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martedì 20 dicembre 2016

La vera natura dell'anima



“Nella coscienza ordinaria,
pensiamo di essere creature mortali,
ma quando ci liberiamo dall'ego,
ci accorgiamo di essere Spirito.”
(Paramahansa Yogananda)

“Se in questo momento riusciste a calmare completamente il corpo, i pensieri e le emozioni, diventereste immediatamente consapevoli del vostro vero Sé (L'anima), e dell'universo, il vostro immenso corpo che palpita della gioia di Dio. L'anima si "stabilirebbe nella condizione che le è propria". Non è strano che voi non riusciate a percepire la gioia di Dio che è sempre a vostra disposizione? La ragione per cui non conoscete la beatitudine di Dio è che siete intossicati dai sentimenti dell'ego (citta).

Se mi nascondo dietro uno schermo, sarò sempre qui, ma voi non mi vedrete. Se allontanate lo schermo, mi vedrete di nuovo. Ugualmente, la gioia di Dio è nascosta dallo schermo dei sentimenti che hanno origine dall'ego (ahamkara o coscienza del corpo). Allontanate lo schermo per mezzo della meditazione e contemplerete questa gioia. La vostra vera natura è la calma. Avete indossato una maschera di irrequietezza, ossia l'inquietudine della vostra coscienza, che trae origine dagli stimoli dei sentimenti.

Voi non siete la maschera, siete il puro e calmo Spirito. È arrivato il momento di ricordare chi siete: l'anima beata, un riflesso dello Spirito. Toglietevi la maschera dei sentimenti e contemplate il vostro Sé. Quando vi arrabbiate o siete travolti dall'odio, indossate la maschera del male. L'essere umano può arrabbiarsi talmente da essere capace di uccidere. Non vuole farlo veramente - ossia la sua anima non vuole - ma, poiché l'anima si è identificata con l'ira, questo sentimento può suscitare in lui il pensiero di uccidere.

Perciò non è opportuno rimanere nello stato dell'ordinaria coscienza umana, soggetto a emozioni così violente. Voi diventate schiavi dei vari stati d'animo, e questa è la causa di tutti i vostri dispiaceri. Per salvarvi, dovete eliminare i sentimenti e le emozioni legati alla coscienza del corpo. La meditazione è l'unica via di Salvezza.

Per molto tempo avete creduto di possedere alcune qualità, caratterizzate da sentimenti e da emozioni particolari. Patanjali dice che vi identificate con queste passioni e questi desideri perché l'avete già fatto nel corso di numerosissime incarnazioni e, di conseguenza, avete completamente dimenticato la vostra vera natura. Quando vi renderete conto che ogni giorno recitate una parte diversa a seconda dei vostri mutevoli sentimenti, non sarete più la stessa persona, e riuscirete a liberarvi di questi stati illusori.

Quando comprenderete che la passione e la collera non fanno parte della vostra vera natura, questi stati d'animo non avranno più alcun potere su di voi. Ogni persona è per sua natura meravigliosa; deve soltanto togliersi la maschera della coscienza dell'ego. Non lo dimenticate. Se avvicinate un diamante a un gatto nero, il diamante assumerà una sfumatura nera. Potete allora affermare che il diamante è nero?

No. Appena allontanate il gatto e lasciate che la luce illumini il diamante, il suo naturale splendore si sprigionerà completamente. Il gatto nero è la vostra irrequietezza, che offusca la coscienza con le emozioni e oscura la luce e la gioia dell'anima. La natura dell'irrequietezza è tale che nel momento stesso in cui traete piacere da una cosa, ne state già cercando un'altra; in sostanza suscita in voi una perenne insoddisfazione che, a sua volta, è provocata dai sentimenti.

Ma la beatitudine - la gioia di Dio nascosta nell'anima - è sempre nuova e sempre presente nella vostra coscienza. Poiché questa gioia appaga ogni desiderio, l'irrequietezza non avrà più ragione di esistere. Spero che comprendiate l'importanza di ciò che vi dico oggi. Sto parlando della via che porta alla liberazione da ogni dolore. Il perfetto dominio dei sensi vi rende padroni di voi stessi. Non abituatevi mai a niente, e non lasciatevi mai condizionare dalle abitudini.

Bere il caffè non significa necessariamente esserne diventati schiavi, ma se non potete farne a meno, allora vuol dire che l'abitudine vi ha resi schiavi. Non appena dite: "No, non ne ho bisogno", fate che questa affermazione ponga fine alla vostra schiavitù. Io non mi lascio mai condizionare da niente e da nessuno. Ad esempio, posso bere o mangiare qualcosa di buono, e poi eliminarne il desiderio; il ricordo sparisce in quello stesso istante.

Per prima cosa, evitate di soddisfare le simpatie e antipatie alimentari e insegnate la stessa cosa ai vostri bambini. Li viziate quando dite: "Che cosa vorresti mangiare? Vuoi gli spinaci? Non mangiarli se non ti piacciono". Se vi dimostrate così accondiscendenti renderete vostro figlio schiavo del gusto. Potreste domandarmi: "Ma se eliminiamo i sentimenti, le simpatie e le antipatie non diventeremo inerti come la materia e completamente inutili? Patanjali insegna queste cose?".

No, egli afferma che la vostra vera natura si manifesterà non appena riuscirete a dominare i sentimenti. Il vero stato del Sé, l'anima, è beatitudine, saggezza, amore, pace. Vi sentirete allora così felici da apprezzare qualsiasi cosa facciate. E tutto questo non vi sembra molto più conveniente che brancolare nel mondo, simili a demoni inquieti e sempre insoddisfatti?

Quando siete concentrati sul vostro vero Sé, riuscite a compiere ogni vostro dovere e a godere di tutte le cose buone del mondo pervasi dalla gioia di Dio. Permeati della sua inebriante beatitudine eseguirete ogni azione gioiosamente. Molti pensano che gli induisti insegnino una sorta di annichilimento mentale, il presunto risultato cui porterebbe l'assenza del desiderio. Invece, l'obiettivo della filosofia induista è la felicità permanente.

Non c'è libertà né felicità nel cessare di esistere. Il solo pensiero di questa eventualità è doloroso. Voi desiderate una felicità senza fine e questo è ciò che potrete avere, come afferma Patanjali, se dimorerete nella vera natura della vostra anima. Come possiamo essere veramente interessati a qualcosa se annulliamo i desideri e i sentimenti?

Avrete visto coloro che lavorano senza provare nessun interesse per quello che fanno; il loro lavoro e il loro comportamento lo dimostrano chiaramente. Non si curano dei risultati fino a quando possono dire che, comunque, lavorano. Ma l'innamorato lavora con impegno e scrupolo per la persona amata; farà molto di più per lei, che per se stesso. Questo è il modo di servire Dio e questo è il sentimento che proviamo quando amiamo Dio. Lavoreremo per lui con gioia.

Ad un estremo troviamo persone convinte che per farsi strada nella vita si debba lavorare senza sosta, come automi. Ma all'estremo opposto, ugualmente errato, troviamo persone che non appena provano un interesse per la spiritualità, diventano indifferenti a tutte le altre cose. Questo modo di pensare è sbagliato. È una delle ragioni per cui l'India ha perduto la libertà in quanto ha male interpretato la dottrina del distacco.

Ad esempio: "Che cosa importa se nell'eremitaggio si accumula la sporcizia? Non fa niente. Perché preoccuparsene? Darsi da fare richiede troppa concentrazione sugli aspetti materiali della vita. Siate distaccati. Rinunciate il più possibile alle attività pratiche". In questo modo di pensare si nasconde, ammantata di falsa spiritualità, la pigrizia mentale.

Mi sono reso conto che i maestri veramente grandi si interessano molto al mondo, ma senza provare nessun senso di attaccamento. Quando il mio maestro, lo Swami Sri Yukteswar, riceveva un bel regalo, se ne prendeva scrupolosamente cura. Ma se si rompeva si limitava a ridere: "La mia responsabilità è finita. Mi è costata molta attenzione".

Era veramente distaccato dalle cose. Anche io la penso allo stesso modo. Apprezzo tutto ciò che Dio mi dà, ma non ne sento la mancanza quando scompare. Una volta mi regalarono un cappotto e un cappello elegantissimi, un completo molto costoso. A quel punto iniziarono le mie preoccupazioni. Dovevo stare attento a non strapparlo e a non sporcarlo e la cosa mi metteva a disagio. Così pensai: "Signore, perché mi hai dato questa seccatura?".

