martedì 20 dicembre 2016

La vera natura dell'anima



“Nella coscienza ordinaria,
pensiamo di essere creature mortali,
ma quando ci liberiamo dall'ego,
ci accorgiamo di essere Spirito.”
(Paramahansa Yogananda)

“Se in questo momento riusciste a calmare completamente il corpo, i pensieri e le emozioni, diventereste immediatamente consapevoli del vostro vero Sé (L'anima), e dell'universo, il vostro immenso corpo che palpita della gioia di Dio. L'anima si "stabilirebbe nella condizione che le è propria". Non è strano che voi non riusciate a percepire la gioia di Dio che è sempre a vostra disposizione? La ragione per cui non conoscete la beatitudine di Dio è che siete intossicati dai sentimenti dell'ego (citta).

Se mi nascondo dietro uno schermo, sarò sempre qui, ma voi non mi vedrete. Se allontanate lo schermo, mi vedrete di nuovo. Ugualmente, la gioia di Dio è nascosta dallo schermo dei sentimenti che hanno origine dall'ego (ahamkara o coscienza del corpo). Allontanate lo schermo per mezzo della meditazione e contemplerete questa gioia. La vostra vera natura è la calma. Avete indossato una maschera di irrequietezza, ossia l'inquietudine della vostra coscienza, che trae origine dagli stimoli dei sentimenti.

Voi non siete la maschera, siete il puro e calmo Spirito. È arrivato il momento di ricordare chi siete: l'anima beata, un riflesso dello Spirito. Toglietevi la maschera dei sentimenti e contemplate il vostro Sé. Quando vi arrabbiate o siete travolti dall'odio, indossate la maschera del male. L'essere umano può arrabbiarsi talmente da essere capace di uccidere. Non vuole farlo veramente - ossia la sua anima non vuole - ma, poiché l'anima si è identificata con l'ira, questo sentimento può suscitare in lui il pensiero di uccidere.

Perciò non è opportuno rimanere nello stato dell'ordinaria coscienza umana, soggetto a emozioni così violente. Voi diventate schiavi dei vari stati d'animo, e questa è la causa di tutti i vostri dispiaceri. Per salvarvi, dovete eliminare i sentimenti e le emozioni legati alla coscienza del corpo. La meditazione è l'unica via di Salvezza.

Per molto tempo avete creduto di possedere alcune qualità, caratterizzate da sentimenti e da emozioni particolari. Patanjali dice che vi identificate con queste passioni e questi desideri perché l'avete già fatto nel corso di numerosissime incarnazioni e, di conseguenza, avete completamente dimenticato la vostra vera natura. Quando vi renderete conto che ogni giorno recitate una parte diversa a seconda dei vostri mutevoli sentimenti, non sarete più la stessa persona, e riuscirete a liberarvi di questi stati illusori.

Quando comprenderete che la passione e la collera non fanno parte della vostra vera natura, questi stati d'animo non avranno più alcun potere su di voi. Ogni persona è per sua natura meravigliosa; deve soltanto togliersi la maschera della coscienza dell'ego. Non lo dimenticate. Se avvicinate un diamante a un gatto nero, il diamante assumerà una sfumatura nera. Potete allora affermare che il diamante è nero?

No. Appena allontanate il gatto e lasciate che la luce illumini il diamante, il suo naturale splendore si sprigionerà completamente. Il gatto nero è la vostra irrequietezza, che offusca la coscienza con le emozioni e oscura la luce e la gioia dell'anima. La natura dell'irrequietezza è tale che nel momento stesso in cui traete piacere da una cosa, ne state già cercando un'altra; in sostanza suscita in voi una perenne insoddisfazione che, a sua volta, è provocata dai sentimenti.

Ma la beatitudine - la gioia di Dio nascosta nell'anima - è sempre nuova e sempre presente nella vostra coscienza. Poiché questa gioia appaga ogni desiderio, l'irrequietezza non avrà più ragione di esistere. Spero che comprendiate l'importanza di ciò che vi dico oggi. Sto parlando della via che porta alla liberazione da ogni dolore. Il perfetto dominio dei sensi vi rende padroni di voi stessi. Non abituatevi mai a niente, e non lasciatevi mai condizionare dalle abitudini.

Bere il caffè non significa necessariamente esserne diventati schiavi, ma se non potete farne a meno, allora vuol dire che l'abitudine vi ha resi schiavi. Non appena dite: "No, non ne ho bisogno", fate che questa affermazione ponga fine alla vostra schiavitù. Io non mi lascio mai condizionare da niente e da nessuno. Ad esempio, posso bere o mangiare qualcosa di buono, e poi eliminarne il desiderio; il ricordo sparisce in quello stesso istante.

Per prima cosa, evitate di soddisfare le simpatie e antipatie alimentari e insegnate la stessa cosa ai vostri bambini. Li viziate quando dite: "Che cosa vorresti mangiare? Vuoi gli spinaci? Non mangiarli se non ti piacciono". Se vi dimostrate così accondiscendenti renderete vostro figlio schiavo del gusto. Potreste domandarmi: "Ma se eliminiamo i sentimenti, le simpatie e le antipatie non diventeremo inerti come la materia e completamente inutili? Patanjali insegna queste cose?".

No, egli afferma che la vostra vera natura si manifesterà non appena riuscirete a dominare i sentimenti. Il vero stato del Sé, l'anima, è beatitudine, saggezza, amore, pace. Vi sentirete allora così felici da apprezzare qualsiasi cosa facciate. E tutto questo non vi sembra molto più conveniente che brancolare nel mondo, simili a demoni inquieti e sempre insoddisfatti?

Quando siete concentrati sul vostro vero Sé, riuscite a compiere ogni vostro dovere e a godere di tutte le cose buone del mondo pervasi dalla gioia di Dio. Permeati della sua inebriante beatitudine eseguirete ogni azione gioiosamente. Molti pensano che gli induisti insegnino una sorta di annichilimento mentale, il presunto risultato cui porterebbe l'assenza del desiderio. Invece, l'obiettivo della filosofia induista è la felicità permanente.

Non c'è libertà né felicità nel cessare di esistere. Il solo pensiero di questa eventualità è doloroso. Voi desiderate una felicità senza fine e questo è ciò che potrete avere, come afferma Patanjali, se dimorerete nella vera natura della vostra anima. Come possiamo essere veramente interessati a qualcosa se annulliamo i desideri e i sentimenti?

Avrete visto coloro che lavorano senza provare nessun interesse per quello che fanno; il loro lavoro e il loro comportamento lo dimostrano chiaramente. Non si curano dei risultati fino a quando possono dire che, comunque, lavorano. Ma l'innamorato lavora con impegno e scrupolo per la persona amata; farà molto di più per lei, che per se stesso. Questo è il modo di servire Dio e questo è il sentimento che proviamo quando amiamo Dio. Lavoreremo per lui con gioia.

Ad un estremo troviamo persone convinte che per farsi strada nella vita si debba lavorare senza sosta, come automi. Ma all'estremo opposto, ugualmente errato, troviamo persone che non appena provano un interesse per la spiritualità, diventano indifferenti a tutte le altre cose. Questo modo di pensare è sbagliato. È una delle ragioni per cui l'India ha perduto la libertà in quanto ha male interpretato la dottrina del distacco.

Ad esempio: "Che cosa importa se nell'eremitaggio si accumula la sporcizia? Non fa niente. Perché preoccuparsene? Darsi da fare richiede troppa concentrazione sugli aspetti materiali della vita. Siate distaccati. Rinunciate il più possibile alle attività pratiche". In questo modo di pensare si nasconde, ammantata di falsa spiritualità, la pigrizia mentale.

Mi sono reso conto che i maestri veramente grandi si interessano molto al mondo, ma senza provare nessun senso di attaccamento. Quando il mio maestro, lo Swami Sri Yukteswar, riceveva un bel regalo, se ne prendeva scrupolosamente cura. Ma se si rompeva si limitava a ridere: "La mia responsabilità è finita. Mi è costata molta attenzione".

Era veramente distaccato dalle cose. Anche io la penso allo stesso modo. Apprezzo tutto ciò che Dio mi dà, ma non ne sento la mancanza quando scompare. Una volta mi regalarono un cappotto e un cappello elegantissimi, un completo molto costoso. A quel punto iniziarono le mie preoccupazioni. Dovevo stare attento a non strapparlo e a non sporcarlo e la cosa mi metteva a disagio. Così pensai: "Signore, perché mi hai dato questa seccatura?".

Un giorno dovevo tenere una conferenza alla Trinity Hall qui, a Los Angeles. Quando raggiunsi la sala e stavo per togliermi il cappotto, il Signore mi disse: "Togli dalle tasche tutte le tue cose". Ubbidii. Quando tornai al guardaroba dopo la conferenza il cappotto non c'era più. Mi irritai, e qualcuno disse: "Non importa, faremo in modo di procurargliene un altro". Risposi: "Non sono arrabbiato perché ho perso il cappotto, ma perché chiunque lo abbia preso non ha portato via anche il cappello che lo accompagna!"

Non fatevi dominare dai sentimenti. Come potete essere felici se vi preoccupate continuamente dei vestiti o di tutte le altre cose che vi appartengono? Indossate abiti semplici e ordinati e poi non pensateci più; pulite la casa e poi dimenticatela. Una volta sono stato invitato a un ricevimento molto elegante. Il pranzo era ottimo, ma i nostri ospiti erano talmente innervositi dalla paura che qualcosa non andasse bene, da rovinare tutto.

Le persone sensibili avvertono il vostro nervosismo. Perché vi preoccupate? Fate del vostro meglio e poi rilassatevi. Lasciate che le cose si svolgano naturalmente, senza sforzo. Allora, anche coloro che vi stanno accanto si rilasseranno. Attività non è la vita, è l'espressione della vita. Ma alcune persone sono sempre talmente indaffarate da rendersi insopportabile l'esistenza perché sono sempre sull'orlo di una crisi emotiva.

In genere, l'essere umano è simile al pendolo, e oscilla da un estremo all'altro, sempre in movimento, sempre inquieto. Questo comportamento è di poco superiore a quello degli animali. Invece lo yogi è sempre calmo, concentrato sulla propria vera natura, simile a un pendolo immobile.

