Visualizzazione post con etichetta Jon Kabat-Zinn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jon Kabat-Zinn. Mostra tutti i post

giovedì 25 ottobre 2018

Avere fiducia



“Sii forte allora ed entra nel tuo stesso corpo;
dove avrai un appoggio solido per i tuoi piedi.
Pensaci attentamente!
Non allontanarti!
Kabir dice: liberati di tutti i tuoi pensieri
di cose immaginarie,
e rimani fermo in quello che sei.”
(Kabir)

La fiducia è la sensazione di certezza o convinzione che le cose possono svolgersi in un contesto affidabile di ordine e integrità. Forse non comprendiamo sempre cosa accade a noi o agli altri o la ragione di una particolare situazione; ma se abbiamo fiducia in noi stessi, in qualcun altro, o ci affidiamo a un procedimento o a un ideale, possiamo trovare un forte elemento stabilizzante che comprende sicurezza, equilibrio e franchezza che, se non sono basati sulla ingenuità, in un certo senso ci guidano e proteggono intuitivamente dal male e dall’autodistruzione.

Nella pratica della consapevolezza è importante coltivare il senso di fiducia, perché se non confidiamo nella nostra capacità personale di osservare, essere aperti e attenti, riflettere sull’esperienza, crescere e apprendere dall’osservazione e dall’applicazione, ci riuscirà molto difficile sviluppare una qualsiasi fra queste capacità, che appassiranno e rimarranno allo stato latente.

Un aspetto della pratica della consapevolezza è coltivare un atteggiamento fiducioso. Iniziamo con l’indagare profondamente sulle nostre sicurezze interiori. Se non riusciamo a stabilire immediatamente su che cosa possiamo fare affidamento dentro di noi, forse abbiamo bisogno di esaminarci più a fondo, di auto-confrontarci un po’ più a lungo in tutta tranquillità e limitarci a «essere».

Se siamo inconsapevoli per la maggior parte del tempo di ciò che facciamo e non siamo particolarmente soddisfatti di come si svolge la nostra vita, forse è il momento di prestare maggior attenzione, di essere più presenti a noi stessi, di valutare le nostre scelte e le loro conseguenze nel futuro. Forse potremmo provare a fidarci del momento presente, accettando ciò che sentiamo o pensiamo in “questo” momento perché è il presente in atto.

Se sapremo prendere posizione e ci abbandoneremo al presente in tutta la sua pienezza, forse scopriremo che il momento attuale merita la nostra fiducia. Da tali esperimenti continuamente reiterati può scaturire la sensazione nuova che nel nostro animo esiste un nucleo fondamentalmente sano e degno di fiducia e che le nostre intuizioni, quali echi profondi dell’attualità del momento presente, la meritano pienamente. (Jon Kabat-Zinn, Dovunque tu vada, ci sei già, TEA ed.)

lunedì 8 ottobre 2018

Uomo morde cane!



“Il vero oscurantismo non consiste
nell’impedire la diffusione di ciò che è vero, chiaro e utile,
ma nel mettere in circolazione il falso.”
(Johann Wolfgang Goethe)

Nel film “Wag the dog” incredibilmente profetico, un governo fittizio mette insieme un evento mediatico confezionandolo come episodio provocatorio, dagli interessanti aspetti umani, avvenuto in una nazione balcanica. La notizia passa e ripassa nelle televisioni locali con enorme rilievo, infiamma la cittadinanza e dà buone ragioni per scendere in guerra. E pazienza se l’episodio non è mai successo.

Di continuo vediamo che alcuni dei nostri politici sono disposti a dire e fare in pratica qualsiasi cosa per convincerci di verità che semplicemente non sono vere, magari sulla base di piccolissimi episodi o eventi che in sé avevano un significato del tutto diverso, oppure di avvenimenti che non si sono mai verificati …

A quanto pare oggi basta che chi ricopre qualche alto ruolo dica che una cosa è blu, anche se è evidente che è rossa, perché i media riferiscano che è blu. Un bel po’ di gente ci crederà perché lo ha letto nei giornali o lo ha visto in televisione, così quello diventerà per lo meno un punto su cui dibattere, come se fosse vero.

