, opporre un “no” al potere. Durante gran parte della storia umana, l'obbedienza è stata equiparata a virtù e la disobbedienza a peccato, e ciò per una semplicissima ragione: così facendo, durante gran parte della storia una minoranza ha dominato la maggioranza. Il dominio in questione era reso necessario dal fatto che solo per pochi le buone cose della vita erano bastanti, e ai molti restavano unicamente le briciole.

Se i primi volevano godersi le buone cose e inoltre avere al proprio servizio i molti, facendoli lavorare a proprio beneficio, una condizione era imprescindibile: i molti dovevano imparare l’obbedienza. Certo, questa può essere imposta mediante la mera forza, ma si tratta di un metodo che presenta molti svantaggi, in quanto comporta la costante minaccia che prima o poi i molti trovino la maniera di rovesciare i pochi con la forza.

Inoltre, ci sono attività di vario genere che non possono essere eseguite a dovere se dietro l'obbedienza non c'è che paura. Sicché, l'obbedienza radicata unicamente nel timore della forza deve essere trasformata in un'obbedienza che abbia radici nel cuore. L'essere umano deve voler obbedire, e anzi sentire la necessità di farlo, invece di avere soltanto paura di disobbedire. Perché questo sia possibile, il potere deve assumere le qualità della Bontà Assoluta, della Sapienza Assoluta; deve diventare Onnisciente.

E se questo si verifica, il potere può proclamare che la disobbedienza è peccato e l'obbedienza virtù; e una volta che l'abbia fatto, i molti possono accettare l'obbedienza perché è un bene, e detestare la disobbedienza perché è un male, anziché odiare se stessi per il fatto di essere vigliacchi. Da Lutero fino al XIX secolo, ci sì è trovati alle prese con autorità dichiarate, esplicite.

Lutero, il papa, i principi desideravano mantenere il potere, la classe media, i lavoratori, i filosofi, miravano ad abbatterlo. La lotta contro l'autorità in seno allo Stato e alla famiglia costituiva sovente la base stessa dello sviluppo di una personalità indipendente e audace, trattandosi di una lotta che era inseparabile dall'atteggiamento intellettuale che caratterizzava i filosofi dell'Illuminismo e gli scienziati.

Tale “atteggiamento critico” aveva a fondamento la fede nella ragione, ma era anche, in pari tempo, un atteggiamento di dubbio nei confronti di tutto ciò che veniva detto o pensato, in quanto basato sulla tradizione, sulla superstizione, sulla costumanza, sul potere…

Il caso di Adolf Eichmann è simbolico della nostra situazione, e ha un significato che trascende di gran lunga quello di cui si sono occupati i rappresentanti dell'accusa al tribunale di Gerusalemme. Eichmann è un simbolo dell'individuo inserito in un'organizzazione, del burocrate alienato agli occhi del quale uomini, donne e bambini sono divenuti numeri. È un simbolo di tutti noi: in Eichmann possiamo vederci riflessi.

Ma la cosa più spaventosa in lui fu che, una volta chiarita l'intera vicenda alla luce delle sue stesse ammissioni, in perfetta buona fede Eichmann ha potuto proclamarsi innocente, ed è evidente che, se si ritrovasse nella stessa situazione, lo rifarebbe. E lo stesso faremmo noi: lo stesso facciamo noi.

L'uomo inserito in un'organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole dei fatto che obbedisce. Nell'attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l'umanità e la fine della civiltà. (Erich Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Arnoldo Mondadori Ed.)

domenica 21 maggio 2017

Il quesito del rabbino



Un re fece chiamare un rabbino che dormiva soltanto due ore al giorno e dedicava le altre ventidue ore alla lettura della Bibbia. «Dimmi la verità che hai trovato in quelle pagine, o ti farò tagliare la testa!» gli ordinò. Il vecchio sorrise: «Prima di rivelarti il segreto che attendi, lascia, o mio signore che ti faccia una domanda.» «D’accordo, falla!»

«Due uomini camminano nel bosco, dopo una forte pioggia. Scivolano e cadono in una pozzanghera. Uno si rialza sporco, l’altro perfettamente pulito. Quale dei due si lava?» «Quello tutto infangato!» rispose il re. «No maestà. L’uomo infangato vede che l’altro è pulito e pensa di essere pulito anche lui. L’altro invece, vedendo il primo imbrattato di fango, pensa di esserlo anche lui, e corre a lavarsi.»

