giovedì 10 settembre 2015

Continuum



“I saggi trovarono la connessione
dell’essere nel non-essere cercando
con riflessione nel loro cuore.”
(Nasadiyasukta 129, 1,4)

I filosofi delle Upanishad sapevano molte cose sull’origine degli dei, del cosmo e degli uomini perché le avevano imparate dagli antichi Ari che erano discesi dal nord e avevano conquistato l’India. Le Upanishad, i Brahmana e gli Aranyaka fanno parte del corpus di dottrine che sono conosciute con il nome di Veda. Il termine “veda” significa “ciò che è stato visto e realizzato dai saggi“ cioè “Conoscenza Suprema” ovvero “Scienza sacra.”

Nei testi vedici si tramandano le concezioni della sruti ossia le rivelazioni che furono ispirate direttamente ai sacri Veggenti da parte del mondo divino. L’asse centrale del loro insegnamento è la “rta” ossia l’esistenza di un grande ordine cosmico che si riflette a tutti i livelli dell’esistente. Essi appresero che l’universo, il moto degli astri, il mondo degli dei e il mondo degli uomini, lo scorrere del tempo e delle stagioni dimostra l’esistenza di un Ordine sacro che è ovunque valido.

La loro concezione dell’universo e dell’esistenza possiede una coerenza e un rigore che viene raffigurato dalla trama di uno splendido tessuto. Perciò le verità che vengono tramandate dai Veda vanno considerate il più grande dono che gli antichi Ari potessero lasciarci. Quei maestri dissero che tutto ciò che esiste, a partire dall’umile filo di erba fino alla più elevata divinità obbedisce alla grande coerenza e alla corrispondenza armoniosa del cosmo definita Sanatana Dharma, ossia Legge Eterna che dimostra le più elevate Verità.

Questi insegnamenti furono rivelati a 7 grandi Veggenti che parlavano con 7 voci sacre. Ad essi gli dei rivelarono un immenso tesoro di saggezza che fu trasmesso sul piano spirituale e che venne tramandato in modo orale per molti secoli. Quei saggi si resero consapevoli - attraverso l’introspezione - che, nel cuore dell’uomo, si nasconde un vuoto profondo, un’immobilità indescrivibile, uno stato che supera il pensiero, il sogno, la percezione e la conoscenza: questo stato dell’essere non è condizionato dallo spazio e dal tempo.

Perciò essi arrivarono alla sorgente di ogni aspetto dell’esistenza e videro che al di là di ogni forma di apparenza esiste uno stato causale, un continuum, uno stato indifferenziato di cui ogni aspetto percepibile è solo uno sviluppo visibile. Tutto l’universo è la realizzazione di un piano divino, perciò il cosmo è la materializzazione di un sogno organizzato.

Tutto il mondo visibile è percepito come la cristallizzazione del pensiero del Creatore. Tutto il cosmo è un meccanismo conscio, è la manifestazione di una volontà e non certo un meccanismo inconscio o insensato. I filosofi delle Upanishad dissero che, al di là dei substrati apparenti esiste un continuum percettibile sottinteso a ogni aspetto della realtà.

Dissero che il supporto di tutte le forme percettibili è uno spazio vuoto e assoluto che descrissero come un continuum senza limiti indifferenziato e invisibile che chiamarono etere, akasha, in cui vengono costruite tutte le suddivisioni immaginarie dello spazio relativo. Il movimento degli astri del cielo ci appare come reale perché le percezioni sensoriali sono illusorie, e non perché quel movimento sia reale.

È il movimento che crea l’apparenza della polarizzazione e del ritmo, ma tutto questo è inesistente perciò è illusorio. Il carattere del movimento è un prodotto di Maya, perciò è frutto dell'illusione. Questa interpretazione spiega la natura dell’universo che sembra esistere sebbene esso sia composto solo di energia. L’esempio classico che viene fatto è quello dello spazio interno di una giara che non è mai separato dallo spazio esterno alla giara anche se viene percepito come tale, perché non riusciamo a vedere la continuità dello spazio.

Il tempo viene paragonato ad un bastone invisibile perciò il tempo assoluto è l’eternità sempre presente e inseparabile dallo spazio. Il tempo ci appare come relativo perché il ritmo del cosmo lo fa percepire in questo modo sebbene anche il tempo sia un continuum. Anche il pensiero non viene percepito come un continuum perché non vediamo oltre l'apparenza. Ovunque esiste una continuità che non viene percepita, perché si nasconde oltre l’apparenza della realtà materiale.

I saggi veggenti dissero che il substrato dello spazio è l’esistenza, sat. Che il substrato del tempo è l’esperienza o beatitudine, ananda, e che il substrato del pensiero è la coscienza, cit. Dissero pure che, affinché qualcosa possa esistere è necessaria una forma di esistenza perciò l’esistenza precede lo spazio. Anche il tempo esiste solo in rapporto alla percezione perciò conclusero che la percezione precede il tempo.

Rivelarono che la percezione primaria, potenziale e indifferenziata è il primo principio dell’esperienza e che corrisponde alla beatitudine perfetta cioè alla gioia pura e assoluta che è la natura ultima dell’esperienza. La beatitudine assoluta venne chiamata brahman, la sorgente da cui nascono gli esseri, perché nella beatitudine assoluta gli esseri vivono e nella beatitudine assoluta gli esseri ritornano quando hanno cessato di esistere.

Poi insegnarono che non esiste esperienza senza esistenza e che non esiste esperienza senza esistenza. Perciò la beatitudine è un’esperienza che si illumina da se stessa sebbene la beatitudine sia diversa dalla sensazione. L’esistenza è una forma di beatitudine perché è uno stato liberato dall’inerzia.

E siccome la beatitudine è una forma di esistenza anch’essa è un continuum, perciò la base dell’esperienza è conosciuta come sensazione o come emozione. L’esperienza della beatitudine implica la realizzazione del tempo assoluto che è l’eternità cioè l’attimo sempre presente. L’essere che raggiunge questo stadio è liberato da ogni legame con l’azione ossia è libero dal karma perciò conosce la beatitudine di Brahma.

Il substrato del pensiero è la coscienza, perché il pensiero può esistere solo in uno spirito consapevole. Non esiste pensiero senza pensatore così come non esiste pensiero senza una qualche forma di individualità che non sia cosciente della sua esistenza. Perciò essi dissero che la coscienza è il substrato del pensiero e che la coscienza è inseparabile dalla nozione di esistenza individuale di un sé personale e durevole.

La coscienza è sempre legata all’individualità e la coscienza universale è rappresentata dal Sé, atman. L’immensità senza forma è il substrato ultimo della coscienza e viene sperimentato come vuoto, come silenzio, come un’oscurità totale della ragione che spazia oltre lo spirito e oltre l’intelligenza. Essa viene percepita dall’uomo nell’interiorità del suo essere come un vuoto che rappresenta il suo “io” più profondo.