E dunque potrà essere percepito da molti come un assalto diretto alla nostra nazione, quindi occasione di sdegno e di indignazione e possibile fonte di una nostra reazione travolgente per mostrare che non ci lasciamo minacciare o intimorire da nessuno. È da un pezzo che non siamo più ritenuti attendibili, per le nostre proteste. Sembra che per noi tutto sia possibile, anche quando non è plausibile né sostenuto da prove.

Forse il rosso è davvero blu. Forse c’era davvero un collegamento fra l’Iraq e gli attacchi dell’11 settembre. Anche se le prove addotte sono minime o poco plausibili o addirittura del tutto false e fabbricate, appena lo si è detto ha assunto caratteristiche di verità per molti, specie se poi lo si dice e ridice più volte. E in un contesto che fa leva sulle nostre paure e sfrutta il nostro comprensibile senso di insicurezza …

Se non fermiamo i terroristi in Iraq saremo alla loro mercé, qui a casa nostra; ci saranno altri attacchi a gente innocente … Suona plausibile. Attacchiamoli dunque, prima che loro attacchino noi. Specialmente perché noi siamo “i buoni” e siamo pur sempre la parte lesa. Fermarci e analizzare la situazione a fondo? Lasciamo perdere, e chi se ne importa di quello che dicono i nostri amici e alleati.

Le cose, ora, sono diverse: adesso, o con noi o contro di noi. Ora il blu è rosso; e quelli che dicono che no, è ancora blu, non meritano fiducia: è evidente che sono antipatriottici, che se ne infischiano del pericolo che stanno correndo la libertà e la democrazia. E così abbiamo vinto una “guerra preventiva”, abbiamo deposto un tiranno mostruoso e sanguinario, abbiamo “liberato” il paese e abbiamo finito per impantanarci in un altro tipo di palude.

Probabilmente con la nostra arroganza, i nostri abusi di potere e il bisogno di apparire ai nostri occhi come “i buoni” e “le forze del bene” a qualunque costo e spesso per tutte le ragioni sbagliate, siamo riusciti a rimpinguare di nuove reclute le fila delle organizzazioni terroristiche di tutto il mondo. Distorcere la realtà potrà mai darci sicurezza?

George Orwell scrisse il romanzo “1984” per metterci in guardia da quello che può accadere quando ci rifiutiamo di chiamare “spada” una spada al momento giusto, quando ci lasciamo raggirare e ci mettiamo a pensare che il bianco è nero e il nero è bianco o, come scrive Orwell, che “la guerra è pace e la libertà è schiavitù”.

È già abbastanza brutto cadere nella mentalità “bianco o nero”, nelle asserzioni “o/o”, “o noi o loro” che nascono per riflesso da percezioni così distorte; ma che ci venga chiesto, come accade tanto spesso, di accettare che il nero sia bianco e che il rosso sia blu vuol dire spostare sempre più in là i limiti della creduloneria.

Sappiamo bene che la maggior parte delle situazioni è complessa, spesso ambigua, che richiede discernimento e visione profonda, e una valutazione attenta delle possibili scelte e conseguenze su uno sfondo di saggezza, se si vuole fornire una sicurezza vera e promuovere l’azione saggia nel mondo.

Eppure è fin troppo evidente: in presenza delle giuste cause e condizioni, manipolata nelle circostanze giuste dalla gente giusta che usa il linguaggio giusto e gioca sulle nostre paure e ci spinge a ignorare la nostra capacità di vedere con chiarezza e di distinguere le cose come stanno o non stanno o fino a che punto potrebbero stare così, la nostra società (ossia tutti noi collettivamente) continua a ricadere sempre nell’inconsapevolezza, e si lascia cogliere da spasmi di follia.

