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giovedì 3 settembre 2009

Sul dominio della mente


Le persone che hanno il coraggio di pensare non sono molte, la maggioranza preferisce accettare i pensieri degli altri e li accoglie nella sua mente, trovandoli gradevoli e condivisibili come se fossero propri. Non si vuole faticare per costruire delle convinzioni personali, così lo strumento per pensare e le facoltà logiche relative vengono strutturate in modo assai rudimentale, e la maggior parte delle opinioni delle persone vengono costruite sotto l’influsso delle emozioni e del sentimentalismo irrazionale.

Quest’ultimo, che è una forma di sentimento degradato, è costruito su un’emozionalità momentanea verso le cose e le persone, basato sull’illusione del sentimento vero, è poco profondo, molto labile ed influenzabile, mutevole e apparente, perché è privo di anima personale, è un’artificio. Non ha assolutamente nulla da spartire con il vero sentimento, che è invece sincero, profondo, costante, duraturo ed affidabile, perchè è una preziosa amalgama di profondità dei sentimenti e di delicatezza d’animo.

Le emozioni appartengono alla sfera istintiva più profonda del nostro cervello rettiliano, perciò coloro che ambiscono a farci reagire come moderni cavernicoli, preferiscono farci sviluppare solo questa parte ancestrale, quella che è collegata con le paure ataviche, quelle che ci spingono a schierarci con il più forte. La società di massa ama agire sugli istinti primari, perché essi rendono le masse governabili con il pungolo della paura, qualora non fossero ammaliabili con la forza della seduzione. E le seduzioni che oggi sono offerte, sono prodotte dall’edonismo buzzurro e chiassoso dei tempi post-moderni, e sono ben lontane dalla ricerca di beni durevoli e non transitori che dovrebbero lenire il senso di incertezza e d’inquietudine che rende dolorosa la vita dell'uomo.

Per esercitare le menti alla schiavitù occorre quindi far sì che le idee si imprimano nella mente, così che il soggetto non riesca ad opporre resistenza, e sia costretto a soccombere all’autorità culturale, politica, economica, religiosa o sociale che viene imposta. Le masse così subiscono ciecamente, senza osare obiezioni e critiche, affidandosi ciecamente della gente astuta ed intraprendente che li governa, senza ribellarsi e accettando ogni decisione del potere. Le autorità fasulle, cioè basate sull’autoritarismo, si esprimono con toni perentori e vogliono masse obbedienti e supine a qualsiasi capriccio del potere. La qualità ricercata è la gregarietà dell’uomo ancestrale che soffre dell’esclusione dal gruppo di appartenenza, e che riconosce un capo naturale, dominante in virtù della sua forza e della sua volontà.

Le persone perciò non sanno costruire delle opinioni personali, ma piuttosto si conformano a quelle di coloro che sono considerate delle autorità riconosciute in un certo campo o in un determinato ambito. Questo non sarebbe un male se i governi fossero esercitati da individui illuminati e di levatura morale superiore ma, purtroppo, i personaggi che amano questi metodi sono spesso persone prepotenti e grossolane, piene di ignoranza e di arroganza, che vogliono impedire la libertà offerta dalla conoscenza. Sono leader fasulli che si comportano come custodi di ogni sapienza e saggezza, mentre sono solo squallide macchiette, dei bravi attori che sanno gettare fumo negli occhi e che amano essere plauditi dai cortigiani ottusi di cui si circondano.

La chiave di questa suggestione è il comando impartito con l’autorità, che incontra la mente gregaria degli asserviti. Le caratteristiche di coloro che soccombono a questa fascinazione, è quella di persone che sono abituate ad obbedire sempre, e che non hanno imparato ad usare le proprie risorse per cavarsela nella vita, sono soggetti succubi e passivi. Sono persone che hanno sempre bisogno di qualcuno che pensi al loro posto, sono molto suggestionabili, perciò poco critici e raziocinanti: chi ha una personalità spiccata ed indipendente difficilmente cade vittima di questa suggestione.

Vi è poi una forma di asservimento che si basa sulla suggestione per imitazione, che è la forma più comune dell’uomo sociale che si unisce ad un gregge, in cui le pecore vengono stimolate a ricercare oggetti o stili di vita di moda e tendenza, propagandati come stili che sono scelti, non per il loro intrinseco valore, ma solo perché “Così fan tutti.”

