mercoledì 10 maggio 2017

Lo sciame



“Il continuo flusso di informazione a cui siamo sottoposti
non è un affluente del fiume della democrazia, ma un vortice
che cattura contenuti rigurgitandoli in laghi artificiali
maestosi e giganteschi, ma stagnanti e stantii.
Più è grande questo flusso, maggiore è il rischio
che il fiume della democrazia si inaridisca.”
(Zygmunt Bauman)

Nella società dei consumi della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l'ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi meccanismi e accorgimenti. Gli sciami non hanno bisogno di imparare l'arte della sopravvivenza. Essi si radunano e si disperdono a seconda dell'occasione, spinti da cause effimere e attratti da obiettivi mutevoli. Il potere di seduzione di obiettivi mutevoli è generalmente sufficiente a coordinare i loro movimenti rendendo superfluo ogni ordine dall'alto.

In verità, gli sciami non hanno un «altro», ma solo una direzione di fuga che in se stessa determina la posizione dei leader e dei seguaci per la durata di quella traiettoria, o almeno per una sua parte. Gli sciami non sono squadre: non conoscono la divisione del lavoro. A differenza dei gruppi veri e propri non sono più dell'unità delle loro parti - sono particelle autopropellenti. Possiamo paragonarli alle immagini di Warhol: repliche di un originale assente o impossibile da rintracciare.

Interpretando Durkheim, possiamo dire che abbiano una solidarietà puramente meccanica: ogni elemento ripete singolarmente i movimenti degli altri dall'inizio alla fine (e nel caso dei consumatori, il lavoro così eseguito è quello del consumo). In uno sciame non ci sono specialisti; nessuno ha particolari risorse o capacità da esercitare o da insegnare agli altri. Ogni elemento deve saper fare tutto il lavoro da solo. Nello sciame non c'è né scambio, né cooperazione, né complementarità, solo prossimità fisica e una generale direzione di movimento.

Per gli umani, il conforto della vita nello sciame deriva dalla fede nei numeri, l'idea che la direzione del volo è giusta perché un così gran numero di persone la segue, e che di certo tutte queste persone non potrebbero essere ingannate. La sicurezza dello sciame è un efficace sostituto dell'autorità dei leader. Gli sciami, a differenza dei gruppi, non conoscono eretici e ribelli, solo «disfattisti», «pasticcioni» o «pecore nere». Gli elementi che fuori escono dal perimetro dello sciame sono semplicemente «perduti», o si sono «smarriti».

Devono arrangiarsi per conto loro, anche se non potranno sopravvivere a lungo perché è difficile e rischioso trovare una meta realistica da soli, al di fuori dello sciame. Le società di consumatori tendono verso la disgregazione dei gruppi a vantaggio della formazione di sciami perché il consumo è un’ attività solitaria (è perfino l’archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia. Essa non stimola la formazione di legami durevoli, ma solo di legami che durano il tempo dell'atto di consumo.

Questi legami possono mantenere unito lo sciame per la durata del volo (cioè, fino al prossimo cambio di obiettivo), ma rimangono del tutto occasionali e superficiali; non hanno alcuna influenza sui movimenti futuri dello sciame e non proiettano alcuna luce sul passato dei suoi componenti. Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia è stato in larga parte l'aspetto produttivo del consumo: la famiglia che si siede a tavola per cena è l'ultima fase (quella distributiva) di un lungo processo produttivo che è cominciato in cucina o anche prima, nell'appezzamento familiare o nella bottega.

Ciò che univa il gruppo familiare era la collaborazione in un unico processo produttivo, non il godimento comune dei suoi frutti. Possiamo immaginare che l'imprevista conseguenza dell'invenzione del fast food, del cibo da asporto e delle cosiddette TV dinners (o forse, meglio, la loro funzione latente e la vera causa della loro crescente popolarità) è quella di rendere obsoleti i pasti familiari attorno a una tavola, ponendo fine al momento del consumo condiviso, ma anche quella di indicare simbolicamente l'irrilevanza dei legami umani nella società dei consumatori della modernità liquida.

La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato, ma tale gratificazione deve rimanere una promessa. Il desiderio deve rimanere insoddisfatto perché finché il cliente non è soddisfatto sentirà il bisogno di acquistare qualcosa di nuovo e diverso. I «lavoratori tradizionali» del passato, che erano facilmente soddisfatti e non desideravano lavorare più di quel che era necessario per mantenere il loro normale stile di vita, erano una minaccia per la nascente società dei consumi.

Allo stesso modo, i «consumatori tradizionali» di oggi, ove fossero immuni dalla seduzione del consumo, sarebbero la fine del mercato, dell'industria e della società dei consumi. Una visione più sobria e realistica della possibilità di soddisfazione dei desideri, unita alla disponibilità sul mercato dei beni veramente necessari a prezzo ragionevole, sono i nemici della società consumistica. Sono la non-soddisfazione dei desideri e la fede nella infinita perfettibilità delle merci a guidare la società dei consumi. La società dei consumi si fonda sull'insoddisfazione permanente, cioè sull'infelicità.

Una strategia per ottenere una permanente insoddisfazione è quella di denigrare la merce che è appena stata messa sul mercato dopo averla promossa come la migliore possibile. Un altro modo, più efficace e più subdolo, è quello dì soddisfare così completamente ogni desiderio che non possa nascere l'impulso a desiderare qualcosa di diverso: il desiderio si trasforma in bisogno e diventa un' esigenza compulsiva e una dipendenza. E funziona, come dimostra il diffuso bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l'angoscia e il dolore.

In realtà, questo comportamento non è solo permesso, è anche vigorosamente incoraggiato perché la società dei consumatori ha bisogno, per funzionare adeguatamente, di ricoprire con un velo di ipocrisia la differenza tra le convinzioni popolari e la realtà della vita dei consumatori. Se bisogna ovviare alla non-soddisfazione di un desiderio con un altro desiderio, le promesse fatte devono essere costantemente infrante e le speranze devono essere frustrate.

Ogni promessa deve essere falsa o quanto meno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Senza la continua frustrazione dei desideri, la domanda dei consumatori potrebbe esaurirsi e i mercati perderebbero vigore. L’abbondanza totale delle promesse neutralizza la frustrazione causata dal carattere eccessivo di ciascuna di esse presa singolarmente e pone un freno al montare della frustrazione prima che questo raggiunga il livello di guardia.