Sono questi attacchi di follia, loro sì, a minacciare il nostro benessere e persino la nostra integrità come nazione e come specie umana. Non sarebbe ora di svegliarci, quando abbiamo l’impressione che vengano a raccontarci che il padrone ha morso il cane? Non sarebbe ora di rifiutarci di lasciarci trascinare sulla via della passività e del sonnambulismo, di sacrificare la libertà e il buon senso sull’altare dell’inconsapevolezza, della paura e della manipolazione?

Non sarebbe ora, e da un pezzo, di cominciare a fare attenzione a quello che succede davvero sotto l’apparenza superficiale degli avvenimenti, a livello sia interiore che esteriore? Non sarebbe ora di smettere di ignorare i segni e sintomi della malattia latente? Non sarebbe tempo di agire in maniera appropriata, in base all’intero spettro di potenzialità dell’intelligenza di tutti? (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

domenica 22 gennaio 2017

Vecchia e nuova politica



“ Chiunque si appoggi al Tao
nel governo degli uomini,
non cerca di forzare le situazioni
né di sconfiggere i nemici con la forza delle armi.
Per ogni forza ce n’è un’altra che le si oppone.
La violenza, sia pure benintenzionata,
ricade sempre su chi la compie.”
(Lao Tzu, Tao te Ching)

“Immaginate una politica che si basi sulla presenza mentale. Immaginate una mentalità di governo e un processo democratico che conosca e onori il fatto che “l’universo è sempre fuori dal nostro controllo” e che “cercare di dominare gli eventi va contro il flusso del Tao” e non perché questa frase campeggi, incisa su marmo, sulla facciata di un qualche palazzo governativo, ma perché se n’è fatta esperienza di prima mano, perché nella società vasti strati della popolazione coltivano la pratica di consapevolezza.

I nostri processi decisionali e anche la visione di quelli che sono i nostri interessi personali sarebbero radicalmente differenti, se si accordassero con quel tipo di mentalità, con quel genere di saggia umiltà. Allora il consenso e l’azione potrebbero nascere - molto più di quanto succede oggi - dalla saggezza e dalla compassione, e anche dal fatto di capire quanto siano distanti le apparenze dalle cose così come sono; e così le nostre azioni mirerebbero alla realtà invece che le apparenze.

Quelle azioni darebbero forma a ciò che ogni comunità si augura di ricevere dagli organi di governo, da una saggia democrazia: una ricerca sincera su quali siano i bisogni interiori ed esteriori dei suoi costituenti e della società più vasta in cui si svolge la vita, la libertà e la ricerca della felicità… L’espressione “la solita politica” in genere indica un’opinione piuttosto disincantata dei politici, il che spesso è comprensibile.

Forse quello di cui abbiamo bisogno, di questi tempi, è una politica che sia davvero “diversa dal solito” che marci scandendo un passo diverso o magari non marci affatto, ma piuttosto scorra; a cui ci si avvicini con una mentalità ortogonale che tenga bene a mente “le cose reali” e che insieme si ricordi anche che tutti noi siamo parte dell’unico, indiviso corpo del mondo.

Se sperimentassimo più intimamente la nostra interconnessione con una pratica reale potremmo renderci conto molto prima che tutti i nostri egoistici impulsi e motivazioni e prospettive limitano la nostra capacità di percepire il quadro più ampio e il modo in cui potremmo realmente renderci utili. Vedremmo che le nostre motivazioni e le prospettive ristrette sono fonte di grande sofferenza, per noi stessi e per gli altri.

Da una prospettiva del genere nascerebbero spontaneamente più saggezza e compassione, e un’azione più efficace e benevola. La politica stessa diverrebbe una disciplina della coscienza apportatrice di trasformazione e di guarigione. I primi a trarne beneficio sarebbero gli stessi politici, ma alla fin fine ne trarrebbe beneficio tutto il mondo.

Potrebbe essere questa l’unica vera sfida della nostra specie e del nostro tempo: dare risposta alla possibilità della nostra vera natura di esseri umani, perché sappiamo immaginarle e conoscerle e perché vediamo le potenziali conseguenze che ha lasciarle senza risposta, rimanere nel nostro stato consensuale di trance per pura inerzia, non risvegliarci, non “riprendere i sensi.”