Quando è attivo può essere molto veloce, ma quando si ferma è nuovamente concentrato sulla calma interiore ed esteriore. Dobbiamo imparare a lavorare con interesse, mantenendoci tuttavia rilassati e distaccati. Non so come potrei lavorare senza provare un entusiasmo gioioso. È naturale sentirsi interessati perché diversamente le nostre motivazioni non avrebbero alcun incentivo.

Fate ogni cosa per Dio, con il massimo interesse. Amatelo al punto tale che il vostro piacere più grande sia quello di lavorare e di fare progetti per lui. Lavorare per Dio è un'esperienza molto personale, molto appagante. Io provo una grande gioia nel restaurare per lui questo edificio. Ma quando qualcosa non va per il suo verso, non me ne preoccupo minimamente. Perché dovrei?

Ho fatto del mio meglio. Certo, proverò a fare ancora meglio, ma non permetterò che un contrattempo turbi la mia tranquillità. Non è un pensiero meraviglioso? Perché no? Non siete stati voi a creare il mondo. È stato Dio. Perché dovreste pensare di vivere in questo mondo soltanto per soddisfare voi stessi? Vivere per se stessi è la fonte di ogni infelicità.

Ci fu un tempo
In cui guardando il fiore,
Ne godevo il profumo,
Per me e i miei cari.
Udivo il richiamo del ruscello,
Rivolto a me e ai miei cari.
Mi sono risvegliato da quel sogno
E ora sento: Era solo per te e i tuoi cari.

Lo yogi pensa costantemente: "Per te e per i tuoi cari". Egli dice: " Sono qui in questo mondo solo per poco tempo. Perché dovrei crearmi forti attaccamenti? Non so perché mi trovo qui, ma Dio lo sa. Lavorerò per lui. Cercherò di fare la volontà di Dio e non la mia". È stato questo completo abbandono alla più sublime saggezza a dare a Gesù la forza di dire: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però sia fatta non la mia, ma la tua volontà."

Per questo motivo molti credono che l'essere umano non debba servirsi della propria volontà. Ma se non usaste la vostra volontà morireste, perché è il potere della volontà a mettere in moto ogni processo fisico e mentale. È giusto servirsi della volontà, ma lasciandosi consigliare dalla saggezza e dai suggerimenti di Dio; altrimenti, commetterete degli errori e ne pagherete le conseguenze.

Krishna ha detto: "Coloro che hanno dominato la mente dimorano nella saggezza infinita. Rinunciano al desiderio di concentrarsi sul frutto delle azioni. Ciò assicura la liberazione... e permette loro di raggiungere quello stato che è al di là del male, causa di ogni infelicità."

Esaminate il movente di ogni vostra azione. Sia l'ingordo sia lo yogi mangiano, ma direste che mangiare è un peccato perché il cibo viene spesso associato all'idea dell'ingordigia? No. Il peccato sta nel pensiero, nel movente. Il materialista mangia per soddisfare la propria avidità, mentre lo yogi per mantenere il corpo in buona salute. C'è una bella differenza.

Analogamente, un uomo commette un assassinio e viene impiccato; un altro, invece, uccide molti uomini sul campo di battaglia per difendere il suo paese e riceve una medaglia al valore. Anche in questo caso è il movente a creare la differenza. I moralisti stabiliscono regole indiscutibili, mentre io vi faccio degli esempi per mostrarvi come potete vivere in questo mondo di relatività controllando i sentimenti senza trasformarvi in un automa.

Il mio maestro faceva, di solito, questo esempio: "Supponete che una persona mi chieda in prestito il mio bel binocolo, assicurandomi che lo riporterà entro quindici giorni. Ma alla fine del periodo stabilito non lo restituisce. E quando chiedo notizie del binocolo mi risponda: 'Lei è un maestro, eppure è molto attaccato al suo binocolo!'; ebbene non glielo presterei una seconda volta.

Supponete ancora che un'altra persona mi chieda di darle in prestito il binocolo promettendo che me lo restituirà in perfetto ordine. È gentile, premurosa e attenta, e lo riporta puntualmente. A questa persona presterei di nuovo il binocolo in qualsiasi momento. Non mi importa molto del binocolo in se stesso, ma, se una cosa mi appartiene, devo prendermene cura per mantenerla in perfetto ordine.

La seconda persona ha capito che volevo riavere il binocolo perché potesse servire anche ad altri oltre che a lei. La prima non ha capito il mio movente, così, non solo privava me del binocolo, ma anche tutti gli altri che avrebbero potuto servirsene. Io non volevo il binocolo per me; pensavo a tutti gli altri".

Il distacco dalle cose suscita un senso di grande libertà interiore e di felicità. Io ho regalato tutte le cose che mi erano più care. Ne ho goduto attraverso la gioia degli altri. La felicità che provo in tutto ciò che faccio è impersonale e disinteressata perché nasce dalla gioia di Dio e dal desiderio di rendere felici gli altri.

Quando vivevo in India avevo una motocicletta che usavo per scorrazzare dovunque, ma soprattutto per andare a trovare il mio maestro nel suo eremitaggio di Serampore. Mi piaceva moltissimo. Così, un giorno chiesi al Maestro: "Sono attaccato alla motocicletta?" Egli conosceva ogni più piccola sfumatura dei miei pensieri e della mia coscienza.

"Certamente no", rispose. Poco tempo dopo, regalai la motocicletta a un amico che la desiderava molto, e non ne ho mai sentito la mancanza. Questo è il genere di libertà che Patanjali vi insegna a conquistare, affinché possiate sempre essere, come un dio, sovrani assoluti del regno della vostra coscienza. Non lasciate che le forze oscure penetrino nel vostro paradiso portatile. "Tra le sbarre di ferro della mia mente, il male non osa penetrare."

Quando raggiungerete la libertà dalla schiavitù dei sentimenti diventerete spiritualmente sensibili, ma non sarete più ipersensibili alla materia. Sentirete il dolore, ma rimarrete imperturbabili. Vedrete questo mondo, ma saprete che non è la realtà ultima. Vivrete al di sopra di ogni limitazione fisica e mentale, concentrati nella tranquilla natura della vostra anima.

Ma potete ben vedere quale scarsa educazione ci offre il mondo! Forse il padre è arrabbiato e si sfoga con i figli o la madre li rimprovera senza motivo. Che esempio per i giovani! È meglio non mettere al mondo figli, se non siete disposti a educarli correttamente. Se negate loro la disciplina giusta ne fate degli infelici per tutta la vita. Prendono delle abitudini che impediscono loro di essere se stessi, di essere il vero Sé.

Naturalmente le buone abitudini sono amici che ci aiutano, mentre quelle cattive ci spingono a diventare dei diavoli. Nella stessa famiglia potete trovare una persona che sopporta tutto con calma, e un'altra che freme sempre di rabbia, di gelosia e di altre emozioni sgradevoli. Non è forse meglio riuscire a rimanere sempre calmi?

Pensate che fine farebbe il mondo se Dio perdesse la pazienza! Fortunatamente per noi, Dio è sempre calmo e controlla perfettamente le emozioni. Una parte di lui, la sua natura assoluta, non è mai irrequieta, anche se, come Creatore, Dio sa tutto ciò che accade sulla terra perché è in tutte le cose. Perciò dovremmo rimanere sempre calmi, concentrati nella nostra natura spirituale, anche se siamo circondati da una grande confusione.

Quando qualcuno viene da me in uno stato d'animo aggressivo, tremante di rabbia, mi rendo conto che sta soffrendo. Qualunque cosa gli dicessi non capirebbe perché è agitato. Ma se mi mantengo tranquillo, posso assecondarlo finché non riesco a calmarlo e indurlo a ragionare. Io non ho mai perduto la calma della mia anima. Se fosse successo, a prescindere dalle giustificazioni che la mente avrebbe potuto addurre, avrei perduto di fronte a Dio.

È il favore di Dio che dovete conquistare. Interiormente dovreste essere sempre immersi nella calma perfetta. Quando qualcuno viene da voi stravolto dall'ira, mantenete la calma. "Non voglio perdere la pazienza. Voglio continuare a rimanere calmo finché il suo stato d'animo non cambierà". Allora dimostrate di saper dominare perfettamente citta.

Mantenersi calmi non significa sorridere sempre e andare d'accordo con tutti qualsiasi cosa dicano, pur conoscendo la verità e non volendo imporla a nessuno. Questo è eccessivo. Coloro che cercano di compiacere il prossimo solo perché desiderano essere lodati per il buon carattere non hanno necessariamente il dominio dei propri sentimenti.

È giusto mostrarsi simpatici e piacevoli se il vostro comportamento è sincero, ma essere sempre d'accordo con gli altri perché avete paura di dire la verità, per non rendervi antipatici, non significa avere il dominio dei sentimenti. Chiunque sappia controllare i propri sentimenti segue la verità, condivide la verità quando è possibile ed evita di irritare senza necessità chi non sarebbe ricettivo comunque.

Sa quando parlare e quando tacere, ma non transige sui propri ideali e non compromette la pace interiore. Un uomo di tale levatura rappresenta un grande aiuto per il bene del mondo. In verità rassomigliamo tutti al proverbiale figliol prodigo. Ci siamo perduti nei vicoli bui delle cattive abitudini e non sappiamo più conservare nel cuore la gioia di Dio. Quando l'anima non è nella sua condizione naturale, si identifica con gli stati d'animo suscitati dai sentimenti umani.

Ma se impariamo a rimanere in comunione con il Divino, vivremo e lavoreremo nello stato beato della nostra vera natura. Nella coscienza ordinaria, pensiamo di essere creature mortali, ma quando ci liberiamo dall'ego, ci accorgiamo di essere Spirito. L'illusione ci costringe a pensare alle malattie, alle paure, e a tutte le altre limitanti condizioni del corpo e della mente.

Riuscite a immaginare di non essere un uomo o una donna? Eppure questa è la verità. Nella divina gioia dell'anima la coscienza del proprio sesso si perde completamente. Anche da bambino mi vedevo spesso separato dal corpo. Ricordo che un giorno ero in questo stato di estasi e uscii dall'acqua completamente nudo. Quando mi vide la zia, mi dette uno schiaffo. Non capii perché mi picchiasse, finché non mi fece notare aspramente che avevo dimenticato di mettermi il dhoti.

