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mercoledì 18 maggio 2016

Vasana



“Ciascuno vede ciò che si porta nel cuore.”
(Johann Wolfgang Goethe)

Gli antichi indù erano grandi conoscitori dell’animo umano infatti avevano scoperto la complessa struttura psicologica dell’essere umano perciò conoscevano anche l’inconscio. I maestri dell'antica India usavano il termine “vasana” per indicare ciò che risiede a livello latente nel subconscio dell’uomo. Vasana è un termine molto usato nel Vedanta per indicare le impressioni mentali che nascono dal subcosciente essendo indotte dalle esperienze e dai pensieri che derivano dal karma accumulato in passato.

Le vasana sono dei “semi” che producono dei pensieri, delle pulsioni e delle espressioni che agiscono a livello latente, e che spingono l’individuo ad agire in un certo qual modo. Le vasana sono come dei solchi che si sono tracciati nella sostanza mentale, e che hanno creato delle “impronte” mentali. Le vasana sono i segni delle disposizioni che abbiamo acquisito, perciò sono dei tratti che ci caratterizzano ma sono anche delle caratteristiche che limitano la mente dell’individuo.

Per gli antichi indù, le vasana rappresentano tendenze che ci dominano, perché sono potenti tendenze interiori che ci spingono a fare ciò che abbiamo fatto in passato. Le vasana ci impongono una dimensione interiore che emerge prepotentemente dal subconscio, e questo è stato osservato anche dalla psicologia moderna che ha evidenziato una pulsione ossessiva a ripetere forzatamente le esperienze del passato.

I maestri del Vedanta dicono che le vasana fanno parte dell’insegnamento sulla paura, e affermano che nell'uomo esiste una tendenza innata a ritrovare le situazioni conosciute. Naturalmente questo atteggiamento non viene messo in pratica in modo consapevole, perché la parte subconscia è più forte di quella cosciente. In effetti vediamo che quello di cui abbiamo maggiore paura è la cosa che più ci attrae.

Il concetto delle vasana che emergono dal subconscio riveste un forte valore psicologico, e ci fa capire il meccanismo che agisce su chi sembra ricercare il fallimento. E questo ci fa comprendere meglio anche l'origine della tendenza distruttiva che predomina in molte persone. I maestri indù conoscevano bene queste cose, infatti avevano distinto 4 aspetti dell’essere umano: la Buddhi, la Chitta, il Manas e l’Ahamkar.

Essi dicono che l’Ahamkar è il senso dell’io, perché è il principio d’individualizzazione che crea il senso dell’ego e forma l’esperienza particolare dell’io. L’Ahamkar viene associato alla Chitta che è il deposito dei semi ossia “il serbatoio” delle tendenze che esistono nel subconscio, mentre il Manas è la mente analitica che ci consente di distinguere la prospettiva dell’individuo particolare.

L’Ahamkar è la coscienza individuale che produce l’io, perciò rappresenta tutto quello che agisce in funzione dell’io. La coscienza individuale ricava i frutti dalle esperienze dell’io, e produce azioni positive o negative che esprimono la natura dell’ego ossia il tratto caratteristico del jiva individualizzato.

Buddhi è l’intelligenza oggettiva che vede e percepisce la realtà così come è realmente, perciò Buddhi è la mente che vede la realtà in modo non limitato. Manas è il pensiero e lo psichismo, in quanto è quello che reagisce interiormente al mondo esterno producendo emozioni e pensieri soggettivi. Manas conserva i pensieri e le emozioni, ma sono emozioni e pensieri che vengono deformati dalla prospettiva personale del soggetto che esperisce.

Chitta è la memoria perciò è la parte dello psichismo che dipende dai condizionamenti del passato. Chitta indica la memoria che è sepolta nell’inconscio perciò rappresenta la memoria presente a livello latente. Chitta è il deposito della memoria di tutto quello che ci condiziona. Chitta è l’inconscio perciò è il deposito delle impressioni mentali che devono essere conservate. Chitta è il deposito delle vasana, perché è il luogo in cui conserviamo le tendenze a ripetere il passato.