Sappiamo di poter essere accecati dalla nostra stessa mente, specie quando percepiamo in modo sbagliato la realtà delle cose e ci lasciamo travolgere da emozioni distruttive. In quei casi ci contraiamo, letteralmente e metaforicamente, e quindi ci riduciamo; in quello stato di contrattura mentale le decisioni che prendiamo, le cose che diciamo e che possiamo fare finiscono per creare un bel po’ di danni a noi stessi e agli altri.

A lungo andare, la mancanza di intimità con il panorama interiore e di familiarità con la sua capacità di configurare le nostre scelte e i nostri comportamenti, attimo dopo attimo, può peggiorare il danno e generare ancora più disarmonia, inquietudine e malattia… Corriamo tutti il rischio di contrarci, per riflesso, a livello fisico, emotivo, cognitivo e spirituale di fronte a quello che percepiamo come pericolo; quel rischio è sempre seriamente aggravato dai nostri condizionamenti e dalle cose che la nostra cultura dà tacitamente per scontate.

È qui che entra in gioco la pratica di consapevolezza che può essere utile a ogni livello per affinare, in noi, la capacità di vedere e di conoscere la realtà delle cose, al di sotto delle loro apparenze e dei nostri impulsi personali a contrarci in stati mentali miopi proprio quando più servirebbe la chiarezza di visione e il distacco emotivo. Più la consapevolezza diventa una pratica del cuore e una priorità del mondo, più alta sarà la probabilità di rispondere alle situazioni difficili in modo equilibrato e creativo, invece di reagire per riflesso condizionato nel solito modo contratto.

Sarà più facile essere proattivi e propositivi, capaci di ricorrere a energie nuove, creative e più efficaci, e di generare altre energie. Queste energie, a loro volta, possono catalizzare delle modificazioni e delle trasformazioni negli individui, nelle organizzazioni e nelle nazioni che ora sono governate essenzialmente dalla “solita politica.”

Immaginate di utilizzare il nostro potere in modo conscio di fronte ad aggressioni e sfide di ogni genere, a ogni livello del mondo, in base al riconoscimento del fatto che un attaccante reale o potenziale ha già dimostrato grandissima debolezza e disequilibrio con la stessa natura aggressiva e quindi irrazionale o illusa del proprio atto o della propria intenzione.

Il che significa: immaginate come sarebbe non perdere la testa, reagendo ad altri che l’hanno persa (come succede così spesso), altri la cui rabbia genera altra rabbia, la cui violenza genera nuova insensata violenza. Ci sono sempre stati individui e gruppi che si sono impegnati in modi più umani e benevoli a definire e realizzare gli scopi più alti e i fini più significativi delle varie imprese dell’uomo…

Uno degli esempi notevoli di questa sorta è quella che ora è generalmente nota come “imprenditoria sociale” …con cui le banche progressiste possono fare milioni di piccoli prestiti a buon fine alle persone povere in posti come il Bangladesh, prestiti che permettono loro di avviare un’attività e innalzare la propria qualità di vita. In questo caso il microcredito mette in discussione le forze che stanno dietro alla povertà estrema e la mancanza di opportunità, e trova il modo di entrare e stare nel fulcro di un dilemma prima ignorato, e di far ruotare le cose intorno al nuovo elemento introdotto, con buoni risultati.

Il cambiamento, oggi, sta nel fatto che si riconosce sempre più, e più di prima, che i panorami interiori ed esteriori della mente e del mondo si compenetrano l’uno nell’altro, e che occorre arrivare e conoscere e a prendersi cura delle proprie motivazioni e dei propri pensieri e sentimenti, e dei fattori economici e sociali che li influenzano, a livello istituzionale come individuale, se si vuole che le intenzioni - anche le migliori - si realizzino davvero.

