mercoledì 17 ottobre 2018

La corruzione



Quando le nostre coscienze cresceranno così tenere
che agiremo per evitare la miseria umana,
piuttosto che vendicarla?
(Eleanor Roosevelt)

La solitudine è una cosa, essere soli è un’altra. La solitudine può essere isolamento, fuga, una cosa non voluta; ma essere soli senza il fardello della vita, con quella libertà suprema dove il tempo-pensiero non è mai esistito significa essere con l’universo. Nella solitudine c’è malinconia disperata, la sensazione di essere abbandonati, perduti, desiderosi di un qualche tipo di rapporto, come una barca dispersa in mare.

Tutta la nostra attività quotidiana porta a questo isolamento, dove i conflitti e l’infelicità sono senza fine, e rare sono le gioie. Questo isolamento è corruzione, che si manifesta in politica, negli affari, e, naturalmente, nelle religioni istituzionalizzate. La corruzione abita in alto loco e sulla porta delle nostre case.

Essere legati a qualcosa è corruzione; qualsiasi forma di attaccamento porta alla corruzione, che si tratti dell’attaccamento ad un’opinione, ad una fede, ad un ideale, ad un’esperienza o ad una qualsiasi deduzione. La corruzione psicologica è l’elemento che accomuna tutti gli esseri umani.

Il denaro, la posizione sociale, il potere sono le reazioni superficiali della corruzione interna del crescente piacere del desiderio, l’immagine che il pensiero costruisce intorno al movimento del desiderio. La corruzione è frammentazione.In quel vasto spazio tra il cielo azzurro e terso e la bellezza della terra, la coscienza aveva cessato di esistere.

Tutti i sensi erano completamente desti e sensibili all’aria non inquinata, al profumo del deserto e dei fiori in lontananza, al movimento della lucertola sul sasso caldo e al silenzio assoluto. Non era soltanto il silenzio dell’altitudine, quello strano silenzio di quando il sole è appena tramontato, o quello che sembra scendere sulla terra alle prime luci dell’alba, lontano dal frastuono delle città e dei paesi chiassosi, ma anche quel profondo silenzio mai sfiorato dal rumore del pensiero.

È il silenzio che non ha misura, così puro e terso che va ben al di là del fluire della coscienza. Il tempo si era letteralmente fermato. Quel silenzio mi accompagnava mentre l’automobile percorreva la strada in discesa fra orti e siepi. Poi iniziò la civiltà, la volgarità incredibile, la fretta brutale e la sfrontatezza degli esseri umani, dove ognuno affermava la propria presenza, e il ricco faceva mostra del proprio potere e della propria volontà.

Anche quell’ottimo motore d’un tratto sembrava diventato silenzioso, il che naturalmente è una sciocchezza. I giornali del mattino, nei loro editoriali, parlavano di quello che sarebbe stato l’effetto se e quando una bomba atomica fosse esplosa su una grande città: milioni di persone dissolte nel nulla, la società scomparsa, ovunque un caos primordiale. E così via, orrori su orrori.

E l’umanità ripone la propria fiducia nei politici e nei governi. Qualsiasi specialista - il chirurgo, l’arcivescovo, lo chef o l’idraulico - usa soltanto una parte del cervello, riducendo in questo modo la propria attività totale. Il politico e il guru usano solo una piccola parte della capacità e dell’energia straordinarie del cervello.

Questa attività limitata, parziale, sta creando il disastro nel mondo.Questa piccola area del cervello è attiva in tutte le religioni quando esse ripetono i loro rituali, le loro parole senza senso, i loro gesti che contano due o tremila anni di tradizione, a seconda di come sono stati programmati.

Alcune lo fanno con eleganza, con bei paramenti, altre con crudeltà. Lo stesso accade nei circoli governativi, la corruzione del potere.Quella piccola area del cervello può accumulare grandi conoscenze, ma proprio quelle conoscenze non fanno che rafforzare ancor più soltanto una parte del cervello.

L’ascesa dell’uomo non potrà mai avvenire attraverso il sapere, perché il sapere non è mai completo; è sempre all’ombra dell’ignoranza.La macchina super-intelligente - il computer in rapida evoluzione, programmato dagli esperti - supererà e sconvolgerà il pensiero dell’uomo e le sue lente capacità; imparerà più rapidamente, correggerà i propri stessi errori, risolverà i propri stessi problemi.

L’essere umano non ha risolto nessuno dei suoi problemi psicologici, le questioni che sono diventate così complesse.Sembra che fin dai tempi più antichi della sua storia egli ne abbia portato il peso. Noi ce li stiamo ancora portando dietro: problemi di governo, di religione, di rapporto, di violenza, di guerre; e poi il proble¬ma dell’inquinamento della terra.

Ma rimarranno tutti insolubili fintanto che ci funzionerà solo una parte del cervello, fintanto che saremo programmati per essere americani, inglesi, francesi e così via, fintanto che saremo cattolici, induisti, musulmani. Sembra che siamo completamente ignari di quanto sia condizionata e programmata questa piccola area del cervello.

Ciò conferisce a questa programmazione un senso di sicurezza illusorio, una struttura verbale contro i barbari. Ma l’unico barbaro è l’uomo; lui solo è la causa di tutta la corruzione e di tutti gli orrori del mondo. È lui il solo e unico responsabile di quanto gli sta accadendo intorno. Questa piccola area del cervello è la nostra coscienza; è la sede del tempo, della misura, dello spazio e del pensiero.