La conoscenza psicologica del Vedanta è poco conosciuta perché, in genere, il Vedanta è più conosciuto per la metafisica dell’atman e del brahaman. Ma nessuno ha spiegato meglio la paura dei maestri del Vedanta, infatti essi la inquadrarono come una tendenza a mettersi sempre in situazioni del passato, a prescindere dal fatto che si desideri o meno ripetere l'esperienza. Nel Vedanta si mette in evidenza il concetto che non avremmo paura se non desiderassimo ciò che diciamo di temere e di non desiderare.

E questo punto è molto importante, perché ci spiega il meccanismo dei condizionamenti alcuni millenni prima degli psicologi occidentali. I maestri induisti e buddhisti studiarono la struttura psicologica umana per contribuire al sollievo e alla salute degli esseri umani. In queste tradizioni si insegnava che il cammino della conoscenza di sé include di essere consapevoli delle dimensioni interiori da cui è necessario trovare una via di uscita per ottenere la liberazione. Ma quali sono le grandi paure umane?

La paura più grande è quella che riguarda la propria vita perciò la prima forma di paura è connessa con l’istinto di conservazione. E poi c’è la paura legata a circostanze particolari, ed è il tipo di paura in cui tendiamo a negare che la situazione è quella che è. La paura mostra una forte attrazione verso qualcosa che si vuole, ma questo viene negato. Mentre invece si dovrebbe sapere che può venire attratti non positivamente, e che veniamo attratti soprattutto da quello che ci portiamo dentro.

I maestri indù e quelli buddhisti insegnano che tutto quello che diciamo di non volere, in realtà, è quello che maggiormente vogliamo. Questo fatto è scomodo da ammettere, ma è la pura e semplice verità. Ma questa è la verità che non sappiamo vedere in noi stessi, perché è una verità che non vogliamo capire perciò è una verità che rifiutiamo. Per questo motivo la vita è fatta di un miscuglio di reale e irreale, di vero e di falso: quindi anche la nostra coscienza è fatta con un simile miscuglio .

Shankara dice che l’uomo è un vaso di terracotta colmo di nettare che, una volta che viene infranto, continua comunque a esistere; ma non esiste più nella medesima forma che aveva quando era il vaso. In realtà, ciò che è scomparso con la morte è la limitazione di forma che subiva l’individualità. Il corpo fisico possiede la realtà solo quando la coscienza percepisce i momenti successivi che vengono sostenuti dalla sua consapevolezza. E la coscienza dell’essere è condizionata dalla forma che contiene l’essere individuale.

Buona erranza
Sharatan

martedì 8 settembre 2015

Il potere di Maya



Un giorno Narada, il capo dei musici celesti, disse al Signore dell’Universo: “Signore, mostrami il potere d’illusione di Maya che può trasformare l’impossibile in possibile.” Vishnù sorrise e fece un segno di assenso poi s’incamminò insieme a Narada. Dopo aver camminato per un certo lasso di tempo, il Signore Vishnù ebbe sete e disse a Narada: “Ho sete, vammi a cercare da qualche parte, un poco d’acqua.”

Narada prese una brocca e partì alla ricerca di acqua perciò si allontanò sempre di più dal suo Signore, finché avvistò il corso di un fiume. Appena Narada si fu avvicinato alle rive del fiume vide una fanciulla di grande bellezza che attingeva acqua nel fiume. Quando Narada si avvicinò, la fanciulla lo salutò con gentilezza e poi iniziarono a parlare perché si erano subito innamorati uno dell’altra.

Narada la chiese in moglie e lei accettò, perciò si sposarono e andarono a vivere presso le rive del fiume. Trascorso altro tempo ebbero due figli che completarono la loro felicità. In seguito infuriò una pestilenza tremenda che flagellò quei posti, perciò Narada propose alla moglie di abbandonare la loro casa e di fuggire lontano. La donna fu d’accordo perciò fecero i bagagli, presero i figli e si misero in viaggio.

Ma proprio mentre stavano attraversando il ponte sul fiume arrivò una grande ondata che spazzò via i bagagli, fece annegare sua moglie e i suoi figli. Allora Narada, schiantato dal dolore, crollò sulla riva del fiume e iniziò a piangere disperato. In quel momento gli apparve Vishnù che gli chiese: “Narada dov’è l’acqua che ti ho chiesto di portare? Perché stai piangendo disperato? Sei andato via con la brocca da una buona mezz’ora e non sei più tornato.”

