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giovedì 26 giugno 2014

Psicotrappole



“Non esistono problemi: ci sono solo le soluzioni.
Lo spirito dell’uomo crea il problema dopo.”
(Andrè Gide)

Giorgio Nardone è stato allievo di Paul Watzlawick il filosofo, sociologo e psicologo austriaco che è stato uno dei massimi studiosi della comunicazione morto nel 2007. Nardone è uno dei ricercatori della famosa Scuola di Palo Alto, e le sue ricerche hanno portato a delle innovative tecniche terapeutiche grazie alle quali ha risolto 20.000 casi clinici nel corso di 25 anni di attività terapeutica.

L'opera di Nardone che dovete leggere è “Psicotrappole” uscito in economica a 10 euro ben spesi, che per me è una chicca. Già dalla copertina emerge il tema su cui Nardone ci invita a riflettere, e il sottotitolo è già un programma: "Psicotrappole ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e combatterle.”

Nardone parte dal presupposto che esistono tanti disagi quanti ne possiamo inventare, però ogni trappola che facciamo ha una via di uscita. Seppure siamo abili nel costruire ‘psicotrappole’ siamo ugualmente abili a realizzare psicosoluzioni. Nardone crede che gli uomini hanno la capacità di crearsi difficoltà o malattie della più varia tipologia, ma sono capaci di fare cambiamenti tanto imprevisti che straordinari.

Certo, nella maggioranza dei casi, è necessario farsi aiutare dall'esperto ma, a volte, vediamo casi di trasformazioni positive che si realizzano spontaneamente. Esse avvengono in virtù di “esperienze correttive, folgoranti illuminazioni e cambiamenti di prospettiva, frutto di ciò che la vita ci propone e delle nostre reazioni, che per caso o per scelta introducono il cambiamento.”

Le ‘psicotrappole’ sono costruite in relazione della percezione che abbiamo riguardo alle cose che sono classificate secondo la percezione che abbiamo di loro, nel nostro modo di agire volontario o involontario. Sono costruite per cercare di gestire alla meno peggio la nostra realtà, perciò si conformano al nostro modo di pensare e dare un senso a ciò che viviamo. Nardone dice che ci scaviamo le trappole in cui noi stessi poi cadiamo, e da cui ci sembra di non poter uscire.

È importante chiarire che nessuna ‘psicotrappola’ è una forma, in sé, patologica ma che lo diventa quando essa si ripresenta in modo ridondante ed esclusivo. Perciò è la loro ossessiva reiterazione che le rende responsabili dell’insorgere delle patologie. Ad esempio, fare attenzione alle reazioni emotive è sicuramente positivo, ma quando il controllo delle emozioni diventa ossessivo e compulsivo, quel controllo si è trasformato in disturbo fobico-ossessivo.

Tutto il problema è nel fatto che l’uomo tende a ripetere ciò che ha funzionato in passato e che fu utile a superare ostacoli e risolvere problemi. La trappola è insita nel fatto di schematizzare le esperienze che vengono fatte, e nel susseguente irrigidimento su cui si insiste. E poi, nell'applicare la medesima strategia anche quando la strategia non funziona.

Delle condizioni diverse richiedono delle soluzioni diverse, ma a questo si oppone un’altra naturale tendenza umana. Ed è quella di credere che la strategia non è efficace perché non la si è perseguita abbastanza a lungo e con la necessaria convinzione. Ed è così ci infiliamo nelle situazioni in cui prendiamo a testate un muro, ma lui è solido e duro perciò non cede. Per tutti questi fattori avviene che noi esseri umani che percepiamo, pensiamo e agiamo siamo perennemente sospesi tra la sanità e la malattia mentale.

Anche le virtù non esercitate con discernimento possono diventare vizi, perché ogni eccesso diventa un difetto. Ma, se le nostre debolezze vengono accettate, possono essere trasformate e possono diventare i nostri punti di forza. Si pensi ad esempio, che il senso comune pensa che l'essere delle persone molto percettive e molto sensibili sia un grande dono.

Ma, se questo dono non viene gestito con intelligenza, diventa fonte di ansia, incertezza, preoccupazioni e fragilità interna che possono sfociare in disturbi psichiatrici e comportamentali, dice Nardone. Le nostre psicotrappole sono sempre effetto dell’iperdosaggio o della deviazione dal retto orientamento e dell’agire sano che deve essere adatto alle circostanze.