Spesso i politici si trovano a dover rispondere agli avvenimenti che accadono senza neanche sapere bene che cosa stia accadendo o quali conseguenze possono avere le specifiche azioni che possono intraprendere, specie se non osservano le cose con uno sguardo d’insieme, ma si preoccupano più di salvaguardare interessi privati e ristretti, economici o geopolitici, o anche soltanto la propria reputazione.

Nell’arena politica come in medicina, spesso si devono prendere decisioni sul campo, attimo per attimo, giorno per giorno, sulla base di informazioni incomplete e di grandi incertezze. Ne risulta che si leggono gli avvenimenti in base a schemi, alle esperienze del passato, all’intuizione; che si stanno a soppesare le probabilità, che si mettono sulla bilancia, da un lato le contingenze e dall’altro il rapporto rischio-beneficio.

Questi sono tutti giudizi che richiedono una continua consapevolezza, che hanno bisogno di discernimento e integrità; invece purtroppo, a volte, si è inconsapevoli e non si capisce quale sia il proprio reale “interesse privato.” In questo caso è inevitabile che i processi decisionali siano influenzati da ideologie, alleanze politiche, bisogni di questo e di quel gruppo di interessi, dei propri elettori e sostenitori ai quali ci si sente obbligati a mostrare riconoscenza.

La spinta ad affrontare le cose con una consapevolezza più spassionata e su base più ampia - affiancata da una ricerca intelligente, da un desiderio di guarigione e di salute e dalla dedizione al cosiddetto “bene comune”ossia al benessere e la salute della società e del mondo, e di ogni individuo che vi abita - può essere messa completamente in ombra; a volte può andare del tutto persa…

Nel peggiore dei casi, i politici possono essere tentati di distorcere o confondere o negare il vero stato delle cose, a un tale livello da equivalere in pratica alla dissimulazione, se non alla vera e propria menzogna. In medicina si usa una parola specifica per definire questo atteggiamento: è l’aggettivo “iatrogeno” che indica la condizione o il problema generato da un errore professionale o dall’inettitudine del medico o, più in generale, del sistema sanitario.

Molti atteggiamenti e pratiche diffuse fra i politici sarebbero considerati iatrogeni, persino criminali, se fossero applicati in medicina. Purtroppo, in politica, la famiglia del paziente (ossia tutti noi) di solito viene tenuta all’oscuro; ci viene detto solo quello che i medici curanti vogliono che pensiamo, spesso facendo leva sulle nostre paure più profonde e attribuendo la “fonte della salvezza” alle proprie idee e strategie politiche, al proprio partito…

Abramo Lincoln una volta disse: «Potete raccontare storie ad alcune persone per tutto il tempo; potete raccontarle a tutti, qualche volta; ma non potete raccontare storie a tutti per tutto il tempo.» E grazie al cielo! Se i politici sapessero, nel profondo, per esperienza personale, che non c’è un sé permanente dotato di esistenza autonoma da mantenere al potere.

Potrebbero ricordarsi o rendersi conto che staranno in circolazione solo per un breve tempo, per quanto famosi e potenti diventino, persino se diventano presidenti per uno o due mandati; che il loro potere e la loro fama svaniscono; che quel che possono fare di buono è limitato, ma i danni che possono fare sono immensi.

Una salutare consapevolezza di questi paradossi potrebbe spingere a fare più spesso la cosa giusta e per le giuste ragioni, forse anche a trovare il modo di parlare di cose che stimolino i propri elettori e sostenitori a espandere l’ambito di quello che considerano il proprio vantaggio personale…

Non sto sostenendo la causa di una qualche sorta di visione utopistica a largo raggio; mi riferisco al potere dell’onestà e della sincerità fino in fondo, alla fiducia nella bontà che si irradia da tutti noi quando si incarna nelle persone che occupano posizioni di comando e ricoprono alti incarichi. In sé si tratta di posizioni di prestigio che il popolo (ossia noi) accorda a questa e quella persona per un po’ di tempo; a esse si accompagnano sempre gradi responsabilità nei confronti della popolazione che si governano.

