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domenica 19 aprile 2009

Buon compleanno a Rita Levi Montalcini!



Rita Levi Montalcini intervistata da Concita De Gregorio il 31 dicembre 2008.
Il 2009 dista un secolo dall'anno in cui è nata. Con Rita Levi Montalcini le interviste non scientifiche sono "conversazioni, perché dovrebbe avere la gentilezza di non chiedermi di parlare di cose di cui non so. Tutt'al più ne possiamo conversare".

I suoi "non so" hanno una densità formidabile e portano sempre lontanissimo. Esempi. La crisi dell'economia.
«Non saprei dirle con esattezza le differenze tra questa e quella del '29. Nel '29 avevo vent'anni e mi ricordo bene il senso di spaesamento, di sorpresa. Si ebbe la sensazione che si fosse all'improvviso rotto un meccanismo. Tutto quello che fino a un attimo prima c'era ed era facilmente accessibile non funzionava più, era scomparso. Come se un sistema apparentemente solido fosse in realtà evanescente. Le leggi dell'economia, mi chiesi allora, sono davvero leggi come le altre della scienza? Se sono fondate sull'osservazione, questo solo basta a dire che si ripetono senza tener conto del mutare degli uomini? Non so, si dovrebbe chiedere Krugman».
Le vengono sempre in mente, come consulenti da chiamare al telefono, altri Nobel. Anche nei frammenti di memoria.
«Certo che l'aereo è una grande conquista del secolo ma non la principale, non direi proprio. Ci si è sempre spostati comunque, l'aereo non ha fatto che accorciare i tempi. Lo definirei tutt'al più uno strumento utile. Nel '40 andai in America in nave e fu un viaggio bellissimo. Ero con Dulbecco. Ricordo con precisione le nostre lunghe conversazioni serali. Ne scaturì molto: certo per me, spero per entrambi. In aereo non sarebbe stato possibile, avremmo probabilmente scambiato qualche battuta e ci saremmo presto appisolati. Ma mi dica, cara signora: di che cosa vorrebbe conversare?»
Noi vorremmo, senatrice, che fosse lei a introdurci nell'anno del suo centenario. Che ci parlasse di quel che più l'ha sorpresa, amareggiata e rallegrata, di quello che più le resta nei pensieri del 2008 che abbiamo attraversato. Vorremmo parlare del passato e del futuro e intanto festeggiarla un poco, che compiere un secolo facendo progetti per il futuro non è cosa da tutti. Chi collabora con lei ci racconta che dorme pochissimo e lavora tutte le ore del giorno. Che trascorre il suo tempo nei laboratori e sui libri, che è impossibile sorprenderla in disordine: sempre indossa abiti e gioielli bellissimi.
«Non potendo cambiare me stessa cambio gli abiti. È un piccolo gesto quotidiano di rispetto verso chi incontro. Del sonno non sento il bisogno, alla mia età è frequente. Quanto all'anno che si è appena concluso spero di esserle utile ma per me il tempo ha una scansione più dilatata e più contratta insieme: un anno di cento è piccola cosa, capisce, rispetto a un anno di venti, o di quaranta. Tuttavia può anche essere un tempo lungo e prezioso, se penso per esempio che in questo anno le borse di studio per bambine e giovani donne africane della mia fondazione sono divenute 6700 e arriveremo a diecimila, spero, l'anno venturo».

