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domenica 9 dicembre 2012

Una disposizione fondamentale



"L'esserci è un ente che io stesso via via sono,
l'essere è via via il mio. "
(Martin Heidegger - Essere e tempo)

Heidegger scrive che la dimensione originaria dell'uomo è lo stato emotivo che connota il nostro esser-ci, infatti ogni esser-ci ha sempre una tonalità affettiva, perché non esiste nessuna dimensione dell'essere che sia privo di tonalità o con una tonalità neutra. Ogni essere nel mondo viene connotato da un tipo di emozione che aggiunge i sentimenti che vengono creati dalla tonalità affettiva che proviamo, come la paura, la gioia o la noia, e così via.

Heidegger dice che il modo con cui ci prendiamo cura del quotidiano non sono modi di essere insignificanti, perché essi connotano un particolare modo di essere, sebbene molti considerano il prendersi cura del loro quotidiano un fatto indifferente.
Il sentimento è il modo in cui ci troviamo nel nostro riferirci all'ente e quindi sono anche il modo con cui ci riferiamo a noi stessi, infatti sono il modo con cui ci troviamo sia rispetto all'ente dell'ente che all'ente di noi stessi. Il sentimento è il modo in cui ci troviamo di volta in volta rispetto alle cose, è il modo con cui ci rapportiamo a noi stessi e riguardo alle cose: il sentimento è lo stato aperto in sé in cui si dispiega la tonalità della nostra esistenza.

L'uomo non è l'essere che si connota per l'attività pensante, ma è l'essere che viene connotato dallo stato del sentimento, perciò il sentimento è la dimensione originaria da pensare e di cui far parte. Il sentimento ha il carattere dell'aprire e del mantenere aperto, ma possiede pure il carattere del chiudere che connotano la nostra predisposizione all'esser-ci. In "Essere e tempo" si dice che il modo di essere originario, cioè l'apertura dell'esser-ci al mondo sono la situazione emotiva e la comprensione.

Il modo di essere fondamentale e la condizione originaria sono l'apertura che riguarda sia l'esser-ci nel mondo fondato sulla situazione emotiva che la comprensione che include anche il linguaggio. La comprensione riguarda l'apertura dell'intera costituzione dell'essere-nel-mondo, e quindi essa è sempre fondata emotivamente. L'esser-ci ha sempre una connotazione affettiva, perciò non riguarda solo una semplice comprensione del mondo o una semplice interpretazione di esso, infatti l'affettività è essa stessa una sorta di comprensione.

Il sentirsi situato è un essere disposto che ci pre-dispone ad uno specifico stato d'animo nel suo corrispettivo riferirsi al mondo e al nostro con-esserci con gli altri. Il sentirsi situato fonda il sentirsi bene o male del nostro modo di esistere, e riguarda l'essere esposto dell'uomo all'ente nel suo insieme: questa gettatezza, che è l'essere esposto fa parte della comprensione dell'ente in quanto ente. Detto questo si comprende bene come la disposizione dell'uomo fonda lo stato d'animo di esso rispetto al suo riferimento di fondo, cioé fonda la disposizione di apertura riguardo a se stesso, al mondo e agli altri.

In qualche modo vi è una "disponente disposizione che fonda " ma che non ha fondamento, infatti è a partire dell'esser-ci che è la gettatezza in cui si trova l'esser-ci, che si comprende e si progetta. L'esser-ci si progetta in un poter essere nell'esistenza che è primariamente fondato su ciò di cui egli ha cura, infatti dice Heidegger, che "l'esser-ci può comprendere se stesso a partire dal proprio mondo." Essendo quindi un'apertura che possiede una sfumatura emotiva, la comprensione dell'esser-ci ha una profonda tonalità affettiva, perciò tutta la nostra comprensione reca la traccia della nostra qualità e della nostra tonalità affettiva.

In ogni nostro sentire si mostra una disposizione fondamentale o un orientamento fondamentale che ogni tonalità emotiva custodisce in sé e da cui trae origine. Perciò il fondamento di ogni sentire è un essere originario in cui l'esser-ci è già aperto in se stesso ancor prima di conoscere e di volere, e al di là della portata del loro aprire, com'è detto in "Essere e tempo." L'apertura originaria è ciò che diciamo comprensione, infatti ogni nostro dire e agire parla del nostro orientamento fondamentale, perché ne è la manifestazione evidente: quello di cui mi occupo, quello che faccio e ciò a cui mi lego sono già in qualche modo io stesso.