Oltre ad essere un' economia basata sull'eccesso e sullo spreco, il consumismo è anche un' economia dell' inganno. Solo che l'inganno, e con esso l’eccesso e lo spreco, non si manifestano come sintomi di qualcosa che non funziona, ma al contrario come segni di buona salute e ricchezza e come una promessa per il futuro. La continua obsolescenza delle merci si riflette nella marea montante delle speranze deluse. E così deve essere perché la società dei consumi si fonda sulla frustrazione delle attese.

Ma nuove speranze e desideri devono continuamente entrare a sostituire e superare quelli vecchi, e per far ciò la strada tra il negozio e il secchio della spazzatura deve essere sempre più breve e veloce. Ma c'è un'altra cosa che distingue la società dei consumi da tutte le altre: le strategie per mantenere i modelli di comportamento e gestire la tensione (tanto per citare i prerequisiti di un «sistema autoequilibrante» enunciati da Talcott Parson). La società dei consumi ha sviluppato una straordinaria capacità di assorbire e riciclare a suo beneficio il dissenso che provoca (come ogni altro tipo di società).

Valga ad esempio il caso di un processo che Thomas Mathiesen ha denominato come «tacito tacitamento» (della protesta e del dissenso) attraverso lo stratagemma dell'assorbimento: «[...] gli atteggiamenti e i comportamenti che hanno un'origine trascendente [cioè che minacciano di far esplodere o implodere il sistema] sono integrati nel sistema in modo da continuare a servirlo. In questa maniera, vengono resi inoffensivi». Da parte mia vorrei aggiungere: e vengono anche trasformati in strumenti per la riproduzione del sistema stesso. (Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson ed.)

lunedì 8 maggio 2017

La manipolazione



“Non lasciarsi manipolare dall’illusione
richiede una vigilanza istante per istante.”
(Pierre Lévy)

Gli unici maestri che hai sono i maestri che accetti, che scegli. Dunque, il maestro sei sempre tu. Qualunque sia la situazione in cui ti trovi, le persone che ti stanno attorno non sono altro che ospiti nella casa della tua anima. Sei sempre completamente a casa tua. Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda…

Sei il padrone della tua anima. Il tuo mondo è tuo. Molte persone si possono trovare fisicamente vicine al tuo corpo, ma questo non deve permettere loro di prendere il controllo sulla tua mente. Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l’aggressione, la passione con la seduzione, l’orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l’accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa, ecc.

Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccatici, senza che le tue parole o i tuoi atti obbediscano loro.

Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato. Inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. (Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed.)

domenica 7 maggio 2017

Riconoscimenti



“Chi si mette in mostra non risplende,
chi si gloria non è illustre, chi si vanta non emerge,
chi si identifica con le proprie opere non dura.”
(Lao Tzu)

“Perché dobbiamo tanto bramare che si riconoscano i nostri meriti, che ci si prenda sul serio, che ci si incoraggi di continuo? Perché dobbiamo essere tanto snob? Perché teniamo tanto alla esclusività del nostro nome, della nostra posizione, delle nostre acquisizioni? L’essere anonimi è forse degradante, l’essere sconosciuti forse spregevole? Perché diamo tanto la caccia a tutto ciò che è popolare, famoso? Perché non ci accontentiamo di essere noi stessi?

Abbiamo tanta paura e vergogna di quel che siamo che nome, posizione e acquisizioni divengono così supremamente importanti? È strano come sia forte il desiderio di essere stimati, ammirati, applauditi. Nell’eccitazione di una battaglia, si fanno cose incredibili, per cui si è poi onorati; si diviene eroi per avere ucciso dei propri simili. Grazie a privilegi, abilità, o capacità ed efficienza, si giunge presso la vetta, anche se la vetta non è mai la vetta, perché c’è sempre in misura maggiore l’ubriacatura del successo.

Il paese o l’industria sono voi stesso; da voi dipende la soluzione di grandi problemi, voi siete il potere. La religione costituita offre posizione, prestigio, onore; anche là siete qualcuno, distinto e importante; oppure diventate il discepolo di un capo, di un guru o di un maestro, o collaborate con loro. Siete ancora importante, li rappresentate, partecipate alle loro responsabilità, voi date e altri ricevono. Anche se in loro nome, voi siete ancora il mezzo. Potete cingere un perizoma o indossare la tunica di un monaco, ma siete voi che fate il gesto, voi che rinunciate.

In un modo o nell’altro, con sottigliezza o grossolanamente, l’io si nutre e si mantiene. Indipendentemente dalle sue attività antisociali e nocive, chi ha l’io che mantenga se stesso? Sebbene ci troviamo nel tumulto e nella pena, tra piaceri momentanei, perché l’io si afferra a soddisfazioni intime ed esterne, a ricerche che inevitabilmente portano infelicità e dolore? La sete di un’attività positiva come opposta alla negazione ci fa sforzare di essere; i nostri sforzi ci fanno sentire che siamo vivi, che c’è uno scopo alla nostra vita, che riusciremo progressivamente a liberarci delle cause del conflitto e del dolore.

Abbiamo l’impressione che se la nostra attività cessasse, noi non saremmo più nulla, saremmo smarriti, la vita non avrebbe più significato alcuno; e così continuiamo a vivere nel conflitto, nella confusione, nell’antagonismo. Ma siamo anche consci che c’è qualche cosa di più, che c’è una alternativa che è al di sopra e al di là di tanto dolore. Così siamo in costante battaglia entro noi stessi.

Più grande la dimostrazione esterna, maggiore la povertà interiore; ma l’affrancamento da questa povertà non è il perizoma. La causa di questa vacuità interiore è il desiderio di divenire e qualunque cosa facciate questo vuoto non potrà mai essere colmato. Potrete sfuggirvi in modo crudo, o con molte raffinatezze, ma resterà vicino a voi come la vostra ombra. Può darsi che non vogliate affondare lo sguardo in questo vuoto, ma ciononostante, esso sarà sempre presente.

Gli adornamenti e le rinunce che l’io assume non potranno mai coprire questa intima povertà. Mediante queste attività, intima ed esterna, l’io cerca di trovare arricchimento, chiamandolo esperienza o dandogli un nome diverso, a seconda della sua convenienza e del suo piacere. L’io non può mai essere anonimo; può assumere una nuova veste, prendere un altro nome, ma l’identità è la sua stessa sostanza. Questo processo d’identificazione impedisce la consapevolezza della sua propria natura.