Narada smise di piangere subito e chiese: “Da una mezz’ora?” Per la sua anima erano passati quasi 12 anni, ma quel tempo era trascorso solo in mezz’ora. Allora Narada comprese e s’inchinò a Vishnù dicendo:”O Mio Signore, m’inchino davanti alla Tua magnificenza e al potere della tua Maya!”

La storia ci insegna che ogni differenziazione esiste solo nell’ambito di Maya, perché è Maya che causa tutte le differenziazioni perciò l’illusione cessa solo quando Maya cessa di agire. Tutto l’universo, gli oggetti e i fenomeni sono oggetti di creazione, conservazione e distruzione che dipendono dal corpo, dal pensiero e dall’anima. Tutto quello che vediamo nello stato di veglia, di sonno e di sogno è effetto del potere di Maya.

I vedantini dicono che Maya è come un serpente che è sempre in movimento, perché Maya è una forza attiva. Malgrado questo, gli uomini fanno tanti progetti per l’avvenire senza sapere che il mondo materiale è un prodotto di Maya. Ramakrishna dice che il sole brilla nel cielo ma è sufficiente una nuvola per oscurare il suo splendore: il velo di Maya agisce così, perché impedisce di vedere il Satchidananda che è presente ovunque, e Testimone di tutto ciò che esiste.

Il velo di Maya impedisce all’anima individuale di scorgere l’anima universale, infatti le due anime non possono vedersi a vicenda finché il velo non cade. Anche l’ego dell’uomo è Maya, perché il nostro stesso egoismo ci impedisce di vedere il sole, perciò finché non cade il suo schermo non potremo vederlo.

Il sole non può riflettersi nelle acque opache, perciò la conoscenza del sé non esiste nell’uomo che conserva l’idea del “mio” e dell’io. L’io e il “mio” sono il frutto dell’ignoranza, perciò non ha senso dire che il mondo è irreale finché saremo convinti che solo noi siamo reali. Nel Vedanta si dice che solo chi ha realizzato questa convinzione può rendersi conto che il mondo è un prodotto di Maya.

L’illusione del mondo dei fenomeni non si cancella con facilità, perciò resta anche quando si è visto chiaramente l'illusione, e si conosce il potere del suo miraggio. Se vediamo, in sogno, una tigre che ci assale, anche quando ci rendiamo conto che è stato solo un sogno, pur tuttavia non svanisce la palpitazione della paura.

Anche dopo che si è realizzato il samadhi, l’io può permanere nell’uomo sia come servitore che come adoratore. Narrano che Shankaracharya poté conservare l’ego di vidya cioè l’ego della Conoscenza, allo scopo di poter istruire gli altri. Il suo ego conservava una traccia dell’individuazione per mantenere un confine tra la sua persona e la Divinità, e questo gli consentiva di essere un esempio per i suoi fratelli.

Se osserviamo il punto di confluenza tra un canale e il fiume, a volte vediamo che l’acqua del canale scompare e si confonde con quella del fiume. A volte vediamo che compare una leggera corrente che ci indica che il corso del canale resta separato da quello del fiume. Lo stesso avviene in quelli la cui anima è divenuta una con l’anima universale. Costoro conservano, in loro, una piccola traccia d’individualità che segna la separazione tra la loro esistenza e quella della Divinità.

Qualcosa dell’ego resta per consentirgli di conservare il corpo fisico, per consentirgli di poter continuare a pregare devotamente la Divinità, per consentirgli di restare in compagnia dei propri simili e per consentirgli di continuare a servire il loro prossimo. In fondo, anche la possibilità di conservare una traccia d’individualità è il frutto di molte preghiere perciò anche questo residuo di egotismo è Maya.

Buona erranza
Sharatan

martedì 25 agosto 2015

Lo spettacolo cosmico



“Esse sono due nascoste nel segreto dell’Infinito:
l’ignoranza e la Conoscenza; ma l’ignoranza è peritura,
mentre la Conoscenza è immortale.”
(Svetasvatara Upanisad I, V, 1)

Per Shankara la coscienza è lo strumento e il tramite tra l’osservatore e lo spettacolo cosmico. La coscienza è il prodotto dell’incontro tra il soggetto e l’oggetto osservato perciò, senza la coscienza, non avremmo nessun rapporto tra soggetto e realtà. Per questo, la coscienza è presente in ogni dimensione dell’esistenza ossia nella veglia, nel sogno e nel sonno perciò essa è una costante della realtà.