Il tempo è evoluzione sia biologica che psicologica; è il sole che sorge e tramonta; è il senso del divenire. La misura è quel che è e quel che dovrebbe essere, l’ideale da raggiungere, il violento che diventa pacifico, realizzando il costante, il continuo divenire; è il confronto, l’imitazione, la dipendenza; il meglio e il di più.

Lo spazio è la vasta distesa della terra, i cieli, l’area angusta di cui disponiamo nelle grandi città, e quella - se ve ne è - nella coscienza. Il pensiero è il padrone. Il pensiero è il fattore predominante nella vita umana. Non esiste pensiero orientale o pensiero occidentale; esiste solo il pensiero che può esprimersi in molti modi diversi, ma che è sempre il flusso del pensiero.

Il pensiero è comune a tutta l’umanità, dall’essere più primitivo al più colto. È il pensiero che ha mandato gli uomini sulla luna; il pensiero che ha costruito la bomba atomica; il pensiero che ha edificato i templi, le grandi cattedrali che racchiudono tutto quanto è definito sacro, i rituali elaborati, i dogmi, le credenze, la fede e così via.

È il pensiero che ha costruito il computer e il programma che lo fa funzionare. È il pensiero che ha aiutato l’umanità in infiniti modi diversi, ma che ha anche alimentato le guerre e tutti gli strumenti di morte. È il pensiero che ha progettato gli ideali, la violenza immane, le torture, che ha diviso l’umanità in nazioni, in classi, in religioni innumerevoli, che ha diviso l’uomo mettendolo contro se stesso e contro il suo simile.

L’amore non è il pensiero con i suoi ricordi e le sue immagini. Il pensiero sostiene e nutre la coscienza. Il contenuto della coscienza è il movimento infinito del pensiero, i desideri, i conflitti, le paure, la rincorsa ai piaceri, il dolore, la solitudine, la tristezza. L’amore, la compassione con la sua intelligenza incorruttibile, è oltre questa coscienza limitata.

L’amore non può essere distinto in superiore o inferiore, perché l’alto e il basso sono ancora coscienza, che è sempre rumorosa, sempre chiacchierona. La coscienza è tutto il tempo, tutta la misura, tutto lo spazio, perché nasce dal pensiero.

Il pensiero non può mai e per nessuna ragione essere intero; può speculare su ciò che è intero e indulgere a parlarne e a farne esperienza, ma il pensiero non potrà mai percepirne la bellezza e l’immensità. Il pensiero infatti è il figlio sterile dell’esperienza e del sapere, e non potrà mai essere completo, intero. Per questo sarà sempre limitato, frammentato.

Il pensiero cerca invano di risolvere i problemi che ha creato all’uomo, e così facendo li perpetua a non finire. Soltanto quando il pensiero si renderà conto della propria totale incapacità psicologica a risolvere i problemi e i conflitti da lui stesso creati, la percezione e l’intuizione profonda potranno mettervi fine. (Jiddu Krishnamurti, Andare incontro alla vita, Astrolabio Ubaldini ed.)

domenica 14 ottobre 2018

Impermanenza



“Noi siamo vuoti:
la materia di cui siamo composti,
per così dire, è vuota.”
(XIV Dalai Lama)

Una volta il Buddha riunì i suoi discepoli in un luogo chiamato il Picco dell’Avvoltoio. In quell’occasione impartì alcuni insegnamenti rivoluzionari sulla natura totalmente aperta e insostanziale del nostro essere, chiamata tradizionalmente shunyata, bodhicitta incondizionato o prajnaparamita.

Il Buddha aveva già dato insegnamenti sull’insostanzialità. Molti discepoli presenti al Picco dell’Avvoltoio avevano compreso profondamente l’impermanenza e la non esistenza del sé, la verità che niente, inclusi noi, è solido o prevedibile. Avevano compreso la sofferenza che proviene dall’attaccamento e dalla fissazione.

Avevano imparato ciò dal Buddha stesso e ne avevano sperimentato la profondità in meditazione. Ma il Buddha sapeva che la nostra tendenza a cercare un terreno solido è tenacemente radicata. L’ego può utilizzare qualsiasi cosa per mantenere l’illusione della sicurezza, inclusa la credenza nell’insostanzialità e nel cambiamento.

Allora il Buddha fece qualcosa di scioccante. Con gli insegnamenti della prajnaparamita spinse la zattera completamente al largo, portando i suoi studenti ancora più nell’insostanzialità. Disse loro che dovevano lasciar andare qualsiasi cosa in cui credessero, che basarsi su qualsiasi descrizione della realtà era una trappola.

Non era una notizia confortante per loro… spazzò via tutte le loro rimanenti concezioni sulla natura della realtà. Il principale messaggio del Buddha quel giorno fu che aggrapparsi a qualsiasi cosa blocca la saggezza. Qualsiasi conclusione va abbandonata. Durante questo insegnamento, conosciuto come il Sutra del Cuore, in realtà il Buddha non disse una sola parola.

Entrò in uno stato di profonda meditazione, e lasciò che il bodhisattva della compassione, Avalokiteshvara, facesse il discorso. Questo coraggioso guerriero, conosciuto anche come Kuan-yin, espresse la sua esperienza della prajnaparamita per conto del Buddha.

