giovedì 23 giugno 2011

Avviluppati nell’ego


“L’illusione in cui vivevi si dissipa.
La tua anima sanguina, ma la maschera cade,
e una menzogna finisce.
Perdi una gioia, ma acquisti una verità.
Di che cosa ti lamenti?”

(Gustave Thibon)

Chogyam Trungpa scrive che è facile seguire un approccio spirituale, soprattutto se pensiamo di ottenere la salvezza, la liberazione e se speriamo di manifestare dei miracoli con cui possiamo dimostrare di essere degli illuminati agli occhi del mondo. Ragionando così, rischiamo di restare incatenati alla “aurea catena della spiritualità” che, per quanto fatta d’oro finissimo incastonata con pietre preziose e rifinita con tarsie molto raffinate, resta pur sempre una catena che ci tiene prigionieri.

Molti approcciano alla spiritualità pensando di ottenere l’arricchimento dell’ego, perciò finiscono per impersonare un materialismo spirituale che è un processo evolutivo degno di un organismo suicida. Vi sono poi le lusinghe di ottenere il potere di risolvere i nostri problemi, perciò pensiamo di usare degli strumenti magici per risolvere i problemi di nevrosi, di depressione, di aggressività e i problemi affettivi e sessuali che affliggono gli uomini moderni.

E’ una grande delusione verificare che dobbiamo abbandonare tutte le nostre aspettative, perciò possiamo restare delusi e insoddisfatti scoprendo che è necessario abbandonare ogni impresa personale e ogni senso dell’ego. Per l’ego, l’illuminazione equivale al momento della morte, perché ogni “me” e ogni “mio” viene ucciso con la morte dell’osservatore. Seguire un sentiero spirituale è molto doloroso, poiché è un continuo atto di smascheramento, infatti l’illuminazione distrugge tutte le maschere di cui si riveste l’ego.

L’illuminazione toglie dal nostro volto ogni strato protettivo che vi era stato accumulato, perciò vengono tolti tutti i veli insieme alle maschere e ogni strappo diventa l'insulto e l'affronto all’importanza dell’ego e al nostro egocentrismo: l’illuminazione è la sconfitta dell’aspetto egoico. L’illuminazione richiede la rinuncia a ogni ambizione dell’orgoglio, perché lo smascheramento ci fa cadere sempre più in basso, finché si cade sulla terra come un soggetto infimo e come il più piccolo degli esseri.

Per diventare adatti all’evoluzione spirituale è necessario divenire come un granello di sabbia che non coltiva delle ambizioni o delle aspettative, perciò non ha bisogno di fronzoli ornamentali: è solo così, dice Chogyam Trungpa, che la pratica spirituale acquisisce un’utilità concretamente utilizzabile. L’approccio alla vita deve essere semplice e diretto in modo che restiamo ricettivi agli insegnamenti che giungono da un fatto, da un individuo oppure da una lettura: ogni cosa deve poter diventare un insegnamento per migliorare la qualità della nostra vita.

Ogni cosa diventa una conferma e un incoraggiamento, poiché non esiste una lusinga che possa corrompere l’umile granello di sabbia. Dal punto di vista dell’atomo di polvere che è situato nello spazio infinito dell’universo, tutto è luminosità e spazio, poiché lo spazio è così vasto che il granello non può frenare o impedire nulla: il granello non vuole essere considerato, perciò nulla gli manca. Se siamo in grado di diventare come questo granello, insegna Chogyam Trungpa, possiamo diventare l'imperatore del mondo.

L’uomo si aggrappa a tutto, perciò lotta per impedire che la trasformazione lo ponga davanti a quello che muta, infatti la trasformazione deve iniziare con la morte del vecchio per dare spazio al nuovo, che è anche il vero significato del detto di Gesù: “Lasciate che i morti seppelliscano i morti.” Sappiamo che è necessaria la fine delle cose che sono giunte al termine, affinché possa restare spazio per la nascita di cose nuove e migliori, ma resta la nostalgia del cordone ombelicale da cui siamo stati separati, perciò resta percepibile e innestata nel nostro dolore e nel disagio interiore che sono latenti nell’uomo.

Anche l’abbondanza non può evitare che emerga il doloroso sottofondo con cui l’uomo conosce l'incompletezza, perciò sperimentiamo un dolore che ascende usando una scala con tre gradini. Il primo dolore, dice Chogyam Trungpa, è quello fondamentale che conosciamo nella scissione primaria, ma impariamo anche a conoscere quel dolore intermittente che nasce quando trasciniamo un fardello troppo oneroso, che solo per pochi attimi ci viene sottratto per essere ricollocato, subito dopo, sul nostro collo come uno giogo oppressivo.