Si rinforza l’educazione alla mente ottusa lavorando sulle concezioni essenziali razionali e sui principi morali, per cui si utilizzano parole, discorsi e comportamenti etici che hanno un valore mentale astratto ben preciso ma di cui si altera il significato originario, che viene esautorato e sostituito con un nuovo significato, più coerente e funzionale all’ideologia prevalente. Si vengono così ad assestare nuovi valori nell’immaginario popolare, ma si agisce strumentalizzando dei vecchi schemi di comportamento ben consolidati, associati a determinate cariche emotive, sia positive che negative, diffuse nelle masse e propagandate come “vicine alla gente.”

Questa suggestione è cinica e beffarda, perché si fa gioco del significato comune di un concetto o di una ideologia, che falsifica e sovverte a proprio vantaggio. E’ interessante osservare come questo meccanismo sia molto usato nella retorica dei discorsi politici, in cui viene accuratamente evitato l’uso di espressioni fredde e astratte, e in cui vengono usate parole passionali che devono suscitare i sentimenti e le emozioni profonde degli ascoltatori. Molti conoscono ed usano l’arte di infiammare con le parole, quindi sarebbe opportuno riflettere prima di rispondere quando siamo suggestionati da un discorso molto infuocato, e dovremmo invece riflettere a lungo freddamente per analizzare bene le argomentazioni sostenute dall’altro, distaccandoci dal tono fagocitato ed infiammato del nostro interlocutore.

Come in un buon combattimento, non è mai opportuno rispondere usando precipitazione e irrazionalità, ma è necessario sapersi ritirare per riflettere, soprattutto se le argomentazioni avverse sono condite di concetti gradevoli per il nostro ego o, al contrario, quando ci sentiamo stanchi e depressi e quindi poco equilibrati nei nostri giudizi. In ogni caso diffidiamo sempre di coloro che vogliono condurci in territori in cui il nostro cuore e il nostro cervello devono marciare separati, poichè essi sono compagni inseparabili che se vengono separati diventano ciechi!

In tutti noi esistono delle idee e delle opinioni che si sono create solo in virtù della forza dell’abitudine e della ripetizione ossessiva dei concetti: la società, la famiglia, la religione, la politica, tutti i sistemi umani usano da sempre questa tecnica per ottenere una resa per sfinimento. Sappiamo che la goccia scava la roccia, per questo esistono forme di persuasione che usano questa efficace tecnica, e lo fanno incominciando a proclamare che una bugia è invece una verità, e continuando a ripetere la falsità fino a farla divenire vera.

Il segreto è nel fatto che ogni resistenza si indebolisce se viene continuamente attaccata, ed è quindi facile soccombere quando siamo stremati da continui attacchi, per questo è essenziale nutrire delle profonde e preziose opinioni personali che siano il baluardo del nostro essere.

Allora dobbiamo imparare a creare un'organismo di idee veramente nostre e che siano il frutto del nostro più profondo essere, perchè esse diverranno le figlie più care del nostro cuore e della nostra mente: ogni attacco che gli volessero fare sarebbe inutile, perchè le difenderemo sempre con energia sovrumana. Perciò impariamo a guardare con grande sospetto a tutti quei modi di pensare che partono da "dati di fatto" indiscutibili e "ipse dixit" bisognosi di una fede cieca, perché sono i padri del dogmatismo delle idee, che è il nemico di ogni conoscenza e di ogni libertà.
Buona erranza
Sharatan


sabato 22 agosto 2009

Il paradosso della servitù volontaria


Étienne de La Boétie nasce nel 1530. Rimasto orfano, viene allevato dallo zio e avviato agli studi di giurisprudenza. Vive in Francia nel periodo delle guerre di religione tra cattolici e ugonotti, che si concluderà con la decisa repressione di questi ultimi. La Boétie denuncia gli errori della repressione violenta e si dichiara favorevole ad un cattolicesimo riformato, nel quale cattolici e protestanti potessero convivere. Si trova ad interpretare molto fruttuosamente il ruolo di mediatore in alcuni conflitti religiosi, ma proprio quando la sua carriera politica è in forte ascesa, si ammala gravemente e muore all’età di soli 33 anni nel 1563. Sul letto di morte, affida all’amico Michel De Montaigne tutti i suoi scritti, tra cui “Il Discorso sulla servitù volontaria,” il breve componimento che aveva scritto a soli 16 anni, nel 1546.