Poiché la realtà possiede molte dimensioni, anche la coscienza comprende tre gradi o livelli per farci percepire tutti i gradi dell realtà in cui viviamo. La consapevolezza sensoriale fa conoscere la realtà grossolana, il livello mentale fa conoscere la realtà sottile e l’aspetto spirituale fa percepire la realtà dei princìpi. La coscienza sensoriale è il livello più superficiale perché fa conoscere la parte grossolana ed esteriore.

Invece il livello superiore è quello della coscienza trascendente, unitaria e intuitiva che fa conoscere i principi da cui nascono gli oggetti. La caratteristica principale della coscienza è il “divenire” che implica la capacità di creare il flusso dinamico che collega soggetto e oggetto. Il divenire viene trasceso solo dall’atman che è il livello in cui ogni dualismo finisce.

Quando siamo giunti al livello privo di ogni divenire emerge l’Essere inteso come uno stato permanente che supera ogni movimento e ogni causa, perciò siamo entrati nello stato di coscienza che è piena identità con il Tutto. I vedantini pensano l’Assoluto-atman come la realizzazione più elevata che include ogni oggetto, perciò ogni altra forma di coscienza diversa da questa è vista come un tipo di consapevolezza ridotta.

La metafisica vedantina vede l’origine della vita come un’unità da cui è nata tutta la molteplicità dei fenomeni. Perciò la manifestazione della vita viene paragonato all'irradiazione originata da un Centro Assoluto. Nel Vedanta dicono che l’origine della coscienza è avvenuta con una “rottura” dell’originario stato indifferenziato in cui il soggetto e l'oggetto erano un’unica realtà.

Allo stato di fusione tra esistenza, conoscenza e beatitudine è seguita la scissione cioè la “caduta” nell’identificazione particolare del soggetto con una parte della realtà. Perciò è sopraggiunto l’oblio di questa originaria esistenza divina, e l’inizio dell’ignoranza e del dolore: è così che è iniziata la nostra percezione duale. La condizione primitiva finì con l’identificazione che ci fece perdere la totalità e fece sorgere il dualismo di soggetto e oggetto.

L’identificazione è il processo della coscienza che dimostra che ogni livello di coscienza corrisponde a una versione relativa e personale del mondo. Nel mondo relativo esistono diversi gradi di coscienza che vanno considerati solo come punti di vista parziali e personali perciò essi vanno visti soltanto come opinioni.

Ogni punto di vista è relativo alle funzioni mentali usate e alla struttura mentale dualista, perciò è relativo ai gradi inferiori della conoscenza che non esauriscono tutte le potenzialità cognitive degli uomini. Per gli occidentali, la coscienza è il risultato delle funzioni cognitive del cervello ed è un fenomeno collegato alla materia. Invece, per i vedantini, la coscienza è un principio metafisico che mostra l’unità dell’universo. Essa è l'Intelligenza Cosmica dalla trascendente perfezione, perciò la coscienza è alla radice della materia e della mente.

Per Patanjali e per il Vedanta, la mente è l’organo interno posto tra corpo e anima ossia tra cervello grossolano e cervello causale. La mente è un livello sottile e rappresenta una struttura con 3 funzioni diverse. La struttura inferiore svolge le funzioni sensoriali, la struttura intermedia svolge funzioni analitiche e sintetiche deputate a formulare il pensiero discorsivo e quello selettivo. La struttura superiore svolge la funzione intuitiva supermentale.

Queste strutture rappresentano diversi gradi di funzioni mentali organizzate gerarchicamente in vari livelli di complessità. La struttura della mente ha dei limiti che sono collegati al suo funzionamento, infatti le funzioni diventano più ampie e i limiti diventano più sfumati mano a mano che la materia di cui si compongono diventa più sottile. Le strutture sensoriali sono meno funzionali e più limitate, quelle razionali sono più funzionali e meno limitate, mentre le strutture intuitive supercoscienti sono le più funzionali e complesse.