Questo “io” è condiviso con tutti gli altri esseri ed è l’Oceano senza forma del Sé da cui emergono tutti gli esseri: è la creatura molteplice di ogni individuo. Il Sé o anima individuale è minuscolo come un piccolo granello di seme ma è vasto anche come l’intero universo. Il Sé elude ogni limite dello spazio e del tempo e forma il continuum di tutti gli esseri che compaiono come entità individuali.

L’anima è il continuum che esiste all’interno e all’esterno di tutte le cose, perciò l’io ossia l’individualità è solo un modo temporaneo, è solo un punto particolare della coscienza. L’anima individuale è un centro specifico di un punto del Sé indefinito che è costituito dal confluire di diverse correnti così come l’oggetto è solo un gruppo di energie che sono intrecciate insieme in un punto localizzato dello spazio infinito.

Il Sé può esistere indipendentemente da ogni pensiero, mentre l’io è il centro della vibrazione che costituisce il pensiero. Il Sé è il substrato di cui l’uomo può avere coscienza perché è il substrato della coscienza individuale. I saggi delle Upanishad rivelarono l’esistenza dei tre continuum di spazio, di tempo e di coscienza.

Ma ammisero che questo non potrà mai essere dimostrato, perché il substrato dei 3 elementi è un substrato causale ancora più sottile che supera ogni mezzo di percezione e si sottrae a tutti i metodi di ragionamento. Dissero che è impossibile usare i metodi del ragionamento logico in un campo che supera tutti i campi in cui si può usare la logica.

L’Immensità è un continuum di spazio-tempo-coscienza ed è lo stato ultimo e assoluto in cui vengono riunite l’Esistenza che sorge dalle forme spaziali, la Conoscenza o Coscienza che trascende il pensiero e il tempo senza limiti cioè l’Eternità che è alla base dell’esistenza e della beatitudine. Brahman fu visto come l’unità individuale di Esistenza, di Coscienza e di Eternità. E dissero che questa immensità, questo vuoto, questo sconosciuto, questo assoluto non-esistente possiede la natura più profonda di ogni cosa.

Buona erranza
Sharatan

martedì 8 settembre 2015

Il potere di Maya



Un giorno Narada, il capo dei musici celesti, disse al Signore dell’Universo: “Signore, mostrami il potere d’illusione di Maya che può trasformare l’impossibile in possibile.” Vishnù sorrise e fece un segno di assenso poi s’incamminò insieme a Narada. Dopo aver camminato per un certo lasso di tempo, il Signore Vishnù ebbe sete e disse a Narada: “Ho sete, vammi a cercare da qualche parte, un poco d’acqua.”

Narada prese una brocca e partì alla ricerca di acqua perciò si allontanò sempre di più dal suo Signore, finché avvistò il corso di un fiume. Appena Narada si fu avvicinato alle rive del fiume vide una fanciulla di grande bellezza che attingeva acqua nel fiume. Quando Narada si avvicinò, la fanciulla lo salutò con gentilezza e poi iniziarono a parlare perché si erano subito innamorati uno dell’altra.

Narada la chiese in moglie e lei accettò, perciò si sposarono e andarono a vivere presso le rive del fiume. Trascorso altro tempo ebbero due figli che completarono la loro felicità. In seguito infuriò una pestilenza tremenda che flagellò quei posti, perciò Narada propose alla moglie di abbandonare la loro casa e di fuggire lontano. La donna fu d’accordo perciò fecero i bagagli, presero i figli e si misero in viaggio.

Ma proprio mentre stavano attraversando il ponte sul fiume arrivò una grande ondata che spazzò via i bagagli, fece annegare sua moglie e i suoi figli. Allora Narada, schiantato dal dolore, crollò sulla riva del fiume e iniziò a piangere disperato. In quel momento gli apparve Vishnù che gli chiese: “Narada dov’è l’acqua che ti ho chiesto di portare? Perché stai piangendo disperato? Sei andato via con la brocca da una buona mezz’ora e non sei più tornato.”

Narada smise di piangere subito e chiese: “Da una mezz’ora?” Per la sua anima erano passati quasi 12 anni, ma quel tempo era trascorso solo in mezz’ora. Allora Narada comprese e s’inchinò a Vishnù dicendo:”O Mio Signore, m’inchino davanti alla Tua magnificenza e al potere della tua Maya!”

La storia ci insegna che ogni differenziazione esiste solo nell’ambito di Maya, perché è Maya che causa tutte le differenziazioni perciò l’illusione cessa solo quando Maya cessa di agire. Tutto l’universo, gli oggetti e i fenomeni sono oggetti di creazione, conservazione e distruzione che dipendono dal corpo, dal pensiero e dall’anima. Tutto quello che vediamo nello stato di veglia, di sonno e di sogno è effetto del potere di Maya.

I vedantini dicono che Maya è come un serpente che è sempre in movimento, perché Maya è una forza attiva. Malgrado questo, gli uomini fanno tanti progetti per l’avvenire senza sapere che il mondo materiale è un prodotto di Maya. Ramakrishna dice che il sole brilla nel cielo ma è sufficiente una nuvola per oscurare il suo splendore: il velo di Maya agisce così, perché impedisce di vedere il Satchidananda che è presente ovunque, e Testimone di tutto ciò che esiste.

Il velo di Maya impedisce all’anima individuale di scorgere l’anima universale, infatti le due anime non possono vedersi a vicenda finché il velo non cade. Anche l’ego dell’uomo è Maya, perché il nostro stesso egoismo ci impedisce di vedere il sole, perciò finché non cade il suo schermo non potremo vederlo.

Il sole non può riflettersi nelle acque opache, perciò la conoscenza del sé non esiste nell’uomo che conserva l’idea del “mio” e dell’io. L’io e il “mio” sono il frutto dell’ignoranza, perciò non ha senso dire che il mondo è irreale finché saremo convinti che solo noi siamo reali. Nel Vedanta si dice che solo chi ha realizzato questa convinzione può rendersi conto che il mondo è un prodotto di Maya.

L’illusione del mondo dei fenomeni non si cancella con facilità, perciò resta anche quando si è visto chiaramente l'illusione, e si conosce il potere del suo miraggio. Se vediamo, in sogno, una tigre che ci assale, anche quando ci rendiamo conto che è stato solo un sogno, pur tuttavia non svanisce la palpitazione della paura.

Anche dopo che si è realizzato il samadhi, l’io può permanere nell’uomo sia come servitore che come adoratore. Narrano che Shankaracharya poté conservare l’ego di vidya cioè l’ego della Conoscenza, allo scopo di poter istruire gli altri. Il suo ego conservava una traccia dell’individuazione per mantenere un confine tra la sua persona e la Divinità, e questo gli consentiva di essere un esempio per i suoi fratelli.

Se osserviamo il punto di confluenza tra un canale e il fiume, a volte vediamo che l’acqua del canale scompare e si confonde con quella del fiume. A volte vediamo che compare una leggera corrente che ci indica che il corso del canale resta separato da quello del fiume. Lo stesso avviene in quelli la cui anima è divenuta una con l’anima universale. Costoro conservano, in loro, una piccola traccia d’individualità che segna la separazione tra la loro esistenza e quella della Divinità.