Perché l'Africa, senatrice?
«Perché guardi che cosa abbiamo fatto in Africa, dagli anni del colonialismo in poi. Guardi come l'abbiamo violentata e usata. Distrutta. Una tragedia spaventosa. Abbiamo preso le loro ricchezze e speculato sulle debolezze che abbiamo contribuito a creare. Abbiamo molto da restituire, molto risarcimento da pagare. In istruzione, certo. L'unica salvezza possibile per le genti di ogni luogo è l'accesso alla cultura».
E perché le donne?
«Perché le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società. Pensi al nostro Occidente. Ho appena scritto un libro dedicato ai ragazzi, l'ho pubblicato con una casa editrice per giovani. Ne sono fiera. L'abbiamo intitolato "Le tue antenate". Parla di donne pioniere. Quelle che hanno dovuto lottare contro pregiudizio e maschilismo per entrare nei laboratori, che hanno rischiato di vedersi strappare le loro fondamentali scoperte attribuite agli uomini, che si sono fatte carico della famiglia e della ricerca. Lei conosce Emily Noether, la fondatrice dell'algebra moderna?»
C'era un teorema…
«Lei, quella del teorema. Nel '33 il nazismo la escluse dalle università in quanto ebrea, fu costretta a riparare negli Stati Uniti».
Anche lei da ragazza dovette restare chiusa in casa, nascondersi. Ne parlava nel suo incontro con Ingrid Betancourt: le vostre prigionìe.
«Ah sì ma c'è molta differenza. Ingrid Betancourt ha sofferto moltissimo e ha patito gravi stenti. Io sono sempre rimasta completamente indifferente al razzismo antiebraico, è vero che durante il fascismo dovetti restare a lungo nella mia stanza, che tuttavia era una stanza e non la giungla. È anche vero che molti fascisti venivano a trovarmi e che è stato lì, in quella stanza, che è nato il seme della mia ricerca. Ho sempre saputo che non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza. Di Ingrid Betancourt ho apprezzato la dolcezza nella forza. La fragilità e la forza vanno spesso insieme, ha notato? Non si dà l'una senza l'altra».
Il cervello degli uomini, lei dice, è sempre lo stesso.
«Ma certo, si possono avere dubbi? Degli uomini e delle donne, è evidente. La differenza tra uomo e donna è epigenetica, ambientale. Il capitale cerebrale è lo stesso: in un caso è stato storicamente represso, nell'altro incoraggiato. Così pure tra popoli. È sempre un dato culturale. Per fortuna le donne stanno raggiungendo ciò che era stato loro precluso. Ha conosciuto Vandana Shiva? Una fisica teorica formidabile, indiana. Le ho dedicato l'ultimo capitolo delle pioniere. Le donne hanno incredibili potenzialità. Ha conosciuto Hillary Clinton?».
Solo in occasioni ufficiali.
«Che peccato. Una donna energica e molto competente. Certo questo non mi ha impedito di tifare per Obama alle primarie. Nella scelta fra un presidente donna e un nero di origine africana ma non c'era proprio dubbio, assolutamente nessun dubbio di cosa fosse da preferire per il progresso della civiltà. Certo dico a parità di competenze professionali. Obama è uno straordinario salto in avanti in un secolo in cui, lo ricordo bene, quando si sedeva in autobus accanto ad un nero si doveva alzarsi. A me è accaduto nel corso del mio primo viaggio negli Stati Uniti. Non riuscivo, sul momento, a comprendere il senso dell’invito».
Se lei avesse vent'anni a disposizione a quale nuovo studio si dedicherebbe?
«Se ne avessi due o cinquanta, è lo stesso. Al cervello, ovviamente. L'universo che è dentro ciascuno di noi. C'è forse un altro tema più interessante? Scoprire il funzionamento della mente. Se fossimo capaci di far rientrare in Italia i nostri giovani ricercatori, se questo paese sapesse investire sulle energie straordinarie dei suoi studiosi, quelli che abbiamo visto manifestare per strada contro i tagli alla ricerca, ecco. Questo sì che sarebbe un investimento. L'Italia ha sempre prodotto grandissimi risultati, ha menti eccelse. Cabibbo, lo conosce?, un uomo eccezionale. Che strano che non abbia avuto il Nobel, no? L'hanno dato a tre giapponesi, ho visto. Sapesse che meraviglia sono le ragazze, le giovani ricercatrici che lavorano nel mio centro».
Lo studio del cervello ci aiuta anche a decifrare i comportamenti collettivi? Lei per esempio cosa può dire alla luce delle sue ricerche del fondamentalismo, del terrorismo, delle dittature?
«Il cervello spiega tutto. Bisogna partire da qui. Il nostro modo di comportarci è più emotivo che cognitivo. Esiste un centro arcaico del cervello, limbico: non ha avuto nessuno sviluppo dall'australopiteco ad oggi, è identico. È la sede dell'aggressività. Il cervello limbico ha salvato l'uomo quando è sceso dagli alberi, gli ha consentito di difendersi e combattere. Oggi può essere la causa della sua estinzione».
L'aggressività ha sede in un cervello limbico collettivo?
«Il cervello è individuale. Ma è certo che i totalitarismi, le dittature, i fondamentalismi hanno sempre fatto appello alle pulsioni arcaiche dell'uomo. Hanno puntato sulla prevalenza del sistema arcaico su quello cognitivo. L'evoluzione culturale alimenta la neocorteccia. E' per questo che l'unico vero antidoto ai sistemi totalitari è la cultura. La conoscenza. I fondamentalismi si servono del cervello arcaico e lo strumentalizzamo. La neocorteccia, il cervello del linguaggio e della cognizione, deve prendere il comando sul cervello arcaico per controllare la fase emotiva e primitiva del comportamento».
Lei crede che nell'uomo in assenza di attività cerebrale possa esserci vita degna di questo nome?
«Certo che no. Quando il cervello non funziona la vita dell'uomo è finita. La povera Eluana Englaro ha diritto ad una fine con dignità, come chiede suo padre. La sua vita si è conclusa da molti anni».
Torniamo al sapere come antidoto delle dittature. Nell'Islam dei fondamentalisti alle donne è inibito lo studio. Le studentesse in molti Paesi sono minacciate e aggredite. Vede in questi comportamenti la conferma della sua teoria sulla "strumentalizzazione del cervello arcaico"?
«Le religioni sono materia delicatissima. Certo è che la disparità di trattamento fra uomo e donna è grande nelle culture in cui la religione inibisce alla donna l'accesso al sapere. Per me che sono di religione ebraica il sapere è stato un grande strumento di democrazia sostanziale. È dato a tutti allo stesso modo, cancella le differenze di sesso, di censo e di età. Come può verificare dai miei scritti ci sono donne straordinarie che hanno dato risultati eccezionali per il solo fatto di aver avuto accesso, nella loro epoca, alla conoscenza alle altre negata. Poi certo in altre epoche hanno avuto accesso allo studio solo le donne di classi sociali agiate. Avevano l’insegnamento a casa».
Lei legge romanzi? Conosce scrittori contemporanei?
«Il più grande scrittore del mio tempo è Primo Levi. Un monumento all'Homo sapiens. Dopo "Se questo è un uomo" è difficile trovare un testo di altrettanto spessore. Fu sua sorella Anna Maria, che ho conosciuto a casa di amici nel ‘47, a regalarmelo. Primo aveva la capacità che nei libri della mia infanzia erano attribuiti ai talismani delle fate. Lui non trasformava serpenti in agnelli, faceva di più: sapeva far rivivere la realtà vissuta e sofferta con milioni di altri nei lager nazisti senza suscitare nel lettore una totale sfiducia nel genere umano. Ci sono poi altri libri che amo e spesso rileggo. Uno è "Il medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca».
Se avesse potuto frequentare più assiduamente un uomo del suo tempo su chi avrebbe fatto cadere la scelta?
«Ma non c’è dubbio. Albert Einstein. Il segreto della creatività risiede nella curiosità, nella mente che rimane bambina, diceva. Un grande insegnamento. Restare bambini. Oltretutto (ride) anche Einstein appartiene alla cosiddetta razza inferiore...come me».
Qual è stata a suo parere la più grande invenzione o scoperta del secolo? Un farmaco? Uno strumento di diagnosi?
«Ma no, è stata senza dubbio Internet. L’informatica. I nuovi Magellano dell’era digitale. La comunicazione globale. Ma come mai mi chiede questo, lei non usa Internet?».
Buon compleanno a questa magnifica donna per i suoi 100 anni!