«Bene - disse il re - adesso dimmi la verità che hai trovato nella tua Bibbia.» «Prima, mio signore, risolvi questo problema: due uomini camminano nel bosco, dopo una forte pioggia. Scivolano e cadono in una pozzanghera. Uno si rialza sporco, l’altro perfettamente pulito. Quale dei due si lava?» «Quello pulito!»

«No, mio signore. Visto che si erano già sbagliati una volta, l’uomo imbrattato di fango ora si lava. L’esperienza insegna.» «E va bene - disse il re – adesso però dimmi la verità che hai trovato nel tuo libro sacro.» «Oh, mio magnanimo signore, lascia che ti ponga un ultimo quesito! Dopo una forte pioggia, due uomini che camminano nel bosco cadono in una pozzanghera. Uno ne esce sporco, l’altro pulito. Quale dei due si lava?»

Il re rimase sconcertato. «Non so più cosa rispondere. Possono lavarsi tutti e due, o nessuno dei due… Forse quello infangato si lava un’altra volta.» Il vecchio sorrise: «Se credi, mio signore, che un incidente simile possa ripetersi tre volte, allora sei disposto a credere a qualunque cosa.»

Il re non vede altro, nella Bibbia, che un insieme di parole. Pensa che la verità sia qualcosa che viene detta. Il rabbino gli dimostra che un testo può dar luogo a infinite interpretazioni. Le parole sono soltanto una guida verso la verità, così come il dito che indica la luna, non è la luna.

Per comprendere che cosa trovi il rabbino nel suo libro sacro, il re dovrebbe trasformare la propria mente aprendo il proprio cuore. Attraverso il testo, il saggio entra in rapporto emotivo - uno stato che si può soltanto vivere, non pensare - con quel impensabile che si chiama Dio. Il re vuole credere. Il rabbino vuole conoscersi, perché sa che dentro di sé dimora il Creatore.

Il re, per dominare il mondo, se ne separa. Il saggio, per amore del mondo, vi si unisce. Questo è un insegnamento essenziale dei rabbini. Un giorno, un giovane ateo si avvicinò al devoto rabbino hassidico Manachem Mendel di Kotsk e gli domandò con sarcasmo: «Dove abita Dio in realtà?» Il rabbino gli rispose: «Ovunque lo si lasci entrare!» (Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda, Mondadori ed.)

lunedì 15 maggio 2017

Alla ricerca della terra promessa



“Il viaggio più lungo è il viaggio interiore.“
(Dag Hammarskjöld)

Non è raro sentire commenti razzisti nei confronti degli extracomunitari, migliaia e migliaia di persone venute in Italia nella speranza di migliorare la propria condizione economica. In parte questa speranza è stata soddisfatta, ma a costo di enormi sacrifici, tra cui probabilmente il più grande è la necessità di abbandonare i genitori, i parenti, la terra di origine. Per alcuni il ritorno al paese natale è impossibile.

Pensiamo ai profughi di qualunque paese che sta subendo la violenza politica e militare di un grande cambiamento sociale. In un certo senso, anche noi siamo profughi della nostra stessa terra. Quante volte ci troviamo a dover lasciar andare una situazione, a dover abbandonare una certa condizione, spinti dalla necessità di aprire uno spiraglio in una situazione di sofferenza!

E così ci mettiamo in viaggio, potremmo dire, alla ricerca della terra promessa. Pensiamo che la nostra terra promessa esista come luogo fisico, pensiamo che la felicità sia impossibile da trovare qui e ora, esattamente qui dove siamo. Questa mancanza di fiducia nella nostra situazione attuale ci fa ricercare spazi diversi, esperienze diverse, persone diverse nella speranza che un luogo o una persona ci possano dare la felicità che ci manca.

Ma, ben presto, ci rendiamo conto che, in qualsiasi luogo siamo, con qualsiasi persona viviamo, qualsiasi cosa facciamo, le cose non vanno come avremmo voluto. È uno scoraggiamento capace di portarci a un senso di totale smarrimento ma, poiché ci sentiamo responsabili per noi e per gli altri, facciamo enormi sacrifici per andare avanti. E così, tutti presi dal sacrificio e dal lavoro compulsivo, dimentichiamo di accudire a quella ferita interiore che non ha ancora trovato un’erba curativa, un lenimento.