Il processo cumulativo d’identificazione costruisce l’io, positivamente o negativamente; e la sua attività è sempre imprigionante, per vasta che sia la prigione. Ogni sforzo dell’io di essere o di non essere è un moto di allontanamento da ciò che è. Indipendentemente dal suo nome, dai suoi attributi, idiosincrasie e proprietà, che cos’è l’io?

C’è sempre l’io, il se stesso quando le sue qualità siano state tolte? È questa paura di essere niente che spinge l’io all’attività; ma essa è nulla, non è che un vuoto. Se siamo capaci di guardare bene in faccia quel vuoto, di essere con quella dolorosa solitudine e malinconia, allora la paura scompare del tutto e avviene una trasformazione radicale. Perché ciò accada, ci deve essere la sperimentazione di quel nulla la quale viene impedita se c’è uno sperimentatore.

Se c’è il desiderio di sperimentare quel nulla per poterlo vincere, per poter andare al di sopra e al di là di esso, allora non c’è sperimentazione; perché l’io, come identità, continua. Se lo sperimentatore ha una esperienza, non c’è più lo stato di sperimentazione. È la sperimentazione di ciò che è senza dargli un nome che determina la libertà da ciò che è.” (Jiddu Krishamurti)

martedì 2 maggio 2017

Non c’è tempo perduto…



“Piangerai l’ora in cui piangi
che passerà troppo in fretta
come passano tutte le ore…”
(Guillaume Apollinaire)

Invece di irritarci per le code, le sale d’aspetto, gli imbottigliamenti, dirci che non c’è tempo perduto, ma solo tempo vissuto. Vivere è un’opportunità che ci è stata data e un’esperienza che un giorno ci verrà tolta. Invece di voler essere già altrove, dopo, in un altro modo, cerchiamo di essere qui. Pienamente. In coda, nella sala d’aspetto, d’ora in poi, respiro, sento quel che succede nel mio corpo. Visto che non posso «fare» qualcosa, posso «essere»: essere lì, essere quello che sono…

Posso fare della mia consapevolezza qualcosa di diverso dall’irritarmi per l’attesa (per esempio se le mie mail arrivano lentamente o se la mia pagina Internet tarda a caricarsi). Certo l’impazienza degli occidentali è stata un fattore di progresso (anche se…). Ma quei progressi sono stati più veloci della nostra saggezza, e hanno finito per prevalere su di noi, rendendoci schiavi. Liberiamoci dalle nostre impazienze inutili. E conserviamo le altre, se ce ne resta qualcuna…

Quando mangio, quando cucino, riordino, faccio lavoretti manuali, riparo… non devo farlo dicendomi che potrei, invece, fare qualcosa di meglio, di più importante, di più urgente. Può essere vero e, in questo caso, avrò il tempo per rifletterci e decidere di organizzare la mia vita diversamente. Ma, nel frattempo, è inutile che inquini il mio presente con questo.

Mi sento vivo. Vivo pienamente quello che sto facendo in questo momento: cerco di ridurre lo spazio di queste sensazioni di fare le cose «in attesa» di poter passare a qualcos’altro. Quando leggo a mio figlio la storia della sera, anche se ho ancora del lavoro da fare, delle mail, e non ho ancora cenato, torno a calarmi qui e ora.

Sono con mio figlio, e quello che conta è che sono completamente, pienamente con lui. Che, mentre racconto la storia, la racconto veramente, per lui. Non pensando a qualcos’altro, sperando di essere altrove. Questo istante, come tutti gli istanti della mia vita, è un’opportunità e una benedizione. Se non sono presente a questi istanti, più tardi lo rimpiangerò. (Christophe André, Quattro lezioni di pace interiore, TEA ed.)

domenica 30 aprile 2017

Leadership



“La tirannia di un principe in un’oligarchia
non è pericolosa per il bene pubblico quanto
l’apatia del cittadino di una democrazia.”
(Montesquieu)

Sia Aristotele sia Cicerone credevano che nessuno potesse essere un buon capo senza avere prima imparato a obbedire. Tale opinione è ancora diffusa nell’ambiente politico, dove per dare la scalata alla viscida pertica dell’ambizione occorre adeguarsi con lealtà alla linea di partito. Si potrebbe discutere sul fatto che il conformismo e la capacità di modificare le proprie opinioni siano o no qualità desiderabili della leadership.

D’altra parte qualcuno potrebbe cinicamente affermare che sia proprio così, una volta constatato che in politica i principi sono d’impaccio e l’ipocrisia sia una virtù. In linea di massima esistono due scuole di pensiero sulla leadership. Una di esse sostiene che il leader debba essere una guida, l’altra che debba seguire a ruota. Questa seconda posizione non è paradossale come potrebbe sembrare.

Quando i governi prendono attentamente nota dell’opinione pubblica, o analizzano con cura le idee di gruppi di particolare interesse, più che orientare la domanda cercano di andarle incontro adattandosi alle sue tendenze… L’opinione pubblica è notoriamente resistente ad alcune delle idee più brillanti dei suoi leader, i quali hanno patito di conseguenza tracolli poco dignitosi.

Allo stesso tempo è anche vero che in generale la gente è fin troppo contenta di farsi guidare. Spinte da debolezza, ignoranza e pigrizia - soprattutto pigrizia -, moltissime persone preferiscono lasciare ad altri il compito di prendere decisioni. Poiché coloro che amano risolvere questioni complicate o fare scelte importanti sono pochi, a riscuotere l’antipatia della gente non è tanto il dovere o l’obbedienza quanto l’obbligo di assumersi delle responsabilità.

Secondo alcuni un leader generoso, rispettoso o pronto a far da guida dando l’esempio sarà seguito dai suoi molto più volentieri e con maggiore lealtà. D’altra parte è altrettanto vero –come cantava Omero- che il condottiero troppo mescolato alla soldataglia finirà per perdersi nella massa indistinta. Ciò suggerisce che un leader dovrebbe trovare un delicato equilibrio fra distanza e accondiscendenza.

Menti in pari misura assennate, tuttavia, osservano che quando la leadership comporta, come spesso accade, decisioni impopolari e azioni dure, i seguaci leali e ben disposti si disaffezionano in modo più profondo di quelli con cui il leader aveva stabilito un rapporto meramente pragmatico.

Secondo altri, se la storia è disseminata di demagoghi, la principale ragione sta nella pigrizia e nella debolezza delle masse, alle quali abbiamo già accennato. Le masse sembrano apprezzare un leader fermo, una guida, un Führer.