Nessuna delle cose che Dio ha creato è peccaminosa. L'uomo ha inventato il peccato con il suo modo sbagliato di pensare e perché ha abusato delle potenzialità di cui Dio lo ha dotato. Generalmente l'essere umano pensa: "Io e il mio corpo siamo una cosa sola. Io sono un corpo, cui si aggiungono le sensazioni e i sentimenti". Invece l'uomo divino pensa: "Io e il Padre mio siamo una cosa sola."

Egli vede il suo corpo come se fosse un'immagine cinematografica. Il fotogramma è proiettato sullo schermo da un raggio di luce che passa attraverso una pellicola. Così l'uomo divino vede il proprio corpo come una proiezione della luce creatrice di Dio che passa attraverso la pellicola di maya o illusione. Egli sa di non essere il corpo, sa di essere una cosa sola con la luce di Dio.

Un attore dimentica che sta recitando e comincia a immedesimarsi nella parte. Anche noi abbiamo dimenticato chi siamo e che stiamo solo recitando una parte sulla terra. Quando l'essere umano dimentica il suo beato Sé onnipresente, si identifica con i sentimenti e pensa di essere una creatura umana, circoscritta al corpo e soggetta alle sue sofferenze e alla morte. Vedete che terribile trasformazione!

E per tutta la vita continua a cercare la felicità di quel Sé beato che già gli appartiene. L'uomo materialista è talmente inquieto che non cerca mai di meditare, di analizzare i propri sentimenti e di conoscere se stesso. È molto meglio coltivare la mente che limitarsi a lavorare, mangiare e dormire, come fanno gli animali.

Ma rimanere per sempre sul piano intellettuale è un peccato contro il vostro vero Sé; infatti, benché possiate raggiungere la porta della realizzazione del Sé tramite l'intelletto, non fate però il passo successivo per aprirla. Lo sviluppo spirituale va oltre l'intelletto. Potete aprire la porta della realizzazione solo attraverso la profonda meditazione quotidiana. Dovete conservare per sempre ciò che percepite durante la meditazione.

Troppo spesso si medita senza molto entusiasmo, per abitudine; e appena la meditazione è finita, si torna allo stato d'animo consueto. Dovete immergervi nella pace e nella gioia della meditazione, e poi conservare la calma che ne deriva. Soltanto allora riuscirete a cambiare voi stessi. Il corpo reagisce ai quattro periodi di transizione del giorno: mattina (verso l'alba), mezzogiorno, sera (verso il tramonto), e notte (tra le nove e le ventiquattro). Questi periodi sono molto favorevoli alla meditazione.

La meditazione profonda e il perfetto dominio dei sentimenti, raggiunto mantenendo la calma che deriva dalla meditazione, portano al samadhi, l'estasi della realizzazione del Sé e dell'identità con Dio. Tuttavia, l'estasi del savikalpa samadhi, in cui godete la beatitudine interiore, ma perdete la consapevolezza del corpo e del mondo esterno, non è sufficiente.

Ciò che desiderate è il nirvikalpa samadhi, o estasi cosciente. Questo è lo stato più alto, lo stato in cui siete esternamente coscienti e attivi e internamente consapevoli della vostra completa unione con Dio. Io ho impiegato molto tempo per raggiungere questo supremo stato di coscienza nel quale Lahiri Mahasaya e il Maestro dimoravano costantemente.

Nel nirvikalpa samadhi potete compiere tutti i vostri doveri e affrontare tutte le prove della vita, senza mai esserne turbati. Così, solo perfezionando la meditazione si può scoprire come è possibile superare la natura umana affinché l'anima possa stabilirsi nella condizione che le è propria, libera dai turbamenti dei sentimenti creati dall'ego, sempre concentrata sulla beatitudine.” (Paramahansa Yogananda, Lezione sugli Yoga Sutra di Patanjali, 22 marzo 1942)

sabato 17 dicembre 2016

Hillel di Babilonia



“Ciò che non vuoi che venga fatto a te,
non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la Torah.
Il resto è solo commento. Va e studia!”
(Hillel)

Secondo la tradizione, Hillel visse tra il 70 a.C. e il 10 d.C., ma le uniche notizie sugli ebrei di quel periodo sono riferite da Giuseppe Flavio, un ebreo adottato dalla potente gens romana dei Flavi, che non cita mai il suo nome. Dalle fonti rabbiniche sappiamo con certezza, che Hillel fu il fondatore di una scuola di pensiero che esprime la maggior parte dei sapienti del suo tempo. A questa stirpe di grandi maestri appartennero, dal I al IV secolo d.C., i più illustri rappresentati del giudaismo che imponevano l’autorità della religione.

Nel Talmud, Hillel è chiamato Hazaqen cioè “il Vecchio” oppure HaBavli cioè "di Babilonia". Il fatto che sia chiamato “il Vecchio” non allude alla sua età, ma alla saggezza che gli ebrei e molti popoli dell'antichità associavano alle persone avanti negli anni. Questo non esclude che arrivò a tarda età, infatti la tradizione afferma che Hillel visse per 120 anni come Mosè. La sua vita viene ripartita in tre fasi, di cui i primi quarant'anni furono quelli che trascorse a Babilonia di cui era originario.

I secondi quarant'anni della sua vita sono il periodo che trascorse a studiare e interpretare i testi sacri, mentre gli ultimi quarant'anni rappresentano il periodo che Hillel trascorse insegnandone i precetti. La figura di Hillel è poco conosciuta, ma sappiamo che egli fu il più grande esperto di Sacre Scritture vissuto al tempo di Gesù. Sappiamo che fu il maestro più autorevole dei suoi tempi e che i suoi detti assomigliano molto ai concetti insegnati da Gesù.

L’arrivo di Hillel da Babilonia va conosciuto se vogliamo comprendere la sua figura, poiché la cornice storica in cui visse è la stessa in cui visse Gesù di Nazareth. Sappiamo che la comunità ebraica giunse a Babilonia in seguito alla sottomissione delle tribù del nord di Israele da parte del regno di Assiria che riuscì a conquistare i territori che si affacciavano sul mar Mediterraneo. Le genti di quelle zone furono deportate nei territori degli assiri, perciò quelle genti seguirono la sorte degli Assiri che, a loro volta, furono conquistati dai Babilonesi.

Quando nacque Hillel, gli ebrei erano a Babilonia ormai da 500 anni, perciò si ritrovarono sotto l’impero romano che aveva conquistato buona parte del mondo conosciuto allora. Si suppone che tra gli ebrei di Giudea e quelli di Babilonia ci potessero essere legami più stretti di quelli che la distanza tra le due terre ci potesse fare pensare. Ma di ciò non abbiamo nessuna conferma storica diretta, però sappiamo che entrambi i gruppi parlavano l’aramaico o l’ebraico.

Hillel il Babilonese nasce dunque verso il 70 a.C. nell’impero dei Parti che avevano conquistate le terre di Babilonia. Ma il susseguirsi di dominatori non cambiò le condizioni degli ebrei di Babilonia che erano composti da tribù nomadi originarie delle sponde del mar Caspio, in seguito stabilite nei territori dei Parti che tutti ritenevano fossero delle popolazioni rozze e barbare come quelle degli Sciti e dei Sarmati. Filone d’Alessandria include i Parti tra le razze rozze e selvagge “come i Germani” ma il suo giudizio è ingiusto, perché i tanto criticati conquistatori furono molto tolleranti con i popoli che avevano sottomesso.

Gli Ebrei continuarono a parlare l'aramaico, continuarono a praticare le loro tradizioni arcaiche e anche ad applicare il loro calendario, che - d’altro lato - era stato adottato anche dai conquistatori precedenti cioè dai Parti. Gli ebrei della diaspora babilonese vivevano e commerciavano liberamente come testimoniano le transazioni commerciali con aziende dal nome ebraico registrate negli archivi in carattere cuniforme rinvenuti a Ninive.

Si consideri che il nome di Babilonia include un territorio grosso modo corrispondente a quello dell’odierno Iraq. Gli ebrei di Babilonia mantennero un forte attaccamento per il Tempio di Gerusalemme, infatti essi mandano al Tempio il mezzo siclo dovuto per ogni figlio maschio sopra ai 20 anni, e anche l’oblazione rituale di una parte del ricavato della vendita delle primizie.

Dal filosofo greco Filone d’Alessandria contemporaneo di Hillel sappiamo che gli ebrei di Babilonia facevano lunghi e disagevoli pellegrinaggi per andare a Gerusalemme e per farvi pervenire, in occasione delle 3 ricorrenze ebraiche della Pasqua, di Pentecoste o Sukkot, e della Festa delle Capanne, le offerte dedicate al Tempio. Non sappiamo se gli ebrei babilonesi avessero già sviluppato lo studio dei testi sacri come fecero tre secoli dopo.

I legami tra gli ebrei babilonesi e quelli rimasti a Gerusalemme garantirono l’unità del giudaismo, sebbene la contaminazione con le credenze babilonesi siano molto evidenti nella letteratura apocalittica che fu molto vigorosa nel I secolo d. C. Non abbiamo dubbi che la lingua di Hillel fosse l’aramaico che si era imposto prima del dominio persiano. In quelle terre si era imposto il carattere cuneiforme, e con l’aramaico si unì il vantaggio di avere una lingua alfabetica molto semplice e comoda.

L’aramaico “imperiale” penetrò nella letteratura ebraica come si nota nei passi in questa lingua contenuti nel Libro di Esdra e in quello di Daniele. In seguito, la sua sintassi influì sull’ebraico e questo spiega la diversità dell’ebraico rabbinico noto tramite il Talmud e il Midrash che è molto diverso dall’ebraico biblico. L’influsso dell’aramaico era favorito dalla parentela tra il suo lessico e quello dell’ebraico e dal fatto che - dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia - la forma dei suoi caratteri soppiantò l’antica scrittura ebraica che era molto simile alla scrittura fenicia.