Qualcosa dell’ego resta per consentirgli di conservare il corpo fisico, per consentirgli di poter continuare a pregare devotamente la Divinità, per consentirgli di restare in compagnia dei propri simili e per consentirgli di continuare a servire il loro prossimo. In fondo, anche la possibilità di conservare una traccia d’individualità è il frutto di molte preghiere perciò anche questo residuo di egotismo è Maya.

Buona erranza
Sharatan

martedì 1 settembre 2015

Il giardino



“La coscienza mentale è radice di ogni azione di corpo e parola.
Sua natura è manifestare formazioni mentali, ma non ha
esistenza continua. La coscienza mentale fa sorgere azioni,
che poi fa maturare: gioca il ruolo del giardiniere
che sparge ogni tipo di seme.”
(Abhidharma Sutra)

“Ci sono tre generi di azioni (karma): azioni del corpo, della parola e della mente. La coscienza mentale è la base di tutti e tre i tipi di azioni: è lei che dirige le azioni del corpo. Tutto ciò che diciamo sorge da lei; inoltre da lei provengono le facoltà di pensare, misurare, apprendere e giudicare. Come manas, la coscienza mentale è una coscienza risultante; delle due la prima manas però è continua, la seconda no, a volte smette di operare. Per esempio, in un sonno senza sogni la nostra coscienza si ferma del tutto; da svenuti, può non essere in funzione; e anche nello stato meditativo detto “del senza mente” è a riposo.

La coscienza mentale dunque non è continua, e lo stesso vale per le altre cinque coscienze sensoriali degli occhi, delle orecchie del naso, della lingua e del corpo. Cosi la coscienza mentale e quelle sensoriali differiscono dalla coscienza deposito e da manas, che invece sono continue. La coscienza mentale fa sorgere due generi di azioni: una è l'azione “di traino”, che ci attira in una direzione o nell'altra. Troppo spesso accade che “Maya” (l'illusione) fornisce la strada e gli spiriti affamati ci mostrano la direzione. Se invece a fornire la strada è il Buddha e a mostrare la via è il Sangha, ci sarà di vantaggio.

Il secondo genere di azioni è detto “azione maturante”: ciò che facciamo ha per risultato la maturazione di semi salutari o non salutari nella coscienza deposito. La coscienza mentale rende possibili entrambi i generi di azioni: quelle che ci spingono in una data direzione, buona o cattiva che sia, e quelle che fanno maturare i frutti dei semi che già abbiamo in noi.

Proprio perché la coscienza mentale può dare il via a un'azione che fa maturare uno dei semi nella nostra coscienza deposito, è importante studiarla, allenarla e trasformarla. Noi parliamo e agiamo in base al nostro modo di pensare e di conoscere. Ogni possibile azione del corpo, della parola e della mente intrapresa sulla base della coscienza mentale innaffia in noi i semi positivi oppure quelli negativi. Se innaffiamo quelli negativi, il risultato sarà sofferenza; se sappiamo come innaffiare quelli positivi in noi ci saranno più comprensione, più amore e felicità.

Se la coscienza mentale impara a vedere le cose nell'ottica dell'impermanenza, del non-sé e dell'interessere, aiuterà i semi dell'illuminazione a crescere e a sbocciare come fiori. La coscienza deposito viene paragonata spesso alla terra, al giardino nel quale si piantano i semi che daranno vita a fiori e frutti. La coscienza mentale è il giardiniere, colui che semina, innaffia e si prende cura della terra. Ecco perché la strofa dice che la coscienza mentale fa nascere azioni che conducono alla crescita e alla maturazione: si riferisce a quella dei nostri semi.

La coscienza mentale può sprofondarci nei mondi infernali o condurci alla liberazione: sia l'inferno sia la liberazione sono il risultato della maturazione dei rispettivi semi. La coscienza mentale dà la spinta iniziale e svolge anche il compito di far maturare. Se si seminano chicchi di grano, sarà grano quello che crescerà. Il giardiniere - la coscienza mentale - deve fidarsi della terra: è lei che porta avanti il frutto della comprensione e della compassione; deve anche riconoscere e identificare i semi positivi nella coscienza deposito e praticare giorno e notte per innaffiarli e aiutarli a crescere.

Ma a nutrirli e a portarli a compimento è il giardino, cioè la coscienza deposito. Il fiore del risveglio, della comprensione e dell'amore è un dono del giardino: chi lo coltiva non deve far altro che prendersi cura di esso perché il fiore abbia una possibilità di crescere. La mente è la base di ogni azione, per questo è così importante essere in presenza mentale.

La consapevolezza è lo stato migliore, per la mente: in consapevolezza, i nostri pensieri e le azioni fisiche e verbali vanno in direzione della guarigione e della trasformazione. Il Sangha è un grande aiuto nella pratica della presenza mentale: circondati di altri che praticano la parola consapevole, l'ascolto consapevole e l'azione consapevole, siamo motivati a farlo anche noi. Alla fine la consapevolezza diventa un'abitudine. E apre le porte alla trasformazione e alla guarigione.”

(Thich Nhat Hanh, La via della trasformazione, Oscar Mondadori)

sabato 29 agosto 2015

I tre guna



“Dal sattva nasce la saggezza;
dal rajas la cupidigia e dal tamas
la negligenza, l’illusione e l’ignoranza.”
(Bhagavad Gita 14, 17)

I vedantini insegnano che il campo della conoscenza è diviso in due parti: il soggetto che osserva e lo spettacolo. Le cose che formano lo spettacolo cosmico rappresentano il divenire e il divenire implica che nulla è stabile, per questo sorge il Samsara che corrisponde al mutare incessante dei fenomeni. L’osservatore coinvolto nel Samsara cerca di fermare la trasformazione e tenta di cristallizzare una realtà che, per sua natura, non può essere fermata.

Il Samsara è la causa dell’illusione dualistica di soggetto e oggetto, e l’ignoranza (avidya) è la causa del desiderio, della sete di possesso e dominio, della spinta alla conservazione e la tendenza alla cristallizzazione. Solo lo yogi perfetto comprende che il mondo dei fenomeni e delle attività è soltanto una danza di luci e di ombre che esprime la relatività, perché è l’espressione dei tre guna che vengono illuminati dalla Luce Suprema.

Solo lo yogi che ha superato la coscienza del corpo e il divenire del mondo comprende che l’identità personale è continuamente condizionata da tre qualità che fanno fluire il film della vita. Secondo i maestri del vedanta, la mente del soggetto coinvolto nel divenire costruisce delle realtà illusorie e distorte perché viene sottomessa dalle qualità della Natura Cosmica, dette “guna.”

La Natura Cosmica (Prakriti) è composta da tre qualità o attributi fondamentali ossia da: sattva, purezza; rajas, passione, e da tamas cioè d’inerzia. Poiché anche l’uomo fa parte dell’ordine naturale, anch'egli mostra i tre attributi fondamentali e viene condizionato dalle tre qualità fondamentali che creano il gioco cosmico dei fenomeni multeplici che intessono la dimensione del tempo-spazio.

