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martedì 1 luglio 2014

Il patto dei Buddha



“Il saggio è il servo di tutti.”
(Proverbio tibetano)

Robert Thurman dice che l’essenza della civiltà tibetana è quella di essere stata definita dai Buddha che vivono tra loro. Infatti, per capire la loro visione del mondo è sufficiente conoscere un detto popolare: “Ci sono tre che sono i più cari ai tibetani: il Prezioso Guru (Padmsambhava); il Signore Maestro (Atisa) e il Prezioso Maestro (Tsong kha pa)".

Il Prezioso Guru è Padmsambhava, il principe dell’Afganistan che visse più di 12 secoli, e che divenne un grande Buddha (samyaksambuddha). Il Signore Maestro è Atisa, il Buddha successivo che nacque nel 982 d.C. come principe di Zahor, nel Bengala. Dopo aver intrapreso molti studi tantrici Atisa rinunciò al trono, divenne un monaco e diventò un maestro che divenne molto famoso per la sua conoscenza di tutti i livelli di buddismo.

Il Prezioso Maestro è Tsong kha pa, il Buddha successivo che si reincarnò nella provincia tibetana di Amdo nel 1357 d.C. Egli fu un bambino prodigio che fu riconosciuto come la reincarnazione di Manjusri, il Dio della Saggezza. Fin dall’età di 3 anni passò una vita di studio, azioni sociali e di meditazione raggiungendo una perfetta illuminazione dopo un ritiro di soli 5 anni.

Fondò un movimento progressista che credeva all’avvento del futuro Buddha Maitreya ossia l’Amorevole. Diede nuova vita al monachesimo, e diffuse dottrine di grande saggezza, infatti è conosciuto per i suoi trattati penetranti e ispirati. Lasciò moltissimi discepoli ben preparati e morì nel 1419 con dei segni che mostrarono la sua vita miracolosa.

Il fatto è che i tibetani credono profondamente nei Buddha e si sentono profondamente e intimamente legati a loro, perché danno per scontato che molti Buddha girano nel mondo. Il buddismo tibetano insegna che il riorientamento della vita individuale e di quella sociale deve tener conto della presenza dei Buddha nel mondo.

Essi credono nella capacità posseduta da ogni uomo di poter diventare dei Buddha, perché credono nel percorso spirituale che consente di diventare un Buddha. Questo fatto caratterizza il buddismo tibetano rendendolo diverso, sebbene la cultura classica indiana contempli la possibilità di insegnare come avere la realizzazione della nostra buddhità.

Anche la scuola Theravada crede che il Buddha sia un essere che si è purificato e che non si reincarna più, perchè lascia il mondo per sempre. Queste dottrine sono chiamate il Veicolo individuale o Hinayana e affermano che ci furono molti altri Buddha prima di Sakyamuni, perciò ci saranno molti altri santi o arhat che seguiranno le sue orme.

Ogni uomo può praticare la via se attua gli sforzi che sono necessari, perciò tutti possono diventare un Buddha. Ma, al tempo presente, non c’è alcun buddha vivente fino alla nascita del prossimo, cioè Maitreya il Buddha Amoroso che nascerà nei tempi futuri.

Gli insegnamenti del Veicolo universale, del Mahayana, hanno una idea diversa che è legata alla struttura dei corpi sottili. Nel Mahayana s’insegna che tutti hanno un corpo fatto di realtà assoluta detto dharmakaya che è un corpo indifferenziato condiviso in pace assoluta da tutti.

Poi abbiamo il rupakaya che è un corpo fatto di manifestazioni relative, infatti esso è composto da un corpo incommensurabile di beatitudine infinita detto sambhogakaya che è fatto d’infiniti colori e di luci incredibili. Questo corpo non può essere visto dagli esseri normali. Il rupakaya essendo un corpo di manifestazioni relative è costituito dal nirmanakaya cioè dal corpo di manifestazione.

Questo corpo di manifestazione è strutturato in 3 forme diverse ossia della forma ideale che è rappresentata, nell’epoca odierna, da Sakyamuni, poi c’è la forma dell’incarnazione che si manifesta con molti tipi diversi di esseri umani e con altri tipi di esseri animati e inanimati come continenti, mari, isole e anche case, tavoli, etc. Infine c’è la forma artistica che rappresenta tutte le forme che il Buddha assume nelle manifestazioni d’arte.

I seguaci del buddismo mahayana pensano che lo stato di Buddha sia uno stato a cui si può essere educati, ma essi non si aspettano di incontrare per strada Buddha. Essi credono che stiamo vivendo nei tempi bui e oscuri del kaliyuga, perciò nessun Buddha può vivere nel mondo, perché essi vivono tutti nella Terra Pura oppure nel Paese del Loto.

Solo i tibetani hanno conservato intatta tutta la tradizione tantrica buddista indiana che è nel terzo veicolo ossia nell’insegnamento del tantrismo mantrico e adamantino (vajrayana). Esso è l’insegnamento esoterico del Grande Veicolo cioè è l’insegnamento di quella parte del Veicolo universale che mette maggiormente in risalto tutte le “pratiche basate sulla sensazione dell’immediata presenza della realtà del Buddha” afferma Robert Thurman.

Queste dottrine insegnano a conseguire la buddhità in una unica vita o nel corso di poche vite. Il terzo veicolo insegna a accelerare il sentiero evolutivo del veicolo universale con cui un bodhisattva si trasforma da essere umano normale in Buddha. Si crede che si possa ridurre il tempo necessario per la trasformazione che è di 3 kalpa cioè 3 giorni di Brahma che equivalgono ognuno a 3.320.000.000 anni.

Il fatto essenziale del percorso è la possibilità di avere l’accesso alle persone che sono già diventate Buddha. Quando i tibetani pensano a Sakyamuni, lo pensano come un essere perfetto ma lo sentono come una presenza che è sempre vivente nel mondo. È certo che non lo pensano solo come un Dio, ma che lo sentono anche come un uomo che ha saputo vincere la morte perciò lo pensano e lo sentono simile a Gesù Cristo.

I tibetani non si aspettano il ritorno del Buddha, perché sanno che il Buddha è sempre presente e accessibile. Lui non ci ha mai lasciato, ma si è solo ritirato dal nirmanakaya ideale che fu chiamato Sakyamuni. Essi sanno che Sakyamuni insegnò un veicolo universale, un veicolo tantrico e un veicolo individuale, perciò ogni uomo sa come fare per diventare un Buddha.

Sakyamuni fu l’essere umano che ha raggiunto la più perfetta forma evolutiva che un uomo può raggiungere, perciò Siddharta è un ideale sovraumano. Egli impersonò la più elevata evoluzione mentale e fisica, infatti il principe dei Sakya è l’Insuperabile Signore illuminato, perché è un tipo di vita che oltrepassa sia la forma umana che quella divina perciò fu chiamato il Leone vivente cioè Narasimha.

Sakyamuni fu detto anche il “Dio oltre gli dei” ossia Devatideva, infatti la sua benevolenza nei confronti di tutti gli esseri è quella del Buddha più perfetto perché è sovrumana. Tra i tanti discepoli del Buddha ci sono 4 grandi bodhisattva celesti, eroi dell’illuminazione, che sono interessati in modo particolare alle vicende del Tibet.

Queste figure celesti sono: la bodhisattva Tara, Signora delle Attività miracolose e 3 i bodhisattva maschili: Avalokitesvara, Signore della Compassione, Manjusri, Signore della Saggezza e Vajrapani, Signore della Potenza. Queste figure celesti furono tutte discepoli del Buddha pur essendo loro stessi dei Buddha perfetti che si realizzarono molto prima dell’origine del nostro universo.

Essi fecero la promessa di ritornare sempre a manifestarsi come discepoli di tutti i Buddha che nascono in tutti i mondi, perciò scelsero di diventare degli intermediari tra i buddha e le genti di quei mondi. Avalokitesvara e Tara sono la coppia divina adorata come Padre e Madre celesti che vissero molte volte, rispettivamente, come imperatore o lama governante del Tibet e come regina o protettrice di quel regnante.

Manjusri è il Buddha che, da innumerevoli kalpa, si reincarna continuamente in ogni mondo che viene visitato dal Buddha. Lui pone i più difficili quesiti sulla dottrina più difficile e profonda. Il suo obiettivo è quello di aiutarci a sviluppare il prajna, l’intelligente conoscenza-consapevolezza che è l’unico modo per raggiungere l’illuminazione.

Dalle incarnazioni di Manjusri sono nati grandi insegnanti, mistici e dei maestri che diffusero le dottrine buddiste nelle terre tibetane come il Prezioso Maestro, Tsong kha pa. Invece, Avalokitesvara, in passato, si reincarnò come fedele discepolo di Atisa e, al tempo di Tsong kha pa, visse come rJe dGe ‘dun, cioè il Primo Dalai Lama.

I Dalai Lama sono i leader spirituali del Tibet, perché sono la reincarnazione di Avalokitesvara che scelse di essere sempre il loro capo per sigillare meglio il patto tra i Buddha e il popolo del Tibet. Avalokitesvara ritorna per aiutarli però, attualmente, quel popolo è oppresso tanto crudelmente dai cinesi, che rischia di scomparire per sempre.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 10 gennaio 2014

Giocolieri e funamboli



"I cambiamenti non si verificano cercando di costringere
voi stessi a cambiare, bensì diventando consapevoli
di ciò che non sta funzionando."
(Shakti Gawain)

Siamo impegnati a vivere in due tipi di realtà e il primo tipo è la "realtà assoluta” formata dallo spazio mentale aperto e illimitato. Lo spazio mentale ha una potenzialità infinita che una descrizione potrebbe limitare. Sullo sfondo indefinito della mente passa la realtà mentale che nasce, si trasforma e muore.

I fenomeni sono gli oggetti del mondo materiale ma sono anche i pensieri, le emozioni e le sensazioni della nostra mente. Nella mente appare, si trasforma e fluisce ogni tipo di fenomeno, perché uno sfondo mentale indifferenziato permette la percezione di una realtà illimitata.

