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domenica 25 gennaio 2015

La nostra vera natura



“Realizzarsi significa anzitutto fare pace con se stessi,
senza perdere il gusto e la passione per la vita.”
(Dugpa Rimpoche)

“In uno dei suoi discorsi brevi, il Buddha afferma che i cavalli si dividono in quattro categorie: eccellenti, buoni, mediocri e pessimi. Secondo il sutra (discorso o insegnamento del Buddha) il cavallo eccellente si muove prima ancora di sentire sulla schiena il colpo di frusta: l’ombra della frusta o il più piccolo richiamo del cavaliere sono sufficienti per farlo avanzare. Il cavallo buono si muove alla minima frustata. Il cavallo mediocre non si sposta finché non sente dolore, e il cavallo pessimo aspetta che il dolore gli penetri fin dentro le ossa.

Nel suo libro “Mente zen, mente di principiante” Shunryu Suzuki afferma che quando si ascolta questo sutra si vorrebbe essere sempre il cavallo eccellente; ma in realtà, durante la meditazione, non ha proprio importanza che voi siate il cavallo migliore. Suzuki precisa che, in effetti, è il cavallo più scadente il praticante migliore. Attraverso l’esperienza ho capito che la pratica non ha nulla a che vedere con l’essere il cavallo eccellente o quello buono, mediocre o pessimo. La pratica consiste nello scoprire la nostra vera natura, e nel parlare e nell’agire in conformità con essa. Qualunque sia la nostra natura, sono la nostra ricchezza e la nostra bellezza ciò a cui gli altri sono sensibili.

Un giorno dissi a Chogyam Trungpa Rinpoche che non riuscivo a praticare nella maniera giusta. Avevo appena iniziato le pratiche vajrayana e avrei dovuto praticare le visualizzazioni, ma proprio non ci riuscivo. Provavo e riprovavo ma non visualizzavo un bel niente. Mi sentivo una specie di impostore, perché la pratica non mi veniva naturale. Ero molto avvilita, perché tutti gli altri sembravano avere ogni sorta di visualizzazioni e procedevano senza problemi. Rimpoche mi disse:

“Diffido sempre di quelli che affermano che va tutto bene. Credere che va tutto bene, in genere, è una forma di arroganza. Se una cosa ti riesce troppo facile, ti rilassi: vuol dire che non stai facendo un vero sforzo, e quindi non saprai mai cosa significa vivere fino in fondo la condizione umana.” Così mi incoraggiò dicendo che finché si hanno tali dubbi la pratica sarà corretta. Quando si comincia credere che tutto vada a gonfie vele e ci si sente orgogliosi e superiori agli altri, allora… attenzione!

Dainin Katagiri Roshi una volta ha raccontato la sua esperienza di sentirsi il cavallo peggiore. Quando si recò negli Stati Uniti era un giovane monaco di quasi trent’anni. Da molto tempo era monaco in Giappone, dove tutto era così preciso, chiaro e pulito. Negli Stati Uniti i suoi discepoli erano hippie con i capelli lunghi e sporchi, che andavano in giro scalzi e vestiti come straccioni. Non gli piacevano. Era più forte di lui: non poteva sopportarli quei tipi! I loro modi erano per lui un’offesa totale.

Raccontò: “E così, per tutto il giorno, davo insegnamenti sulla compassione, e la sera tornavo a casa e piangevo dalla disperazione, perché mi rendevo conto che non provavo neanche un briciolo di compassione. Dato che i miei discepoli non mi piacevano, dovetti lavorare molto più duramente per aprire il mio cuore.” Come suggerisce Shunryu Suzuki nel suo libro, questo è un punto decisivo: siccome scopriamo di essere un cavallo peggiore, siamo spinti a impegnarci più seriamente. […]

Non dobbiamo essere duri con noi stessi quando pensiamo, durante la pratica, che la nostra meditazione, il nostro oryoki o il nostro modo di vivere appartengano alla categoria del cavallo peggiore. Possiamo invece guardare con compassione il senso di inadeguatezza, usarlo come sprone per continuare a impegnarci nello sviluppo interiore, nella ricerca della nostra vera natura. In tal modo, non solo scopriremo la nostra natura autentica, ma impareremo anche a comprendere gli altri, perché, nel più profondo del cuore, quasi tutti hanno la sensazione di essere il cavallo peggiore.

Può darsi che vi considererete più arroganti o che consideriate arrogante qualcun altro. Ma chiunque abbia sperimentato anche solo un attimo di arroganza, sa che essa non è altro che una specie di maschera, che si indossa quando ci si sente il cavallo peggiore ma ci si sforza di dimostrare il contrario. Suzuki Roshi afferma che la meditazione e l’intero processo di scoperta della nostra vera natura sono un errore continuo, e che ciò, anziché motivo di sconforto e depressione, in realtà devono servire da incitamento.

Quando vi accorgete di essere caduti, usate il vostro errore come uno sprone a rialzarvi, non con i sensi di colpa ma con l’orgoglio per tutto ciò che vi capita, orgoglio per la persona che siete proprio come siete, per la vostra bontà, la vostra bellezza o la vostra indegnità. Comunque vi consideriate, siatene orgogliosi e fate di questo orgoglio uno sprone. Il lignaggio Karma Kagyu del buddhismo tibetano, nel quale vengono istruiti i discepoli di Chogyam Trungpa, è talvolta definito “lignaggio dei guai” perché i suoi saggi e venerati maestri ne hanno combinate di tutti i colori.

Il primo di questi maestri fu Tilopa, che era veramente matto da legare. Il suo principale discepolo era Naropa, un tipo così intellettuale e concettuale che gli ci vollero 12 anni, durante i quali venne sottoposto da Tilopa a prove di ogni genere, come fargli passare sopra un carro, per cominciare a risvegliarsi. Era talmente concettuale che quando gli si parlava di qualcosa diceva: “Oh sì, ma di sicuro dicendo questo vuoi intendere quest’altro!” Era fatto così.

Il suo discepolo principale fu Marpa, famigerato per il suo pessimo carattere. Aveva frequenti accessi di collera, picchiava le persone e le insultava. Era anche un ubriacone. Inoltre, era famoso per la sua incredibile testardaggine. Rinpoche raccontava di lui che aveva iniziato a studiare il Dharma perché sperava di fare tanti soldi portando in Tibet i sacri testi indiani e traducendoli in tibetano. Il suo discepolo fu Milarepa, che era niente di meno che un assassino! Divenne discepolo di Marpa perché era terrorizzato dalla prospettiva di finire all’inferno per i crimini che aveva commesso.

Il discepolo di Milarepa fu Gompopa, dal quale ha preso il nome Gampo Abbey. Poiché tutto gli riusciva facile, era un arrogante. La notte precedente il suo primo incontro con Gompopa, Milarepa disse ad alcuni discepoli: “Domani arriverà qualcuno che è destinato a diventare il mio principale discepolo. Colui che lo condurrà da me acquisterà grandi meriti.” Così appena Gompopa entrò nel villaggio, una vecchietta lo riconobbe e gli corse incontro dicendo: “Milarepa mi ha detto che stavi arrivando e che diventerai il suo discepolo prediletto, e voglio che sia mia figlia a portarti da lui!”

Gompopa pensò: “Devo proprio essere un tipo speciale!” e tutto orgoglioso se ne andò da Milarepa, sicuro che sarebbe stato accolto con molti onori. E invece Milarepa lo fece sistemare in una grotta, e andò a trovarlo solo dopo tre settimane. In quanto al discepolo principale di Gompopa, il primo Karmapa, l’unica cosa che sappiamo di lui è che era estremamente brutto. Si dice che somigliasse ad una scimmia.

Si racconta anche che lui e altri tre importanti discepoli di Gampopa vennero espulsi dal monastero perché una volta si erano ubriacati e avevano cantato, ballato e infranto le regole monastiche. Allora, possiamo farci coraggio. Sono questi i saggi seduti di fronte a noi, i saggi ai quali ci prostriamo. Possiamo venerarli come esempio della nostra saggezza innata di esseri illuminati, ma forse è anche giusto venerarli come persone confuse, disorientate e piene di nevrosi, esattamente come noi.

Sono buoni esempi di persone che non si sono mai arrese e non hanno avuto paura di essere se stessi. E grazie a ciò hanno scoperto le loro più vere caratteristiche e la loro vera natura. Il fatto è che la nostra vera natura non è un qualche ideale al quale dobbiamo elevarci. È ciò che siamo in questo preciso istante, ciò con cui possiamo fare amicizia e che possiamo onorare.” (Pema Chodron, Senza via di scampo: la via della saggezza e della gentilezza amorevole, Feltrinelli)

venerdì 4 luglio 2014

Il ritorno di Shambhala



“Fino a quando rimarrà lo spazio,
fino a quando ci saranno esseri viventi,
fino ad allora possa anch’io durare,
per liberare il mondo dalla sofferenza.”
(Sua Santità il Dalai Lama)

La tradizione buddista dice che il Buddha girò 3 volte la ruota del Dharma emanando 3 tipi di insegnamenti spirituali e, a ogni giro di ruota, aumentò la difficoltà dei suoi insegnamenti. Ogni volta che la ruota del Dharma girava venivano pronunciate verità sempre più elevate, profonde e complesse. Nel primo giro di ruota insegnò le 4 nobili verità infatti rivelò la sofferenza, l’origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza e il cammino spirituale che libera dalla sofferenza.