Un giorno dovevo tenere una conferenza alla Trinity Hall qui, a Los Angeles. Quando raggiunsi la sala e stavo per togliermi il cappotto, il Signore mi disse: "Togli dalle tasche tutte le tue cose". Ubbidii. Quando tornai al guardaroba dopo la conferenza il cappotto non c'era più. Mi irritai, e qualcuno disse: "Non importa, faremo in modo di procurargliene un altro". Risposi: "Non sono arrabbiato perché ho perso il cappotto, ma perché chiunque lo abbia preso non ha portato via anche il cappello che lo accompagna!"

Non fatevi dominare dai sentimenti. Come potete essere felici se vi preoccupate continuamente dei vestiti o di tutte le altre cose che vi appartengono? Indossate abiti semplici e ordinati e poi non pensateci più; pulite la casa e poi dimenticatela. Una volta sono stato invitato a un ricevimento molto elegante. Il pranzo era ottimo, ma i nostri ospiti erano talmente innervositi dalla paura che qualcosa non andasse bene, da rovinare tutto.

Le persone sensibili avvertono il vostro nervosismo. Perché vi preoccupate? Fate del vostro meglio e poi rilassatevi. Lasciate che le cose si svolgano naturalmente, senza sforzo. Allora, anche coloro che vi stanno accanto si rilasseranno. Attività non è la vita, è l'espressione della vita. Ma alcune persone sono sempre talmente indaffarate da rendersi insopportabile l'esistenza perché sono sempre sull'orlo di una crisi emotiva.

In genere, l'essere umano è simile al pendolo, e oscilla da un estremo all'altro, sempre in movimento, sempre inquieto. Questo comportamento è di poco superiore a quello degli animali. Invece lo yogi è sempre calmo, concentrato sulla propria vera natura, simile a un pendolo immobile.

Quando è attivo può essere molto veloce, ma quando si ferma è nuovamente concentrato sulla calma interiore ed esteriore. Dobbiamo imparare a lavorare con interesse, mantenendoci tuttavia rilassati e distaccati. Non so come potrei lavorare senza provare un entusiasmo gioioso. È naturale sentirsi interessati perché diversamente le nostre motivazioni non avrebbero alcun incentivo.

Fate ogni cosa per Dio, con il massimo interesse. Amatelo al punto tale che il vostro piacere più grande sia quello di lavorare e di fare progetti per lui. Lavorare per Dio è un'esperienza molto personale, molto appagante. Io provo una grande gioia nel restaurare per lui questo edificio. Ma quando qualcosa non va per il suo verso, non me ne preoccupo minimamente. Perché dovrei?

Ho fatto del mio meglio. Certo, proverò a fare ancora meglio, ma non permetterò che un contrattempo turbi la mia tranquillità. Non è un pensiero meraviglioso? Perché no? Non siete stati voi a creare il mondo. È stato Dio. Perché dovreste pensare di vivere in questo mondo soltanto per soddisfare voi stessi? Vivere per se stessi è la fonte di ogni infelicità.

Ci fu un tempo
In cui guardando il fiore,
Ne godevo il profumo,
Per me e i miei cari.
Udivo il richiamo del ruscello,
Rivolto a me e ai miei cari.
Mi sono risvegliato da quel sogno
E ora sento: Era solo per te e i tuoi cari.

Lo yogi pensa costantemente: "Per te e per i tuoi cari". Egli dice: " Sono qui in questo mondo solo per poco tempo. Perché dovrei crearmi forti attaccamenti? Non so perché mi trovo qui, ma Dio lo sa. Lavorerò per lui. Cercherò di fare la volontà di Dio e non la mia". È stato questo completo abbandono alla più sublime saggezza a dare a Gesù la forza di dire: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però sia fatta non la mia, ma la tua volontà."

Per questo motivo molti credono che l'essere umano non debba servirsi della propria volontà. Ma se non usaste la vostra volontà morireste, perché è il potere della volontà a mettere in moto ogni processo fisico e mentale. È giusto servirsi della volontà, ma lasciandosi consigliare dalla saggezza e dai suggerimenti di Dio; altrimenti, commetterete degli errori e ne pagherete le conseguenze.

Krishna ha detto: "Coloro che hanno dominato la mente dimorano nella saggezza infinita. Rinunciano al desiderio di concentrarsi sul frutto delle azioni. Ciò assicura la liberazione... e permette loro di raggiungere quello stato che è al di là del male, causa di ogni infelicità."

Esaminate il movente di ogni vostra azione. Sia l'ingordo sia lo yogi mangiano, ma direste che mangiare è un peccato perché il cibo viene spesso associato all'idea dell'ingordigia? No. Il peccato sta nel pensiero, nel movente. Il materialista mangia per soddisfare la propria avidità, mentre lo yogi per mantenere il corpo in buona salute. C'è una bella differenza.

Analogamente, un uomo commette un assassinio e viene impiccato; un altro, invece, uccide molti uomini sul campo di battaglia per difendere il suo paese e riceve una medaglia al valore. Anche in questo caso è il movente a creare la differenza. I moralisti stabiliscono regole indiscutibili, mentre io vi faccio degli esempi per mostrarvi come potete vivere in questo mondo di relatività controllando i sentimenti senza trasformarvi in un automa.

Il mio maestro faceva, di solito, questo esempio: "Supponete che una persona mi chieda in prestito il mio bel binocolo, assicurandomi che lo riporterà entro quindici giorni. Ma alla fine del periodo stabilito non lo restituisce. E quando chiedo notizie del binocolo mi risponda: 'Lei è un maestro, eppure è molto attaccato al suo binocolo!'; ebbene non glielo presterei una seconda volta.

Supponete ancora che un'altra persona mi chieda di darle in prestito il binocolo promettendo che me lo restituirà in perfetto ordine. È gentile, premurosa e attenta, e lo riporta puntualmente. A questa persona presterei di nuovo il binocolo in qualsiasi momento. Non mi importa molto del binocolo in se stesso, ma, se una cosa mi appartiene, devo prendermene cura per mantenerla in perfetto ordine.

La seconda persona ha capito che volevo riavere il binocolo perché potesse servire anche ad altri oltre che a lei. La prima non ha capito il mio movente, così, non solo privava me del binocolo, ma anche tutti gli altri che avrebbero potuto servirsene. Io non volevo il binocolo per me; pensavo a tutti gli altri".

Il distacco dalle cose suscita un senso di grande libertà interiore e di felicità. Io ho regalato tutte le cose che mi erano più care. Ne ho goduto attraverso la gioia degli altri. La felicità che provo in tutto ciò che faccio è impersonale e disinteressata perché nasce dalla gioia di Dio e dal desiderio di rendere felici gli altri.

Quando vivevo in India avevo una motocicletta che usavo per scorrazzare dovunque, ma soprattutto per andare a trovare il mio maestro nel suo eremitaggio di Serampore. Mi piaceva moltissimo. Così, un giorno chiesi al Maestro: "Sono attaccato alla motocicletta?" Egli conosceva ogni più piccola sfumatura dei miei pensieri e della mia coscienza.

"Certamente no", rispose. Poco tempo dopo, regalai la motocicletta a un amico che la desiderava molto, e non ne ho mai sentito la mancanza. Questo è il genere di libertà che Patanjali vi insegna a conquistare, affinché possiate sempre essere, come un dio, sovrani assoluti del regno della vostra coscienza. Non lasciate che le forze oscure penetrino nel vostro paradiso portatile. "Tra le sbarre di ferro della mia mente, il male non osa penetrare."

Quando raggiungerete la libertà dalla schiavitù dei sentimenti diventerete spiritualmente sensibili, ma non sarete più ipersensibili alla materia. Sentirete il dolore, ma rimarrete imperturbabili. Vedrete questo mondo, ma saprete che non è la realtà ultima. Vivrete al di sopra di ogni limitazione fisica e mentale, concentrati nella tranquilla natura della vostra anima.

Ma potete ben vedere quale scarsa educazione ci offre il mondo! Forse il padre è arrabbiato e si sfoga con i figli o la madre li rimprovera senza motivo. Che esempio per i giovani! È meglio non mettere al mondo figli, se non siete disposti a educarli correttamente. Se negate loro la disciplina giusta ne fate degli infelici per tutta la vita. Prendono delle abitudini che impediscono loro di essere se stessi, di essere il vero Sé.