La realtà assoluta è immensa come lo spazio cosmico in cui avviene il movimento del sole, della luna e della terra con la natura, con gli animali e con gli esseri umani. Nello spazio cosmico vediamo molti mondi diversi che vivono le loro trasformazioni, perché anche il cosmo deve finire il vecchio corso quando inizia un nuovo ciclo evolutivo.

Se non avessimo una base indifferenziata che consente tutte le potenzialità, non avremmo le trasformazioni che determinano l’evoluzione del cosmo. Perciò, se a livello macrocosmico vediamo un mondo che nasce, si trasforma e finisce per dare spazio al mondo che nasce. Similmente deve avvenire anche per cose, relazioni, ed emozioni che sono nello spazio della coscienza che crea la nostra realtà relativa.

Viviamo come giocolieri o funamboli che oscillano tra i due livelli di realtà, perché percepiamo in modo dualistico. La scissione della percezione è relativa a quello che crediamo amico o nemico, piacevole o doloroso, positivo o negativo e così via. Questo tipo di pensiero diventa limitante, perché nasce dal peso delle convinzioni e dal valore che diamo agli oggetti, perciò è relativa alla nostra prospettiva.

Ogni essere incarnato racchiude in sé un nucleo di tendenze che condizionano il suo modo di percepire, di pensare e di valutare, ma condiziona anche la sua struttura fisica. La nostra scintilla è lucente quando nasciamo, ma diventa più debole e oscura mentre ci identifichiamo con la realtà materiale percepita dai sensi.

Nella maggioranza dei casi il nostro corpo e il cervello crescono su strati di condizionamenti, di schemi emotivi imposti da altri e su strutture mentali che provengono dal nostro ambiente. Con l’aumento degli strati diventiamo sempre più rigidi, perciò è rigida anche la nostra visione del mondo.

Perdiamo sempre più contatto con la chiarezza, l’apertura e l’amore primario che sono l’essenza del nostro essere, e impariamo a difendere e amare solo l’immagine fittizia di noi stessi che abbiamo creato, anche se questa immagine si rivela distruttiva. Secondo i lama, gli schemi emotivi, il senso interiore e la tendenza allo squilibrio o all'equilibrio così come pure tutte le nostre caratteristiche emotive e fisiche sono regolate dalle funzioni del nostro corpo sottile.

Gli insegnamenti sul corpo sottile sono un tipo di studi molto elevato e avanzato, ma sono diffusi dai maestri, perché il concetto di corpo sottile e il peso delle sue influenze sul pensiero, sulle azioni, sulle emozioni è essenziale per eliminare le stratificazioni che offuscano la nostra consapevolezza.

Se non conosciamo questi concetti, non potremo diventare aperti e amorevoli con noi stessi, con gli altri e non sapremo come fare per migliorare le condizioni della nostra esistenza. Se non siamo consapevoli di questo, ogni meditazione rimarrà solo una tecnica di ampliamento del conforto e il risultato sarà un rafforzamento del solido senso dell’io.

Il corpo sottile funziona come un’interfaccia che permette il contatto tra la mente e il corpo, perciò il corpo sottile è il ponte tra il livello fisico e quello mentale. Quando il fisico percepisce, la stimolazione raggiunge il corpo sottile che risuona a causa delle stimolazioni dei sensi. Il corpo sottile ci collega ai nostri sentimenti, perciò se il fisico usa nervi, muscoli e organi per percepire anche la struttura sottile deve essere ugualmente complessa.

La struttura è fatta da tre sistemi collegati tra loro, di cui il primo è l’apparato di elementi detti “tsa” ossia “canali” o “percorsi” che agiscono come i canali ed i meridiani descritti nell’agopuntura. Alcuni maestri associano gli “tsa” con il sistema dei nervi che percorrono il nostro corpo fisico, perché le correlazioni sono entrambi vere.

Nei canali scorrono le “scintille di vita” chiamate “tigle” con un termine tradotto come “goccioline” o “gocce” poiché danno l’idea migliore di quello che scorre nei canali. Oggi le goccioline si correlano ai neuro-trasmettitori, cioè ai messaggeri chimici del corpo che influenzano tutte le nostre funzioni fisiche, emotive e mentali.

I mediatori chimici sono infinitesimali, ma producono potenti effetti che possiamo definire di tipo sottile. Il “tigle” scorre nel corpo spinto dall'energia detta “lung” ossia da “un vento” che ci spinge fisicamente, emotivamente e mentalmente. Senza il lung non ci sarebbe il movimento e la vita, perciò la sua dimora è 4 dita sotto l’ombelico cioè nel medesimo punto del Tan-tien del Qigong.

Dalla dimora del tan-tien esce il flusso del lung diffondendo nel corpo le scintille di vita che sono veicoli della nostra energia vitale fisica, emotiva e mentale. Chiaramente non è facile vedere un corpo così impercettibile, ma lo conosciamo meglio se lo osserviamo quando il suo flusso è perturbato.

Tutti i traumi imprimono perturbazioni nei tsa ed essi si contorcono creando schemi distorti che incidono sull'organismo fisico e sull'aspetto psichico. Un altro squilibrio si crea quando il lung si agita, e lo squilibrio si crea comunemente durante lo sviluppo degli strati dell’io, perché l'io diventa sempre più solido e si orientato sempre più verso l'aspetto materiale della realtà.

Diventiamo sempre più sensibili alle aspettative, alle attrazioni, alle avversioni a gli apprezzamenti che ci provengono dal mondo esterno. Siamo sempre più distanti dalla nostra scintilla fondamentale colma di amore, di chiarezza e di apertura. Perciò cerchiamo sempre più il benessere materiale e le soddisfazioni nei successi esterni.

Ma, molto più facilmente, restiamo delusi oppure ciò che troviamo non ci appaga come vorremmo che fosse, quindi il lung diventa irrequieto e burrascoso. Perciò diventiamo sempre più iperattivi, nervosi, agitati e facciamo fatica persino a dormire, perché l’energia agitata si autoalimenta ulteriormente.

Senza renderci conto diventiamo concitati, mangiamo di corsa e iniziamo a soffrire di ansia, nervosismo, mal di schiena o di stomaco prodotti dall’inquietudine e dalla frenesia interna che ci impedisce di trovare pace. L’inquietudine del lung esagitato può diventare pericolosa, perché la sua perturbazione può fermarsi nel cuore o può danneggiare anche altri organi fisici.

Possiamo sviluppare dei malesseri se l’energia diventa troppo intensa, perché una tensione eccessiva logora troppo, deprime, rende incapaci di reagire e può spingere a dormire troppo. Se gli tsa si bloccano anche il lung inizia a circolare disordinatamente. Il corpo è strutturato per conservare gli schemi che vengono usati più spesso, perciò anche gli schemi malsani possono diventare le strutture preferite del corpo.

Con il trascorrere del tempo, gli schemi che abbiamo creato iniziano a plasmare il nostro pensiero, influiscono sulle nostre emozioni e le nostre azioni; e tutto avviene anche se non lo sappiamo coscientemente. Questi schemi psicosomatici sono creati dal nostro corpo sottile, perciò sono conservati nel corpo sottile. Per questi motivi, il contatto con questo involucro deve essere molto delicato, amorevole e gentile.

Dobbiamo agire con attenzione sul corpo fisico e la medesima delicatezza va usata per agire sul corpo eterico. La consapevolezza della sua importanza nasce quando capiamo i segnali sottili che vengono emessi dal nostro corpo. E non dimentichiamo che la conoscenza sottile del mondo è il passo evolutivo più importante per la nostra coscienza.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 12 settembre 2013

I falsi sentieri



“Abbandonarsi vuol dire liberarsi.”
(Dugpa Rimpoce)

Percorrere un sentiero spirituale non è una cosa semplice da affrontare con superficialità, insegna il grande lama Chogyam Trungpa, perché il sentiero spirituale è sempre molto arduo e difficile. Sebbene molti aspirino a percorrerlo, non di meno, gli aspiranti ricercatori andrebbero avvertiti sui pericoli che si presentano lungo il percorso.

Ci sono molte deviazioni che portano alla confusione, perché la spiritualità si presta facilmente ad una visione egocentrica. Si può cadere facilmente in inganno e si può credere di essere sulla strada giusta, mentre invece stiamo solo rafforzando la visione egocentrica che usa le tecniche spirituali: a questa distorsione possiamo dare il nome di materialismo spirituale.

Sono molte le forme di inganno a cui possiamo andare incontro e in cui possiamo cadere, perciò il sentiero spirituale è considerato come il processo per cui riusciamo ad aprirci una strada attraverso la confusione e gli auto-inganni per scoprire il risveglio della mente. Questo risveglio viene ostacolato dal sonno della mente e dai suoi auto-inganni.

Non si tratta di ritardare il risveglio ma si tratta di bruciare gli inganni e la confusione, e la combustione costituisce l’illuminazione. Senza il processo di combustione, lo stato di risveglio non sarebbe un prodotto autentico dell'essere, ma sarebbe il risultato di cause e di effetti, perciò sarebbe uno stato mentale di dissoluzione.

L’illuminazione non è qualcosa che possiamo produrre ma qualcosa che dobbiamo scoprire, e la tradizione buddista usa l’immagine del sole sorgente per spiegarla. Con la meditazione possiamo eliminare la confusione dell’Ego per trovare lo stato di risveglio, perché l’assenza di ignoranza, di confusione e di paranoia spalanca l’orizzonte della vita e fa scoprire un nuovo modo di essere.

L’assenza di confusione comporta che l’uomo possa sentire il senso del suo sé in modo solido e stabile. Solitamente i pensieri e le emozioni forniscono un senso di sé che è molto precario e transitorio, perché tutto è legato a ciò che accade, perciò crediamo che quello sia il nostro vero essere e cerchiamo di conservarlo.