Nel secondo giro pronunciò la dottrina della vacuità ossia l’inconsistenza del sé e di tutti i fenomeni come dice il Sutra del Cuore. Nel terzo giro ci furono donate le dottrine dell’insegnamento della realtà del Tathagatagarba cioè la realtà della “natura di Buddha” che vive in ogni forma vivente: le ultime dottrine sono contenute nei testi del tantra.

Arrivato quasi la fine della sua vita, il Buddha predicava e vagava per l’India offrendo gli insegnamenti della salvezza. In quei tempi, a Dhanyakataka, viveva Suchandra che era re di Shambhala. Il suo nome vuol dire Luna benigna, perché il re era un chiaroveggente che vide qualcosa che lo angosciò e che lo spinse a chiedere aiuto al Buddha.

L’Illuminato aveva oltrepassato gli 80 anni perciò era troppo debole per incontrarlo, ma volle aiutarlo ugualmente e gli si manifestò nell’aspetto del dio Khalachakra. Si manifestò come il dio unito alla sua sposa Visvamata, perciò gli consegnò una dottrina molto elevata che non richiedeva l’obbligo dei voti monastici.

Il Khalachakra è ancora oggi un’iniziazione che è rivolta indiscriminatamente a tutti, monaci e laici. Sebbene sia una pratica laica possiede una base dottrinale esoterica complessa che richiede l’aiuto di un maestro per essere praticata. Quando il re trasmise le pratiche ai sudditi si avviò la rifondazione del suo regno, e il re fu il primo Rigden e il fondatore della scuola di Shambhala che conserva e trasmette questi supremi tantra.

Il re divenne un chakravartin, un imperatore universale illuminato e completo. Suchandra significa “Luna benigna” perché l’illuminazione è favorita dalla chiaroveggenza che dona un bianco bodhicitta. Questo nome ci suggerisce pure che esiste un legame tra le fasi lunari e il flusso del prana vitale che scorre nei canali psichici e nei chakra.

Il primo Re del Dharma fece costruire uno stupa dedicato a Khalachakra e un grande mandala al centro dei suoi giardini davanti al palazzo di Kalapa. Shambhala è diventato il simbolo della trasformazione che può creare una società illuminata. Ancora oggi, le iniziazioni del Khalachakra coinvolgono grandi folle a cui viene offerto il supremo veicolo dei bhodisattva.

Prima dell'iniziazione è costruito un mandala fatto con sabbie colorate. Esso viene tracciato dai monaci con grande precisione, e viene distrutto alla fine del rito. Il mandala è uno strumento di meditazione che è legato al senso profondo di questo rito. Il desiderio interiore dell’aspirante deve essere rivolto all'estinzione del dolore per tutte le creature. Si deve invocare l’illuminazione per fare il bene degli altri, e si deve volere la retta visione e la conoscenza della vera natura delle cose.

Khalachakra è sempre legato a Shambhala, perciò essa rivive ogni volta che si celebra il Khalachakra. Il rito è diventato parte integrante del suo sentiero e del suo lascito. Questa pratica è l’essenza e il culmine degli insegnamenti buddisti. È il tantra più elevato nel quale culmina il vajrayana, la suprema via della massima conoscenza, i mudra e la trascendenza che supera ogni cosa.

Khalachakra mostra che il nostro corpo interno, quello fisico e anche quello celestiale sono il dispiegamento di grande saggezza e di somma vacuità: questo, nei terma, è chiamato il “dispiegamento delle tre corti”. L’ultimo giro di ruota del Buddha fu il dono del potere che creò il regno illuminato di Shambhala.

Il primo Rigden, l'imperatore di Shambhala aveva capito che, per fare qualcosa che resta nel tempo è necessario affondare le radici in cose primordiali. Resta solo ciò che basiamo su una base solida e indistruttibile. Se vogliamo superare il tempo dobbiamo fondarci su quello che non vacilla e non si trasforma per capriccio o malasorte. Una società solida è quella che non è soggetta alla nascita, alla malattia, alla vecchiaia e alla morte.

Una “società illuminata deve radicarsi su una base che è oltre ogni livello di concettualità e di manipolazione, qualcosa che non può essere comprata e venduta. Dato che la rabbia e la gelosia possono essere manipolate – cioè comprate o vendute – esse non sono primordiali. Una società che segue questi principi non può essere stabile” dice un maestro per rivelare quello che il re temeva del futuro.

Il re ebbe la visione del futuro doloroso che voleva scongiurare al suo popolo. Sapeva della futura scomparsa della società e dell’inizio dell’era tirannica che cercava il superficiale che toglie il potere di vivere una vita piena e significativa. La società futura sarebbe stata la preda della rabbia, della gelosia e dell’avidità.

Si andava verso un futuro di ansietà e di destabilizzazione, perciò verso la sfiducia e la morte. Suchandra perciò chiese il potere di avere la rivelazione del principio primordiale che resta per sempre. Chiese il miglior principio con cui una società può venir guidata verso il suo vero significato: e ricevette il tantra di Khalachakra.

Con questa cerimonia si viene predisposti a ricevere il principio che è alla base di tutto, vajra. Vajra è ciò che non è possibile distruggere, perché è la base innata universale: è la vera base essenziale della nostra natura. È il sommo principio che sistema il Samsara e il Nirvana perché dà il necessario per diventare un Buddha.Il principio naturalmente buono fu dato a questo sovrano che i tibetani chiamano Dawa Sangpo “Buona Luna.”

Khalachakra è la Ruota del Tempo, perché è l’ultimo insegnamento del Buddha prima che uscisse dalla ruota delle rinascite. Khalachakra è la suprema unione della sua compassione, della sua vacuità, della sua saggezza e del suo metodo. Kala è il tempo che diventa il mezzo della compassione universale che tutto conosce e tutto rivela.

Chakra è la ruota delle cose conoscibili, perciò è la conoscenza, la saggezza e la vacuità che si conquistano solo nel tempo. Khalachakra è associato ai cicli umani, ai cicli cosmici, ai pianeti, alle stelle, ma anche al continuo sorgere e morire dei mondi. Questo rito mantiene costante il flusso del tempo e la connessione che giocano a favore della nostra salvezza.

Buddha insegna questo tantra per mostrare che esiste una connessione salvifica che unisce tutta l’umanità, perciò la salvezza è costante e progressiva malgrado ciò che sembra a sfavore. Shambhala sorgeva a nord del fiume Sita ed il palazzo reale del Kalika sorgeva sul monte Kailash.

A sud del palazzo c’era l'enorme parco con il tempio di Khalachakra e il grande mandala cosmico. Si dice che Shambhala sia rimasta dov'era in passato, ma sia diventata invisibile. Per conoscere questo regno sono necessari molti meriti e una mente acuta dotata di sottile chiaroveggenza e sostenuta da una buona conoscenza del sentiero tantrico.

Anche il Dalai Lama ha detto che Shambhala è sulla terra, ma è raggiunta solo da chi ha una mente e una propensione karmica molto pure. Si dice che quella società illuminata ha sempre seguito il destino e l'evoluzione spirituale della terra. I tibetani credono che il loro re guerriero, Gesar di Ling, fosse stato guidato dal contatto psichico con Shambhala e che, dopo la sua morte, sia divenuto il comandante in capo degli eserciti di Shambhala.

Nella genealogia reale vediamo che il 2° Kalika Pundarika fu la reincarnazione di Avalokitesvara, perciò i Dalai Lama sono considerati la reincarnazione di Pundarika. La profezia rivela che Shambhala sarà retto da 25 kalika, e poi tornerà ad essere visibile. Ora, sta regnando il 21° kalika perciò siamo nell’epoca di trasformazioni e conflitti che precede la grande guerra planetaria che verrà preceduta da carestie, conflitti e disastri naturali.

L’umanità, in futuro, avrà un governo dittatoriale esteso a tutto il pianeta. La mentalità del governo globale sarà materialistica e tirannica, perciò quando Shambhala diventerà visibile, il dittatore mondiale vorrà conquistarla. Ma gli eserciti del tiranno saranno sconfitti dai valorosi guerrieri di Shambhala guidati dall'eroico Gesar di Ling. Essi prevarranno perché hanno una tecnologia molto più avanzata che garantirà la vittoria.

