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domenica 9 aprile 2017

La nascita della coscienza



“La verità non può essere creata, ma percepita.”
(Paramhansa Yogananda)

Uno dei più grandi enigmi della scienza è il rapporto tra mente e cervello ovvero il rapporto tra lo spirito e il corpo. Nel tempo sono state avanzate svariate ipotesi sul problema della coscienza e sulla sua origine durante l’evoluzione. E, dopo il 1859, la prospettiva degli studiosi è cambiata in modo radicale, perché si sono diffuse le idee di Darwin e Wallace sulla selezione naturale. Ma se per alcuni, la teoria dell’evoluzione può spiegare l’anatomia della specie, essa può spiegare anche una funzione complessa come la coscienza?

Per lo psicologo americano, Julian Jaynes, questo è possibile come afferma nell’affascinante ipotesi che prende le mosse dal darwinismo per sostenere l’evoluzione della coscienza. Jaynes mette in evidenza che, nel 1859, alla fine de “L’origine della specie” Darwin sottintendeva che Dio ha creato sia mente che corpo negli antichi organismi primitivi, perciò mente e corpo evolvono parallelamente. Il tempo in cui è nato il mondo interiore e la coscienza corrisponde, secondo Jaynes, al momento dello sviluppo del linguaggio che ha prodotto la coscienza.

Jaynes suggerisce una datazione che fissa al tardo Pleistocene cioè nell’era di Neanderthal, per il fatto che le necessità imposte dalla caccia ai grandi animali durante l’ultima era glaciale rende plausibile che il linguaggio sorgesse allora. In quel tempo è avvenuto anche uno straordinario sviluppo di specifiche aree del cervello che sono coinvolte nel linguaggio, e uno straordinario sviluppo degli utensili, come ci dimostrano gli scavi archeologici.

Sappiamo, dice Jaynes, che “il linguaggio non è solo comunicazione, ma anche ciò che, agendo come un organo di percezione, orienta e fissa l’attenzione su attività e oggetti particolari rendendo possibile la creazione di utensili avanzati.” La stima dell’età massima del linguaggio è di 50.000 anni a.C. e, in questo lasso di tempo, deve aver preso corpo anche la coscienza. Verso il 3.000 a.C., gli uomini appresero l’arte della scrittura, per cui possiamo studiare gli scritti più antichi per capire quando appare un “io narrante” o un significato di ordine psicologico.

Dall’analisi emerge che il testo più adatto è l’Iliade. Per Jaynes, quelle vicende furono narrate da ignoti aedi fino dal 1230 a.C., e poi furono trascritte verso il 900-850 a.C., forse da Omero. La cosa interessante è il fatto che nel poema non c’è traccia di un io personale. Nessun uomo si ferma a riflettere sul senso di ciò che fa, nessun personaggio ha coscienza della sua presenza nel mondo. Ogni volta che un uomo deve prendere una decisione, ecco che entra in azione una voce che gli dice quello che deve fare.

Le voci che guidano gli uomini vengono dagli dei, perché nella mente umana esistono due camere. In una camera abita il dio che ordina invece nell’altra abita l’uomo che obbedisce alla voce del dio. Una forma mentale del genere, dice Jaynes, si può definire bicamerale, per l’assonanza con l’assemblea legislativa parlamentare. La mente dell'uomo di quel tempo era divisa in due parti: una parte era quella decisionale mentre l’altra parte era esecutiva. L’uomo poteva fare, ma non decideva cosa doveva fare.

Nella sua vita ordinaria viveva come un uomo normale ma, se sorgeva un problema, giungeva il dio che lo guidava. E lui obbediva. Ma perché era nata questa mente bicamerale? Intorno al 9.000 a.C., si erano sviluppate la comunità agricole che andarono a sostituire la pratica della caccia, perciò la voce del dio serviva per garantire l’ordine sociale delle grandi comunità agricole che si raggruppavano. Nasceva così una civiltà bicamerale e la teoria di Jaynes è che “l’allucinazione verbale sia evoluta durante il Neanderthal insieme al linguaggio per rafforzare l’attenzione e la perseveranza nell’azione.”

Gli uomini dotati di questa arcaica mente formavano delle società ordinate in rigide gerarchie secondo le regole organizzative definite dalla mente direttiva. I regni bicamerali erano delle teocrazie gerarchiche che avevano a capo un dio oppure un suo idolo. A volte erano guidate da un uomo di natura divina che prestava tutto il suo essere alla voce. Civiltà di questo tipo sorsero nel Vicino Oriente, dall’Egitto al Kush nel Sudan meridionale, fino all’Africa centrale. Verso nord si svilupparono anche in Anatolia, Creta, Grecia, in India e nella Russia meridionale, nella penisola malese arrivando fino in Cina.

In Mesoamerica vediamo svilupparsi la civiltà azteca e l’avvento della civiltà Inca la cui mente bicamerale subì l’urto devastatore del conquistatori europei. Ma la civiltà in cui si vede maggiormente la struttura della mente bicamerale è quella della Mesopotamia dove, a capo dello stato c’era una statua di legno con gli occhi fatti con gemme preziose. Questa statua era fatta di legno leggero per essere più facilmente trasportata, era riccamente abbigliata e profumata e veniva fatta sedere dietro un gran tavolo nell’ampia sala in cima alla ziggurat. Quello che noi chiamiamo “il re” era, in realtà, il primo intendente del dio.

Ci sono molte prove di testi scritte, nella struttura dei nomi personali e nei sigilli ritrovati, che ogni uomo aveva il suo dio personale. In Mesopotamia era “Ili” e per gli ebrei era “El” oppure “Elohim,” invece in Egitto veniva chiamato “ka.” Ma un sistema di questo tipo era precario, per cui le civiltà bicamerali andarono in crisi, come avvenne per i Maya che abbandonarono le loro città. Le Mesopotamia restò più stabile fino a 1.400 a.C.

Dopo questa data, gli dei non furono più raffigurati nei dipinti e, in alcuni casi, si videro figure di rei inginocchiati davanti a un trono vuoto. Nel poema epico l’Epos di Tumulti-Ninurta, per la prima volta, si parla di uomini che sono abbandonati dagli dei. Le ragioni per cui accade questo sono molte, tra cui vanno considerate le varie catastrofi naturali come l’eruzione sull’isola di Tera e le migrazioni dei popoli che abbandonarono i regni bicamerali che furono distrutti.

Anche la scrittura, secondo Jaynes, fu responsabile della nascita della coscienza, perché lo scritto indebolì il predominio dell'udito a vantaggio delle funzioni visive. Così nasceva l’uomo dotato di una forma di proto-coscienza. Dopo la perdita della mente bicamerale, si spensero le voci che dicevano all’uomo cosa doveva fare, ma vennero in auge vari metodi per tornare a udire i messaggi e le direttive degli dei. Vennero in uso molti metodi di divinazione e si diffusero pratiche come il lancio delle sorti, il lancio dei dadi, la lettura dei movimenti del fumo oppure delle forme disegnate dall’olio nell’acqua.

I sacerdoti iniziarono a celebrare i sacrifici animali e traevano delle previsioni dall’esame delle loro viscere. Quindi sorse la pratica dell’astrologia di cui c’è testimonianza anche nella scrittura cuneiforme. Se valutiamo la civiltà greca, scrive Jaynes, vediamo la storia della mente bicamerale nell’Iliade, l’Odissea e in tutta la poesia elegiaca dei due secoli seguenti. Poi Solone che è vissuto verso il 600 a.C., che invitò l’uomo al “Conosci te stesso!” che è attribuito all’oracolo di Delfi.

La mente bicamerale fu vinta dalla coscienza, perché la struttura cerebrale si modificò. Il linguaggio era posto in un solo emisfero (area di Wernicke destra) per lasciare l’altro emisfero libero di ascoltare la voce degli dei. Il dio parlava nella regione dell’emisfero destro ed era ascoltato con l’emisfero sinistro. Jaynes, a sostegno della sua idea cita la tendenza di entrambi gli emisferi a capire il linguaggio mentre solo l’emisfero sinistro è normalmente in grado di parlare.

La presenza di vestigia, nell’area di Wernicke, di un’attività cerebrale simile alle voci degli dei e anche che, in certe condizioni, i due emisferi cerebrali sono in grado di agire come due persone indipendenti come accadeva tra l’uomo bicamerale e il suo dio. Ora sappiamo che il cervello può essere modificato dall’ambiente più di quanto crediamo per cui è probabile che l’uomo bicamerale sia divenuto cosciente in virtù dell’apprendimento e della cultura.

