domenica 8 gennaio 2017

Il collegamento



“Poiché tutto comunica, tutto è collegato.”
(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

“Certi occultisti e spiritualisti hanno letto da qualche parte che il pensiero è onnipotente, che è una forza ed allora, senza avere studiato a fondo in quale caso ciò sia vero e in quale caso non lo sia, si lanciano in esercizi di concentrazione per ottenere risultati sul piano fisico. Però, anche concentrandosi per anni, non ottengono nulla perché non hanno studiato a fondo il problema.

Il pensiero è onnipotente, è vero, ma bisogna anzitutto conoscerlo, sapere in quali zone e con quali materiali esso opera, come influenza altre zone e poi altre ancora, fino a scendere nella materia. Il pensiero è una forza, un’energia, ma è anche una materia sottilissima, invisibile, che opera in una zona molto lontana dalla materia fisica.

Prendiamo l’esempio delle antenne. Avete visto delle antenne da qualche parte, su un tetto o in cima ad una torre, e sapete che servono per captare delle onde, delle vibrazioni. Ma ricevono forse qualche cosa di materiale? Evidentemente no, non ricevono nulla o, piuttosto, ricevono qualcosa che però non è materiale. Infatti le onde non hanno nulla di materiale.

Quindi le antenne captano vibrazioni, onde, determinate lunghezze d’onda, poi le trasmettono ad apparecchi di ogni tipo che, a loro volta trasmettono questi movimenti ad altri apparecchi che determinano allora dei fenomeni fisici. Si tratta di un processo semplicissimo che vi permetterà di comprendere il meccanismo del pensiero.

Ora supponiamo che vi sia una palla in terra e io, con una mano o per mezzo di un oggetto, la colpisco, e colpendola le trasmetto un’energia, una forza. Non le ho trasmesso nulla di materiale, però la palla si mette a rotolare perché c’è stata una trasmissione di energia, di una forza che l’ha messa in movimento fino all’esaurimento di tale energia, oppure fino all’urto contro un ostacolo.

Questo esempio ci permette ora di comprendere. Il pensiero od i pensieri che noi formiamo non toccano ancora la materia densa, visibile; essi toccano e fanno vibrare solo quanto si avvicina maggiormente alla loro natura, cioè gli elementi più sottili che esistono in noi o negli altri. Il nostro pensiero si trasmette esattamente come l’energia motrice si trasmette alla palla.

Il pensiero, divenuto energia, vibrazione, forza, si trasmette a determinati centri che hanno la proprietà di captare, che hanno delle antenne, altrimenti essi resterebbero insensibili ed inerti, e queste antenne, situate nel cervello o anche più in alto, si mettono a vibrare e a trasmettere messaggi ad altri apparecchi.

In quel momento, in tutto il sistema nervoso, in tutto il corpo umano si producono delle registrazioni, delle comunicazioni, lo sviluppo di forze, di energie, di processi chimici. Naturalmente questo non è visibile ed è inutile aspettarsi di vedere dei risultati sul piano fisico.

Ma un cambiamento si è prodotto sul piano sottile; ed ora, se si continua fino a che tale comunicazione - che già esiste in alto, sul cervello- possa trasmettersi ad altre zone, ad altri apparecchi molto più grossolani, si riuscirà a ristabilire completamente tutto il sistema di contatti e di collegamenti. Infatti, spesso le trasmissioni dal piano mentale al piano fisico vengono interrotte ed allora bisogna ristabilirle.

La stessa cosa si verifica in un’officina dove tutto è collegato, c’è solo un tasto, un semplice tasto sul quale basta premere, e poiché quel tasto è collegato ad un intero impianto elettrico - che a sua volta è collegato ad una quantità di ruote, turbine, macchine - tutto si mette in funzione…

E se ora si riuscisse a realizzare un tale collegamento nell’essere umano, se tutte le comunicazioni venissero eseguite perfettamente, il pensiero potrebbe immediatamente produrre dei risultati tangibili sulla materia. Ma se tale collegamento non è fatto correttamente, il pensiero non può agire subito: vi sono dei buchi, delle zone morte, la corrente non può quindi passare, ed occorre molto tempo per ristabilire i collegamenti.

Esattamente come quando si verifica un’interruzione in un circuito: cinghie che sono saltate, oppure una ruota che non gira più perché si sono retti alcuni denti ed essa non trascina più le ruote successive, od ancora un piccolo filo che è stato tagliato.. ed il collegamento non si fa più. Ecco come tutto si spiega.

Il pensiero che l’uomo può formare o proiettare agisce già nella propria zona; esso mette in marcia apparecchi sottilissimi, ma sul piano fisico non si verifica quasi niente perché non è stato ancora stabilito il collegamento. Ma quando si stabilisce il collegamento dall’alto al basso, se le energie circolano correttamente, si possono ottenere dei risultati anche nella materia. In questo caso, effettivamente, il pensiero è potente, è magico, si manifesta in pienezza.