La sua visione profonda non era basata sull’intelletto, ma proveniva dalla sua pratica: vedeva con chiarezza che tutto è vuoto. Uno dei principali discepoli del Buddha, Shariputra, pose domande ad Avalokiteshvara. Questo è un punto importante. Anche se era un grande bodhisattva a insegnare e il Buddha vegliava su di lui, il significato profondo emerse solo attraverso quelle domande.

Nessun insegnamento veniva accettato per compiacere o per fede cieca. Shariputra non si accontentava di accettare quello che sentiva; voleva conoscere da sé la verità. Dunque, chiese ad Avalokiteshvara:«Come posso applicare prajnaparamita in ogni parola, azione e pensiero della mia vita? Qual è la chiave per addestrarsi a questa pratica? Quale visione devo assumere?»

Avalokiteshvara rispose con uno dei più famosi paradossi buddhisti:«La forma è vacuità, la vacuità è anche forma. La vacuità non è che forma, la forma non è che vacuità.» Quando ascoltai queste parole per la prima volta, non avevo idea di che cosa si stesse parlando. La mia mente si fece completamente vuota. La sua descrizione, come la stessa prajnaparamita, è inesprimibile, indescrivibile, inconcepibile.

La forma è quello che semplicemente è prima che vi proiettiamo le nostre credenze. La prajnaparamita rappresenta un prendere le cose in modo totalmente fresco, una mente senza impedimenti dove tutto è possibile. Prajna è l’espressione non filtrata dell’orecchio aperto, dell’occhio aperto, della mente aperta che sono in ogni essere vivente.

Thich Nhat Hanh traduce questa parola con “comprensione”. È un processo fluido, non qualcosa di definito e concreto, valutabile o misurabile. L’esperienza umana è questa prajnaparamita, questa inesprimibilità. Non è da considerarsi come uno stato di pace o uno stato alterato della mente. È uno stato di intelligenza fondamentalmente aperto, investigante e libero da preconcetti.

Non è rilevante che si presenti sotto forma di curiosità, di smarrimento, di choc e rilassamento: il punto è che ci addestriamo quando siamo presi alla sprovvista e quando la nostra vita è aria. Dunque, quando Avalokiteshvara dice:«La forma è vacuità» si riferisce alla semplice, diretta relazione con l’immediatezza dell’esperienza - il contato diretto con il sangue, il sudore, i fiori, l’amore, con l’odio.

Prima di tutto togliamo di mezzo i nostri preconcetti e poi lasciamo andare anche la credenza che dovremmo vedere le cose senza preconcetti. Continuiamo a portare al largo la nostra zattera. Quando percepiamo la forma come vuota, senza barriere o veli, comprendiamo la perfezione delle cose così come sono.

Si può diventare dipendenti da questa esperienza. Può darci un senso di libertà dall’ambiguità delle emozioni e l’illusione di poter penzolare al di sopra del disordine della vita. Ma «la vacuità è anche forma» rovescia la situazione. La vacuità si manifesta continuamente come guerra e pace, come lutto, nascita, vecchiaia, malattia, morte, gioia.

Siamo sfidati a restare in contatto con il cuore vibrante che caratterizza l’essere vivi. Per questo ci addestriamo nelle pratiche di bodhicitta… che ci aiutano a impegnarci pienamente nella vividezza della vita con mente aperta, non offuscata.

Le cose sono cattive o buone così come sembrano, non c’è bisogno di aggiungerci niente di extra. È scomodo non avere la terra sotto i piedi. Ma è un processo di smascheramento: pur essendo irritati e ansiosi, ci stiamo avvicinando a vedere la vera, non fissa natura della mente. È come un koan zen.

Avalokiteshvara, dopo aver detto a Shariputra che «la forma è vacuità e la vacuità è anche forma» si spinse oltre affermando che non c’è niente, nemmeno gli insegnamenti del Buddha, a cui aggrapparsi: né i tre segni dell’esistenza, né la sofferenza, né la fine della sofferenza, né l’imprigionamento, né la liberazione.

La storia continua raccontando che molti discepoli restarono talmente scossi da questi insegnamenti da avere un attacco di cuore. Un maestro tibetano commentava che, più probabilmente, si alzarono e se ne andarono, non vollero ascoltare. Proprio come noi: non ci piace vedere sfidati i nostri assunti fondamentali: ci fa troppa paura. L’istruzione su prajnaparamita è un insegnamento su come dissolvere la paura.

Nella misura in cui smettiamo di lottare contro l’incertezza e l’ambiguità, dissolviamo la paura. La piena illuminazione è sinonimo della totale assenza di paura: l’interazione con il nostro mondo sentita con tutto il cuore e con la mente aperta. Nel frattempo, ci addestriamo a muoverci pazientemente in quella direzione.

Impariamo a rilassarci nell’insostanzialità, gradualmente ci connettiamo con la mente che conosce l’assenza di paura. Non importa dove ci troviamo sul sentiero di bodhicitta, che siamo solo all’inizio o abbiamo praticato per anni, stiamo sempre spingendoci oltre l’insostanzialità. L’illuminazione, l’essere completamente risvegliati, non è che l’inizio del pieno entrare in un non sappiamo cosa.