Shankara dice che la coscienza viene proiettata nello spazio-tempo a causa della sua ignoranza perché, altrimenti, la coscienza resterebbe immutabile non avendo necessità di cambiare il suo stato di originaria beatitudine, esistenza e quiete. Tamas è l’inerzia, rajas è l’attività e sattva è la sintesi dell'inerzia e dell'attività.

I guna sono i fattori mentali che sono alla base dei processi psicologici e costituiscono i fattori che condizionano l’attività della mente. Essi sono alla base del senso dell’identità e del comportamento personale, perciò la loro purificazione è fondamentale per la guarigione della mente malata e per avere la retta percezione.

Secondo il Vivekacudamani che viene attribuito a Shankara, il tamas ha gli attributi dell’ignoranza, della rilassatezza, della pigrizia, del torpore, della negligenza e dell’ottusità. Chi vi soggiace non capisce nulla ed è insensibile come una pietra. La persona piena di tamas, dice Yogananda, si riconosce per le sue idee sbagliate sulla vita che sono profondamente radicate in lei a causa del suo comportamento insensato, della sua mancanza di autocontrollo, del suo orgoglio, della sua arroganza e del suo disprezzo per i buoni consigli altrui.

La mente dell’uomo tamasico è confinata nei centri più bassi: lombare, sacrale e coccigeo. La sua coscienza è spesso confusa e sempre più ignorante perché è discesa molto lontano dalla regione delle percezioni divine del cervello. Essa è anche molto al di sotto del livello intermedio del piano rajasico o piano di mezzo. Il centro coccigeo o inferiore è quello che stimola le attività sessuali, e chi dimora stabilmente in questo chakra è un prigioniero incatenato da maya al mondo della dualità, all’inerzia e alla sofferenza.

Le persone tamasiche fanno sprofondare la loro mente nel chakra più basso perciò restano intrappolate nel male cioè nell’identificazione dell’io con il corpo, nelle relazioni sessuali illecite, nei rapporti disonesti e così via. Il guna rajas ha la natura dell’attività e possiede un potere proiettivo. I suoi attributi, secondo Shankara, sono il desiderio, la collera, l’avidità, l’arroganza, l’odio, l’egoismo, l’invidia, la gelosia da cui nascono degli atteggiamenti estrovertiti perciò lui stesso è l’autore della sua schiavitù.

Rajas è la sete di emozioni egoistiche e acquisitive che spinge le persone alla lotta per il potere. La pressione di rajas assoggetta la volontà ai fini utilitaristici, perciò il rajasico è sempre competitivo mentre il tamasico è passivo. L’uomo rajasico si riconosce perché coltiva solo desideri materiali, fa continui sforzi per acquisire sempre più ricchezze, possessi, prestigio e potere. La mente del rajasico dimora nel centro dorsale e nel cuore, cioè nel mezzo, ed è equidistante dai chakra più alti e da quelli più bassi.

La mente totalmente impregnata di rajas vivendo nel piano dorsale è piena di simpatie e di antipatie, di attaccamenti e di avversioni. Essendo nel mezzo, la sua coscienza ha il potere di salire nei centri elevati della testa per ottenere saggezza e fissare la sua attenzione sull’occhio spirituale, oppure di volgersi verso il basso cioè verso le sfere inferiori dell’illusione.

Nella mente dominata da tamas o da rajas non si sviluppano mai qualità etiche, perciò la sofferenza è sempre presente come conseguenza di una mente separata e ignorante. La correlazione tra il corpo e la mente predispone le personalità tamasiche a disturbi vagali come le coliche, invece i tamasici sono predisposti a disturbi del sistema simpatico come la gastrite e le ulcere.

Il guna sattva è la sintesi dell’inerzia e dell’attività e possiede il potere di armonizzare. Le qualità sattviche sono l’assenza dell’orgoglio, la non violenza, la non falsità, la non appropriazione, la non ossessività, la purezza, la continenza e la profonda avversione per il non-reale.

La percezione sattvica vede l’interezza dietro l’apparente frantumazione, la causa oltre l’effetto perché è sattvica la conoscenza in cui ogni essere riconosce l’Unico Essere imperituro e immutabile all’interno di tutte le esistenze divise. Secondo la tradizione vedantina, solo le qualità sattviche permettono la percezione della verità. La condizione di questa mente pacificata e colma di valori spirituali riesce a realizzare in pieno le potenzialità delle funzioni mentali.

I sensi dei sattvici riescono a penetrare nel mondo materiale, l’intelligenza è analitica perciò penetrano nelle sue organizzazioni e l’intuizione supercosciente può farli accedere all’esperienza archetipa dell’anima. I sattvici vedono, sentono e parlano in armonia con quello che si vede perciò emanano l’amore e il bello, e vibrano nel buono perciò esprimono l’accordo nello spazio che illuminano intorno a loro.

Non attaccata a nulla e libera da ogni condizionamento del desiderio, la mente sattvica, non viene limitata dalla separatezza dell’io perciò contempla l’Unità del creato. Sattva è l’unico guna che permette una percezione realistica perciò è evidente che, per accedere alle verità superiori, dobbiamo sviluppare le virtù etiche. Il rapporto tra etica e consapevolezza ha un ruolo centrale in questo approccio spirituale, ma queste virtù andrebbero sviluppate anche oggi per il bene del nostro pianeta.

Le qualità morali influenzano la percezione, e il possesso dei giusti valori etici è la condizione primaria per una perfetta visione e per l’acquisizione della retta consapevolezza, sia nell’induismo che nel buddismo. L’illusione o ignoranza rappresenta una nebulosità di percezioni che causano la mistificazione degli oggetti della consapevolezza, perciò è considerata la sorgente degli stati mentali patologici.

Gli aspetti dell’egoismo, del dubbio e dell’assenza di rimorso e vergogna per il male che si è fatto sono considerati i principali fattori di illusione percettiva. Le virtù e i vizi agiscono accanto ai conflitti e ai complessi definendo il modo in cui un soggetto vede il mondo, e condizionano il modo con cui reagisce ad esso: i comportamenti conflittuali o unitivi decidono il destino del singolo e quello del mondo. Nei rajasici e nei tamasici prevalgono i comportamenti passivi e conflittuali, invece nei sattvici prevalgono i comportamenti unitivi e armoniosi tipici dell’amorevole discriminazione.

Buona erranza
Sharatan

martedì 25 agosto 2015

Lo spettacolo cosmico



“Esse sono due nascoste nel segreto dell’Infinito:
l’ignoranza e la Conoscenza; ma l’ignoranza è peritura,
mentre la Conoscenza è immortale.”
(Svetasvatara Upanisad I, V, 1)

Per Shankara la coscienza è lo strumento e il tramite tra l’osservatore e lo spettacolo cosmico. La coscienza è il prodotto dell’incontro tra il soggetto e l’oggetto osservato perciò, senza la coscienza, non avremmo nessun rapporto tra soggetto e realtà. Per questo, la coscienza è presente in ogni dimensione dell’esistenza ossia nella veglia, nel sogno e nel sonno perciò essa è una costante della realtà.