Le armate di Shambhala vinceranno e il loro governo si diffonderà su tutta la terra inaugurando la seconda Età dell’Oro che durerà per 18 secoli. I tibetani pensano che questo evento è vicino e verrà nel 2424 quando regnerà il 25° kalika. Essi dicono che la distruzione della terra, della cultura, delle istituzioni e lo sterminio del Tibet è il segno dell’inizio dell’epoca della liberazione.

E quella liberazione non sarà offerta solo al Tibet, ma sarà offerta anche a tutti coloro che vengono oppressi. Essi dicono che tutto quello che ci accade va interpretato su molti livelli, perciò anche l’oppressione cinese può diventare uno strumento per aiutarli a sviluppare maggior distacco, compassione e saggezza. Essi dimostrano, in modo concreto, che c'è sempre una via che può invertire la tendenze negative e trasformare la violenza in pace, la paura in gioia e l’odio in amore.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 12 settembre 2013

I falsi sentieri



“Abbandonarsi vuol dire liberarsi.”
(Dugpa Rimpoce)

Percorrere un sentiero spirituale non è una cosa semplice da affrontare con superficialità, insegna il grande lama Chogyam Trungpa, perché il sentiero spirituale è sempre molto arduo e difficile. Sebbene molti aspirino a percorrerlo, non di meno, gli aspiranti ricercatori andrebbero avvertiti sui pericoli che si presentano lungo il percorso.

Ci sono molte deviazioni che portano alla confusione, perché la spiritualità si presta facilmente ad una visione egocentrica. Si può cadere facilmente in inganno e si può credere di essere sulla strada giusta, mentre invece stiamo solo rafforzando la visione egocentrica che usa le tecniche spirituali: a questa distorsione possiamo dare il nome di materialismo spirituale.

Sono molte le forme di inganno a cui possiamo andare incontro e in cui possiamo cadere, perciò il sentiero spirituale è considerato come il processo per cui riusciamo ad aprirci una strada attraverso la confusione e gli auto-inganni per scoprire il risveglio della mente. Questo risveglio viene ostacolato dal sonno della mente e dai suoi auto-inganni.

Non si tratta di ritardare il risveglio ma si tratta di bruciare gli inganni e la confusione, e la combustione costituisce l’illuminazione. Senza il processo di combustione, lo stato di risveglio non sarebbe un prodotto autentico dell'essere, ma sarebbe il risultato di cause e di effetti, perciò sarebbe uno stato mentale di dissoluzione.

L’illuminazione non è qualcosa che possiamo produrre ma qualcosa che dobbiamo scoprire, e la tradizione buddista usa l’immagine del sole sorgente per spiegarla. Con la meditazione possiamo eliminare la confusione dell’Ego per trovare lo stato di risveglio, perché l’assenza di ignoranza, di confusione e di paranoia spalanca l’orizzonte della vita e fa scoprire un nuovo modo di essere.

L’assenza di confusione comporta che l’uomo possa sentire il senso del suo sé in modo solido e stabile. Solitamente i pensieri e le emozioni forniscono un senso di sé che è molto precario e transitorio, perché tutto è legato a ciò che accade, perciò crediamo che quello sia il nostro vero essere e cerchiamo di conservarlo.

Siamo così immersi nella confusione che ci aggrappiamo all'illusorio senso di noi stessi sebbene sia precario e instabile, perché crediamo che quello sia il nostro vero mondo e la nostra vera realtà. Ci cristallizziamo nelle abitudini anche se esse sono realtà precarie e ingannevoli, e lo sforzo per mantenere l'inganno è il prodotto dell’azione dell’Ego.

L’Ego non è in grado di proteggerci dal dolore e dalla insoddisfazione che ci accompagnano, perciò il disagio è lo stimolo per esaminare ciò che stiamo facendo. Ci sono sempre delle brecce nella autocoscienza in cui è possibile penetrare, perciò il buddismo tibetano spiega il funzionamento dell’Ego con il simbolismo del dominio dei Tre Signori del Materialismo.

Il Signore della Forma si riferisce alla nevrotica ricerca dell’agio, della sicurezza e dei piaceri fisici. La nostra epoca pianificata e tanto tecnologica riflette la volontà umana di proteggersi dagli aspetti più crudi e più duri della vita. Usiamo i prodotti di massa e gli strumenti per fare il lavoro e cerchiamo di programmare persino i cicli della vita. Tutto questo dovrebbe creare un mondo sicuro e più prevedibile, più piacevole e divertente.

Il Signore della Forma crea delle situazioni sicure per nascondere l’ansia e la preoccupazione nevrotica, ma il meccanismo cela l’ambizione dell’Ego che vuole godersela e che odia i fastidi. Temiamo i cambiamenti oppure li forziamo in modo programmato, perciò cerchiamo il nido confortevole e sogniamo un mondo che assomiglia al Paese dei Balocchi.

Il Signore della Parola usa l’intelletto per creare i concetti e le categorie, e li usa come degli strumenti per maneggiare i fenomeni. Il suo prodotto sono le ideologie ed i sistemi di idee che razionalizzano, giustificano e santificano la vita per creare delle identità, delle norme di condotta e delle interpretazioni certe dei fenomeni.

Il Signore della Favella è diverso dal Signore della Parola, perché esprime la tendenza dell’Ego di interpretare le cose minacciose o fastidiose per neutralizzarne la minaccia e trasformarle in cose positive. I concetti sono usati come filtri che schermano le percezioni dirette e le scomodità della realtà. I concetti sono cristallizzati e sono usati come mezzi e strumenti utili per eliminare dubbi, incertezze e timori.

Il Signore della Mente usa lo sforzo della coscienza per restare consapevole di sé. Questo Signore ci domina quando usiamo le discipline spirituali e le teorie psicologiche come dei mezzi per conservare l’autocoscienza, e per aggrappandoci al nostro senso del sé. Le droghe, lo yoga, la preghiera, la meditazione, le psicoterapie varie e persino la spiritualità possono essere usate dall’Ego a suo vantaggio.

Ogni tecnica anche benefica viene esaminata dall’Ego, dapprima osservata come oggetto di fascinazione, poi studiata per essere imitata. Sebbene l’Ego possa sembrare molto solido, in realtà è in grado solo di imitare, perché non sa creare o assorbire nulla essendo pieno di se stesso, dice Chogyam.

L’Ego sa imitare solo le tecniche esteriori, perciò usa i trucchi e le cose esteriori della spiritualità, poiché non sa lasciarsi permeare e trasformare. L’Ego imita in modo automatico, dal momento che per coinvolgersi totalmente nel gioco spirituale bisogna sentire l’esigenza di eliminare l’Ego, e l’ultima cosa che l'Ego desidera è quella di essere eliminato.

Tuttavia è evidente che non possiamo sperimentare quello che cerchiamo di evitare, ma possiamo solo trovare ciò che assomiglia di più a quello che vorremmo imitare o essere. L’Ego traduce tutto il mondo in termini del suo stato di salute, delle sue qualità, delle sue simpatie e preferenze.

Imitando la spiritualità, l’Ego assapora una sensazione di splendore per quello che è riuscito a imitare, perché il senso di compiutezza e di splendore creano una struttura che diventa la prova tangibile della grandezza dell'individualità. L’Egoità completa e totale, dice Chogyam, è come uno stato demoniaco.

Il Signore della Mente è il più abile a manipolare la spiritualità, ma anche gli altri Signori sanno dominare la pratica spirituale. Nel ritirarsi nella natura e nell'isolarsi dalla gente vediamo le pratiche che proteggono dai fastidi, perciò esse sono le espressioni del dominio del Signore della Forma.

E lo stesso avviene se la religione diventa un modo per razionalizzare le incertezze, e lo stesso fenomeno avviene se vogliamo avere un nido comodo, una vita sicura, un compagno affettuoso e un lavoro facile. Anche il Signore della Favella influenza la vita spirituale quando ci illude che seguire un sentiero spirituale possa sostituire le vecchie abitudini offrendo la sicurezza di una nuova ideologia religiosa.

Quando vogliamo vivere senza stare a vedere se le nostre vecchie idee siano sublimi. Se prendiamo queste cose troppo sul serio stiamo conservando la struttura del nostro vecchio Io, perciò ci facciamo dominare dal Signore della Favella. Tutti dovremmo osservarci e saper ammettere che siamo dominati da uno dei Tre Signori.

Qualcuno potrebbe anche dire: “Ma che mi importa? Questa è una condizione umana normale. Quei Signori sono troppo potenti per poter venire sconfitti, e poi con cosa dovremmo rimpiazzarli?” Il Buddha fu il primo essere che esaminò il problema e che notò la forza del dominio.

Si chiese perché mai li seguiamo così ciecamente, e perché ci lasciamo dominare da loro. Egli scoprì che essi ci dominano perché ci fanno credere che siamo degli esseri solidi. Ma fondamentalmente, tutto questo mito è una fandonia, è una grande frode ed è la vera fonte della nostra infelicità.