Ci gettiamo nel lavoro in modo frenetico, siamo rivolti solo all’esterno, presi dalla meccanica stabilitasi tra noi e gli altri, tra noi e la società. Questo continuo darci da fare, compreso ciò che facciamo per gli altri, soffoca proprio quel desiderio di libertà che ci aveva fatto rivolgere all’esterno. Tutti vogliamo ritornare a casa, ma prima dobbiamo sapere qual è la nostra vera casa. Pensiamo a una casa di mattoni, lavoriamo sodo per guadagnare abbastanza per comprarcela.

Potremmo dedicare anni e anni a questo scopo, crearci una famiglia una famiglia e una casa solo per renderci conto che, in realtà, abbiamo dimenticato di lavorare su noi stessi, e non abbiamo quindi creato le condizioni indispensabili per stabilire un rapporto durevole e armonioso con la nostra famiglia. Così quelle quattro mura ci soffocano e, mancandoci l’armonia proprio in casa nostra, abbiamo voglia di evadere, di scappare, alla ricerca di altri piccoli rifugi, di altre piccole e grandi cosa da fare per sostituirle al nostra antico sogno.

Fa parte di un discorso molto importante, perché una dinamica psicologica caratteristica è l’evasione, la fuga, il non voler vedere come feriamo le persone che ci sono più vicine. In seguito, senza dubbio proviamo tutti nostalgia, una nostalgia profonda che ci chiama verso la nostra vera casa. Vogliamo tornare a casa. Dopo aver viaggiato per anni, lavorato per anni, incontrate tante persone, vogliamo ritrovare il nostro giaciglio e, una volta tanto, dormire da soli sotto le stelle.

È solo la paura che non ci permette di essere liberi. Liberi dal desiderio, come dall’avversione e dall’illusione. Invece, continuiamo a pensare che la libertà ci aspetti in un’altra terra, in un altro sogno. Credere che possa esserci di rifugio un’altra casa, un altro luogo, un’altra situazione è un’illusione. Significa non voler accettare il lavoro che dobbiamo adempiere qui e ora per ristabilire un rapporto sincero e armonioso con le persone con cui abbiamo intrapreso il viaggio della vita.

È essenziale chiederci se siamo disposti a cambiare, se vogliamo veramente guarire dalla malattia e dal desiderio ossessivo. È essenziale chiederci se vogliamo vivere al di là della dipendenza, della schiavitù degli stimoli e delle sensazioni, liberi da qualunque oggetto. Ogni volta che creiamo dualismo e viviamo nel dualismo, allarghiamo l’area del conflitto. (Achaan Thanavaro, Verso la luce, Ubaldini ed.)

venerdì 12 maggio 2017

Il desiderio



“L’attaccamento è come miele sulla lama di un rasoio:
sembra piacere ma offre solo dolore.”
(Lama Zopa Rinpoche)

Quando un forte desiderio sommerge la mente, ostacola la capacità di vedere con chiarezza la realtà. Il desiderio si aggrappa all’apparenza esagerata dell’oggetto del desiderio come sempre, realmente, in sé e per sé buono. Dopo aver applicato le buone qualità dell’oggetto e averlo etichettato “buono” credete di vederlo come qualcosa di buono di per sé e vi aggrappate a esso.

Aggrapparsi all’apparenza esagerata interferisce con la capacità di vedere la natura ultima dell’oggetto. Quando questo accade, anziché guardare l’oggetto, la persona o la cosa che desiderate, dovreste osservare il soggetto, la vostra mente. Semplicemente, osservate la vostra mente. Cambiate l’oggetto di attenzione, da esterno (l’oggetto che proiettate) a interno (la mente che proietta). Invece di pensare all’oggetto, osservate la mente che pensa l’oggetto.

Quando praticate questa meditazione così semplice, si verifica subito un cambiamento. All’improvviso il desiderio insopportabile può essere fermato. Nella vostra mente c’è spazio per vedere la vera natura di voi stessi e dell’oggetto del vostro desiderio. Se lo fate anche solo per un attimo, la mente desiderante inizia a essere controllata, pacificata, domata.

Voi seguite il desiderio allo scopo di ottenere l’appagamento. Il vostro desiderio è meritevole e avete ragione a volerlo raggiungere, ma il metodo è sbagliato e ha come unico risultato l’insoddisfazione. Voi seguite il desiderio e non siete soddisfatti. Di nuovo seguite il desiderio e di nuovo non siete soddisfatti. Ci provate ancora, e ancora una volta non siete soddisfatti.