Quando il grande bodhisattva finì di insegnare, il Buddha uscì dallo stato meditativo e disse: «Bene, bene! L’hai espresso perfettamente, Avalokiteshvara.» E quelli che non se n’erano andati, né erano morti d'infarto, gioirono. Si rallegrarono nell’ascoltare l’insegnamento sull’andare oltre la paura. (Pema Chödröm, Consigli ad un guerriero compassionevole, Mondadori)

giovedì 11 ottobre 2018

L’artefice



“L’uomo è una creatura di riflessione,
quello su cui riflette in questa vita,
egli diventerà in avvenire.”
(Chāndogya Upaniṣad)

Nell’uomo non ancora risvegliato, che ignora le leggi della vita, dominano pensieri sensuali, di odio, di critica, di vendetta, che lo rendono schiavo, poiché non sa distinguere la propria mente e dirigerla verso pensieri migliori. Chi pensa ai difetti e ai vizi degli altri, diviene ciò che pensa, perché la sua mente si carica di quei difetti e di quei vizi.

Chi conosce le leggi per cui il pensiero costruisce e modella il corpo mentale, e lo rafforza col pensare ripetuto e paziente, può acquistare facoltà che sono gli strumenti più validi per la vita. Ciascuno può formarsi il carattere mentale che desidera, con la precisione con cui l’artefice costruisce la sua opera.

La morte non arresta il lavoro cominciato in vita, ma, liberando dall’ingombro del corpo, facilita il processo di elaborazione delle immagini mentali negli organi che noi chiamiamo facoltà, e che saranno riportate nella nuova nascita terrena. Una parte del cervello del nuovo corpo viene modellata in modo da servire come organo per le nuove capacità acquisite.

Tutte le facoltà riunite insieme formano il corpo mentale. Le immagini mentali, create in una vita, riappaiono nella seguente come caratteristiche e tendenze mentali. I pensieri che tu ospiti in te sono entità operanti e forze viventi che possono determinare la tua vita. Per la legge di attrazione e di affinità, essi attirano altri pensieri della stessa qualità.

Per questo è necessario che ti alimenti di pensieri elevati, di serenità, di fiducia e di conforto; pensieri positivi di coraggio e di forza. Occupa senza interruzione la mente con pensieri di saggezza, di amore e di bene. Pensieri di gioia e di simpatia creano gioia e simpatia anche negli altri, cacciando quelli tristi, pessimisti e di timore. Esercitati a purificare il tuo ambiente con idee di luce e di perfezione.

Irradia un flusso continuo di idee positive e di benedizioni verso tutto il creato. Che la tua mente accolga, trattenga ed emani solo pensieri di bene, e che il bene sia l’oggetto principale di ciò che pensi. Ciò ti sarà reso più facile se mantieni sempre la mente occupata, e se attingi da letture sane e da conversazioni positive rifuggendo da quelle malsane che formano l’alimento malsano dei più. Tale è la Legge: la costruzione del futuro è nelle tue mani!

I pensieri attirano le circostanze favorevoli o disgraziate della nostra esistenza. Cambiando il modo di pensare, possiamo allontanare le circostanze avverse e attirare le propizie. Sono i pensieri del passato che hanno creato la disarmonia del mondo attuale.

Oggi, come allora, chi fa cattivo uso del potere mentale lega se stesso col laccio della disarmonia a una lunga catena di incarnazioni, alla ruota delle rinascite. Bisogna rendersi conto di ciò che avviene quando si adoperano sconsideratamente espressioni errate, poiché allora si usa in modo dannoso il Principio Divino attivo che muove l’Universo.

Nessun discepolo dovrà disperdere la propria mente su troppi argomenti e su cose inutili. Peggio chi persiste nel fissare l’attenzione, anche tacendo, sull’altrui disarmonia, poiché ciò produce una grande accumulazione di forza nociva. Non fissarla sulle contrarietà, non dare forza alle condizioni esteriori, libera la mente dal senso del tempo e dello spazio.

Questa sono creazioni dell’uomo che formano una barriera fra la coscienza esteriore e l’attività interiore. Sii severo custode del tuo mondo emotivo poiché, agendo emotivamente, tu qualifichi l’energia in modo nocivo; e ciò produce altri mali. Tu divieni responsabile della disarmonia che ciò crea, e l’energia messa in moto non potrà essere arrestata.

(Amedeus Voldben, La Coppa d’Oro, Ed. Mediterranee)

martedì 9 ottobre 2018

L’idolo



Un eremita sostava in un tempio in una notte fredda e buia. Per scaldarsi un po’ aveva bruciato un idolo di legno. Vedendo la fiamma nel tempio, un sacerdote del tempio si era svegliato. Alla vista dell’immagine che bruciava era ammutolito. Sconvolto dall’ira, non riusciva a dire nulla. Era un’atrocità impensabile. Notò che l’eremita si era messo a cercare qualcosa tra le ceneri.

Il sacerdote gli chiese:«Cosa cerchi, adesso?». L’eremita rispose:«Cerco le ossa del corpo di Dio.». Agli occhi del prete fu chiara la pazzia dell’eremita. Gli disse:«Folle, come ci possono essere ossa in un’immagine di legno?». Allora l’eremita disse:«Per favore portami un altro idolo. La notte è gelida ed è ancora lunga.»

Quando penso a questa storia, mi rendo conto che quell’eremita non potevo che essere io. Vorrei che fossimo liberi dagli idoli, sì da poter avere la visione dell’anima incorporea. Colui che resta nella forma non può raggiungere ciò che è senza forma. Come può una persona che non è abituata alle forme saltare nell’oceano di ciò che è senza forma? Può una persona impegnata ad adorare un altro, rivolgersi verso se stessa?