Ma per fare la scoperta dovette aprire una breccia nelle poderose difese che essi usavano. Non possiamo liberarci se non sappiamo aprire anche noi un varco, e se non sappiamo togliere uno dopo l’altro, tutti gli schermi che usano. Le loro difese sono fatte con il materiale della nostra mente, e la materia mentale viene usata dai Signori per creare l’illusione della solidità.

Per osservare come il fatto avvenga dobbiamo osservare la nostra esperienza personale, e lo strumento migliore che possiamo usare è la meditazione. Il Buddha scoprì che era inutile fare degli sforzi per trovare le risposte, perché quando lo sforzo della mente cessava gli venivano delle visioni intuitive.

Egli scoprì che in noi c’è una qualità sana, sveglia e autentica che si rivela quando finiscono gli sforzi della mente. Perciò egli disse che la pratica della meditazione comporta il “lasciar essere.” La meditazione è molto fraintesa, perché qualcuno la considera uno stato simile alla trance, altri la vedono come un training o come una ginnastica mentale usata per rilassarsi.

Ma la meditazione non è nulla di tutto questo, sebbene comporti il confrontarsi con gli stati nevrotici della mente. Lo stato nevrotico della mente non è difficile o impossibile da trattare, perché esso possiede un’energia, una velocità e una struttura che gli è peculiare. La meditazione insegna a lasciar essere, insegna l’andare con l’energia, il fluire con la sua struttura e con la sua velocità.

In questo modo impariamo a conoscere tutti i fattori, impariamo a entrare in rapporto con essi. Ma non nel senso di lasciarli maturare come ci piace, ma nel senso di conoscerli per come essi sono, perciò ci insegna a lavorare con la loro struttura. C’è una storia che racconta che un giorno il Buddha insegnava a meditare a un famoso suonatore di sitar.

Il musicista gli chiese come dovesse controllare la sua mente. Il Buddha gli chiese: “Tu che sei un musico molto famoso, come accordi le corde del tuo sitar?” Il musicista gli rispose: “Le accordo in modo che non siano troppo tese, ma neppure troppo lente.” Allora il Buddha gli rispose: “Anche nella meditazione non devi tendere troppo la mente, ma neppure lasciarla troppo vagare.”

La storia ci insegna che dobbiamo lasciar essere la mente senza forzarla troppo. Dobbiamo sentire il flusso dell’energia senza cercare di controllarla troppo e senza lasciarla senza controllo, perciò dobbiamo imparare come lasciar andare la struttura della mente. Questa è la giusta tecnica per meditare.

Questa è l’unica pratica utile perché il nostro modello di pensiero, il nostro modo di concettualizzare è diventato troppo incline alla manipolazione. Ci siamo abituati a imporci troppo sulla mente oppure siamo diventati eccessivamente sfrenati. La meditazione inizia dagli strati superficiali dell’Ego e dai discorsi ossessivi che occupano la mente con un chiacchiericcio continuo.

I Signori del Materialismo usano il pensiero discorsivo come una prima linea di difesa, avverte Chogyam, perciò usano i nostri pensieri come pedine che devono ingannare. E più generiamo i pensieri e più restiamo affaccendati a livello mentale, perciò diventiamo sempre più certi della nostra esistenza.

Così i Signori del Materialismo creano sempre dei nuovi pensieri e li attivano tutti assieme, perché le sovrapposizioni di piani non fanno vedere oltre quegli strati. La meditazione non deve stimolare e non deve sopprimere i pensieri, ma li deve lasciar fluire liberamente per sentire e per esprimere il fondamentale equilibrio che sorge dal risveglio della mente.

Se conosciamo la strategia dei Signori vediamo che essi suscitano i pensieri e le emozioni per distrarci dal nostro vero essere. I pensieri e le emozioni ci distraggono, ma la meditazione insegna come vedere chiaramente questo, e come lasciare che tutto sorga così come è. In questo modo i pensieri non sono più gli strumenti oppure i mezzi che sono usati per poterci ingannare o per farci divertire.

In questo modo possiamo attivare l’immensa energia non egoica. Ma se eliminiamo le emozioni, i Signori possono usare un’arma ancora più potente, cioè usano i concetti che trasformano i fenomeni in cose solide, perciò il mondo diventa una cosa solida e continua. Crediamo che il mondo inizia a esistere quando noi lo percepiamo. La meditazione insegna a vedere la trasparenza dei concetti, perciò il classificare non diventa più il modo per rendere solido il mondo.

Classificare è semplicemente l’atto della discriminazione, dice Chogyam, perché il Buddha ci ha insegnato che non abbiamo nessun bisogno di sforzarci per provare che esistiamo. Non abbiamo bisogno del dominio dei Tre Signori, non c’è alcun bisogno di sforzarci per essere liberi.

L’assenza di sforzo è già una libertà, e lo stato non egoico è il conseguimento della buddhità. Saper trasformare la materia mentale da espressione di ambizione egoica in espressione di vero equilibrio e di illuminazione diventa possibile con la meditazione, e questo è il vero sentiero spirituale.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 4 agosto 2011

Nel cuore e nella mente


“La via è quella che ci consente di giungere
a ciò che si protende verso di noi, chiamandoci a sé.”

(Martin Heidegger - In cammino verso il linguaggio)

Essere consapevoli che il cuore di Buddha batte nel nostro petto è possibile solo se cessiamo di far resistenza a questa potenzialità e se ammettiamo che qualcosa che ci è ancora sconosciuto possa esistere nel nostro essere: l’onestà e la chiarezza sono il primo passo per vincere la resistenza e il dubbio rispetto a questa possibilità, poiché implica che abbiamo accettato, almeno a livello potenziale, che una cosa così inconsueta possa avvenire. Nel buddismo si usa l’espressione “trapiantare il cuore dell’illuminazione” o “trapiantare nel cuore la luna piena” per indicare l’esperienza, però l’immagine va interpretata simbolicamente, in quanto non si tratta di impiantare un elemento estraneo nel nostro sistema: nessuno può donarci la luna, poiché possiamo recepire solo ciò che accettiamo come una nostra componente costitutiva.

La luna è già presente nel nostro cuore perciò essa va solo ridestata, infatti il “trapianto” è riferito alle sensazioni che accompagnano il risveglio spirituale, poiché l’illuminazione giunge come un lampo lasciandoci tramortiti e pieni di sgomento per la ricezione di una cosa troppo grande e troppo onerosa per le nostre forze. Avvertiamo una sensazione interiore che non sappiamo definire esattamente, infatti le nostre sensazioni solitamente si formano nel tempo e si evolvono con lentezza, così che la conoscenza e la padronanza si conquistano con l’adattamento lento e graduale.

L’illuminazione viene paragonata al colpo che colpisce il plesso solare, infatti ci lascia senza fiato come avviene con un impatto devastante: l’illuminazione offre l’esperienza diretta e intensa che assomiglia allo shock, perciò è evidente e calzante l’assonanza con un colpo traumatico. L’illuminazione non ci offre nessuna scelta, poiché la verità nasce sempre già completa e totale, infatti l’ego viene spiazzato e travolto da questa evidenza, poiché è abituato a pensare dicendo “io” e “mio” nei riguardi di tutto ciò che lo coinvolge: ma il suo gioco onnipotente è finito!

Tutto il nostro mondo viene sovvertito e tutte le certezze sono annullate, perciò l’ego comprende che è stato scalzato dal suo trono, infatti assistiamo all’agonia e alla morte dell’ego, e l’avvenimento è molto triste e doloroso. Nel mondo precedente eravamo sicuri, perché avevamo un ego molto forte e determinato che sapeva come imporsi sul mondo usando la sua prepotenza, infatti lui conosceva ogni mezzo per vincere e reagiva sempre con l’aggressività alle avversità del mondo.

La nostra vita era piena di invidia e di desiderio ma non conoscevamo alcuna sconfitta, perché ogni errore veniva abilmente occultato con alibi, lacrime e recriminazioni: seppure fossimo dei ladri, eravamo dei ladri felici e invincibili, perché prendevamo tutto quello che desideravamo. Il mondo andava alla grande, e se qualcuno era un problema o un intralcio sapevamo come liberarcene, infatti conoscevamo ogni trucco per raggiungere i nostri obiettivi. Dopo l’illuminazione la vita è diventa un inferno e tutto è entrato nel caos, perché siamo usciti dal mondo abituale e non possiamo più tornare indietro, perciò conosciamo l’ansia e il disagio di essere degli stranieri in un terra estranea, e il fatto può diventare devastante.