Poiché la realtà possiede molte dimensioni, anche la coscienza comprende tre gradi o livelli per farci percepire tutti i gradi dell realtà in cui viviamo. La consapevolezza sensoriale fa conoscere la realtà grossolana, il livello mentale fa conoscere la realtà sottile e l’aspetto spirituale fa percepire la realtà dei princìpi. La coscienza sensoriale è il livello più superficiale perché fa conoscere la parte grossolana ed esteriore.

Invece il livello superiore è quello della coscienza trascendente, unitaria e intuitiva che fa conoscere i principi da cui nascono gli oggetti. La caratteristica principale della coscienza è il “divenire” che implica la capacità di creare il flusso dinamico che collega soggetto e oggetto. Il divenire viene trasceso solo dall’atman che è il livello in cui ogni dualismo finisce.

Quando siamo giunti al livello privo di ogni divenire emerge l’Essere inteso come uno stato permanente che supera ogni movimento e ogni causa, perciò siamo entrati nello stato di coscienza che è piena identità con il Tutto. I vedantini pensano l’Assoluto-atman come la realizzazione più elevata che include ogni oggetto, perciò ogni altra forma di coscienza diversa da questa è vista come un tipo di consapevolezza ridotta.

La metafisica vedantina vede l’origine della vita come un’unità da cui è nata tutta la molteplicità dei fenomeni. Perciò la manifestazione della vita viene paragonato all'irradiazione originata da un Centro Assoluto. Nel Vedanta dicono che l’origine della coscienza è avvenuta con una “rottura” dell’originario stato indifferenziato in cui il soggetto e l'oggetto erano un’unica realtà.

Allo stato di fusione tra esistenza, conoscenza e beatitudine è seguita la scissione cioè la “caduta” nell’identificazione particolare del soggetto con una parte della realtà. Perciò è sopraggiunto l’oblio di questa originaria esistenza divina, e l’inizio dell’ignoranza e del dolore: è così che è iniziata la nostra percezione duale. La condizione primitiva finì con l’identificazione che ci fece perdere la totalità e fece sorgere il dualismo di soggetto e oggetto.

L’identificazione è il processo della coscienza che dimostra che ogni livello di coscienza corrisponde a una versione relativa e personale del mondo. Nel mondo relativo esistono diversi gradi di coscienza che vanno considerati solo come punti di vista parziali e personali perciò essi vanno visti soltanto come opinioni.

Ogni punto di vista è relativo alle funzioni mentali usate e alla struttura mentale dualista, perciò è relativo ai gradi inferiori della conoscenza che non esauriscono tutte le potenzialità cognitive degli uomini. Per gli occidentali, la coscienza è il risultato delle funzioni cognitive del cervello ed è un fenomeno collegato alla materia. Invece, per i vedantini, la coscienza è un principio metafisico che mostra l’unità dell’universo. Essa è l'Intelligenza Cosmica dalla trascendente perfezione, perciò la coscienza è alla radice della materia e della mente.

Per Patanjali e per il Vedanta, la mente è l’organo interno posto tra corpo e anima ossia tra cervello grossolano e cervello causale. La mente è un livello sottile e rappresenta una struttura con 3 funzioni diverse. La struttura inferiore svolge le funzioni sensoriali, la struttura intermedia svolge funzioni analitiche e sintetiche deputate a formulare il pensiero discorsivo e quello selettivo. La struttura superiore svolge la funzione intuitiva supermentale.

Queste strutture rappresentano diversi gradi di funzioni mentali organizzate gerarchicamente in vari livelli di complessità. La struttura della mente ha dei limiti che sono collegati al suo funzionamento, infatti le funzioni diventano più ampie e i limiti diventano più sfumati mano a mano che la materia di cui si compongono diventa più sottile. Le strutture sensoriali sono meno funzionali e più limitate, quelle razionali sono più funzionali e meno limitate, mentre le strutture intuitive supercoscienti sono le più funzionali e complesse.

La coscienza è il substrato dell’individuo ma è anche il substrato della struttura mentale che vi è sovrapposta e che consente di percepire la realtà. La coscienza è il supporto della mente e collabora con essa sebbene vi sia distinta. La luce della coscienza si manifesta per mezzo della mente che agisce come un filtro che offusca la sua completezza e diminuisce l’intensità della sua luce. La luce della coscienza si opacizza mentre filtra attraverso la mente, perciò i contenuti dei pensieri sono come un film che viene proiettato sopra uno schermo opaco.

Quei fotogrammi offrono l’illusione del movimento e creano il flusso cangiante dei nostri pensieri. Ma, dietro il flusso dei pensieri è sempre presente un flusso continuo di coscienza che resta immutevole dietro a quel flusso di immagini che scorrono. L’intelligenza e la consapevolezza sono il risultato dell'associazione della mente e della coscienza.

La mente può esercitare le sue funzioni solo perché è in contatto con la coscienza. E, in cambio, la coscienza può usare uno strumento mentale che agisce nel mondo manifesto. Le funzioni della mente restano latenti e diventano attualizzabili solo per merito della coscienza: la conoscenza è il risultato di questa associazione.

Il mondo diventa conoscibile solo per mezzo delle funzioni mentali che vengono attivate su iniziativa della coscienza. La mente è paragonata anche ad un grande palazzo fornito di molte finestre che si aprono su molti mondi diversi che vengono conosciuti per merito dello stimolo della coscienza. E tanto più la finestra da cui osserveremo la realtà sarà posta in alto, tanto più sarà ampio il mondo che potremo percepire.

Secondo la tradizione vedantina solo un filtro mentale che si è imbevuto completamente d'amore potrà percepire la verità. Ne consegue che lo sviluppo della conoscenza richiede una disciplina della mente, e che lo sviluppo della mente è correlato con la sua purificazione. La relazione tra la purezza della mente e la conoscenza viene paragonata ad una buona esecuzione musicale.

Un bravo musicista può eseguire della buona musica, in relazione alla qualità e alla efficienza dello strumento che usa. La qualità della musica è il prodotto dell’abilità del musicista, della qualità dello strumento e della buona coordinazione tra il musicista e lo strumento. L’intuizione supercosciente è una funzione che supera il pensiero perciò il suo sviluppo richiede una purificazione del pensiero che deve raggiungere uno stato di completo silenzio mentale.

La conoscenza della verità, per i vedantini, è possibile solo se la coscienza vede senza filtri ed è libera da ogni contenuto mentale che la può offuscare. La conoscenza integrale si realizza quando la coscienza sa trascendere la mente, dissolvere ogni attaccamento formale e risplendere nella luce informale. La conoscenza pura svela l’identità tra il sé individuale che “vede il Sé in tutte le creature e vede tutte le creature nel Sé.”

Così otteniamo un legame tra soggetto e il substrato assoluto della Realtà espresso dal motto: "Tu sei Quello". La conoscenza comune è una coscienza oscurata dai contenuti mentali e appare come una lampada coperta da vetri colorati che può risplendere solo quando vengono rimossi i vetri che impediscono di vedere la purezza della sua luce. I filtri della percezione vanno eliminati e trascesi, e l’attenzione va ritratta dal corpo, dalla mente e dall’anima individuale.