Offri il tuo corpo. Disperdi le nuvole delle forme, che tendono a raccogliersi, per poter conoscere il cielo senza forma. Allontana le forme così che la barca possa raggiungere l’oceano dove non ci sono forme. Colui che stacca la sua barca dalle sponde del finito, di certo raggiunge l’infinità e diventa l’infinito. (Bhagwan Shree Rajneesh, Semi di saggezza, SugarCo)

lunedì 8 ottobre 2018

Uomo morde cane!



“Il vero oscurantismo non consiste
nell’impedire la diffusione di ciò che è vero, chiaro e utile,
ma nel mettere in circolazione il falso.”
(Johann Wolfgang Goethe)

Nel film “Wag the dog” incredibilmente profetico, un governo fittizio mette insieme un evento mediatico confezionandolo come episodio provocatorio, dagli interessanti aspetti umani, avvenuto in una nazione balcanica. La notizia passa e ripassa nelle televisioni locali con enorme rilievo, infiamma la cittadinanza e dà buone ragioni per scendere in guerra. E pazienza se l’episodio non è mai successo.

Di continuo vediamo che alcuni dei nostri politici sono disposti a dire e fare in pratica qualsiasi cosa per convincerci di verità che semplicemente non sono vere, magari sulla base di piccolissimi episodi o eventi che in sé avevano un significato del tutto diverso, oppure di avvenimenti che non si sono mai verificati …

A quanto pare oggi basta che chi ricopre qualche alto ruolo dica che una cosa è blu, anche se è evidente che è rossa, perché i media riferiscano che è blu. Un bel po’ di gente ci crederà perché lo ha letto nei giornali o lo ha visto in televisione, così quello diventerà per lo meno un punto su cui dibattere, come se fosse vero.

E dunque potrà essere percepito da molti come un assalto diretto alla nostra nazione, quindi occasione di sdegno e di indignazione e possibile fonte di una nostra reazione travolgente per mostrare che non ci lasciamo minacciare o intimorire da nessuno. È da un pezzo che non siamo più ritenuti attendibili, per le nostre proteste. Sembra che per noi tutto sia possibile, anche quando non è plausibile né sostenuto da prove.

Forse il rosso è davvero blu. Forse c’era davvero un collegamento fra l’Iraq e gli attacchi dell’11 settembre. Anche se le prove addotte sono minime o poco plausibili o addirittura del tutto false e fabbricate, appena lo si è detto ha assunto caratteristiche di verità per molti, specie se poi lo si dice e ridice più volte. E in un contesto che fa leva sulle nostre paure e sfrutta il nostro comprensibile senso di insicurezza …

Se non fermiamo i terroristi in Iraq saremo alla loro mercé, qui a casa nostra; ci saranno altri attacchi a gente innocente … Suona plausibile. Attacchiamoli dunque, prima che loro attacchino noi. Specialmente perché noi siamo “i buoni” e siamo pur sempre la parte lesa. Fermarci e analizzare la situazione a fondo? Lasciamo perdere, e chi se ne importa di quello che dicono i nostri amici e alleati.

Le cose, ora, sono diverse: adesso, o con noi o contro di noi. Ora il blu è rosso; e quelli che dicono che no, è ancora blu, non meritano fiducia: è evidente che sono antipatriottici, che se ne infischiano del pericolo che stanno correndo la libertà e la democrazia. E così abbiamo vinto una “guerra preventiva”, abbiamo deposto un tiranno mostruoso e sanguinario, abbiamo “liberato” il paese e abbiamo finito per impantanarci in un altro tipo di palude.

Probabilmente con la nostra arroganza, i nostri abusi di potere e il bisogno di apparire ai nostri occhi come “i buoni” e “le forze del bene” a qualunque costo e spesso per tutte le ragioni sbagliate, siamo riusciti a rimpinguare di nuove reclute le fila delle organizzazioni terroristiche di tutto il mondo. Distorcere la realtà potrà mai darci sicurezza?

George Orwell scrisse il romanzo “1984” per metterci in guardia da quello che può accadere quando ci rifiutiamo di chiamare “spada” una spada al momento giusto, quando ci lasciamo raggirare e ci mettiamo a pensare che il bianco è nero e il nero è bianco o, come scrive Orwell, che “la guerra è pace e la libertà è schiavitù”.

È già abbastanza brutto cadere nella mentalità “bianco o nero”, nelle asserzioni “o/o”, “o noi o loro” che nascono per riflesso da percezioni così distorte; ma che ci venga chiesto, come accade tanto spesso, di accettare che il nero sia bianco e che il rosso sia blu vuol dire spostare sempre più in là i limiti della creduloneria.

Sappiamo bene che la maggior parte delle situazioni è complessa, spesso ambigua, che richiede discernimento e visione profonda, e una valutazione attenta delle possibili scelte e conseguenze su uno sfondo di saggezza, se si vuole fornire una sicurezza vera e promuovere l’azione saggia nel mondo.

Eppure è fin troppo evidente: in presenza delle giuste cause e condizioni, manipolata nelle circostanze giuste dalla gente giusta che usa il linguaggio giusto e gioca sulle nostre paure e ci spinge a ignorare la nostra capacità di vedere con chiarezza e di distinguere le cose come stanno o non stanno o fino a che punto potrebbero stare così, la nostra società (ossia tutti noi collettivamente) continua a ricadere sempre nell’inconsapevolezza, e si lascia cogliere da spasmi di follia.