Nel “Discorso sulla servitù volontaria”, La Boétie afferma che la tirannia non è mai imposta, ma è consensualmente accettata dal popolo, che accetta di sottomettersi volontariamente al tiranno, perché accanto al naturale e innato desiderio di libertà vi è, nell’animo umano, anche un oscuro desiderio di servire: “… è davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio. […] Vedere un numero infinito di persone non obbedire, ma servire; non essere governati, ma tiranneggiati; senza che gli appartengano né beni né parenti, né mogli né figli, né la loro stessa vita!”

Secondo La Boétie, il carattere volontario della servitù è dimostrato dal fatto che è sufficiente volere essere liberi per diventarlo: “Sono dunque i popoli stessi che si lasciano o piuttosto si fanno tiranneggiare, poiché smettendo di servire ne sarebbero liberi. È il popolo che si assoggetta, che si taglia la gola e potendo scegliere fra l’essere servo e l’essere libero, lascia la libertà e prende il giogo; che acconsente al suo male, o piuttosto lo persegue […]

Colui che tanto vi domina non ha che due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di più dell’uomo meno importante dell’immenso ed infinito numero delle nostre città, se non la superiorità che gli attribuite per distruggervi. […] Come fa ad avere tanto potere su di voi, se non tramite voi stessi? Come oserebbe aggredirvi, se non avesse la vostra complicità? Cosa potrebbe farvi se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?”

Ma il tiranno non è solo il re della monarchia assoluta, ma è qualsiasi corpo politico che elimini il carattere pubblico del potere per utilizzarlo in modo da imporre agli altri la propria volontà ed i propri interessi. E tale dominio è tirannico, indipendentemente dal modo con cui il potere è stato ottenuto: “Vi sono tre tipi di tiranni: gli uni ottengono il regno attraverso l’elezione del popolo, gli altri con la forza delle armi, e gli altri ancora per successione ereditaria. Chi lo ha acquisito per diritto di guerra si comporta in modo tale da far capire che si trova, diciamo così, in terra di conquista.

Coloro che nascono sovrani non sono di solito molto migliori, anzi essendo nati e nutriti in seno alla tirannia, succhiano con il latte la natura del tiranno, e considerano i popoli che sono loro sottomessi, come servi ereditari; e, secondo la loro indole di avari o prodighi, come sono, considerano il regno come loro proprietà. Chi ha ricevuto il potere dello Stato dal popolo […] è strano di quanto superino gli altri tiranni in ogni genere di vizio e perfino di crudeltà, non trovando altri mezzi per garantire la nuova tirannia che estendere la servitù ed allontanare talmente i loro sudditi dalla libertà, che, per quanto vivo, gliene si possa far perdere il ricordo. A dire il vero, quindi, esiste tra loro qualche differenza, ma non ne vedo affatto una possibilità di scelta; e per quanto i metodi per arrivare al potere siano diversi, il modo di regnare è quasi sempre simile.”

La Boétie avvisa sui mezzi che i tiranni usano per suscitare la volontà di servire tra cui, primariamente, l’abitudine: “È vero che, all’inizio, si serve costretti e vinti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rimpianti e fanno volentieri quello che i loro predecessori avevano fatto per forza. È così che gli uomini che nascono sotto il giogo, e poi allevati ed educati nella servitù, senza guardare più avanti, si accontentano di vivere come sono nati, e non pensano affatto ad avere altro bene né altro diritto, se non quello che hanno ricevuto, e prendono per naturale lo stato della loro nascita.

Non si può dire che la natura non abbia un ruolo importante nel condizionare la nostra indole in un senso o nell’altro; ma bisogna altresì confessare che ha su di noi meno potere della consuetudine. […] La natura dell’uomo è proprio di essere libero e di volerlo essere, ma la sua indole è tale che naturalmente conserva l’inclinazione che gli dà l’educazione.”