La conoscenza pura sorgerà quando ci saremo sottratti da ogni forma e da ogni movimento e saremo entrati nel silenzio dell’assorbimento divino ossia realizzeremo la reintegrazione con la sorgente luminosa del Tutto. L’ignoranza, avidya, è la mancata conoscenza di questo, ed è connessa con lo stato di consapevolezza individuale. La sofferenza è nata a causa della scissione dall’Essere Eterno e immutabile che ci fa sperimentare l’illusione della finitezza e ci procura paura, ostilità e solitudine.

Solo una coscienza non duale riposa sempre nella pace e nell'armonia, perciò il nostro io e le nostre tumultuose esperienze di vita sono solo la distorsione di una percezione errata. Esse sono la deformazione irreale causata dalla dolorosa separazione dalla Pura Coscienza. E la vita umana è una recita eseguita sul palcoscenico dell’Intelligenza Cosmica che osserva lo spettacolo senza essere turbata dalle nostre illusorie interpretazioni.

Buona erranza
Sharatan

domenica 23 agosto 2015

La sorgente



“Il motivo che ti spinge a cercare l’amore negli altri è la tua incapacità di vedere che l’amore proviene solo dalla tua consapevolezza. Non ha nulla a che vedere con un’altra persona. L’amore arriva con la tua disponibilità a pensare pensieri amorevoli, a vivere emozioni amorevoli, ad agire con fiducia, ispirato dall’amore.

Se sei disposto a vivere così, la tua coppa traboccherà. Avrai sempre tutto l’amore di cui hai bisogno, e proverai gioia nel condividerlo con gli altri. La sorgente dell’amore è nel tuo cuore. Non aspettarti dagli altri l’amore di cui hai bisogno. Non accusare gli altri di non darti amore. Tu non hai bisogno del loro amore. Hai bisogno del tuo. L’amore è l’unico dono che puoi dare a te stesso. Se lo fai, l’universo risuonerà con un grande “Si!”

Se lo trattieni, continuerai a giocare a nascondino: cerchi l’amore nei posti sbagliati. Finché negherai il Sé cercandolo attraverso gli altri, conoscerai violenza e abuso. Se desideri l’amore, porta amore nei luoghi del tuo essere che si sentono non amati. Se vuoi la luce, portala nei luoghi oscuri della tua mente. Nella paura e nella vergogna, nella tristezza, nella sensazione dell’insignificanza della vita, nella mancanza di speranza.

La luce è dentro di te. Non è separata dal buio. È una qualità del buio. Quando arrivi al buio più fitto, lì troverai l’illuminazione. Il nero più nero diventa luminoso. La tristezza si tramuta in gioia indicibile. La disperazione in speranza illimitata. In una polarità trovi l’altra.

L’unico modo per evitare la co-dipendenza nelle relazioni sta nell’amare e onorare il Sé. Allora si può costruire una relazione sulla verità della coerenza interiore. Questo è il nuovo paradigma della relazione. Nel vecchio paradigma l’impegno con se stessi è viziato dall’impegno con l’altro. Nel tentativo di compiacere l’altro, si abbandona se stessi.

E poiché un sé abbandonato non è in grado di amare, si crea un circolo vizioso di attrazione e repulsione. Prima si esclude il sé, poi si esclude l’altro. Tutte le relazioni genuine devono fondarsi sull’accettazione e sull’amore per se stessi. È l’assunto fondamentale, quello che apre la porta al potenziale dell’intimità.” (Paul Ferrini)

venerdì 21 agosto 2015

Il Grande Fiume della Vita



“Lo spirito può stare sulla punta di un dito,
eppure è grande quanto la totalità dell’universo.”
(Huainanzi)

Ken Wilber è uno degli psicologi più interessanti degli ultimi decenni e uno dei rappresentanti più conosciuti della scuola transpersonale. A lui va il merito di aver tentato una difficile integrazione tra il concetto di coscienza elaborato in Oriente e quello Occidentale. Secondo Wilber tutte le scuole psicologiche che studiano la coscienza umana e l’Essere che formano l’unità di corpo, mente e spirito hanno evidenziato solo alcuni aspetti parziali di un fenomeno complesso che è molto più ricco e articolato di come viene presentato.

Gli esseri umani sono condannati a ricercare il significato di tutto quello che vivono, perciò sono condannati a creare dei grandi quadri d’insieme. Per capire le strutture, gli stati, le funzioni, i modi e l'aspetto dei comportamenti della coscienza dobbiamo usare tutte le fonti pre-moderne, moderne e post-moderne che abbiamo a disposizione. E se valutiamo le fonti più autorevoli che indagarono sulla coscienza umana vedremo che emerge un nucleo di conoscenze che è comune a tutte le tradizioni spirituali del mondo.

Queste idee formano il nucleo della filosofia perenne che è una visione che parla di molti livelli di esistenza. Questi livelli riguardano sia l’Essere che il Conoscere e seguono un ordine ascendente poiché salgono dalla materia al corpo, dal corpo alla mente e dall’anima allo spirito. Ogni dimensione superiore trascende e include tutte le dimensioni inferiori perciò si forma una serie infinita di realtà che sono incluse una dentro l’altra.

Questa Grande Catena dell’Essere forma il Grande Nido dell’Essere in cui, ogni piano superiore comprende tutti i piani inferiori e forma una serie di cerchi o di sfere concentriche incluse una dentro l’altra. L'esistenza del Grande Nido dell’Essere è sostenuta anche nelle culture sciamaniche perciò va considerata una delle colonne portanti della filosofia perenne. Essa forma la base di ogni psicologia che si voglia definire veramente integrale.

Negli ultimi 3.000 anni tutti i filosofi perenni hanno sostenuto l’esistenza di questa realtà olografica, a prescindere dalla loro appartenenza a epoche, situazioni geografiche e culture diverse. In alcune tradizioni si parla di 3 dimensioni diverse cioè di corpo, mente e spirito, mentre altre culture parlano di 5 dimensioni diverse ossia: materia, corpo, mente, anima e spirito, e altre parlano di 7 livelli come vediamo nei chakras.

Altre tradizioni parlano di suddivisioni molto sofisticate prodotte da molti livelli di Essere e di Conoscere. In generale, i filosofi perenni tra i quali vanno compresi Plotino e Aurobindo, dicono che esistono 12 livelli di coscienza. I livelli base della coscienza sono detti “oloni” di coscienza, perciò l’universo è composto di molteplici tutto che sono parte di altri Tutto. Così come le lettere fanno parte delle parole, le parole fanno parte delle frasi che formano il linguaggio.