Credono che la sua ferrea decisione le proteggerà da ulteriori tracolli del loro ordine sociale, morale e economico - il disastro che ogni generazione percepisce imminente -, un sistema il cui periodo aureo pare sempre collocarsi nel passato) magari in un’epoca che, per combinazione, coincide con quella della loro infanzia).

Le radici di questo impulso affondano profonde nella storia evolutiva dell’umanità. Gli etologi distinguono due tipi di struttura sociale nelle scimmie e nei primati in genere: quella «agonica», in cui l’ordine è mantenuto nel gruppo con la violenza, e quella «edonica» dove il rango sociale è determinato dall’animale che sa esibirsi meglio degli altri.

Nei babbuini, quando il maschio alfa procede a un’esibizione di dominanza, gli altri si danno alla fuga. Quando a esibirsi è un maschio di scimpanzè, invece, gli altri del suo gruppo si mettono comodi a guardare. La società umana si comporta in modo da fondere i due atteggiamenti: i poliziotti e le pop star illustrano, rispettivamente, la strategia dei babbuini e quella degli scimpanzè.

Un leader demagogico combina nella sua personalità l’aspetto minaccioso e quello teatrale, come testimoniano le adunate di Norimberga e, in questo senso diviene esempio per tutti gli aspiranti leader. Ciò induce a porsi la domanda: chi ha bisogno di loro, o della loro componente in «stile babbuino»? (A. C. Grayling, Il significato delle cose, TEA ed.)

venerdì 28 aprile 2017

La sposa fantasma



Lo studente Yan Shengwo originario di Yu era in viaggio verso nord quando fu sorpreso da un violento temporale che lo costrinse a chiedere ospitalità in una casa di campagna. Il padrone di casa era un vecchio dai capelli grigi che disse: «Sono felice di ospitarvi ma non ho molte stanze. Sul retro ci sono le camere in cui viveva mia figlia. È morta da un mese e la sua bara è ancora nel salotto in attesa che possa costruirle una tomba degna della sua memoria. Se non avete paura potete dormire nelle sue stanze.»

Yan Shengwo avrebbe preferito trovare un altro alloggio, ma acconsentì a fermarsi. Il vecchio lo guidò in un salotto drappeggiato con tende bianche, al cui centro si trovava una bara finemente lavorata. Nella camera secondaria c’era un letto circondato da tende limpide e chiare. L’appartamento era rimasto come fosse ancora abitato dalla giovane morta. Gli oggetti da toeletta erano raffinati e disposti ordinatamente. Tutto era in ordine come deve essere se il luogo è abitato da una virtuosa fanciulla.

Yan fu invitato a cena dai padroni di casa. La moglie mise a cuocere il riso, mentre il marito uccideva il pollo che lei avrebbe cucinato e dava il foraggio al cavallo di Yan. L’anziana coppia era molto gentile, ospitale e parlarono amabilmente durante la squisita cena. Il vecchio rivelò: «Mi chiamo Liu, ho ottant’anni e non ho avuto figli maschi. Ho avuto solo una figlia chiamata Ruyi morta a diciannove anni; era dolce, colta, intelligente e brava nel ricamo. È morta di malattia il mese passato.»

Il vecchio parlava e sua moglie piangeva, perciò Yan disse alcune parole di conforto. Quando restò solo nelle stanze della defunta era incuriosito da ciò che aveva saputo. Curiosò in giro e sfogliò i libri lasciati sul tavolino da notte. Erano romanzi e novelle con bellissime immagini da cui si desumeva che la fanciulla aveva avuto un ottimo gusto. Vide uno stupendo ricamo rimasto incompiuto e, in una borsetta di seta, trovò un portacipria intarsiato in cui c'erano ancora le impronte delle sue dita.

Si sdraiò sul letto ricoperto con la trapunta di broccato, ma non poteva dormire perché il suo pensiero vagava. Ad un tratto sentì un rumore provenire dalla stanza della bara, e si mise in ascolto. Sentì un lieve passo, poi la porta si aprì e una stupenda giovane irruppe nella stanza da letto. Yan Shengwo la vide alla luce della lampada e restò ammaliato dal suo viso di pesca, dalle guance arrossate dall’ira, dalle sottili e scure sopracciglia che ornavano gli occhi luminosi e trasparenti come l’acqua del torrente.

La ragazza era molto indignata e gli disse: «Che razza di canaglia osa contaminare il letto degli altri? Come osi frugare tra le mie cose e sdraiarti nel mio letto?» Lo studente si difese: « È vero che ho guardato fra le tue cose, ma non ho preso nulla. Mi sono sdraiatoo nel letto della mia amata, perché sto aspettando ansiosamente il suo ritorno. Se tu vuoi, posso dormire sdraiato ai tuoi piedi.»

La ragazza furibonda disse: «Come osi parlare in modo da offendermi? Come osi chiamarmi “la mia amata” se non ci siamo mai visti prima di ora? Sei troppo offensivo, perciò non mi resta altra scelta che ucciderti per vendicare il mio onore.» La donna prese un pugnale dalle sue vesti e si avventò sullo studente come se volesse colpirlo alla gola. Il giovane impaurito era già saltato in piedi, e si era preparato a fuggire.

Ma la fanciulla era scoppiata in una risata: «Stai tranquillo! - lo confortò - non voglio farti alcun male. Mi hai forse preso per un’assassina? Ti ho voluto solo spaventare un pochino perché sei stato offensivo. Sei venuto da lontano e sei stato ospitato dai miei genitori, ma tu hai ricambiato parlandomi come una donna da strada. Ti sei preso delle confidenze, sei stato sconveniente. La persone per bene non si comportano così. Meritavi una punizione!»

Lo studente si pentì e chiese perdono. Allora la ragazza sorrise e disse: «Io ero delicata e gentile, ma ho vissuto una vita più fragile di un foglio di carta. Chi potrà mai amarmi?» Il giovane rispose: «Io potrei amarti. Fin da quando ho visto le tue cose ho compreso che la mia amata era morta. Siamo stati sfortunati a non esserci incontrati prima. Io ti avrei amata e vedendo il tuo viso la mia tristezza raddoppia. Perché siamo stati tanto sfortunati?» si rammaricò il giovane.