Naturalmente le buone abitudini sono amici che ci aiutano, mentre quelle cattive ci spingono a diventare dei diavoli. Nella stessa famiglia potete trovare una persona che sopporta tutto con calma, e un'altra che freme sempre di rabbia, di gelosia e di altre emozioni sgradevoli. Non è forse meglio riuscire a rimanere sempre calmi?

Pensate che fine farebbe il mondo se Dio perdesse la pazienza! Fortunatamente per noi, Dio è sempre calmo e controlla perfettamente le emozioni. Una parte di lui, la sua natura assoluta, non è mai irrequieta, anche se, come Creatore, Dio sa tutto ciò che accade sulla terra perché è in tutte le cose. Perciò dovremmo rimanere sempre calmi, concentrati nella nostra natura spirituale, anche se siamo circondati da una grande confusione.

Quando qualcuno viene da me in uno stato d'animo aggressivo, tremante di rabbia, mi rendo conto che sta soffrendo. Qualunque cosa gli dicessi non capirebbe perché è agitato. Ma se mi mantengo tranquillo, posso assecondarlo finché non riesco a calmarlo e indurlo a ragionare. Io non ho mai perduto la calma della mia anima. Se fosse successo, a prescindere dalle giustificazioni che la mente avrebbe potuto addurre, avrei perduto di fronte a Dio.

È il favore di Dio che dovete conquistare. Interiormente dovreste essere sempre immersi nella calma perfetta. Quando qualcuno viene da voi stravolto dall'ira, mantenete la calma. "Non voglio perdere la pazienza. Voglio continuare a rimanere calmo finché il suo stato d'animo non cambierà". Allora dimostrate di saper dominare perfettamente citta.

Mantenersi calmi non significa sorridere sempre e andare d'accordo con tutti qualsiasi cosa dicano, pur conoscendo la verità e non volendo imporla a nessuno. Questo è eccessivo. Coloro che cercano di compiacere il prossimo solo perché desiderano essere lodati per il buon carattere non hanno necessariamente il dominio dei propri sentimenti.

È giusto mostrarsi simpatici e piacevoli se il vostro comportamento è sincero, ma essere sempre d'accordo con gli altri perché avete paura di dire la verità, per non rendervi antipatici, non significa avere il dominio dei sentimenti. Chiunque sappia controllare i propri sentimenti segue la verità, condivide la verità quando è possibile ed evita di irritare senza necessità chi non sarebbe ricettivo comunque.

Sa quando parlare e quando tacere, ma non transige sui propri ideali e non compromette la pace interiore. Un uomo di tale levatura rappresenta un grande aiuto per il bene del mondo. In verità rassomigliamo tutti al proverbiale figliol prodigo. Ci siamo perduti nei vicoli bui delle cattive abitudini e non sappiamo più conservare nel cuore la gioia di Dio. Quando l'anima non è nella sua condizione naturale, si identifica con gli stati d'animo suscitati dai sentimenti umani.

Ma se impariamo a rimanere in comunione con il Divino, vivremo e lavoreremo nello stato beato della nostra vera natura. Nella coscienza ordinaria, pensiamo di essere creature mortali, ma quando ci liberiamo dall'ego, ci accorgiamo di essere Spirito. L'illusione ci costringe a pensare alle malattie, alle paure, e a tutte le altre limitanti condizioni del corpo e della mente.

Riuscite a immaginare di non essere un uomo o una donna? Eppure questa è la verità. Nella divina gioia dell'anima la coscienza del proprio sesso si perde completamente. Anche da bambino mi vedevo spesso separato dal corpo. Ricordo che un giorno ero in questo stato di estasi e uscii dall'acqua completamente nudo. Quando mi vide la zia, mi dette uno schiaffo. Non capii perché mi picchiasse, finché non mi fece notare aspramente che avevo dimenticato di mettermi il dhoti.

Nessuna delle cose che Dio ha creato è peccaminosa. L'uomo ha inventato il peccato con il suo modo sbagliato di pensare e perché ha abusato delle potenzialità di cui Dio lo ha dotato. Generalmente l'essere umano pensa: "Io e il mio corpo siamo una cosa sola. Io sono un corpo, cui si aggiungono le sensazioni e i sentimenti". Invece l'uomo divino pensa: "Io e il Padre mio siamo una cosa sola."

Egli vede il suo corpo come se fosse un'immagine cinematografica. Il fotogramma è proiettato sullo schermo da un raggio di luce che passa attraverso una pellicola. Così l'uomo divino vede il proprio corpo come una proiezione della luce creatrice di Dio che passa attraverso la pellicola di maya o illusione. Egli sa di non essere il corpo, sa di essere una cosa sola con la luce di Dio.

Un attore dimentica che sta recitando e comincia a immedesimarsi nella parte. Anche noi abbiamo dimenticato chi siamo e che stiamo solo recitando una parte sulla terra. Quando l'essere umano dimentica il suo beato Sé onnipresente, si identifica con i sentimenti e pensa di essere una creatura umana, circoscritta al corpo e soggetta alle sue sofferenze e alla morte. Vedete che terribile trasformazione!

E per tutta la vita continua a cercare la felicità di quel Sé beato che già gli appartiene. L'uomo materialista è talmente inquieto che non cerca mai di meditare, di analizzare i propri sentimenti e di conoscere se stesso. È molto meglio coltivare la mente che limitarsi a lavorare, mangiare e dormire, come fanno gli animali.

Ma rimanere per sempre sul piano intellettuale è un peccato contro il vostro vero Sé; infatti, benché possiate raggiungere la porta della realizzazione del Sé tramite l'intelletto, non fate però il passo successivo per aprirla. Lo sviluppo spirituale va oltre l'intelletto. Potete aprire la porta della realizzazione solo attraverso la profonda meditazione quotidiana. Dovete conservare per sempre ciò che percepite durante la meditazione.

Troppo spesso si medita senza molto entusiasmo, per abitudine; e appena la meditazione è finita, si torna allo stato d'animo consueto. Dovete immergervi nella pace e nella gioia della meditazione, e poi conservare la calma che ne deriva. Soltanto allora riuscirete a cambiare voi stessi. Il corpo reagisce ai quattro periodi di transizione del giorno: mattina (verso l'alba), mezzogiorno, sera (verso il tramonto), e notte (tra le nove e le ventiquattro). Questi periodi sono molto favorevoli alla meditazione.

La meditazione profonda e il perfetto dominio dei sentimenti, raggiunto mantenendo la calma che deriva dalla meditazione, portano al samadhi, l'estasi della realizzazione del Sé e dell'identità con Dio. Tuttavia, l'estasi del savikalpa samadhi, in cui godete la beatitudine interiore, ma perdete la consapevolezza del corpo e del mondo esterno, non è sufficiente.

Ciò che desiderate è il nirvikalpa samadhi, o estasi cosciente. Questo è lo stato più alto, lo stato in cui siete esternamente coscienti e attivi e internamente consapevoli della vostra completa unione con Dio. Io ho impiegato molto tempo per raggiungere questo supremo stato di coscienza nel quale Lahiri Mahasaya e il Maestro dimoravano costantemente.

Nel nirvikalpa samadhi potete compiere tutti i vostri doveri e affrontare tutte le prove della vita, senza mai esserne turbati. Così, solo perfezionando la meditazione si può scoprire come è possibile superare la natura umana affinché l'anima possa stabilirsi nella condizione che le è propria, libera dai turbamenti dei sentimenti creati dall'ego, sempre concentrata sulla beatitudine.” (Paramahansa Yogananda, Lezione sugli Yoga Sutra di Patanjali, 22 marzo 1942)

mercoledì 9 marzo 2016

I livelli dell’anima



“Il Santo, sia Egli benedetto, pose nell’uomo
un’anima sublime e vi incluse sapienza e intelligenza,
per conoscere tutto.” (Zohar II. 55a)

Secondo i cabalisti, l’anima è lo specchio delle Sephiroth perciò l’anima è una scintilla dell’Essenza Divina. Nello Zohar si dice che l’anima fu rivestita con un corpo, quindi l’unica parte reale dell’uomo è l’anima che – al momento della morte - lascia l’involucro corporeo in cui è racchiusa. È scritto pure che Dio, all’origine delle cose, creò un certo numero di anime destinate a unirsi ai corpi, infatti nel Talmud si afferma che le anime sono racchiuse in un magazzino celeste mentre aspettano di scendere sulla Terra. E, mentre alcune restano nascoste sotto il trono di Dio, altre sono libere di passeggiare nelle pianure celesti in compagnia delle anime che hanno già vissuto.