Siamo così immersi nella confusione che ci aggrappiamo all'illusorio senso di noi stessi sebbene sia precario e instabile, perché crediamo che quello sia il nostro vero mondo e la nostra vera realtà. Ci cristallizziamo nelle abitudini anche se esse sono realtà precarie e ingannevoli, e lo sforzo per mantenere l'inganno è il prodotto dell’azione dell’Ego.

L’Ego non è in grado di proteggerci dal dolore e dalla insoddisfazione che ci accompagnano, perciò il disagio è lo stimolo per esaminare ciò che stiamo facendo. Ci sono sempre delle brecce nella autocoscienza in cui è possibile penetrare, perciò il buddismo tibetano spiega il funzionamento dell’Ego con il simbolismo del dominio dei Tre Signori del Materialismo.

Il Signore della Forma si riferisce alla nevrotica ricerca dell’agio, della sicurezza e dei piaceri fisici. La nostra epoca pianificata e tanto tecnologica riflette la volontà umana di proteggersi dagli aspetti più crudi e più duri della vita. Usiamo i prodotti di massa e gli strumenti per fare il lavoro e cerchiamo di programmare persino i cicli della vita. Tutto questo dovrebbe creare un mondo sicuro e più prevedibile, più piacevole e divertente.

Il Signore della Forma crea delle situazioni sicure per nascondere l’ansia e la preoccupazione nevrotica, ma il meccanismo cela l’ambizione dell’Ego che vuole godersela e che odia i fastidi. Temiamo i cambiamenti oppure li forziamo in modo programmato, perciò cerchiamo il nido confortevole e sogniamo un mondo che assomiglia al Paese dei Balocchi.

Il Signore della Parola usa l’intelletto per creare i concetti e le categorie, e li usa come degli strumenti per maneggiare i fenomeni. Il suo prodotto sono le ideologie ed i sistemi di idee che razionalizzano, giustificano e santificano la vita per creare delle identità, delle norme di condotta e delle interpretazioni certe dei fenomeni.

Il Signore della Favella è diverso dal Signore della Parola, perché esprime la tendenza dell’Ego di interpretare le cose minacciose o fastidiose per neutralizzarne la minaccia e trasformarle in cose positive. I concetti sono usati come filtri che schermano le percezioni dirette e le scomodità della realtà. I concetti sono cristallizzati e sono usati come mezzi e strumenti utili per eliminare dubbi, incertezze e timori.

Il Signore della Mente usa lo sforzo della coscienza per restare consapevole di sé. Questo Signore ci domina quando usiamo le discipline spirituali e le teorie psicologiche come dei mezzi per conservare l’autocoscienza, e per aggrappandoci al nostro senso del sé. Le droghe, lo yoga, la preghiera, la meditazione, le psicoterapie varie e persino la spiritualità possono essere usate dall’Ego a suo vantaggio.

Ogni tecnica anche benefica viene esaminata dall’Ego, dapprima osservata come oggetto di fascinazione, poi studiata per essere imitata. Sebbene l’Ego possa sembrare molto solido, in realtà è in grado solo di imitare, perché non sa creare o assorbire nulla essendo pieno di se stesso, dice Chogyam.

L’Ego sa imitare solo le tecniche esteriori, perciò usa i trucchi e le cose esteriori della spiritualità, poiché non sa lasciarsi permeare e trasformare. L’Ego imita in modo automatico, dal momento che per coinvolgersi totalmente nel gioco spirituale bisogna sentire l’esigenza di eliminare l’Ego, e l’ultima cosa che l'Ego desidera è quella di essere eliminato.

Tuttavia è evidente che non possiamo sperimentare quello che cerchiamo di evitare, ma possiamo solo trovare ciò che assomiglia di più a quello che vorremmo imitare o essere. L’Ego traduce tutto il mondo in termini del suo stato di salute, delle sue qualità, delle sue simpatie e preferenze.

Imitando la spiritualità, l’Ego assapora una sensazione di splendore per quello che è riuscito a imitare, perché il senso di compiutezza e di splendore creano una struttura che diventa la prova tangibile della grandezza dell'individualità. L’Egoità completa e totale, dice Chogyam, è come uno stato demoniaco.

Il Signore della Mente è il più abile a manipolare la spiritualità, ma anche gli altri Signori sanno dominare la pratica spirituale. Nel ritirarsi nella natura e nell'isolarsi dalla gente vediamo le pratiche che proteggono dai fastidi, perciò esse sono le espressioni del dominio del Signore della Forma.

E lo stesso avviene se la religione diventa un modo per razionalizzare le incertezze, e lo stesso fenomeno avviene se vogliamo avere un nido comodo, una vita sicura, un compagno affettuoso e un lavoro facile. Anche il Signore della Favella influenza la vita spirituale quando ci illude che seguire un sentiero spirituale possa sostituire le vecchie abitudini offrendo la sicurezza di una nuova ideologia religiosa.

Quando vogliamo vivere senza stare a vedere se le nostre vecchie idee siano sublimi. Se prendiamo queste cose troppo sul serio stiamo conservando la struttura del nostro vecchio Io, perciò ci facciamo dominare dal Signore della Favella. Tutti dovremmo osservarci e saper ammettere che siamo dominati da uno dei Tre Signori.

Qualcuno potrebbe anche dire: “Ma che mi importa? Questa è una condizione umana normale. Quei Signori sono troppo potenti per poter venire sconfitti, e poi con cosa dovremmo rimpiazzarli?” Il Buddha fu il primo essere che esaminò il problema e che notò la forza del dominio.

Si chiese perché mai li seguiamo così ciecamente, e perché ci lasciamo dominare da loro. Egli scoprì che essi ci dominano perché ci fanno credere che siamo degli esseri solidi. Ma fondamentalmente, tutto questo mito è una fandonia, è una grande frode ed è la vera fonte della nostra infelicità.

Ma per fare la scoperta dovette aprire una breccia nelle poderose difese che essi usavano. Non possiamo liberarci se non sappiamo aprire anche noi un varco, e se non sappiamo togliere uno dopo l’altro, tutti gli schermi che usano. Le loro difese sono fatte con il materiale della nostra mente, e la materia mentale viene usata dai Signori per creare l’illusione della solidità.

Per osservare come il fatto avvenga dobbiamo osservare la nostra esperienza personale, e lo strumento migliore che possiamo usare è la meditazione. Il Buddha scoprì che era inutile fare degli sforzi per trovare le risposte, perché quando lo sforzo della mente cessava gli venivano delle visioni intuitive.

Egli scoprì che in noi c’è una qualità sana, sveglia e autentica che si rivela quando finiscono gli sforzi della mente. Perciò egli disse che la pratica della meditazione comporta il “lasciar essere.” La meditazione è molto fraintesa, perché qualcuno la considera uno stato simile alla trance, altri la vedono come un training o come una ginnastica mentale usata per rilassarsi.

Ma la meditazione non è nulla di tutto questo, sebbene comporti il confrontarsi con gli stati nevrotici della mente. Lo stato nevrotico della mente non è difficile o impossibile da trattare, perché esso possiede un’energia, una velocità e una struttura che gli è peculiare. La meditazione insegna a lasciar essere, insegna l’andare con l’energia, il fluire con la sua struttura e con la sua velocità.

In questo modo impariamo a conoscere tutti i fattori, impariamo a entrare in rapporto con essi. Ma non nel senso di lasciarli maturare come ci piace, ma nel senso di conoscerli per come essi sono, perciò ci insegna a lavorare con la loro struttura. C’è una storia che racconta che un giorno il Buddha insegnava a meditare a un famoso suonatore di sitar.

Il musicista gli chiese come dovesse controllare la sua mente. Il Buddha gli chiese: “Tu che sei un musico molto famoso, come accordi le corde del tuo sitar?” Il musicista gli rispose: “Le accordo in modo che non siano troppo tese, ma neppure troppo lente.” Allora il Buddha gli rispose: “Anche nella meditazione non devi tendere troppo la mente, ma neppure lasciarla troppo vagare.”

La storia ci insegna che dobbiamo lasciar essere la mente senza forzarla troppo. Dobbiamo sentire il flusso dell’energia senza cercare di controllarla troppo e senza lasciarla senza controllo, perciò dobbiamo imparare come lasciar andare la struttura della mente. Questa è la giusta tecnica per meditare.

Questa è l’unica pratica utile perché il nostro modello di pensiero, il nostro modo di concettualizzare è diventato troppo incline alla manipolazione. Ci siamo abituati a imporci troppo sulla mente oppure siamo diventati eccessivamente sfrenati. La meditazione inizia dagli strati superficiali dell’Ego e dai discorsi ossessivi che occupano la mente con un chiacchiericcio continuo.

I Signori del Materialismo usano il pensiero discorsivo come una prima linea di difesa, avverte Chogyam, perciò usano i nostri pensieri come pedine che devono ingannare. E più generiamo i pensieri e più restiamo affaccendati a livello mentale, perciò diventiamo sempre più certi della nostra esistenza.

Così i Signori del Materialismo creano sempre dei nuovi pensieri e li attivano tutti assieme, perché le sovrapposizioni di piani non fanno vedere oltre quegli strati. La meditazione non deve stimolare e non deve sopprimere i pensieri, ma li deve lasciar fluire liberamente per sentire e per esprimere il fondamentale equilibrio che sorge dal risveglio della mente.

Se conosciamo la strategia dei Signori vediamo che essi suscitano i pensieri e le emozioni per distrarci dal nostro vero essere. I pensieri e le emozioni ci distraggono, ma la meditazione insegna come vedere chiaramente questo, e come lasciare che tutto sorga così come è. In questo modo i pensieri non sono più gli strumenti oppure i mezzi che sono usati per poterci ingannare o per farci divertire.

In questo modo possiamo attivare l’immensa energia non egoica. Ma se eliminiamo le emozioni, i Signori possono usare un’arma ancora più potente, cioè usano i concetti che trasformano i fenomeni in cose solide, perciò il mondo diventa una cosa solida e continua. Crediamo che il mondo inizia a esistere quando noi lo percepiamo. La meditazione insegna a vedere la trasparenza dei concetti, perciò il classificare non diventa più il modo per rendere solido il mondo.