La ragazza disse: «Non mi sembra un ostacolo insormontabile. Anche se ho lasciato il mio corpo, la mia anima è ancora forte. Possiamo amarci se tu mi reputi degna della tua compassione. Sono disposta a essere la tua concubina.» Il giovane fu imbarazzato nel sentire l’audace proposta. La donna comprese e si affrettò a dire: «Non mi giudicare male se ho preso l’iniziativa. La nostra situazione è insolita, se fossimo in una condizione normale non l'avrei fatto. Non ho cattive intenzioni. E poi non sei tu che mi chiamava “mia amata” e che frugava tra le mie cose?»

Yan lo ammise: «Non nego di averlo fatto e ti confermo che sarei felice di prenderti in moglie, ma le strade dei vivi sono divise da quelle dei morti. Per questo motivo, io temo che la nostra unione possa essere infausta e possa portarmi danno. Non posso prendere in moglie un fantasma.» La fanciulla disse: «Non hai nulla da temere da parte mia, perché io non ho cattive intenzioni nei tuoi riguardi. Puoi dire ai tuoi genitori che hai sposato una straniera e nessuno sospetterà nulla.»

Il giovane si vide incastrato in una situazione assurda, e cercò di prendere tempo. Disse che voleva preparare la famiglia alla notizia delle nozze, e che poi sarebbe tornato a prenderla per condurla dai parenti. La ragazza si persuase, uscì e scomparve. Il giovane restò sveglio per tutta la notte con il lume acceso e, alle prime luci del giorno, andò dal vecchio e gli raccontò quello che era avvenuto. Quindi lo scongiurò di intercedere presso sua figlia per convincerla a lasciarlo in pace.

Il vecchio gli parlò con gli occhi lucidi: «Da quando Ruyi è morta non sono mai accaduti fatti simili. Ora voi mi dite che la sua anima è ritornata. Come potervi credere?» In quel mentre entrò sua moglie in lacrime che disse: «Questa notte ho sognato Ruyi che mi ha annunciato le sue nozze con Yan Shengwo. Mi ha pregato di fissare la data più favorevole alle sue nozze. La cosa è strana, perché il bruco è morto, ma il suo filo è ancora intatto. Le circostanze meritano la nostra compassione.»

Lo studente era molto addolorato per l'infelice madre, ma non poteva farci nulla. Disse al vecchio che era il momento di partire. La pioggia aveva smesso di cadere e il cielo era molto grigio, ma lo studente non voleva restare altro tempo nella strana casa, anche se il vecchio voleva che restasse finché il tempo non si rimetteva. Salì a cavallo e riprese velocemente la sua strada, finché scese la sera e dovette fermarsi a riposare in una taverna.

Si era appena tolto i vestiti umidi e li aveva messi ad asciugare davanti al fuoco quando la porta della camera si aprì. La donna fantasma entrò dicendo: «Non credevo di essere così ripugnante da spingerti alla fuga e da spingerti a offendere i miei genitori.» Il giovane disse: «Non amo le situazioni clandestine, piuttosto preferirei la morte. Se ti prendo in sposa, voglio fare tutto secondo le regole e secondo le usanze in modo che nessuno resti danneggiato.»

La ragazza ammise: «Anche io disprezzo i rapporti illeciti, perciò prepara una portantina nuziale e portami dai tuoi genitori. Sono apparsa a mia madre per comunicare il nostro matrimonio, così nessuno potrà disprezzarmi. Ti prego solo di farmi viaggiare di notte perché di giorno, quando il sole risplende, io non posso farlo.» Lo studente propose: «Aspetta solo che abbia avvisato di persona i miei genitori. Andrò avanti a preparare le nozze, poi tornerò a prenderti.»

La donna si convinse, ma disse che l’avrebbe aspettato vicino alla casa dei futuri suoceri. Lo studente ritornò in città, ma non andò affatto dai suoi genitori per evitare di incontrare il fantasma. Trascorsi alcuni mesi pensò che era fuori pericolo e che poteva ritornare a casa. Ma, sebbene avesse preso una strada secondaria vide che la misteriosa fanciulla lo aspettava come aveva promesso. Allora comprese che non aveva scelta e accettò di prenderla in moglie.

Il giovane non era sposato e la fanciulla, tranne che per la sua strana natura, era in tutto e per tutto uguale a una donna normale. Anzi, era anche meglio di altre donne: era la moglie perfetta per i suoi gusti. La donna, appena giunta a casa del marito, era andata a salutare la suocera e le due cognate secondo l’etichetta. L'uomo disse che la moglie soffriva di una rara malattia che le impediva di stare al sole, per cui faceva tutto alla luce della lampada.

La madre gli credé, per cui i giovani sposi vissero felici per sei mesi in casa dei genitori di lui. Intanto i loro rapporti diventarono sempre più affettuosi, perché la donna era amabile, affettuosa e molto soddisfacente come moglie. La fanciulla fantasma trattava sua suocera con rispetto e la suocera la ricambiava con molto affetto. Le due cognate erano molto invidiose, perché sapevano di non essere alla sua altezza. Decisero di ucciderla con il vino avvelenato, ma la fanciulla bevve e non morì.

Le due donne discussero la strana questione e conclusero: «Questa donna è molto misteriosa. Del suo passato non sappiamo nulla e, in sei mesi, nessuno dei suoi parenti è mai venuto a trovarla. Se non è un mostro è certamente un fantasma.» Convinsero i loro mariti a interrogare il fratello finché lo fecero parlare e seppero la verità che riferirono alla suocera. L’anziana signora fu terrorizzata nell'apprendere che suo figlio aveva sposato un fantasma.

Le due donne chiamarono un mago per fare un esorcismo che potesse scacciare il fantasma, ma tutti gli amuleti e le formule magiche furono inutili. Videro passare un vecchio taoista con una barba e lunghi capelli bianchi che porgeva una ciotola per avere l'elemosina. Gli chiesero se sapeva fare gli esorcismi capaci di scacciare i fantasmi. Il monaco rispose che sapeva scacciare demoni e spettri, e che sapeva guarire le strane malattie che nessuno guariva.

Quando le due cognate seppero che faceva tutto ciò che serviva al caso, lo fecero entrare. Il vecchio entrò in cortile, recitò alcune strane formule facendo alcuni giri con la sua ciotola. Mise la ciotola in terra e tracciò dei misteriosi gesti nell'aria. Fu allora che si vide il fantasma uscire urlando di casa e dissolversi in un sottile filo di fumo nero che svanì in aria.