Una prova della mente bicamerale teorizzata da Julian Jaynes proviene anche da Plutarco che, nel famoso dialogo delfico, “Il tramonto degli oracoli”, racconta che l’egiziano Tamo, pilota di una nave mercantile, mentre navigava nel mare Adriatico, sentì una potente voce che gli diceva che: «Il grande dio Pan è morto!» E il fatto era così straordinario che fu riferito all’imperatore Tiberio. In effetti, la voce era venuta ad annunciare che la morte del dio Pan segnava la fine dell’età classica.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 16 giugno 2016

Le sfumature della coscienza spirituale



"Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere;
poi fa ogni cosa di conseguenza."
(Epitteto)

“La coscienza spirituale è un argomento molto vasto e comprende la coscienza umana nella sua interezza. La coscienza in se stessa è sempre pura. È impegnata in tutte le azioni, buone e cattive, eppure resta inalterata e immacolata. Una spada può recidere una foglia e macchiarsi, ma in sostanza non cambia. La stessa cosa accade alla coscienza. Una spada con la quale è stato ucciso un uomo innocente può essere condannata come uno strumento del male. Una spada usata per distruggere un nemico crudele è onorata come uno strumento della virtù.

Allo stesso modo, quando la coscienza viene usata per compiere azioni buone, è chiamata coscienza spirituale, e quando viene usata per compiere azioni sbagliate, è chiamata coscienza del male. Così come tutti i fiumi nascono da una sorgente, anche il fiume della coscienza trae origine da una sorgente. Discende infatti dalla coscienza cosmica, ossia dalla coscienza di Dio che esiste al di là di tutta la creazione.

Quando la coscienza cosmica si manifesta nel regno della materia - in ognuno degli atomi che compongono i pianeti, le galassie, le varie specie vegetali ed animali e le forme della vita umana - prende il nome di coscienza cristica. Quando la coscienza cristica discende nell'anima e nella mente pura dell'uomo, viene denominata supercoscienza. Quando la supercoscienza discende nel regno dell'immaginazione è chiamata subcoscienza. Quando la subcoscienza discende nel corpo umano, è definita coscienza umana o di veglia.

La coscienza di veglia si immedesima nei sensi e nelle cose materiali, è chiamata coscienza terrena e quando è usata per nuocere a se stessi o agli altri, si trasforma in coscienza del male. Ma quando viene usata per compiere azioni buone e per entrare in sintonia con Dio, allora prende il nome di coscienza spirituale. Queste sono le fasi che la coscienza cosmica attraversa per entrare nella coscienza umana, discendendo dallo Spirito nel corpo e nei nostri desideri materiali e spirituali. In tal modo la Coscienza cosmica, mentre fluisce verso il basso e verso il mondo esterno, diviene la coscienza della materia.

Le nostre anime fluttuano come relitti nel fiume della coscienza, e allontanandosi sempre di più dalla loro sorgente nello Spirito si dirigono verso le rocce dell'infelicità. L'unico modo per fermare il fiume della coscienza, che nella sua continua evoluzione fluisce verso il basso, è nuotare contro corrente, per ritornare alla sorgente nello Spirito. Coloro che sono trascinati costantemente verso tendenze molto limitate dal flusso della corrente che continua a scendere si dice che abbiano una coscienza materialista; coloro che cercano di risalire la corrente per ritornare alla sorgente, ossia allo Spirito, si dice che abbiano una coscienza spirituale.

Periodicamente, l'orientamento del pensiero umano e della coscienza può cambiare e tendere o in alto verso il bene, o in basso verso la materia. Questo fenomeno si determina nelle famiglie, nelle nazioni, nel mondo nel suo complesso o nei singoli esseri umani. Come individui, gli uomini attraversano diversi stati di coscienza, la stessa cosa accade, in senso più generale, alle famiglie, alle nazioni e al mondo. L'India, durante l'età dell'oro, ha raggiunto i più elevati livelli di intelligenza pratica e di spiritualità...

L'India ha fatto grandi progressi nella scienza della spiritualità più di ogni altra nazione del pianeta. Il suo sviluppo spirituale è evidente nei santi che hanno raggiunto la realizzazione del Sé. Prendete ad esempio il Mahatma Gandhi, un piccolo uomo che detta le proprie condizioni al potente impero britannico. Dovete rendervi conto che un grande potere spirituale sorregge colui che governa milioni di persone non con la spada ma in nome della verità, vivendo la verità.

L'autenticità spirituale di una nazione o di un individuo è resa evidente dalla conoscenza scientifica della vita e dell'arte di vivere in armonia con le leggi cosmiche nonché dalla più grande e consapevole comunione con lo Spirito di Dio. Questo sviluppo spirituale non proviene dall'accettazione supina dei princìpi teologici, ma dalla comprensione della verità che va oltre la teologia. Occorre essere capaci di mettere a nudo l'essenza della verità liberandola dai dogmi e dalle teorie.

Le verità non sono verità fino a quando non le realizzate personalmente. Se non lo fate, rimangono soltanto idee. Per questo motivo, prima di potersi evolvere spiritualmente, i singoli individui e le nazioni attraversano periodi di dubbio spirituale: che cosa è la spiritualità? A che cosa serve? Renderà più felici? Che cosa è la verità? Il dubbio è allontanato soltanto dalla realizzazione. Così il laboratorio migliore in cui è possibile esaminare la verità è la vostra realizzazione del Sé, perché la percezione e la coscienza spirituali non si trovano nelle vaghe idee teologiche, ma nel conseguimento della realizzazione del Sé.

La conoscenza individuale e la conoscenza delle nazioni dovrebbero essere messe alla prova in base a questo criterio. Si è fatto un tale abuso della parola verità che oramai può significare qualunque cosa, specialmente quando viene usata per definire le idee spirituali. Nella vita di tutti i giorni, per verità intendiamo la coscienza guidata dalla saggezza spirituale che ci spinge a fare alcune cose, non perché lo dice qualcuno, ma perché sono giuste.

La verità non appartiene a nessun gruppo e a nessuna persona e tutti gli esseri umani hanno il diritto di esprimerla nella propria vita. Le manifestazioni della verità possono essere diverse, ma la sua essenza sarà sempre unica e la stessa. Questa caratteristica è ciò che la rende così interessante. La verità non ha limiti. È eterna. Che la maggioranza degli uomini l'accetti o no, continuerà sempre a manifestarsi, grazie alla lega cosmica e agli esseri umani illuminati.

Fortunatamente gli assoluti cosmici non dipendono dalle convinzioni e dal consenso degli uomini. La coscienza spirituale implica il ricorso alla saggezza suprema, ossia alla verità, per compiere quelle cose che vanno esclusivamente a vantaggio vostro e degli altri. Riflettete su questo concetto che comprende anche il servizio altruistico al prossimo, il comportamento giusto, l'adesione alle norme igieniche e a tutte le altre leggi della vita, l'esecuzione armoniosa di tutti i vostri doveri materiali e spirituali, senza lasciare che entrino in conflitto fra loro.

La coscienza spirituale è una perfetta espressione interiore della verità che si manifesta in una vita equilibrata e armoniosa, dandovi la vera felicità che voi, a vostra volta, condividerete con gli altri. Una coscienza che non ubbidisce a tutte le norme che rendono perfetta la vita, non è spirituale. Gli artisti, ad esempio, nell'esercitare la loro professione dimenticano a volte gli altri doveri pratici e spirituali. Indubbiamente l'arte è una meravigliosa forma di espressione e può trasmettere facilmente idee spirituali; eppure l'artista può non essere spirituale.

Vivere una vita contraddittoria, ossia eseguire un compito e usarlo come scusa per trascurarne altri, non significa vivere spiritualmente. Quando assolverete tutti i vostri doveri allegramente, senza che nessuno di essi turbi la vostra calma interiore e la vostra felicità e quando riuscirete a evitare che i doveri entrino in contraddizione l'uno con l'altro, rendendo così la vostra vita poco equilibrata, avrete raggiunto la vera felicità spirituale. La vostra mente e la vostra coscienza si rivolgeranno allora verso la sorgente, verso Dio.

La coscienza spirituale è quel supremo stato di coscienza che dovete cercare di raggiungere per poter vivere una vita armoniosa e pacifica. Senza questo equilibrio spirituale, è impossibile essere felici nella vita. Vivere un'esistenza contraddittoria significa essere disarmonici, e un'esistenza disarmonica conduce sicuramente all'infelicità. I sensi sono le fondamenta della coscienza materiale. L'individuo comune è più incline al mondo e alle cose materiali che a quelle spirituali perché il fascio di luce dei suoi sensi è diretto verso l'esterno.

Egli rivolge i cinque fasci di luce: vista, udito, odorato, gusto e tatto, sugli oggetti materiali e sui piaceri. Questo è il motivo per cui tutte le cose esteriori sembrano belle e piacevoli. Non vedrete mai il 'mondo interiore' fino a quando questi fasci di luce non verranno indirizzati e concentrati dentro di voi. Soltanto se imparerete a non essere travolti dai sensi potrete godere della coscienza spirituale. Quando riuscirete a interiorizzare la mente, comincerete a comprendere che dentro di voi esistono cose molto più belle di quelle esteriori. Se pensate che la musica sia bella, scoprirete che la musica astrale è molto più affascinante.