mercoledì 17 dicembre 2008

Io e Rita la pensiamo uguale


Qualche giorno fa un’amica mi chiedeva se mi era piaciuta l’intervista di Fabio Fazio a Rita Levi Montalcini. Io per correttezza vorrei premettere che a me Fazio non piace, e sono consapevole che siamo solo in due al mondo, io e un mio carissimo amico, a non gradirlo per la banalità delle sue domande e per la sua mortale prevedibilità. Fortuna che Luciana Littizzetto compensa con verve ed intelligenza alla opacità di lui.
Anche con Rita Levi Montalcini ha ripetuto i suoi stereotipi, solo che lei possiede intelligenza e signorilità tali da avere elevare le risposta a livelli di eccellenza. E meschino lui, che ha potuto solo rimarcare qualche frasetta stupidina, tipo “secondo lei hanno tutti un cervello? Ma proprio tutti?”

Questa donna, che è ormai fragile come una preziosa carta d’india, mi ricorda il detto “In Africa quando muore un vecchio, brucia una biblioteca” e penso che, quando morirà lei, sarà come l’incendio della biblioteca di Alessandria.
Alla consegna del Nobel l’ho vista elegantissima, nel suo vestito nero essenziale, e il re Gustavo di Svezia sembrava il nipote che rende omaggio alla zia. Lei, che è una vera aristocratica di altri tempi, possiede la grazia e la signorilità di una grande donna e la mente di uno scienziato brillante. Gradevole e misurata ma incisiva come un bisturi, ha più volte scritto e ripetuto che è l’impegno che permette di superare i più grandi ostacoli e che la vita non va mai vissuta nel disinteresse per gli altri. Ha ripetuto che il cervello non invecchia, se lo usiamo sempre e che il cervello senile ha capacità ancor più meravigliose, non solo per la grande massa di conoscenze accumulate ma che perché l’anziano ha poco tempo a disposizione e un desiderio insopprimibile di fare sopravvivere le proprie idee, per cui lavora in modo intensissimo. Lei lavora con un affiatato gruppo di ricercatrici motivatissime, appassionate e orgogliose di collaborare con lei. E chi non lo sarebbe!