Però bisogna capire come ed in quali condizioni esso è potente; occorre conoscere il meccanismo ed i processi del pensiero. Il credere che - senza far passare tale pensiero attraverso i vari piani fino a quando si concretizza nella materia -  si possa agire direttamente sulla materia denota stupidità. Direttamente non è possibile. Quelli che immaginano di giungere ad agire sulla materia col pensiero, non hanno capito nulla.

Si tratta di due realtà così lontane che non possono venire a contatto direttamente. È quindi sempre necessario un intermediario, ed il pensiero è onnipotente solo alla condizione che lo si faccia passare attraverso gli intermediari i quali gli permettono di scendere fino alla materia… Non basta avere delle idee. Molti ne hanno ma vivono in modo tale che non si crea nessuna comunicazione fra queste idee, i loro sentimenti e le loro opere.

Occorre un legame, una comunicazione, un ponte; bisogna collegare i circuiti. Il pensiero non ha la proprietà di toccare la materia per trasformarla; è necessario mettere tra l’uno e l’altra un intermediario, cioè il sentimento. Attraverso il sentimento le idee si rivestono di carne ed ossa e giungono fino alla materia. Il sentimento è la leva capace di agire sulla materia.

Il pensiero, troppo lontano, troppo sottile, passa senza poter prendere contatto, né far vibrare alcunché. Esso non può agire che sulle nostre antenne, cioè sui nostri apparati più sottili lassù, nel campo dello spirito. Per raggiungere la materia, lo spirito deve passare attraverso l’anima, cioè attraverso il cuore ed i sentimenti. Certo il pensiero fa tutto, ma a condizione che vi siano dei mezzi per concretizzarlo.

Anche l’uomo è un esecutore, un mezzo, un braccio. Il braccio dell’uomo è quindi un simbolo dell’uomo stesso che rappresenta allora un altro braccio. Il braccio è una sintesi dell’uomo; l’uomo è un braccio per il pensiero e può accadere che il pensiero sia un braccio per altri pensieri, in zone man mano più elevate, fino alla Divinità che utilizza tutti i bracci, cioè tutte le creature.” (Omraam Mikhaël Aïvanhov)

giovedì 5 gennaio 2017

I guerrieri vittoriosi



“Guerrieri vittoriosi sono coloro
che, non temendo la sofferenza,
sconfiggono l’odio e gli altri nemici;
i comuni guerrieri sconfiggono solo cadaveri.”
(Shantideva)

Quando siamo impegnati nella pratica della pazienza e della tolleranza, in realtà siamo impegnati in un combattimento contro l’odio e l’ira e, dato che di combattimento si tratta, si aspira alla vittoria, ma si deve essere preparati anche alla possibilità di perdere la battaglia.

Mentre si è impegnati nel combattimento, non si deve perdere di vista la possibilità di incontrare molti problemi e fatiche, che si deve essere in grado si sopportare e tollerare. Colui che vince su rabbia e odio in seguito a tale arduo processo è un vero eroe. Coloro, invece, che lottano contro altri esseri umani con ira, odio e violenza, anche se hanno la meglio in battaglia, in realtà sono veri eroi.

Quello che fanno è trucidare cadaveri, perché gli esseri umani, essendo transitori, moriranno; che questi nemici muoiano o meno in battaglia è un’altra questione, ma comunque a un certo punto moriranno. Il vero eroe è colui che vince su odio e ira. Ci si può chiedere: è vero che si deve dare battaglia a odio, ira, e alle altre illusioni, ma quale garanzia, quale assicurazione abbiamo che possiamo vincere?

Credo che questo sia un punto molto importante. L’individuo ha bisogno di una qualche assicurazione che, se agirà con energia, riuscirà a vincere le proprie illusioni. Se si fa attenzione, è molto semplice riconoscere queste afflizioni emotive e questi pensieri, chiamati in tibetano “nyon mong” (letteralmente “ciò che affligge la mente dall’interno”) termine spesso tradotto semplicemente con “illusione.”

L’etimologia della parola tibetana dà un senso di eventi emozionali e conoscitivi che affliggono automaticamente la mente di un individuo, ne distruggono la serenità e provocano disordine nella sua psiche. È ovvio che, con sufficiente attenzione, ci potremo rendere conto del loro carattere affittivo nel momento in cui sorgono, perché tendono a distruggere la nostra calma e la nostra presenza mentale.

È invece difficile scoprire se, grazie agli antidoti giusti, possiamo eliminarli o meno. La questione è direttamente collegata all’intera idea di possibilità o meno di raggiungere il nirvana o la liberazione dal samara. Una questione molto seria e difficile.