Da quando la luna è esplosa nel nostro cuore ci siamo rammolliti e non sappiamo come ritornare a essere duri e sprezzanti, perciò non possiamo neppure usare più gli inganni e i trucchi dell’ego, perché la luna molesta sa che siamo falsi e impostori: tutti i trucchi dell‘ego sono stati scoperti e diventano evidenti, perciò ogni finzione diventa ridicola e inutile. Dall’illuminazione si emerge con un iniziale rigetto, perché la consapevolezza ci trasforma in animali sofferenti che maledicono il momento in cui sono andati a cercarsi i guai, perciò li hanno trovati nell’esperienza più scomoda e improvvisa che potessero incontrare.

Possiamo maledire l’inquietudine e l’insaziabile curiosità che ci ha spinto alla ricerca e vorremmo bruciare tutti quei libri che diffondono il morbo insidioso, perciò progettiamo anche come uccidere il maestro che ha avviato quel processo così penoso, affinché il Messia scomodo non possa disturbare anche altri malcapitati. Avere delle reazioni così paradossali è normale, perciò ci accade di provare delle profonde sensazioni di dolore e dei conflitti interiori dilanianti, come se fossimo state vittime di un trauma, poiché la paura unita alla tristezza sono i sentimenti normali che sono avvertiti se subiamo delle esperienze che sono molto dolorose e scioccanti.

Il primo passo diventa difficile se ci sentiamo soli e spaventati davanti a delle verità che sentiamo come troppo onerose per le nostre risorse interiori, perciò la solitudine diventa un sentimento persistente e il segno della resistenza ostinata dell’ego che non vuole rassegnarsi alla sconfitta, e che lotta ferocemente per costringerci a ritornare nell’ordine del mondo precedente. Se persistiamo nell’avanzare avendo un’attitudine guerriera, scopriamo che una luna interiore è sufficiente per renderci felici, in quanto ci fa sperimentare un’enorme beatitudine interiore. Noi ci sentiamo felici quando ci sentiamo autosufficienti, perciò dobbiamo trovare il coraggio di oltrepassare sia il dolore che il piacere, se vogliamo avere un’evoluzione ulteriore.

Il passo ulteriore giunge dall’accettazione di tutto quello che porta la situazione, e l’accettazione offre un miglioramento che diventa immediatamente utilizzabile per migliorare il nostro rapporto con la realtà dei fenomeni, infatti l’aggressività e la prepotenza diventano delle strategie che percepiremo come estranee, offrendo il sintomo che dimostra il risveglio del nostro sole. Nel buddismo si usa il simbolo del sole per indicare il femminile e il simbolismo della luna per indicare il maschile, poiché il femminile è connesso con il saper donare la vita e saperla accrescere, perciò il sole viene innestato nella testa per irrobustire il cervello, mentre la luna viene innestata nel nostro cuore per addolcirlo.

Le qualità solari sollecitano il risveglio naturale, perciò un ridestarsi che è dolce e delicato, poiché il sole è il simbolo della non paura e della dolcezza, infatti un risveglio naturale non usa i conflitti e l’aggressività nei confronti della vita e del mondo, e se sappiamo usare la gentilezza e la grazia in tutte le occasioni della vita, non avremo da temere nulla da ciò che la vita ci porterà. Se accettiamo d’impiantare il sole del principio femminile nella nostra mente avremo una crescente necessità di riordinare tutta la nostra vita, affinché tutto intorno a noi possa rispecchiare la medesima intelligenza e l’acuto discernimento che abbiamo saputo conquistare.

Vogliamo avere un mondo ordinato, pulito e luminoso, e vogliamo che il nostro mondo divenga sempre più magnifico e più grandioso, infatti avvertiamo un crescente disagio davanti a quello che percepiamo come falso, artefatto e artificiale. Il nostro risveglio interiore avviene anche a livello estetico, poiché sentiamo il desiderio di vivere in un mondo luminoso, elegante e accogliente, sebbene il nostro concetto di eleganza sia diverso dall’eleganza che è comune e consueta: l’eleganza che cerchiamo è sobria e razionale, poiché il sole mentale sa organizzare il suo mondo usando l’acutezza della sua intelligenza.

L’uomo sente la necessità di avere delle strutture interne che siano solide, perciò la costruzione del suo mondo non avviene tramite la progettazione architettonica, ma avviene simbolicamente ed è collegata con la protezione e con la certezza di avere un contenitore interiore che sappia offrirci il calore e l’accoglienza che ci rendono sicuri. La sensazione di avere dei confini interni sicuri e certi è collegata anche alla conoscenza di porte e di sentieri che possano farci entrare e uscire dal mondo, qualora ne avessimo la necessità, perciò questa scoperta diventa molto esaltante: questo è il dono offerto dal sole che brilla nel cielo, e la magia riesce anche nell’uomo se il sole risplende anche nella sua testa.

L’uomo non può abitare in una casa vuota, infatti sono le persone della nostra vita che creano l’atmosfera che ci è necessaria per avviare il risveglio, perciò nella metafora della casa interiore, pensiamo alle persone che hanno creato le nostre fondamenta, alle persone che sono state il salotto con il caminetto quando ci hanno scaldato e confortato, alle persone che sono diventate una cucina per nutrirci anche in senso concreto. Per l’uomo non è mai sufficiente solo uno spazio esterno concreto, poiché egli vive anche nello spazio interiore e questo spazio deve essere ricco di persone che sanno offrire un paesaggio ospitale e confortevole, perché tutti abbiamo bisogno di avere delle persone che ci possano aiutare e che siano le fondamenta, la soffitta, la finestra, la cucina, il letto e il bagno: e questa è l’unica essenza dell’esistenza umana quando la vita umana è naturale e sana.

La simbologia delle trame che si compongono e si dissolvono, riuscendo a collegare la vita degli uomini, e che ci fa comprendere la perpetua trasformazione del mondo è stata racchiusa nel principio del mandala. Nell’ambiente naturale dell’uomo deve esistere la dignità e l’onestà, perché sono le uniche qualità umane che possono diventare un punto di riferimento sicuro per iniziare a creare un mondo più giusto e più armonioso. La dignità e l’onestà sono le sole qualità umane che sanno fondare la grandezza dell’essenza umana, poiché la dignità umana non è nella prosopopea del presuntuoso e l’onestà non è nella rudezza che rigurgita sul mondo le sue verità personali e parziali.

Se diventiamo dei veri guerrieri conosciamo una dignità nuova che è contemporaneamente grande e umile ma rispettosa di tutto, poiché il guerriero possiede un senso del decoro e del rispetto che riserva, per primo soprattutto nei riguardi di se stesso, perciò sa rispettarsi e sa rispettare il mondo, perciò abita in un mondo che è sempre più caldo, più gioioso poiché rende il suo mondo un luogo molto affidabile e sicuro. La nostra crescita diventa una via da guerriero quando sappiamo accettare la luna nel cuore, perché la luna offre la dolcezza e la compassione, mentre il sole che splende nella testa ci offre la chiarezza e l’amore per la verità.

Sono l’inerzia e l’ignavia dell’uomo che ci impediscono di apprezzare una vita eroica, poiché gli uomini non amano essere disturbati e dicono di voler migliorare, ma poi rimandano all’infinito l’attualizzazione concreta dei loro propositi. La luna simboleggia il principio del dare e la natura compassionevole che sa offrire anche se stessa, infatti la luna ridesta “maitri” che è la dolcezza e la gentilezza, ma ridesta anche “karuna” che è la compassione, mentre lo splendore del sole sviluppa “prajna” che è la capacità intellettiva, perciò sviluppa un ottimo intelletto.

Nella cultura occidentale l’intellettualizzazione viene vista in modo negativo, poiché è associata con il distacco dall’emozione in quanto si crede che sia un contesto e un’occasione di fuggire dall’osservazione di se, ma prajna che è intelligenza costituisce il modo più preciso e giusto per osservare e sperimentare l’esistenza, perché essa usa l’esattezza e la precisione nell’analisi totale della situazione. Solo l’intelletto sa vedere in modo chiaro e totale in tutte le esperienze, poiché è l’intelligenza che sa prevedere il potenziale insito nelle situazioni e che viene celato dai fatti della vita concreta: è solo prajna che sa afferrare tutto il contesto in modo immediato.

Solo l’intelletto ci permette di discriminare nelle esperienze e riesce a farci conoscere le condizioni samsariche, quelle fumose e quelle illusorie, perciò solo prajna sa come discriminare ciò che diventa illuminante e ciò che può risvegliarci. Arrivando a questo punto sappiamo come vedere oltre le cose, perciò impariamo che nulla va rifiutato o va accettato a priori, perché nulla va escluso se vogliamo una vita che sia completa, perciò tutto va accolto, esaminato e valutato: tutto deve essere gestito e inserito nell’esperienza concreta se vogliamo vivere consapevolmente e se vogliamo scegliere come scelgono gli uomini liberi.