Quando le si assume, occorre tenerlo bene presente. È una pratica che richiede uno sforzo continuo, non mere dichiarazioni verbali. Occorre anche prendere coscienza del fatto che, troppo spesso, quando qualcuno dice la verità tutti quanti fanno finta di niente, o comunque sono pochi quelli che sembrano particolarmente interessati ad ascoltarla: siamo tutti presi, caduti in trance, ipnotizzati dalle nostre piccole preoccupazioni personali.” (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, Tea ed.)

martedì 29 novembre 2016

Verrà il tempo



Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato alla porta,
nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: «Siedi qui. Mangia.»
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti conosce a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
raschia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek Walcott, Amore dopo amore)

“Noi arriviamo ogni momento «alla porta di noi stessi». Possiamo aprire ogni momento quella porta, ogni momento possiamo tornare ad amare quello straniero che eravamo per noi stessi e che ci conosce a memoria, come dice la poesia. Noi ci conosciamo a memoria, in ogni senso della parola, ma forse l’abbiamo dimenticato.

Arrivare alla soglia di noi stessi consiste nel ricordare, nel ri-membrare, alla lettera, nel rivendicare di essere quelli che già siamo e che troppo a lungo abbiamo ignorato, a quanto pare trascinati sempre più lontano da casa eppure, allo stesso tempo, mai più lontani di questo respiro qui, di questo momento qui. Ci possiamo svegliare?

Possiamo «riprendere i sensi»? Possiamo essere conoscenza e, allo stesso tempo, mantenere una mente da principiante e onorare la non-conoscenza? Sono due cose diverse, poi? «Verrà il tempo» afferma il poeta. Sì, verrà il tempo, ma vogliamo davvero che il momento di risvegliarci a chi e che cosa siamo in realtà arrivi, per noi, sul letto di morte, come accade tanto spesso e come aveva previsto Thoreau?

O quel momento può essere questo qui, proprio ora, dove siamo, così come siamo? Verrà il tempo, sì, ma solo se ci dedichiamo a risvegliarci, a riprendere i sensi, ad andare al di là della nostra mente sottosviluppata. Il tempo verrà solo se riusciamo a percepire le catene dei nostri condizionamenti da robot, specie quelli emozionali, e delle nostre idee su chi pensiamo di essere.

Se riusciamo a scollare la nostra immagine dallo specchio - se nella percezione, nel vedere quel che c’è da vedere e nell’udire quel che c’è da udire, vediamo dissolversi quelle catene nel puro vedere, udire, mentre ruotiamo tornando alla nostra bellezza originaria più vasta, mentre salutiamo noi stessi arrivati alla soglia di noi stessi, quando torniamo ad amare l’estraneo che era noi stesso.

Possiamo. Possiamo. Lo faremo. Lo faremo. Perché, alla fin fine, che altro fare? In che altro modo, alla fin fine, possiamo essere dove già siamo? E quando, oh quando, quando verrà il momento in cui succederà? «Verrà il tempo…» dice il poeta. Forse è già venuto. Solo che… non lo sappiamo.” (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

giovedì 27 ottobre 2016

Veleggiando verso Bisanzio...



“Il mio cuore si consuma a poco a poco
malato di desiderio,
legato a un animale destinato a morire,
che non sa di che si tratti… “
(William Butler Yeats)

“Si può affermare forse che il disagio più grande che nasce dalla disattenzione, dalla sconnessione, dalla percezione e attribuzione erronea di cause è l’angoscia tipica della condizione umana: la piena catastrofe, quando la si evita e non la si esamina. Tutti, in pratica, hanno qualche «desiderio appena sussurrato» più o meno forte che proviene dal profondo della psiche, tutti hanno una vera vita segreta, una vita piena di sogni e di possibilità che di solito tengono nascoste.

Ne consegue una grande sofferenza: spesso manteniamo il segreto per tutta la vita, senza neanche immaginare di essere complici di un auto-inganno che può essere gravemente autodistruttivo e rovinarci la vita. il vero segreto qual è? Che in realtà non sappiamo chi o cosa siamo, tante sono le preoccupazioni e finzioni in superficie, tanti sono gli atteggiamenti costruiti interiori ed esteriori dietro ai quali ci nascondiamo per mantenere all’oscuro noi stessi e tutti gli altri.