Il giovane fu molto addolorato, ma il monaco disse: «Giovane signore, non siate triste. Non potevate vivere con una sposa fantasma, perciò un povero monaco ha trovato la soluzione.» Dopo aver detto questo, il vecchio prese le sue ciotole e fece per andare. Le due cognate volevano pagarlo, ma lui le fissò e disse: «Avete complottato per fare del male alle persone per bene, ma non potete ingannare impunemente spiriti e fantasmi. Da adesso sarà meglio per voi se non sgarrate!» e se andò via.

Da quel giorno, il giovane era sempre triste e inconsolabile. Se gli proponevano il matrimonio non l'accettava anche se la dote della sposa era molto generosa. Nessuna gli piaceva come gli era piaciuta la precedente moglie, Ruyi. Una sua zia aveva una figlia molto bella che era affetta da una strana follia. La giovane vagava mezza nuda e tutta spettinata, e non riconosceva più nessuno dei suoi cari. La famiglia si vergognava della povera folle e la teneva nascosta, perciò nessuno la voleva in moglie sebbene fosse la più bella della città.

Quando la zia seppe che il monaco aveva cacciato il fantasma, lo mandò a chiamare per curare la figlia. Il vecchio disse che poteva guarirla, ma era necessario che la fanciulla venisse subito maritata. La guarigione non sarebbe stata definitiva se la ragazza non si fosse subito sposata. La donna disse che non aveva problemi a trovarle marito. Se non era ancora sposata era solo perché era folle ma, se guariva non avrebbe avuto difficoltà a trovargli un marito.

Il monaco fu condotto dalla malata. Il vecchio scrisse delle formule magiche su un foglio che bruciò, ne mischiò le ceneri con un liquido scuro che trasse da una fiaschetta. Fece bere alla malata la strana pozione, poi agitò la sua ciotola e tracciò dei cerchi nell'aria mentre pronunciava le formula magiche. Continuò a recitare, finché apparve un sottile filo di fumo nero che avvolse la fanciulla in tre cerchi, e le penetrò in bocca. La fanciulla assorbì il fumo e cadde svenuta mentre il monaco diceva: «La fanciulla è guarita!»

Si raccomandò che la facessero riposare fin quando avesse voluto, e andò via. La donna vide che la figlia respirava tranquilla mentre dormiva, poi la fanciulla si svegliò e sbadigliò. Si fece portare dell’acqua calda per lavarsi, si mise delle vesti pulite, si pettinò. Si mise seduta sul letto, mise da parte un ricamo e prese delle candele per leggere i suoi libri. Sembrava diventata anche più intelligente di quanto fosse prima della sua follia, e la notizia della sua guarigione si diffuse ovunque.

La madre dello giovane Yan andò a trovare sua nipote e vide che si comportava con dignità. Era ritornata giudiziosa e non mostrava tracce di follia per cui pensò di farla sposare con suo figlio. Anche la madre della ragazza fu felice della proposta, diede la sua parola e fu fissata la data delle loro nozze. Quando lo studente ebbe visto che la ragazza, la giudicò bella, virtuosa, colta e raffinata e pensò che gli ricordava stranamente la sua amata Ruyi. Acconsentì a sposarla e fecero le nozze che furono molto ben riuscite.

Un giorno, mentre i due giovani ridevano insieme, la moglie chiese: «Chi credi che sia?» Lo sposo rise: «Sei la figlia di mia zia. Perché me lo chiedi? Stai forse impazzendo di nuovo?» La donna spiegò: «Le cose non stanno così. Io sono la tua sposa Ruyi e il monaco è un immortale che ha avuto pietà dell'innocente priva di colpe e perseguitata. Ha catturato la mia anima e l’ha infusa nel corpo di tua cugina che era ormai giunta alla fine della sua vita. Mi ha concesso una rinascita in un corpo preso in prestito: è per suo merito se siamo felici. Dovremmo fargli una statua d’oro.»

Lo studente fece come gli diceva sua moglie, infatti fecero fare una statuetta d’oro raffigurante il monaco taoista e la misero nelle stanze interne. Tutte le mattine e tutte le sere gli bruciavano l'incenso e gli rendevano omaggio con grande devozione. Le due cognate erano gelose anche della nuova sposa, perciò spiavano i due giovani e sentirono tutto. Temendo che Ruyi potesse vendicarsi dei torti subiti decisero di giocare in anticipo, andarono dalla suocera e accusarono la povera fanciulla di essere un fantsma.

La suocera disse: «La ragazza che accusate è la figlia di mia sorella. È stata ammalata per molti anni finché un sant'uomo l’ha guarita. Il fatto che abbia fatto forgiare l’immagine in oro del monaco è dovuta alla riconoscenza che sente nei suoi confronti. Mia nipote si comporta come si deve e non può essere un mostro entrato in un corpo rubato, come voi mi dite. Con quali prove la accusate?» Le due cognate rimasero zitte poi dissero: «Temiamo che il monaco non sia un santo ma un mago malvagio.»

A quelle parole la suocera rispose: «Allora mi dite perché gli avete chiesto di esorcizzare il fantasma? Se era un essere malvagio, perché l’avete chiamato voi stesse in casa mia?» Le due donne non seppero più cosa dire e uscirono. Dopo questo fatto, la suocera amò ancor più la sua giovane nipote, mentre le due cognate la odiarono sempre di più, per cui misero dell’arsenico nei dolci della sua colazione, ma i dolci uccisero i loro figli che li mangiarono per errore.

Lo studente capì la tresca e decise di partire per allontanare sua moglie da quelle donne pericolose. Si trasferì a sud dove acquistò un grande terreno su cui fece costruire una bella casetta dove andò a vivere con la moglie. Una volta che si fu sistemato, andò a prendere sua madre per prendersi cura di lei. Quindi informò i coniugi Liu che erano diventati loro vicini, e le due famiglie ebbero sempre ottimi rapporti. Lo studente fece costruire una bella tomba per Ruyi e, ogni anno, i due sposi andavano a rendere omaggio al suo sepolcro.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 20 aprile 2017

Il compito del male



“Se stai meditando e arriva un diavolo,
fai andare quel diavolo a meditare.”
(Georges I. Gurdjieff)

Nel Libro di Giobbe è citata una conversazione fra Dio e Satana. Sta scritto: “Ora, i figli di Dio vennero un giorno a presentarsi davanti all’Eterno, e Satana venne pure in mezzo ad essi. L’Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?» e Satana rispose all’Eterno: «Dal percorrere la terra e dal passeggiarvi.» L’Eterno disse a Satana: «Hai osservato il mio servitore Giobbe? Non c’è persona come lui sulla terra; è un uomo integro e retto, timorato di Dio e che sta lontano dal male.»