Così come godete la fresca carezza del vento e la calda luce del sole e tutte le altre sensazioni naturali, allo stesso modo, non appena interiorizzate la coscienza, sentirete dentro di voi le percezioni estremamente piacevoli delle forze sottili, presenti nei centri spirituali cerebrospinali del corpo. Tutte le cose più belle del mondo sono soltanto la copia grossolana del radioso splendore del mondo astrale. Nessuna cosa materiale può essere paragonata alle meravigliose visioni del mondo interiore.

La coscienza spirituale è accompagnata dalla percezione astrale della saggezza e della bellezza nascoste dietro tutti i fenomeni materiali. La bellezza della natura è simile a una fontana. Vedete la bellezza degli spruzzi, ma non vedete le meraviglie racchiuse nelle goccioline. La luce astrale e i colori di ogni atomo sono indicibilmente belli. In questa splendida fontana naturale voi vedete soltanto l'aspetto esteriore, ma non la sottile bellezza interiore, né il Potere che rende bella la natura.

"Signore, tutte le cose sono belle perché hanno preso a prestito da te la bellezza. La luna sorride e le stelle scintillano perché tu brilli in loro. Poiché tu sei bello, tutte le cose sono belle; niente sarebbe bello senza di te. O bellezza infinita, tu sei più bella di tutte le cose belle che provengono da te. Le bellezze della natura sono soltanto le onde della tua bellezza che danzano in te, o invisibile Spirito di bellezza!". (Paramahansa Yogananda)

giovedì 10 settembre 2015

Continuum



“I saggi trovarono la connessione
dell’essere nel non-essere cercando
con riflessione nel loro cuore.”
(Nasadiyasukta 129, 1,4)

I filosofi delle Upanishad sapevano molte cose sull’origine degli dei, del cosmo e degli uomini perché le avevano imparate dagli antichi Ari che erano discesi dal nord e avevano conquistato l’India. Le Upanishad, i Brahmana e gli Aranyaka fanno parte del corpus di dottrine che sono conosciute con il nome di Veda. Il termine “veda” significa “ciò che è stato visto e realizzato dai saggi“ cioè “Conoscenza Suprema” ovvero “Scienza sacra.”

Nei testi vedici si tramandano le concezioni della sruti ossia le rivelazioni che furono ispirate direttamente ai sacri Veggenti da parte del mondo divino. L’asse centrale del loro insegnamento è la “rta” ossia l’esistenza di un grande ordine cosmico che si riflette a tutti i livelli dell’esistente. Essi appresero che l’universo, il moto degli astri, il mondo degli dei e il mondo degli uomini, lo scorrere del tempo e delle stagioni dimostra l’esistenza di un Ordine sacro che è ovunque valido.

La loro concezione dell’universo e dell’esistenza possiede una coerenza e un rigore che viene raffigurato dalla trama di uno splendido tessuto. Perciò le verità che vengono tramandate dai Veda vanno considerate il più grande dono che gli antichi Ari potessero lasciarci. Quei maestri dissero che tutto ciò che esiste, a partire dall’umile filo di erba fino alla più elevata divinità obbedisce alla grande coerenza e alla corrispondenza armoniosa del cosmo definita Sanatana Dharma, ossia Legge Eterna che dimostra le più elevate Verità.

Questi insegnamenti furono rivelati a 7 grandi Veggenti che parlavano con 7 voci sacre. Ad essi gli dei rivelarono un immenso tesoro di saggezza che fu trasmesso sul piano spirituale e che venne tramandato in modo orale per molti secoli. Quei saggi si resero consapevoli - attraverso l’introspezione - che, nel cuore dell’uomo, si nasconde un vuoto profondo, un’immobilità indescrivibile, uno stato che supera il pensiero, il sogno, la percezione e la conoscenza: questo stato dell’essere non è condizionato dallo spazio e dal tempo.

Perciò essi arrivarono alla sorgente di ogni aspetto dell’esistenza e videro che al di là di ogni forma di apparenza esiste uno stato causale, un continuum, uno stato indifferenziato di cui ogni aspetto percepibile è solo uno sviluppo visibile. Tutto l’universo è la realizzazione di un piano divino, perciò il cosmo è la materializzazione di un sogno organizzato.

Tutto il mondo visibile è percepito come la cristallizzazione del pensiero del Creatore. Tutto il cosmo è un meccanismo conscio, è la manifestazione di una volontà e non certo un meccanismo inconscio o insensato. I filosofi delle Upanishad dissero che, al di là dei substrati apparenti esiste un continuum percettibile sottinteso a ogni aspetto della realtà.

Dissero che il supporto di tutte le forme percettibili è uno spazio vuoto e assoluto che descrissero come un continuum senza limiti indifferenziato e invisibile che chiamarono etere, akasha, in cui vengono costruite tutte le suddivisioni immaginarie dello spazio relativo. Il movimento degli astri del cielo ci appare come reale perché le percezioni sensoriali sono illusorie, e non perché quel movimento sia reale.

È il movimento che crea l’apparenza della polarizzazione e del ritmo, ma tutto questo è inesistente perciò è illusorio. Il carattere del movimento è un prodotto di Maya, perciò è frutto dell'illusione. Questa interpretazione spiega la natura dell’universo che sembra esistere sebbene esso sia composto solo di energia. L’esempio classico che viene fatto è quello dello spazio interno di una giara che non è mai separato dallo spazio esterno alla giara anche se viene percepito come tale, perché non riusciamo a vedere la continuità dello spazio.

Il tempo viene paragonato ad un bastone invisibile perciò il tempo assoluto è l’eternità sempre presente e inseparabile dallo spazio. Il tempo ci appare come relativo perché il ritmo del cosmo lo fa percepire in questo modo sebbene anche il tempo sia un continuum. Anche il pensiero non viene percepito come un continuum perché non vediamo oltre l'apparenza. Ovunque esiste una continuità che non viene percepita, perché si nasconde oltre l’apparenza della realtà materiale.

I saggi veggenti dissero che il substrato dello spazio è l’esistenza, sat. Che il substrato del tempo è l’esperienza o beatitudine, ananda, e che il substrato del pensiero è la coscienza, cit. Dissero pure che, affinché qualcosa possa esistere è necessaria una forma di esistenza perciò l’esistenza precede lo spazio. Anche il tempo esiste solo in rapporto alla percezione perciò conclusero che la percezione precede il tempo.

Rivelarono che la percezione primaria, potenziale e indifferenziata è il primo principio dell’esperienza e che corrisponde alla beatitudine perfetta cioè alla gioia pura e assoluta che è la natura ultima dell’esperienza. La beatitudine assoluta venne chiamata brahman, la sorgente da cui nascono gli esseri, perché nella beatitudine assoluta gli esseri vivono e nella beatitudine assoluta gli esseri ritornano quando hanno cessato di esistere.

Poi insegnarono che non esiste esperienza senza esistenza e che non esiste esperienza senza esistenza. Perciò la beatitudine è un’esperienza che si illumina da se stessa sebbene la beatitudine sia diversa dalla sensazione. L’esistenza è una forma di beatitudine perché è uno stato liberato dall’inerzia.

E siccome la beatitudine è una forma di esistenza anch’essa è un continuum, perciò la base dell’esperienza è conosciuta come sensazione o come emozione. L’esperienza della beatitudine implica la realizzazione del tempo assoluto che è l’eternità cioè l’attimo sempre presente. L’essere che raggiunge questo stadio è liberato da ogni legame con l’azione ossia è libero dal karma perciò conosce la beatitudine di Brahma.

Il substrato del pensiero è la coscienza, perché il pensiero può esistere solo in uno spirito consapevole. Non esiste pensiero senza pensatore così come non esiste pensiero senza una qualche forma di individualità che non sia cosciente della sua esistenza. Perciò essi dissero che la coscienza è il substrato del pensiero e che la coscienza è inseparabile dalla nozione di esistenza individuale di un sé personale e durevole.

La coscienza è sempre legata all’individualità e la coscienza universale è rappresentata dal Sé, atman. L’immensità senza forma è il substrato ultimo della coscienza e viene sperimentato come vuoto, come silenzio, come un’oscurità totale della ragione che spazia oltre lo spirito e oltre l’intelligenza. Essa viene percepita dall’uomo nell’interiorità del suo essere come un vuoto che rappresenta il suo “io” più profondo.

Questo “io” è condiviso con tutti gli altri esseri ed è l’Oceano senza forma del Sé da cui emergono tutti gli esseri: è la creatura molteplice di ogni individuo. Il Sé o anima individuale è minuscolo come un piccolo granello di seme ma è vasto anche come l’intero universo. Il Sé elude ogni limite dello spazio e del tempo e forma il continuum di tutti gli esseri che compaiono come entità individuali.