Quando dico che dovreste rinunciare al desiderio, potrebbe sembrare che vi dica di rinunciare alla felicità, ma non è così! Se osservaste veramente in profondità il desiderio e gli oggetti del desiderio, vedreste che, sebbene appaiano come piaceri, non è possibile trovare in essi alcun vero piacere. Sopprimere il desiderio, però, non significa affatto sopprimere ogni felicità!

In realtà, quando rinunciate al desiderio, vi aprite nell’unico modo possibile alla vera felicità. Poiché forse non avete ancora sperimentato la vera felicità, scambiate la sottile sofferenza del desiderio per la vera pace, ma una volta che comprenderete gli infiniti benefici di rinunciare all’egoismo e al desiderio, questo tipo di rinuncia è un atto gioioso. (Lama Zopa Rinpoche, Il cammino della felicità, Mondadori ed.)

mercoledì 10 maggio 2017

Lo sciame



“Il continuo flusso di informazione a cui siamo sottoposti
non è un affluente del fiume della democrazia, ma un vortice
che cattura contenuti rigurgitandoli in laghi artificiali
maestosi e giganteschi, ma stagnanti e stantii.
Più è grande questo flusso, maggiore è il rischio
che il fiume della democrazia si inaridisca.”
(Zygmunt Bauman)

Nella società dei consumi della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l'ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi meccanismi e accorgimenti. Gli sciami non hanno bisogno di imparare l'arte della sopravvivenza. Essi si radunano e si disperdono a seconda dell'occasione, spinti da cause effimere e attratti da obiettivi mutevoli. Il potere di seduzione di obiettivi mutevoli è generalmente sufficiente a coordinare i loro movimenti rendendo superfluo ogni ordine dall'alto.

In verità, gli sciami non hanno un «altro», ma solo una direzione di fuga che in se stessa determina la posizione dei leader e dei seguaci per la durata di quella traiettoria, o almeno per una sua parte. Gli sciami non sono squadre: non conoscono la divisione del lavoro. A differenza dei gruppi veri e propri non sono più dell'unità delle loro parti - sono particelle autopropellenti. Possiamo paragonarli alle immagini di Warhol: repliche di un originale assente o impossibile da rintracciare.

Interpretando Durkheim, possiamo dire che abbiano una solidarietà puramente meccanica: ogni elemento ripete singolarmente i movimenti degli altri dall'inizio alla fine (e nel caso dei consumatori, il lavoro così eseguito è quello del consumo). In uno sciame non ci sono specialisti; nessuno ha particolari risorse o capacità da esercitare o da insegnare agli altri. Ogni elemento deve saper fare tutto il lavoro da solo. Nello sciame non c'è né scambio, né cooperazione, né complementarità, solo prossimità fisica e una generale direzione di movimento.

Per gli umani, il conforto della vita nello sciame deriva dalla fede nei numeri, l'idea che la direzione del volo è giusta perché un così gran numero di persone la segue, e che di certo tutte queste persone non potrebbero essere ingannate. La sicurezza dello sciame è un efficace sostituto dell'autorità dei leader. Gli sciami, a differenza dei gruppi, non conoscono eretici e ribelli, solo «disfattisti», «pasticcioni» o «pecore nere». Gli elementi che fuori escono dal perimetro dello sciame sono semplicemente «perduti», o si sono «smarriti».

Devono arrangiarsi per conto loro, anche se non potranno sopravvivere a lungo perché è difficile e rischioso trovare una meta realistica da soli, al di fuori dello sciame. Le società di consumatori tendono verso la disgregazione dei gruppi a vantaggio della formazione di sciami perché il consumo è un’ attività solitaria (è perfino l’archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia. Essa non stimola la formazione di legami durevoli, ma solo di legami che durano il tempo dell'atto di consumo.

Questi legami possono mantenere unito lo sciame per la durata del volo (cioè, fino al prossimo cambio di obiettivo), ma rimangono del tutto occasionali e superficiali; non hanno alcuna influenza sui movimenti futuri dello sciame e non proiettano alcuna luce sul passato dei suoi componenti. Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia è stato in larga parte l'aspetto produttivo del consumo: la famiglia che si siede a tavola per cena è l'ultima fase (quella distributiva) di un lungo processo produttivo che è cominciato in cucina o anche prima, nell'appezzamento familiare o nella bottega.