Classificare è semplicemente l’atto della discriminazione, dice Chogyam, perché il Buddha ci ha insegnato che non abbiamo nessun bisogno di sforzarci per provare che esistiamo. Non abbiamo bisogno del dominio dei Tre Signori, non c’è alcun bisogno di sforzarci per essere liberi.

L’assenza di sforzo è già una libertà, e lo stato non egoico è il conseguimento della buddhità. Saper trasformare la materia mentale da espressione di ambizione egoica in espressione di vero equilibrio e di illuminazione diventa possibile con la meditazione, e questo è il vero sentiero spirituale.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 11 aprile 2013

L’attitudine della mente



“Prendete il sentiero lieve.”
(George Herbert)

“Le emozioni o i ricordi difficili sono problemi solo se non avete metodi per trasformarli. Se non rammentate o non applicate questi metodi di trasformazione del pensiero, le emozioni e i ricordi difficili portano soltanto sofferenza. Tuttavia, se utilizzate gli strumenti giusti, gli strumenti della trasformazione del pensiero, più queste situazioni si presentano più potete praticare! Non è meraviglioso?

È realmente possibile trasformare tutta la nostra vita e tutta la nostra mente nell’essenza stessa del Dharma. Ogni volta che vi trovate di fronte a un problema, pensate: ”Sto vivendo questo problema nell’interesse di tutti gli altri esseri. Invece che lasciare che innumerevoli altre persone ne soffrano, io solo prenderò su di me tutti questi problemi, così che tutti gli altri possano esserne liberi.” Questa attitudine mentale mette fine al problema purificandone la causa, che è sempre all’interno della nostra mente.

Vivere in questo modo i problemi mantiene la mente felice ed è d’aiuto agli altri, e quando il vostro problema aiuta gli altri, ovviamente, aiuta anche voi. Tutto dipende da come usate la vostra mente. Quando siete molto avviliti, veramente depressi, quando il vostro partner vi ha lasciato, quando avete perso il lavoro, è il momento di combattere il vostro vero nemico: le afflizioni mentali.

Pensate: ”Ora è il tempo di dichiarare battaglia, di entrare in guerra con le emozioni del samsara. Il samsara non ha mai portato alcuna reale felicità e adesso è il momento di comprenderlo.” Così facendo dichiarate guerra al vostro nemico interiore, procedete alla conquista dell’avversario che vi ha sconfitto per infinite rinascite samsariche, da un tempo senza inizio. Tutti gli altri nemici apparenti non possono durare a lungo, una volta che il nemico interiore è stato sconfitto.

Mettere se stessi al primo posto è la porta di tutti gli ostacoli. Avere altruisticamente a cuore gli altri, anche un solo essere, è la porta della felicità. Visto che non possiamo evitare l’esperienza della malattia, perché non affrontarla con il pensiero di essere di aiuto agli altri? Visto che facciamo l’esperienza della perdita, perché non affrontarla con il pensiero di essere di aiuto agli altri?

Visto che i problemi delle relazioni sono inevitabili, perché non affrontarla con il pensiero di essere di aiuto agli altri? Visto che dobbiamo fare l’esperienza della morte, perché non sperimentare anche la morte con il pensiero di essere di aiuto agli altri? Potrebbe la vita essere più felice o più carica di significato?

Quando affrontate uno stato negativo, perfino la depressione, per gli altri, per gli innumerevoli esseri che soffrono ovunque, quello stato diventa per voi il sentiero per raggiungere l’illuminazione. Anche la depressione può diventare la gemma che soddisfa tutti i desideri, la più preziosa di tutte, quella che appaga i vostri desideri di felicità e di quelli di tutti gli esseri.

Trasformate tutte le condizioni indesiderabili assumendovi volentieri tutte le difficoltà. Gli altri non possono vedere la vostra mente, quello che vedono è la manifestazione esterna della vostra attitudine nelle azioni del corpo e nella parola. Praticate ogni giorno con l’attitudine del bodhisattva; fate che le vostre azioni fisiche e le parole esprimano la vostra aspirazione a offrire la felicità ultima a tutti gli esseri.

Non turbatevi quando ascoltate i problemi degli altri: le nostre orecchie sono fatte per questo. I problemi sono come gli orecchini: appunto, ornamenti per l’orecchio! Anche se ascoltassimo gli insegnamenti trasmessi da tutti i buddha in ogni spazio e tempo, finché non cambiamo atteggiamento interiore, niente ci aiuterà a far sorgere la comprensione nella nostra mente.

Se non trasformiamo la nostra attitudine, non saremo mai veramente felici, non saremo mai liberi. Ecco perché, nonostante ci siano innumerevoli buddha e bodhisattva che lavorano costantemente e indefessamente, così tanti esseri soffrono ancora. Non è che gli esseri santi non ci aiutano, è che da parte nostra non abbiamo cercato di cambiare attitudine. Se fossimo solo nelle mani dei buddha e dei bodhisattva (come peraltro in quelle di Dio), adesso non ci sarebbero più esseri che soffrono.

Ma, in realtà, essere liberi dalla sofferenza dipende da noi e dagli esseri santi. I buddha ed i bodhisattva sono paragonabili a dottori e i loro insegnamenti a medicine. Come nel caso di una malattia fisica, anche se abbiamo un medico bravissimo che sa tutto della nostra malattia e del suo trattamento e che può sicuramente curarci, se non ci impegniamo a seguire i suoi consigli e non guariamo, la colpa non è del medico!

Se quando siamo malati non ascoltiamo il dottore, lui che cosa ci può fare? Niente. Questo è un punto molto importante da comprendere e ricordare. Per risolvere i problemi nella nostra vita dobbiamo aprire il cuore agli altri. Per quante siano le difficoltà e per quanto possono essere pesanti, accogliendole per gli altri, trasformiamo la nostra vita. Lo sviluppo mentale di una persona può influenzare l’ambiente, lo può trasformare.

Prendete per esempio Lama Yeshe, il mio maestro. Lama Yeshe vedeva tutti come esseri molto gentili. Ho notato di persona che, grazie al suo cuore buono, anche le persone intorno a lui diventavano gentili e buone. Stare vicino a Lama Yeshe trasformava la mente degli altri o, potremmo dire, benediceva la mente degli altri. L’attitudine della mente dell’altro veniva trasformata da negativa a positiva, e una mente egoista diventava una mente gentile.

Dovete osservare la vostra attitudine tutto il tempo, ventiquattr’ore al giorno. Fare solo quello che vuole la mente, credere a tutto quello che dice è molto pericoloso, e di solito è quello che vogliono le afflizioni mentali e non quello che vuole il bodhisattva. Non sottovalutate il potere dell’attitudine! (Lama Zopa Rinpoche, Il cammino della felicità, Mondatori)

giovedì 22 novembre 2012

L'essenza naturale



“La vita è solo un’altra morte.
La morte non è la fine,
ma è l’inizio della vita.”
(F. Hebbel - Diari)

La mente è abituata a muoversi veloce perciò se la sua attenzione viene attratta dagli oggetti li insegue, li afferma e li usa per formare i concetti a cui resta impigliata. Questa è la realtà del samsara ed è la realtà che abbiamo sperimentato in tutte le vite vissute fino alla presente. I legami sono le dinamiche usate dalla mente che è inconsapevole della sua vera natura, perciò queste strutture creano il pensiero e la mente concettuale.

Il funzionamento della mente non segue uno stato naturale, perché la mente usa la struttura duale che percepisce la realtà solo se vede gli opposti del soggetto che osserva e dell'oggetto che viene osservato. La struttura duale viene unita alle emozioni che disturbano la mente a cui si unisce il karma creato dalle forze che causano le condizioni che ci portano da una vita all'altra.

La dualità ci impedisce di vedere la natura interiore vuota increata che conosce: l'assieme di vuoto e di conoscenza è la vera base della nostra mente originaria ed è la sola realtà che non ci verrà mai meno. Ciò che abbiamo perduto è il ricordo dello stato originario della mente che vive nella fusione di spazio vuoto e di conoscenza esistente all'interno di noi. La nozione essenziale ci sfugge perché la mente insegue e cerca cose diverse da ciò che essa è, infatti si impegna a cercare fuori da lei quello che già possiede dentro: è la corsa ottusa che crea le catene del samsara.

Il segreto della nostra natura è percepito nella piena presenza mentale, perché la nostra essenza fondamentale è la natura del buddha, ma gli esseri samsarici ignorano il segreto che li può liberare dalla condanna del ritorno. Se non fosse vissuto il principe di Kapilavastu saremmo tutti esseri condannati, ma il Buddha indicò la nostra salvezza. I suoi insegnamenti ci dicono come fuggire sebbene la sua via venga descritta con i nomi strani di Grande Perfezione o Grande Via di Mezzo.

La nostra risorsa migliore proviene dalla luminosità interiore che non conosciamo e che non sappiamo di avere, perciò il suo ricordo e l'illuminazione vanno riconquistate. Secondo i lama dobbiamo allenarci al riconoscimento e dobbiamo raggiungere la stabilità interiore ridestando la mente del Buddha che vive in noi. La condizione esiste già nella fusione di corpo, mente, parola, qualità e attività in cui tutti i buddha si completano. Una totale espressione viene nelle qualità e nelle prerogative che sorgono nel corpo, nella parola, nella mente e nelle qualità buddhiche che possono salvare gli esseri senzienti.

Ogni essere ha la stessa origine del Buddha, perché tutti abbiamo il corpo, le parole, la mente e gli stessi attributi posseduti dagli esseri che hanno saputo raggiungere l’illuminazione. Un corpo, una parola e una mente illuminata non possono nascere dalle pietre o dalle materie inanimate, perché esse sorgono solo dalla qualità immutabile del vajra che è lo stato luminoso come il fulmine, e puro e indistruttibile come il diamante.