L’anima è il continuum che esiste all’interno e all’esterno di tutte le cose, perciò l’io ossia l’individualità è solo un modo temporaneo, è solo un punto particolare della coscienza. L’anima individuale è un centro specifico di un punto del Sé indefinito che è costituito dal confluire di diverse correnti così come l’oggetto è solo un gruppo di energie che sono intrecciate insieme in un punto localizzato dello spazio infinito.

Il Sé può esistere indipendentemente da ogni pensiero, mentre l’io è il centro della vibrazione che costituisce il pensiero. Il Sé è il substrato di cui l’uomo può avere coscienza perché è il substrato della coscienza individuale. I saggi delle Upanishad rivelarono l’esistenza dei tre continuum di spazio, di tempo e di coscienza.

Ma ammisero che questo non potrà mai essere dimostrato, perché il substrato dei 3 elementi è un substrato causale ancora più sottile che supera ogni mezzo di percezione e si sottrae a tutti i metodi di ragionamento. Dissero che è impossibile usare i metodi del ragionamento logico in un campo che supera tutti i campi in cui si può usare la logica.

L’Immensità è un continuum di spazio-tempo-coscienza ed è lo stato ultimo e assoluto in cui vengono riunite l’Esistenza che sorge dalle forme spaziali, la Conoscenza o Coscienza che trascende il pensiero e il tempo senza limiti cioè l’Eternità che è alla base dell’esistenza e della beatitudine. Brahman fu visto come l’unità individuale di Esistenza, di Coscienza e di Eternità. E dissero che questa immensità, questo vuoto, questo sconosciuto, questo assoluto non-esistente possiede la natura più profonda di ogni cosa.

Buona erranza
Sharatan

martedì 25 agosto 2015

Lo spettacolo cosmico



“Esse sono due nascoste nel segreto dell’Infinito:
l’ignoranza e la Conoscenza; ma l’ignoranza è peritura,
mentre la Conoscenza è immortale.”
(Svetasvatara Upanisad I, V, 1)

Per Shankara la coscienza è lo strumento e il tramite tra l’osservatore e lo spettacolo cosmico. La coscienza è il prodotto dell’incontro tra il soggetto e l’oggetto osservato perciò, senza la coscienza, non avremmo nessun rapporto tra soggetto e realtà. Per questo, la coscienza è presente in ogni dimensione dell’esistenza ossia nella veglia, nel sogno e nel sonno perciò essa è una costante della realtà.

Poiché la realtà possiede molte dimensioni, anche la coscienza comprende tre gradi o livelli per farci percepire tutti i gradi dell realtà in cui viviamo. La consapevolezza sensoriale fa conoscere la realtà grossolana, il livello mentale fa conoscere la realtà sottile e l’aspetto spirituale fa percepire la realtà dei princìpi. La coscienza sensoriale è il livello più superficiale perché fa conoscere la parte grossolana ed esteriore.

Invece il livello superiore è quello della coscienza trascendente, unitaria e intuitiva che fa conoscere i principi da cui nascono gli oggetti. La caratteristica principale della coscienza è il “divenire” che implica la capacità di creare il flusso dinamico che collega soggetto e oggetto. Il divenire viene trasceso solo dall’atman che è il livello in cui ogni dualismo finisce.

Quando siamo giunti al livello privo di ogni divenire emerge l’Essere inteso come uno stato permanente che supera ogni movimento e ogni causa, perciò siamo entrati nello stato di coscienza che è piena identità con il Tutto. I vedantini pensano l’Assoluto-atman come la realizzazione più elevata che include ogni oggetto, perciò ogni altra forma di coscienza diversa da questa è vista come un tipo di consapevolezza ridotta.

La metafisica vedantina vede l’origine della vita come un’unità da cui è nata tutta la molteplicità dei fenomeni. Perciò la manifestazione della vita viene paragonato all'irradiazione originata da un Centro Assoluto. Nel Vedanta dicono che l’origine della coscienza è avvenuta con una “rottura” dell’originario stato indifferenziato in cui il soggetto e l'oggetto erano un’unica realtà.

Allo stato di fusione tra esistenza, conoscenza e beatitudine è seguita la scissione cioè la “caduta” nell’identificazione particolare del soggetto con una parte della realtà. Perciò è sopraggiunto l’oblio di questa originaria esistenza divina, e l’inizio dell’ignoranza e del dolore: è così che è iniziata la nostra percezione duale. La condizione primitiva finì con l’identificazione che ci fece perdere la totalità e fece sorgere il dualismo di soggetto e oggetto.

L’identificazione è il processo della coscienza che dimostra che ogni livello di coscienza corrisponde a una versione relativa e personale del mondo. Nel mondo relativo esistono diversi gradi di coscienza che vanno considerati solo come punti di vista parziali e personali perciò essi vanno visti soltanto come opinioni.

Ogni punto di vista è relativo alle funzioni mentali usate e alla struttura mentale dualista, perciò è relativo ai gradi inferiori della conoscenza che non esauriscono tutte le potenzialità cognitive degli uomini. Per gli occidentali, la coscienza è il risultato delle funzioni cognitive del cervello ed è un fenomeno collegato alla materia. Invece, per i vedantini, la coscienza è un principio metafisico che mostra l’unità dell’universo. Essa è l'Intelligenza Cosmica dalla trascendente perfezione, perciò la coscienza è alla radice della materia e della mente.

Per Patanjali e per il Vedanta, la mente è l’organo interno posto tra corpo e anima ossia tra cervello grossolano e cervello causale. La mente è un livello sottile e rappresenta una struttura con 3 funzioni diverse. La struttura inferiore svolge le funzioni sensoriali, la struttura intermedia svolge funzioni analitiche e sintetiche deputate a formulare il pensiero discorsivo e quello selettivo. La struttura superiore svolge la funzione intuitiva supermentale.

Queste strutture rappresentano diversi gradi di funzioni mentali organizzate gerarchicamente in vari livelli di complessità. La struttura della mente ha dei limiti che sono collegati al suo funzionamento, infatti le funzioni diventano più ampie e i limiti diventano più sfumati mano a mano che la materia di cui si compongono diventa più sottile. Le strutture sensoriali sono meno funzionali e più limitate, quelle razionali sono più funzionali e meno limitate, mentre le strutture intuitive supercoscienti sono le più funzionali e complesse.

La coscienza è il substrato dell’individuo ma è anche il substrato della struttura mentale che vi è sovrapposta e che consente di percepire la realtà. La coscienza è il supporto della mente e collabora con essa sebbene vi sia distinta. La luce della coscienza si manifesta per mezzo della mente che agisce come un filtro che offusca la sua completezza e diminuisce l’intensità della sua luce. La luce della coscienza si opacizza mentre filtra attraverso la mente, perciò i contenuti dei pensieri sono come un film che viene proiettato sopra uno schermo opaco.

Quei fotogrammi offrono l’illusione del movimento e creano il flusso cangiante dei nostri pensieri. Ma, dietro il flusso dei pensieri è sempre presente un flusso continuo di coscienza che resta immutevole dietro a quel flusso di immagini che scorrono. L’intelligenza e la consapevolezza sono il risultato dell'associazione della mente e della coscienza.

La mente può esercitare le sue funzioni solo perché è in contatto con la coscienza. E, in cambio, la coscienza può usare uno strumento mentale che agisce nel mondo manifesto. Le funzioni della mente restano latenti e diventano attualizzabili solo per merito della coscienza: la conoscenza è il risultato di questa associazione.

Il mondo diventa conoscibile solo per mezzo delle funzioni mentali che vengono attivate su iniziativa della coscienza. La mente è paragonata anche ad un grande palazzo fornito di molte finestre che si aprono su molti mondi diversi che vengono conosciuti per merito dello stimolo della coscienza. E tanto più la finestra da cui osserveremo la realtà sarà posta in alto, tanto più sarà ampio il mondo che potremo percepire.

Secondo la tradizione vedantina solo un filtro mentale che si è imbevuto completamente d'amore potrà percepire la verità. Ne consegue che lo sviluppo della conoscenza richiede una disciplina della mente, e che lo sviluppo della mente è correlato con la sua purificazione. La relazione tra la purezza della mente e la conoscenza viene paragonata ad una buona esecuzione musicale.

Un bravo musicista può eseguire della buona musica, in relazione alla qualità e alla efficienza dello strumento che usa. La qualità della musica è il prodotto dell’abilità del musicista, della qualità dello strumento e della buona coordinazione tra il musicista e lo strumento. L’intuizione supercosciente è una funzione che supera il pensiero perciò il suo sviluppo richiede una purificazione del pensiero che deve raggiungere uno stato di completo silenzio mentale.