All’epoca dell’arrivo di Hillel a Gerusalemme, l’ebraico veniva usato nella vita religiosa, mentre l’aramaico era considerato la lingua del popolo, perciò un viaggiatore che proveniva da Babilonia non aveva difficoltà a farsi capire se conosceva entrambi le lingue. E sappiamo che Hillel conservava l’accento della sua terra di origine poiché - all’inizio del suo soggiorno a Gerusalemme - fu insultato da alcuni popolani con l’epiteto di “stupido babilonese.”

La maggioranza delle massime che gli vengono attribuite testimoniano un perfetto bilinguismo, e anche il nome Hillel è nettamente ebraico, poiché significa “Egli ha lodato il Signore.”Le citazioni di questo grande maestro le ritroviamo nel Talmud come regole di purità e sappiamo che ebbero un’importanza crescente con il tempo. La formula che li introduce è sempre: “per questo Hillel giunse da Babilonia” e la citazione fa presumere che egli fosse noto ancora prima che giungesse a Gerusalemme.

Qualcuno ha evidenziato il carattere provvidenziale della sua venuta, ma la versione più attendibile della sua emigrazione fu quella che Hillel si recò a Gerusalemme per perfezionare i suoi studi delle sacre scritture. Secondo la testimonianza di un rabbino del III sec., esiste la tesi che suo fratello Shebna gli propose di entrare in commercio insieme a lui ma lui rifiutò, perché non aveva altro scopo di vita che studiare la Torah. È perciò logico che Hillel giungesse a Gerusalemme, perché era stato attratto dalla fama dei maestri che vi insegnavano.

È più attendibile pensare che avesse 20 anni e non 40 anni, all’atto del suo arrivo, e una tradizione talmudica credibile afferma che cominciò a esercitare il suo magistero intorno al 30 a.C. Se valutiamo che al suo arrivo potesse avere circa 20 anni e che esercitò per circa 40 anni, è credibile che vivesse sugli 80-90 anni perciò fu contemporaneo del re Erode che regnò dal 37 al 4 a.C. A quell'epoca le scuole babilonesi non avevano raggiunto ancora il livello dottrinale che raggiunsero 2-3 secoli dopo, perciò si pensa che Hillel venne attratto dai grandi maestri di Gerusalemme.

Uno degli aneddoti più famosi lo mostrava come un giovane brillante e privo di mezzi che si arrangiava per proseguire gli studi, infatti dicevano che un giorno che non aveva trovato lavoro per pagarsi la lezione, si arrampicò sul tetto della scuola per ascoltare i rabbini origliando attraverso il lucernario. Era un venerdì di dicembre-inizio gennaio e faceva molto freddo, infatti scese la neve e Hillel restò sotto la neve e al freddo.

Fu rinvenuto svenuto sul lucernario oltre la mezzanotte semi assiderato, ma i rabbini si affrettarono a soccorrerlo dopo aver visto la sua ombra sul lucernario, anche se era iniziato il sabato. Si narra che i presenti al fatto dissero: «Per un tale uomo vale la pena che si profani il sabato.» Questa storia ha un valore edificante e vuole affermare che nessuno può usare la scusa che è troppo povero per non studiare, poiché anche Hillel rischiò la vita per l'amore della conoscenza. L’aneddoto apocrifo è pur sempre veritiero, poiché gli attribuiva una passione smodata per lo studio.

Riguardo ai maestri presso cui approfondì la sua preparazione, sappiamo che i due maestri più illustri del suo tempo furono Shemayah e Abtalion, e che certamente presso di loro Hillel perfezionò la sua istruzione in campo religioso e dottrinario. Costoro, secondo un aneddoto del Talmud venivano talmente venerati dal popolo che, una sera, essi incrociarono una processione e il popolo abbandonò il sommo sacerdote e si mise a seguirli.

Entrambi i suoi maestri facevano parte della corrente dei Farisei che avevano la fama di fornire i più illustri interpreti delle leggi, e che avevano l’incarico di educare la gioventù ebraica. Sulla base di tutto questo si pensa che i maestri di Hillel fossero Farisei. Nell’ambiente religioso di quel tempo il grande dibattito che infiammava gli animi avveniva tra gli aristocratici Sadducei che erano seguiti dall’aristocrazie e la fazione più popolana dei Farisei.

La terza fazione cioè quella degli Esseni riservava i suoi insegnamenti solo agli iniziati, perciò restavano fuori dalle diatribe dottrinarie. I Farisei insegnavano che il successo dei cattivi e la sventura dei buoni in questo mondo non sono l’ultima decisione di Dio perché - alla fine dei tempi - gli uomini sarebbero resuscitati e i cattivi avrebbero ricevuto il castigo divino, mentre i buoni avrebbero goduto della beatitudine eterna.

La concezione farisaica era vista con scherno dagli aristocratici Sadducei che non accettavano questa resa finale dei conti da parte della giustizia divina, perciò il dibattito si infiammò tanto che la diatriba dottrinaria degenerò in uno scisma. Comunque sia andato, la lotta tra le due fazioni opposte causò l’intervento dei Romani che avevano annesso l’antico regno seleucide al loro impero. Questa nuova situazione comportò che, seppure ancora dominati da stranieri, i giudei potessero continuare a godere di una relativa indipendenza e che poterono continuare a praticare la loro religione.

Giuseppe Flavio dice che Erode governava con il consenso del potere romano, perciò osò presentarsi nel Sinedrio ordinato dalle insegne regali per imporre la sua volontà su una certa questione. E l’unico che osò tenergli testa fu proprio Shemayah cioè il maestro di Hillel. Il discorso che lo storico attribuisce al saggio Shemayah fa apprezzare la sua enorme dignità e un coraggio che gli valse la stima di Erode. Questo contesto storico chiarisce il senso di una delle massime più famose di Shemayah cioè «Ama il lavoro, fuggi il potere e non farti conoscere dalle autorità.» (Abot I, 10)

Sappiamo che certamente Hillel, a Gerusalemme, non trovò quella tranquillità che si era auspicato, ma la sua origine babilonese gli valse un trattamento di riguardo da parte di Erode. Erode era straniero, perciò aveva interesse ad attestare una sua presunta discendenza dagli ebrei babilonesi. In realtà da parte di madre, Erode era di origine nabatea e la sua famiglia non aveva ascendenze regali, perciò la sua origine "ambigua" non lo aiutava a rafforzare i suoi diritti al trono.

La scelta dell’origine babilonese che voleva accreditarsi non era certo casuale, perché gli ebrei deportati da Nabuccodonosor includevano le stirpi più pure delle tribù di Istraele. Sebbene avesse pochi o nulli diritti a regnare, poteva governare come un tiranno, in quanto Erode faceva e disfaceva sommi sacerdoti e manovrava il Sinedrio a suo capriccio avendo la protezione dei Romani. Per queste ragioni, poter essere riconosciuto come ebreo babilonese lo avrebbe aiutato ad essere accettato dal popolo.

Sicuramente, a quel tempo, Hillel era già un maestro molto stimato e conosciuto, e certamente lo sconvolgimento politico dei suoi tempi gli suggerì il famoso detto: «Siate discepoli di Aronne che amava e ricercava la pace.» (Abot I, 12) Si dice anche che, un giorno, vedendo un cranio galleggiare nell’acqua, egli disse: «Perché hai annegato altri, sei stato annegato, e coloro che ti hanno annegato finiranno anch’essi annegati.» (Abot II, 7).

Sappiamo che i Farisei si opponevano con forza a Erode, perciò la reazione del tiranno contro di loro e contro tutti quelli che li sostenevano era inevitabile. Erode non era amato dal suo popolo, e neppure lui amava il suo popolo per cui pretese un giuramento di fedeltà da parte dei sacerdoti e dei maggiori saggi, ma non lo ottenne e non ottenne neppure la fedeltà degli Esseni. Sappiamo che tra i saggi Farisei del tempo che gli si opponevano c'erano anche Hillel e Shammai, e che avevano un seguito di circa 6.000 persone.

I Farisei riscuotevano grande successo soprattutto tra le donne di corte, perciò la tensione tra Erode (che si vedeva destabilizzato) e la fazione che sosteneva i Farisei crebbe sempre più, finché si arrivò alla spietata repressione ordinata dal tiranno. Due grandi maestri giudei, nota Giuseppe Flavio, furono bruciati vivi, e poi il monarca - sempre più furioso - fece trucidare un gran numero di notabili giudei che aveva radunato nell’ippodromo di Gerico.

Hillel visse in questi tempi drammatici e il suo insegnamento che conosciamo da fonti rabbiniche, ci è noto perché si usava citare testualmente le parole dei maestri più autorevoli. Le parole dei saggi venivano citate e ripetute fedelmente affinché fossero di esempio per chi le meditava, e malgrado il fatto che, sulla figura di Hillel, siano rimasti molti apocrifi e molti avvenimenti furono rimaneggiati per vari motivi, va riconosciuto che la sua figura è quella che ha dato vita al maggior numero di tradizioni malgrado la scarsezza di materiali diretti. Come arrivò ad esserlo?

Sicuramente per aver risolto in modo brillante molti quesiti di diritto religioso. La halakhah o diritto religioso cominciava ad imporsi allora, perché tutti volevano rispettare la legge divina e l’autorità di un maestro autorevole garantiva che l’interpretazione che venisse data fosse la migliore. Hillel interpretava la Torah come un’autorità indiscussa, per questo accadde che gli “anziani di Batira” gli sottoposero un quesito a cui nessuno aveva saputo rispondere. Infatti gli chiesero se, nel caso che la Pasqua fosse caduta di sabato, fosse legittimo fare il sacrificio dell’agnello rituale.

Hillel rispose che il sacrificio dell’agnello pasquale doveva essere mantenuto anche se la festa fosse stata di sabato. Il suo parere fu accolto da tutti e il suo magistero diventò molto autorevole. In seguito, si seppe che Hillal era un Fariseo che onorava i suoi maestri, perciò si capì che aveva risolto la questione agendo in assonanza a ciò che aveva visto fare dai suoi maestri Shemayah e Abtalion. Da quel momento diventò il primo maestro e il più saggio rabbino dei suoi tempi. Ma sappiamo che lui non si vantava affatto di questo onore, ma si lamentava che la sua generazione fosse decaduta talmente da non saputo produrre qualcuno che fosse migliore di lui da additare come esempio.