Tutte le anime vivono nel Settimo Cielo tra immensi tesori di vita immersi nella benedizione Divina, perciò il Messia verrà solo quando tutte le anime avranno vissuto sulla terra. Il Talmud dice che l’anima è elemento essenziale dell’uomo, perciò l'anima è la parte che caratterizza la sua individualità e che conosce tutti i segreti della Torah. L’anima è la fonte della vita del corpo perché l'anima fu donata all’uomo affinché potesse combattere la battaglia tra il bene e il male.

Nella dottrina cabalistica si afferma che la vita umana è una lotta contro le passioni, perciò non viviamo in una condizione di pace e di beatitudine. Secondo i cabalisti, l’uomo è l’agente perfezionatore del cosmo perché è composto dalle 10 Sephiroth, e le loro forze si rispecchiano nell'uomo. L’uomo fu concepito come un “trasformatore” che - per mezzo della sua esistenza e delle sue azioni - può amplificare tutte le forze che riesce a contenere. L’uomo può innalzare tutta la manifestazione fino al massimo grado e può spingerla verso la Fonte primaria.

Secondo la dottrina cabalistica, le Sephiroth con cui Dio mostra la sua natura assumono una forma umana e creano il microcosmo che può esercitare la sua azione correttiva nel Macrocosmo, e anche sull’Uomo Primordiale che è situato al di sopra di lui. Tutto questo è possibile – dicono i cabalisti - perché solo all’uomo è stato concesso il dono del libero arbitrio con cui ha avuto il potere di avanzare o di regredire in conseguenza delle sue azioni.

Tutto questo dimostra il motivo per cui la forma umana è considerata “la forma che include tutte le forme” essendo creata a immagine di Dio. Secondo una teoria molto diffusa, prima del peccato originale, l’uomo possedeva solo un corpo spirituale ma ottenne il corpo di carne dopo la caduta originaria. L’idea è suggerita dal passo della Genesi in cui è detto che Dio fece degli abiti di pelle per Adamo ed Eva che - in precedenza - avevano solo un corpo fatto di luce. Fu in quel preciso momento che la volontà umana si allontanò dalla volontà Divina, e nacque l’individualità che è dotata del libero arbitrio.

La separazione da Dio comportò la moltiplicazione delle individualità, perciò l’Uno diventò una moltitudine. Secondo i cabalisti, la serie di fluttuazioni armoniche periodiche si trasformò in un conflitto tra gli opposti estremi, e si mostrò nella polarizzazione tra bene e male. Questo è diventato il destino dell’uomo, perciò la missione umana è quella di vincere la polarizzazione causata dal peccato originale. L’uomo deve ritrovare l’unità e l’armonia dell'origine, e questo può essere realizzato se l'uomo unisce la sua volontà con quella di Dio.

Queste idee mostrano che la Cabala e il Cristianesimo provengono dalle stesse fonti, ma poi la direzione cambiò perché i cabalisti credono che esiste sempre la possibilità che l’uomo possa superare la sua corruzione interiore per mezzo delle sue forze innate e con l’aiuto di Dio. Nello Zohar è scritto che l’anima umana può elevarsi e perfezionarsi poiché l’anima può ascendere dai 3 piani inferiori che formano la base fondamentale fino a comprendere 5 livelli di esistenza che corrispondono alle 5 dimensioni di vita a cui si accede percorrendo i 32 Sentieri della Saggezza.

Perciò i cabalisti affermano che si possono percorrere i 5 piani rappresentati da Nefesh, Ruach, Neshamah, Hayah e Yehidah. Questi livelli evolutivi dell’anima vengono collegati alle 5 vocali dello Tseruf che è una pratica mistica che somiglia alla vibrazione canora del Mantra Yoga degli induisti e ad alcuni esercizi dei sufi. Perciò, i cabalisti credono che il canto sia un mezzo per poter risvegliare l’anima. Ma, sebbene i livelli che l’anima può fare siano cinque, di solito si parte dai primi 3 livelli di base ossia da Nefesh, Ruach e Neshamah.

Nefesh è l’involucro delle facoltà fisiche e mentali che vengono assegnate ad ogni uomo durante il suo soggiorno sulla Terra. Quest’anima comprende la sfera dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri, dei desideri e degli istinti, perciò questa parte dell'anima viene assimilata all’ego dell’uomo. Nefesh vuol dire “anima”, “vita” o “respirazione” e sebbene venga collegata alla tumultuosa vita interiore proviene dal verbo “nafash” che significa “riprendere fiato” o “riposarsi.” Permutando questo termine vediamo che Nefesh diventa “nashaf” cioè “soffiare” o “esalare” perciò vediamo che Nefesh esprime l’esalazione del soffio dell’anima, e che la sua manifestazione avviene tramite il canale di Ruach.

Questa parte dell’anima è sottoposta al turbinare dei pensieri, dei sentimenti e delle passioni perciò essa aspira sempre alla pace, poiché aspira a ritornare alla sua condizione originaria. Nefesh esprime la sfera psicologica dell’uomo, infatti “nafshi” significa “spirituale” o “psicologico” e indica il mondo dell’affettività ovvero il mondo delle relazioni che l’uomo intesse con tutto quello che lo circonda. La Nefesh rappresenta i due lati opposti del nostro “io” in quanto rappresenta la dualità e la scissione che proviene dai nostri conflitti interiori, perciò la padronanza dei contrasti produce una profonda pace interiore.

Il sangue è il veicolo della Nefesh, perciò Nefesh viene messa in rapporto con i fluidi vitali ed è associata al corpo eterico dell’occultismo. La Nefesh è il veicolo più basso dell’anima perciò è il livello che dipende dal mondo di Assiah, il mondo dell'azione. Il termine Ruach significa “vento” perciò Ruach è l’anima che rappresenta lo spazio aperto in cui avviene lo scambio energetico tra la Nefesh dell’ego inferiore e la Neshamah che rappresenta l’ego superiore. La Ruach ha il ruolo di “valvola di sfogo” ed è il luogo dove si può allentare la pressione che si crea all'interno dell’anima. Tutto questo si vede nel termine “ravah” che gli viene associato, e che significa “essere alleviato.”

La Ruach ha un ruolo primario nella meditazione, perché rappresenta lo spazio di libertà interiore più vicino alla realtà tumultuosa del mondo esterno, perciò è la parte dell’anima con cui più facilmente possiamo entrare in contatto. Tutte le tecniche di respirazione cabalistiche vengono associate alla Ruach perché i cabalisti associano il respiro allo spirito e, di conseguenza, credono che l’armonia del respiro può giovare allo spirito. Tutte le pratiche che sono associate all’aria vengono collegate alla Nefesh, mentre la Ruach viene associata ai condotti della respirazione, e la Neshamah viene associata all’apparato respiratorio in generale.

A causa del suo ruolo di scambio e di intermediazione, Ruach viene associata al mondo della formazione, perciò viene associata alla dimensione intermedia tra mondo materiale e mondo spirituale. Neshamah deriva dal verbo “nasham” cioè “respirare” e dal sostantivo “neshem” ossia “soffio vitale” che è un termine molto simile al termine “neshimah” che indica la respirazione. Per questo, la Neshamah viene associata al primo atto della vita cioè all’inspirazione e all’espirazione che rappresenta il primo soffio con cui entriamo nella vita terrena.

I cabalisti dicono che Neshamah corrisponde alla prima He del Nome Divino, il Tetragramma, che incarna l’evoluzione del soffio di Dio perciò collegano Ruach alla lettera Vav che svolge un’azione mediatrice, mentre Nefesh viene collegata alla seconda He del Tetragramma che raffigura l’espirazione divina. Queste associazioni nascono dal racconto biblico della creazione dell'uomo in cui Dio soffiò dentro le narici dell’uomo di argilla che aveva plasmato il suo respiro, perciò il soffio Divino trasformò l'uomo di argilla rossa in un essere vivente.

Questo brano biblico illustra anche il processo omologo del cabalista operativo che opera per creare il Golem. Dal punto di vista spirituale, un processo simile viene ripetuto anche durante la verbalizzazione mantrica che viene chiamata Tseruf. Questa pratica mistica consente al cabalista che la ripete di diventare un essere completo che riesce a vivere nei 4 mondi della Cabala. Si crede che, tramite questa vocalizzazione mantrica, le energie che sono emesse dalle lettere che vengono pronunciate, si possano combinare al livello di Neshamah e - tramite la Ruach - possano passare nella sfera sensibile e vocale finché si diffondono nella Nefesh.