Il nostro mondo non deve essere chiuso e avaro, ma deve essere ricco e vario, perciò dobbiamo imparare come accudire bene alle nostre faccende se vogliamo avere anche degli ottimi rapporti con il resto del mondo: tutta la vita va apprezzata e celebrata, perciò iniziamo a fare la connessione imparando a farlo nei riguardi di noi stessi, perché la pratica inizia facendo la piena comprensione di noi stessi. Una persona che sta bene in sua compagnia vuole poco dell’altro, perché tutto quello che possiede è qualcosa di prezioso, di elevato e di elegante, infatti l’insegnamento del sole nella mente e della luna del cuore sanno come celebrare la vita in tutte le sfumature.

Un guerriero deve imparare come saper fondere il sole e la luna se vuole diventare l'imperatore del suo mondo, e se vuole che la conquista resti impressa indelebilmente nella sua natura: questo livello è raggiunto con lo sviluppo della natura di “vajra” che è un termine sanscrito che descrive l’indistruttibilità del diamante, poiché anche la nostra natura interna può avere le medesime caratteristiche di splendore e di resistenza. Questo è l’autentico destino dell’uomo, perché la vera natura umana è quella di diventare delle persone affascinanti, incantevoli, splendenti e gioiose, poiché queste caratteristiche sono le medesime preziose qualità che sono possedute dalla Divinità che abbiamo ridestato e che amorosamente ospitiamo racchiusa nel nostro cuore e nella nostra mente.

Buona erranza
Sharatan



martedì 2 agosto 2011

Nella mente del guerriero


“Chi in cento battaglie riporta cento vittorie,
non è il più abile in assoluto.
Chi non dà nemmeno battaglia,
e sottomette le truppe dell’avversario,
è il più abile in assoluto.”

(Sun-Tzu - L’arte della guerra)

Per il buddismo tibetano diventare un guerriero significa saper affrontare se stessi e vedere la questione come una dimostrazione di onestà riguardo a se stessi e non come un’occasione per punirsi con accuse di indegnità e di inadeguatezza. Ogni persona possiede degli aspetti poco nobili e dei lati oscuri, infatti tutti hanno qualcosa di cui non vanno orgogliosi, ma l’essenziale è avere il coraggio di affrontare la verità più schietta nei riguardi di noi stessi. Saper vedere come siamo non equivale alla condanna e non costituisce una dichiarazione di avere solo degli ostacoli mentali e di non possedere alcun pregio personale.

Per scoprire come siamo è necessario imparare a essere schietti e saper vedere la nostra situazione in tutta la sua interezza e in tutte le sue sfumature, perciò dobbiamo saper osservare e saper vedere con obiettività e con assoluta sincerità, che significa iniziare a percorrere la via del guerriero. Per il buddismo saper vedere e ascoltare la verità significa essere sulla via del dharma che è acquisire la capacità di poter sostenere la verità, poiché tra la verità del messaggio che giunge dalle dimensioni che vanno oltre la mente e colui che ascolta c’è un abisso che potrebbe diventare incolmabile: tra ciò che viene detto e colui che ascolta e che si rende disponibile all’insegnamento c’è un percorso che dobbiamo imparare a fare.

L’immagine del guerriero espressa nel termine tibetano "pawo," indica la persona coraggiosa, perché guerriero è chi ha una base interiore che è costituita dall’impavidità e dal coraggio, e non equivale alla capacità di saper sostenere una guerra. La mente occidentale non comprende che i manuali strategici orientali sono opere filosofiche in cui vengono esemplati degli stili di vita e costituiscono un’acuta osservazione delle strategie mentali con cui le persone gestiscono i conflitti interiori ed esteriori.

L’arte orientale della guerra è una forma di meditazione, infatti molti strateghi orientali mostrano il duello come un fatto spirituale e come un’esperienza molto formativa, soprattutto se il duello viene interiorizzato e la conoscenza dell’avversario avviene nella mente e non nell’intreccio dei corpi sudati. Anche chi ama trionfare pienamente, come Musashi, deve ammettere che chi riesce ad incutere timore nell’avversario, al punto che costui tema di attaccarci, questi è un vincitore ben superiore rispetto a tutti quelli che trionfano nella vera battaglia.

Sun-tzu raccomanda che, in guerra, dobbiamo fare conto soltanto su noi stessi e sulle nostre risorse personali, perché il tumulto della lotta ci permette di poter contare solo sulle nostre forze personali. Entrando in guerra è necessario imparare a usare ogni nostra caratteristica come un punto di forza e come un punto di vantaggio, perciò dobbiamo saper trasformare le nostre caratteristiche personali nel modo più vantaggioso. Nell’antichità molti duelli non venivano effettuati con le armi, ma i due contendenti si fronteggiavano e si misuravano psicologicamente, infatti veniva osservata la postura per vedere se l'avversario avesse dei cedimenti emotivi, e se il suo corpo fosse perfettamente rilassato ma pronto e il nemico fosse calmo e determinato a entrare in azione, perciò si calcolava la reciproca determinazione e la reciproca sicurezza interiore.

Chiaramente il saper fronteggiare l’avversario era una strategia per capire quanto l’altro fosse esperto, quanto fosse forte e determinato, perciò la sua pericolosità nella lotta e la valutazione avveniva a livello preliminare. Spesso avveniva, tra due grandi guerrieri, che uno potesse riconoscersi come inferiore per preparazione e per forza, perciò ammetteva una vittoria potenziale e tributava l’omaggio della vittoria preliminare, senza che fosse necessario dover incrociare le armi nel combattimento concreto. La tradizione guerriera ci dimostra che la strategia dell’eroe è nel saper combattere e nel saper vincere contro se stesso, piuttosto che nell'essere capace di affrontare e di sconfiggere gli altri.

Il vero coraggio è superare la viltà e la sensazione di essere feriti interiormente, infatti sentirsi feriti impone la necessità di darsi dei punti di sutura, perciò dobbiamo provare anche un dolore supplementare per essere risanati. Molti credono di potersi risanare senza dover provare dolore, perciò assumono dei tranquillanti e sognano di potersi risvegliare quando ogni dolore è ormai passato. Abbiamo paura di soffrire e di stare nel mondo, infatti temiamo che il male che esiste nel mondo ci possa colpire, perciò accettiamo ogni menzogna per sfuggire alla paura del dolore senza capire che accumuliamo la menzogna al dolore.

Un guerriero non ha mai paura di affrontare le sue situazioni e non teme un rischio in cui si gioca la vita, perciò diventare dei guerrieri significa vincere la paura, ma per vincerla dobbiamo osservarla mentre giunge. La paura giunge usando il travestimento dell’emozione violenta, si traveste usando il nervosismo, usa pure il sentimento dell’indegnità oppure si instilla nel dubbio sull’incapacità di saper affrontare le sfide della vita, infatti la paura è il motivo per cui molti vengono sommersi e sconfitti dalla vita, perciò usano i tranquillanti o le droghe come dei palliativi per tenere sotto controllo i disagi.

Se non impariamo a stare radicati nel mondo e se non sappiamo guardare in viso la nostra realtà non possiamo creare delle relazioni armoniose con il mondo, infatti se il corpo e la mente viaggiano con velocità che sono prive di sincronia e se il corpo e la mente non sanno come procedere in armonia siamo condannati a vivere nel buio avendo smarrito la via. Vivere nel sole del tramonto significa barcollare nel buio, perciò essere infelice nei bassifondi della vita che sono i luoghi in cui l’uomo diventa una scimmia ubriaca che si rende ridicola dimenando la coda davanti alla platea che la beffa, dice Chogyam Trungpa.

Il sole sorge nella mente del guerriero quando avviene il risveglio alla consapevolezza della dignità della condizione umana, che equivale al sapersi elevare alle più alte qualità della natura umana fondamentale. Questa è una condizione grande, poiché significa avere pienamente il senso della nostra condizione e il senso del nostro posto nel mondo, che è il senso di avere la testa sulle spalle, secondo il buddismo tibetano. Al mattino sorge la luce del sole dall’oriente, perciò l’oriente è il sorriso che noi facciamo all’alba quando ci svegliamo in un giorno felice, ed è l’immagine opposta a quella della scimmia ubriaca ridicola, ed è un contrasto stridente che è assieme terribile e magnifico.

L’ostacolo maggiore e il rischio di sconfitta è nella paura che è nello schema umano consueto di voler ingannare noi stessi e nella volontà di credere e accettare anche le più false e incredibili panzane pur di non vedere la realtà e pur di poter fuggire dalla paura. Noi abbiamo sempre paura di affrontare noi stessi, infatti molti credono che sia orribile esaminare il nucleo più profondo di loro stessi, quindi cercano una via spirituale che diventa un’anestesia. Sebbene molti dicano di voler essere liberi, vogliono la via che li renda liberi non dall’illusione di maya, ma vogliono una fuga dalla sofferenza di osservarsi interiormente e cercano la liberazione dalla loro essenza profonda.