La coscienza è il substrato dell’individuo ma è anche il substrato della struttura mentale che vi è sovrapposta e che consente di percepire la realtà. La coscienza è il supporto della mente e collabora con essa sebbene vi sia distinta. La luce della coscienza si manifesta per mezzo della mente che agisce come un filtro che offusca la sua completezza e diminuisce l’intensità della sua luce. La luce della coscienza si opacizza mentre filtra attraverso la mente, perciò i contenuti dei pensieri sono come un film che viene proiettato sopra uno schermo opaco.

Quei fotogrammi offrono l’illusione del movimento e creano il flusso cangiante dei nostri pensieri. Ma, dietro il flusso dei pensieri è sempre presente un flusso continuo di coscienza che resta immutevole dietro a quel flusso di immagini che scorrono. L’intelligenza e la consapevolezza sono il risultato dell'associazione della mente e della coscienza.

La mente può esercitare le sue funzioni solo perché è in contatto con la coscienza. E, in cambio, la coscienza può usare uno strumento mentale che agisce nel mondo manifesto. Le funzioni della mente restano latenti e diventano attualizzabili solo per merito della coscienza: la conoscenza è il risultato di questa associazione.

Il mondo diventa conoscibile solo per mezzo delle funzioni mentali che vengono attivate su iniziativa della coscienza. La mente è paragonata anche ad un grande palazzo fornito di molte finestre che si aprono su molti mondi diversi che vengono conosciuti per merito dello stimolo della coscienza. E tanto più la finestra da cui osserveremo la realtà sarà posta in alto, tanto più sarà ampio il mondo che potremo percepire.

Secondo la tradizione vedantina solo un filtro mentale che si è imbevuto completamente d'amore potrà percepire la verità. Ne consegue che lo sviluppo della conoscenza richiede una disciplina della mente, e che lo sviluppo della mente è correlato con la sua purificazione. La relazione tra la purezza della mente e la conoscenza viene paragonata ad una buona esecuzione musicale.

Un bravo musicista può eseguire della buona musica, in relazione alla qualità e alla efficienza dello strumento che usa. La qualità della musica è il prodotto dell’abilità del musicista, della qualità dello strumento e della buona coordinazione tra il musicista e lo strumento. L’intuizione supercosciente è una funzione che supera il pensiero perciò il suo sviluppo richiede una purificazione del pensiero che deve raggiungere uno stato di completo silenzio mentale.

La conoscenza della verità, per i vedantini, è possibile solo se la coscienza vede senza filtri ed è libera da ogni contenuto mentale che la può offuscare. La conoscenza integrale si realizza quando la coscienza sa trascendere la mente, dissolvere ogni attaccamento formale e risplendere nella luce informale. La conoscenza pura svela l’identità tra il sé individuale che “vede il Sé in tutte le creature e vede tutte le creature nel Sé.”

Così otteniamo un legame tra soggetto e il substrato assoluto della Realtà espresso dal motto: "Tu sei Quello". La conoscenza comune è una coscienza oscurata dai contenuti mentali e appare come una lampada coperta da vetri colorati che può risplendere solo quando vengono rimossi i vetri che impediscono di vedere la purezza della sua luce. I filtri della percezione vanno eliminati e trascesi, e l’attenzione va ritratta dal corpo, dalla mente e dall’anima individuale.

La conoscenza pura sorgerà quando ci saremo sottratti da ogni forma e da ogni movimento e saremo entrati nel silenzio dell’assorbimento divino ossia realizzeremo la reintegrazione con la sorgente luminosa del Tutto. L’ignoranza, avidya, è la mancata conoscenza di questo, ed è connessa con lo stato di consapevolezza individuale. La sofferenza è nata a causa della scissione dall’Essere Eterno e immutabile che ci fa sperimentare l’illusione della finitezza e ci procura paura, ostilità e solitudine.