Ciò che univa il gruppo familiare era la collaborazione in un unico processo produttivo, non il godimento comune dei suoi frutti. Possiamo immaginare che l'imprevista conseguenza dell'invenzione del fast food, del cibo da asporto e delle cosiddette TV dinners (o forse, meglio, la loro funzione latente e la vera causa della loro crescente popolarità) è quella di rendere obsoleti i pasti familiari attorno a una tavola, ponendo fine al momento del consumo condiviso, ma anche quella di indicare simbolicamente l'irrilevanza dei legami umani nella società dei consumatori della modernità liquida.

La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato, ma tale gratificazione deve rimanere una promessa. Il desiderio deve rimanere insoddisfatto perché finché il cliente non è soddisfatto sentirà il bisogno di acquistare qualcosa di nuovo e diverso. I «lavoratori tradizionali» del passato, che erano facilmente soddisfatti e non desideravano lavorare più di quel che era necessario per mantenere il loro normale stile di vita, erano una minaccia per la nascente società dei consumi.

Allo stesso modo, i «consumatori tradizionali» di oggi, ove fossero immuni dalla seduzione del consumo, sarebbero la fine del mercato, dell'industria e della società dei consumi. Una visione più sobria e realistica della possibilità di soddisfazione dei desideri, unita alla disponibilità sul mercato dei beni veramente necessari a prezzo ragionevole, sono i nemici della società consumistica. Sono la non-soddisfazione dei desideri e la fede nella infinita perfettibilità delle merci a guidare la società dei consumi. La società dei consumi si fonda sull'insoddisfazione permanente, cioè sull'infelicità.

Una strategia per ottenere una permanente insoddisfazione è quella di denigrare la merce che è appena stata messa sul mercato dopo averla promossa come la migliore possibile. Un altro modo, più efficace e più subdolo, è quello dì soddisfare così completamente ogni desiderio che non possa nascere l'impulso a desiderare qualcosa di diverso: il desiderio si trasforma in bisogno e diventa un' esigenza compulsiva e una dipendenza. E funziona, come dimostra il diffuso bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l'angoscia e il dolore.

In realtà, questo comportamento non è solo permesso, è anche vigorosamente incoraggiato perché la società dei consumatori ha bisogno, per funzionare adeguatamente, di ricoprire con un velo di ipocrisia la differenza tra le convinzioni popolari e la realtà della vita dei consumatori. Se bisogna ovviare alla non-soddisfazione di un desiderio con un altro desiderio, le promesse fatte devono essere costantemente infrante e le speranze devono essere frustrate.

Ogni promessa deve essere falsa o quanto meno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Senza la continua frustrazione dei desideri, la domanda dei consumatori potrebbe esaurirsi e i mercati perderebbero vigore. L’abbondanza totale delle promesse neutralizza la frustrazione causata dal carattere eccessivo di ciascuna di esse presa singolarmente e pone un freno al montare della frustrazione prima che questo raggiunga il livello di guardia.

Oltre ad essere un' economia basata sull'eccesso e sullo spreco, il consumismo è anche un' economia dell' inganno. Solo che l'inganno, e con esso l’eccesso e lo spreco, non si manifestano come sintomi di qualcosa che non funziona, ma al contrario come segni di buona salute e ricchezza e come una promessa per il futuro. La continua obsolescenza delle merci si riflette nella marea montante delle speranze deluse. E così deve essere perché la società dei consumi si fonda sulla frustrazione delle attese.

Ma nuove speranze e desideri devono continuamente entrare a sostituire e superare quelli vecchi, e per far ciò la strada tra il negozio e il secchio della spazzatura deve essere sempre più breve e veloce. Ma c'è un'altra cosa che distingue la società dei consumi da tutte le altre: le strategie per mantenere i modelli di comportamento e gestire la tensione (tanto per citare i prerequisiti di un «sistema autoequilibrante» enunciati da Talcott Parson). La società dei consumi ha sviluppato una straordinaria capacità di assorbire e riciclare a suo beneficio il dissenso che provoca (come ogni altro tipo di società).