E Satana rispose all’Eterno: «È in modo disinteressato che Giobbe ha timore di Dio? Non hai protetto lui, la sua casa e tutto quello che gli appartiene? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e le sue greggi si estendono in tutto il paese. Ma stendi la mano, prendi tutto ciò che gli appartiene e sono sicuro che ti maledice in faccia.» L’Eterno disse a Satana: «Ecco, tutto ciò che gli appartiene te lo consegno. Soltanto, non mettere la mano su di lui.»

Questo dialogo prova che il diavolo è al servizio del Signore. La questione del bene e del male è estremamente complessa e ben poche persone conoscono i rapporti che esistono fra loro. Tutti quelli che scendono fra gli uomini per metterli alla prova, per tentarli, farli soffrire sono soltanto degli impiegati, dei funzionari messi là per dare delle lezioni agli uomini, per farli evolvere…

In realtà, il mondo invisibile sa perfettamente tutto quanto ci concerne: la nostra potenza, la nostra resistenza, la nostra saggezza, poiché esso conosce le qualità della materia con la quale siamo costruiti, esattamente come i fisici conoscono le proprietà dei metalli: il peso, la densità, la temperatura di fusione, etc… Alcuni metalli possono resistere ad una temperatura elevata, altri no.

La stessa cosa si verifica per gli uomini. Noi siamo tutti fatti di una materia speciale e il mondo invisibile sa benissimo se potremo resistere alle varie tentazioni della vita. Non ha bisogno di metterci alla prova per saperlo. Ma siamo noi ad avere bisogno di conoscere la nostra potenza, la nostra fedeltà, la nostra bontà oppure la nostra debolezza, la nostra cattiveria. Se veniamo messi alla prova, è per noi stessi.

Nell’evoluzione ininterrotta che deve guidarci fino alla vetta, dobbiamo attraversare delle prove allo scopo di poter sviluppare tutte le nostre qualità interiori. Siamo noi e non il mondo invisibile, che abbiamo bisogno di prendere coscienza di queste qualità. Come deve subire certi processi di crescita e passare per certe tappe della vita fisica, così pure, qualunque sia il grado di evoluzione, ogni essere che scende sulla terra deve attraversare varie prove per purificarsi spiritualmente.

La sola differenza fra gli uomini sta nel fatto che ognuno attraversa queste prove in base al proprio grado di evoluzione. Qualcuno sa approfittarne, altri no. Qualcuno ricava un beneficio da tutto, acquista ricchezze, mentre altri soccombono e non si trasformano. Gesù ha dovuto attraversare le stesse prove degli altri uomini; egli non aveva bisogno di imparare, ma aveva bisogno di subirle…

La natura delle tentazioni che Gesù ha dovuto subire e le risposte che ogni volta egli ha dato al diavolo sono molto significative. Perciò noi dobbiamo prestare una grande attenzione a questo testo, per saper adottare lo stesso atteggiamento…

“Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, Gesù ebbe fame. Il tentatore gli si accostò e gli disse: «Se tu sei figlio di Dio ordina che questi sassi diventino pane.» Gesù rispose: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Gesù era dunque andato nel deserto per digiunare quaranta giorni. Perché digiunava?

Gesù ha quindi digiunato quaranta giorni. Dal punto di vista cabalistico, il quarantesimo giorno rappresenta il termine di numerosi processi. Il numero 40 rappresenta una misura, un limite e talvolta anche la morte. Dopo 40 giorni, il bruco termina la sua vita di bruco che mangia le foglie, per vivere la vita di farfalla che si nutre del nettare dei fiori.

Il quarantesimo giorno muoiono tutte le entità cattive in noi; esse non possono sopportare le condizioni imposte dal digiuno. Una sola sussiste fino al limite ed è l’orgoglio, lo spirito dell’orgoglio che ha provocato la rivolta di una parte degli angeli contro Dio. Lo spirito dell’orgoglio è infaticabile.

Esso segue i discepoli, gli iniziati, i santi, i maestri fino all’ultimo grado dell’evoluzione. È possibile liberarsi abbastanza facilmente di tutti gli altri vizi, ma l’orgoglio è molto resistente. È come il lichene che si aggrappa anche alla cima delle alte montagne… Se torniamo dettagliatamente alle tre tentazioni vediamo che il diavolo ha chiesto a Gesù:

1) di cambiare i sassi in pane
2) di buttarsi dall’alto del tempio con la convinzione che il Signore gli manderebbe gli angeli per proteggerlo. Ma qui il tempio è simbolico. Il diavolo non ha trasportato Gesù fisicamente su un pinnacolo del tempio
3) di prosternarsi davanti a lui e adorarlo per ottenere in cambio tutti i regni del mondo e la loro gloria, che gli indicava dall’alto della montagna. Anche in questo caso la montagna è simbolica.

Queste tentazioni non sono state presentate soltanto a Gesù. Tutti i maestri e i discepoli le incontrano sulla loro via. Quanti vengono tentati di vendere le loro conoscenze o servirsi dei poteri che hanno acquisito, per assicurarsi il cibo! Altri si sentono così sicuri di se stessi che vogliono tentare Dio: immaginano che, qualunque cosa essi facciano, il mondo invisibile li proteggerà e non esitano a buttarsi da molto in alto con la convinzione che saranno protetti. Ma è un errore, perché il mondo invisibile non protegge gli insensati.

La terza tentazione corrisponde a un’altra tappa. Dopo un certo tempo, il discepolo, l’occultista acquisiscono parecchie cognizioni cioè simbolicamente raggiungono la vetta della montagna. Da lassù vedono il mondo che si sentono capaci di dominare, per impadronirsi della gloria e delle ricchezze. Queste tre prove che tutti affrontiamo sono legate rispettivamente allo stomaco, al cuore e alla testa cioè al piano fisico, al piano astrale e al piano mentale.   (Omraam Mikhaël Aïvanhov)

martedì 18 aprile 2017

Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo



“La conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico
all’essere un oggetto commerciale."
(Zygmunt Bauman)

Il 17 aprile 2015, nell’Università del Salento (Lecce), Zygmunt Bauman ha tenuto la Lectio Magistralis intitolata: “Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo” che condivido nella traduzione italiana curata dalla professoressa Francesca Bianchi.