La conoscenza della verità, per i vedantini, è possibile solo se la coscienza vede senza filtri ed è libera da ogni contenuto mentale che la può offuscare. La conoscenza integrale si realizza quando la coscienza sa trascendere la mente, dissolvere ogni attaccamento formale e risplendere nella luce informale. La conoscenza pura svela l’identità tra il sé individuale che “vede il Sé in tutte le creature e vede tutte le creature nel Sé.”

Così otteniamo un legame tra soggetto e il substrato assoluto della Realtà espresso dal motto: "Tu sei Quello". La conoscenza comune è una coscienza oscurata dai contenuti mentali e appare come una lampada coperta da vetri colorati che può risplendere solo quando vengono rimossi i vetri che impediscono di vedere la purezza della sua luce. I filtri della percezione vanno eliminati e trascesi, e l’attenzione va ritratta dal corpo, dalla mente e dall’anima individuale.

La conoscenza pura sorgerà quando ci saremo sottratti da ogni forma e da ogni movimento e saremo entrati nel silenzio dell’assorbimento divino ossia realizzeremo la reintegrazione con la sorgente luminosa del Tutto. L’ignoranza, avidya, è la mancata conoscenza di questo, ed è connessa con lo stato di consapevolezza individuale. La sofferenza è nata a causa della scissione dall’Essere Eterno e immutabile che ci fa sperimentare l’illusione della finitezza e ci procura paura, ostilità e solitudine.

Solo una coscienza non duale riposa sempre nella pace e nell'armonia, perciò il nostro io e le nostre tumultuose esperienze di vita sono solo la distorsione di una percezione errata. Esse sono la deformazione irreale causata dalla dolorosa separazione dalla Pura Coscienza. E la vita umana è una recita eseguita sul palcoscenico dell’Intelligenza Cosmica che osserva lo spettacolo senza essere turbata dalle nostre illusorie interpretazioni.

Buona erranza
Sharatan

martedì 18 agosto 2015

I livelli della mente



“Il karma dipende dal controllo,
o dalla mancanza di controllo della mente.”
(Gyalwa Tenzin Gyatso, 14° Dala Lama)

Il termine “emozione” deriva dal latino “emovere” che suggerisce qualcosa che mette in movimento la mente verso un’azione che può risultare positiva o negativa. Per i buddisti il termine emozione indica che qualcosa sta condizionando la mente al fine di farle adottare un certo punto di vista. Perciò il termine emozione non corrisponde ad uno scatto emotivo, perché essi considerano lo scatto di nervi come la manifestazione di emozioni grossolane prodotte da una persona che è triste, arrabbiata o in preda all’agitazione.

C’è una grande differenza tra la psicologia buddista e quella occidentale sul concetto di “emozione”. Infatti, per i buddisti, l’emozione non è dannosa solo perché porta dei danni evidenti ma lo è ancora più perché distorce la percezione della realtà. Un’emozione è distruttiva quando diventa un fattore che oscura o che affligge la mente fino al punto d’impedirle di vedere la realtà per quello che essa è veramente.

Se vediamo un oscuramento della mente è segno che si è creata una separazione tra l’apparenza e l’essenza delle cose. Un forte attaccamento alle cose ci spinge a subire il loro fascino perciò saremo spinti a volerle in modo assoluto. Invece la forte avversione per le cose ce le fa percepire come assolutamente negative e non desiderabili così che non sappiamo vedere nemmeno i lati positivi che hanno. L'interferenza dei nostri stati emotivi ha la capacità di compromettere la nostra capacità di giudizio.

Le emozioni non ci consentono di valutare la vera natura delle cose. Le emozioni negative sono dette anche oscuranti perché nascondono la natura delle cose e finiscono per oscurare anche le qualità permanenti e quelle non permanenti delle cose. Le emozioni negative impediscono di vedere le qualità intrinseche alle cose perciò la loro capacità di oscurare si estende anche ai livelli più profondi della mente fino a limitare la libertà umana.

Esse ci limitano perché ci costringono a pensare e agire sempre in un certo modo, infatti ci costringono a vivere sottoposti all’influsso dei nostri condizionamenti. Invece le emozioni costruttive vanno di pari passo con una corretta valutazione della realtà, perché le cose, le situazioni e le azioni non sono buone o cattive perché qualcuno lo decide.

Non c'è nulla che lo sia in modo assoluto: il bene e il male esistono solo in quello che facciamo agli altri. Esiste il buono e il cattivo solo nei termini del bene o del male che facciamo producendo felicità o dolore nell’altro. Le emozioni diventano costruttive o distruttive a seconda della motivazione che ci spingono ad agire, perciò dobbiamo esaminare sia le motivazioni che le conseguenze delle emozioni.

Le emozioni saranno distruttive se avranno prodotto minore felicità, minore benessere, minore lucidità, minore libertà e avranno operato una maggiore distorsione della realtà. Invece le emozioni costruttive avranno dato più felicità, benessere, lucidità e maggiore libertà. Ma da dove nascono queste emozioni distruttive?

Secondo gli insegnamenti buddisti nascono dalla necessità di difendere la nostra persona, di garantire il nostro io. L’attaccamento all’ego tipico dell’essere umano è la base per la costruzione della personalità. Se sentiamo che il nostro ego è vulnerabile cerchiamo di adottare gli atteggiamenti che lo compiacciono e cerchiamo di allontanare tutto quello che non lo compiace o che non lo rassicura. Da due emozioni di base nascono tutte le altre emozioni.

Nelle scritture buddiste si dice che esistono 84.000 tipi di emozioni perciò esistono 84.000 diverse porte di ingresso al sentiero della trasformazione interiore. Questo numero tanto elevato di percezioni è simbolico perché esprime la molteplicità dei punti di vista che possono avere le persone. Tutte le emozioni negative si riducono a 5 veleni che intossicano la mente: l’odio, l’attaccamento, l’ignoranza, l’orgoglio e la gelosia.

Queste emozioni negative ci impediscono di sviluppare quelle positive, cioè l’amore per il prossimo, l’apertura mentale, la capacità di riconoscere il bene, la capacità di riconoscere i propri difetti e la capacità di dare la felicità a noi stessi e agli altri. La verità è che l’io è un’etichetta, è un’illusione, è il nome che diamo al processo sempre mutevole della coscienza. Se l’io è un flusso, un continuum della mente non esiste nulla che si possa definire “io”.

Ma allora nasce il quesito se le emozioni negative siano la vera natura dell’uomo. Per capirlo dobbiamo distinguere i vari livelli della coscienza. Secondo il buddismo, i livelli di coscienza sono tre: quello ampio, quello sottile e quello molto sottile. Al livello più ampio abbiamo tutti i tipi di emozione, perché esso corrisponde al funzionamento del cervello e riguarda l’interazione tra il corpo e la mente.

Il livello sottile è quello dell’io e riguarda la facoltà d’introspezione con il quale la mente esamina la sua stessa natura: si tratta del flusso mentale che porta in sé le tendenze ed i modelli mentali che ci sono più consueti e abituali. Il livello molto sottile è l’aspetto fondamentale della coscienza, infatti è la coscienza o consapevolezza pura e semplice che non ha bisogno di alcun oggetto per esistere.

Di solito non sappiamo percepire la coscienza in questo modo, perciò è necessaria l’educazione alla contemplazione per pensarla così. Ma se pensiamo alla coscienza in questa maniera non possiamo pensare a tre tipi di coscienza che esistono in parallelo, ma dobbiamo pensare la mente come se fosse un oceano. L’oceano ha diverse profondità, perciò pensiamo che le emozioni scorrono in superficie e scendono a media profondità, ma non raggiungono mai la profondità.

Le nostre emozioni somigliano alle onde che agitano la superficie e scendono un poco ma, in profondità, l'oceano è calmo e silenzioso: è sempre in quiete. La natura fondamentale della nostra mente è nel livello più sottile che è detto luminoso. Questo termine suggerisce che la nostra facoltà fondamentale è quella di essere consapevoli senza avere nessuna colorazione particolare che derivi da costruzioni mentali o da emozioni.

La consapevolezza di fondo della mente è detta anche “la natura ultima della mente.” Essa viene sviluppata in modo completo e senza veli quando la si considera come la natura della condizione del Buddha. Il passo decisivo sarà quello di decidere se sia possibile liberarsi completamente dalle emozioni distruttive, ma diventa possibile solo se crediamo che le emozioni negative non sono una condizioni innata e naturale della mente umana.

Nel buddismo si pensa che la natura della mente non è cattiva altrimenti le emozioni negative sarebbero sempre presenti. Noi dovremmo osservare la natura della mente e riconoscere come nasce l’odio, la paura e così via. Questa esperienza ci mostrerebbe che le emozioni negative sono intermittenti. Ma soltanto chi si dedica alla contemplazione della mente può vedere la base fondamentale della sua coscienza.