Valga ad esempio il caso di un processo che Thomas Mathiesen ha denominato come «tacito tacitamento» (della protesta e del dissenso) attraverso lo stratagemma dell'assorbimento: «[...] gli atteggiamenti e i comportamenti che hanno un'origine trascendente [cioè che minacciano di far esplodere o implodere il sistema] sono integrati nel sistema in modo da continuare a servirlo. In questa maniera, vengono resi inoffensivi». Da parte mia vorrei aggiungere: e vengono anche trasformati in strumenti per la riproduzione del sistema stesso. (Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson ed.)

lunedì 8 maggio 2017

La manipolazione



“Non lasciarsi manipolare dall’illusione
richiede una vigilanza istante per istante.”
(Pierre Lévy)

Gli unici maestri che hai sono i maestri che accetti, che scegli. Dunque, il maestro sei sempre tu. Qualunque sia la situazione in cui ti trovi, le persone che ti stanno attorno non sono altro che ospiti nella casa della tua anima. Sei sempre completamente a casa tua. Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda…

Sei il padrone della tua anima. Il tuo mondo è tuo. Molte persone si possono trovare fisicamente vicine al tuo corpo, ma questo non deve permettere loro di prendere il controllo sulla tua mente. Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l’aggressione, la passione con la seduzione, l’orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l’accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa, ecc.

Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccatici, senza che le tue parole o i tuoi atti obbediscano loro.

Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato. Inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

domenica 7 maggio 2017

Riconoscimenti



“Chi si mette in mostra non risplende,
chi si gloria non è illustre, chi si vanta non emerge,
chi si identifica con le proprie opere non dura.”
(Lao Tzu)

“Perché dobbiamo tanto bramare che si riconoscano i nostri meriti, che ci si prenda sul serio, che ci si incoraggi di continuo? Perché dobbiamo essere tanto snob? Perché teniamo tanto alla esclusività del nostro nome, della nostra posizione, delle nostre acquisizioni? L’essere anonimi è forse degradante, l’essere sconosciuti forse spregevole? Perché diamo tanto la caccia a tutto ciò che è popolare, famoso? Perché non ci accontentiamo di essere noi stessi?

Abbiamo tanta paura e vergogna di quel che siamo che nome, posizione e acquisizioni divengono così supremamente importanti? È strano come sia forte il desiderio di essere stimati, ammirati, applauditi. Nell’eccitazione di una battaglia, si fanno cose incredibili, per cui si è poi onorati; si diviene eroi per avere ucciso dei propri simili. Grazie a privilegi, abilità, o capacità ed efficienza, si giunge presso la vetta, anche se la vetta non è mai la vetta, perché c’è sempre in misura maggiore l’ubriacatura del successo.

Il paese o l’industria sono voi stesso; da voi dipende la soluzione di grandi problemi, voi siete il potere. La religione costituita offre posizione, prestigio, onore; anche là siete qualcuno, distinto e importante; oppure diventate il discepolo di un capo, di un guru o di un maestro, o collaborate con loro. Siete ancora importante, li rappresentate, partecipate alle loro responsabilità, voi date e altri ricevono. Anche se in loro nome, voi siete ancora il mezzo. Potete cingere un perizoma o indossare la tunica di un monaco, ma siete voi che fate il gesto, voi che rinunciate.

In un modo o nell’altro, con sottigliezza o grossolanamente, l’io si nutre e si mantiene. Indipendentemente dalle sue attività antisociali e nocive, chi ha l’io che mantenga se stesso? Sebbene ci troviamo nel tumulto e nella pena, tra piaceri momentanei, perché l’io si afferra a soddisfazioni intime ed esterne, a ricerche che inevitabilmente portano infelicità e dolore? La sete di un’attività positiva come opposta alla negazione ci fa sforzare di essere; i nostri sforzi ci fanno sentire che siamo vivi, che c’è uno scopo alla nostra vita, che riusciremo progressivamente a liberarci delle cause del conflitto e del dolore.

Abbiamo l’impressione che se la nostra attività cessasse, noi non saremmo più nulla, saremmo smarriti, la vita non avrebbe più significato alcuno; e così continuiamo a vivere nel conflitto, nella confusione, nell’antagonismo. Ma siamo anche consci che c’è qualche cosa di più, che c’è una alternativa che è al di sopra e al di là di tanto dolore. Così siamo in costante battaglia entro noi stessi.

Più grande la dimostrazione esterna, maggiore la povertà interiore; ma l’affrancamento da questa povertà non è il perizoma. La causa di questa vacuità interiore è il desiderio di divenire e qualunque cosa facciate questo vuoto non potrà mai essere colmato. Potrete sfuggirvi in modo crudo, o con molte raffinatezze, ma resterà vicino a voi come la vostra ombra. Può darsi che non vogliate affondare lo sguardo in questo vuoto, ma ciononostante, esso sarà sempre presente.