Il dolore che si assomma è quello che sorge dall’insicurezza della vita sulla terra, perché è l’insicurezza che spinge all’attaccamento al mondo e che causa il nostro dolore più intenso. Queste tre forme di dolore sono quelle che l’ego sperimenta nelle varie fasi della sua vita e nelle situazioni in cui si confronta con il mondo e con le sue trasformazioni. Queste sensazioni esistono sebbene cerchiamo di sfuggirle fingendo la felicità e la sicurezza, infatti il dolore può essere tanto pervadente da diventare un dolore permanente e continuo.

Lo sforzo illusorio di tenersi aggrappati alla felicità e al mondo sono le condizioni esterne a cui l’ego si aggancia per esistere, infatti l'ego vive illudendosi di ottenere la continuità, poiché si rifiuta di credere che la vita sia transitoria e sia una continua evoluzione. Ottenere delle certezze è il sogno, perciò l’ego ci nutre di inganni e di finzioni con cui sa legarci alla materia tramite queste illusioni e confusioni da cui nascono tutti gli attaccamenti e l’aggressività che opprimono l'uomo: perciò diventiamo incapaci di apprezzare l’istante, che è l’unica vita e l’unica sostanza che si può trattenere concretamente.

Crediamo di vincere l’ego usando le mutevoli condizioni umane, pur sapendo che la loro discontinuità non può offrirci alcun appoggio sicuro, infatti usiamo un paradosso che non può offrire alcun riparo dalla sofferenza. E' essenziale conoscere come l'ego sa costruire i confini del suo territorio, poiché ci rende consapevoli dei meccanismi che usiamo per trasformare delle proiezioni in credenziali che sanno simulare una consistenza e un'importanza che nessuno deve millantare.

Le nostre incertezze ci spingono a ricercare solidità, perciò un punto di riferimento esterno e “qualcosa” di solido a cui ancorarsi: è qui che la burla diventa evidente, dice Chogyam Trungpa, sebbene l’uomo non sembra divertirsi affatto. La beffa è nel credere nella solidità del “me” opposto “all'altro.” Questa è la patologia umana che crea “fissazioni” basate sul nulla: infatti l'uomo crea la solidità usando l'esistenza di un "uno" che emerge per contrasto con lo "zero" che è il Tutto infinito, perciò l'uomo nega che la potenzialità infinita sia superiore alla singola manifestazione.

Ogni volta che cerchiamo solidità siamo sul bordo di consistenze fittizie nel samsara del ripetersi delle illusioni, e l'illusione è credere che possa esistere una solidità che sappia garantirci, per questo restiamo invischiati nelle beffarde illusioni del mondo. Lo scherzo cosmico è nell'illusoria costruzione di un senso concreto per una entità che non ne ha alcuna necessità, perciò avviene un processo di sviluppo dell'ego che il buddismo vede come un percorso in 5 fasi che vengono chiamate “skandha” o sezioni.

Secondo il buddismo l'individualità inizia a costruirsi quando impara ad usare questi cinque aggregati differenti che corrispondono ai cinque involucri che vengono sviluppati per strutturarci. L’ego nasce a causa della nostra ignoranza fondamentale, in quanto ignoriamo l’apertura, l’intelligenza e la fluidità dello spazio. Quando incontriamo delle lacune in cui percepiamo un vuoto temiamo che la nostra esistenza abbia dei lati inquietanti, perciò entriamo nel primo skandha, quando nasce il sospetto che qualcosa vada storto e che possano accadere fatti imprevisti. Questa sensazione attiva la reazione della catena karmica con la percezione di sensazioni di confusione e disperazione estreme e inspiegabili che sono avvertite nell’ansia.

La paura di perdere il sé e l’assenza dell’ego diventano la paura di una minaccia sconosciuta, perciò l’ego si aggrappa disperato al suo territorio e “congela” il suo spazio nella sua ignoranza che è testarda e ostinata. Scoprire l'assenza dell'ego causa il nostro rifiuto interiore di una realtà inaccettabile, perciò siamo disposti ad attaccarci a qualsiasi illusione possa aiutarci a negare l'inaccettabile.

Nella fase successiva facciamo il tentativo di tenerci occupati con delle cose che sappiano distrarre la nostra attenzione dalla solitudine, perciò chiudiamo la struttura della nostra catena karmica. Il karma dipende dalla relatività, poiché ognuno reputa come “sua” una cosa differente, perciò esso si ripresenta e si ripete sempre identico ogni volta che il medesimo contesto si ripresenta. Nel secondo skandha otteniamo la sensibilità e la capacità di percepire il ritorno delle nostre azioni, infatti impariamo che il voler confermare delle proiezioni interiori usando delle credenziali esteriori può inserirci in un circolo vizioso di ripetizioni infinite.