Per quanto riguarda il concetto buddhistadi nirvana, cioè liberazione o libertà, troviamo le prime discussioni al riguardo nelle scritture che fanno parte del primo discorso pubblico del Buddha, che tratta sostanzialmente delle Quattro Nobili Verità; ma una piena e totale comprensione di questo concetto può derivare solo dalla comprensione degli insegnamenti del secondo e terzo discorso.

Di tali premesse e basi disponiamo per accettare che queste afflizioni mentali possano essere definitivamente estirpate ed eliminate dalla nostra mente? Nel pensiero buddhista esistono tre motivi principali per credere che questo possa avvenire.

Il primo è che tutti gli stati d’animo dovuti ad illusione ed errore, tutte le afflizioni emotive e tutti i pensieri sono percepiti in modo essenzialmente distorto, mentre gli antidoti come l’amore, la compassione e la chiarezza mentale e così via, non solo non sono distorti, ma hanno anche radice nella nostra esperienza quotidiana e nella realtà.

In secondo luogo, tutte queste forze che servono da antidoto hanno anche la caratteristica di poter essere rafforzate con la pratica e l’esercizio; grazie all’approfondimento di tale approccio, l’individuo può rinvigorirne la capacità e accrescerne la potenziale illimitatezza.

La seconda premessa significa che se un individuo accresce la capacità di queste forze che agiscono da antidoto e ne aumenta la potenza, è contemporaneamente in grado di ridurre l’influsso e le conseguenze di stati d’animo ingannevoli. La terza premessa è che la natura essenziale della mente è pura; in altre parole, si ha l’idea che la natura essenziale della mente sia “chiara luce” o “natura Buddha.”

Ed è grazie a queste premesse che il buddhismo accetta che le illusioni, tutte le afflizioni e i pensieri emotivi possano essere definitivamente eliminati grazie alla pratica e alla meditazione. Alcuni di questi punti sono abbastanza ovvi e, se si presta sufficiente attenzione, diventeranno abbastanza chiari; altri invece possono restare piuttosto oscuri e incomprensibili.

Tuttavia, grazie all’analisi e all’approfondimento si sarà in grado di comprendere anche gli aspetti più attuali del messaggio del Buddha. Non c’è bisogno che si accetti la testimonianza dell’autorità scritturale. Uno dei motivi per cui le parole del Buddha possono essere considerate valide in relazione a fenomeni realmente incomprensibili è che si sono dimostrate veritiere e attendibili riguardo a fatti meno oscuri.

Una delle principali preoccupazioni di colui che investiga è scoprire se è possibile raggiungere la liberazione o la libertà dalla sofferenza: riguardo a questo argomento, gli insegnamenti del Buddha hanno dato prova di validità e affidabilità.” (Dalai Lama, L’arte di essere pazienti, Neri Pozza ed.)

martedì 3 gennaio 2017

Il sapore dell’aceto



“Negli occhi il mormorio della sorgente;
nelle orecchie, il colore dei monti.
Un fiore sboccia, è primavera ovunque.”
(Zenrin Kushu)

In un quadro taoista sono raffigurati tre uomini seduti intorno a un boccale d’aceto. Il primo di loro lo assaggia e storce la bocca, trovandolo amaro. Il secondo fa una smorfia perché lo trova aspro, mentre il terzo appare soddisfatto perché lo ritiene eccellente. Si dice che il boccale d’aceto sia la vita e che i tre personaggi siano Confucio, il Buddha e Lao Tse.

Il primo, Confucio, pensa che la vita sia terribile, e che sia necessario creare dei cerimoniali ai quali sottoporsi continuamente. Il secondo, il Buddha, dice che la vita è amara, che dobbiamo morire, che tutto è sofferenza e che è necessario sforzarsi per staccarsene. Il terzo, Lao Tse, è un essere positivo che segue il corso delle cose. Dice: «La vita dipende dal punto di vista che adottiamo. La mia vita quotidiana è una meraviglia perché sono io a crearla. Io sono la vita.»

Assaggiare aceto è una metafora molto forte, ma si tratta di assaggiarlo davvero, ossia, di capire sul serio che sapore ha la vita. questo ci spinge ad avere una prospettiva più ampia del mondo. Ecco quale è la difficoltà dell’esercizio che dobbiamo fare. Come posso vivere in questo mondo che costituisce una minaccia per me, con le malattie mortali, l’inquinamento, l’autodistruzione?

Dobbiamo comportarci in relazione a ciò che ci minaccia: se c’è un virus, io sono l’anticorpo; se c’è una vibrazione, io sono la calma; se c’è una guerra, io sono la pace. Non sono un corpo estraneo “venuto dal di fuori”. Faccio parte del mondo.