Sono questi attacchi di follia, loro sì, a minacciare il nostro benessere e persino la nostra integrità come nazione e come specie umana. Non sarebbe ora di svegliarci, quando abbiamo l’impressione che vengano a raccontarci che il padrone ha morso il cane? Non sarebbe ora di rifiutarci di lasciarci trascinare sulla via della passività e del sonnambulismo, di sacrificare la libertà e il buon senso sull’altare dell’inconsapevolezza, della paura e della manipolazione?

Non sarebbe ora, e da un pezzo, di cominciare a fare attenzione a quello che succede davvero sotto l’apparenza superficiale degli avvenimenti, a livello sia interiore che esteriore? Non sarebbe ora di smettere di ignorare i segni e sintomi della malattia latente? Non sarebbe tempo di agire in maniera appropriata, in base all’intero spettro di potenzialità dell’intelligenza di tutti? (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

sabato 6 ottobre 2018

La qualità del tocco



“Più forte la volontà,
più forte il flusso di energia.”
(Paramhansa Yogananda)

Di solito, noi non comprendiamo che ogni nostro tocco contiene magnetismo. Quando siamo ricolmi d’amore e tocchiamo una persona, essa può sentire la diversa qualità del tocco. Anche quando siamo pieni di odio e tocchiamo qualcuno, si può notare la differenza. E la persona si accorge quando la tocchiamo con indifferenza.

In tutti e tre i casi l’elemento magnetico fluisce in noi attraverso canali diversi. Inoltre, se concentriamo con una volontà totale la mente sulla nostra mano, le forze magnetiche diventano fortissime. Franz Anton Mesmer li chiama “passaggi magnetici”.

La moglie di Aldous Huxley ha raccontato, nelle sue memorie, uno strano episodio. Era una psichiatra che incontrò Huxley mentre la sua prima moglie era ancora in vita. Egli l’aveva chiamata come medico, e lei andò a casa sua per sottoporlo a psicanalisi. Lo fece sdraiare su un lettino e gli parlò per quasi due ore.

Comprese, però, che Huxley era una persona così intelligente che sarebbe stato difficile cavarne alcunché: ovviamente le persone intelligenti sono difficili da trattare! Qualunque cosa dicesse, Huxley ne sapeva di più: aveva letto tutti i libri cui lei faceva riferimento, e anche di più. Le spiegò perfino il significato e la terminologia delle parole che usava.

La situazione si fece difficile; il paziente era più preparato, più colto e intelligente della terapeuta. Huxley era uno degli uomini più colti del suo tempo; la donna era solo un dottore comune, una psichiatra, mentre Huxley era un uomo di genio.

Dopo un paio di ore, lei si innervosì, e comprese che l’uso di termini scientifici non l’avrebbe condotta fa nessuna parte. Naturalmente, coloro che conoscono il significato esatto di una parola spesso non ne colgono il senso autentico, restano bloccati al significato letterale. La terapeuta fu presa dallo sconforto: era evidente che quello che stava facendo non funzionava.

Improvvisamente si ricordò che Huxley sapeva qualcosa dei passaggi magnetici, per cui gli chiese: «Ho sentito dire che tu sai qualcosa dei passaggi magnetici, è vero?» A quelle parole, Huxley si scosse; fino a quel momento si era dimostrato dubbioso e scettico, adesso la sua attenzione parve risvegliarsi. Infatti chiese subito alla donna di sdraiarsi sul lettino.

Lei si sdraiò, nella speranza che grazie a quello scambio di ruoli, l’interesse di Huxley si risvegliasse. Infatti, dopo quasi due ore passate sdraiato sul lettino, Huxley cominciava davvero a sentirsi a disagio. Quando la terapeuta si fu sdraiata, lui fece dei passaggi magnetici a dieci centimetri dal suo corpo.

È una tecnica molto semplice: tieni le dita a dieci centimetri di distanza dal viso e scuotile vigorosamente; quando avverti l’elettricità che fluisce dalle dita, falle scorrere dalla testa ai piedi. Huxley eseguì questa tecnica e, dopo dieci minuti, la donna entrò in uno stato di pace molto profonda.

Aveva escogitato tutto ciò per coinvolgere Huxley: alla fine si alzò e chiese a lui di sdraiarsi di nuovo, riprendendo in mano la seduta. Dopo un po’ la donna ritornò a casa, ma non riusciva a liberarsi da una forte sonnolenza. Rimase tutto il tempo come in uno stato di dormiveglia, senza riuscire a capire cosa accadeva.

Il giorno dopo telefonò alla moglie di Huxley e raccontò di come si sentisse in quello spazio insolito. La moglie di Huxley le chiese: «Ricordi se Huxley ti ha risvegliata?» La donna rispose:«No, non mi ha risvegliata. Mi sono alzata da sola.»

Udendo quelle parole, la moglie chiamò Huxley e gli disse:«Aldous ti sei dimenticato di risvegliare Laura: è ancora in stato di sonnolenza.» Huxley rispose:«Prima che potessi risvegliarla, si è alzata da sola. Poi abbiamo ripreso a parlare, e me ne sono dimenticato.»