Quando l’abitudine diventa insufficiente, si persegue l’abbrutimento del popolo poiché la servitù implica l’infiacchimento dell’individuo, perciò i tiranni, che ne sono consapevoli, agiscono per aumentarne l’abbrutimento. A tale scopo, ostacolano la diffusione della cultura, perché i libri e l’istruzione contribuiscono a diffondere la consapevolezza di sé e l’odio per la servitù. I tiranni amano gli spettacoli grossolani, infatti:

“… i teatri, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie esotiche, le medaglie, i quadri ed altre simili distrazioni poco serie, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia. Questi erano i metodi, le pratiche, gli adescamenti che utilizzavano gli antichi tiranni per addormentare i loro sudditi sotto il giogo. Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano, che passava loro davanti agli occhi si abituavano a servire più scioccamente dei bambini.”

Inoltre il potere tirannico impedisce ogni forma di aggregazione e comunicazione sociale tra coloro che hanno conservato la passione per la libertà, piuttosto consente le associazioni che non contestano la tirannia, ma che la sostengono perché è essenziale, secondo La Boétie, creare ogni meccanismo che coaguli il massimo consenso intorno al culto della persona del tiranno, usando tecniche di accrescimento ed enfasi della sua persona.

Quindi La Boétie indica la pratica di “insinuare nei popoli il dubbio che fossero in qualche cosa più che uomini” e poi la “favola” dell’origine divina del re, da cui derivare le sue naturali capacità taumaturgiche: “ Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro, come se dovesse sentirne il nome e non invece gli effetti. Oggi non fanno molto meglio quelli che compiono ogni genere di malefatta, anche importante, facendola precedere da qualche grazioso discorso sul bene pubblico e sull’utilità comune.”

Infine, La Boétie indica il vero fondamento della tirannia nella sua stratificazione gerarchica: “sono sempre quattro o cinque che sostengono il tiranno, quattro o cinque che mantengono l’intero paese in schiavitù. È sempre successo che cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno, che si siano avvicinati da sé, oppure chiamati da lui. […] Questi sei ne hanno seicento che profittano sotto di loro, e fanno con questi seicento quello che fanno col tiranno. Questi seicento ne tengono seimila sotto di loro, che hanno elevato nella gerarchia, ai quali fanno dare o il governo delle province, o la gestione del denaro pubblico.”

La Boétie crede che vi sia una vera contrapposizione tra la servitù e la libertà: “Credo che sia fuori dubbio che, se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e secondo gli insegnamenti che ci rivolge, saremmo naturalmente obbedienti ai genitori, seguaci della ragione e servi di nessuno. […] di sicuro, se mai c’è qualcosa di chiaro ed evidente nella natura, che è impossibile non vedere, è che la natura, ministro di Dio, la governatrice degli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma, e come sembra, allo stesso stampo, perché possiamo riconoscerci reciprocamente come compagni o meglio come fratelli.

E se, dividendo i doni che ci faceva, ha avvantaggiato nel corpo o nella mente gli uni più degli altri, non ha inteso per questo metterci al mondo come in recinto da combattimento, e non ha mandato quaggiù né i più forti né i più furbi come briganti armati in una foresta, per tiranneggiare i più deboli. Ma, piuttosto, bisogna credere che la natura dando di più agli uni e di meno agli altri, abbia voluto lasciar spazio all’affetto, perché avesse dove esprimersi, avendo gli uni potere di dare aiuto, gli altri bisogno di riceverne.

[…] Non bisogna dubitare che siamo naturalmente liberi, perché siamo tutti compagni, e a nessuno può venire in mente che la natura abbia messo qualcuno in servitù, dopo averci messo tutti insieme. […] Se ne deve concludere che la libertà è un dato naturale, e per ciò stesso, a mio avviso, che non solo siamo nati in possesso della nostra libertà, ma anche con la volontà di difenderla.”

Scritto più di 240 anni prima della rivoluzione francese, lo scritto di La Boétie indica una futura e ideale società fondata sulla libertà e sull’uguaglianza, contrapposta alle dominazioni tiranniche, e realizzata attraverso una relazione sociale basata sull’amicizia. I disonesti non sono mai amici ma complici, non si amano ma si temono, mentre invece l’amicizia “ha il suo vero terreno di coltura nell’eguaglianza, che non vuole mai contravvenire alla regola, anzi è sempre uguale”. Ormai vecchio di 460 anni, il “Discorso sulla servitù volontaria” non dimostra i suoi anni e appare ancora attualissimo per l'invito alla disobbedienza civile ai regimi ingiusti, e per il monito agli apprendisti libertari: “Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi.”