Entrando nell'involucro di carne e di sangue dimentichiamo la nostra natura, perché la densità materiale ci acceca e lega, perciò siamo intrappolati nel flusso che avanza a singhiozzi. Restiamo intrappolati nel meccanismo difettoso che funziona in modo ripetitivo, perciò usiamo i ritmi ossessivi della mente duale. Mancando il risveglio nel momento presente vediamo la fuga della mente nei concetti impermanenti che inseguono pensieri impermanenti che creano il ciclo samsarico. Il samsara va spezzato, ma lo facciamo solo se lo vogliamo, e non possiamo farlo se restiamo esseri incapaci di pensare: per trovare la pace dobbiamo fermare il pensiero concettuale.

Il modo giusto è rifugiarsi nella nostra vera natura, ma non crediamo nella nostra essenza interiore sebbene il fatto di avere un Buddha interno sia il più prezioso e appagante bene del mondo. Il Buddha ci insegna che ogni essere ha già bevuto tutti i liquidi incandescenti dei 18 inferni esistenti, ma tutta la sofferenza provata non ci ha insegnato ancora a desiderare la salvezza.

Se non realizziamo la vera natura della mente non ci possiamo liberare se non crediamo che la forza della nostra mente sia la forza maggiore che abbiamo. E' la mente che fa percepire e sperimentare la vita, perché non avremmo nessuna realtà materiale se la mente non ci facesse conoscere il mondo. Non ci sarebbe nessun universo e nessun corpo se non ci fosse una coscienza. Gli elementi della mente, del corpo e del mondo sono identici, perciò la mente del Pensatore può unire quello che percepisce.

Se non ci fosse la mente e la coscienza collegate ai sensi non ci sarebbe nessuna percezione, perciò senza la mente anche il mondo sarebbe privo di sostanza. Neppure la materia potrebbe esistere senza la mente pensante, perché la materia è priva di coscienza. Non c’è nulla di più indispensabile e importante della mente, perché la mente è la realtà interiore di tutti gli esseri senzienti. La realtà mentale esiste nel più piccolo organismo come nel più grande, perché un essenza fondante è in tutti gli esseri, perciò la mente e la natura del buddha sono realtà identiche.

Ridestare la buddhità significa essere presenti nello stato che precede il pensiero duale, perché dai pensieri concettuali nascono gli esseri confusi e non crescono gli esseri senzienti. I buddha realizzano la loro vera natura e conoscono la via che porta fuori dal samara, ma gli esseri ignoranti perdono la strada. La via di fuga è unica ma siamo liberi di scegliere di percorrere vie diverse, infatti possiamo scegliere la via che porta alla meta, oppure possiamo scegliere di percorrere la via che porta allo smarrimento di noi stessi nel flusso incessante del samsara.

Secondo i lama dzogchen, lo spazio cosmico illustra la natura della mente illuminata, infatti essa è vuota e infinita come il cosmo e dove c'è lo spazio c'è anche una mente, perciò in ogni spazio esistono degli esseri senzienti. La mente umana è infinita e vuota come uno spazio cosmico, perciò essa può creare cose meravigliose. La mente crea cose stupende, ma non può venire illuminata se vuole restare aggrappata alle cose che ha creato, perciò la mente aggrappata non può avere l'illuminazione.

Tutte le vite che si susseguono alla morte provengono dalla mente, perché la mente è l'unica realtà immortale che abbiamo, infatti le forme, le sensazioni, i concetti e le coscienze che si ripetono creando i corpi che scendono più volte nei 3 regni per impersonare le 6 categorie di esseri. Rinascendo più volte nella materia rinnoviamo il medesimo processo nefasto, perciò nulla cambia se il nostro meccanismo resta invariato. La nostra strada ha sempre un bivio, ma possiamo scegliere se svoltare nella via che porta all'alto, oppure in quella che porta al basso.

Riconoscendo la vera essenza mentale possiamo diventare un Buddha oppure tornare nel samsara, e questo accade perché il karma negativo non richiede alcuno sforzo. La mente attaccata a ciò che la attrae resta istupidita e rinnova il karma negativo del samara, perciò la virtù è credere nel buddha interiore che ottiene l'illuminazione. Queste sono le uniche vie percorribili, perché esistono solo due scelte possibili: la prima è percorrere la via della conoscenza e l'altra è restare nella realtà duale.

La mente samsarica vede degli oggetti da catturare, mentre lo yogi praticante non vede i soggetti e gli oggetti ma riconosce l’essenza vera del soggetto. La mente dell'essere senziente è assieme uno spazio vuoto e una realtà conoscitiva, perché una parte conoscitiva riconoscere e un vuoto ospita la vera natura. Tutti diventeranno un Buddha, perché ogni essere avrà l’illuminazione e realizzerà pienamente la sua natura originaria: è solo questione di tempo.

Gli esseri che riescono a farlo appaiono in forme diverse, perché hanno diverse manifestazioni. L’illuminazione possiede tre corpi o Kaya che sono la sintesi delle molte qualità accumulate che si condensano nell’unità del Buddha, perciò in essi vediamo il dharmakaya che è lo stato della mente che vive nella vacuità priva di separazioni concettuali. La natura primordiale si manifesta senza sforzi e senza necessità, perché essa dimostra naturalmente tutto quello che è, perciò manifesta la sua essenza naturale.

La natura che è percepita è la vacuità che non è l'assenza del vuoto, ma è una sensazione di vuoto presente nell’appagamento totale proveniente dalla radiosità del sambhogakaya, cioè nascente dal corpo di gioia e beatitudine donato dalla buddhità: i due aspetti sono contemporanei al risveglio della natura buddhica. Tutti i Buddha si manifestano nel nirmanakaya, cioè hanno un corpo fisico che vive nella realtà dei fenomeni per un certo lasso di tempo: dalla sintesi di queste essenze, delle qualità e dalle conoscenze accumulate sorge una pura qualità essenziale.

Anche la realtà che sembra scissa possiede degli aspetti unitari che sono solo apparentemente opposti che sono come la fiamma che è inseparabile dal calore che emana. Come non si può separare la fiamma dal calore non possiamo separare la conoscenza e il riconoscimento del nostro vero volto naturale, che viene detto svabhavikakaya, e che è l’aspetto consapevole dell’inseparabilità dei 3 kaya.

Il lama Dilgo Khyentse Rinpoche dice: ”A livello Dharmakaya la sua mente è l'immensa estensione dell'onniscienza che conosce tutte le cose esattamente come sono. Al livello Sambhogakaya che trascende la nascita e la morte, egli gira ininterrottamente la Ruota del Dharma. Al livello Nirmanakaya egli ha raggiunto la piena illuminazione vicino all'Albero della Bodhi a Vajra Asana, in India. Dopodiché ha girato la ruota del Dharma tre volte per il beneficio degli esseri senzienti.”

Lo stato naturale della mente è l’aspetto che tutti abbiamo e va coltivato, perché il coinvolgimento nel pensiero concettuale deve diventare un legame sempre più debole. L'intervallo tra i pensieri deve diventare più lungo, perché i pensieri non devono avere modo di creare i collegamenti con i concetti, ma un pensare simile non deve apparire il pensare a vuoto, ma deve diventare la prerogativa del pensare libero e consapevole del vero essere senziente.

I pensieri somigliano alle nuvole che oscurano il sole, ma l’essenza della mente è come un cielo limpido, mentre la capacità conoscitiva della mente somiglia al sole che illumina quel cielo. Il natura del cielo non cambia anche il sole sembra oscurato dalle nuvole che possono giungere, infatti la presenza è la saggezza che assomiglia al sole che brilla oltre le nuvole che lo oscurano.

E' necessario allenare alla desta presenza la nostra mente, perché essere desti è l'unico modo per riconoscere la vera essenza che sa dissolvere le emozioni disturbanti e può sciogliere il karma negativo. Il Buddha disse che gli uomini sono simili a dei vasi colmi di latte da cui si può ricavare dell'ottima panna, perché la potenzialità del miglioramento è insita nella condizione della nostra mente originale.

Per ottenere la panna dobbiamo agitare a lungo il vaso di latte battendolo con una zangola, finché non otteniamo il prodotto che vogliamo. Ma il Buddha ammonisce che agitare il latte non è come frullare l'acqua, perciò se trascuriamo la qualità del prodotto contenuto dal vaso rischiamo di perdere tempo a frullare acqua, e l'acqua può essere frullata anche per secoli nei più dolorosi regni del samsara, ma non potrà mai produrre un'ottima panna.

Buona erranza
Sharatan


domenica 11 novembre 2012

Il riequilibrio della polarità



"Se conosci il trucco, c'è felicità anche all'inferno"
(Proverbio tibetano)

I tibetani insegnano che un Buddha può apparire in ogni regno dell'esistenza anche nei regni infernali, infatti possiamo trovare la chiara natura del Buddha in ogni forma di esperienza, perché questa condizione è insita anche nella negatività dell'odio e dell'avidità. Il tantra afferma che la realtà è ciò che appare nel risultato della interazione degli elementi, perciò comprendere il meccanismo della realtà può modificare la qualità della vita.

Se riusciamo a cambiare la percezione del mondo possiamo cambiare anche la realtà che vi è collegata: se il nostro mondo interiore nasce dal flusso dei fenomeni possiamo imparare ad annullare i flussi negativi per valorizzare quelli positivi. Per fare questo processo dobbiamo ipotizzare che ciò che pensiamo come mondo reale potrebbe non essere tale, infatti molte cose del mondo sembrano vere ma sono false. Tanti insegnamenti dicono che la vita va vissuta vedendo l'aspetto migliore che essa possiede e rifiutandone il lato peggiore, perché la felicità appartiene a chi sa gustare e valorizzare il meglio di ciò che possiede.

La vita viene paragonata alla partecipazione a un banchetto in cui non è bene mangiare tutto quello che è stato imbandito, perché alcuni cibi offerti sono indigesti, dei cibi sono nocivi e altri sono inadatti al nostro palato, perciò questo banchetto prevede una selezione delle pietanze. Se la nostra percezione della qualità diventa adeguata è evidente che anche il nostro vivere diventa un buon mangiare, in quanto impariamo a cercare i cibi migliori.