La generazione di Hillel fu l’ultima di una serie di cinque generazioni in cui i maestri agivano in coppia, poiché la tradizione poneva il primo maestro a capo del Sinedrio e l’altro maestro a capo del tribunale, affinché il potere potesse essere più equilibrato. Nel caso di Hillel sappiamo che venne associato a Shammay, ma che la tensione tra di loro era molto palpabile. I loro caratteri non potevano essere più opposti, infatti i due maestri non si trovavano mai d’accordo su nulla, per questo ben presto nacquero due scuole diverse.

E se la generazione di Hillel che fu famoso per la sua mitezza diventò prevalente, quella di Shammay che fu famoso per la sua severità, si ridusse fino a scomparire. Un aneddoto ci fa conoscere la famosa pazienza di Hillel laddove si narra che, due uomini decisero di scommettere una forte cifra sul fatto di riuscire a farlo andare in collera. Uno di loro lo scomodò molte volte mentre faceva le abluzioni e lo interrogò più volte rivolgendogli quesiti assurdi e sciocchi, ma Hillel rispose con la gentilezza per cui era famoso.

Alla fine, il provocatore si arrese e gli chiese se lui fosse proprio quel Hillel che chiamavano “Nassi” e, alla risposta affermativa, il provocatore si lamentò che, per sua causa, aveva perso una forte cifra che aveva scommesso contro di lui. Hillel gli rispose che era preferibile che lui avesse perso il denaro scommesso piuttosto che Hillel avesse perso la sua pazienza. Hillel voleva significare che non agiva in quel modo per rendersi amabile, ma che agiva con amorevolezzza e pazienza, perché tentava di far amare la Torah ai suoi seguaci.

Anche Shammay predicava le stesse dottrine, infatti diceva: «Studia la Torah regolarmente, parla poco e agisci molto, accogli tutti con affabilità» ma tanti episodi ce lo mostrano mentre non riesce ad applicare le sue parole, perché non agisce secondo le sue regole. Si racconta che un pagano andò da Shammay e gli chiese quante Torah esistevano. Shammay gli rispose che esisteva la Torah scritta e la Torah orale. Allora il pagano gli chiese di convertirlo e di insegnargli la Torah orale, ma Shammay lo trattò duramente e lo congedò senza complimenti.

Il pagano allora si presentò da Hillel e gli chiese la stessa cosa. Hillel lo accontentò e gli insegnò le prime 4 lettere dell’alfabeto, e il giorno dopo gliele insegnò in ordine diverso. Ma l’uomo notò la contraddizione e ne chiese la ragione. Hillel gli rispose: «Tu ti sei fidato di me, e questo non significa forse fare affidamento sulla Torah orale?» Conosciamo anche un altro aneddoto che è molto simile a questo, in cui il pagano viene congedato con rudezza da Shammay perciò chiede a Hillel di istruirlo. Il saggio disse:«Ciò che non vuoi che venga fatto a te, non farlo al tuo prossimo; questa è tutta la Torah. Il resto è solo commento. Va e studia!» (Shabbat, 31 a)

Molti episodi evidenziano il carattere severo di Shammay che arrivò ad imporre al figlio ancora bambino il digiuno come se fosse un adulto per fargli onorare il Kippur. Fu necessario che ci fosse l’intervento dei suoi colleghi che lo costrinsero a nutrire il bimbo con le sue mani. Il temperamento di Shammay era eccessivamente duro e intransigente. Anche quando cercava di essere un uomo mite, invece la mitezza e la comprensione di Hillel era sempre autentica e spontanea, perciò Hillel gli era superiore in molti aspetti. Sappiamo pure che Shammay faceva provviste tutta la settimana per onorare degnamente lo shabbat, mentre invece Hillel faceva affidamento solo su Dio e ripeteva il versetto 20 del Salmo 68: «Sia benedetto Dio, giorno per giorno.»

Anche da altri episodi vediamo l’eccelsa levatura morale di Hillel, e non va taciuta neppure la sua superiorità intellettuale. Lo abbiamo visto essere interpellato dagli “anziani di Satira” per la sua competenza e autorevolezza, infatti la tradizione rabbinica gli attribuisce molte regole ermeneutiche di cui lui stesso sarebbe l’inventore. Queste regole vennero strutturate seguendo il procedimento di quella parte di filosofia greca conosciuta come “logica” che insegna a usare il ragionamento per strutturare dei precetti coerenti.

Dalle citazioni sappiamo che le sue prescrizioni applicano il principio del parallelismo e quello dell’assonanza dei concetti per applicare regole simili a situazioni simili. Da questo si vede come potesse trarre una stessa regola per normare delle situazioni che si presentavano con le stesse caratteristiche. Hillel riusciva a classificare le situazioni negli aspetti che le accomunavano perciò riusciva a prendere decisioni che non entrano in contraddizione tra di loro. 

Purtroppo non possediamo un materiale sufficientemente unitario per approfondire la questione del suo metodo di insegnamento. Invece l’amore per lo studio è una caratteristica che è certa e che lo accomuna ai saggi dei suoi tempi, infatti sappiamo che arrivò a rischiare la vita per amore della conoscenza. Questo amore si attesta anche in molte massime: «Non dire: “Studierò quando avrò tempo”. Forse non avrai mai tempo.» Dalle sue massime emerge la convinzione che il materialismo è il maggiore nemico della conoscenza, infatti afferma: «Chi è troppo occupato con il commercio perde di vista la saggezza.» (Abot I, 6)

Da altri detti trapela l’orrore per la vanità che è sempre indegna nel saggio, e la persuasione che la vita spirituale non è certamente alla portata di tutti. Si dice Hillel si sforzò per tutta la sua vita “di far entrare gli uomini sotto le ali del cielo” (Abot di Rabbi Nathan 26, vers. B). Capita ancora oggi di poter affermare che l'esempio di Hillel mostri un maestro fin troppo “indulgente” e che questa sua indulgenza sia considerata negativa, perché egli arrivò a dire cose che forzavano anche le stesse sacre scritture.

Molti rabbini babilonesi lo accusarono di eccessiva audacia interpretativa per avere forzato e anche contraddetto la stessa parola divina. Ma Hillel evitava la severità e amava l’indulgenza, perciò quella che viene visto come una colpa è piuttosto la prova di una piena comprensione e di una grande compassione che lo spingeva a trovare la soluzione che rendesse felici tutti. Ma, soprattutto sappiamo che Hillel stava sempre dalla parte di chi cercava giustizia. Sappiamo che si identificava sempre con chi subisce l’ingiustizia perciò usava la legge con misericordia e non sacrificava mai la pietà alla cieca osservanza formale.

Una delle massime famose che gli sono attribuite dice: «Non giudicare il tuo prossimo prima di esserti messo al suo posto.» (Abot II, 5) e il grande senso di comprensione e di empatia che trapela in queste parole sembra fosse un altro tratto caratteristiche dei Farisei, mentre gli Esseni vivevano fuori dalla società e si isolavano all'interno delle loro comunità. I Sadducei erano una casta aristocratica, per cui restavano solo i Farisei a educare e guidare. Hillel dice: «Non separarti dal popolo» e «Se io non sono per me stesso, chi lo sarà? Ma se io sono solo per me stesso, cosa sarò? Se non ora, quando?»

Il ritratto di Hillel che ci resta è quello di un uomo umile e pio, non di un essere con poteri eccezionali. Sappiamo che, dopo la morte dei grandi profeti lo Spirito Santo aveva cessato di manifestarsi, e raramente avveniva che la voce celeste si facesse ancora udire. La voce celeste era detta “Bat qol” e si narra che fu sentita risuonare un giorno, nella casa di Guria di Gerico, dove sedevano Hillel e altri maestri. La voce dichiarò che tra loro c’era un uomo in cui lo Spirito Santo avrebbe potuto manifestarsi, ma che non lo faceva perché la sua generazione non ne era degna. A quelle parole, tutti si voltarono e guardarono Hillel.

Buona erranza
Sharatan

martedì 13 dicembre 2016

È morto il teologo degli animali



"Bobi, che su nel cielo muovi la coda a Dio,
essere amato e amare è stata la tua sorte
in vita come in morte.
Ora, ti prego,
insegnaci a varcar quella porta
mentre si fa più corta la nostra attesa;
e un filo di luce dal tuo pelo
ci guidi a ritrovarti nel prato di asfodelo."
(Paolo De Benedetti)

Due giorni fa è morto Paolo De Benedetti, il teologo e biblista conosciuto per la sua difesa dei "diritti spirituali" degli animali, poiché: «Lo stesso Messia sofferente appare negli occhi di un cane che muore». De Benedetti era di padre ebreo e madre cattolica, perciò ironicamente si definiva «marrano» che è il termine usato per gli ebrei sefarditi spagnoli, e che proviene dall'arabo "maḥram" che equivale a "porco" cioè "cosa proibita."

De Benedetti scrive: «Si tratta di vedere, nel rapporto tra uomini e animali, una scelta che risale a Dio. Non si può annullare uno dei due. Sempre Dio desidera, sente il bisogno di diffondere la sua vita su tutto il creato, a qualsiasi grado. Se uno legge attentamente i racconti della creazione, si rende conto che Dio ha bisogno del creato. Non nel senso che altrimenti sparirebbe, niente di questo, ma nel senso che Dio ha bisogno di un “tu” che siamo noi».

«Il credente deve avere la consapevolezza che sia la vita dell’uomo sia la vita dell’animale sia la vita dell’albero sono tutte forme che dimostrano come Dio, nei rapporti con il creato, abbia come strumento fondamentale - direi addirittura come scettro di governo - la responsabilità dell’uomo verso il creato».

Nell'opera "In Paradiso ad attenderci" fa suo il monito di Sergio Quinzio: «Guardate gli occhi di un cane che muore e vergognatevi della vostra presuntuosa filosofia» e ricorda il canto XVII dell'Odissea dove si racconta del vecchio cane Argo, che in fin di vita perché ormai vecchissimo, abbandonato e pieno di zecche, riconobbe Ulisse che ritornava travestito da mendicante e mosse la coda per la gioia, drizzò le orecchie perché non riusciva ad alzarsi, e morì.