Il mio mondo è il mio agire quotidiano, ed è il mio progetto di esistenza, infatti la nostra sensibilità è collegata alla nostra tonalità originaria che predispone ad un determinato sentire, ma anche al modo in cui ci apriamo al mondo e al modo con cui ci manifestiamo con essere. Heidegger ci dice che ogni manifestazione dell'esser-ci è abitato da un orientamento fondamentale che lo distingue da quello degli altri, e questa base fondante si vede dal linguaggio. Il discorso è l'elemento esistenziale dell'esser-ci, perché è l'articolazione del significato in modo che esso abbia una comprensibilità che sia emotivamente collocata nel mondo.

Il linguaggio è co-originario insieme alla situazione emotiva e alla comprensione, perché esso è alla base dell'interpretazione e dell'asserzione. Il linguaggio possiede già una comprensione che è emotivamente situata nell'essere nel mondo, ed è la comprensione in cui si mantiene l'apertura dell'esser-ci nel mondo. L'esprimersi non è il gettar fuori quello che è dentro, ma è l'espressione del rispettivo modo delle situazione emotiva che rivela l'apertura al mondo dell'essere.

La parola degli uomini rivela la memoria della tonalità originaria di cui è intessuto il dire, e soprattutto il modo di parlare è l'indice linguistico che manifesta la situazione emotiva dell'individuo, perciò rivela la sua apertura all'esistenza. L'esser-ci si comprende a partire dal mondo, perciò una manifestazione possiede sempre l'apertura ad una certa "tonalità emotiva." Lo stato emotivo porta l'esser-ci al cospetto del suo essere gettato in modo ben più originario del "come uno si sente" o "come sta" perché l'esser-ci e la tonalità emotiva rappresentano sempre "la maniera in cui io sono sempre primariamente l'ente gettato."

Il carattere esistenziale fondamentale della nostra tonalità affettiva ci rimanda indietro a un modo di essere nel mondo, cioè a quello che siamo stati, infatti la nostra tonalità emotiva si fonda e si temporalizza su un "essere stato" che è l'oblio dell'essere nell'esser-ci. La potenza dell'oblio nelle tonalità emotive del quotidiano è nel fatto che le tonalità emotive nascondono e mascherano il carattere non appropriato dell'apertura emotiva al mondo.

La nostra apertura al mondo, questo "semplice lasciarsi vivere o lasciare che le cose vadano come vogliono " si fonda sull'abbandono all'oblio di sé nell'essere gettato: questo vivere è un fatto non autentico. Le tonalità affettive fondate sul tranquillo vivere ci fissano e stabilizzano, perciò velano la nostra esposizione all'essere. La disposizione non autentica reitera la nostra comprensione emotiva non autentica, cioè la nostra gettatezza, sulla cui base continuiamo a vivere la nostra quotidianità.

Le tonalità affettive accompagnano un commercio quotidiano con l'ente, cioè il nostro vivere immediato in una situazione che assomiglia a quella dell'animale che non scorge alcuna fine e nessuna origine, ma che è immediatamente. L'esser-ci si illude di trovare pace, perciò si immedesima e si identifica con il suo mondo e con ciò di cui si prende cura, ma questa condizione lo incatena. La vita immediata ci lega a delle possibilità limitate di esplorare delle scelte diverse, perché ci relega nel campo del noto, del sopportabile, del decente, del conveniente, e così via.

La vita immediata ci lega sempre ad un mondo che non ci riguarda, perciò la bellezza dell'esser-ci che è la virtù umana rimane nascosta e dormiente. Nello sbocciare dell'esser-ci vi è l'assumere sempre più la nostra natura che ci fa rassomigliare agli dei, e qui si nasconde la formula della serenità che tanto disperatamente gli uomini cercano di avere. Noi siamo immemori della nostra natura divina, perciò non possiamo guadagnare nessuna vera serenità, perché sempre ci affiorerà il dubbio e lo sgomento di chiederci: che cosa ne è stato del nostro esser-ci?