Se nutro buoni sentimenti, troverò buoni sentimenti anche nel mondo. Ogni virtù che io rendo realtà appartiene alla specie umana. Se accendo la lampada della bellezza, vi sarà bellezza nel mondo. “Quando un fiore sboccia, è primavera dappertutto.” (Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda, Mondadori)

sabato 31 dicembre 2016

Assalti Frontali - Il Tempo dell'Attesa




Salvami sorella saggezza
mia stella
dammi la pazienza che ha un fratello in cella
fammi uomo
che se deve non si muove
mastica per bene
un dolore dolce miele
sangue nella neve
fammi freddo come la vendetta
un po' di ordine nel caos di una città perfetta
qui nessuno scrive più
nessuno sogna più
se non di non morire di HIV
senza mamma né papà chi avrà a cuore la comunità
come le pantere nere tempo fa
sto sotto
apro gli occhi di botto
un sogno ricorrente è di ammazzare un poliziotto
salva me dal mietitore
dal tormento di un errore
io mi inchino all'esperienza e alla meditazione
un buon incassatore come vedi e come vuoi
vengo tra noi in ritiro tra noi
renderò i miei pugni poi

un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
sto molte volte sotto

come un inconsolabile cammino
ho cura di chi mi è vicino
mi affilo
ho già perduto molti pezzi in giro
quello che è follia impazzita
per te
è la mia storia preferita
la mia carica omicida
ora scendi come scende la sera
piano
nera
seria
prima maniera
come chi si assume la sua responsabilità intera
un piede nel vento
uno alla catena
frequentando bassifondi devo dare di più
studiare di più
allenare il mio cervello a stare molto più su
dove perdo
si muove la lancetta
il contrappasso aspetta
punisce chi ha fretta
cadaveri galleggiano sul fiume
si vedono passare
ritorno alla grandezza delle cause del male
sono il tenace ostinato
un sogno ricorrente è morire soffocato

un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell 'attesa
sto molte volte sotto

vieni al fondo sorella
nelle onde del dormiveglia
ci intendiamo a meraviglia
vieni in aiuto
compensa l'incompiuto
ombre mi spingono a bruciarmi in un minuto
l'impotenza è un male peggiore
e su quello che si muove
sparo
fosse pure un errore
sono un viaggiatore
spingo via il possesso dal mio cuore
come una maledizione
un succedersi di giorni è il futuro
sono un solitario
ma non mi sento solo
confido in un pensiero puro
una persona coraggiosa
a cui il mondo deve sempre qualcosa
mi è comparsa all'alba
nella penombra verde
una presenza nella stanza è il terzo sogno ricorrente
piantata in terra come un antico albero da frutto
una sorella
non ti lascia mai del tutto

un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
un sogno ricorrente nel tempo dell'attesa
sto molte volte sotto.

giovedì 29 dicembre 2016

Che cosa ci fa cambiare?



“Le persone prive di senso psicologico
presumono di restare sempre le stesse.”
(Carl Gustav Jung)

“Prima di cominciare a bombardarci a vicenda con domande e problemi di vario genere, mi chiedo se avete letto sui giornali... in genere non leggo i giornali, do un’occhiata ai titoli... che nel mondo ogni anno si spendono quattrocento miliardi di dollari in armamenti. Quattrocentomila milioni di dollari. Non so cosa significhi una cifra del genere, ma questo è quanto si spende per cercare di ammazzarci a vicenda. Dopo aver letto una notizia simile mi chiedo: cosa farà cambiare gli esseri umani?

Ieri, quel signore alla mia sinistra ha posto una domanda, ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni, ho ascoltato i suoi discorsi, le registrazioni, e così via, e mi ritrovo esattamente al punto di partenza.» Credo che sia importante prendere molto sul serio una domanda del genere. Forse la maggior parte di noi si trova nella stessa posizione; forse.

Che cosa provoca un cambiamento veramente profondo in un essere umano? Chiunque sia interessato alla trasformazione dell’uomo si è posto questo problema. Che cosa ci fa cambiare? Se vi ponete questa domanda seriamente, ve lo chiedete con tutta la profondità del vostro essere: cosa vi farà cambiare? Sarà un evento esterno a provocare una crisi nella vostra vita, a costringervi a una riflessione radicale, e al cambiamento?

Un lutto in famiglia, un incidente, un avvenimento, un qualche evento devastante, psicologicamente o anche fisicamente, sarà questo a provocare un cambiamento profondo? Si deve subire un grande dolore, una grande pena, una grande angoscia, procurata da eventi esterni, per sentirsi costretti, perché un essere umano sia costretto a cambiare strada, motivazione, direzione, cambiare il proprio egoismo, il proprio modo di pensare limitato, brutale?

Abbiamo avuto tante guerre, forse la maggior parte di noi ha vissuto due guerre, guerre devastanti, milioni di persone hanno perso la vita. Pensate all’avvilimento, alla confusione, all’enorme angoscia di quelle persone che hanno subito gravi perdite, non solo materiali, ma la morte dei propri figli. Ma a quanto pare gli eventi esterni, per quanto drammatici, non sembrano suscitare in noi la libertà di dire: “Questo non deve succedere mai più”.