Dobbiamo capire il mondo che ci sta davanti e non fare mai morire la curiosità, che è la molla della sua vita, insieme alla volontà di aiutare gli altri. Ho letto che non potè andare in Africa perché il padre non volle. Che sempre suo padre, avendo una predilezione per il figlio maggiore, il maschio di casa, pensava che sarebbe divenuto famoso. Ma la sua volontà di aiutare gli altri l’ha spinta alla ricerca, eseguita con mezzi di fortuna. Educata alla scuola di Giuseppe Levi, anatomista e istologo di fama internazionale, antifascista conclamato, ha trovato in lui il maestro ideale, rigoroso e severo. Quando - in altra occasione - ha commemorato la figura del suo maestro, lei ha ricordato che il maestro si intestardiva a far studiare alla giovane studiosa la formazione delle circonvoluzioni nervose nel feto umano e lei, che riteneva il tema “molto pedestre”, produceva dei risultati scadenti. “Si capisce che tu non hai nessun talento per la ricerca” sbottò lui, ma poi le affidò comunque gli studi sullo sviluppo delle cellule in vitro, una tecnica allora sconosciuta in Italia. Lei ricambiò la fiducia vincendo il Nobel per la medicina assieme a Stanley Cohen nel 1986. Salvador Luria, Renato Dulbecco e appunto Rita Levi Montalcini, sono i 3 Nobel che provengono dalla scuola di Giuseppe Levi.

La grande donna ha detto che la sua grande molla è stata la curiosità della conoscenza del cervello umano e la grande volontà di potere tramandare i suoi messaggi e le sue conoscenze. Rimarrà di me il mio messaggio e ciò che ho potuto conoscere, ha detto, rimarrà di me il contributo che ho saputo dare agli altri esseri umani. Le capacità mentali tra l’uomo e la donna sono le stesse, cambia solo il tipo di approccio mentale alle cose.
Una volta ha raccontato che doveva ringraziare suo padre per averla spinta a dimostrare di avere torto a non credere nelle sue capacità, perché questo l’ha resa più determinata e che ringraziava anche Mussolini, perché affermando che gli ebrei erano inferiori, l’aveva spinta ad impegnarsi maggiormente. Io questa la chiamo determinazione!
Quando l’opaco Fazio gli ha chiesto se avesse fatto delle scelte per amore, ha risposto con eleganza un concetto tipo “piffero! Mi ha guidato l’insaziabile curiosità”.

Ma quando ha affermato che la ricerca viene guidata dall’intuito, allora sì che ha dimostrato di parlare da donna, ma non solo perché ha negato l’immagine della donna che va dove la porta il cuore, ma perché ha dichiarato l’uso della capacità definita femminile di intelligenza intuitiva. Su questo tipo di intelligenza sarà interessante capirci meglio, ma essa è una sorta di facoltà supercosciente di sapere, un saper ascoltare una voce interna saggia ed ispirata, la saggezza che è dentro noi.
Che sia donna di levatura superiore mi sembra evidente, altrimenti non sarebbe una centenaria entusiasta per le nuove risorse e per Internet di cui è grande estimatrice, fino a dichiarare invidia per i giovano di oggi, che hanno la fortuna di potere avere a loro disposizione uno strumento di conoscenza simile, come scrive nel libro “I nuovi magellano nell’er@ digitale,” per condividere la conoscenza.
“Oggi i giovani” dice, "devono affrontare realtà drammatiche come la povertà, il razzismo, l'analfabetismo, la negazione dei diritti civili in molti paesi. Lo sviluppo tecnico e scientifico ha aperto spazi sterminati all'esplorazione, e le nuove generazioni potranno utilizzarli al meglio. Non bisogna aver paura dell'informatica, perché da sempre il progresso è portatore di cultura e di democrazia. Occorre sfruttare le potenzialità di Internet per metterle al servizio dei popoli più svantaggiati.”
Eccezionale il passaggio sul rischio di fare prevalere solo la parte emotiva del cervello, perché la componente emotiva del cervello, cioè la parte delle sole passioni non guidate dalla ragione, è responsabile di tutti gli errori e delle scelte più pericolose dell’umanità. L’emotività, governata dal sistema limbico, ci fa vedere il mondo con la parte primitiva della mente, ma questa parte va dosata, va moderata perché, sebbene il desiderio di fare del male non sia innato, l’uomo è un animale gregario, ed essendo gregario, può avvenire un pericoloso sfruttamento di tale istinto di inclusione nel gruppo; insomma dobbiamo vigilare affinchè il nostro istinto a non essere esclusi, non sia pagato dalla rinuncia al nostro libero pensiero. Detto questo, mi sembra proprio che io e Rita la pensiamo uguale.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami