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martedì 4 aprile 2017

Non fuggire!



Sariputra, il grande discepolo del Buddha, era seduto in meditazione presso la riva di un lago. La superficie dell’acqua era agitata da una miriade di pesci. Sariputra si alzò, trasferendosi in un luogo più tranquillo. Ma lì era il canto degli uccelli a turbare la sua meditazione.

Affluivano pensieri, si levavano illusioni… fu così che decise di uccidere pesci e uccelli, e mangiarli. Ma ne fece indigestione e cadde malato. È questo un episodio della giovinezza di Sariputra. È vano cercare di fuggire il rumore dell’acqua o il canto degli uccelli. Il turbamento è nel nostro spirito. (Taïsen Deshimaru)

sabato 4 marzo 2017

Il contraddittorio sul sublime insegnamento



Qualunque monaco errante può fermarsi in un tempio Zen a patto che sostenga e vinca una discussione sul buddhismo con coloro che vivono in quel luogo. Se viene sconfitto, deve continuare nel suo cammino. In un tempio, nella parte settentrionale del Giappone, vivevano due confratelli. Il più anziano era erudito, ma il più giovane era stupido e aveva un solo occhio.

Un monaco errante arrivò e chiese alloggio sfidandoli, come è consuetudine, a un contraddittorio sul sublime insegnamento. Il confratello più anziano, sentendosi stanco per il troppo studio, quel giorno disse al più giovane di prendere il suo posto: «Vai tu e chiedigli il dialogo silenzioso» si cautelò prudentemente. Così, il giovane monaco e lo straniero andarono a sedersi nel santuario.

Non passò molto tempo che il viaggiatore si alzò e andò dal monaco anziano dicendo: «Il tuo giovane confratello è un individuo straordinario. Mi ha sconfitto.» L’altro disse: «Riferiscimi il dialogo.» Il viaggiatore spiegò: «Ebbene, innanzitutto io ho alzato un dito che rappresentava Buddha, l’Illuminato. Allora lui ha alzato due dita, per indicare Buddha e il suo insegnamento.

Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci che vivono la vita armoniosa. Allora lui ha agitato il pugno davanti al viso, a indicare che tutti e tre vengono da una sola realizzazione. Così lui mi ha vinto e io non ho il diritto di rimanere qui.» Detto questo, il viaggiatore se ne andò e continuò la sua strada.

«Dov’è andato quel tale?» Chiese il più giovane arrivando di corsa dal fratello più anziano, che disse: «Ho saputo che hai vinto il dibattito.» Il fratello più giovane precisò: «Non l’ho vinto affatto. Vorrei tanto dargli una bella bastonata.» Il fratello più anziano gli suggerì: «Dimmi l’argomento della vostra discussione.»

Il più giovane raccontò: «Beh, non appena mi ha visto, ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un solo occhio. Poiché era uno straniero, ho pensato di dover essere gentile con lui, così ho alzato due dita congratulandomi con lui per il fatto che avesse due occhi.

Allora quel miserabile maleducato ha alzato tre dita, suggerendo che tra tutti e due abbiamo soltanto tre occhi. Arrivati a questo punto ho perso la testa e ho minacciato di dargli un pugno, ma lui si è alzato ed è scappato via, e così è finita la discussione!» (101 storie zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Ed. Il punto d’Incontro)

domenica 13 novembre 2016

Risolvere un koan



“Incontrando il maestro per strada,
non dovete parlare,
non dovete rimanere in silenzio.
In che modo lo salutate?”
(da: Zen flesh, Zen bones)

"Molti trasformano tutto ciò che accade, soprattutto nei rapporti, in un problema da risolvere. Presto ogni giorno diventa una corsa a ostacoli che dobbiamo saltare per superarli. Alcuni preferiscono rimandare l’azione finché non hanno sviluppato una strategia e pianificato i risultati. Vogliono sapere esattamente con che cosa hanno a che fare prima di compiere il minimo gesto. E c’è anche chi non osa avventurarsi fuori dell’ambiente familiare, degli amici o della routine per paura di andare incontro a sorprese.