Gli oloni sono inclusi dentro oloni maggiori che vivono all'interno di gerarchie annidate che vengono chiamate “oloarchie.” E il fenomeno si vede negli atomi inclusi nelle molecole, nelle molecole incluse nelle cellule, nelle cellule incluse negli organismi e negli organismi inclusi nei sistemi. Il Grande Nido dell’Essere è un quadro d’insieme che comprende dei crescenti piani di totalità, perciò i livelli di base sono formati da oloni base che presentano degli stadi, delle onde, delle sfere e dei nidi.

Il termine livello si riferisce al tipo di organizzazione che forma la gerarchia annidata, invece il termine struttura si riferisce al modello olistico fondamentale dell’Essere e della Coscienza. L'onda si riferisce al fatto che i livelli di totalità non sono rigidamente separati ma, come l’arcobaleno, si sfumano e si stemperano uno nell’altro. I livelli non sono lineari perché lo sviluppo dell’Essere avviene lungo onde di coscienza che sono di natura fluida e dinamica.

Tutti i livelli del Grande Nido riflettono la Totalità dell’Essere così come hanno insegnato gli esseri illuminati che lo hanno sperimentato direttamente. Lo spirito è l’onda più elevata e trascendente perché lo Spirito è il Tutto che tutto trascende e tutto include. Il Grande Nido va pensato come un reticolo di molteplici dimensioni di amore, perché il cosmo non lascia nessun angolo privo della sua amorevole attenzione.

Questo è il punto fondamentale perché tutti vedono lo spirito come immanente e trascendente perciò lo vedono come il substrato comune a tutti i livelli. Il più grande dono dell’antichità è stato questa Grande Oloarchia dell’Essere e del Conoscere per questo costituisce il nucleo più profondo della filosofia perenne. E anche oggi emergono conferme dell’esistenza di questo ampio arcobaleno di coscienza che va dal piano pre-personale, al piano personale fino al livello trans-personale salendo dal sub-cosciente, al cosciente fino al super-conscio.

La filosofia perenne ha identificato, per prima, lo straordinario arcobaleno della Coscienza, ma questo non vuol dire che l’epoca moderna non possa scoprire altro. I tempi moderni non sono privi di personalità di genio che possono integrare brillantemente la natura generale del Grande Fiume della Vita, secondo Wilber. In realtà, anche in passato, gli sciamani, i saggi, i veggenti e gli esseri risvegliati erano una rarità.

L’individuo comune viveva a livelli di coscienza pre-razionale e raramente raggiungeva e sperimentava i livelli trans-razionali, perciò personaggi come Shankara, Plotino, Fa-tsang e Yeshe Tsogyal sono straordinari scrigni di saggezza. Immergersi in queste correnti di idee è un modo per ritrovare una continuità con il passato; è un modo per riconoscere la saggezza di questi grandi antenati.

È un modo per includere e trascendere tutto quello che è stato detto prima di noi, è un modo per scorrere con la grande corrente del cosmo. È un modo per ricordare che siamo sulle spalle di giganti. L'esempio moderno più significativo è quello di Aurobindo che ha descritto i livelli intermedi della mente inferiore, della mente concreta, della mente logica e disse altre cose importanti sulla super-mente offrendo delle utili indicazioni su queste strutture che svilupperemo in futuro.

I livelli intermedi tra corpo e mente vengono studiati in modo oggettivo dagli scienziati occidentali producendo delle prove sperimentali e molti studi clinici che possono farci comprendere gli stati ordinari e non ordinari della coscienza. Ma, la cosa innegabile è il fatto che i santi, i saggi e gli yoghin hanno sperimentato di persona tutti questi livelli, perciò essi sono sempre potenzialmente presenti in tutti noi.

Forse in futuro emergeranno nuovi stati e altre potenzialità perciò si apriranno molte altre comprensioni, ma questo non esclude che tutto questo possa avvenire già da adesso. Le strutture base sono trasmesse nella forma di campi morfogenetici o di solchi evolutivi perciò le più elevate potenzialità sono sempre a disposizione di tutti gli esseri umani. Le strutture base cioé gli oloni, vengono rappresentati come cerchi concentrici in cui la sfera più grande include la sfera più piccola.

E, non si deve dimenticare che, i livelli più elevati del Grande Nido non sono dati, ma sono potenzialità. I livelli inferiori quali la materia, il corpo e la mente sono già emersi su larga scala e hanno raggiunto il pieno sviluppo, nel mondo manifesto. Ma quelle superiori come la struttura psichica, quella sottile e quella causale non si sono ancora manifestate a livello cosciente su larga scala, perciò la maggioranza degli uomini sono ancora delle potenzialità non pienamente realizzate.

Il Grande Nido è un campo morfogenetico o spazio evolutivo che sale dalla materia, al corpo e allo spirito perciò si devono attualizzare molte altre potenzialità. I livelli superiori sono ancora molto plastici, perché sono in attesa di prendere forma, e lo faranno mano a mano che alcuni individui co-evolveranno con essi. Le strutture base devono essere considerate come tendenze del cosmo piuttosto che come idee predeterminate.

Nel tempo alcune di esse si attualizzeranno e alcune potenzialità prenderanno sempre più forma e contenuto finché diverranno realtà quotidiana. Ma, fino a quel momento, resteranno come dei potenziali che devono essere ancora realizzati. La più antica e completa descrizione di questo Grande Nido è quella che ci è stata tramandata dal Vedanta che distingue tra corpi, stati e strutture. I vedantini per stato intendono le condizioni della coscienza che chiamano di veglia, di sonno e di sogno.

La struttura è l'involucro o livello di coscienza, e il Vedanta ne indica i principali: materiale, biologico, mentale inferiore, mentale superiore e livello spirituale. Il corpo è il supporto energetico dei vari stati e livelli della mente perciò i maestri vedantini dicono che il corpo concreto dello stato di veglia forma il supporto della mente materiale. Il corpo sottile dello stato di sogno forma il supporto del livello emozionale, del mentale inferiore e del mentale superiore.

Invece il corpo causale dello stato di sonno profondo è il supporto della mente spirituale. Ogni stato di coscienza può ospitare strutture o livelli di coscienza diversi perciò le strutture della coscienza indicano la condizione reale e il livello di sviluppo raggiunto da un individuo. Lo stato di veglia è la sede del nostro io di ogni giorno, invece lo stato di sogno è interamente creato dalla nostra psiche perciò è la porta di accesso verso l’anima. Lo stato di sonno profondo è una dimensione priva di ogni forma perciò è la via d’accesso allo spirito a-formale o causale.

La filosofia perenne insegna che lo stato di veglia, di sonno e di sogno sono, rispettivamente, le modalità di accesso verso l’io concreto, verso l’anima sottile e verso lo spirito causale. L’insegnamento del Vedanta insiste sul fatto che ogni uomo, indipendentemente da stadio, struttura e livello di sviluppo che possiede, ha sempre a sua disposizione l’intero spettro della coscienza per il fatto che tutti gli uomini vegliano, dormono e sognano.