Solo interrogando la pratica del quotidiano si può creare un tempo autentico, cioè il tempo in cui ci liberiamo di ciò che non ci è proprio per rivolgerci a noi stessi, e a quello che ci appartiene veramente. Le interruzioni di prassi sono l'occasione per interrogarci sull'esser-ci vero, per cui tra esse va annoverata l'esperienza artistica che è in grado di elevare. In queste attività risuona il nostro modo di essere fondamentale, cioè quello che ci richiama alla nostra originare, e al nostro modo nudo essere.

Questa determinazione, dice Heidegger, cioè il fatto che l'esser-ci è ciò che via stesso io sono, non indica uno sforzo della volontà ma indica una costituzione e una struttura ontologica dell'uomo. Questa natura contiene in modo grezzo tutto quello che è l'uomo quando si risponde alla domanda su: chi? Secondo Heidegger, il chi: "è quello che, attraverso il mutare dei contegni e dei vissuti, si mantiene identico pur nel riferimento costante a questa molteplicità. In sede ontologica, lo intendiamo come quello che, in e per una regione conchiusa, è via via costantemente sottomano, che in un senso eminente sta al fondamento, insomma: il soggetto.

Il quale, proprio in quanto medesimo nella molteplice alterità, ha carattere del sé. Si può benissimo rifiutare la sostanza psichica, come pure la cosalità della coscienza e l'oggettualità della persona." Ma se l'io è una determinazione essenziale dell'esser-ci, essa va interpretata in modo totalmente esistenziale, perciò il sé non deve essere concepito solo come una maniera d'essere dell'ente. Questo non risolvere il quesito, ma equivale alla "dissoluzione del vero e proprio "nocciolo" dell'esser-ci, perciò piuttosto dobbiamo concepire che la sostanza dell'uomo non è lo spirito come sintesi di anima e corpo proprio, bensì l'esistenza."

Buona erranza
Sharatan




venerdì 11 novembre 2011

L’essenza del tempo che viviamo


“Noi veniamo troppo tardi per gli dei,
e troppo presto per l’uomo.”
(Martin Heidegger)

L’uomo odierno sa pensare? La domanda può sembrare ovvia o presuntuosa, dice Heiddeger, perché i tempi moderni abbondano di pensatori e di filosofi e anche l’interesse per la filosofia sembra molto diffuso, infatti i filosofi della concezione comune sono i “pensatori” per antonomasia. Come possiamo argomentare sul pensare, se non fosse che l’interesse per le filosofie fornisce la prova della nostra incapacità di pensare. Oggi, tutto quello da cui è attratto l’interesse diventa velocemente un fatto per cui nutriamo disinteresse, perciò si sta tra le cose stando tra di esse, ma non perseverando in loro, infatti non esiste il pensare profondo, perciò l’interessante diventa subito un fatto noioso. L’interesse e l’indifferenza si scambiano velocemente le parti perché l’uomo di oggi non sa pensare, e l’analisi della storia dimostra come l’uomo abbia sempre agito troppo e pensato troppo poco.

Il pensare è una prerogativa umana, perché il pensiero è lo strumento con cui, progressivamente, l’uomo si rende signore dell’essente, perciò il pensiero può renderci signori di tutto ciò che esiste. L’uomo è il vivente che possiede il pensiero come il fabbro possiede il martello, perché il pensiero è il progettare cioè il rendere presente nella nostra immaginazione, quello che è lontano. L’uomo rende presente nel “memorare,” perché il pensiero che sia volto al passato, al presente o al futuro, è sempre un rendere presente, cioè un porre presente davanti a sé, cioè il rappresentare. Il rappresentare è una nostra azione cioè la facoltà con cui agiamo sull’essente, manipolandolo cioè facendo in modo che ciò che è in un modo (ciò che è futuro, lontano o passato) divenga qualcosa di diverso (presente).

Cos’è il pensare? Sembra una domanda inutile, perché con il pensiero hanno costruito degli edifici metafisici, però la risposta più logica è che ancora non sappiamo pensare. Che non pensiamo, dice Heidegger, non dipende dal fatto che non ci rivolgiamo “a ciò che di per sé desidererebbe di essere considerato” ma dipende dal fatto che ciò che è da pensarsi ci distoglie dall’uomo. L’incapacità non è una trascuratezza, perché già il credere che possa essere un’attività che trascuriamo può fornire il rimedio, infatti questo è il “destino” del sottrarsi al pensiero che è l’essenza di tutta la storia occidentale che giunge a compimento nell’epoca odierna, infatti il rimanere non pensato di ciò che andrebbe massimamente pensato è l’essenza del tempo che viviamo.