Per mezzo di questa vocalizzazione mantrica o Tseruf, la Neshamah può attirare l’energia universale, lo Shefà, traendola dal mondo di Atziluth e può convogliarla all’interno delle forze vitali umane. Per questo, la Neshamah viene correlata al mondo della creazione, Briah. Il grande rabbino e cabalista di origine marocchina, Elia Benamozegh, che visse a Livorno nel 19° secolo, diceva che il soffio che il Signore insufflò nelle narici di Adamo creò l’uomo terrestre, e che questo racconto conferma la realtà della sua spiritualità e l’origine divina dell'uomo.

Egli diceva che l’uomo contiene una parte immortale cioè la sua coscienza, la sua individualità ossia il suo io. E aggiungeva che, con la morte del corpo fisico termina la vita terrena, ma inizia una nuova fase dell’esistenza, perché Dio accoglie l’anima del defunto nel suo Regno e lo fa sedere nell’assemblea dei Giusti. Benamozegh disse: “La morte fa delle nostre anime come dell’acqua che scorre verso una meta determinata e non torna mai indietro. Questo luogo verso il quale tende è Dio stesso. Egli troverà il modo perché nessuno sia mai rigettato.”

Per questo dobbiamo pensare che, se i 3 livelli fondamentali dell’anima influenzano direttamente la vita umana, i due gradi superiori ossia la Hayah e la Yehidah si attiveranno solo nel mondo futuro. Il termine Hayah significa ”vivo o “vivente” sebbene possa sembrare strano che la Nefesh che corrisponde ad un livello inferiore venga rappresentata da uno stato di quiete mentre il livello superiore espresso dalla Hayah venga rappresentato da una dimensione molto viva e dinamica. Ma questo fatto non è affatto strano, perché le sfere superiori non sono mai passive ma sono sempre vibranti di intensa attività spirituale.

La Hayah viene posta nella regione più bassa di Atziluth dove inizia la dimensione del tempo, perciò rappresenta lo stadio iniziale della vita, mentre i 3 gradi inferiori indicano i vari livelli evolutivi creati dal soffio Divino. Hayah è il principio vitale che precede ogni manifestazione creata dal soffio vitale. Yehidah significa “l'unità” e deriva dall’aggettivo ”yahid” che significa “solo”, “unico” o “isolato” perciò rappresenta il piano dell’anima che corrisponde al livello superiore di Atziluth dove non esiste nessun concetto di tempo.

A questo livello non esiste nessuna distinzione tra Creatore e creatura, poiché esiste solo l’Uno: qui finisce la molteplicità e si ritrova l'Unità. Yehidah è l’Unica perciò è la Luce dell’Ein-Soph dove l’anima ritrova la sua dimora. Yehidah supera tutti per la sua nobiltà, la sua profonda e squisita spiritualità, perciò Benamozegh dice: “Yehidah significa il centro, l’unità, il punto dal quale derivano tutte le forze della vita e del pensiero e al quale convergono. Questa monade regina… che di tutto questo insieme fa una perfetta unità, che tutto produce, tutto coordina, tutto perfeziona” rappresenta l’Anima Suprema che viene assimilata a Dio.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 20 novembre 2015

L'alimento degli dei



“Sappiamo che l’amore degli uomini
è per così dire l’alimento degli dei.”
(Rudolf Steiner)

All’epoca di Atlantide l’uomo si sentiva ancora parte del mondo spirituale ma, dopo la sua distruzione, tutto è cambiato. Qualcosa è andato perduto perché è avvenuto il rischiaramento della coscienza umana, che ha causato l’oscuramento della coscienza della divinità. Durante il periodo atlantico l’uomo era vissuto insieme a entità divino-spirituali, perciò era consapevole di far parte del mondo divino. Ma quando l’uomo fu in grado di vedere chiaramente nella materia divenne incapace di vedere gli dei. Le entità che si nutrivano dell’amore che l’uomo sviluppa sulla Terra - che è il pianeta in cui s’impara ad amare - non riuscirono più a partecipare alla vita umana perciò non ebbero più quell’amore.

Steiner dice che gli dei s’immergono nell’umanità per sentire il calore dell’amore, perciò agli dei sentono che qualcosa gli manca quando gli uomini non sviluppano più l’amore. Più amore accumuliamo sulla Terra e tanto più nutrimento ricevono gli dei. Se abbiamo meno amore essi sentono più fame perché ci sarà meno cibo da offrire agli dei. L’offerta che gli uomini fanno agli dei non è l’amore che essi sanno dare e diffondere. La comunione tra uomini e dei era raggiunta all’apice nei tempi primordiali, quando sprofondò il continente di Atlantide. Sapendo queste cose, comprendiamo perché alcune divinità di Atlantide iniziarono a soffrire per non riuscire a ritrovare la via del contatto con gli uomini.

Sappiamo che avvenne una migrazione per cercare scampo dal disastro, e sappiamo anche che durante la migrazione la coscienza di quegli uomini iniziò a modificarsi. Essi si mischiavano con altri popoli indigeni, perciò smarrivano l’antica chiaroveggenza che avevano posseduto in passato. Anche se restava ancora qualcuno che conservava il ricordo del legame con il mondo dello spirito, perlopiù, il ricordo si perse. Gli uomini stavano scendendo sempre più nel piano fisico e si calavano nella materia, perciò gli dei non potevano più entrare in contatto con loro. Alcune entità non potevano scendere fino agli uomini, perciò restò un contatto solo con quelli che andavano incontro agli dei, elevandosi fino a loro.

Ai tempi di Atlantide, gli uomini sapevano che, nel sonno, essi uscivano dal corpo fisico e da quello eterico per salire fino al mondo spirituale. E si sapeva che la stessa cosa accadeva dopo la loro morte, perciò il regno degli dei era ancora conosciuto. Si sentiva che, se il mondo divino restava chiuso si era stati puniti, e che quella pena veniva inflitta per essere restati troppo uniti al mondo materiale. Si iniziò a credere che se non si amava la materia più di ciò che è non materiale, dopo la morte, si potesse entrare subito nel mondo degli dei.

Ma, mentre si diventava più adatti alla vita terrestre si diveniva anche più incapaci di percepire lo spirito. Il progresso e l’adattamento permettevano agli uomini di entrare sempre più nel mondo materiale, ma questo comportò l’abbandono progressivo del ricordo dello spirito, dice Steiner. I misteri furono coltivati per la forte volontà di ricostruire il perduto legame con il mondo divino. Ma, le popolazioni d’Europa e quelle d’Asia fecero un percorso diverso, perché in Europa si iniziò a sviluppare sempre più la coscienza del valore divino della persona umana e una forte coscienza della libertà.

Una forte coscienza del valore dell’individualità è la caratteristica più spiccata dei popoli che popolarono l’Italia e la Grecia. In particolare, secondo Steiner, gli etruschi furono gli eredi dei popoli che erano dotati di un maggiore senso di libertà su cui fondarono la loro organizzazione statale. Invece, negli uomini che erano migrati verso l’Asia, si sviluppò una concezione derivata dal residuo del ricordo del rapporto tra l’uomo e gli dei. Quei popoli svilupparono il “senso dell’io sono,” poiché essi sentivano che l’io era il centro eterno dell’essere che è derivato direttamente dal mondo spirituale.

Essi sapevano che tutte le loro più sacre figure del passato ormai erano solo un ricordo, ma che la loro forza si fondeva dentro il sacro centro interiore che era rimasto all’interno dell’uomo. Essi non avevano la certezza intellettuale di questo, ma avevano un’intima e forte convinzione della loro origine divina. La coscienza della loro origine divina era ancora vivente e sgorgava dall’intimo della loro anima. Essi credevano che, sebbene l’anima avesse dimenticato la sua origine divina, questa coscienza si può ritrovare coltivando quello che è rimasto nell’intimo dell’anima.

Credevano che si potesse ritrovare la via che porta al divino guardando al nucleo più profondo che l’anima conserva al suo interno. In realtà si venne a formare l’immagine di un dio che non ha figura, perché dio non si deve cercare all’esterno ma si deve cercare solo nel sacrario del proprio essere. E questa è un’idea molto antica nella storia perciò non stupisce se, nel progredire dell’umanità, la stessa idea si ritrovi anche più tardi trasforma nel comandamento che impone: Tu non farai l’immagine del tuo Dio. Nei tempi antichi si era fatta l’esperienza di un dio che aveva un’immagine, ma poi quella immagine si era smarrita perciò il dio si era nascosto fino a scomparire dallo sguardo. Perciò ci si persuase che si doveva fare un enorme sforzo per trarre fuori il dio che è nascosto all’interno dell’io.