Farsi trovare impreparati è il loro incubo peggiore. Li spaventa non conoscere la risposta ‘giusta’ da dare. ‘Sbagliare’ diventa un disastro. Tutto ciò che fanno è inquinato dalla paura delle conseguenze. Le loro paure e i loro timori diventano particolarmente paralizzanti nell’area dell’amore, dove i rapporti vengono immediatamente trasformati nel problema supremo della vita. i rapporti rappresentano la maggiore possibilità di fallimento, ma anche il premio più grande : l’amore.

Vedere l’esistenza come qualcosa da conquistare o da controllare non porta a una vita d’amore, ma solo alla continua ricerca di sicurezza. Ma la vita non è una sicurezza, così come non sono sicuri i risultati programmati dalla mente razionale… Dobbiamo scoprire un modo nuovo di stare con i problemi. Se lo facciamo, scopriamo che in realtà non esistono problemi, che sono semplicemente dei koan che la vita ci presenta.

Un elemento fondamentale della pratica zen sono infatti i koan: essere pronti a riceverli e imparare a risolverli… Quando uno studente zen raggiunge una buona esperienza di pratica, riceve un koan dal maestro. Il koan è un problema o un indovinello apparentemente insolubile, come ad esempio: ‘Ascoltare il suono di una mano sola’ oppure ‘Mostrami il tuo volto originario prima della nascita dei tuoi genitori.’

I koan sfidano la logica, non possono essere risolti dalla mente razionale, e la risposta non è mai una frase fatta o un’affermazione scontata. Più li analizziamo razionalmente e più manchiamo il bersaglio. Ciò nonostante dobbiamo portare una risposta al maestro. Noi diciamo che se non risolviamo il koan, o non cogliamo l’essenza della nostra vita, abbiamo perso una grande occasione e potremmo non arrivare mai a scoprire chi siamo.

Una volta ricevuto il koan, lo studente fallisce un’infinità di volte. Esattamente come nei rapporti c’è un senso di stupidità, frustrazione e vergogna. Peggio ancora, sente che il guaio in cui si è venuto a trovare non ha una soluzione. Una parte del processo di soluzione del koan sta nell’imparare a lavorarci sopra, imparare a lasciare che sia la soluzione a trovare noi. Tutti devono confrontarsi con un senso di stupidità e di vergogna prima di imparare ad abbandonare il modo abituale di affrontare le cose.

Per superare il koan (per imparare ad affrontare i problemi insolubili nella vita e nei rapporti) dobbiamo fare un passo davvero radicale: cambiare completamente la nostra visione del mondo e vedere i condizionamenti su cui si fonda. La nostra valutazione di ciò che è giusto si basa sulla mente razionale e su ciò che ci dicono i sensi. Osserviamo, misuriamo e definiamo per avere la padronanza e il controllo delle cose.

Pensiamo che dando una certa forma al mondo ricaveremo forza, potere e controllo. Ma quello che in realtà facciamo è impegnare la maggior parte della vita in cose che già conosciamo. Ci affidiamo a discipline come la psicologia, la sociologia o la teologia nella speranza che qualcun altro ci fornisca risposte e pareri autorevoli. Ricorriamo a sacerdoti, rabbini e psicoanalisti per capire meglio la vita. se non lo facciamo, abbiamo paura di rimanere ciechi.

E, in un certo senso, è vero. La conoscenza scientifica e oggettiva ha la sua funzione e la sua utilità, ma non è in grado di guarire un rapporto lacerato, né restituirci la fiducia nell’amore. Dove la scienza finisce, inizia l’amore. L’amore non è oggetto di osservazione scientifica, perché non ha forma… Per raggiungere la comprensione in questo campo, per risolvere i koan che la vita ci presenta, dobbiamo smettere di cercare le risposte nel mondo della logica.