Questo è il destino “dell’epoca della crisi” in cui vediamo la decadenza e la distruzione, e la minacciosa distruzione del mondo emerge chiaramente in coloro che “si dilettano solo di degradazione e di bassifondi.” Questo non è una dimensione di pessimismo o di ottimismo, non è una valutazione ma è la constatazione obiettiva della realtà della storia occidentale. Non pensiamo perché ciò che è massimamente da pensare si è sottratto, perciò dalla stessa incapacità di pensare emerge l’essenza stessa del pensiero, infatti l’uomo non è capace di pensare l’essere, perché il pensare corrisponde all’oblio dell’essere e del suo problema. Il non saper pensare non è un fatto eccezionale o fortuito che accade nel momento presente del nostro oggi, infatti si pensa che non è indispensabile fare una ricerca intorno al problema dell’essere.

“Essere e tempo” del 1927 è l’opera in cui Heidegger analizza l’oblio dell’essere e del sottrarsi di ciò che deve essere massimamente pensato, perché l’oblio dell’essere è il carattere del pensare contemporaneo. Secondo Heidegger, possiamo ripercorrere la “ripetizione” dei temi che ci hanno spinto all’oblio, ma non possiamo trovare la soluzione, però possiamo definirlo e riconoscere i modi con cui l’oblio si manifesta. Possiamo muovere il pensiero solo all’interno del fatto che in ciò che è obliato non possiamo riconoscere che ciò che ci è stato sottratto e che è restato continuamente obliato. La caratteristica dell’oblio, dice Heidegger, la sua condizione fondamentale è il fatto di non riconoscersi come tale, perciò la “mancanza di pensiero” possiede la medesima caratteristica dell’oblio. Infatti la “mancanza di pensiero consiste in un processo che attacca la midolla più intima dell’uomo di oggi: l’uomo odierno è in fuga davanti al pensare.”

Ma l’uomo non ammetterà mai la sua incapacità, ma piuttosto la negherà affermando con forza che lo sa fare e che pensa molto bene. L’incapacità di pensare è una “ripetizione” continua dello stesso problema, perciò il senso va cercato nel fatto che ci poniamo il quesito, infatti il senso è “nell’esserci.” Se l’essere è ciò che cerchiamo e se essere significa l’essere dell’ente, ne consegue che il problema dell’essere è l’ente stesso. Ma in quale ente si coglie il senso dell’essere? In quale ente avviene l’aprimento dell’essere? Questo ente che noi stessi siamo, dice Heidegger, lo designiamo con il nome di “esserci” e il primato dell’esserci è nel suo interrogarsi e nello sviluppo di una analitica esistenziale.

L’essere si interroga intorno al suo oblio, perciò si interroga in merito alla sua parte non autentica, che è quella che non sa nulla dell’essere suo proprio. Nel termine “ci” si allude alla quotidianità media, in cui l’essere si mostra nel suo ritrarsi, perciò “la sua presenza è nell’oblio,” ma nell’esserci della quotidianità vi è la “cura” dell’essere, cioè ci sono i modi di essere dell’essente, perciò vi è l’essere che è “a portata di mano” che è l’essere che è utilizzabile. La cura, è “l’insieme delle strutture della quotidianità e dell’esserci” che sono le strutture dell’oblio dell’essere.

Ma cosa significa cura? La cura è il tentativo di far tacere l’angoscia che l’essere prova nel suo “essere-gettato” e nel suo “poter essere,” perciò la cura è il tentativo di far tacere il sentimento di spaesamento che è insito nell’esserci. I modi che usiamo nel tentativo è quello di tentare una “saldatura” tra l’essere e il mondo, perciò tra il soggetto e il mondo degli oggetti. Prendersi cura dell’essente significa inserirlo in un progetto di esserci che prende avvio dal quotidiano, perché così l’essere si salvaguarda dal rischio di cadere nel nulla che è preannunciato dall’angoscia. Nell’esserci c’è il tentativo “dell’insignorimento dell’uomo,” infatti l’uomo cerca di proporsi sia come soggetto che come sostanza e come essere dell’essente.