Argo morì felice perché aveva rivisto il suo padrone. De Benedetti afferma che questa pagina di Omero è sublime e che andrebbe meditata anche da un punto di vista religioso. Questo lo dovrebbe fare soprattutto la Chiesa cattolica che tranne pochissime eccezioni - il massimo esempio è quello di san Francesco che ha definito gli animali "i nostri fratelli minori"- ha sempre colpevolmente trascurato gli animali, in base a un «delirio antropocentrico».


Teologia degli animali (di Paolo De Benedetti)

“Nell’ultimo giorno, quello che darà inizio ai tempi nuovi, come nel primo, quello in cui ha avuto origine la nostra storia, il destino degli uomini è associato a quello degli animali. Nel racconto biblico della creazione, l’uomo e la donna sono venuti al mondo, a immagine di Dio, lo stesso giorno, il sesto, in cui sono stati plasmati alla vita «bestiame, rettili e bestie selvatiche» (Gn 1,24). Per cui quello che uomini e bestie potrebbero celebrare insieme è una sorta di compleanno.

Così come l’ultimo giorno, il giorno della consolazione e della salvezza, della pacificazione e della celebrazione, non solo le bestie feroci dimoreranno accanto a quelle miti, i lupi insieme con gli agnelli, ma i cuccioli dell’uomo non avranno timore a trastullarsi sulla buca dell’aspide, a mettere la mano nel covo dei serpenti velenosi (Is 11,8).

In mezzo, però, nei millenni della storia, è corsa una grave dimenticanza di questa fraternità e sororità tra uomini e bestie, di questo sogno finale di un regno nel quale sia data a tutti uguale ospitalità e uguale possibilità di espressione del bene di cui ciascuno è capace.

Avendo perso di vista il compito affidatoci all’origine, di governare con cura, come governa Dio, «sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente, e che striscia sulla terra» (Gn 1,28 ), e avendo smesso di attendere con forza la visione di una solidarietà tra tutti gli esseri viventi, noi uomini ci siamo fatti predatori di tutto ciò che abbiamo potuto predare, animali e piante, indifferenti al fatto che, come noi, animali e piante sono portatori di un alito di vita, come noi nascono, esistono, muoiono, come noi conoscono crescita e malattia, pienezza e debolezza.

Per elaborare una “teologia” che non abbia più al proprio centro soltanto l’uomo, ma, insieme a lui, l’animale e ogni essere vivente, occorre spostare il centro della propria attenzione dalla creatura umana, di cui l’uomo nella sua altezzosità si è sempre limitato a occuparsi, alle creature “minori”, che non hanno mai cessato di stare ai margini.

Occorre cioè eliminare una dottrina arrogante e viziata dalla consuetudine, in virtù della quale l’uomo si considera al centro dell’universo, e ricominciare a pensare la questione della fede e del senso della vita a partire da un ridimensionamento del soggetto umano, da una sua spoliazione dal ruolo di signore del mondo, per ridargli uno spazio più adeguato, quello di creatura tra le creature.

Pensare che anche per gatti e cani, leoni e serpenti, formiche e asini, api e tartarughe, pinguini e galline (ma anche foreste e ghiacciai, fiumi e fili d’erba) possa esserci un senso dell’esistere più articolato di quello che siamo soliti attribuire loro, più degno di rispetto, richiede da parte nostra un riguardo radicale anche per la loro vita, una considerazione etica che li comprenda, un’educazione sentimentale ad accogliere anche loro nel nostro orizzonte, una grammatica diversa da quella che siamo abituati a usare.

Ma parlare di “teologia degli animali” non significa semplicemente richiamare a una piena responsabilità nei confronti di ogni individuo, nella consapevolezza che ciascuna creatura ha, al pari dell’uomo, diritto a una esistenza vissuta in libertà e al raggiungimento di una propria pienezza. E non significa neppure fare di ogni animale una vittima della crudeltà umana.

Ogni “bestia” è capace, sia pure per sopravvivere, di sopraffazione violenta nei fronti di un suo simile, ma in ogni animale vi è una intrinseca fragilità, che si fa via via più visibile a mano a mano che la loro vita si avvicina a quella dell’uomo: sia nel caso che un’empatia da vicinanza permetta di decifrare il linguaggio della loro sofferenza muta, sia nel caso che gli uomini, nella loro avidità e nella loro ferocia, arrivino a sfruttare o torturare animali per propria utilità o sfogo bestiale.

In tali situazioni, lo sguardo dell’animale che patisce è pari a quello del bambino che soffre, dell’uomo che muore, del perseguitato inerme. E proprio partendo da queste brevi premesse, vorrei dire che l’attesa è forse lo stato d’animo in cui tutti gli esseri viventi sono accomunati: non solo l’uomo, non solo gli animali, ma anche le piante, con i loro germogli protesi verso la luce.

È un’attesa, diciamo pure una speranza, che trova la sua realizzazione talvolta nella vita, talvolta nella morte, e che fa dell’uomo il “messia impotente” a cui guardano gli animali. Forse, il rapporto uomo-animale raggiunge la sua forma più sublime proprio nella morte: l’«Agnello di Dio» è l’immagine che meglio rappresenta l’unione tra il divino e l’animale attraverso la morte. Ma sono innumerevoli, nella Bibbia, i riferimenti, i precetti, i simboli legati al mondo animale, a partire dal racconto della creazione, in cui Dio, dopo aver creato «tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie, […] vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi […]”» (Gn 1,21-22).

Si potrebbe dire che la benedizione divina degli animali perdurerà dalla creazione fino alla fine dei tempi, quando ritroveremo gli animali nella vita eterna. Infatti, anche se la teologia ha gravemente trascurato questo aspetto, occorre riconoscere con fede piena la resurrezione di tutto ciò che ha avuto la vita, animali e piante. Se ciò non avvenisse, bisognerebbe riconoscere che la morte è più potente di Dio, che la morte vince in eterno la vita.

Come scrisse Giovanni Calvino, «non vi è alcun elemento né alcuna particella del mondo che, quasi consapevole della sua presente miseria, non speri nella resurrezione». Anche sotto questo aspetto, c’è una comunione di origine e destino tra l’uomo e gli animali, che deve essere vissuta nell’esistenza quotidiana. Ecco perché sono fondamentali tutti i precetti che nella Bibbia riguardano il nostro rapporto con gli animali, e che non sono soltanto affermazioni teologiche, ma regole per la vita di ogni 25 av129 giorno.

Alcuni esempi: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo» (Es 23,45; cfr. Dt 22,13); «Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte...» (Dt 5,13- 14; cfr. Es 20,10);

«Quando nascerà un vitello o un agnello o un capretto, starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore» (Lv 22,26-27; cfr. Es 22,28-29); «Non scannerete vacca o pecora lo stesso giorno con il suo piccolo » (Lv 22,28); «Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre» (Es 23,19; cfr. Es 34,26; Dt 14,21); «Non devi arare con un bue e con un asino aggiogati insieme» (Dt 22,10); «Non metterai la museruola al bue, mentre sta trebbiando» (Dt 25,4).

Queste e molte altre norme contenute nella Torah mostrano un rispetto per gli animali che tuttavia non ne esclude l’uso alimentare. Però la Torah e tutta la tradizione ebraica successiva vietano nel modo più assoluto l’uso del sangue degli animali: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue» (Gn 9,3-4).

Poiché il sangue, come qui è detto, contiene la vita, cioè l’anima, è riservato a Dio: ciò significa che, pur consentendo dopo il diluvio di cibarsi di carne (e questo è un segno del pessimismo divino verso l’uomo), Dio si riprende l’anima degli animali macellati. Anche per essi c’è dunque un’altra vita. Ma occorre anche aggiungere che la macellazione deve compiersi senza la sofferenza dell’animale: in caso contrario è vietato nutrirsene.

E l’uomo non deve comunque consumare il proprio pasto senza prima aver dato da mangiare all’animale (Berakhot 40a). Proprio il nutrire gli animali, secondo un midrash (al salmo 37), è stato, per Noè e la sua famiglia nell’arca, il merito che ne ha determinato la salvezza. Secondo una leggenda, Noè è uscito salvo dall’arca per la carità praticata verso gli animali da lui ospitati: «Non dormivamo, ma davamo a ciascuno il suo cibo durante tutta la notte».

Ma che tutta la Torah ci spinga a considerare gli animali (e le piante, aggiungo io) come nostro prossimo emerge anche da un passo talmudico, in cui gli animali sono non solo nostro prossimo, ma nostri maestri: «Se non ci fosse stata data come guida la Torah, avremmo potuto imparare la modestia dal gatto, l’onestà dalla formica, la castità dalla colomba, e le buone maniere dal gallo» (Eruvin 100b).

Del resto, nelle Lettere ai Romani (8,19 ss.), san Paolo afferma: «Tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto». Proprio per questo il Paradiso è una meta per tutto ciò che respira, per la mosca contro il vetro come per il mistico, per il fiore come per la colomba (a sua volta immagine divina). Mi sia consentito concludere citando una breve poesia che ho scritto per la morte di un cane:

Bobi, che su nel cielo muovi la coda a Dio,
essere amato e amare è stata la tua sorte
in vita come in morte.
Ora, ti prego,
insegnaci a varcar quella porta
mentre si fa più corta la nostra attesa;
e un filo di luce dal tuo pelo
ci guidi a ritrovarti nel prato di asfodelo.”

(L'articolo di Paolo De Benedetti è tratto dal volume “Collaboratori del creato. La scelta vegetariana nella vita del cristiano,” a cura di Guidalberto Bormolini e Luigi Lorenzetti, Libreria Editrice Fiorentina)

sabato 10 dicembre 2016

L’apprezzamento



“Quando lasciamo andare la presunzione,
possiamo sperimentare il merito dell’apprezzamento.”
(Dzigar Kongtrül)

“Ci sforziamo di diventare influenzi e potenti, lavoriamo indefessamente per diventare ricchi, oppure aspiriamo a realizzare qualcosa di significativo con la pittura, la musica o altre forme di espressione. Al termine di una vita di lavoro è possibile raggiungere un certo grado di soddisfazione. Ma se avessimo la disciplina di collegarci al nostro retaggio naturale potremmo ottenere la stessa sensazione di ricchezza e benessere in ogni momento.