Perciò vi chiedo, ed è una domanda che abbiamo preso in considerazione tante e tante volte: sono gli eventi esterni a cambiare gli esseri umani? Questo è un primo problema. Eventi simili non sembrano aver cambiato l’uomo, se per cambiamento intendiamo una reale trasformazione profonda della motivazione egoistica, che si identifica con gruppi, nazioni, credenze, dogmi, religioni, e via discorrendo.

E apparentemente, badate bene, apparentemente, un evento esterno come la morte del proprio marito, della propria moglie, o dei figli, è in grado di provocare un certo cambiamento nella persona, sull’onda del dolore e del lutto. Non so se lo avete notato. Significa quindi che dobbiamo dipendere dagli eventi esterni?

La morte, la guerra, qualcuno che ci lascia, un evento esterno devastante: è questo che ci farà cambiare? Ossia, dipendere da qualcosa di esterno che ci esponga a un grande tormento e a una grande sofferenza, da cui poi si emerge, forse, profondamente cambiati. A mio parere è una vera e propria atrocità, finanche a dirsi, che per poter cambiare dobbiamo soffrire. È inconcepibile; eppure, a quanto pare, è quello che succede.

Come il guidatore negligente, che scampa provocando la morte altrui e dice: “D’ora in avanti guiderò con la massima prudenza”. È intelligente a posteriori. È possibile essere intelligenti prima? Dove per “intelligenza” non si intende diventare più abili nella sopravvivenza istintiva dell’egoismo, dell’impulso del desiderio, e così via, ma un’intelligenza nata dall’intuizione che gli eventi esterni non cambiano l’uomo alla radice, ma che il cambiamento deve avvenire completamente dal di dentro, senza un fattore necessitante, senza un accadimento o evento di qualche tipo.

Intuire questo è una forma di intelligenza. Intuire la verità che se dipendo da una pressione esterna, da un evento esterno che mi sottopone a un dolore e un’angoscia immani, è facile che diventi cinico e amaro, o mi rifugi in qualche forma di evasione. Cosicché non ci sarà un cambiamento profondo. Comprendere questo è una forma di intelligenza. I materialisti, i comunisti, i fautori del totalitarismo, dicono: “Cambiamo gli eventi esterni, gli esseri umani cambieranno di conseguenza.”

Ma è una strategia che dura da millenni, e a quanto pare non sono cambiati. Poi c’è l’idea, cara a tanti guru e maestri orientali, forse anche occidentali, che - se si abbandona se stessi - tutti i problemi sono risolti. Anche qui, ci si abbandona a qualcosa di esterno, o ci si abbandona a un oggetto di propria invenzione. Vi prego, c’è una reale comprensione fra di noi? È molto importante che ci sia, dopo la questione sollevata ieri da quel signore.

Ha detto: «L’ho ascoltata per tanti anni e non sono cambiato; sono al punto di partenza.». Sapete, a sentir dire una cosa del genere si prova una stretta al cuore. Mi chiedo a quanti di voi si è stretto il cuore. E cosa cambierà quella persona, voi, un altro? Forse, come abbiamo detto, un evento devastante, qualcosa che procura dolore? E se il dolore è profondo, manda in frantumi tutto quel che avete, e forse a quel punto dite: “Non posso più vivere così”; quindi, dipende ancora dagli eventi esterni?

E gli eventi esterni possono essere immani: guerre, terremoti, e così via. E quei... lasciatemelo dire, profittatori... quei profittatori religiosi, se mi consentite il termine, parlano di abnegazione, di abbandono di “sé”. Capite le implicazioni di una cosa del genere? Abbandonarsi, chiaramente, al guru, alla persona che dice: “Abbandonati”, ma interiormente, questo impulso, questo egocentrismo, viene eliminato? Di nuovo lo stesso fenomeno, una pressione, stavolta una pressione interna che spinge a sottomettersi a qualcun altro.

È chiaro questo punto? Possiamo procedere sulla base di questa premessa? Dunque state ascoltando tutto questo, che una pressione esterna non vi farà cambiare, e abbandonarvi a una presenza, un’entità, a Dio, quel che volete, non è altro che desiderio che vi spinge a dimenticare voi stessi, ma il “sé” resta, per quanto camuffato.

Perciò, state ascoltando queste affermazioni? O non hanno alcun senso? Allora forse è qui il nocciolo del problema: intellettualmente, sul piano verbale, capite razionalmente, logicamente, le affermazioni molto chiare che sono state appena enunciate, a meno che non vogliate cambiare le parole, ma essenzialmente il punto è la pressione esterna che agisce tramite il dolore o l’impulso interiore a fuggire da se stessi, che è un’altra forma di pressione.