Essere onesti nei riguardi della nostra vera natura è la lotta più pericolosa, per questo viene detta la via del guerriero che è la via per affrontare e vincere la guerra più dura, infatti l’osservazione può trovare la bellezza o la bruttezza interiore, infatti alcuni si sentono orribili e sono molto infelici. L’osservazione diventa la strada e il metodo migliore per iniziare a vincere noi stessi, infatti aprire il cuore e rilassarsi mentre ci osserviamo con amore è l’inizio del percorso e l’occasione per scoprire cosa siamo, perciò è l’inizio della connessione con la parte migliore di noi, perciò dobbiamo procedere con calma e con dolcezza.

Non possiamo barare con noi stessi perché non esiste il mercato delle verità interiori, infatti non possiamo raccontarci delle storie, perciò dobbiamo essere chiari e onesti quando ci guardiamo allo specchio. Pensare in modo giusto è scoprire cosa c'è in gioco e come giocare al meglio nella situazione, perciò vediamo che c’è qualcosa che va oltre noi stessi e oltre le lotte della mente, infatti scopriamo ciò che è desto oltre quello che dorme.

Nel nucleo più profondo dell’uomo c’è qualcosa che è la pura gioia ed è una nobiltà dall’origine antica, infatti il buddismo dice che tutti abbiamo la natura di Buddha che in sanscrito è detta "tathagatagarbha" che significa l’essenza di “colui che si è estinto” cioè di “colui che viene e che va” nel medesimo modo di tutti i Buddha. Questo concetto è molto denso e profondo, poiché indica la parte dell’essenza spirituale che tutti gli uomini condividono con la natura degli esseri più illuminati, infatti si indica lo spirito divino più eccelso. La fierezza e la bellezza di questa condizione innata nell’uomo è nella buddhità interiore che abbiamo come condizione effettiva e non potenziale, perché la nostra natura divina è reale e autentica.

L’uomo malato e infelice dorme davanti alla verità superiore, perché teme la grandezza e la responsabilità della missione umana, perciò il nocciolo della questione è come trovare una tecnica sicura per risvegliare il leone dormiente nella mente del guerriero. Secondo il buddismo tibetano la chiave è nella meditazione e nella capacità di saper oservare se stessi, poiché così conosciamo la nostra vera natura e possiamo rompere il flusso delle menzogne che ci raccontiamo.

Riconoscere la bontà fondamentale nascosta nel midollo dell’essenza umana è la condizione preliminare per credere che siamo persone degne della gioia e dell’amore che la vita ci riserva e per ritrovare la gioia interiore. Nella vita è necessario credere che oltre le nuvole c’è sempre un sole che ci sorride e che ogni vita umana ha un valore unico, perciò ognuno è sempre degno di avere il meglio di ciò che la vita può offrire. La scoperta del valore della vita umana e la consapevolezza del significato profondo della nostra vita diventa l’obiettivo della mente coraggiosa e fonda la filosofia del guerriero che coltiva il coraggio di osservare e di conoscere se stesso.

Buona erranza
Sharatan


lunedì 27 giugno 2011

Il ruggito del leone


“Vittorioso io sono e onniveggente,
per sempre distaccato da ogni cosa.
Liberato da tutto e dalla sete,
autodidatta e senza alcun maestro.

Non v’è per me maestro, né compagno;
non v’è in cielo, né in terra alcuno che mi sia pari.
Io sono il Signore del mondo, il supremo maestro:
estinti gli attaccamenti, vi sono io,unico e risvegliato.”

(Majjhima Nikaya, Opamadhamma)

Nel buddismo si afferma che la vita porta dei problemi, perché l’uomo deve affrontare il problema delle credenziali che lo fanno sentire sicuro nelle sue illusioni, perciò i problemi vengono per offrire l’opportunità di riflettere sulla nostra ricerca di sicurezze e per farci riflettere sulla nostra percezione del mondo. Nel buddismo tibetano usano l’espressione “ruggito del leone” per affermare che ogni stato mentale è sfruttabile per aiutare la nostra meditazione sulla vita.

Lavorando con le emozioni si agisce sul 5° skandha cioè sulla coscienza, ma anche sul 4° skandha collegato a “concetto” e “intelletto,” infatti le emozioni devono essere viste come delle formazioni che influiscono su determinati distretti energetici. Le forme di energia sono paragonate all’acqua e il pensiero viene paragonato al pigmento colorato che può tingere l’acqua con le sfumature più variegate e con tinte più forti o più tenui: quando le acque delle emozioni e i colori dell’intelletto si mescolano si formano le nostre colorate emozioni.

I nostri concetti mentali forniscono all’energia delle emozioni un livello e una posizione interiore che sono più o meno elevate e che possono essere intense o superficiali, perciò esse rivelano il senso del rapporto del soggetto con le sue energie, infatti le emozioni diventano molto potenti e vivide. Le emozioni causano problemi perché il rapporto che abbiamo con loro non è chiaro, infatti nel 5° skandha l’ego diventa molto forte avendo acquisito il senso del sé, perciò riesce a esercitare un maggiore controllo e si crea ciò che Chogyam Trungpa chiama un conflitto tra il sovrano e il suo primo ministro.

La condizione è quella del re che non si fida più del ministro più fidato: il consigliere è diventato più potente del suo sovrano, perciò il rapporto di fiducia si è interrotto. Con le emozioni avviene ugualmente, perché noi non abbiamo la fiducia interiore di saper padroneggiare le emozioni e questo ci causa il dolore, in quanto c’è il timore che l’emozione possa travolgerci fino a privarci dell’identità. E’ il fatto di non poter contare su un affidabile centro di controllo interiore che attiva il conflitto tra la forza delle emozioni e il nostro timore di dover soccombere a una forza a cui non possiamo resistere, per questo è necessario imparare come controllare le nostre emozioni.

Solitamente avviene una dura battaglia interiore tra noi e le nostre emozioni, perciò la guerra esiste anche tra noi e le nostre proiezioni, per cui il conflitto viene esteso fino al mondo esteriore. Se vediamo la situazione così, spiega Chogyam, tutto diventa estremamente logico e trasparente, sebbene sia necessario saper discriminare tra “vedere” perciò percepire le cose per come sono e “guardare” che è compiere uno sforzo inutile e dannoso di utilizzare delle credenziali e delle proiezioni per avere un rapporto con il mondo.

Ma tutte le sicurezze fondate sull’inganno e sulle illusioni offrono una felicità e un conforto temporanei, sebbene vi sia un modo molto rozzo di guardare al mondo che è un modo molto più facile di vivere. Infatti esiste l’uso delle proiezioni, che è un modo molto infantile di usare il mondo e di manipolare la realtà che ci causa la ripetizione delle medesime situazioni. Questa maniera di vivere non costituisce un modo fluido di trattare con il mondo, poiché è un modo di vedere rigido che vede tutto in uno spazio congelato e solidificato.

Questo modo di vedere considera il mondo come una sostanza molto dura munita della qualità del metallo o della plastica, poiché tutto è artificioso e artificiale e anche i colori non sono visti come sono, perciò sono privi di luce e trasparenza, ma diventano colori plastificati e falsi come la barriera dualistica che ci rende ciechi al vedere completo. Questo non vuol dire che non siamo consapevoli delle qualità materiali, poiché sappiamo riconoscere se un muro è stato costruito con la pietra o il mattone, ma significa saper apprezzare le vere consistenze dei materiali.

La capacità di percezione che diventa necessaria, dice Chogyam, è assai più psicologica che fisica, perché si allude alla durezza mentale e alla qualità metallica che equivale a considerare il mondo solo nella sua versione solida, che è un modo assai interessante, perché questa percezione è molto individualizzata e riguarda il livello più centralizzato e il tema di fondo, perciò la nostra vera “coscienza del sé.” L’obiettivo finale è quello di sperimentare una “shunyata,” cioè una totale assenza di concetti e di etichette mentali, perciò il fine è la liberazione dalla barriera dualistica che limita la nostra visione.

Ma un obiettivo elevato è molto lento, perciò si costruisce facendo dei piccoli passi prima di poter giungere a vedere il pensiero con tutte le sue tinte e con tutta l’intensità della sua forza, in modo che la visuale divenga chiara e completa. Ogni processo del pensiero e dell’emozione avviene in un luogo che è privo di spazio infatti è in nessun luogo, perciò il suo unico spazio è “lo spazio positivo degli abili mezzi, e dell’operare con le situazioni di vita quotidiana.” L’aspetto positivo delle emozioni e il loro potere creativo avviene tramite lo spazio dell’esperienza, anziché attraverso il loro prodotto: se non abbiamo problemi con la percezione dello spazio anche l’emozione cesserà di creare dei problemi.