Ma se lo facessimo vedremmo che, in noi, non c’è nessuna emozione negativa, ma che c'è solo un continuum luminoso che è collocato nel livello più sottile della mente. Questo livello luminoso è libero da ogni emozione distruttiva o negativa, perché la negatività non è una qualità naturale o innata dell'uomo. Sapere che esiste la possibilità di essere liberi è il punto iniziale della trasformazione interiore.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 2 marzo 2015

La strofa del serpente



“Tre parti ha la coscienza: percettore, percepito e intero.
Tutti i semi e le formazioni mentali sono uguali.”
(Thich Nhat Hanh)

“Questa strofa è un serpente: se non fai attenzione ti morderà. Leggendola puoi credere che insegni che la coscienza è suddivisa in tre parti; invece intende solo essere un mezzo abile per mostrarti qualcosa. Non lasciarti intrappolare dall'idea che la coscienza sia un qualcosa che si può suddividere in tre parti separate. Le suddivisioni sono soltanto uno schema, strutturato per aiutarci a comprendere la realtà della coscienza.

Una volta compreso, possiamo smettere di fare suddivisioni. Supponiamo che io disegni un cerchio e lo divida in due con una riga verticale. Il cerchio è la base (la coscienza) e a partire da quella base si manifestano il soggetto e l'oggetto della coscienza. Queste due metà, però, non lasciano mai il cerchio, proprio come le onde non lasciano mai l'acqua: se pensi che una parte esista separatamente dall'altra sei appena stato morso dal serpente.

Da giovane, quando studiavo gli insegnamenti del Vijnàptimàtra, il mio maestro illustrava questi versi disegnando l'immagine di una lumaca che striscia su una foglia. Disegnava le due piccole corna della lumaca come il percettore e il percepito, e il corpo come la base, la cosa-in-sé. La prima rappresenta il soggetto della percezione, la seconda l'oggetto della percezione, invece il corpo intero della lumaca rappresenta la base di entrambe e l'intera sostanza della percezione.

Una volta il maestro prese una lumaca da un cespuglio per mostrarmela. Quando le tocchi uno dei peduncoli, la lumaca lo ritrae. Allo stesso modo, il lato percettore e quello oggetto percepito della coscienza possono non apparire sempre: in quel caso la percezione ritorna alla sua base, dove non se ne possono vedere í due aspetti di soggetto e oggetto.

La coscienza ha tre parti: percettore, percepito e intero. Il soggetto (darSana bhdga) è il primo oggetto della percezione. Il secondo è l'oggetto della percezione (nimitta bhàga); il terzo aspetto, base dei primi due, è l'intero (svàbhàva bhaga). Il soggetto e l'oggetto nascono contemporaneamente; quando la lumaca estroflette i suoi peduncoli, li alza tutti e due insieme. La coscienza si può manifestare o no, sia che si manifesti la funzione di percettore sia che lo faccia quella di oggetto percepito.

Quando la coscienza si manifesta diciamo che esiste. Quando non si manifesta diciamo che non esiste, ma questa idea dell'esistere o non esistere ci fa soffrire. Il soggetto della percezione si manifesta nel momento stesso in cui si manifesta l'oggetto della percezione, e non è possibile che si manifesti senza la sua base. L'intero è tutto.

Questo vale per le otto coscienze e anche per ogni seme e per ogni formazione mentale. Anche i semi e le formazioni mentali hanno tutti le tre parti: soggetto, oggetto e base, perché appartengono tutti alle coscienze. Ogni formazione mentale, ogni oggetto della percezione, ogni seme nella coscienza ha questi tre aspetti che non possono essere separati gli uni dagli altri, possono soltanto coesistere. Se ne manca uno, gli altri due non possono esserci.

Gli insegnamenti dell'Avatamsaka Sútra ci dicono che l'infinitamente piccolo contiene l'infinitamente grande e che l'infinitamente grande contiene l'infinitamente piccolo. Se è vero, allora l'infinitamente piccolo è della stessa natura dell’infinitamente grande. Un atomo, una foglia o uno sbuffo di vapore portano in sé tutte le informazioni necessarie a comprendere il cosmo intero.

Quando scopriamo la verità di un atomo, scopriamo la verità dell'intero universo; quando comprendiamo una singola goccia nell'oceano, comprendiamo l'oceano intero. Se osserviamo abbastanza a fondo un sassolino possiamo vedere l'universo. Guardando una foglia, vi vediamo il sole e le nuvole. Guardando il nostro corpo, vediamo l'intero universo e tutto ciò che esiste nell'universo.

Guardando una cosa sola in profondità, le comprendiamo tutte. I noumena e i fenomeni, la dimensione assoluta e la dimensione storica, sono sempre appaiati, non sono due entità distinte. Ogni cellula del nostro corpo contiene tutti i nostri antenati e le generazioni future. Ogni seme, ogni formazione mentale e ogni coscienza che abbiamo in noi contiene il cosmo intero, tutto il tempo e tutto lo spazio.

Non occorre fare lunghi viaggi per scoprirlo; non occorre meditare su molti soggetti per ottenere questa intuizione. Se puoi percepire a fondo la vera natura di ogni formazione mentale, salutare o non salutare, puoi raggiungere la piena illuminazione. Fai luce su una cosa e potrai comprendere tutto ciò che esiste. Nell'uno puoi identificare il tutto.

Il seme della rabbia che hai dentro ha in sé le tre parti anche prima che sì manifesti come formazione mentale. Il seme della rabbia tocca anche tutti i tuoi altri semi, compresi quelli di amore e di riconciliazione. Com’è che la rabbia contiene anche amore, che l'amore contiene anche la rabbia?

Proprio come un fiore è fatto di elementi di non-fiore, la rabbia è fatta di elementi di non-rabbia. L'uno contiene il tutto. A causa della nostra tendenza a ragionare in termini discriminativi, pensiamo che in noi il seme della rabbia e quello dell'amore siano separati. Ognuno degli insegnamenti del Buddha contiene tutti gli altri.

Se osserviamo a fondo la Prima Nobile Verità, quella dell'esistenza della sofferenza, vi vediamo le altre tre: le cause della sofferenza, la possibilità di liberarci dalla sofferenza e il modo per liberarci dalla sofferenza. Guardando in profondità la sofferenza scopriamo il modo per uscirne. L'interessere - l'uno che contiene il tutto - è un aspetto molto importante dell'insegnamento del Buddha, forse è quello che più ci aiuta a liberarci dalla sofferenza.

Non c'è niente che dobbiamo imparare: se impariamo una cosa sola a fondo, possiamo comprendere tutti gli insegnamenti. Dobbiamo allenarci a pensarla in questo modo. Ognuna delle nostre afflizioni, delle nostre formazioni mentali non salutari, contiene in sé il Buddha e la liberazione. La rabbia comprende tutti i fattori che l'hanno generata. Se la rabbia che è in noi non contenesse la liberazione, come potremmo trasformarla in non rabbia?

Un abile coltivatore non butta via i rifiuti di cucina ma li trasforma in compost: col tempo, i rifiuti si trasformeranno in un cesto di verdura fresca. Nel nostro compost ci sono molti fiori profumati. Se sappiamo come far fermentare le nostre afflizioni, l'avidità, l'odio, l'ignoranza, l'orgoglio, il dubbio, le opinioni, l'agitazione, il torpore, la distrazione, possiamo trasformarli in pace, gioia, liberazione, felicità.

Non occorre buttar fuori niente dalla nostra esistenza. Di fatto, non c'è nulla che possiamo buttar fuori dalla nostra esistenza: se possiamo spingere fuori una cosa, dovremmo spingere fuori tutte le altre, perché l'uno contiene il tutto. In cucina, in un giorno d'inverno, si sta bene al calduccio; la nostra sensazione di calore e di agio non è dovuta alla stufa in cucina, è dovuta al freddo che fa fuori.

Se fuori non facesse freddo non avremmo quella sensazione confortante quando entriamo in una cucina tiepida. Le sensazioni piacevoli sono fatte di sensazioni spiacevoli. Le sensazioni spiacevoli sono fatte di sensazioni piacevoli. Questo è perché quello è. Una formazione mentale contiene tutte le altre formazioni mentali.

Ogni seme contiene tutti gli altri semi. Il seme della rabbia ha in sé il seme dell'amore. Il seme dell'illusione contiene in sé il seme dell'illuminazione. Nelle nostre cellule ogni gene contiene tutti gli altri geni. In un ambiente positivo, un gene potenzialmente malato si può trasformare lentamente in un gene sano.