Nella cura ci sono tutte le forme dell’oblio dell’essere dell’essente in generale, “sia cioè dell’essente ultramondano scorto solo nella sua ‘utilizzabilità,’ sia dell’essente che ha la forma dell’esserci disperso nel non esser suo-proprio della chiacchiera e della curiosità.” La cura che vede solo l’aspetto dell’utilizzabilità è la sanzione dell’oblio dell’essere, ed è la forma del non pensare, perciò essendo una sanzione essa non è originaria, ma è il risultato di un lungo processo. Il quotidiano prendersi cura diventa una forma limitativa e il criterio per definire l’essere e il non essere dell’altro, che è proprio perché è una prerogativa di chi manipola e utilizza quell’usabilità: questo è l’oblio dell’essere dell’essente.

Ma come trovare il senso della cura? Ricercare il senso, dice Heidegger, significa raccogliere in unità ciò che viene esposto e si rende evidente in modo frammentario, attuando un’analisi esistenziale, perciò equivale a cercare le tracce dell’insieme che è dietro l’articolazione variegata, perciò la cura è nel comprendere. Rispetto alla riuscita, dobbiamo sapere che il risultato della cura è valido solo nell’ambito della temporalità, perciò il senso della cura è la temporalità, perché la temporalità dell’esserci con il prendere cura è il senso più profondo dell’oblio dell’essere. Perciò l’essere non viene lasciato consistere nell’essente, perché viene inserito in un disegno in cui è visto solo come un mezzo da usare.

La cura e il male consistono nel fatto che il senso è nell’esserci e che l’esserci fonda anche il nostro oblio, perciò il sottrarsi diventa l’unico modo con cui l’essere s’invia e tutta la storia è sia nell’essere che nell’oblio, perché l’essere diventa la semplice utilizzabilità e la semplice presenza. L’essere diventa interpretabile solo nella determinazione temporale e in particolare nella determinazione del presente come è affermato nella filosofia greca. Già in Parmenide e in Platone, fino a Cartesio l’idea è un’estensione, cioè è vista come una presenza del presente che si annuncia e che si chiarisce diventando utilizzabile cioè come possibilità di essere manipolata.

Nell’età moderna, dice Heidegger, perdurando il più assoluto oblio dell’essere vediamo il riconoscimento della totalità dell’essente nella più immediata manipolazione. Ma perché l’essere è diventato questo? La cura esercita il suo dominio facendo uso dell’intelletto scientifico che è stato organizzato sui principi della logica, perciò l’assenza del pensiero ha fondato il “tempo della miseria” in cui è collocato il nostro mondo occidentale. Il principio della ragione afferma una concezione di verità e di essere che è il frutto più amaro della riduzione della verità a semplici discorsi assertori e di quell’essere dell’essente che è diventato solo un mezzo da utilizzare.

Questo è stato fatto con il principio della ragione quando il discorso scientifico diventa illusorio, perciò quando l’essere diventa un nulla. Il principio di ragione riesce a fare una nullificazione e ha fondato il tempo di miseria in cui si colloca l’uomo moderno. Cosa resta del quieto abitare dell’uomo tra il cielo e la terra? Esiste ancora uno spirito meditativo? Esiste ancora una patria in cui l’uomo può radicarsi? Esiste ancora un’abitare e un luogo in cui può avere dimora l’uomo? La risposta di Heidegger è negativa, perché perdere la patria non significa solo sentirsi sradicati dalla terra in cui si è nati, infatti anche chi vive nella sua patria può sentirsi nella condizione dell’esule.

Tutto quello che ci circonda ci fa vedere un mondo che non è più un mondo, perché la tecnologia avvince l’uomo finché l’aspetto tecnologico diventa più vivo e più importante degli esseri viventi che gli sono accanto. La perdita e lo sradicamento dipendono dai tempi in cui siamo nati, perché facciamo parte dei tempi della miseria che è connotata dalla doppia mancanza, che è il tempo in cui “non ci sono più” gli dei e il non “sono ancora” del dio che verrà. L’essere senza patria è il segno dell’oblio e la sensazione di sradicamento è dovuta al fatto che l’uomo è sempre intento a manipolare ciò che è utilizzabile e solo intorno a questo si adopera.