Tanti psichiatri pensano che questi problemi vengano dall’inadeguato senso della realtà. Nardone crede che, in maggioranza, i processi non sono il frutto di scelte pensate, ma che sono reazioni che scattarono come “frutto della ripetizione di un copione acquisito sulla base della sua efficacia.”

Ognuno può costruire la psicotrappola in cui cadrà prigioniero, e anche chi è scarsamente dotato o non intelligente può ideare la sua. L'esperienza del terapeuta gli fa concludere che i casi più incredibili e difficili da trattare sono quelli che riguardano le persone più dotate, perché sono soggetti che estremizzano anche i loro problemi.

Sulla base dell'esperienza si può dire, afferma Nardone, che la complicazione psicopatologica è sempre proporzionale all’intelligenza del soggetto. Più una persona è geniale più le sue trappole sono profonde o possono diventare un labirinto da cui è difficile uscire. L’altra tendenza umana che tende a favorire la costruzione di psicotrappole è il naturale funzionamento fisiologico della mente.

La mente risponde all’esigenza di un sistema che evita il disperdio di energie. La mente lavora in economia se usa schematizzazioni e associazioni funzionali. Se la mente elabora dei processi che verifica come soluzioni di problemi, poi tende a trasformarli in schemi replicabili che usa in situazioni che percepisce come simili. Ma se tendiamo ad applicare una soluzione che è frutto della generalizzazione cadiamo in una trappola mentale micidiale!

La somiglianza induce alla percezione ingannevole e le situazioni sono viste come uguali ma, in realtà, non lo sono. In questo modo si creano soluzioni disfunzionali che sono reiterate creando nuove complicazioni. Si deve ammettere che la capacità umana di crearsi problemi è connaturata al funzionamento del sistema della mente, perciò si deve ammettere che non sempre i naturali processi mentali producono dei risultati positivi.

La spontaneità è un’illusione, in barba al mito del "buon selvaggio" di Jean-Jacques Rousseau. Si vede bene che la relazione del soggetto, la sua relazione con se stesso e il suo rapporto con il mondo esterno sono i tre poli delle relazioni. L'evidenza dimostra che le reazioni definite come 'spontanee' sono solo il frutto della nostra esperienza, perciò che tutte le reazioni sono delle reazioni acquisite.

Le reazioni non sono schemi che vengono pianificati, ma sono risposte che sono profondamente radicate. Esse sono reazioni prive di riflessioni cioè sono dei meccanismi automatizzati. Questa è la struttura mentale su cui nasce un psicotrappola, ma ora si deve avvisare che ognuno crea trappole diverse inventando la miscela magica con valenza positiva o negativa.

Nel libro si spiegano i più importanti disturbi psichici e comportamentali in cui entrano in gioco gli attacchi di panico, le ossessioni, le compulsioni, le manie, le depressioni, le anoressie e così via. Chiaramente ci sono anche tutte le psicosoluzioni ovvero le strategie psicoterapeutiche fatte di tecniche e stratagemmi che rompono il circolo vizioso.

La psicotrappola crea il copione, perciò si creare un copione di soluzioni che spiegano anche il funzionamento del problema che si va a risolvere. La replica della strategia terapeutica dimostra che nei soggetti che avevano lo stesso tipo di patologia si potevano verificare l’efficacia risolutiva, ma si dimostra anche che si è trovato il funzionamento e l'origine del disturbo.

Il libro è frutto dell’esperienza ventennale dell’autore, ma anche del lavoro dei suoi collaboratori. La lettura insegna a riconoscere le strutture delle 7 psicotrappole del pensiero, delle 8 psicotrappole dell’azione e delle varie combinazioni patologiche, a cui fanno seguito le varie strategie positive. Insomma, abbiamo tanti buoni motivi per leggere questo "Psicotrappole" di Giorgio Nardone che è edito da Ponte alle Grazie.