Gli adornamenti e le rinunce che l’io assume non potranno mai coprire questa intima povertà. Mediante queste attività, intima ed esterna, l’io cerca di trovare arricchimento, chiamandolo esperienza o dandogli un nome diverso, a seconda della sua convenienza e del suo piacere. L’io non può mai essere anonimo; può assumere una nuova veste, prendere un altro nome, ma l’identità è la sua stessa sostanza. Questo processo d’identificazione impedisce la consapevolezza della sua propria natura.

Il processo cumulativo d’identificazione costruisce l’io, positivamente o negativamente; e la sua attività è sempre imprigionante, per vasta che sia la prigione. Ogni sforzo dell’io di essere o di non essere è un moto di allontanamento da ciò che è. Indipendentemente dal suo nome, dai suoi attributi, idiosincrasie e proprietà, che cos’è l’io?

C’è sempre l’io, il se stesso quando le sue qualità siano state tolte? È questa paura di essere niente che spinge l’io all’attività; ma essa è nulla, non è che un vuoto. Se siamo capaci di guardare bene in faccia quel vuoto, di essere con quella dolorosa solitudine e malinconia, allora la paura scompare del tutto e avviene una trasformazione radicale. Perché ciò accada, ci deve essere la sperimentazione di quel nulla la quale viene impedita se c’è uno sperimentatore.

Se c’è il desiderio di sperimentare quel nulla per poterlo vincere, per poter andare al di sopra e al di là di esso, allora non c’è sperimentazione; perché l’io, come identità, continua. Se lo sperimentatore ha una esperienza, non c’è più lo stato di sperimentazione. È la sperimentazione di ciò che è senza dargli un nome che determina la libertà da ciò che è.” (Jiddu Krishamurti)

martedì 2 maggio 2017

Non c’è tempo perduto…



“Piangerai l’ora in cui piangi
che passerà troppo in fretta
come passano tutte le ore…”
(Guillaume Apollinaire)

Invece di irritarci per le code, le sale d’aspetto, gli imbottigliamenti, dirci che non c’è tempo perduto, ma solo tempo vissuto. Vivere è un’opportunità che ci è stata data e un’esperienza che un giorno ci verrà tolta. Invece di voler essere già altrove, dopo, in un altro modo, cerchiamo di essere qui. Pienamente. In coda, nella sala d’aspetto, d’ora in poi, respiro, sento quel che succede nel mio corpo. Visto che non posso «fare» qualcosa, posso «essere»: essere lì, essere quello che sono…

Posso fare della mia consapevolezza qualcosa di diverso dall’irritarmi per l’attesa (per esempio se le mie mail arrivano lentamente o se la mia pagina Internet tarda a caricarsi). Certo l’impazienza degli occidentali è stata un fattore di progresso (anche se…). Ma quei progressi sono stati più veloci della nostra saggezza, e hanno finito per prevalere su di noi, rendendoci schiavi. Liberiamoci dalle nostre impazienze inutili. E conserviamo le altre, se ce ne resta qualcuna…

Quando mangio, quando cucino, riordino, faccio lavoretti manuali, riparo… non devo farlo dicendomi che potrei, invece, fare qualcosa di meglio, di più importante, di più urgente. Può essere vero e, in questo caso, avrò il tempo per rifletterci e decidere di organizzare la mia vita diversamente. Ma, nel frattempo, è inutile che inquini il mio presente con questo.

Mi sento vivo. Vivo pienamente quello che sto facendo in questo momento: cerco di ridurre lo spazio di queste sensazioni di fare le cose «in attesa» di poter passare a qualcos’altro. Quando leggo a mio figlio la storia della sera, anche se ho ancora del lavoro da fare, delle mail, e non ho ancora cenato, torno a calarmi qui e ora.

Sono con mio figlio, e quello che conta è che sono completamente, pienamente con lui. Che, mentre racconto la storia, la racconto veramente, per lui. Non pensando a qualcos’altro, sperando di essere altrove. Questo istante, come tutti gli istanti della mia vita, è un’opportunità e una benedizione. Se non sono presente a questi istanti, più tardi lo rimpiangerò. (Christophe André, Quattro lezioni di pace interiore, TEA ed.)