Dobbiamo rivolgerci invece alla nostra esperienza profonda, che non ci farà capire di più, ma essere di più. Non usiamo solo il cervello, ma tutto il nostro essere. Non usiamo solo il cervello, ma tutto il nostro essere. È così che possiamo imparare a vivere i rapporti portandovi forza, semplicità e bellezza. La saggezza interiore ci dice che, nonostante i problemi in apparenza insolubili, tutto è per il meglio. Per entrare in contatto con la saggezza interiore dobbiamo porre un nuovo tipo di domande, vedere la vita e gli eventi con occhi diversi.

Non cerchiamo più di modellare o controllare la nostra esperienza, né di darle una spiegazione logica. Stiamo semplicemente con l’esperienza, vi facciamo amicizia, e lasciamo che sia l’esperienza a insegnarci e a guidarci. In un certo senso, ciò di cui stiamo parlando è la via dell’umiltà, che esige la forza di lasciar andare il bisogno di controllare noi stessi e il mondo, e di ammettere che non siamo noi i più forti. C’è qualcosa di più grande di noi, e dobbiamo soltanto imparare ad entrare in contatto con questo qualcosa per trovare le vere risposte.

Platone diceva che nasciamo sapendo tutto, e che la vita è un continuo processo di dimenticanza. Dimentichiamo da dove veniamo e dove andiamo. Dimentichiamo il motivo per cui siamo qui, su questa Terra meravigliosa. Ma, lavorando al koan, ricordiamo a poco a poco la conoscenza che è sempre stata nostra. Nei momenti di crisi, di dolore e tristezza, è fondamentale imparare a ricollegarci con la nostra sorgente interiore di forza e di saggezza. I koan ci mettono in grado di farlo, perché sono lo specchio in cui vedere noi stessi."

(Brenda Shoshanna, Lo zen e l’arte di innamorarsi, Ed. Il Punto d'Incontro)

domenica 14 aprile 2013

Satori



Un vecchio maestro zen, un giorno d'inverno, in un tempio di montagna, si rivolse al suo discepolo: "Ho molto freddo. Per favore, riattizza il fuoco." Il discepolo osservò: "Ora non c'è più nessun bagliore, il fuoco è morto. Nel camino non c'è altro che cenere."

Il maestro si avvicinò, rimestò la cenere con le dita e, solo in fondo, trovò una piccola brace rossa. Il maestro si rivolse al discepolo e gliela indicò: "Guarda qui, vedi, qui c'è una piccola luce." La rianimò soffiandoci sopra e la fiamma riemerse vivace. Allora il discepolo raggiunse il satori. (Taisen Deshimaru)



mercoledì 26 settembre 2012

Una lezione zen



"E' l'arte suprema dell'insegnante
a risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza"
(Albert Einstein)

Negli anni Settanta un maestro zen arrivò a Providence, nel Rhode Island, e iniziò a viverci lavorando come riparatore di lavatrici. Il suo nome coreano era Seung Sahn cioè “Montagna Alta” dal nome della montagna cinese su cui venne illuminato Hui Neng sesto patriarca zen, ma i suoi allievi lo chiamavano Soen Sa Nim, cioè l'Onorato Maestro Zen. Il maestro coreano era stato scoperto da un gruppo di studenti della Brown University, che gli avevano creato attorno un gruppo curioso di scoprire chi fosse quel tipo strano e cosa avesse da offrire di nuovo.

Da questo gruppo originario nacque il Providence Center Zen, e nei decenni che seguirono sorsero nel mondo molti altri centri basati sugli insegnamenti del maestro Soen Sa Nim. Jon Kabat Zinn lo aveva sentito nominare da uno dei suoi studenti, perciò decise di conoscere lo strano maestro che viveva riparando le lavatrici e che sembrava molto felice dell’umile lavoro. Jon, conoscendolo, notò in Soen Sa Nim qualcosa di molto affascinante, infatti il maestro coreano aveva un viso aperto e sorridente illuminato da uno sguardo molto attento.