Buona erranza
Sharatan

martedì 18 agosto 2015

I livelli della mente



“Il karma dipende dal controllo,
o dalla mancanza di controllo della mente.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dala Lama)

Il termine “emozione” deriva dal latino “emovere” che suggerisce qualcosa che mette in movimento la mente verso un’azione che può risultare positiva o negativa. Per i buddisti il termine emozione indica che qualcosa sta condizionando la mente al fine di farle adottare un certo punto di vista. Perciò il termine emozione non corrisponde ad uno scatto emotivo, perché essi considerano lo scatto di nervi come la manifestazione di emozioni grossolane prodotte da una persona che è triste, arrabbiata o in preda all’agitazione.

C’è una grande differenza tra la psicologia buddista e quella occidentale sul concetto di “emozione”. Infatti, per i buddisti, l’emozione non è dannosa solo perché porta dei danni evidenti ma lo è ancora più perché distorce la percezione della realtà. Un’emozione è distruttiva quando diventa un fattore che oscura o che affligge la mente fino al punto d’impedirle di vedere la realtà per quello che essa è veramente.

Se vediamo un oscuramento della mente è segno che si è creata una separazione tra l’apparenza e l’essenza delle cose. Un forte attaccamento alle cose ci spinge a subire il loro fascino perciò saremo spinti a volerle in modo assoluto. Invece la forte avversione per le cose ce le fa percepire come assolutamente negative e non desiderabili così che non sappiamo vedere nemmeno i lati positivi che hanno. L'interferenza dei nostri stati emotivi ha la capacità di compromettere la nostra capacità di giudizio.

Le emozioni non ci consentono di valutare la vera natura delle cose. Le emozioni negative sono dette anche oscuranti perché nascondono la natura delle cose e finiscono per oscurare anche le qualità permanenti e quelle non permanenti delle cose. Le emozioni negative impediscono di vedere le qualità intrinseche alle cose perciò la loro capacità di oscurare si estende anche ai livelli più profondi della mente fino a limitare la libertà umana.

Esse ci limitano perché ci costringono a pensare e agire sempre in un certo modo, infatti ci costringono a vivere sottoposti all’influsso dei nostri condizionamenti. Invece le emozioni costruttive vanno di pari passo con una corretta valutazione della realtà, perché le cose, le situazioni e le azioni non sono buone o cattive perché qualcuno lo decide.

Non c'è nulla che lo sia in modo assoluto: il bene e il male esistono solo in quello che facciamo agli altri. Esiste il buono e il cattivo solo nei termini del bene o del male che facciamo producendo felicità o dolore nell’altro. Le emozioni diventano costruttive o distruttive a seconda della motivazione che ci spingono ad agire, perciò dobbiamo esaminare sia le motivazioni che le conseguenze delle emozioni.

Le emozioni saranno distruttive se avranno prodotto minore felicità, minore benessere, minore lucidità, minore libertà e avranno operato una maggiore distorsione della realtà. Invece le emozioni costruttive avranno dato più felicità, benessere, lucidità e maggiore libertà. Ma da dove nascono queste emozioni distruttive?

Secondo gli insegnamenti buddisti nascono dalla necessità di difendere la nostra persona, di garantire il nostro io. L’attaccamento all’ego tipico dell’essere umano è la base per la costruzione della personalità. Se sentiamo che il nostro ego è vulnerabile cerchiamo di adottare gli atteggiamenti che lo compiacciono e cerchiamo di allontanare tutto quello che non lo compiace o che non lo rassicura. Da due emozioni di base nascono tutte le altre emozioni.

Nelle scritture buddiste si dice che esistono 84.000 tipi di emozioni perciò esistono 84.000 diverse porte di ingresso al sentiero della trasformazione interiore. Questo numero tanto elevato di percezioni è simbolico perché esprime la molteplicità dei punti di vista che possono avere le persone. Tutte le emozioni negative si riducono a 5 veleni che intossicano la mente: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Queste emozioni negative ci impediscono di sviluppare quelle positive, cioè l’amore per il prossimo, l’apertura mentale, la capacità di riconoscere il bene, la capacità di riconoscere i propri difetti e la capacità di dare la felicità a noi stessi e agli altri. La verità è che l’io è un’etichetta, è un’illusione, è il nome che diamo al processo sempre mutevole della coscienza. Se l’io è un flusso, un continuum della mente non esiste nulla che si possa definire “io”.

Ma allora nasce il quesito se le emozioni negative siano la vera natura dell’uomo. Per capirlo dobbiamo distinguere i vari livelli della coscienza. Secondo il buddismo, i livelli di coscienza sono tre: quello ampio, quello sottile e quello molto sottile. Al livello più ampio abbiamo tutti i tipi di emozione, perché esso corrisponde al funzionamento del cervello e riguarda l’interazione tra il corpo e la mente.

Il livello sottile è quello dell’io e riguarda la facoltà d’introspezione con il quale la mente esamina la sua stessa natura: si tratta del flusso mentale che porta in sé le tendenze ed i modelli mentali che ci sono più consueti e abituali. Il livello molto sottile è l’aspetto fondamentale della coscienza, infatti è la coscienza o consapevolezza pura e semplice che non ha bisogno di alcun oggetto per esistere.

Di solito non sappiamo percepire la coscienza in questo modo, perciò è necessaria l’educazione alla contemplazione per pensarla così. Ma se pensiamo alla coscienza in questa maniera non possiamo pensare a tre tipi di coscienza che esistono in parallelo, ma dobbiamo pensare la mente come se fosse un oceano. L’oceano ha diverse profondità, perciò pensiamo che le emozioni scorrono in superficie e scendono a media profondità, ma non raggiungono mai la profondità.

Le nostre emozioni somigliano alle onde che agitano la superficie e scendono un poco ma, in profondità, l'oceano è calmo e silenzioso: è sempre in quiete. La natura fondamentale della nostra mente è nel livello più sottile che è detto luminoso. Questo termine suggerisce che la nostra facoltà fondamentale è quella di essere consapevoli senza avere nessuna colorazione particolare che derivi da costruzioni mentali o da emozioni.

La consapevolezza di fondo della mente è detta anche “la natura ultima della mente.” Essa viene sviluppata in modo completo e senza veli quando la si considera come la natura della condizione del Buddha. Il passo decisivo sarà quello di decidere se sia possibile liberarsi completamente dalle emozioni distruttive, ma diventa possibile solo se crediamo che le emozioni negative non sono una condizioni innata e naturale della mente umana.

Nel buddismo si pensa che la natura della mente non è cattiva altrimenti le emozioni negative sarebbero sempre presenti. Noi dovremmo osservare la natura della mente e riconoscere come nasce l’odio, la paura e così via. Questa esperienza ci mostrerebbe che le emozioni negative sono intermittenti. Ma soltanto chi si dedica alla contemplazione della mente può vedere la base fondamentale della sua coscienza.

Ma se lo facessimo vedremmo che, in noi, non c’è nessuna emozione negativa, ma che c'è solo un continuum luminoso che è collocato nel livello più sottile della mente. Questo livello luminoso è libero da ogni emozione distruttiva o negativa, perché la negatività non è una qualità naturale o innata dell'uomo. Sapere che esiste la possibilità di essere liberi è il punto iniziale della trasformazione interiore.

Buona erranza
Sharatan