Ma, all’interno dell’io, la divinità non si ancora configurata perciò era necessario portare dio nella sfera del pensiero, e afferrare l’idea divina e la forza del dio. Ma, all’inizio, non potevano farlo, perché dopo la fine di Atlantide, il dolore della perdita era ancora troppo forte. Il ricordo di ciò che si era perduto era ancora recente, e il ricordo del paradiso da cui eravamo stati cacciati dava un dolore intenso. Dalla nostalgia per la gioia perduta si sviluppò la prima civiltà che mostra una dolorosa nostalgia per il mondo spirituale.

La civiltà indiana si appoggiava a un gruppo di 7 sacri iniziati a cui chiedeva la via per ritrovare il mondo divino, e su questo si fondò la civiltà pre-vedica. Erano l’ultima risonanza e la massima reverenza per quel mondo smarrito, perciò lo scrissero nei Veda. A quei tempi, gli uomini andavano ad ascoltare gli insegnamenti dei sacri rishi e gli chiedevano la via per ritrovare ciò che avevano perduto. Volevano fuggire dal mondo sensibile in cui erano stati gettati e abbandonati. Per loro il mondo fisico come illusione e inganno perciò dicevano che il mondo è maya.

L’unica cosa che aveva valore per loro era fuggire verso il mondo che è oltre il livello del piano fisico. Sentendo disprezzo per il mondo e per la vanità del piano fisico, essi avevano necessità di fuggire dal mondo per ritrovare lo spirito. Tutto questo fu pagato con la perdita del senso della loro personalità perché volevano una via per ritornare a fondersi e annullarsi nella Divinità. La nostalgia per la divinità fece preferire l’annullamento della persona piuttosto che correre il rischio di perdere la fusione divina.

Questa civiltà ebbe un grande disagio nel mondo terreno, perciò essi cercarono di eliminare ogni legame con la realtà terrena. Nella civiltà paleo-iranica o pre-zarathustriana troviamo la prima fase della conquista del mondo fisico. I più antichi abitanti della Persia discendevano dai colonizzatori atlantidi, ma non sentivano più il piano fisico come un mondo estraneo perciò si sentivano stimolati a vincere le ostilità della realtà materiale.

Lo spirito si poteva coltivare anche sulla Terra, perciò cercarono di redimere la materia per mezzo di Ormazd. Iniziarono a lavorare la materia fisica perché il mondo non era solo maya, ma era anche una realtà che si poteva apprezzare. La civiltà caldaica e quella egizia guardavano la sfera celeste e studiavano i movimenti e le posizioni degli astri perché credevano che mostrassero la volontà degli dei. I caldei credevano che gli astri fosse la scrittura degli dei, perché anche ciò che appare all’esterno è una manifestazione degli dei.

Questo progresso non è insignificante perché la materia inizia a essere vista come una manifestazione dello spirito. La civiltà egizia misurò la terra per dominarla, perché stimava sia le conquiste materiali che le conquiste spirituali. Gli egizi avevano dei saggi che conservavano ancora il ricordo dell’antico legame con gli dei che venne unita alla conoscenza della scrittura divina nello spazio cosmico dei caldei: tra costoro si educò Mosé che guidò il popolo eletto dell’Antico Testamento.

Nell’Antico Testamento viene narrata la cacciata dell’uomo dal Paradiso, e tutte le conseguenze di quella sventura cosmica. Intanto l’io si andava maturando sebbene restasse la sensazione tragica e il rimpianto della caduta dalla condizione divina. Steiner dice che l’io era necessario affinché l’uomo avesse il luogo dove potesse accogliere la luce del Cristo. E il primo tratto di questo passo è la dichiarazione di Jehova che, alla richiesta di Mosè che chiedeva il suo nome, rispose: “Dì al tuo popolo: io sono l’Io-sono.”

Non è casuale che il Cristo nascesse nel luogo d’incontro tra i popoli che disprezzavano il mondo visto come illusione e quelli che stimavano la materia e avevano un forte senso della persona. Se l’ideale egizio-caldaico era sentire Dio nell’intimo, a esso si unì il gruppo che lo doveva afferrare in modo astratto e privo di ogni contenuto materiale. E non si trattava solo di afferrare Dio con l’anima, ma di farlo penetrare in tutto l’essere e di sentirlo come spontaneo e naturale.

Buona erranza
Sharatan


giovedì 23 luglio 2015

Il sorriso di Zarathustra



“Un compagno allegro è una carrozza
in un viaggio a piedi.”
(Johann Wolfgang Goethe)

Gli elementi spirituali più profondi non vanno cercati nelle situazioni può lontane e anomale, ma sono osservabili nei fenomeni più comuni e semplici del mondo, dice Steiner. Solo quando siamo capaci di vedere e comprendere le piccole cose possiamo comprendere le cose più grandi. Dovremmo imparare sempre a partire dalle cose più semplici. Invece di solito amiamo la spiegazione dei più incredibili misteri e disprezziamo le ragioni e i meccanismi delle piccole cose che ci legano alla realtà quotidiana perché le giudichiamo troppo poco importanti.

Ma, chi cerca di indagare sul lato spirituale del mondo, non dovrebbe fare questo grave errore concettuale! Solo chi comprende che non c’è nulla che può essere giudicato come poco importante si potrà convincere del fatto che i piccoli progressi fatti a passo lento partono da piccole cose che ci portano a grandi conoscenze. Ridere e piangere sono due fenomeni molto comuni nella vita di tutti i giorni, ma possono farci penetrare nei misteri più profondi dell’entità umana.

Se esaminiamo la cosa nel modo opportuno vediamo che ridere e piangere devono essere dei fenomeni molto importanti se, la leggenda racconta che uno dei maestri più grandi del mondo orientale, Zarathustra, entrò nel mondo sorridendo. La leggenda narra che, davanti al sorriso di Zarathustra, tutte le creature del mondo furono felici e risero insieme a lui. Invece, davanti a quel sorriso, continua la leggenda, fuggirono tutti gli spiriti malvagi della Terra che lo sentirono come un nemico.

Il ridere e il piangere ci collegano alla terra perché sono due modi con cui l’essere dello spirito reagisce al mondo che lo circonda. Queste manifestazioni dell’anima sono l’espressione della vita intima dell’essere spirituale dell’uomo. Se esaminiamo l’io dell’uomo vediamo che non resta indifferente e reagisce al mondo perciò si esprime mostrando che qualcosa gli piace oppure non gli piace. Quando un oggetto piace si crea un legame che sentiamo come un sentimento che riscalda e l’oggetto entra a far parte dell’io. Invece quando qualcosa non piace o disturba l’io cade nell’afflizione o nella paura.

Tutto quello che viviamo si riflette nella vita dell’anima, perciò si dice che il mondo non influisce solo sul corpo fisico. Il mondo si ripercuote anche in tutte le altre parti che sono connesse con l’io. Infatti si ripercuote anche nel corpo astrale dove si percepiscono le emozioni, e poi mette in movimento le correnti del corpo eterico che si ripercuotono sul corpo fisico.

Tutto questo è evidente quando vediamo come la circolazione del sangue si modifica nei casi di emozioni positive o negative. L’io cerca sempre di creare un legame giusto ed equilibrato con la realtà perciò si sente unito con gli oggetti che vuole comprendere. Se non riesce a capire qualcosa oppure se incontra un essere con cui non vuole avere nessun rapporto, l’io pensa che non vale la pena di sciupare le forze che sono necessarie per la sua comprensione.

Allora l’io crea una sorta di barriera divisoria e si rifiuta di dedicare la sua forza di conoscenza e di comprensione a quell'essere. Il sentimento che sorge è il desiderio di liberarsi di quell’essere perciò l’io si ritrae, mentre con l’essere che vuol comprendere e vuole conoscere non sente quel ritrarsi, ma si sente attratto.

Questi stati di coscienza sono osservabili come un ritrarsi del corpo astrale a causa dell’influsso che l’io esercita sul corpo astrale. Nell’uomo si osserva un dilatarsi oppure un comprimersi del suo corpo astrale: tutto questo si riflette nel sorriso e nel pianto. Quando vogliamo liberarci di qualcosa non ci resta che sollevarci al di sopra dell’oggetto o perlomeno sull’impressione che l'oggetto esercita sul corpo fisico, perciò reagiamo elevando e dilatando il nostro corpo astrale.