Buona lettura
Sharatan



venerdì 1 agosto 2008

Cambiare occhi per trovare il cuore


Giorgio Nardone afferma che “il potere formidabile degli aforismi risiede nella loro dirompente essenzialità capace di fare luce su cose fino ad allora avvolte nelle tenebre di un pensiero razionale fin troppo limitato”. L’aforisma è uno stratagemma terapeutico capace di fare risvegliare il dormiente che giace in noi, per Nardone è uno strumento essenziale nella sua terapia breve. E' l'idea che il cambiamento avvenga grazie a l'uso di stratagemmi terapeutici, che fanno cambiare la percezione della realta' delle persone, senza che questi dapprima se ne rendano conto, per poi portarli alla consapevolezza a cambiamento avvenuto. E questo ovviamente permette di aggirare la resistenza rapidamente e di ottenere risultati in maniera molto piu' rapida. Ma questo era già noto sin da tempi antichissimi, nella saggezza sia orientale che occidentale. Queste antichissime sapienze si servivano di parabole, koan, paradossi ed aforismi per insegnare le grandi verità. Ma come funzionano questi stratagemmi terapeutici ed anche sapienziali? Ancora Nerdone afferma che: “E' fondamentale avere uno o piu' maestri da imitare, assumerne le cose migliori ma poi riuscire a tirar fuori il maestro dentro di sé.” La sapienza orientale direbbe che all’interno di noi dorme la natura del Budda, del Dio interiore, l’essenza raffinatissima che ci unisce alla fonte primaria. Questa essenza va ridestata e raffinata finchè emerga la nostra identità reale, la nostra raffinata natura, l’elisir del fiore d’oro, il bambino d’oro taoista, il nostro vero essere: la nostra essenza pura. È in questo modo che noi evolviamo. Nessuno deve dipendere da nessuno, solo da se stesso. Per questo il difficile processo dell’evoluzione personale viene temuto e diventa tanto faticoso, per questo la mente preferisce farsi ingannare da pretesti, da trucchi, da stratagemmi e da metafore. Poi, quando lei si aspetta che tu menta, che tu faccia dell’umorismo, la forza della verità lo penetra con la velocità di un fendente di spada. Questa è la potenza della parola che agisce per paradossi, per aforismi e per parabole. Esse divengono una sorta di piccola infezione che fa sbocciare la perla, in questo modo un koan entra nella mente, accolta con lo stesso fastidio con cui l’ostrica accoglie il suo sassolino e lo trasforma in splendida perla. Dire la verità tramite una risata o con una storiellina apparentemente innocua ha il potere di spiazzare l’avversario, cioè la mente, e di trovarla impreparata ed indifesa. «Ognuno di noi» recita un motto cinese, «va a dormire ogni notte con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al suo risveglio vorrà leccarti o sbranarti.» Ognuno di noi ha i propri limiti. Solo cercando di migliorarci costantemente possiamo renderci amica la nostra tigre, la peggiore e la più pericolosa delle compagnie: l’essenza di noi stessi. L’aforisma, il koan interviene in nostro aiuto offrendo il pretesto per avvicinare la nostra tigre senza che essa abbia la tentazione di sbranarci. Con l’aforisma, con il koan, con il seme delle parabole, “la persona ha una sorta d’illuminazione, una visione folgorante fino a quel momento nascosta ai suoi occhi, la scoperta di un mondo nuovo grazie al cambiamento di lenti attraverso le quali guardarlo”.
La rana del pozzo saltava felice e si godeva il piacere della sua condizione, l’acqua in cui si adagiava e la fanghiglia nella quale sguazzava felice. Il dominio dell’acqua del suo pozzo gli appariva come la condizione più felice. Se ne vantò con una tartaruga del mare dell’est. Questa allora iniziò a descrivere la profondità, l’estensione e le distanze infinite in cui si poteva nuotare nel grande mare. Anche quando vi è siccità il mare non diminuisce, i suoi confini sono sterminati, i suoi limiti non sono percepibili, la libertà è sconfinata: questa la vera gioia di nuotare nei grandi mari dell’est. A queste parole la rana rimase muta e perse ogni orientamento di vita. Questa storia taoista ci fa riflettere su una condizione umana universale. Talvolta si è felici nella propria ignoranza, si crede di essere padroni del mondo, ma di un mondo piccolo, che a noi appare sterminato. Quando conosciamo che esiste anche l’infinito dei mari, quando vediamo che la realtà può esser diversa, che può essere più ampia, siamo più felici di prima o lo siamo di meno? La nostra felicità è frutto di una visione limitata? Forse è opportuno non incontrare mai la nostra tartaruga che ci dimostra come possa esistere un mondo più vasto, un modo diverso di vivere, un modo diverso di vedere le cose. Chi potrà dire se sarà solo un trauma per la nostra vita oppure questo incontro sarà un bene supremo, che ci farà migliorare? Siamo felici nel nostro angolino perché ignoriamo un mondo più vasto ed una felicità sconfinata che ci precludiamo? Ma noi siamo veramente pronti ad una felicità sconfinata?
Buona erranza
Sharatan ain al Rami