“Magnifico Rettore, Docenti, Studenti, Signore e Signori, Amici, sono veramente toccato dall’attenzione che avete voluto dare al mio lavoro e vi sono estremamente grato per questo pensiero. Credo che questa onorificenza non abbia nulla di personale, non sia stata data a Zygmunt Bauman; infatti, l’unica cosa di rilievo che io come persona abbia fatto è a mio parere quella di avere vissuto a lungo e di avere visto più luoghi di qualsiasi altra persona, avere visto più cose e sentito più opinioni.

Ritengo piuttosto che si tratti di un riconoscimento all’importanza, alla gravità e all’urgenza di alcune delle questioni a cui ho dedicato nel tempo la mia attenzione e con le quali ci scontriamo tutti oggigiorno. Come ha detto il Rettore Vincenzo Zara nella sua introduzione “viviamo, lavoriamo in un luogo di cui conosciamo le contraddizioni e le difficoltà”. Vorrei dirlo con le parole di Hannah Arendt, grande filosofa del 20° secolo, “viviamo in tempi bui”.

Ovviamente non sto dicendo che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma piuttosto che, come accade al buio, riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, ma non oltre. Inoltre, come disse Ludwig Wittgenstein, altro grandissimo filosofo del 20° secolo, "comprendere significa sapere come andare avanti". E questo è proprio ciò che a noi manca: la capacità di comprendere.

Abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere rispetto ai nostri antenati che godevano invece di una salutare ignoranza relativa. La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un'enorme quantità di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantità di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano.

Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita.

Di conseguenza, questa enorme quantità di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità di informazioni aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze. La mia generazione sognava un mondo con più informazioni e di conseguenza maggiore conoscenza, ma allo stato attuale abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare. Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi e ci sentiamo come se ci muovessimo nel buio.

L’altra ragione è la fede nella conoscenza, e qui mi avvicino al mondo che meglio conosco, quello accademico. Le università stanno attraversando un periodo di grande cambiamento e il risultato di questo cambiamento, che è stato loro imposto e non necessariamente da loro voluto, è il fatto che la conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico all’essere un oggetto commerciale. Se prima le università rispondevano ai bisogni dell’uomo, ora sono costrette a rispondere alle regole del mercato.

Ed è un paradosso che il crescente bisogno di vedere nel buio vada di pari passo con una crescente difficoltà nel comprendere le condizioni attuali e nel decidere dove andare e come continuare. E ricollegandomi al discorso del Rettore Vincenzo Zara sulla gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare e la difficoltà di gestirli, vorrei elencare alcuni di questi problemi, i quali richiedono immediata attenzione. Innanzitutto vi è il problema dell’ineguaglianza, che a mio parere rappresenta un sorta di campo minato.

Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo dove e non sappiamo quando. A questo proposito vorrei ricordarvi le parole di Papa Francesco. Naturalmente sono costretto a leggerle nella traduzione inglese, che verrà poi ulteriormente tradotta in italiano ed è scontato che il testo finale non potrà risultare esattamente identico all’originale pronunciato dal Papa. Nella sua Prima Esortazione Apostolica, del 2013, Papà Francesco disse “No ad una economia della diseguaglianza e dell’esclusione.”

Così come il comandamento che dice “non uccidere” cerca di porre limiti a favore della salvaguardia della vita umana, oggi dovremmo dire: “non si deve fare” a una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che, quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio, la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina?

Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità, senza possibilità di fuggire da questa condizione.”

Ed ora vi prego di porre attenzione, poiché questo punto è particolarmente importante: “gli esclusi non sono le persone sfruttate, ma quelle scartate dalla società”. Sì, è proprio questa la nuova situazione: quella dell’esclusione, dell’essere considerati inutili, di troppo. Ricordo bene come in un passato non molto lontano questi concetti, il fatto che una persona potesse essere considerata inutile, di troppo, da escludersi perché́ inutile, semplicemente non esistevano. Si poteva perdere il lavoro, ma mai essere considerati inutili.

Una conseguenza diretta di queste forme di messa ai margini è la migrazione, mai tanto massiccia quanto oggi. Secondo stime recenti, 175 milioni di persone si stanno spostando verso un nuovo Paese con la speranza di poter riscostruire la propria vita. Secondo altre stime, nei prossimi 20 anni, il fenomeno migratorio riguarderà 1 miliardo di persone, che andranno a bussare alle porte di Paesi in cui sperano di trovare condizioni umane di vita, pane, acqua potabile e scuole per i bambini. Queste enormi masse di migranti determinano un ulteriore problema, la “diasporizzazione”.

Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società già multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità né sono invitati a integrarsi in questa società, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più vicine.

Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità per adattarsi alla nostra. Lasciate che aggiunga ancora un problema a questo mio elenco: l’interdipendenza dell’umanità.

Gli strumenti in nostro possesso per un’azione collettiva efficace sono stati creati dai nostri predecessori per servire unità territoriali autonome e sovrane che noi chiamiamo Stati. Questi strumenti, per quanto non eccellenti, sono comunque riusciti ad espletare la loro funzione, ovvero sostenere l’indipendenza degli Stati. Oggi però ci troviamo di fronte a una realtà differente, basata sull’interdipendenza.

Reti di dipendenza reciproca si estendono da una parte all’altra del nostro pianeta. E, ad ora, non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone. Siamo ben consapevoli di questi pericoli e delle loro terribili conseguenze che colpisco l’intera umanità.

E siamo anche consapevoli del fatto che questi problemi possono essere affrontati solo se ce ne occupiamo tutti, in maniera solidale. Gli strumenti di cui disponiamo al momento promuovono solo preoccupazioni egoistiche all’interno di ciascuna enclave territoriale. In altre parole non abbiamo strumenti adatti per un compito tanto arduo. Devo ammettere che oggi la questione che più mi preoccupa è il potere e il limite della parola.

Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché risultino adeguati alle nuove sfide sociali.

Nel 1975, Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo: “La coscienza delle parole”. Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della Seconda Guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse: “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”.

Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità delle parole di impedire il disastro. Tutti noi, che ascoltiamo ed elaboriamo le parole, condividiamo questa responsabilità. All’uscita del volume, Canetti conclude che non esistono veri scrittori al giorno d’oggi, ma dovremmo desiderare ardentemente che ve ne fossero.

Sono passati anni, abbiamo persone come Papa Francesco, capaci di parlare con ardore direttamente al cuore delle persone, ma il tipo di scrittore auspicato da Canetti continua a non esistere. Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe?

Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della seconda guerra mondiale, quando ricorda che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente.

La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di Troia non fu evitata. Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda: è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.” (Zygmunt Bauman)