L’io trasferisce tutto ciò che sente più intimo, nel suo involucro più intimo cioè nel corpo astrale, e la dimostrazione fisiognomica del fenomeno è il riso. Succede pure che possiamo subire la perdita di una persona molto amata, perciò la nostra anima sente il legame di quel ricordo. Ma la separazione comporta che il legame venga a mancare, e non si possa più riavere.

Qualcosa è stato strappato all’io, e quella sensazione di mancanza si trasferisce nel corpo astrale che cerca un collegamento che non riesce più a trovare. Il corpo astrale allora si ritrae in se stesso o meglio, è l’io che comprime il corpo astrale. Tutto questo accade quando subiamo una perdita, in cui sentiamo la tristezza e il dolore della perdita come qualcosa che ci comprime dentro. Perciò, il corpo astrale che si dilata diventa più labile e leggero esprimendosi come riso o sorriso.

Invece, quando il corpo astrale si comprime per il dolore e per la tristezza, esso penetra sempre più profondamente nell’essere. Per questo avviene che il corpo astrale sempre più compresso vada a comprimere il relativo corpo fisico finché si produce lo sgorgare delle lacrime. Ma cosa sono le lacrime? Le lacrime sono il segno che l’io ha smarrito qualcosa perciò piangendo mostra il suo dolore.

L'io si comprime, dice Steiner, perché è diventato più povero e la sua individualità si sente più debole di prima. Infatti l’io si sente sempre più forte e più ricco se può accumulare molte esperienze. Non soltanto offriamo qualcosa a tutto quello che amiamo, ma con quell’amore arricchiamo anche la nostra anima. Quando ci vengono strappate le nostre esperienze d’amore il corpo astrale sente un vuoto perciò si comprime in se stesso.

Tutto questo avviene a causa della diversa pressione, perciò il corpo astrale cerca di ritrovare le forze che ha smarrito. Esso cerca di arricchirsi concentrandosi, perché ha perso qualcosa che lo colmava. Quello che accade tramite le lacrime è un fluire verso l’esterno per scaricare la tensione. Le lacrime sono il surrogato dell'io divenuto più povero. Mentre prima l’io si sentiva ricco di ciò che aveva, adesso si sente più forte producendo le sue lacrime.

La persona cerca di sostituire l’autoconoscenza che ha perso spiritualmente. Ora produce la creazione interiore che si mostra nella produzione di lacrime, dice Steiner. Le lacrime sono un’occasione per risentire una sorta di godimento interno. Quando siamo infelici per una perdita, le lacrime divantano una consolazione perché offrono un surrogato di quello che ci viene a mancare. È noto che, in quelli che hanno difficoltà a piangere è più difficile sopportare il dolore, mentre gli altri si creano con le lacrime un’occasione di benessere.

Vediamo come l’io sia il centro dell’uomo e come si esprima tramite il ridere e il piangere. L’io è l’elemento che rende veramente uomini, ed è la premessa del vero ridere e del vero piangere. Se osserviamo un bambino appena nato vediamo che, nei suoi primi giorni di vita, quel bambino non può ridere. Per vedere il sorriso sono necessari almeno 40 giorni di vita. La ragione è che, sebbene sia deciso quale incarnazione vivrà in quel bambino, l'essere proveniente da una incarnazione precedente, l’io non riesce ad agire in modo formativo nei primi giorni di vita.

Solitamente l’io del neonato non riesce ancora a creare un nesso con il mondo esterno. Noi siamo inseriti nella vita in modo che in noi agiscano due parti. La prima parte che agisce in noi contiene tutte le caratteristiche che abbiamo ereditato dai genitori e dagli antenati cioè tutte le capacità che provengono dalla nostra linea ereditaria. E dietro questo lavora anche l’individualità cioè l’io umano che passa di vita in vita, di incarnazione in incarnazione e che forma alcune caratteristiche dell’anima.

Il bambino appena nato mostra caratteristiche indistinte perché, in un primo momento, restano indistinte le disposizioni ed i talenti che si mostreranno in futuro. In seguito l’io sarà sempre più creatore perciò elaborerà i suoi tratti distintivi mostrandoli in modo più distinto così da riuscire a modificare anche la sua linea ereditaria. Vediamo che l’io del bambino si deve attivare perciò è necessario che passi del tempo affinché sia in grado di trasformare il corpo e l’anima.

Nei primi giorni di vita l’io resta ancora nascosto nel profondo e aspetta di potersi inserire nella fisionomia indistinta del nuovo nato mostrando il nocciolo di ciò che ha portato con sé dalle sue vite precedenti. Questo è quello che dovrà imprimere nella sua nuova vita. Naturalmente deve far conto su tutto quello che può influire sulla sua anima, perciò vediamo che il ridere e il piangere possono diventare anche un modo per educare la nostra anima.

Quando ci si eleva con il sorriso vediamo che l’io fa appello alle sue forze di autoliberazione. Nelle lacrime invece vediamo che l’io può educarsi e può arricchire in un modo diverso la sua individualità. Steiner dice che quando l’io si educa con il riso e con il pianto può elevandosi in libertà e può ampliare il suo legame con il mondo. Chi riesce a guardare con attenzione vede che non c’è nulla di poco importante nella natura umana, infatti l’io è ben modulato quando trova l’equilibrio tra i due poli alterni della gioia smodata e della tristezza mortale.

Il sorriso umano è la manifestazione spirituale del fatto che l’uomo tende alla sua liberazione, che non si lascia intrappolare da cose che sono indegne di lui. Perciò il suo sorriso dimostra che egli è superiore a tutto quello che non lo può imprigionare. Il sorriso di Zarathustra viene compreso solo se lo vediamo così: il grande maestro era totalmente consapevole di se stesso fin dalla nascita. Zarathustra sorrise perché era il simbolo dell’elevarsi dell’io totalmente libero che è al di sopra di tutto quello che lo vorrebbe costringere e comprimere. E tutta la Terra rise perché poteva elevarsi per mezzo dell'entità che viveva in Zarathustra.

Buona erranza
Sharatan

sabato 4 luglio 2015

Evoluzioni e mutazioni



“Mi stupisco che tu possa volere tanto il giorno!
Per la mia anima, il sole non è mai tramontato.”
(Angelo Silesio)

Se volessimo vedere l’evoluzione passata del nostro pianeta dovremmo risalire a tempi remoti, e così arriveremmo ad una condizione spirituale del pianeta che aveva attraversato varie “incarnazioni”. Il nostro sguardo retrospettivo risalirebbe ai tempi in cui il nostro pianeta si era materializzato e poi si era spiritualizzato per poi assumere nuovamente forma materiale, finché era divenuto Terra.

Uno sguardo acuto in modo straordinario potrebbe risalire tanto indietro da poter vedere che quel fenomeno si era ripetuto per altre due volte. Il nostro pianeta è il risultato di tre mondi precedenti cioè è il prodotto di tre stati planetari precedenti. Ognuno degli stati fisici è seguito da uno stato intermedio di spiritualizzazione, nel quale la materia fisica diventa sempre più fine quanto più si risale indietro nel tempo.

In tutte le situazioni vediamo che è racchiusa la condizione di ciò che esse furono in passato, infatti nel presente restano i residui di stadi evolutivi precedenti che convivono con gli aspetti più avanzati. I progenitori degli uomini che vissero in quei tempi ancestrali svilupparono i vari involucri che costituiscono l’essere umano odierno. Tre involucri dell’uomo cioè quello fisico, quello eterico-vitale e quello astrale, si svilupparono nel corso delle tre precedenti incarnazioni del nostro pianeta.

Attualmente siamo impegnati a sviluppare l’ultima componente ossia l'io che si dovrà porre in relazione con i tre corpi suddetti. Mentre la Terra cambiava la sua forma, all’uomo veniva dato un nuovo involucro perciò l’evoluzione della Terra è collegata con il cammino evolutivo che l’uomo sta facendo per conquistare un gradino più elevato. La prima incarnazione del nostro pianeta avvenne come Saturno, la seconda incarnazione fu come Sole, la terza fu come Luna, e la quarta la viviamo come Terra.

Chiaramente i nomi dei mondi precedenti non hanno nessun collegamento con i pianeti omonimi dell’attuale Sistema Solare, ma sono i nomi di forme primordiali di vita. Ma tutte le condizioni odierne della Terra così come pure gli avvenimenti, gli esseri e il destino presente sono il prodotto di questi stadi planetari precedenti. Nel mondo attuale non esistono le condizioni di allora ma, nell’uomo, restano ancora gli effetti di questi stadi precedenti.