Sembrava un uomo sempre molto presente a se stesso sebbene il suo atteggiamento fosse privo di qualsiasi traccia di orgoglio o di presunzione. Il maestro aveva sempre il capo ben rasato, perché i monaci buddisti tagliano “l’erba dell’ignoranza,” come chiamano i capelli, e calzava dei semplici sandali di gomma, perché le calzature di cuoio si ottengono assassinando gli animali. Il maestro zen indossava una semplice veste grigia, e quando insegnava indossava una kesa marrone semplicissima fatta con pezze di stoffa cucite insieme che formavano un rettangolo che pendeva sul petto.

Questo tipo di indumento viene usato nella tradizione zen per ricordare l’umile veste del Buddha e dei suoi primi discepoli che usavano delle tuniche composte da scarti di stoffa. Soen Sa Nim sembrava un uomo dall’età indefinibile, malgrado dovesse essere sulla quarantina, e aveva una corporatura robusta su un'altezza di circa un metro e ottanta. Di lui si diceva che in Corea fosse molto stimato ed autorevole, e il maestro diceva di se stesso che era voluto venire nei posti in cui “succedevano le cose” e l’America di quegli anni era molto attratta dalle discipline orientali, dalle tecniche di meditazione e dalle filosofie orientali.

Spesso lo strano maestro iniziava le sue lezioni afferrando il kyosaku, cioéil piccolo bastone piatto tipico dello zen, che aveva fatto con un ramo ritorto e nodoso ben lucidato. Usava il bastone per appoggiarvi il mento mentre parlava, oppure lo teneva sollevato sulla testa, poi diceva: “Lo vedete questo?” A quelle parole tutti restavano perplessi e muti, infatti tutti gli occhi sorpresi degli allievi lo fissavano senza capire cosa volesse comunicare. Subito dopo batteva violentemente il kyosaku sul tavolo che aveva davanti, per cui lo schiocco violento sgomentava sempre più il gruppo dei discepoli.

Il maestro del tutto calmo, tranquillo e imperturbabile malgrado quel gesto violento, si rivolgeva al suo pubblico e chiedeva: “Lo sentite questo rumore?” Gli allievi restavano sempre muti e ancor più perplessi, perché nessuno aveva il coraggio di parlare per commentare o rispondere alle sue domande: dopo l’introduzione a suon di bastonate il maestro coreano iniziava la sessione. Chiaramente l'eccentrico avvio delle sue sessioni aveva un significato, ma furono necessarie molte lezioni perché il messaggio fosse chiaro.

Il messaggio diceva che quando si tratta di zen, di meditazione o di consapevolezza non dobbiamo complicarci le cose. Per fare la meditazione, praticare lo zen o provare la consapevolezza non dobbiamo inventarci delle filosofie complicate e non dobbiamo avere una mente brillante, perché una filosofia che è lontana dal vivere comune non ci dona la vita. Il concetto del maestro coreano era che il vedere e il sentire deve essere sempre un fatto nudo e crudo, perciò dobbiamo perseguire una percezione estremamente semplice.

Quando vediamo e sentiamo in modo nudo e semplice, cioè quando percepiamo la realtà per com'è, troviamo il rifugio nella mente originale, che è il luogo libero da tutti i preconcetti mentali compreso il concetto di “mente originale.” Questo luogo non si cerca con la mente e non si trova nella mente, perché è già presente al nostro interno, perciò non dobbiamo temere di non trovarlo, infatti questo luogo è l’unica dimensione in cui non possiamo perderci. L’essenziale è solo il percepire, per questo non dobbiamo pensare, infatti vedendo il bastone dobbiamo sapere soltanto chi è che lo vede.