Una buona pratica spirituale è la migliore difesa contro la negatività, infatti il bon e il buddismo tibetano insegnano che tutti i 6 regni dell'esistenza ciclica esistono negli uomini. Al nostro interno sono depositati tutti i semi che si possono creare, e le varie forme di esistenza che è possibile sperimentare. Tutti i tipi di semi esistono come potenzialità, perché le tracce karmiche delle vite passate ci hanno lasciato delle tracce che possiamo reiterare o meno. Le nostre energie sono state strutturate dal nostro passato atavico causando una abitudine preferenziale ad attivare una determinata polarità dei chakra, perciò dobbiamo imparare a coltivare le nostre caratteristiche innate modificando al meglio la nostra polarità interiore.

Per evitare il perpetuarsi della negatività dei nostri depositi karmici ci sono pratiche per purificare le tracce e per impedire la rinascita infelice nei regni inferiori. Le pratiche tantriche insegnano a purificare le emozioni negative e a valorizzare il nostro aspetto positivo, perché ogni chakra può funzionare sul polo positivo oppure su quello negativo. Nei chakra abbiamo la capacità di attivare il tipo di esperienza desiderata se impariamo a fissare l'attenzione sull'esperienza relativa, infatti l'attenzione e la concentrazione hanno la capacità di caricarci magneticamente come dimostra la pratica yoga.

Molte tecniche yogiche evocano le qualità che sostengono un determinato aspetto mentale del soggetto se la sua coscienza è concentrata su un punto specifico, infatti essa rinforza quelle tipiche sfumature. Noi facciamo esperienza dei due poli opposti dell'esistenza, cioè del lato positivo o negativo della vita quando sentiamo le percezioni del corpo, poiché le sensazioni corporee sono condizionate dai sentimenti. Seppure la mente non venga determinata solo dalla percezione del corpo è pur vero che ogni cambiamento della nostra condizione mentale si ripercuote sempre sul corpo.

Non si tratta di imparare solo a fare spazio all'esperienza interiore ridestata dall'attivazione dei chakra, ma si tratta di trasferire l'esperienza percettiva sul polo positivo dei chakra perché essi sono dei trasformatori, perciò dobbiamo farli funzionare attivando il polo positivo piuttosto che il negativo. Questo spiega perché la mente che viene continuamente concentrata sulla positività trova delle forze che sostengono la gioia di vivere, mentre quella attratta dal negativo subisce l'influsso della negatività.

Gli insegnamenti dicono che la mente viene protetta se è concentrata su cose belle o sacre, perché le immagini sacre, i mandala e le preghiere sono considerate delle potenti forme di protezione mentale. Secondo tante concezioni, il Bello e il sacro sostengono la bellezza della vita, mentre il dolore e la paura deprimono le forze fisiche e le risorse interiori. Sebbene il dolore sia una condizione inevitabile del vivere non dobbiamo essere addolorati più del tempo necessario, infatti non dobbiamo indugiare nel dolore. Anche per la morte di una persona cara dobbiamo mantenere il lutto solo per il tempo di superare il trauma, ma il crogiolarsi nel dolore alimenta la negatività.

Anche l'amore per la violenza e per la cronaca nera non fa che aumentare il gusto per la parte peggiore dell'indole umana. E' evidente che non possiamo essere indifferenti agli scandali, alla corruzione, ai delitti e alle guerre, perché non possiamo essere ciechi davanti alla bruttezza del male. Ma il rischio da evitare è quello di credere normale la condizione del male e la bruttezza, perché questo guasta la sensibilità rendendola grossolana, perciò arriviamo a credere come normali e umane delle azioni molto spregevoli.

Guardando il male ricordiamo che viviamo nel Samsara, perciò vediamo il male come l'elemento del regno del dolore e dell'imperfezione in cui viviamo, ma dobbiamo rinforzare solo la positività della nostra indole e la nostra gioia di vivere. La mente deve sentire la bellezza di vivere se vuole avere la forza di superare tutto il negativo del mondo. Solo la mente che viene continuamente rinforzata dalla gioia può annullare l'amarezza, infatti la mente che non crede nella bellezza di vivere diventa una mente debole e confusa, perciò diventa più indifesa davanti alla negatività.

Le energie vengono attratte dai chakra che assomigliano a ruote con raggi formati dai petali del fiore di loto, perciò la condizione di apertura e la qualità energetica che i chakra sanno captare influisce sulla qualità delle nostre esperienze, infatti i chakra sanno captare tutte le esperienze dei 6 regni dell'esistenza. Molte pratiche insegnano ad agire sui canali in cui circola il prana per stimolare la circolazione di un certo tipo di energia, perciò insegnano ad attivare uno specifico funzionamento che è finalizzato ad attirare le qualità positive per sfuggire a quelle negative.

Sappiamo che la negatività si ripete ogni volta che ci colleghiamo ai simboli e alle immagini negative che ci allontanano dal contatto con la mente naturale, in quanto la mente funziona come un magnete che attira la qualità della sua medesima polarità: il polo positivo attira il positivo, mentre il polo negativo attira la negatività. E' chiaro che la vita migliore è quella che piace, ma se non c'è scelta dobbiamo imparare a trasformandolo la vita in senso positivo. Molti credono che coltivare la positività sia vedere il bello anche dove non c'è, ma questo pensiero sarebbe un sintomo di idiozia e non di spiritualità.

Dobbiamo comprendere che essere fragili interiormente ci rende indifesi davanti alle cattiverie, perciò diventiamo recettivi alla rabbia o dell'angoscia: questo è il significato dell'essere vittime della negatività. Quando questo accade si diventa più vulnerabili alla malattia, alla depressione e alla distruttività, perché un prana che si è indebolito rende fragile il corpo e la mente. Quando la mente resta a rimuginare sul lato peggiore della vita diventa una mente che affoga nella negatività e nel rancore dei torti ricevuti: questo è il significato di reiterare la negatività.

Il maestri insegnano che il regno infernale dell'odio e della rabbia è collegato al chakra del centro del piede, il regno degli spiriti affamati nasce dall'avidità che è collegata al chakra segreto che si trova dietro ai genitali, il regno animale nasce nell'ignoranza collegata al lato negativo del chakra dell'ombelico. Il lato negativo del regno umano è la gelosia collegata allo sviluppo malsano del chakra del cuore, mentre il regno dei semidei o asura malvagi viene nell'orgoglio e nell'arroganza collegata allo squilibrio del chakra della gola, e il regno degli dei malvagi che amano la distrazione piacevole è collegato allo squilibrio del chakra della corona.

Le pratiche tantriche insegnano a concentrare l'attenzione sui chakra per rinforzarne le caratteristiche migliori poiché il prana e la mente si muovono assieme, perciò si dice che orientando l'attenzione in una direzione, si dirige e orienta in quella direzione anche l'energia. I maestri tantrici dicono che la realtà diventa la fusione perfetta dei due opposti di forma e vacuità, di beatitudine e di vacuità, di consapevolezza e di vacuità quando la nostra percezione filtra equilibrata nel canale centrale e rappresenta la nostra esperienza usando i due aspetti del vivere che sembrano in opposizione, ma che sono due aspetti inseparabili della vita.

Solitamente il prana scorre vigoroso in entrambi i canali laterali, e questo flusso trasporta un prana karmico che può avere la connotazione neutra, positiva o negativa: questo è il prana indifferenziato che forma il substrato di tutte le esperienze dualistiche percepite. In questo modo abbiamo la possibilità di fare esperienze che possiedono una connotazione neutra, positiva o negativa, perché nel canale centrale, che è molto sottile, scorre il prana indifferenziato che sa usare la consapevolezza non duale o "rigpa."

Nelle pratiche dei venti e dei canali sottili si impara ad aprire i chakra principali per portare la circolazione del prana dai canali laterali fino a quello centrale, in modo che le esperienze energetiche possano circolare in modo equilibrato. Ma, per fare la modifica della circolazione pranica è necessario essere disposti a rinunciare alla nostra abituale concezione duale, perciò è necessario imparare a dimorare nella mente che possiede la consapevolezza non duale del rigpa.

E' nel livello corporeo che il prana viene avvertito per il suo movimento e per gli effetti che produce, perciò questo è il livello in cui il tantra lavora maggiormente per renderci sensibili al prana, perciò il tantra usa la mente, l'immaginazione, la postura, il respiro e il movimento. Se sappiamo orientare le energie grossolane verso le dimensioni più raffinate possiamo apprezzare i livelli sottili delle esperienze, perché accrescendo la sensibilità percettiva sperimentiamo il livello di una vita migliore.

Riequilibrando il lato negativo del chakra della corona passiamo dalla distrazione piacevole alla compassione, uscendo dal negativo del chakra della gola cioè dall'orgoglio andiamo nella mitezza e nell'umiltà. Dal lato negativo del chakra del cuore cioè dalla gelosia passiamo all'apertura e alla disponibilità verso tutti gli esseri, perciò eliminando il negativo del chakra dell'ombelico cioé l'ignoranza si acquisisce la saggezza e la giusta discriminazione.

Dal negativo del chakra segreto, cioé dall'avidità passiamo alla generosità, come dal negativo del chakra della pianta dei piedi cioè dall'odio e dalla rabbia passiamo all'amore. Trovando l'amore evitiamo l'inferno, coltivando la generosità evitiamo la fame insaziabile, e acquisendo saggezza e discriminazione fuggiamo dal regno animale. Se sentiamo l'apertura dell'amore per tutti gli esseri viventi possiamo definirci dei veri esseri umano, se diventiamo umili e miti diventiamo semidei che ascendono tra gli asura, perciò provando la compassione siamo deva, cioè diventiamo come gli dei.