Molte persone straordinariamente agiate provano un intimo senso di deprivazione. Si può passare la vita a fare di tutto per migliorare le condizioni materiali, ma se manca la ricchezza interiore il senso di povertà e di insoddisfazione non svanisce mai. Chi ha il cuore ricco non dipende da circostanze esterne ottimali o dalla dovizia di bene materiali. Può apprezzare la ricchezza convenzionale e una posizione influente, ma accanto a questo ha anche un senso molto vivo radicato di ricchezza interiore.

Questa ricchezza innata si definisce yün, in tibetano. Chögyam Trungpa Rinpoche spiega che tutto dipende dal proprio yün particolare: uomini e donne, ad esempio, hanno in sé il proprio yün completo. Lo yün interno magnetizza lo yün delle cose esterne. Quando lo yün interno si connette con lo yün del mondo fenomenico, ci sentiamo ricchi, molto più ricchi di tanta gente facoltosa, anche se abbiamo pochi soldi nel portafoglio.

Anche se abbiamo uno status sociale o un potere modesti, ci sentiamo molto più potenti di tanti personaggi influenti. Come si spiega? Questo stato mentale sorge dalla spaziosità e dalla ricchezza della nostra natura fondamentale. Meditare sulla natura della mente crea più spazio nella nostra mente. C’è più posto per l’esperienza delle emozioni umane, e più posto per lasciar dissolvere la mente egocentrica.

Nel contesto di questa apertura scopriamo un potenziale illimitato. Ricchezza e significato non si trovano fuori di noi. E nella vita non c’è solo il “cosa ci guadagno” o il “cosa mi manca.” Quando ci apriamo alla ricchezza dell’esperienza, abbiamo meno paura e più capacità di godere appieno della vita. Apprezziamo la bellezza del mondo che ci circonda e di tutto ciò che incontriamo. Con questa illimitata mente di ricchezza, anche un mendicante per la strada può sentirsi il monarca universale.

Nella misura in cui riconosciamo la nostra ricchezza interiore, abbiamo uno straordinario senso di sicurezza, a cui affidarci in ogni situazione. Sapere di poter contare su noi stessi è una fonte di contentezza e di gioia. Qualunque cosa ci proponga la vita, buona o cattiva, facile o difficile, è gustosa. Ma se la ricchezza naturale è insita in tutti gli esseri, perché è così difficile farne esperienza? Come entrare in possesso di questo patrimonio? C’è un PIN per accedervi?

La risposta è si. Il codice PIN della ricchezza è m-e-r-i-t-o. È molto importante capire in che modo il merito plasma la nostra vita. Il merito influisce su tutto ciò che siamo e facciamo, come pure su quello che saremo e faremo. La buona sorte di cui godiamo in questa vita è il frutto delle buone azioni passate. Si tratta di azioni che ci hanno sospinto in direzione della verità e dell’espressione della nostra bontà naturale. Potremmo credere che le circostanze fortunate in cui ci troviamo siano dovute unicamente al nostro impegno.

Ma, in verità, si devono alle nostre azioni passate e alla gentilezza degli altri. Senza merito, non potremmo mai fruirne o ottenerle, per quanti sforzi facciamo. Tutti noi possediamo qualità positive, fisiche, intellettuali o creative, che ci fanno sentire speciali e perfino orgogliosi. Potremmo essere così facoltosi da sembrare veramente eccezionali. Ma tutte queste qualità e circostanze positive sono il risultato delle nostre azioni passate, e non sono dovute soltanto ai nostri sforzi attuali.

Se lo teniamo presente, non saranno mai motivo di arroganza o superbia, né di scoraggiamento quando dovessero venire meno o cambiare. Se non ci identifichiamo con qualità o circostanze positive come se fossero “me” o “mie” non ci saranno mai di peso. Al contrario, se capiamo da dove provengono, potremo usarle per plasmare il nostro mondo attraverso scelte e azioni meritorie. È il modo migliore per reinvestire il nostro merito attuale.

Ci sono due tipi di merito. Il primo tipo spiana la strada al dispiegarsi della nostra intelligenza fondamentale e del cammino spirituale e, così facendo, ci procura circostanze positive e cose desiderabili. Il secondo tipo ci consente di fruirne e di goderne effettivamente. Il primo tipo di merito lo accumuliamo tramite qualunque azione fisica, verbale o mentale che riduce la presunzione e fa del bene agli altri, e tramite qualunque azione ispirata dal nostro desiderio di entrare in contatto con chi ha raggiunto la libertà e riscoperto la ricchezza innata.

Per accumulare il primo tipo di merito contiamo su una conoscenza del meccanismo karmico di causa ed effetto per creare le condizioni favorevoli al vero benessere nostro e altrui. Se il primo tipo di merito ci procura circostanze desiderabili, il secondo tipo di merito ci consente di goderne effettivamente. Senza il merito per godere la prosperità che abbiamo, siamo consumati dall’ansia e dallo stress nel processo di accrescerla e proteggerla. Invece di farci sentire ricchi, le prosperità e le circostanze positive hanno l’effetto opposto.

Sorprendentemente, il secondo tipo di merito è più difficile da accumulare del primo. La capacità di godere della prosperità deriva da un profondo apprezzamento del mondo in cui viviamo. E l’apprezzamento è possibile solo quando lasciamo andare la presunzione. Per poter godere della nostra buona sorte, il lavoro da fare sulla mente è più sottile.

In breve, la ricchezza è la nostra natura fondamentale. Ma se usiamo il nostro patrimonio di qualità per rimpolpare la presunzione, distruggiamo la nostra capacità di goderne. Non apprezzare il mondo in cui viviamo denota una mancanza del secondo tipo di merito. Abbiamo il sole e la luna e il mondo naturale, che non si possono comprare per nessuna cifra, ma li apprezziamo veramente?

Immaginate come sarebbe il mondo se non ci fossero montagne, foreste, laghi, fiumi e stagioni. Pensate alla bellezza di ogni singolo fenomeno naturale e all’effetto profondo che ha su di voi. Apprezzate la vostra preziosa vita umana? Nessuna somma di denaro può comprare questa nascita umana: l’avete ottenuta grazie al primo tipo di merito. Non apprezzarla denota una mancanza del secondo tipo di merito. E apprezzate veramente il vostro lavoro?

La maggior parte di noi passa la vita a lavorare duramente. Se non apprezziamo quello che facciamo, non coglieremo il frutto di tutto il tempo e le energie che abbiamo speso perché ci mancherà il secondo tipo di merito. Riflettete su questo per coltivare un maggiore apprezzamento per tutto ciò che avete, inclusi il lignaggio, il maestro, gli insegnamenti e la pratica. Non pensate che la ricchezza spontaneamente presente nel mondo esterno, le montagne, le foreste, i laghi, le quattro stagioni, i dodici mesi e la rotazione del sole e della luna, non sia dovuta al vostro merito.

Grazie alle vostre passate azioni positive avete questo patrimonio da godere. Questi sono gli aspetti esterni e interni del nostro retaggio umano. La nostra mente è dotata di cinque sensi straordinari, vista, udito, gusto e via dicendo, che ci collegano al mondo esterno. E oltre i cinque sensi abbiamo la sesta coscienza, la coscienza mentale, che consiste nella facoltà di conoscere e dare un nome al nostro mondo. La sesta coscienza include il processo del pensiero, che è anch’esso meraviglioso.

Ci regala l’io e la tendenza a prediligere e proteggere l’io, ci regala tutte le nostre emozioni negative, la confusione, la sofferenza e il dolore. Tutto ciò che proviamo, inclusa la sofferenza, sorge dall’essenza della mente e dall’enorme potenziale e vitalità o energia che essa possiede. Anche se ci troviamo a soffrire nel samara perché non usiamo bene questo potenziale, possiamo cominciare ad apprezzare il fatto che ci sia.

L’apprezzamento rivolto all’esterno è fonte di innumerevoli buone qualità. Genera apertura, benessere e umiltà, che ci proteggono dall’arroganza, dall’invidia e dalla presunzione. In questo modo getta le basi per godere appieno degli altri e del mondo che ci circonda. Il più piccolo atto di apprezzamento produce grande merito. Si dice che offrire anche una sola prostrazione con profondo apprezzamento equivale a fare offerte vaste come la terra a tutti i buddha e i bodhisattva dei tre tempi.”(Dzigar Kongtrül, Ora sta a voi, Ubaldini ed.)

giovedì 8 dicembre 2016

Meditazioni sull’amore e sulla compassione



“L’amore è l’unica cosa che raddoppia
ogni volta che la condividiamo.”
(Albert Schweitzer)

Come coltivare l’altruismo? Il praticante buddista medita su quattro atteggiamenti mentali che devono essere accresciuti senza limiti: l’amore, la compassione, la gioia per la felicità degli altri e l’imparzialità. Meditare significa familiarizzarsi con un nuovo modo di vedere le cose. La maggior parte di noi non è affatto sintonizzata sulle onde dell’amore altruista. La nostra concezione della vita e le nostre priorità non considerano il benessere altrui come lo scopo principale.

La meditazione comincia con la compassione, la determinazione ad alleviare il prossimo dalla sofferenza e dalle sue cause. Evocare le molteplici sofferenze degli esseri viventi, in un modo il più possibile realistico, fa provare una compassione senza limiti. Mantenere la continua consapevolezza di queste sofferenze potrebbe però rischiare di farci sentire impotenti e scoraggiati: «Come potrò mai, da solo, rimediare a tanto dolore?»

Si passa allora alla meditazione sulla gioia, pensando a quelli che provano la felicità e possiedono grandi qualità umane e a quelli che hanno coronato con successo le loro aspirazioni costruttive. Allora si gioisce pienamente. Questa gioia rischia però di trasformarsi in cieca euforia. È dunque il momento di passare all’imparzialità, per estendere i sentimenti d’amore e di compassione a tutti gli esseri: amici, sconosciuti e nemici, senza distinzioni.