Questa intuizione può aprire molte porte alle terapie avanzate. Questo è l'insegnamento del Buddha. Quando ce lo dimentichiamo andiamo alla deriva nel mondo della nascita e della morte, invece quando trasformiamo la nostra dimenticanza in presenza mentale capiamo che non occorre rifiutare o scartare proprio nulla.” (Thich Nhat Hanh)

lunedì 3 novembre 2014

Oltre la superficie



“Oggi, improvvisamente, la materia si smaterializza
dentro e fuori di noi, svelando l’ineffabile armonia
che risuona nella coerenza della biosfera.”
(David Bohm)

Poichè gli uomini non conoscono se stessi, non sanno distinguere tra le varie parti che compongono il loro essere perciò riuniscono tutto in un blocco unico che chiamano mente. Fanno questo errore perché sentono solo una percezione mentale perciò si può affermare che la conoscenza umana è una conoscenza mentalizzata. Per questo motivo, gli uomini, non conoscono i loro stati di coscienza e il senso delle loro azioni. Oppure, se li conoscono, la loro conoscenza è superficiale.

Diventare consapevoli della nostra complessità strutturale, saper percepire le diverse forze che si muovono in noi e sottoporre le nostre azione al vaglio della conoscenza è lo scopo dello yoga insegnato da Sri Aurobindo. Gli uomini sono composti da varie parti, lui dice, e ognuna svolge la sua funzione specifica all’interno del movimento totale del nostro pensiero, della nostra volontà, delle nostre sensazioni, dei sentimenti e delle nostre emozioni.

Spesso non si comprende il motivo e la direzione degli impulsi che ci muovono però ne percepiamo sempre il risultato. Cerchiamo di creare un ordine sia pure effimero e poco durevole per dare ordine al nostro mondo. Il vero rimedio, secondo Aurobindo, è quello di far passare in primo piano l’essere psichico. Yoga è acquisire uno stato di coscienza in cui non esistono più le limitazioni dell’ego. Yoga è la fine della limitatezza della mente personale, del corpo vitale e dell’involucro fisico.

Yoga è unione con il Supremo Sé, con la Coscienza Cosmica oppure con la profonda coscienza interiore “nel quale si percepisce l’anima, l’essenza interiore e la reale verità dell’esistenza” dice Aurobindo. La coscienza yogica che si acquisisce non percepisce solo le cose ma percepisce anche le forze che stanno dietro le cose. Essa percepisce non solo le forze, ma percepisce anche l’essere cosciente che sta dietro all'azione delle forze. E ne avremo la visione, non soltanto in noi stessi, ma anche in tutto l’universo.

La forza che accompagna la nascita della nuova forma di coscienza è quella della Shakti yogica che giace addormentata e ripiegata nei centri (chakra) dell'essere interiore, e che formano ciò che il Tantra chiama la Kundalini Shakti. Ma questa forza è anche sopra di noi come Forza Divina. La Shakti superiore non è mai ripiegata in se stessa oppure addormentata ma è sempre sveglia e cosciente perciò è sempre molto potente.

Questa forza è sempre a nostra disposizione perché è sempre pronta a manifestarsi come Forza o come Potere della Madre. Nella mente si manifesta come forza mentale divina o come Forza mentale Universale, e può compiere tutto ciò che la mente personale non può fare: è questa la forza mentale yogica. Dietro la natura vitale umana esiste, nascosto e immobile, il suo vero essere vitale che è completamente diverso dall'essere che appare in superficie.

Il vitale di superficie è un essere meschino, ignorante, limitato, pieno di passioni, capricci e desideri, colmo di gioia e dolore perciò è un essere che si esalta e che si deprime. Il vero essere vitale è, al contrario, un essere ampio, calmo, forte, senza limitazioni, fermo e incrollabile, perciò è un essere che è in grado di manifestare onnipotenza, onniscienza e suprema beatitudine. Il termine “mente” è riferito alle qualità dell’intelligenza e della cognizione umana cioè alle percezioni mentali, al pensiero e alle reazioni del pensiero davanti agli oggetti.

Invece il “vitale” è la “natura della vita” con tutti i suoi desideri, le emozioni, le sensazioni e le energie in azione e le reazioni dell’anima del desiderio. È l’anima del desiderio che muove, all'interno dell’uomo, tutto il gioco del possesso e degli istinti come la cupidigia, l’odio, la paura, l’avidità, etc.. Alla superficie della coscienza, il mentale e il vitale sembrano mescolati e si confondono ma, nell’essenza, essi sono due forze completamente diverse.

Non appena si supera la superficie della coscienza, questo si vede in modo chiaro perciò essi si vedono come due esseri distinti. La luce della conoscenza fa vedere oltre la confusione superficiale. La confusione e i conflitti tra mentale e vitale sono la maggiore causa delle dolorose difficoltà della realizzazione, dice Aurobindo. L’essere mentale interiore sorveglia, osserva e critica tutto ciò che accade in noi. L’essere psichico non sorveglia e non osserva, ma sente e conosce spontaneamente in modo diretto e luminoso mediante la purezza della sua natura e tramite l’istinto divino che è in lui.

Non appena l’essere psichico passa in primo piano rivela i movimenti giusti e quelli falsi della sua natura. L’essere umano è composto, in profondità, da un essere psichico che sostiene tutto però possiede anche una mente, un vitale e un mentale interiore. Ma all’esterno, egli si mostra solo con lo strumento o veicolo con cui si manifesta perciò si esprime con la natura esteriore della mente, della vita e del corpo.

Secondo Aurobindo, il jivatman è sopra la manifestazione e vi presiede mentre l’essere psichico è presente dietro la manifestazione e la sostiene. L’atteggiamento dell’essere psichico è quello di sentirsi “Figlio di Dio” ossia una particella del Divino. Si sente uno con Dio, nell’essenza, anche se è diverso per manifestazione e identità. Il jivatman vive nell’essenza e può fondersi, per identità, con il Divino ma anche lui è parte della manifestazione perciò si riconosce come un “centro” del molteplice Divino.

Capire la distinzione è importante perché, se resta una minima traccia di egoismo vitale si può perdere l’equilibrio mentale e credersi degli avatara. Solo lo Spirito è Atman, Brahaman, il Divino essenziale e l’Uno divino che manifesta la molteplicità in modo a Lui inerente. Il Sé essenziale o Atman diventa, nella manifestazione, l’essere centrale che, dall’alto, presiede alla evoluzione delle sue personalità nelle vite terrestri pur restando una particella eterna del Divino perciò anteriore alla manifestazione.

Nella manifestazione inferiore, la particella eterna del Divino diventa l'anima ossia una scintilla del Fuoco Divino che fa da appoggio alla manifestazione individuale perciò sostiene l’essere mentale, vitale e fisico. L’essere psichico è la scintilla che cresce diventando il Fuoco che evolve insieme allo sviluppo della coscienza. Perciò l’essere psichico è un essere evolutivo e, in questo, è diverso dal jivatman che è anteriore all’evoluzione.

L’uomo è ignorante perciò non ha coscienza del jivatman ma conosce solo il suo ego cioè l’essere mentale esterno che dirige la sua vita e il suo corpo. Andando in profondità possiamo conoscere la nostra anima, dice Aurobindo. Solo se abbiamo consapevolezza dell’essere psichico possiamo vedendolo come il nostro vero centro. L’essere psichico interno è l’essere centrale dell’evoluzione, infatti lui emerge nel jivatman ossia dalla particella del Divino, e la rappresenta. L’essere psichico e il jivatman si fondono quando entriamo nel vero stato di pura coscienza.

Invece l’ego è una formazione della natura fisica come pure il vitale e il mentale inferiori. La base della coscienza materiale che sperimentiamo sulla terra non è solo l’Ignoranza ma anche l’Incoscienza. Abbiamo una coscienza involuta perché è racchiusa nelle forme materiali perciò è intrappolata nell’energia della materia. Abbiamo una coscienza materiale, una vita e una mente confuse perciò siamo separati dalla verità e dalla nostra vera natura.

Buona erranza
Sharatan

domenica 27 aprile 2014

Una diversa forma di percezione



“Come per salire su un monte ci sono varie vie,
così ci sono varie ‘vie interne’ adatte ai vari temperamenti,
ai vari tipi psicologici, per salire sulle vette del supercosciente
e per venire in contatto con il Sé spirituale.”
(Roberto Assagioli - Lo sviluppo transpersonale)

La coscienza crea la materia, perciò la realtà si comprende solo se conosciamo la natura della nostra personalità e la qualità della nostra coscienza. E tutto si comprende ancor meglio se crediamo che la coscienza non venga racchiusa solo nel cranio e che non possa uscire dai limiti del nostro involucro fatto di carne.

Se crediamo che la coscienza umana sia racchiusa nei limiti del corpo disprezziamo la visione spirituale e crediamo che non sia possibile una visione spirituale della realtà materiale. Ma la visione spirituale non è affatto illusoria come non lo sono neppure i luoghi che non conosciamo perché non li abbiamo mai visitati.

Ognuno è un’essenza energetica che assume una personalità che agisce all’interno di ciò che viene chiamata la materia e la realtà fisica. La parte che chiamiamo noi stessi è solo una porzione limitata dell'interezza che siamo. Noi siamo una porzione limitata di tutta l’energia che ci rappresenta e che ha deciso di assumere una forma fisica che la definisce, e che la limita in una struttura fatta di materia.