L’essere dell’uomo moderno è solo nella sua utilizzazione, perciò il prendersi cura è diventato un maneggiare che usa le cose in virtù della loro utilizzazione e tutto il manipolare è governato solo dalla sua conoscenza. Il mondo non ci viene incontro con la sua essenza e con la sua realtà, ma vediamo solo ciò che possiamo usare per i nostri fini, perciò come dei mezzi. I mezzi sono le penne, la carta, lo scrittoio, il tavolo, la lampada, le tende, i mobili, le finestre e la porta e tutte le altre cose che non vediamo come sono, perciò come tali in sé per sé. Ciò che nelle cose viene per primo è il fatto di essere un mezzo, perciò non vediamo la realtà della stanza, ma vediamo la stanza come un mezzo di abitazione.

Tutto il modo di essere dell’uomo odierno si riduce nell’anonimo “si” che è l’odiernità, perciò l’utilizzabilità: e questo oblio coincide con l’oscurarsi del nostro pensiero, perché il pensiero decade al rango di un puro strumento. Tutto è livellato al medesimo livello, perciò tutto diventa come un piano di vetro appannato, perciò si assiste al ”depotenziamento dello spirito.” Vediamo il totale oblio dell’essenza del pensiero, perché il pensare diventa l’uso strumentale dell’intelligenza, che è una questione di ingegno, di esercizio o di disimpegno di uno strumento che è posto al servizio della regolamentazione, della schematizzazione e dell’elaborazione di tutto ciò che è dato.

Questo è il processo dell’oblio progressivo dell’essenza del pensare che caratterizza l’odiernità e l’ultimo frutto amaro, dice Heidegger, è nella presenza dell’essere solo in funzione della sua usabilità. Questo è lo spirito dell’età atomica e dell’epoca della tecnica in cui è stato fatto il radicale rovesciamento delle rappresentazioni fondamentali, di cui la prima è la capacità di pensare. Ora il mondo è diventato un oggetto a cui il pensiero calcolatore porta degli assalti a cui non resiste, perciò la natura è diventata una colossale riserva da sfruttare e una fonte per l’industria e per la tecnica moderna. Tanto radicale è stato il ribaltamento che l’abilità fondamentale del pensare è creduta solo lo strumento di cui l’uomo si avvale per affermare il suo dominio.

La signoria dell'uomo oggi si vuole estendere a tutta la totalità dell’essente, che è visto solo come qualcosa che può essere usato e tutto il pensare diventa un calcolare “come” poter fare, perciò tutto il pensare è tanto falsificato che l’uomo stesso, che era il padrone, diventa l’oggetto della pianificazione tecnicistica. Tutto è manipolabile come avviene con l’opinione pubblica, i mezzi di informazione, le convinzioni quotidiane e tutto quello che si alleva e si sfrutta, ma tutto avviene in modo irrazionale. Il maggior pericolo per l’uomo odierno è nell’assenza del pensiero, perciò nel lasciarsi vincolare, ingannare, abbagliare o stregare dall’assenza di pensieri che è il completo smarrimento dell’essere dell’essente.

Il pericolo, dice Heidegger, è nel completo disinteresse e nell’indifferenza, perciò arriverà il tempo di quello che Nietzsche chiamava “il più spregevole essere” e “l’ultimo uomo” che sarà colui che, ragionando solo con il suo pensare calcolatore, crederà possibile di potersi creare un “cantuccio caldo e comodo” per rifugiarsi in esso, e per distogliersi da tutto il resto del mondo. Quando l’uomo non vorrà più gettare la sua freccia oltre se stesso e la corda del suo arco non vorrà più vibrare, allora la terra diverrà troppo piccola e su essa potrà saltellare solo quell’uomo spregevole che tutto rimpiccolisce.

In quel tempo gli uomini avranno smarrito il pensare e il senso del mistero, e avranno appiattito tutto al livello della quotidianità. In quel tempo l’uomo non partorirà più nessuna stella e si chiederà: Cos’è l’amore? Cos’è la creazione? Cos’è il desiderio? Cos’è una stella? In quel tempo tutto sarà pianificato, persino la vita e la morte, infatti un po’ di veleno verrà sparso qua e là, perché qualche goccia di veleno può essere utile per procurarsi dei sogni stimolanti e, alla fine, aumentando la dose del veleno si troverà il modo di morire piacevolmente.

Buona erranza
Sharatan