Huxley non aveva ritirato l’energia che aveva trasmesso attraverso i passaggi magnetici e quell’energia seguì la donna per quasi due giorni. Quando l’energia viene trasmessa, le mani si muovono dalla testa ai piedi; quando viene ritirata, le mani vanno mosse dai piedi alla testa.

Vi sono alcuni punti del corpo particolarmente sensibili: l’energia li attraversa molto rapidamente. Il più sensibile di tutti i punti è situato in mezzo agli occhi: viene chiamato 'ajna chakra' ossia terzo occhio. (Osho, Aprirsi alla vita, Mondadori ed.)

giovedì 4 ottobre 2018

Nel sonno profondo



Futuro, passato, il mare
dell’oblio,
mentre il presente è capovolto.
Il sole divide in due
il mare -
la metà è già imbottigliata.”

(Shinkichi Takahashi)

Visitatore: Secondo me, non c'è nulla di sbagliato nel mio corpo e nel mio essere. Non li ho fatti io e non occorre migliorarli. Piuttosto, qualcosa non funziona nel "corpo interno", mente, coscienza, antahkarana o comunque si chiami.

Maharaj: Che cosa non va nella mente?

Visitatore: È inquieta, assetata del piacevole e impaurita dallo spiacevole.

Maharaj: E che c'è di sbagliato nel cercare l'uno e schivare l'altro? Tra le rive del piacere e del dolore scorre il fiume della vita. Solo quando la mente rifiuta di fluire e s'insabbia alle rive, incominciano i guai. Fluire con la vita significa accettare, lasciar venire ciò che viene e andare ciò che va. Non desiderare, non temere, osserva il fatto come e quando accade, perché tu non sei ciò che accade, ma colui al quale accade, l'osservatore, e nemmeno solo quello. Sei l'ultima potenzialità in cui si esprime e manifesta la coscienza universale.

Visitatore: Eppure tra il corpo e il sé si frappone una nuvola di pensieri e sentimenti che non servono né il corpo né il sé: sono inconsistenti, fuggevoli e insensati, una polvere mentale che soffoca e acceca, ottenebra e nuoce.

Maharaj: Certo, né il ricordo di un evento né la sua anticipazione possono essere confusi con l'evento stesso. Nella sua immediatezza c'è qualcosa di unico, che l'evento precedente e il successivo non possono avere: una vivezza, una tremenda attualità che lo staglia come se fosse illuminato. C'è un marchio di realtà sul presente, che il passato e il futuro non hanno.

Visitatore: Che cosa dà al presente questo marchio di realtà?

Maharaj: Non c'è niente che giustifichi una diversità così vistosa. Per un attimo, il passato fu attuale e il futuro lo sarà. Che cosa fa così diverso l'attuale? Ovviamente, la mia presenza. Sono reale perché sono sempre "ora", e ciò che è con me nel presente partecipa della mia realtà. Il passato è nella memoria, il futuro nell'immaginazione. Non c'è niente nell'evento presente, in sé, che lo faccia spiccare come reale. Appartiene a una vicenda periodica, come il battito d'un orologio; e anche se sappiamo che i battiti successivi saranno tali e quali, quello presente resta inconfondibile. Una cosa messa a fuoco "ora", è con me perché io sono "ora"; io contagio il presente con la mia realtà.

Visitatore: Trattiamo i ricordi come se fossero presenze vive.

Maharaj: Ce ne ricordiamo solo quando si affacciano nel presente; la dimenticanza consiste nel lasciarli dove sono.

Visitatore: È vero, c'è nel presente un non so che di ignoto che dà una realtà momentanea al suo veloce trascorrere.

Maharaj: Ignoto non direi, visto che lo vedi costantemente in azione, e da quando sei nato, è sempre uguale. Cose e pensieri sono venuti cambiando via via, ma la percezione che ciò che è ora è reale, è rimasta immutata persino nel sogno.

Visitatore: Nel sonno profondo, non c'è esperienza del presente.

Maharaj: Il vuoto del sonno profondo dipende dall'assenza di ricordi specifici, ma una memoria diffusa di benessere non è scomparsa. È una sensazione ben diversa quella che mi fa riconoscere "Dormivo profondamente", piuttosto che "Ero assente". Nel sonno il corpo funziona al di sotto del livello di coscienza cerebrale.

Visitatore: Ritorno alla domanda che avevo posto all'inizio: tra la fonte della vita e la sua espressione - che è il corpo - sta la mente, coi suoi stati variabili. Il loro flusso è ininterrotto, insensato e doloroso. Il dolore è il fattore costante. Ciò che chiamiamo piacere non è che l'intervallo tra due stati di dolore. Desiderio e paura sono la trama e l'ordito dell'esistenza, e tutt'e due sono composti di dolore. Domando: può esserci una mente felice?

Maharaj: Il desiderio è il ricordo del piacere, la paura il ricordo del dolore. La mente è inquieta per causa loro. I momenti di piacere sono puri arresti nel flusso del dolore. Come può esistere, in simili condizioni, una mente felice?

Visitatore: Sono d'accordo nei casi scontati, quando desideriamo il piacere o ci attendiamo un dolore, ma esistono degli attimi di gioia imprevista, non contaminata dal desiderio, non cercata, non meritata, un vero dono di Dio.

Maharaj: Tuttavia la gioia resta gioia sullo sfondo del dolore.

Visitatore: Il dolore è un fatto cosmico o solo mentale?