State ascoltando queste cose in modo da vedere la verità: che in presenza di una pressione esterna o interna che sia il cambiamento non avviene? Vedere questo, ascoltare e vedere quel fatto, è intelligenza. Perciò, state davvero... perdonatemi se ve lo chiedo... ma, dopo averlo ascoltato esposto lucidamente, logicamente, razionalmente, state veramente vedendo il fatto nella sua realtà, la sua verità, il che significa che c’è intelligenza?

E quell’intelligenza è la negazione tanto dell’esterno che dell’interno, e di conseguenza prende le mosse dalla situazione attuale. Allora, ve ne siete resi conto? Ci avete riflettuto seriamente come abbiamo fatto appena adesso, e constatato che una pressione esterna o interna di qualunque tipo non porterà un mutamento radicale? Ascoltare questo e di conseguenza vederlo, è intelligenza. Lo vedete? Avete quell’intelligenza? Allora quell’intelligenza agirà prima dell’evento, cosicché soffrire non è più necessario.

Scoprire una cosa del genere è come... capite?... è un dono del cielo. Scusate se parlo di “cielo.” È un dono grande, immenso, perché quando ci si rende conto che un evento catastrofico, devastante, che procura dolore, o una qualunque pressione esterna o interna non producono il cambiamento, quando lo si vede, se ne vede la verità, prima che subentri l’evento o la pressione, allora quell’intelligenza agisce in qualunque circostanza, nella vita quotidiana, sul posto di lavoro, agisce continuamente.” (Jiddu Krishnamurti)

martedì 27 dicembre 2016

L'ascolto profondo



“Se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi
non possiamo ascoltare a fondo gli altri.”
(Tich Nhat Hanh)

“Per la maggior parte del tempo la nostra testa è talmente piena di pensieri che non abbiamo spazio per ascoltare noi stessi o chiunque altro. Possiamo anche aver imparato dai nostri genitori o a scuola che dobbiamo ricordare una miriade di cose, dobbiamo tenere a mente una miriade di parole, nozioni, concetti, e pensiamo che questa scorta mentale ci sia utile nella vita.

Ma quando tentiamo di avere una conversazione genuina con qualcuno ci riesce difficile sentire e capire l’interlocutore. Il silenzio consente ascolto profondo e risposta consapevole, le chiavi per una comunicazione totale e sincera. Molti di noi sono semplicemente sovraccarichi. Sembra che non abbiamo spazio per sentire e capire davvero gli altri.

Quando parliamo, naturalmente, stiamo soltanto dicendo ciò che riteniamo corretto, ma talvolta, a causa del modo in cui lo diciamo, l’ascoltatore non riesce ad assimilarlo, quindi le nostre parole non sortiscono l’effetto desiderato di arrecare maggiore chiarezza e comprensione alla situazione. 

Dobbiamo chiedere a noi stessi: «Sto parlando tanto per parlare oppure sto parlando perché penso che queste parole possano aiutare qualcuno a guarire?»

Quando le nostre parole sono pronunciate con compassione, basate sull’amore e sulla consapevolezza di essere legati gli uni agli altri, allora il nostro discorso può definirsi retto discorso. Quando forniamo una risposta immediata a qualcuno, di solito stiamo semplicemente snocciolando le nostre conoscenze o reagendo in maniera emotiva.

Quando sentiamo la domanda o il commento dell’altra persona non ci prendiamo il tempo di ascoltare e guardare a fondo in ciò che ci è stato confidato, ci limitiamo a ribattere con una replica veloce. Ciò non è affatto d’aiuto. La prossima volta in cui qualcuno ti fa una domanda non rispondere subito. 

Ricevi la domanda o la rivelazione e lascia che penetri in te, in modo che chi parla senta di essere stato davvero ascoltato. Tutti noi, ma soprattutto coloro la cui professione consiste nell’ascoltare gli altri, possiamo trarre beneficio dall’esercitarsi in questa capacità; dobbiamo fare pratica allo scopo di farlo bene. 

Prima di tutto, se non abbiamo ascoltato a fondo noi stessi non possiamo ascoltare a fondo gli altri. Dobbiamo coltivare una dimensione spirituale della nostra vita se vogliamo essere leggeri, liberi e davvero a nostro agio.

Dobbiamo praticare allo scopo di ristabilire questo genere di spaziosità. Solo quando siamo riusciti a fare spazio dentro di noi possiamo aiutare davvero gli altri… forse hai incontrato persone del genere, non le conosci nemmeno bene, ma ti senti a tuo agio con loro perché sono serene e rilassate. Non sono già piene dei loro programmi.

Se crei lo spazio dentro di te scoprirai che le persone, anche quelle che magari ti hanno evitato vorranno venire a starti vicino. Non devi fare nulla, né tentare di insegnare loro qualcosa e nemmeno dire qualcosa. Se stai praticando da solo, creando spazio e quiete dentro di te, gli altri saranno attratti dalla tua spaziosità.