L’ostacolo che possiamo incontrare è quello dell’indifferenza. Ma ci soccorre l’amore altruistico, il desiderio ardente che tutti gli esseri possano trovare la felicità e le cause della felicità. Se questo amore si evolve nell’attaccamento, torniamo a meditare sull’imparzialità o sulla compassione. Facciamo in modo di sviluppare alternativamente questi quattro pensieri, evitando di cadere nei loro eccessi.

C’è poi un altro metodo che consiste nel lasciare che i pensieri si calmino, fino a raggiungere una condizione di vuoto interiore, per far emergere con chiarezza e forza un sentimento profondo di bontà e di compassione, che ci calma la mente. Ogni essere può raccogliere la totalità del nostro amore. Questo amore deve però associarsi alla comprensione dell’interdipendenza di tutti i fenomeni e di tutti gli esseri.

Compassione e conoscenza sono inseparabili come le ali di un uccello. Così come un uccello non può volare con un’ala sola, senza la compassione la conoscenza è sterile e senza conoscenza la compassione è cieca. Chi ha compreso la realtà ultima delle cose è in grado di sviluppare l’amore e la compassione al più alto livello.

Dalla conoscenza scaturisce spontaneamente una comprensione infinita verso chi, prigioniero dell’ignoranza, vaga nel dolore. La compassione del saggio rischiara senza abbagliare, e riscalda senza bruciare. È dovunque come l’aria.

Un giorno Patrul Rinpoche chiese a Lhuntok, uno dei suoi discepoli, di restare in una grotta a meditare sulla compassione. Inizialmente, il sentimento d’amore verso gli altri era un po’ forzato e artificiale. Ma, poco a poco, la sua mente fu conquistata dalla compassione. Sei mesi dopo, Lhuntok vide passare davanti alla sua caverna, un cavaliere solitario che cantando attraversava la valle.

L’eremita ebbe la premonizione che quell’uomo sarebbe presto morto. Il contrasto tra il suo canto gioioso e la fragilità dell’esistenza lo riempì di una tristezza infinita. In quel momento scaturì dalla sua mente una compassione vera, e non lo abbandonò mai più. Diventò una seconda pelle.” (Matthieu Ricard, Il gusto di essere felici, Sperling & Kupfer ed.)

martedì 6 dicembre 2016

La pozza



“La vita vi trasporta dove vuole,
poiché voi siete parte di essa.”
(Jiddu Krisnamurti)

“Non so se passeggiando avete mai notato una pozza lunga e stretta accanto al fiume. Deve averla scavata qualche pescatore, e non è collegata con il fiume. Il fiume scorre placido, profondo e ampio, ma quella pozza è coperta di sedimenti perché non è collegata con la vita del fiume, e dentro non ci sono pesci. È una pozza stagnante, e il fiume profondo, pieno di vita e animazione, vi scorre accanto velocemente. Ora, non pensate che gli esseri umani siano così?

Scavano una piccola pozza per se stessi, lontano dalla rapida corrente della vita, e in quella piccola pozza ristagnano e muoiono, e chiamiamo esistenza questo ristagnare e questo deterioramento. Il che significa che noi tutti vogliamo uno stato di permanenza; vogliamo che certi desideri durino per sempre, vogliamo che i piaceri non abbiano mai fine.

Costruiamo un piccolo buco e ci barrichiamo dentro con le nostre famiglie, con le nostre ambizioni, le nostre culture, le nostre paure, i nostri dèi, le nostre varie forme di adorazione, e lì muoriamo, lasciando che la vita trascorra, quella vita impermanente, costantemente cangiante, tanto rapida, con le sue enormi profondità, con la sua straordinaria vitalità e bellezza.

Non avete mai notato che se siete seduti quietamente sulla riva del fiume potete udire il suo canto, lo sciabordìo dell’acqua, il suono incessante della corrente? C’è sempre uno straordinario senso di movimento verso il più ampio e il più profondo. Ma nella piccola pozza non c’è affatto movimento e la sua acqua è stagnante.

E se osservate bene vedrete che questo è ciò che vuole la maggior parte di noi: una piccola pozza stagnante di esistenza lontana dalla vita. Diciamo che la nostra esistenza nella pozza è quella giusta, abbiamo inventato una filosofia per giustificarlo; abbiamo sviluppato teorie sociali, politiche, economiche e religiose in supporto di questo modo di vedere, e non vogliamo essere disturbati perchè ciò che insegniamo è un senso di permanenza. Sapete cosa significa ricercare la permanenza?

Significa volere che ciò che è piacevole continui all’infinito, e volere che ciò che non è piacevole finisca il più presto possibile. Vogliamo che il nome che portiamo sia noto e che continui attraverso la famiglia e la proprietà. Vogliamo un senso di permanenza nelle nostre relazioni, nelle nostre attività, il che significa che stiamo cercando nella pozza stagnante una vita durevole e continua; non vogliamo nessun reale cambiamento, e perciò abbiamo costruito una società che ci garantisce la permanenza della proprietà, del nome, della fama.

Ma vedete, la vita non è affatto così; la vita non è permanenza. Come le foglie che cadono da un albero, tutte le cose sono impermanenti, nulla perdura; c’è sempre cambiamento e morte. Non avete notato com’è bello un albero spoglio che si staglia verso il cielo? Tutti i suoi rami sono ben delineati, e nella sua nudità c’è una poesia, un canto.

Tutte le foglie sono cadute e l’albero attende la primavera. Quando la primavera giunge, riveste di nuovo l’albero con la musica di molte foglie, che nella stagione giusta cadono e vengono soffiate via; questo è il percorso della vita. Ma noi non vogliamo nulla del genere. Ci aggrappiamo ai nostri figli, alle nostre tradizioni, alla nostra società, ai nostri valori e alle nostre piccole virtù, perché vogliamo la permanenza; ed ecco che abbiamo paura di morire.

Abbiamo paura di perdere le cose che conosciamo… noi vogliamo che tutto ciò che ci dà soddisfazione sia permanente; vogliamo che la nostra posizione e l’autorità che abbiamo sulle persone durino. Rifiutiamo di accettare la vita così com’é in realtà. La realtà è che a vita è come un fiume: si muove incessantemente, è sempre in cerca, esplora, sferza e allarga le rive, penetra con la sua acqua in ogni fenditura.

Ma la mente non vuole permettere che questo accada a lei. La mente capisce che è pericoloso rischiare di vivere in uno stato di impermanenza, di insicurezza, perciò si costruisce intorno un muro: il muro della tradizione, della religione organizzata, delle teorie politiche e sociali. La famiglia, il nome, proprietà, le piccole virtù che abbiamo coltivato - tutti questi sono i muri che allontanano la vita.

La vita è movimento, impermanenza e tenta incessantemente di penetrare, di abbattere quei muri dietro ai quali c’è confusione e infelicità. Gli dèi che stanno nei muri sono tutti falsi dèi, e le loro scritture e filosofie non hanno significato, perché la vita è al di là di essi. Ora, una mente priva di muri, non gravata da ciò che ha acquisito e accumulato, né dalla propria conoscenza, una mente che vive senza tempo e senza sicurezza: per una simile mente la vita è una cosa straordinaria.

Una simile mente è vita in se stessa, perché la vita non ha luoghi di riposo. Ma la maggior parte di noi vuole un posto per riposarsi; vogliamo una casetta, un nome, una posizione, e diciamo che queste cose sono molto importanti. Chiediamo permanenza e creiamo una cultura basata su questa richiesta, inventiamo degli dèi che non sono affatto dèi, ma nient’altro che una proiezione dei nostri desideri. Una mente che ricerca la permanenza presto inizia a ristagnare; proprio come quella pozza lungo il fiume, si riempie subito di materia corrotta e guasta.

Soltanto la mente non racchiusa da muri, priva di appigli, barriere, luoghi di riposo, che si muove all’unisono con la vita, che procede senza tempo, che esplora, demistifica - solo una simile mente può essere felice, eternamente rinnovata, perché è in se stessa creativa. Capite di cosa sto parlando? Dovreste capirlo perché tutto questo fa parte della vera educazione e quando lo capirete la vostra vita sarà trasformata: la vostra relazione con il mondo, con i vostri vicini, con vostra moglie e vostro marito avranno un significato totalmente differente…

Se lo capirete avrete iniziato a comprendere la straordinaria verità di cosa sia la vita, e in quella comprensione ci sono grande bellezza e amore, e il fiorire del bene. Ma gli sforzi di una mente che cerca una pozza di sicurezza e di permanenza possono solo condurre all’oscurità e al deterioramento. Una volta installatasi nella sua pozza, una simile mente ha paura di avventurarsi fuori, di cercare, di esplorare; ma la verità, Dio, la realtà o quello che volete voi giacciono oltre la pozza…

Ma potete far questo solo quando lasciate la pozza che vi siete scavati e uscite nel fiume della vita. Allora la vita ha un modo stupefacente di prendersi cura di voi, perché a quel punto da parte vostra non c’è più bisogno di curarsi di nulla. La vita vi trasporta dove vuole, poiché voi siete parte di essa, allora non c’è più alcun problema di sicurezza, di ciò che la gente dice o non dice, e questa è la bellezza della vita.” (Jiddu Krisnamurti, La ricerca della felicità, Oscar Mondadori)

venerdì 2 dicembre 2016

Quando contemplo il tuo volto



Quando contemplo il tuo volto
sono il tuo volto.
I fiori della tua bellezza
mi importano più delle immagini
che cadono dal mio corpo.
Come foglie morte.
Quando sono con te
sono i tuoi occhi e la tua voce.
Tu guardi il mio viso
più spesso del tuo.
Il tuo cuore è sulle mie labbra
tanto quanto nel tuo petto.
Nel silenzio della tua anima
risuonano sia la mia voce
sia la tua.
Essendo le nostre anime unite
quando ti amo, amo me
e te allo stesso tempo.
Non ti troverò mai
poiché sono pieno di te
e tu di me.
Nell'amore del vuoto.

(Tharpa Mewo)