Allo stesso modo, quando sentiamo il colpo secco dello scoccare sul tavolo dobbiamo sapere soltanto chi è colui che lo sente: la vera percezione è quella che troviamo nell'essere pienamente presente alla nuda e semplice percezione. Nella pienezza del totale “vedere e sentire” troviamo il luogo del vero rifugio, ma questo luogo esiste solo nell'attimo che precede le interferenze dei pensieri. La percezione originaria sa bloccare l'azione disturbante della mente e le interferenze dei pensieri.

Solo in seguito Jon Kabat Zinn comprese che il maestro voleva insegnare che vedere e sentire non è un fatto naturale, ma che questa facoltà è complessa e molto difficile da apprendere, perché è molto difficile percepire in modo semplice ed essenziale. Nell'esperienza percettiva siamo sommersi dai pensieri e dalle emozioni prodotte delle esperienze passate, ma queste interferenze ci rendono estranei alla percezione della realtà.

La velocità con cui i pensieri, le emozioni e le interpretazioni nascono impedisce di sentire che la percezione è come una novità da assaporare, e questo errore non ci fa assaporare le esperienze. Siamo sottratti all’istante in cui sorge la vera visione originale, perché essa arriva quando la realtà colpisce la nostra percezione. Se impariamo che la percezione è in questa nuda semplicità non veniamo sommersi dai disturbi della mente, e anche se la vera visione fugge molto veloce, la totale vicinanza della nostra coscienza ai sensi ci fa percepire.

L'inconsapevolezza e le disattenzioni ci condizionano, perché l'estraneità tra la coscienza e la percezione ci fa scivolare negli automatismi dei pensieri e delle emozioni. L'inconsapevolezza è come un gorgo d’acqua che ci risucchia e ci sommerge, perciò la lezione zen non iniziava in modo strano. L'inizio non era banale, ma la sessione iniziava con un insegnamento profondo, perché Soen Sa Nim ci esortava a risvegliarci dal sonno in cui giacciono immersi i nostri sensi e la nostra coscienza.

Il maestro ci avvertiva che siamo tanto immersi in noi stessi da essere ipnotizzati dalle nostre concezioni mentali, per questo siamo travolti dalle cose che ci accadono e viviamo estranei a quello che avviene. Per questo motivo restiamo nelle situazioni che non ci danno quello che vogliamo, e subiamo anche quello che non rappresenta ciò che siamo. Dobbiamo riconoscere il torpore in cui sono smarriti i sensi e la nostra coscienza, perché questa fatale ignoranza ci getta indifesi nel vortice ottuso che chiamiamo la nostra vita.

Buona erranza
Sharatan



martedì 23 giugno 2009

Un grande maestro zen


Nansen, il grande Maestro zen, stava invecchiando ed era alla ricerca del suo successore. Di fatto era già pronto a lasciare il suo corpo, ma era trattenuto dall’attesa di un adeguato discepolo a cui lasciare il frutto della sua vita, e a cui consegnare l’essenza del suo insegnamento. Nansen era circondato da migliaia di allievi, per cui la sua attesa sembrava molto strana e molti si chiedevano cosa aspettasse a consegnare la chiave della sua saggezza ad uno dei tanti sapienti che lo circondavano.

Nansen sapeva che, tra i suoi discepoli, vi erano dei grandi studiosi, uomini molto acuti ed intelligenti, delle persone stimate per la loro attività intellettuali, persone in grado di ragionare e destreggiarsi con la logica, ma che erano assolutamente incapaci di capire il vero amore. E l’amore è del tutto incomprensibile a coloro che lo vogliono comprendere solo con la forza della loro mente. Erano studiosi esperti di matematica, ma del tutto alieni all’arte della metafora, tutti i suoi migliori allievi erano degli esperti nella prosa, ma completamente inadatti ad aprirsi ai misteri della poesia.