Le persone circostanti si sentiranno a proprio agio anche solo standoti intorno, grazie alle qualità della tua presenza. Questa è la virtù della non-azione. Smettiamo di pensare, riportiamo la nostra mente al nostro corpo e diventiamo davvero presenti. La non-azione è molto importante. 

Non è la stessa cosa della passività e dell’inerzia, è uno stato di apertura dinamico e creativo. Dobbiamo semplicemente restare seduti lì, molto svegli, molto leggeri, e quando altri vengono a sedersi insieme con noi si sentono subito a proprio agio. Benché noi non abbiamo fatto nulla, l’altra persona riceve molto da noi. 

Avere lo spazio per ascoltare con compassione è fondamentale per essere un vero amico, un vero collega, un vero genitore, un vero partner. Una persona non ha bisogno di essere un professionista della salute mentale per ascoltare rettamente. In realtà, molti terapisti non lo sanno fare, perché sono colmi di sofferenza. 

Studiano psicologia per diversi anni e sanno una miriade di cose sulle tecniche, ma nel cuore racchiudono una sofferenza che non sono stati capaci di sanare o trasformare, oppure non sono stati in grado di offrire a sé stessi gioia e gioco sufficienti per compensare tutto il dolore che assimilano dai oro clienti, quindi non hanno lo spazio per aiutare in modo efficace.

Le persone pagano un sacco di soldi a questi terapisti e tornano da loro settimana dopo settimana, sperando di guarire, ma i consulenti non possono aiutarli se non sono stati in grado di ascoltare sé stessi con compassione. Terapisti e consulenti sono esseri umani che soffrono come chiunque altro. 

La loro capacità di ascoltare gli altri dipende innanzitutto dalla loro capacità di ascoltare in modo compassionevole sé stessi. Se vogliamo aiutare gli altri dobbiamo avere la pace interiore. Quello di cui tutti noi abbiamo bisogno, per prima cosa, sono rilassatezza, leggerezza e pace nel nostro corpo e nel nostro spirito. Solo a quel punto possiamo ascoltare autenticamente gli altri. 

Ciò richiede un po’ di pratica. Prenditi il tempo, ogni giorno, di stare con il tuo respiro e i tuoi passi, di riportare la tua mente al tuo corpo e ricordati che hai un corpo! Prenditi il tempo, ogni giorno, di ascoltare con compassione il tuo bambino interiore, di ascoltare le cose dentro di te che stanno strepitando per farsi sentire. A quel punto saprai ascoltare gli altri.” (Tich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti ed.)

sabato 24 dicembre 2016

Auguri di Buon Natale!



Manca un ponte tra i cuori,
fra i cuori degli uomini lontani,
fra i cuori vicini,
fra i cuori delle genti,
che vivono sui monti e sui piani
di tutti i continenti.
Se questo ponte ci fosse,
gli uomini si scambierebbero i segreti,
i motivi lieti,
il sorriso e il perdono.
Eppure l’uomo non sa innalzare
questa passerella d’amore:
manca lo slancio al cuore.
Aiutalo tu, fanciullo;
costruisci con le tue mani,
senza travi,
questo grande lavoro,
questo ponte d’oro
in un mare di luce:
questo ponte che conduce
da Oriente a Occidente
e da Occidente a Oriente
una sola gente.

(Emilia Alboret)




venerdì 23 dicembre 2016

Un pugno di foglie



“La saggezza non è un prodotto dell’istruzione,
ma del tentativo di acquisirla, che dura tutta la vita.”
(Albert Einstein)

“Un giorno il Buddha tornò dalla foresta con in mano una manciata di foglie di simsapa. Sorridendo, guardò i suoi monaci e disse: «Cari amici, ritenete che le foglie che ho in mano siano numerose quanto le fogli della foresta?» Naturalmente i monaci risposero: «Caro Maestro, tu hai in mano dieci o dodici foglie, nella foresta ce ne sono milioni e milioni!»

Il Buddha disse: «È vero, amici cari, io ho moltissime idee, ma non ve le dico tutte, perché avete bisogno di lavorare alla vostra personale trasformazione e guarigione. Se vi do troppe idee vi bloccate e, a quel punto, non avrete nessuna possibilità di cogliere le vostre intuizioni profonde personali.»

In che modo, dunque, percepire il mondo senza queste idee preconcette? Come considerarlo alla luce della vera consapevolezza? Ci sono tre nature che descrivono il nostro modo di percepire il mondo a vari livelli di consapevolezza: parikalpita, paratantra e parinispanna. La prima natura è parikalpita, le nostre costruzioni mentali collettive.

Noi tendiamo a credere in un mondo solido e oggettivo e consideriamo le cose dotate di un’esistenza autonoma: tu sei al di fuori di me, io sono al di fuori di te. La luce del sole è esterna alla foglia, la foglia non è la nuvola. Le cose sono l’una al di fuori dell’altra. È questo il modo in cui ognuno di noi vede le cose. Ma quel che tocchiamo, vediamo e sentiamo è soltanto una costruzione mentale collettiva: ciò che la maggioranza di noi considera essere la natura propria del mondo è solo la natura di parikalpita.