Questa è la correlazione tra la polarità giusta dei chakra e la qualità della vita, ma la modifica non è possibile con la sola comprensione mentale di un modo di essere e sentire. La rispondenza piena si ottiene solo se la consapevolezza e la presenza mentale all'obiettivo sono indissolubili, infatti la condizione deve essere una condizione totale e costante. La verità di questi obiettivi deve essere fusa con la base dell'essere e con la nostra mente affinché la finalità divenga indissolubile, e il lato negativo non abbia più il sopravvento.

E' necessario che il rapporto con l'idea divenga una costante idealità mentale, e l'esperienza positiva sia una condizione sostenuta anche quando le esperienze della vita la potrebbero far vacillare. L'immaginazione va collegata all'esperienza, perciò può avvenire che giungano delle emozioni negative ma non vanno negate o combattute, perché vanno accettate per quello che sono, cioè come stati momentanei e transitori che vanno lasciati svanire.

Una metafora dice che le emozioni sono come gli uccelli che si posano sugli alberi, perché sono come le creature che volano nel cielo e vengono per dirci ciò che non va, infatti le emozioni devono essere solo dei messaggeri. Non è necessario reprimere le emozioni, perché quando esse si dissolvono lascia uno spazio vuoto maggiore. Se guardiamo ciò che resta dopo che l'emozione è passata troviamo uno spazio che deve ospitare una consapevolezza maggiore. Ciò che resta dopo è solo un vuoto destinato a ospitare qualcosa di maggiore, cioè un vuoto adatto a contenere una maggiore consapevolezza.

Ogni cosa che segue un ciclo cosmico prevede uno vuoto in cui sorge l'essenza, infatti esiste sempre un spazio vuoto che è destinato ad ospitare delle nuove forme di vita: questa essenza è la base dell'esistenza cosmica. La base essenziale del vivere è riconoscere che lo spazio interiore e la maggiore consapevolezza sono due realtà inseparabili che devono essere integrabili tra loro. Ma lo impariamo solo se siamo persuasi che la nostra unica possibilità evolutiva sia nel trovare uno spazio e le strategie migliori per coltivare le qualità migliori della nostra essenza.

Buona erranza
Sharatan


domenica 4 novembre 2012

La natura della mente



"Quando un fatto interiore non viene reso cosciente,
si produce fuori, come destino."
(Carl Gustav Jung)

Secondo i lama tibetani ogni uomo nasce come una manifestazione unica delle energie fondamentali dell’universo, infatti i vari prana vengono mescolati in modo particolare nei vari individui, e questo avviene perché conserviamo in noi delle determinazioni karmiche che ci provengono dalle precedenti incarnazioni. L'uomo porta in sé un estratto del corpo eterico che gli orientali chiamano linga-sarira, in cui restano depositati i residui delle vite passate. Non sappiamo quello che è restato scritto nel corpo eterico, ma ciò che è stato scritto si manifesta influenzando le nostre tendenze e gli impulsi che sentiamo interiormente.

Le tendenze e le determinanti karmiche hanno delle caratteristiche specifiche che si manifestano fin dalla nascita nella dimostrazione dei nostri tratti specifici, e le tracce karmiche non sono equilibrate altrimenti nasceremmo perfetti come Buddha. Solitamente gli esseri comuni nascono imperfetti perché portando degli squilibri accumulati a livello karmico, e gli squilibri divengono molto evidenti negli stili di vita. I lama dicono che le combinazioni dei prana interiori causano le combinazioni che creano le diversità dei temperamenti, le diverse facoltà mentali e le strutture del corpo fisico.

Dopo la nascita, le nostre tendenze naturali si intrecciano con l'ambiente e con l'educazione mischiandosi in modo armonioso o disarmonico con lo stile personale con cui ognuno reagisce alle varie dinamiche che legano tutti questi fattori. Secondo i lama tibetani qualsiasi avvenimento, dal più piccolo al più grande, riesce a causare una reazione negli elementi che ci compongono, infatti ogni azione influisce sulle nostre combinazioni interiori, e influisce su di noi indebolendo o rinforzando alcune nostre tendenze basilari.

Con il tempo, le azioni e reazioni individuali sviluppano delle caratteristiche peculiari a scapito di altre, perciò alcuni fattori si rinforzano mentre altri indeboliscono, poiché l’ambiente può influire a vantaggio o a svantaggio dell'uomo. Lo squilibrio può essere momentaneo o duraturo, infatti la minima perturbazione può influenzare tutti gli elementi interiori. In verità, gli squilibri prodotti non sono sempre drammatici come si può pensare, e si può ritrovare l'armonia dell'equilibrio interiore facendo una dieta adeguata, frequentando le giuste compagnie, facendo buone letture e preferendo delle esperienze gioiose che tolgono lo squilibrio e risanano il mondo interiore.

Alcuni squilibri sono più gravi e altri più leggeri, infatti è diverso l’effetto a seconda che i fatti agiscano sui tratti caratteriali di vecchia data, oppure se attivano delle inclinazioni più attuali. Perciò vediamo nelle persone dei tratti caratteriali che sono sempre dominanti perché sono vecchie strutture del loro carattere, mentre altri tratti caratteriali emergono solo quando si verificano un determinato tipo di eventi. Perciò osserviamo che esistono individui che sono più equilibrati e armoniosi, infatti alcune persone sono più serene e solide avendo un maggiore equilibrio interiore, perché sanno esprimere l’amore, la compassione, la generosità, etc.

Infatti tutti conosciamo delle persone sane e felici che sanno avere delle relazioni serene e stabili, e che sanno usare anche gli avvenimenti più dolorosi della loro vita traendo da essi delle risorse per maturare un carattere migliore. Per tutti gli esseri umani esistono dei fatti in cui un disagio o una tragedia dolorosa crea una crisi profonda del senso del vivere. In quei frangenti gli elementi diventano tutti sbilanciati e si perde la pace interiore, infatti alcuni elementi prevalgono sugli altri, perciò prevale la tristezza, la rabbia, la depressione, la distrazione, e si diventa l'estraneo che è distante da tutto il mondo.

La sofferenza dimostra sempre una disarmonia interiore, perciò indica la necessità e l'urgenza di una tecnica di guarigione coltivando un elemento nuovo, eliminando un elemento vecchio o aumentando la gioia di fare attività migliori. In questi casi si lasciano le vecchie abitudini per fare cose nuove, e spesso osserviamo cambiamenti personali in cui emergono caratteristiche e abitudini che prima non erano evidenti. Nei momenti destabilizzanti è facile iniziare le pratiche ed i percorsi spirituali, infatti queste sono tutte modalità comuni di reagire alla sofferenza dello squilibrio interiore.

Nella medicina tibetana si dice che i problemi hanno sempre l'aspetto fisico, l'aspetto mentale, l'aspetto emotivo e il tratti energetico, perciò si dice che tutti i disagi si manifestano in tutti i livelli e si curano con tecniche diverse. Le loro diagnosi usano competenze molteplici, perciò alla medicina si associa l'indagine divinatoria, l'intuizione, l'analisi dei sogni e l'analisi del quadro astrologico. I rimedi sono molteplici, e alle cure fisiche si affiancano le tecniche di esorcismo, vari tipi di purificazione, le tecniche di recupero dell'anima, si lavora sulla forza dei prana, si usano gli esercizi di yoga assieme alle pratiche meditative, alla contemplazione e alla preghiera.

I terapeuti usano vari strumenti e metodi, però si inizia la cura riconoscendo la vera natura della mente individuale per sapere come dimorare in essa per risanarla. Solo conoscendo la natura della mente individuale possiamo usare l'ottica giusta, altrimenti applicheremmo la tecnica sbagliata. Nelle situazioni ogni analisi va sempre adeguata al contesto, perché è necessario conoscere i livelli più sottili delle cose per comprendere il livello grossolano della manifestazione delle cose. Le energie vengono associate alle emozioni, ai tipi di personalità, agli stili cognitivi ed esperienziali delle persone, perciò da essi vediamo come le forze si manifestano nella mente e nella vita.

L’elemento della terra rappresenta il fondamento dell’essere umano, perciò nella tradizione sciamanica la terra viene posta al centro del mandala, mentre nel tantra e nello dzogchen è lo spazio che è collocato al centro dell’essere come base e fondamento di tutti gli altri elementi. L'elemento della terra indica le qualità interiori di pesantezza, di solidità, di compattezza e di sicurezza che sono collegate alla gravità del corpo. La terra diventa fertile e ricca se riesce a vivere in armonia con tutti gli altri elementi, cioè se riceve l’umidità e il calore adeguati a nutrirla e fecondarla.

Per avere una terra fertile è necessario avere il calore del sentimento e l’aria raffinata di un ottimo livello mentale, perché altrimenti la nostra terra interiore diventa come una landa priva di vita e calore. La persona arida è come una terra riarsa dalla scarsità affettiva e mentale, soprattutto se vi unisce una carenza di sensibilità e di sentimento, infatti la desolazione totale si vede è nella carenza congiunta dell'affetto e dell'intelletto.

Se la terra interiore è un luogo armonico si è saldi e affidabili, perciò se c'è anche un giusto apporto dell'acqua esiste l'equilibrio della terra che possiede la serenità esteriore e interiore: In questa armonia si diventa fluidi e si sa come avanzare nella vita e nei rapporti avendo molta sicurezza e scioltezza, perché se la terra viene unita armoniosamente all'acqua diventa il territorio gioioso in cui si vive bene in tutte le situazioni. Nella dimensione superiore, la terra ci dona la gioia di vivere e la contentezza di essere al mondo, e questa gioia è un dono innato che non dipende dall'esterno, ma è la gioia che traspare e che si porta ovunque, perché è la gioia di chi sa godere sempre della gioia di vivere.

Solitamente questa gioia si perde per la sofferenza dell'esistenza duale, perciò si crede che essa si possa ritrovare nelle situazioni esterne inseguendo un nuovo lavoro, un nuovo amore, una maggiore ricchezza, una promozione sul lavoro oppure la soddisfazione di qualsiasi altro desiderio. Si crede che queste cose esterne siano sufficienti per accrescere il nostro benessere interno, infatti si crede di poter ritrovare la gioia nell'avere e nel fare, piuttosto che nell'essere.