Così Nansen giaceva a letto, ammalato e vecchio, e cercava di sostenere il suo corpo fiaccato dalla vecchiaia per farlo rimanere ancora in vita un altro poco. Un giorno entrò nella sua stanza il suo futuro successore, Joshu. All’ingresso di lui, nessuno dei due profferì parola. Nansen non aprì bocca e tantomeno Joshu, ma al suo ingresso qualcosa avvenne egualmente. Era un forestiero e uno sconosciuto, eppure il solo modo con cui era entrato era stato sufficiente perché entrambi divenissero più vigili.

Il Maestro Nansen gli chiese: “Da dove vieni?” e lo fece con un filo di voce perché era tanto vecchio e malato che voleva risparmiare le sue energie ad ogni costo. Dopo giorni di silenzio, questa fu la frase che riuscì a dire a Joshu. Alla domanda Joshu rispose: “Dal tempio di Zuizo” che, nel buddismo zen, indica in forma retorica, il sommo della beatitudine. A quella risposta, Nansen rise di cuore, anche se non rideva più da mesi, e gli chiese: “Hai visto raffigurata la beatitudine?” Ma Josho spiegò meglio: “Non ho visto la figura della beatitudine, ho visto un Buddha incarnato”.

A quelle parole Nansen si alzò dal suo letto, dopo che per più di un anno vi era rimasto immobile, e andò vicino a Joshu. Gli chiese: “Hai già un Maestro?” Joshu rispose senza esitazione: “Ho un Maestro!” Nansen chiese: “Chi è il tuo Maestro?” E intanto si sentiva come se tutte le sue malattie fossero scomparse e come se fosse tornato giovane e vigoroso. La sua voce era tornata giovane e squillante, e vibrava chiara, piena di energia e vitalità, per cui chiese: “Dimmi chi è il tuo Maestro.”

Joshu scoppiò in una bella risata e disse: ”Sebbene l’inverno abbia superato il culmine, fa ancora molto freddo. Mio maestro, posso suggerirti di prenderti buona cura del tuo corpo?” E questo fu tutto. Allora Nansen disse: “Ora posso morire in pace. E’ arrivato un uomo che riesce a comprendere il mio linguaggio. E’ arrivato un uomo in grado di avere incontri non superficiali, ma in profondità." Joshu ripetè ancora: “O mio Maestro, ti prego, prenditi buona cura del tuo corpo.”

Con queste semplici parole era avvenuta una iniziazione, perché il modo con cui Joshu aveva detto: ”Sebbene l’inverno abbia superato il culmine, fa ancora molto freddo” dimostrava che sapeva parlare per metafora, e che comprendeva l’arte della poesia, ma Joshu conosceva anche le vie dell’amore, per questo aveva aggiunto.” Mio maestro, posso suggerirti di prenderti buona cura del tuo corpo?” Per questo aveva invitato Nansen a coricarsi di nuovo, perché non era opportuno che si strapazzasse prendendo freddo e trascinandosi fuori dal letto, essendo un uomo dall’età ormai avanzata. La ricerca era finita, il Maestro ed il discepolo si erano incontrati.

Esistono due modi per ascoltare le cose. Un tipo di ascolto è quello di colui che critica, di colui che nel suo intimo continua a pensare, a valutare, a soppesare se una cosa sia giusta o meno al proprio carattere, se sia in accordo alla sua cultura, se sia adeguata a lui, se entra in sintonia con il suo modo di essere. Ma questo non è il modo giusto per ricevere un insegnamento.

Esistono poi coloro che riescono a sentire con l’empatia, ci sono coloro che entrano in sintonia con le cose, che si aprono e sanno ascoltare in modo totale; solo questi sanno arrivare oltre il cuore fisico e giungere nel cuore spirituale, che è nascosto in profondità.

Entrare in empatia con le cose è il solo modo per comprendere qualcosa di esoterico, perché il divino è gentile e non fa rumore, arriva in modo silenzioso e delicato, e solo restando ricettivi all’ascolto ne siamo consapevoli. C'è una bella frase di un mistico sufi, Bayazid-al Bistami, che dice: “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.”

Buona erranza
Sharatan