La persona che ti sta accanto dice di vedere e sentire la stessa cosa che vedi e senti tu? Non accade perché quello è l’unico modo, il modo obiettivo, di vedere il mondo; accade piuttosto perché quella persona è fatta quasi come te e percepisce sostanzialmente le stesse cose che percepisci tu. Sappiamo di non vedere solo con gli occhi: gli occhi si limitano a ricevere l’immagine che poi viene tradotta nel linguaggio degli impulsi elettrici.

Anche i suoni che udiamo vengono ricevuti e tradotti in impulsi elettrici. Suoni, immagini, stimoli tattili e odori sono tradotti tutti in impulsi elettrici che la mente può ricevere ed elaborare. Nel “Sutra del Diamante” il Buddha dice: «Tutti i dharma (oggetti, fenomeni) condizionati sono come un sogno, sono come oggetti magici, sono come bolle nell’acqua, sono come mere immagini, come una goccia di rugiada, come la luce improvvisa del lampo…»

Ciò che riteniamo essere personalità, persone, entità, fenomeni, non sono altro che costruzioni mentali; si evolvono in molti modi diversi, ma sono tutte manifestazioni che provengono dalla nostra coscienza. Sapendo che il mondo in cui viviamo è parikalpita, osserviamo a fondo il mondo della costruzione mentale ed entriamo in contatto con il secondo tipo di percezione, paratantra.

Paratantra significa “reciprocamente dipendenti”, “che si appoggiano gli uni agli altri per potersi manifestare.” Tu non puoi “essere” ossia esistere per conto tuo: hai bisogno di inter-essere con tutto il resto. Osservando una foglia puoi vederci dentro la nuvola e la luce del sole; l’uno contiene in sé il tutto.

Se dalla foglia rimuoviamo quegli elementi, non resta più alcuna foglia. Un fiore non può mai esistere per conto proprio: per potersi manifestare deve contare su molti “elementi non-fiore.” Se osservando il fiore vediamo un’entità separata, ci troviamo ancora nella sfera di parikalpita. Se guardando una persona - nostro padre, nostra madre, nostra sorella, il nostro partner - la consideriamo dotata di un sé (atman) separato, vuol dire che ci troviamo ancora nel mondo di parikalpita.

Per scoprire la natura “vuota” delle persone e delle cose occorre l’energia della presenza mentale e della concentrazione. Grazie a esse passi la giornata in presenza mentale: osservi in profondità tutte le cose con cui entri in contatto, senza più lasciarti ingannare dalla loro apparenza. Guardando il figlio vedi il padre, la madre, gli antenati; vedi che il figlio non è un’entità separata: vedi te stesso come una continuazione.

In altre parole, vedi ogni cosa alla luce dell’interdipendenza e dell’inter-essere, che mostra come ogni cosa, per manifestarsi, si basi su di un'altra. Il fisico nucleare Davide Bohm ha detto che un elettrone non è un’entità a sé stante, ma è fatto di tutti gli altri elettroni. Questa è una manifestazione della natura di paratantra, la natura dell’inter-essere: non ci sono entità separate, ci sono solo manifestazioni che per poter esistere si basano le une sulle altre.

Un giorno, il Buddha disse all’amato discepolo Ananda: «Chiunque veda l’inter-essere vede il Buddha.» Se entriamo in contatto con la natura dell’interdipendenza, entriamo in contatto con il Buddha. È un processo di allenamento: nel corso della giornata, camminando, sedendo, mangiando o facendo le pulizie, puoi allenarti a vedere le cose così come sono.

Alla fine, quando l’addestramento è completato, la natura de parinispanna - la realtà - ti si rivela pienamente, e quello con cui entri in contatto non è più un mondo illusorio, ma è il mondo delle cose in sé. Innanzitutto prendiamo consapevolezza che il mondo in cui viviamo è stato costruito da noi, dalla nostra mente, a livello collettivo.

In secondo luogo, prendiamo consapevolezza del fatto che, se osserviamo in profondità, se sappiamo impiegare la consapevolezza e la concentrazione, possiamo cominciare a entrare in contatto con la natura dell’inter-essere. Infine, quando la pratica della consapevolezza è arrivata in profondità, ci si può rivelare la vera natura della realtà assoluta, spogliata da ogni nozione, concetto e idea, perfino dei concetti di “inter-essere” e di “non-sé.”

Coloro che seguono una pratica spirituale non usano sofisticati strumenti di ricerca ma la propria saggezza innata, la propria luce interiore. La pratica della consapevolezza, della concentrazione e della visione profonda può purificare la nostra mente e farne uno strumento potente con il quale poter guardar a fondo la natura della realtà.” (Tich Nhat Hanh, Camminando con il Buddha, Mondadori ed.)