Perché non è vero, forse, che in certi periodi ci si riempie il cuore di una quantità apparentemente infinita di desideri insoddisfatti che lo manovrano, perfino lo tormentano? Desideri grandi e piccoli, a prescindere da quanto successo e agio ci si possa attribuire da fuori? E non è vero che siamo vagamente consapevoli, a un livello sotterraneo della psiche, di essere davvero «legati a un animale destinato a morire?» e non sappiamo chi e che cosa siamo, in realtà?

In tre righe, Yeats cattura tre aspetti fondamentali della condizione umana: uno, che siamo insoddisfatti e che ne soffriamo; due, che siamo soggetti a malattia, vecchiaia e morte, la legge inesorabile dell’impermanenza e del continuo cambiamento; tre, che ignoriamo la vera natura del nostro stesso essere. Non è arrivato il momento di scoprire che siamo già più vasti di quel che ci consentiamo di credere? Non è tempo di scoprire che è possibile abitare questa conoscenza più ampia e magari liberarci dell’angoscia profonda dell’abitudine persistente a ignorare ciò che più conta?

Io direi che è tempo già da un bel po’ e quindi adesso è il momento migliore per questa scoperta. È vero, ogni tanto potremmo percepire i segni del nostro disagio sotto forma di vaghi turbamenti interiori; ogni tanto (di rado) potremmo perfino averne una visione momentanea, quando ci svegliamo disorientati e spaventati nel cuore della notte o quando una persona cara soffre molto o muore, o quando la nostra vita nel suo insieme ci si rivela all’improvviso in tutta la sua evidenza come se, fino a quel momento l’avessimo sempre e solo immaginata.

Ma non è vero anche che, appena possiamo, ci rimettiamo a dormire, letteralmente e metaforicamente, e ci anestetizziamo con un diversivo qualunque? Questo disagio umano di fondo, di cui parla Yeats, questo non sapere chi siamo, sembra troppo enorme per poterlo sopportare; dunque lo seppelliamo nel fondo più segreto della psiche, ben lontano dalla luce della piena coscienza. Come abbiamo visto, spesso ci vuole una crisi acuta per risvegliarci a esso e alle possibilità di guarire davvero, di liberarci dal buio della paura e della rimozione.

L’allontanamento dai segni più profondi della nostra umanità ci fa soffrire molto nel corpo e nella mente: possiamo sentirci consumati, per usare il termine di Yeats, letteralmente «divorati» e quindi rimpiccioliti (in tanti modi diversi), perché trascuriamo la piena realtà di ciò che siamo o magari non la conosciamo neanche o non ne abbiamo convinzione, né chiarezza.

In sostanza, questo dis-agio, questa malattia dell’inconsapevolezza, del non sapere ciò ch’è davvero essenziale nella nostra natura di esseri viventi, influisce sulla nostra vita di individui in ogni momento e anche nel corso dei decenni. Può produrre effetti a breve e a lungo termine sulla salute fisica e mentale; influenza inevitabilmente la vita familiare e lavorativa, in modi che spesso non si vedono, né si scoprono se non dopo anni, quando si è già prodotto un certo tipo di danno e si sono seguite senza volerlo vie poco sagge.

La sua presenza si riversa anche sulla società e la influenza, tramite i modi collettivi di considerare se stessi e agire nella professione; pervade le nostre istituzioni e le forme che scegliamo di dare agli ambienti, interiori ed esteriori, in cui viviamo. Tutto ciò che facciamo è influenzato, in un modo o nell’altro, dal fatto che ignoriamo il malessere di non sapere chi siamo e come siamo. È l’afflizione suprema, questa, la malattia suprema. In quanto tale dà origine a molte varianti, a molte diverse manifestazioni d'angoscia e sofferenza a livello del corpo, della mente e del mondo.”

(Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)