Solo una coscienza non duale riposa sempre nella pace e nell'armonia, perciò il nostro io e le nostre tumultuose esperienze di vita sono solo la distorsione di una percezione errata. Esse sono la deformazione irreale causata dalla dolorosa separazione dalla Pura Coscienza. E la vita umana è una recita eseguita sul palcoscenico dell’Intelligenza Cosmica che osserva lo spettacolo senza essere turbata dalle nostre illusorie interpretazioni.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 5 novembre 2014

Jivatman



“Il Signore Beato disse: Un eterno frammento di me,
diviene un’anima vivente (jiva) in questo mondo dei mortali,
e attrae a sé la mente con i cinque sensi che trovano
fondamento nella Natura (Prakriti).”
(Bhagavad Gita XV, 8)

Il termine “jiva” in sanscrito ha due significati, infatti significa “creatura vivente” e significa anche “spirito individualizzato” che sostiene l’essere vivente nel corso delle sue incarnazioni. Quando è usato nel secondo significato, il termine completo diventa “jivatman” dove Atman è lo Spirito o il Sé Eterno dell’essere vivente. Il concetto esprime la particella eterna del Divino, poiché il Divino molteplice si manifesta come Sé o spirito individualizzato dell’essere creato.

Per questo il jivatman, nella sua essenza, non cresce e non muore, non cambia e non evolve perché la sua essenza resta al di sopra dell’evoluzione personale. Nell’evoluzione personale, il jivatman viene rappresentato dall’essere psichico che si sviluppa e che sostiene tutto il resto della Natura. L’anima si incarna ogni volta, e in ogni incarnazione vengono formati - con il materiale fornito dalla Natura universale e, a seconda dell’evoluzione passata - un nuovo corpo mentale, vitale e fisico.

Alla morte il corpo si dissolve e il vitale va nel piano vitale. Qui resta per un certo periodo di tempo e, alla fine, anche il corpo vitale si dissolve: l’ultimo a dissolversi è il corpo mentale. A questo punto l’anima o essere psichico si ritira nel mondo psichico per riposare finché non giunge il momento di fare una nuova nascita. Così avviene per gli uomini che si sviluppano in modo normale, ma esistono delle variabili allo schema generale. Infatti, se la mente e il vitale vengono fortemente sviluppati e ben strutturati essi possono persistere. Ma alla condizione che vengano strutturati in questo modo dall’essere psichico.

In questi casi, il corpo mentale e quello vitale vengono accentrati intorno all’essere psichico, perciò ne possono condividere la sua condizione d’immortalità. Nel corso della vita terrena, l’anima raccoglie gli elementi essenziali per fare il lavoro, perciò usa le sue esperienze per formare la base per la sua crescita nell’evoluzione. Quando l’anima torna a nascere prende l’involucro mentale, quello vitale e il corpo fisico che si è guadagnata. Perciò ritorna con il karma che gli sarà utile nella nuova vita per progredire e per fare nuove esperienze.

La coscienza individuale si espande ed evolve finché può entrare nella Coscienza Cosmica con cui intesse ogni genere di rapporti. Può penetrarla e conoscere i suoi movimenti, può agire su di essa o può avere da essa ogni genere d’influenza. La coscienza individuale può allargarsi e avere uno stato di coscienza che gli antichi yogi chiamavano “avere il Brahmanda (cosmo) dentro di sé.”

La Coscienza Cosmica è la coscienza dello Spirito Cosmico e della Natura Cosmica perciò comprende tutti gli esseri e le forze che sono contenuti nell’universo. Per capire meglio, si può immaginare che la Coscienza Cosmica è tanto cosciente, in modo globale, di quanto lo è un individuo separato consapevole sebbene le cose sia diverse. La coscienza dell’individuo è una parte che percepisce se stessa come una cosa distinta da tutte le altre. Malgrado questa ignoranza, nell’uomo avviene che “in ogni momento, la maggior parte di quello che egli è, entra in lui dalla coscienza cosmica” dice Aurobindo.

Queste due parti sono pensate separate a causa dell’ignoranza, ma se finisce l’ignoranza l’individuo sente il Sé Cosmico, sente la coscienza della Natura Cosmica e le forze che agiscono nell’universo. Tutto questo viene sentito come si sentono le cose fisiche e gli urti fisici perciò scopre che tutto è una sola cosa con il vasto e universale essere. Esiste perciò una natura mentale universale e una natura fisica universale, e da una selezione di queste forze provengono la mente, il vitale e il corpo individuale.

L’anima invece viene da un altro luogo, infatti l’anima viene dal Trascendente perciò proviene da una natura superiore. Il Divino è Uno molteplice. Lo spirito o sé individuale fa parte del Molteplice dell’Uno, e l’essere psichico è quello che il Divino emana per evolvere nella realtà terrestre. Il sé individuale quando ha raggiunto la liberazione realizza che è l’Uno e anche il Molteplice. Solo allora può tuffarsi nell’Uno e fondersi con l’Uno sentendo la sua unità. Può godere del Divino e può scegliere se restare nella manifestazione o entrarci quando vuole e non più costretto a rinascere.