Buona erranza
Sharatan


giovedì 30 ottobre 2008

Utili pratiche di autodifesa morale


In una società libera non si dovrebbe neppure pensare di controllare i pensieri e le parole degli altri. Dovrebbe essere imperativo, incoraggiare le persone a pensare liberamente, e dissuaderla dall’agire in base a pensieri di offese e di danni che l’altrui pensiero opera nei nostri riguardi. Detto più semplicemente, si dovrebbe essere liberi di pensare e di parlare liberamente, ma non essere liberi di agire di conseguenza. Soprattutto si dovrebbe pensare che, nessun insulto può giustificare l’utilizzo della violenza, la peggiore risorsa del vivere sociale.
Dovremmo imparare che esiste un nostro senso interiore del valore morale, talmente forte , da non poter essere assolutamente danneggiato dalle parole di nessuno. Comunemente invece facciamo il contrario e limitiamo, sia il nostro pensiero che il dialogo, per il timore di offendere gli altri: così le persone diventano prive di difesa contro i pensieri “non convenzionali”, così diventiamo tutti meno autonomi, meno liberi e meno dignitosi. Così gli uomini rimangono limitati e schiavi. Bisognerebbe invece, imparare fin da bambini, a mantenere chiaro ed alto, il senso del valore di noi stessi, indipendentemente da ciò che gli altri pensano e dicono di noi. Avendo la percezione del nostro valore umano ed individuale, nessuno ci potrà mai toccare con offese ed ingiurie.
Bisogna imparare che solo noi stessi possiamo diminuire il nostro valore, e solo noi possiamo decidere di abbassarci al livello di coloro che si comportano male. Questa lezione ce la dovremmo sempre ripetere, anche quando diventiamo degli adulti. Sia gli uomini che le donne dovrebbero sempre attuare delle pratiche di autodifesa morale, imparando a non provocare e a non essere provocati.
Bisogna imparare a non accettare le offese, anche se se sono forti e ripetute costantemente, ma è essenziale sottrarsi a coloro che ci offendono, qualora ci accorgiamo che potrebbero farci un danno. Coloro che sono offesi, hanno un ruolo attivo nel farsi offendere, infatti si può accettare o meno, di essere insultato. Se qualcuno cerca di arrecarti un’offesa, si può rifiutare di accettarle, scusando l’altro e perdonandolo per la sua ignoranza: così non ci potrà fare alcun danno.
E se viene lanciata un’offesa che non trova appiglio, allora non c’è offesa, non c’è danno, e non c’è alcuna sofferenza. Si può essere danneggiati senza il nostro consenso, ma la strada dell’offesa è sempre a doppio senso: questa consapevolezza può arrecare dei grossi vantaggi. Possiamo vivere massimizzando il nostro benessere e minimizzando il nostro malessere. A livello psicologico, le nostre emozioni diventano dei sentimenti, che vanno ad alimentare il nostro pensiero, per questo la psiche può sentirsi offesa da attacchi alla sfera familiare (insulti alla madre e alla famiglia) attacchi all’ego (insulti rivolti alla persona e alla sua identità sessuale) attacchi all’identità di gruppo (insulti alla razza e alla tribù) attacchi alle convinzioni spirituali (insulti rivolti alla divinità e alla religione).
Tutti questi insulti scatenano sempre ritorsioni e vendette. Per non cadere nell’errore, è necessario non farsi dominare, né dalla programmazione genetica, né dal condizionamento comportamentale. Il potere della mente è in grado di registrare l’offesa e di deviarla, riesce a ridimensionarla e renderla inoffensiva, in virtù dell’umorismo e della forza dei propri principi morali. In questo modo, si riesce a discriminare tra il bene ed il male, e a trascenderli entrambi. Coloro che riescono a vincere questa battaglia con se stessi, sono superiori all’apparenza delle cose. Riescono a costruire una mente libera e aperta, riescono ad essere dignitosi ed autonomi.
Il mondo è pieno di provocazioni che non possiamo controllare, mentre possiamo controllare la risposta che noi diamo. La nostra risposta dipende dalle nostre esperienze di vita e dalle nostre abitudini, e queste ultime, dipendono dalla nostra filosofia di vita. Ma se il nostro modus operandi continua a non funzionare, allora significa che esso va cambiato, come va cambiata la nostra filosofia di vita. Se modifichiamo il nostro atteggiamento di fronte alle provocazioni, allora è probabile che, anche gli altri tendano a diminuire le loro provocazioni. Il peggior modo di reagire alle offese è sempre la violenza, perché essa ripaga l’offesa con un danno. Un’opzione più utile della violenza è invece l’umorismo, che possiamo utilizzare con un tono cinico oppure caustico, procurandoci così una vendetta più accettabile e meno cruenta.
Al mondo ci sono tante persone che non hanno coltivato un alto senso di se, per cui si sentono offese dal modo di essere e di pensare degli altri. Ci sono troppe persone che non sanno ridere di sé, perché non si amano e perché non amano il mondo che li circonda. Senza amore e senza umorismo, la condizione umana diventa intollerabile, per cui molti vivono in una condizione di forte disagio esistenziale, ma invece di provare a diventare felici, preferiscono infliggere anche agli altri uomini, la loro condizione d’infelicità. Così s’inventano le continue limitazioni del pensiero e della parola, apparentemente per garantire il buon vivere sociale, in realtà per creare individui indifesi, vulnerabili e condizionabili. Questo meccanismo, a livello politico, alla lunga limita le libertà personali e civili, inibisce l’amore spontaneo della vita, ed inibisce il potere terapeutico dell’umorismo.
Le persone che sanno ridere di se stessi e degli altri, difficilmente vengono offese, ed è molto difficile che siano danneggiate dagli altri. Questo spiega l’intolleranza dei totalitarismi per la satira e per l’umorismo. Infatti i comici, utilizzano l’umorismo, per toccare dei temi seri e rilevanti, come il sesso, la razza, l’etnia, la religione e la politica.
Quando esiste questa intolleranza, e quando i comici sono usati per dire ciò che la gente comune non ha il coraggio di dire, allora il livello delle libertà di cui si usufruisce, è veramente basso.
Perché considerare un’offesa le opinioni diverse dalle nostre? Le persone che non riescono ad accettarci, in realtà non sanno accettare se stessi, per questo sono tanto ostinati a criticarci. Il problema non è il nostro, è il loro. Non accettiamo di pagare per un pegno che non è dovuto. Non lasciamoci coinvolgere da un problema che non ci appartiene. Le persone che fanno osservazioni o valutazioni offensive, sviliscono la propria natura umana, non quella degli altri. Diceva Eleanor Roosvelt: “Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso.”
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 4 marzo 2008