La predominanza dell'elemento dell’acqua dona l’abbondanza dei sentimenti e delle emozioni, ma sviluppa la tendenza a lasciarsi condurre con inerzia dalla vita. L'abbondanza di acqua rischia di evidenziare un egoistico benessere interiore, perciò può sviluppare una perdita di presenza nei riguardo dell'esistenza e una tendenza ad accontentarsi di tutto quello che si possiede trascurando la volontà di una evoluzione di livello maggiore. La prevalenza dell'acqua causa la tendenza a non volersi impegnare in ciò che è difficili o impegnativo, perciò sviluppa una sorta di rinuncia nella ricerca di cose migliori e di prospettive superiori.

Nella pratica della meditazione l'eccesso di sentimentalismo dell’acqua produce un eccessivo languore interiore e una sognante inerzia, perciò l’individuo si perde troppo nell'analisi delle sue emozioni. Quando avviene un eccessivo sviluppo di sensibilità personale si rischia di diventare degli individui piagnucolosi e di essere vittime dell'autocommiserazione, perciò il rischio proviene da una forma eccessiva di autocompiacimento della propria persona e nel subire troppo intensamente il flusso e di riflusso delle proprie emozioni.

Una carenza di acqua comporta un disagio interiore per la mancanza della gioia, così come la preponderanza di terra fornisce una solidità che diventa arida non essendo capace di provare il piacere e l'apprezzamento delle gioie della vita. Nella pratica meditativa la carenza d'acqua causa una scorsa gioia e propensione per il cammino spirituale, perciò ogni pratica spirituale che viene attuata diventa sterile e arida. La positività dell'acqua si accentua nell'apertura del cuore e del sentimento, perciò nello sviluppo dell'amore e della compassione che sono le basi indispensabili per ogni via spirituale.

L'aspetto positivo del fuoco è quello creare e progettare con creatività, perché il fuoco è collegato all'intuizione, all'entusiasmo e all'eccitazione, infatti nel fuoco equilibrato vediamo le iniziative felici e la realizzazione delle idee. Il fuoco è collegato alla beatitudine, alla gioia e all'entusiasmo, perciò il fuoco offre la gioia del benessere del corpo, infatti il livello superiore del fuoco ci offre la beatitudine dell'essere e la saggezza della discriminazione.

L'eccesso di fuoco interiore comporta una mancanza di stabilità, perciò rende i movimenti veloci, causa irrequietezza e agitazione interiore, infatti non si riesce a restare fermi a lungo e si tende a voler fare sempre qualcosa. Il silenzio e l'immobilità risultano noiosi, perciò è facile avere difficoltà ad addormentarsi, inoltre c'è molto gusto di parlare e molta velocità di elaborazione mentale.

Nella pratica della meditazione al fuoco manca la calma e la tranquillità, infatti c'è irrequietezza e agitazione soprattutto con una concomitante carenza dell’elemento d’acqua, e l'instabilità si accentua con una carenza dell’elemento della terra. Nel cammino spirituale l'insufficienza del fuoco causa carenza di energia e ispirazione, perciò offre ben poca felicità nel praticare, poiché tutto viene fatto in modo meccanico e poco ispirato.

Quando ci manca il fuoco interiore manca la vitalità e la creatività, perciò non si avverte il piacere di nulla, non c'è il minimo entusiasmo e la vita è vissuta come un fatto meccanico e abituale, perciò ogni vita è faticosa e pesante. Le pratiche per sviluppare il calore interno sono quelle del tummo, che è la tecnica famosa per le immagini dei praticanti che sedendo nella neve riescono ad asciugare gli asciugamani bagnati con il calore creato dal corpo, la pratica del rushen esterno e alcune forme di yoga fisico.

L'aria è l'elemento che facilita il cambiamento, perciò rende molto ariosi e capaci di trasformare facilmente il negativo in positivo, l'odio in amore, la gelosia in apertura, l'avidità in generosità e così via. L'aria viene collegata alla curiosità, all'apprendimento, alla duttilità dell'intelletto, perciò il suo aspetto più elevato è la saggezza della realizzazione.

Se l'aria domina troppo riduce le qualità positive della terra e dell'acqua, perciò manca stabilità e serenità interiore, perciò diventa difficile applicarsi alle cose. Ogni volta che viene raggiunto un luogo si vuole raggiungere un altro luogo, infatti si vuole essere altrove non trovando la pace di un giusto adattamento alle situazioni in cui ci si trova.

Si diventa troppo nervosi, incapaci di concentrazione, preoccupati e molto instabili, perciò il minimo inconveniente porta l'infelicità. La determinazione interiore cede all'incertezza e le convinzioni sono demolite con facilità, perché manca il centro di gravità interiore e le influenze esterne condizionano troppo l’equilibrio interiore.

Una carenza d’aria da immobilismo, si combina poco e ogni preoccupazione diventa persistente, perciò si tende a crogiolarsi nel malessere interiore. Quando l'aria va in equilibrio si trovano facilmente le soluzioni alle ansie e alle preoccupazioni, perciò si resta sereni anche se tutto non va bene. L'aria permette alla mente di cambiare velocemente la sua direzione, e permette di acquisire velocemente delle nuove prospettive.

La rapidità di trasformare il negativo in positivo dipende dal livello di sviluppo dell'aria che abbiamo, perchè l'aria è il prana che sostiene la mente, perciò il tantra e il dzogchen raccomandano degli esercizi specifici per rinforzare questo elemento in tutti. Se l’elemento è disturbato è difficile restare in meditazione, perché c'è troppa impazienza: si sentono troppi interrogativi e domande, perciò l’eccesso impedisce di fare l'esperienza del khunzi, che è la vacuità che esiste alla base delle cose, perché la mente e l'energia sono in perenne movimento.

Alcuni tantra dicono che l'aria è l’elemento collegato ai poteri magici, perché la magia è una trasformazione, e senza l'energia dell'aria non esiste trasformazione, perciò tradizionalmente si dice che la carenza d'aria impedisce ogni pratica spirituale. Le pratiche dell'aria sono collegate al lavoro sui prana e sui canali, e tra le tecniche superiori c'è la tecnica del pho wa, ossia del trasferimento di coscienza tra un uomo all'altro, e la respirazione contemplativa che apre il canale centrale con il respiro. Le pratiche dell'aria sono quelle che separano il prana puro dall'impuro, cioè le pratiche che separano gli stati mentali puri dagli impuri, perché l'aria è l'elemento più adatto a separare questi aspetti.

Lo spazio è il luogo da cui tutto nasce e in cui tutto torna, perciò questo elemento viene collegato alla consapevolezza, infatti l'esperienza dello spazio sorge dalla consapevolezza, è il contenuto della consapevolezza e il suo concetto è uguale alla consapevolezza. Se lo spazio possiede l'equilibrio si vive nell'equilibrio che sa accogliere ogni cosa, perciò tutto quello che avvenire viene accolto, perché c'è sempre abbastanza tempo, pazienza, tolleranza e forza per accogliere ogni aspetto e ogni tipo di esperienza. Siamo in grado di essere abbastanza vicini e abbastanza distanti dalle esperienze per poterle esaminare restando radicati in noi stessi e in ciò di cui facciamo esperienza.

Se lo spazio interiore ci predomina restiamo troppo distaccati e siamo troppo eterei, perciò non sappiamo integrarci con la natura della mente, infatti perdiamo facilmente il contatto con la mente. E' in questo modo che accade una perdita di senso, perché il rapporto con la vita diventa superficiale, perciò si vive come privi di radici e in balia della corrente. L'eccesso di spazio causa la mancanza di consapevolezza e di presenza mentale, mentre la sua carenza rende la vita troppo solida e impenetrabile, perciò la vita tende a sopraffarci fino a distruggerci.

Uno spazio interiore equilibrato permette di lavorare a tempo pieno, permette di avere famiglia e di prendersi cura di tutto senza tralasciare nulla, perché lo spazio interiore diventa un luogo abbastanza comodo per accogliere e contenere tutto. Chi sente che il suo spazio interiore è troppo ridotto non sa farlo, perché tutto diventa un peso e il tempo diventa insufficiente per fare tutto. Se lo spazio diventa troppo preponderante ci ingloba e tutto diventa indifferente e privo di senso, perciò si vive senza assaporare quello che si sta facendo.

Solitamente gli uomini si identificano troppo con le cose esterne e con i contenuti dello spazio, perciò diventano l'esperienza esterna piuttosto di essere colui che fa l'esperienza: così viviamo a metà e restiamo incompiuti in tutte le cose. Se sappiamo come integrandoci nello spazio conosciamo la natura della mente, perciò diventiamo liberi e non siamo più vincolati a ciò che viene dall'esperienza, perciò realizziamo la nostra vera natura, e non cerchiamo noi stessi nelle situazioni esteriori.

Noi diventiamo gli esseri in rapporto con l'essenza interiore che non cercano la gioia e la causa dei problemi altrove. Se sappiamo che i problemi si manifestano nello spazio non abbiamo più bisogno di identificarci con quei problemi. Noi sappiamo come sostenerci con l'esperienza dell'essere più profondo e non siamo dipendenti dal modo con cui gli altri ci vedono. Le nostre sicurezze non dipendono da ciò che possediamo, da quello che facciamo: ci accettiamo pienamente e accettiamo tutto ciò che viene, perché abbiamo tutte le risorse interiori per affrontarlo.

Le esperienze positive o negative dipendono dal modo con cui reagiamo ad esse, perciò esiste la possibilità di fare una scelta. Esiste in tutti la capacità di legarsi alle esperienze più dolorose, oppure di scegliere di potersi estendere oltre il problema e il dolore. Per questo motivo il dzogchen attribuisce tanta importanza allo spazio, in quanto lo spazio interiore si realizza mano a mano che gli elementi si riequilibrano, infatti la saggezza della vacuità dell'esistenza è sempre in relazione con lo spazio interiore.

Buona erranza
Sharatan