Maharaj: L'universo è completo, e dove c'è completezza, dove niente manchi, che cosa può arrecare il dolore?

Visitatore: L'universo può essere completo nell'insieme, ma incompleto nei dettagli.

Maharaj: Anche una parte, se è vista in rapporto all'intero, è a sua volta completa. Solo se la consideri a sé stante, diventa manchevole e fomenta il dolore. Che cosa provoca l'isolamento?

Visitatore: I limiti della mente. Vedere l'intero attraverso la parte, le è impossibile.

Maharaj: Sì, la mente è fatta per dividere e contrapporre. Ma perché non può esistere una mente diversa, capace di unificare e armonizzare, di cogliere l'intero nella parte, e la parte, strettamente legata all'intero?

Visitatore: Una mente diversa, dove cercarla?

Maharaj: Se trascendi la mente che divide e contrappone, e metti fine al processo mentale che conosciamo, la sua cessazione equivale alla nascita della nuova mente.

Visitatore: In questa nuova mente, c'è posto ancora per la gioia e il dolore?

Maharaj: Non per quelli che ci sono noti, rispettivamente, come desiderabile e detestabile. Diventa piuttosto un empito di amore, che cerca di esprimersi e incontra degli ostacoli. La mente che tutto comprende, è amore in azione, frustrato all'inizio, ma alla fine vittorioso.

Visitatore: Il ponte tra lo spirito e il corpo è l'amore?

Maharaj: E che altro? La mente crea l'abisso, il cuore lo valica.

(Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono Quello, Astrolabio Ubaldini ed.)

martedì 2 ottobre 2018

Cortesia



“La cortesia è un ramo dell’albero dell’amore”
(Giovanni XXIII)

La cortesia è qualcosa di bello e rende la vita bella, armoniosa. La cortesia è, appunto, “forma”, gesto, comportamento, azione. Ma tutto ciò parte da un atteggiamento interiore, altrimenti la cortesia scade a formalismo, artificiosità, ipocrisia.

Allorché la cortesia decade, viene considerata qualcosa di superfluo, ed è soppiantata dalla rozzezza, dalla grossolanità, allora la vita stessa si degrada e si impoverisce.

Dice Romano Guardini: «La cortesia si premura di allontanare o di sorvolare su ciò che dispiace all’altro, di evitare imbarazzi, di allontanare situazioni tese, di attenuare eventuali situazioni penose. Con la cortesia il più giovane viene indotto a onorare il più vecchio, l’uomo a onorare la donna, il più forte a onorare il più debole.

Non sono se non motivi che moderano i moti dell’orgoglio e della violenza e che alleggeriscono all’altro la vita. La cortesia ha bisogno di tempo. Per essere cortesi occorre indugiare, aspettare, andare per vie indirette; bisogna avere riguardo e perciò porre in secondo ordine se stessi.

Ma tutto ciò significa consumo di tempo e dunque, nella nostra epoca delle scadenze esattamente calcolate, degli apparecchi di precisione, degli alti costi degli impianti e della frenetica concorrenza, viene considerato come qualcosa di inutile, di irrazionale, di falso, anzi di non giusto, con tutto questo muore naturalmente la cortesia …

La cortesia spreca, diciamo meglio, consuma tempo. La vita ama gli indugi, ama far cerimonie. Una vita da cui si levano le cerimonie e le prodigalità si riduce a uno scorrere di funzioni meccaniche.»

Può essere utile e interessante ricordare anche il luogo di nascita della cortesia. Essa è nata a “corte,” nel palazzo del re. La cortesia era, precisamente, il comportamento imposto dal riguardo per la presenza del re.

Occorre tener presente, infatti, che il re, nelle concezioni antiche, era considerato un individuo che si staccava nettamente dagli altri, e si avvicinava al divino. Ecco perché esigeva un rispetto specialissimo, dal momento che lui era, per così dire, la manifestazione dell’Altissimo e la sua irradiazione.

Un’irradiazione che si prolungava verso il basso, toccava anche i gradini inferiori, e abbracciava quindi tutti gli esseri. Per cui una persona che si comportava con cortesia verso un’altra riconosceva nell’altra un riverbero della grandezza del re, e acquisiva anche per sé questo titolo di grandezza.

Possiamo affermare perciò, che è possibile parlare di cortesia soltanto partendo dalla dignità dell’uomo, dal valore “sacro” della persona che quindi deve essere “onorata” quale che sia il suo stato sociale od economico.

Esistono sempre in agguato potenze che tendono a disonorare l’uomo, a fargli violenza. Basti pensare a vari totalitarismi, che pretendono di entrare con prepotenza in quella zona di inviolabilità e intangibilità che è propria dell’uomo (ricordiamo la famosa denuncia e sfida di Giovannino Guareschi, che prigioniero in un lager, contro la sopraffazione sacrilega perpetrata dalla “signora Germania”…).

In una prospettiva cristiana, la cortesia va posta in rapporto a Colui che ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, e non può tollerare che questa immagine venga profanata, disonorata, o anche semplicemente offuscata.

Un altro motivo si fonda sulla considerazione della vulnerabilità e della fragilità dell’uomo. Per cui ciascuno deve sentirsi responsabile dell’altro, usare estrema attenzione nel “maneggiare” l’altro, perché è delicato, si rompe facilmente. (Alessandro Pronzato, Piccoli passi verso l’uomo: alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi ed.)