Nella terza fase sappiamo costruire tre comportamenti impulsivi con cui impariamo a gestire le nostre proiezioni, cioé l’indifferenza, la passione o l’aggressività. Nella strategia dell’indifferenza, la sensibilità che vogliamo evitare viene intorpidita, così da renderla inoffensiva, perciò ci forgiamo una armatura interiore che serve a questo scopo. La strategia della passione è come l’ossessione di prendere per divorare, poiché la passione funziona magnetizzando le sostanze, infatti cerchiamo di ottenere ciò di cui avvertiamo carenza, perciò allunghiamo i tentacoli per poter afferrare ciò di cui abbiamo bisogno.

La strategia aggressiva sorge dalla percezione di una minaccia alla nostra sopravvivenza, poiché avvertiamo che dobbiamo difenderci a ogni costo: ma questa strategia di povertà e carenza sorge dall'insicurezza interiore di poter difendere noi stessi e trattenere ciò che sentiamo "nostro". Dal terzo skandha nasce il meccanismo di “percezione/impulso reattivo” in cui l’ignoranza, la sensibilità e l’impulso che segue la percezione diventano il “nucleo” dei nostri meccanismi istintivi e delle strutture primarie usate per controllare il nostro terreno d’azione, perciò immaginiamo l’uomo come un radar che usa tre tipi di sensori funzionanti sia in modo autonomo che correlato.

Se l’ego fermasse la sua evoluzione e non trovasse delle forme più raffinate per controllare il corpo, saremmo degli antropoidi ancor più arretrati di come sembriamo, infatti l’ego non esisterebbe senza l’intelletto. L’ego non potrebbe perfezionarsi senza la creazione di concetti che possono dare un nome alle cose per riordinare le informazioni che riceviamo. L'uomo ha necessità di organizzare e incasellare il mondo per controllarlo, infatti strutturiamo le categorie mentali usando le etichette dei concetti per conservare il ricordo dei loro contenuti.

Nella quarta fase l'ego deve imparare a gestire le categorie mentali per poterle usare nel riordino del suo mondo, perciò nella fase finale sorge la necessità di un fissativo che perfeziona e che stabilizza le capacità che abbiamo acquisite. Questa funzione verrà svolta dalla coscienza, che è lo strumento più efficace che abbiamo, perciò costituisce il mezzo più idoneo per mantenere il contatto tra il nostro versante istintivo e quello intellettuale, infatti la coscienza riesce a completare la struttura con cui l'ego sa dominare il mondo.

Buona erranza
Sharatan

4 commenti:

Laura G. ha detto...

A parte l'aggancio vibrazionale con il mio post... trovo il tuo pressocchè perfetto ed in Verità. Abbraccio

Sharatan ain al Rami ha detto...

Ciao Laura,
io credo che il fatto che tu parli di massaggio ci collega nei contenuti, infatti sorge spontanea l'associazione mentale con le pratiche di manipolazione per lo sblocco dei chakra. Assolutamente d'accordo ciò che scrivi nel tuo post. D'altro lato le cose di cui scriviamo sono "apparentate" mi sembra :-)

Un caro abbraccio
Sharatan

Riyueren ha detto...

"L’approccio alla vita deve essere semplice e diretto in modo che restiamo ricettivi agli insegnamenti che giungono da un fatto, da un individuo oppure da una lettura: ogni cosa deve poter diventare un insegnamento per migliorare la qualità della nostra vita."

...anche da una lettura..già: sapevo che entrando da te avrei trovato come sempre parole che in un certo senso sono nell'aria, anche da me, anche se ci esprimiamo in modo diverso...a volte ho come l'impressione che diciamo cose simili usando parole differenti, involucri diversi per una stessa essenza. Questo comune errare mi piace molto.Anch'io apprendo da ogni cosa, ma forse "apprendo" non è un termine esatto, sa troppo di ego...prendere...no, non è giusto...spesso gli insegnamenti, anche quando sono dolorosi, non sono che un reciproco scambio... di doni.Un abbraccio.

Sharatan ain al Rami ha detto...

Io credo Riyueren che i nostri contenuti siano assonanti e che la modalità espressiva sia personale. Semplicemente avviene questo tra te e me, perché non siamo consuete e comuni. Questo accomuna molto.

Sulle cose che insegnano, io credo che tutto può farlo se siamo capaci di sfruttare bene le cose che viviamo. Ti dico sfruttare alla Gurdjieff proprio per farti capire che la vita fa pagare tutto ciò che offre, perciò dobbiamo assolutamente ricavare un vantaggio da ciò che abbiamo pagato a caro prezzo. La consapevolezza e la ricerca del senso sono un vero lusso, diceva l'armeno, ma sono l'unica salvezza per l'uomo.

Ti abbraccio fortissimo
Shartan