Questo processo positivo significa essere “una sola cosa con le emozioni,” che è un’alleanza preferibile al conflitto, infatti la repressione porta alla compressione energetica che causerà l’esplosione della reazione di ciò che viene oppresso. L’opzione diversa è quella di farsi trascinare, perciò consentire l’accesso all’emozione per essere completamente trascinati fino a perdere ogni riferimento e ogni controllo mentale restando in completo asservimento della confusione di mente e di materia. Probabilmente l’espressione espressa in modo totale diventa un modo per alleviare la tensione facendola sfogare, ma l’indulgenza rafforza il difetto rendendolo ancora più potente, perciò è sicuro che così non potremmo costruire alcun controllo sulle nostre emozioni.

L’unico modo intelligente di agire sulle emozioni è quello di entrare in contatto con “la loro sostanza fondamentale, con la loro qualità astratta,” infatti la loro essenza fondamentale è l’energia: la qualità dell’emozione è sempre l’energia. Se impariamo a gestire tutte le forme di energia con cui entriamo in contatto anche l’emozione cesserà di essere un problema, poiché quando esiste un rapporto non c’è paura di sostenere un confronto, infatti restiamo rilassati e abbiamo la tranquillità e l’agio di poter vedere chiaramente la questione.

L’ultima fase con cui si struttura l’ego è quella in cui entra in gioco la coscienza e i concetti mentali, perciò diventa evidente che essi non possono essere eliminati, ma che dobbiamo saper vedere le cose per come sono per diventare abili a trasmutare le loro confuse qualità, in qualità che siano trascendenti. Chogyam Trungpa ci ricorda che l‘ego non è obbligatoriamente un nemico, poiché esso fa parte di noi perciò non possiamo attaccarlo e ucciderlo, poiché sarebbe l’esito letale dell’organismo suicida.

L’ego è assai potente perciò sa trasformare in solida materia anche la sostanza eterica più sottile, ma la spiritualità non prevede nessun atto di lotta e nessuna guerra, poiché lo spirito è amore perciò è nonviolenza. La nostra scissione è prodotta dall’unica barriera che non può essere abbattuta a colpi d’ariete, perciò è il nostro ego che deve imparare ad adattarsi e deve imparare a pensare in modo più fluido e creativo.

Il buddismo usa l’immagine del ruggito del leone per onorare questa coraggiosa intenzione, poiché la volontà di lavorare sul caos per ripristinare l’ordine è la capacità di saper padroneggiare ogni situazione. Quando arriva il leone ed emette un ruggito si ristabilisce l’ordine nel serraglio animale che era in fermento, perciò il leone ripristina la sua signoria, poiché afferma una indiscutibile superiorità rispetto agli altri animali. Saper riportare l’ordine diventa possibile se impariamo a usare le nostre percezioni sensoriali per acquisire una nuova sensibilità e sappiamo analizzare il fluire delle nostre emozioni.

Questa cognizione ci offre una visuale evolutiva completa, poiché le emozioni si possono vedere, ascoltare, odorare, toccare e trasmutare, in quanto esse non possono essere evitate ma devono passare nel fine setaccio della nostra percezione più profonda. Nel vedere le emozioni vi è consapevolezza che esse richiedono uno spazio per svilupparsi, poiché questo dato è oggettivo e non richiede alcuna spiegazione, in quanto nell’uomo avvengono le emozioni e questo va accettato come caratteristica del genere umano.

Quando impariamo ad ascoltare come nascono le nostre emozioni impariamo a sentire la pulsazione delle energie che salgono, perciò sentiamo l’ondata energetica che cresce come una marea, infatti sappiamo indagare il punto da cui hanno origine e conosciamo il tipo di percorso che attuano quando fluiscono verso di noi. Nell’odorare le emozioni c’è una similitudine nella capacità di apprezzare un cibo sapendo valutare l'odore, perciò significa saper prevedere se il cibo è buono dal fatto che l'odore è gradevole: l‘olfatto aiuta l’appetito, perciò il buon odore fa intuire se un cibo è buono e se è adatto al nostro gusto.

Imparare a toccare le emozioni significa che sappiamo percepire l’essenza della situazione, perciò sappiamo sentire una situazione in modo così concreto da poterla quasi toccare in modo concreto. L’energia delle emozioni non è una componente sbagliata o distruttiva, sebbene possa essere una modalità goffa e inesperta di far circolare il flusso energetico: ogni nostra manifestazione che sia attiva, passiva o avida, può diventare una modalità personale di approcciare al mondo, se la sappiamo trasmutare adeguatamente. Trasmutare non significa voler cambiare la qualità fondamentale delle emozioni infatti, come nella pratica alchemica del trasmutare il piombo in oro, non si rifiuta la qualità fondamentale del materiale, ma si diviene abili a modificarne l’aspetto e la sostanza.

E’ così che si percepiscono equilibratamente le emozioni, poiché non possiamo lasciare che l’emozione giunga per travolgere ogni cosa, poiché l’emozione sa strappare ogni ormeggio e rende necessarie delle credenziali che ci rendono schiavi e vittime dell’odio o dell’amore. Illudersi di poter vivere senza provare delle emozioni è come fare un gioco suicida, perciò appare più strategico e opportuno imparare a direzionarle. Diventiamo vittime delle emozioni quando ne siamo devastati, perciò quando perdiamo la testa e il caos viene a sommergerci, perciò nascono l’aggressività e la depressione che sono le reazioni estreme della mente infelice.

Trasmutare significa avere il coraggio di andare fino in fondo, significa non avere paura di lasciarsi andare e sapere come poter cedere all‘emotività, infatti quando l’emozione giunge non ti ripari e non la rifiuti ma corri per accoglierla come una parte intima e gradita. Le nostre emozioni non sono delle estranee, perciò non possiamo temerle o combatterle essendo una nostra componente, infatti possono diventare una parte manovrabile. Le nostre emozioni assomigliano alla danza, perché la danza sa rendere armoniose e fluide tutte le parti del nostro corpo, così deve diventare anche la collaborazione tra noi e le nostre emozioni in modo che possa risuonare un ruggito da leone.

Ogni volta che cessano le resistenze interiori si crea un’onda ritmica, poiché la musica e la danza sono sempre unite: tutto ciò che è inserito nel ritmo samsarico è composto di sostanze che possono essere trasmutate, ma il nostro egocentrismo ci spinge a costruire delle toppe con cui rinforziamo le lesioni delle nostre armature interiori. Ogni toppa che aggiungiamo ci rende sempre più problematico il movimento, soprattutto se rinforziamo le giunture degli snodi energetici: ogni nostra preoccupazione è rivolta a salvare le apparenze delle credenziali, perciò rattoppiamo le nostre armature e rinforziamo le strutture che possono franare.

L’uomo può restare mummificato nelle sue protezioni, poiché le toppe possono impedire ogni movimento e renderci immobili come cadaveri, perciò possiamo costruirci una protezione che sia totale, sebbene possa risultare troppo poco pratica. Con il ruggito il leone affermiamo che siamo in grado di dominare la sostanza delle nostre emozioni, infatti ne riconosciamo ogni sfumatura poiché è fatta della nostra materia, perciò la sappiamo padroneggiare come un territorio su cui esercitiamo un pieno dominio.

Nell’arte indiana si rappresenta il ruggito del leone con quattro leoni uniti nel dorso e con il viso rivolto nelle quattro direzioni per simboleggiare un procedere privo dell’essere, perciò il saper camminare senza un dorso. Una persona priva di paura può andare ovunque, perché il suo procedere possiede la sicurezza interiore che si irradia in ogni direzione. L‘immagine dei Buddha dalle mille facce o dal milione di volti che guardano in ogni direzione esprimono il concetto della consapevolezza panoramica che vede ovunque, perciò non possiede alcun lato da cui un nemico possa attaccarla di sorpresa.

Il ruggito afferma il coraggio di saper sfruttare ogni cosa della vita, poiché nulla è buono o cattivo ma tutto diventa utile se sappiamo renderlo fruibile, perciò ricercare delle credenziali appare un gioco inutile e ridicolo. La vita diventa completa se la vediamo come un pranzo, infatti se abbiamo fame vogliamo avere velocemente un cibo e non abbiamo tempo di leggere un menù. L’assonanza con la vita è nell’imparare che dobbiamo saperci nutrire di ogni cibo che troviamo, poiché non sempre possiamo scegliere dal menù, ma possiamo imparare come elaborare le sostanze per rendere commestibile tutto quello che la vita ci offre.

Quando il leone fa risuonare il suo ruggito ci comunica che ha imparato a fare l’elaborazione anche senza l’aiuto di una fonte esteriore, poiché se la funzione si è ben stabilizzata la capacità relativa si attiva in modo automatico, perciò sappiamo che è sufficiente che il leone giunga nella foresta per ristabilire la pace. Quando saremo diventati più abili arriveremo al punto in cui non avremo più bisogno nemmeno di ruggire per affermare la nostra autorità, poiché sarà sufficiente la semplice presenza del leone per riportare la pace nella foresta.

Buona erranza
Sharatan