L’erranza


Nella vocazione all’erranza si manifesta il nomade, colui che è curioso di nuove terre e di nuove conquiste.
La vocazione errante è come un sigillo, come un’impronta, una marcatura che viene impressa alla nascita e conservata fino alla morte …e oltre.
Se è vero che siamo in viaggio da tante vite e che siamo anime raminghe, alla perpetua ricerca della nostra liberazione dalla catena delle reincarnazioni, allora la condizione umana è fondamentalmente errante.
L’erranza può essere fisica ma ancora meglio interiore e, quest’ultima assume il significato di un viaggio ininterrotto verso nuovi orizzonti, alla ricerca di territori sempre più vasti, e per il vero errante è irresistibile e fatale.
E’ amore per una conoscenza sempre maggiore e l’attrazione per nuovi luoghi, per nuovi pensieri e per nuove conoscenze.
Il viaggio vede lo spostamento del corpo ma anche della mente o forse solo dell’anima, gli spazi sono quelli vicini, quelli lontani ma anche quelli infiniti.
I tempi sono quelli presenti ma anche quelli passati e tutti i possibili futuri.
Le direzioni che si seguono sono tracce impercettibili, impronte quasi invisibili se osservate con gli occhi di ogni giorno.
Anche lo sguardo è quello del nomade che studia il paesaggio perdendosi nell’esplorazione dell’orizzonte.
Il sentimento dell’erranza offre il più grande momento di conoscenza e di libertà che l’uomo possa sperimentare.
Buona erranza
Sharadan ain al Rami