La parte più antica dell’uomo è il corpo fisico perciò è la nostra parte più perfezionata perché esisteva fin dai tempi di Saturno sebbene fosse molto diversa. Il corpo fisico esiste come tale perché è correlato al corpo eterico, al corpo astrale e con l’io, ma questa relazione non esisteva su Saturno. Ma, in seguito, il pianeta incarnato come Saturno si spiritualizzò e si materializzò come Sole e, a questo stadio, sviluppò il corpo eterico che si compenetrò nell’involucro fisico.

Lo stesso fenomeno si ripeté nuovamente durante l’incarnazione in Luna quando si sviluppò il corpo astrale e si inserì nell’interno dei due involucri precedenti. Con ogni nuova compenetrazione, ogni involucro umano conquistava un grado di perfezione. Al livello attuale vediamo che il corpo fisico ha raggiunto il 4° gradino evolutivo, il corpo eterico-vitale ha raggiunto il 3° gradino evolutivo, l'astrale è asceso al 2° gradino, e l’io è al 1° gradino.

Vediamo che i 4 involucri hanno un grado di perfezionamento diverso che è legato alla loro antichità. Ma la qualità dei vari elementi ha un’importanza molto diversa. Con questo dire si vuole affermare che il corpo astrale, per sua natura, si trova a un livello evolutivo più elevato del corpo fisico. E in futuro, l'astrale avrà molta più importanza della parte fisica che dovrà decadere. Ma, non di meno, il corpo fisico è giunto a un’alta perfezione come si vede dalla meravigliosa struttura del nostro organismo.

Invece non vediamo una pari maturità nelle altre componenti. Le manifestazioni di piacere e dolore, di desiderio e passione mostrano che lo sviluppo discrepante dei nostri involucri produce effetti disarmonici e insani. Nelle contraddizioni umane, non si fatica a vedere che l’io umano è realmente una componente immatura perché è solo all’inizio della sua evoluzione.

Il nocciolo umano cioè l’io è nella fase iniziale della sua evoluzione ma, in futuro, dovrà imparare a correlare tutte le altre componenti dell'uomo. I maestri insegnano che le malattie e la morte derivano dalle disarmonie del corpo astrale che si ripercuotono sull'eterico-vitale, e che finiscono per causare la rovina dell'involucro fisico.

Essi insegnano che la sede del piacere, del desiderio e delle passioni è posta nel corpo astrale, ma l'astrale è ancora troppo immaturo e agisce in modo inadeguato, perciò finisce per rovinare il fisico. Il corpo fisico ha un’evoluzione di 4 fasi evolutive che lo mettono ad un elevato grado di evoluzione. Ma il corpo astrale ha un’importanza animico-spirituale maggiore perciò la parte più elevata e imperfetta riesce a prevalere sulla componente maggiormente evoluta, ma di livello inferiore.

Il ricordo di tutti gli stati attraversati dal nostro pianeta lo riviviamo tramite il fenomeno del sonno quando i nostri corpi si dividono. Mentre il corpo fisico e quello eterico-vitale restano nel letto, il corpo astrale e l’io salgono nei mondi spirituali. E lo stesso fatto si ripete anche con la morte quando il distacco avviene in una modo più netto e definitivo. Nel sonno siamo incoscienti mentre, nella veglia, siamo inconsapevoli delle diverse parti che ci compongono.

Ma, nei tempi antichi, gli uomini si ricordavano di essere stati anime prima di diventare uomini. Risalendo a 10.000 a. Cristo, in Europa, vediamo vivere uomini molto primitivi ma, in Asia, c'erano civiltà dalla vita spirituale molto evoluta. In India vivevano degli uomini che dicevano di essere figli degli dei. Dicevano che erano dei perché venivano dal mondo degli dei. Dicevano che quando dormivano tornavano a essere dei perché essere dei, per loro, equivaleva a essere diversi dallo stato di veglia.

Questa civiltà evoluta ricordava la vita prima della nascita, essi conoscevano la vita che avevano vissuto tra gli dei. Il ricordo di quei tempi ancestrali è contenuto nei Veda che sono delle opere poetiche stupende in cui viene rivelata “la parola” perché “veda” significa proprio questo. Si diceva che la parola era stato un dono dello spirito, infatti essi credevano che quello che veniva detto nei Veda fosse quello che avveniva nel mondo degli dei.

In tempi ancora più antichi di questi, la conoscenza era maggiore di quella che dicono i testi vedici. Ma quello che resta del sapere originario fu trascritto nei testi dei Veda. Perciò i Veda sono i testi più recenti di conoscenze possedute in tempi molto più remoti. E in quei tempi si sapeva che siamo degli esseri che sono discesi dal mondo spirituale.

Risalendo a 6.000 a. C. troviamo questa civiltà indiana che è una civiltà regredita rispetto la civiltà precedente che era più avanzata. Ma poi si sviluppò la civiltà della Persia come civiltà paleo-persiana che sviluppò caratteri diversi. Gli antichi indiani credevano di venire dal cielo e non amavano la vita terrena. Essi si sentivano espulsi e respinti dal mondo degli dei, perciò non apprezzavano la vita terrena: per loro vivere sulla Terra non era importante.

Invece in Persia, per la prima volta, si avvertì interiormente il valore della Terra e della vita terrena. I persiani credevano che la luce fosse preziosa e credevano che l’oscurità era necessaria per poter amare la luce. Nel tempo si confermò l’importanza della vita terrana, e si affermò che la terra era tanto preziosa che la terra era in perenne lotta con il cielo: e queste idee furono credute per 3.000 anni.

Con lo sviluppo della civiltà egiziana si affermò il terzo tipo di essere umano dopo quello indiano e quello persiano. In Egitto si fecero dei monumenti grandiosi per celebrare la memoria, si regolò il corso del Nilo e si sviluppò la geometria e l’agrimensura perché l’egizio amava la Terra. Gli egizi avevano dimenticato di provenire dal mondo spirituale, perciò volevano essere rassicurati su questo legame con il mondo spirituale.

Prima degli egizi non si pensava all’immortalità, perché la si sapeva come realtà. Ma l’egizio aveva l’incertezza della sopravvivenza della sua anima perciò gli uomini vennero afferrati dalla paura della morte. Per questo gli egizi imbalsamavano i corpi dei morti e li mettevano nei sarcofagi assieme ai loro beni più preziosi affinché l’anima non subisse danni. Volevano garantirsi a tutti i costi l’immortalità della materia terrena.

La civiltà successiva dell’antica Grecia ebbe la totale dimenticanza della vita prima della nascita. Per questo, solo le poche persone che continuavano a frequentare le scuole dei misteri continuavano ad avere un’evoluzione spirituale. I greci coltivavano la vita terrena perciò quando, nel 4° secolo a. C., il filosofo Aristotele disse che l’anima nasce assieme al corpo affermò una cosa che i greci non sapevano.

In Grecia, per la prima volta, nasce l’idea che l’anima nasce con il corpo. Aristotele dice che l'anima è immortale e che, dopo la morte, continua a vivere nel mondo spirituale. E con questa idea egli si avvicinò al cristianesimo, ma poi Aristotele ebbe anche un'idea malsana dovuta al fatto che aveva dimenticato l’antica origine dell’uomo.

Disse anche che, dopo la morte, l’anima si ritrova con il patrimonio di una sola vita terrena, perciò l’anima rivive in eterno quella unica esperienza terrena. Se qualcuno fece il male è condannato a essere dannato in eterno, e non può fare nulla per migliorare la situazione. Lo so che questa idea è tremenda, ma questo è ciò che disse Aristotele!

Poi l’arrivo del cristianesimo diventò un’occasione per l’impero romano che lo adottò come religione ufficiale. La chiesa si trasferisce a Roma e stabilisce le regole del gregge dei credenti. Nasce l’idea che esistono pecore e pastori, perciò i pastori decidono quello che le pecore devono credere: e decidono che le cose si decidono nei concili.

Nell’8° concilio i pastori dicono che è eretico credere che l’uomo provenga dal mondo spirituale dove ha vissuto prima della nascita. L'idea di Aristotele è diventata l’opinione prevalente della chiesa, perciò l’umanità fu costretta a non credere di essere disceso assieme alla sua anima, perché gli fu proibito.

Buona erranza
Sharatan