Non dobbiamo credere al fatto che la realtà sia soltanto quello che è mostrato dai sensi fisici, perché i sensi mentono quando mostrano che la sola realtà che esiste è quella che essi sanno rappresentare, misurare e concepire. L’umanità ha avuto il dono di proiettare all’esterno la realtà che ha creato internamente, perciò veniamo educati con una grande rigidità spirituale.

La nostra visione viene limitata in porzioni ristrette che sono definite dai limiti percettivi che sono accettati dalla nostra specie. In noi dorme, invece, una parte inconscia che è sconosciuta perché ci siamo fossilizzati solo sulla realtà che conosciamo. Da questa visione limitata proviene il sé che viene orientato a vedere solo la realtà fisica e mentale che condividiamo e accettiamo collettivamente.

La nostra personalità racchiude una porzione di identità sconosciuta ossia l'Io interno che collabora con l’Io esterno, e che manipola il senso del mondo che conosciamo. Ma questa parte sconosciuta e inconscia è molto intelligente e molto più vasta di quella che si manifesta nell'esistenza fisica. Se non la vediamo è perché ci siamo fossilizzati a vedere solo la parte esterna della realtà fisica.

Per questo non comprendiamo che l’Io interno dirige tutte le nostre attività esterne, non vediamo che l'interno condiziona le informazioni che raggiungono i sensi fisici. Le dimensioni soggettive che potenzialmente potremmo vedere sarebbe molto più numerosa e più ampia di quella che nasce dalla realtà materiale oggettiva.

L'identità profonda è il nucleo e il seme psichico da cui sono nate tutte le personalità che abbiamo manifestato nel corso delle nostre vite passate. Il subconscio che è descritto dalla psicologia come oscuro è il punto d'incontro tra l’immutabile Io interno ed i mutevoli e diversificati Io esterni.

In realtà queste due dimensioni non esistono in modo separato, ma vengono impersonate come delle parti esterne e limitate di tutto ciò che siamo internamente e totalmente. Se vogliamo capire tutta la ricchezza della vita umana dobbiamo eliminare il concetto che la personalità sia limitata agli attributi di coscienza percepiti nel “qui e ora.”

Dobbiamo sapere che siamo troppo ancorati e concentrati sulla parte in cui viviamo credendo che non esista nulla che vada oltre i limiti percettivi che siamo abituati a usare. Abbiamo difficoltà a uscire dall'esistenza fisica e dalla residenza in forma materiale che è basata su strutture psichiche molto limitate e rigide.

La nostra coscienza possiede molte altre dimensioni di personalità che costruiscono un’identità molto più ampia di quella che pensiamo essere la nostra. Il sé che conosciamo è solo un frammento dell’identità che siamo veramente, e tutti questi frammenti sono collegati tra loro come le singole sfere di una collana di perle.

Ma quelle perle non vanno pensate solo come grani progressivi ma, contemporaneamente, come strati di cipolla inseriti uno nell’altro. Da questa complessa struttura emerge tutta la vitalità che è insita nella forma e nella materia, perché la forza vitale agisce dentro ogni atomo di materia che esiste in natura.

Dentro ogni forma di vita, sia essa minerale, vegetale, animale o umana c'è uno tipo di energia che crea uno certo tipo di coscienza. Non c’è nessuna forma di vita che non impersoni una forma di coscienza. La vita è fatta di cellule coscienti che conservano, in loro stesse, la memoria di come devono realizzare la loro identità. Queste cellule vive e coscienti cooperano con gioia alla creazione della loro struttura corporea.

Non esiste una materia che sia priva di coscienza, perché ogni materia ha la sua forma di coscienza dotata di sensibilità e creatività. Non possiamo comprendere bene il fenomeno della vita se non comprendiamo questa verità. Il sé interno non conosce mai dei limiti espressivi, ma è sempre il sé esterno che usa il camuffamento ed i limiti che la forma che assume gli impone.

Chiaramente la forma fisica è una realtà vera, ma è una realtà limitata. Avviene che la realtà venga organizzata e limitata dalla forma e dal modo specifico che la specie ha costruito. Per percepire la realtà in modo completo si richiede si organizzare una percezione che è più ampia e molto diversa da ciò che vediamo con i sensi fisici.

Percepire la realtà diventa molto difficile se restiamo chiusi nei limiti che noi stessi abbiamo costruito, perché non abbiamo alcuna cognizione di dimensioni diverse da quelle a cui siamo abituati. La personalità si può esprimere come un campo di percezione che può mutare nell'ampiezza e nella profondità, ma questo avviene solo a seconda dell’entità che percepisce.

La coscienza si può ampliare se la carica energetica dell’entità che percepisce si modifica. Se l’attenzione si focalizza in un certo modo diventiamo coscienti solo della porzione che entra in gioco, e che costruisce l'esperienza della percezione. Ognuno è consapevole solo di quello che la sua forma gli consente e di quello che presume di poter fare, perciò si conosce solo una piccola parte di noi stessi e del mondo.

L’entità manifesta solo la personalità che è la porzione indipendente e limitata della sua parte intera che resta indipendente dalla forma e che è eternamente presente e valida. Per questo motivo, la conoscenza conserva sempre l’impronta caratteristica della personalità che la possiede e che la trasmette. I sensi fisici sono dei canali che usano una visione deformata, perché essi vedono solo quello che corrisponde alla loro immagine.

Esiste solo la realtà percettiva che è consonante alla nostra coscienza, perché essa usa solo le strutture che appartengono alla realtà che conosce. La realtà è tutto quello che è creato da noi stessi e dai nostri simili, perciò il mondo diventa la materializzazione delle nostre concezioni. La nostra storia viene creata dalle nostre preferenze interne perciò anche il corpo assume l’aspetto e le caratteristiche che sono più gradite alla nostra coscienza.

La realtà viene fatta con le immagini termiche ed elettromagnetiche che assumono il simbolismo e il senso che è colmo di forza e intensità emotiva insita nelle nostre concezioni. Le sensazioni e le emozioni diventano materializzazioni che sono sensibili e consapevoli del clima emotivo da cui vengono create. Questo concetto ci fa comprendere come sia possibile una creazione di “forme-pensiero” individuali che sono condivise anche a livello collettivo.

La nostra identità non dipende solo dalla forma che assumiamo, però questa forma ci condiziona e regola anche il modo in cui strutturiamo tutto il nostro mondo. Il mondo in cui viviamo assume il significato che vogliono affermare le personalità che ci vivono, perché ogni forma di coscienza ha la necessità di creare una struttura che la connota e che la distingue dalle altre.

L’unica separazione che esiste tra gli esseri coscienti è quella che è inerente alla diversa capacità di percepire, e al modo diverso di manipolare la nostra energia. Tutta la differenza è posta all’interno di ciò che è chiamato "punto e momento" in cui avviene il pensiero, infatti la coscienza si caratterizza a seconda del punto di vista che assume nell’attimo.

L’identità deve acquisire e saper mantenere la stabilità e la solidità pur nella instabilità e nelle fluttuazioni degli stimoli dei sensi e delle emozioni. Per fare tutto questo è necessario fare molti sforzi, molto studio e molte esperienze che vengono sperimentate nel corso di varie vite che andrebbero vissute solo per deliziarci e per sperimentare interiormente tutte queste realtà.

La nostra completezza e interezza si evolve così, perché la vita è l'esperienza limitata della porzione maggiore che si deve arricchire di tante espressioni particolari. In ogni vita si sperimentano tante caratteristiche diverse ma tutte sono quelle più proprie e più assonanti al nostro modo di essere, di evolvere e di diventare sempre più consapevoli.

Mentre cambiamo la forma, l'aspetto e l'immagine dobbiamo restare saldi, spontanei e creativi sia pure vivendo il mutamento continuo in cui siamo inseriti. La mutevolezza della nostra coscienza e del mondo in cui viviamo può diventare destabilizzante se non conquistiamo quella stabilità interna che viene garantita da una equilibrata evoluzione.

Non troviamo mai un universo comodo e confortevole in cui potersi rifugiare, perché le forme di coscienza che incontriamo sono infinite così come lo sono le loro modalità percettive. Sono infinite anche le forme di mascheramento che quelle realtà usano, perché la coscienza può usare molti tipi di strutture, e può assumere sia forme fisiche che forme non fisiche.

Alcune strutture si evolvono su linee evolutive alternative e con strutture psicologiche assai diverse da quelle a cui siamo abituati. L’importante è essere sempre consapevoli e capire che, al di là di come la coscienza mostra la sua attività, nessun ambiente è strutturato in modo permanente. Ma, se lo pensassimo, sarebbe il segno che abbiamo ancora una scarsa consapevolezza.

Buona erranza
Sharatan