La Natura è Prakriti ossia è la Forza Cosciente che forma e mantiene i mondi. Dietro a questa Forza e dietro l’aspetto meccanico dell’universo si trova la Coscienza e la Forza vivente del Divino cioè la Prakriti Divina. Prakriti è divisa in superiore e inferiore, e quella inferiore è la Prakriti dell’Ignoranza, la Prakriti della mente, della vita, della materia e della coscienza che si sente separata dal Divino. La Prakriti superiore è la Prakriti Divina del Satchitananda che ha il potere di manifestare la Supermente ed è sempre cosciente del Divino perciò è la suprema mente libera da ogni ignoranza.

L’uomo è sempre preda dell’ignoranza perciò è in balìa della Prakriti inferiore, ma attraverso l’evoluzione diventa cosciente della sua natura superiore, e può cercare di entrare in contatto con essa. L’uomo può elevarsi alla Natura superiore, dice Aurobindo, ed essa può scendere in lui. E questo movimento di ascesa e discesa rende possibile la trasformazione della natura inferiore della mente, della vita e della materia.

È necessario raggiungere il livello sovramentale e farlo discendere ancora prima che la Supermente abbia la possibilità di venire nella coscienza terrestre, poiché il sovramentale è il passaggio obbligato per ascendere dalla mente alla Supermente. Le idee creatrici di verità, dal piano sovramentale, scendono nell’Intuizione e sono trasmesse alla Mente illuminata e alla Mente superiore per essere adattate al nostro livello di comprensione. Nel corso della trasmissione, a mano a mano che esse scendono ai piani inferiori, perdono sempre più il potere e la certezza.

Nella mente umana esse perdono il potere che avevano in termini di energia di verità direttamente percepita, perciò si presentano all’intelletto come speculazioni e non come perfette verità realizzate. La Supermente è posta tra Satchitananda e la creazione inferiore, perciò solo la Supermente può trasformare la natura inferiore. Solo la Supermente contiene la Verità determinante della Coscienza Divina perciò la Supermente è necessaria per la creazione della Verità, dice Aurobindo.

Satchitananda è l’Unico in triplice aspetto benché, nel Supremo, i tre non sono tre ma restano uno. L’esistenza (sat) è Coscienza e la Coscienza (chit) è beatitudine (ananda) perciò vediamo come i tre aspetti siano inseparabili e totalmente fusi uno nell’altro da sembrare indistinguibili. Sui piani superiori della manifestazione essi sono tre in uno pur restando inseparabili. Avviene che uno dei tre possa predominare e servire di base agli altri due, oppure uno può dirigere gli altri. Nei piani inferiori sembrano inseparabili, ma lo sono solo in apparenza poiché, nella loro realtà segreta, essi non lo sono.

Nel mondo fenomenico, uno può esistere senza gli altri però si vive un’esistenza incosciente o dolorosa e si possiede una coscienza senza beatitudine. Senza la separazione dei tre aspetti non esisterebbero il dolore, l’ignoranza, la menzogna, l’ingiustizia, la morte e neppure l’incoscienza umana. L’evoluzione viene per eliminare la coscienza limitata e sofferente.

Essa viene per farci uscire dalla mancanza di conoscenza e per migliorare la materia. L’anima ossia l’essere psichico è sempre in contatto con la Verità Divina. Ma, nell’uomo, l’anima è velata dalla mente, dal vitale e dalla natura fisica. L’essere psichico è l'unico che apre la nostra natura alla Luce Supermentale e alla beatitudine.

La mente può aprirsi in modo spontaneo alle regioni superiori e può ampliarsi oppure può immobilizzarsi. La mente può spiritualizzarsi ma la Supermente non riceve una base sufficiente nella sola mente spiritualizzata. Infatti il solo potere della mente non rende possibile alcuna realizzazione. Solo l’anima risvegliata produce la nuova nascita psichica che ci trasforma in bambini appena nati dal grembo della Madre.

Buona erranza
Sharatan