venerdì 3 ottobre 2008

Governare le paure planetarie


In questi giorni a Roma si è tenuto il World Social Summit 2008, organizzato dalla Fondazione Roma e dal Censis. Sociologi, filosofi, architetti, scrittori, rifugiati politici, magistrati, politici e psicoanalisti si sono incontrati e hanno discusso sul tema “Fearless: dialoghi per combattere le paure planetarie”, poiché “l’anima del mondo è a tal punto opaca, indefinita, che della sua stessa illegibilità c’è di che aver paura”.
Per il sociologo Zygmunt Bauman, la sindrome più forte è quella di venire esclusi, di essere “nominati” ed out, come nel “Grande Fratello” perché siamo tutti vulnerabili, esposti e prossimi all’umiliazione. La paura non è tanto quella di una catastrofe mondiale, ma si teme di venire esclusi dal “gruppo”. Secondo Baumann, quella di oggi è spesso “paura dell'inadeguatezza”: paura di non sentirsi più in linea “con gli standard”. Altra grande paura dei nostri tempi è l'insicurezza esistenziale, “una paura atavica che nasce dalla consapevolezza di essere tutti mortali”.
Le persone che si sentono insicure, che temono per la propria sicurezza personale, non sono veramente libere di assumersi i rischi di un’azione collettiva, per cui la decadenza morale potrebbe essere, la risposta individuale ad un mondo che ci fa percepire il futuro come una minaccia. La figura del vagabondo offre una metafora angosciosa in cui il mondo è percepito come precario ed instabile, in cui vagare in acque minacciose. La metafora positiva è offerta invece dal viaggiatore, in cui la ricerca della novità e della conoscenza si rivolge ad una realtà più rassicurante ed affascinante, varia e sfaccettata, in cui le differenze arricchiscono e completano l’individuo. Il vagabondo è insicuro, mentre il viaggiatore è felice e fiducioso: il primo vive alla giornata, mentre il secondo è sempre curioso di fronte ad un mondo vario ed affascinante da abbracciare nella sua varietà, poliedrica e dinamica.
Ma c’è bisogno di fare ancora dei passi avanti e di non fermarsi, spaventati ed angosciati dalla paura dell’ignoto. Se la vita ha un senso, è proprio nell’essere testimoni di qualcosa, celebrare il nostro modo speciale di essere e di percepire il mondo. Forse c’è una componente di rischio, nella scoperta di tutto il nostro potenziale, ma se ci illudiamo di vivacchiare alla meno peggio, allora siamo morti per sempre sia pur vivendo.
L’apatia e la noia sono i peggiori nemici della mente, perchè sono capaci di soffocare gli amori più grandi e le menti più brillanti. Rivelare la nostra autentica natura ed esercitare la massima modestia personale nel farlo, sono invece le caratteristiche di maggiore grandezza e fascino di una persona vera ed autentica. Questa manifestazione mi sembra la migliore forma di libertà, la migliore pratica della libertà: la volontà di plasmare la vita imprimendole un sigillo irrinunciabile ed unico. Perché ognuno di noi ha in sé un'unicità, un carattere che chiede di essere vissuto, una vocazione ad essere quell'unico, irripetibile individuo. La vita ha sempre una componente di rischio e di imprevedibilità, ma questo è fatale soprattutto se percorri delle vie laterali o poco prequentate, per cui sono necessarie buone gambe e grande determinazione.
Avviene come quando cominci a fare attività fisica, non essendoci abituato. Ti fai una dozzina di movimenti e ti senti finito. La volta dopo, alla seconda dozzina, pensi che morirai. Poi alla terza dozzina, sei sicuro che alla quarta dozzina avrai il colpo di grazia. Ma non è vero, perché continui, vai avanti e non muori affatto, rinforzi la tua spina dorsale sia interna che esterna, rinforzi la tua volontà e la tua determinazione, impari a non concentrarti sul dolore dei movimenti ma sui movimenti e sui muscoli che si muovono e loro, in cambio, continuano a farlo.
Così rinforzi la tua personalità, come rinforzi e plasmi il tuo corpo, con la costanza e la determinazione, provando e riprovando e pensando non alla fatica, ma pensando che intanto sei arrivato alla quarta dozzina di movimenti, e stai affrontando brillantemente la tua quinta dozzina. Non ho mai conosciuta nessuna maestria, degna di ammmirazione, che non fosse stata conquistata senza oltrepassare i confini di quella che appariva come una barriera insormontabile, come una fragilità personale. Con il coraggio e la determinazione si esercita la forza interiore e si ottengono grandi vittorie. Le apparenti fragilità, nascondono sempre una forza insospettabile, da cui si può attingere in modo costruttivo, a condizione che le nostre ferite siano trattate con enorme delicatezza. La delicatezza che dimostriamo per noi stessi, è la stessa che potremo avere per gli altri, ed è il primo requisito per dimostrare la nostra sensibilità e generosità d’animo.
Avverte Hillman “Non lasciatevi incantare dalle vostre cattive aspettative. Non lasciate che il vostro mondo si trasformi nei mali proiettati dalla vostra paura”. La paura di dover affrontare una realtà che non ci piace, ci espone a vivere sensazioni conflittuali, ci costringe al confronto diretto con la nostra Anima e ci sprona a tirar fuori il “carattere” dell'uomo. Governare la paura è possibile solo se si è in grado di ascoltare l'Anima, quell'Anima mundi di cui l'uomo è parte e che deve imparare ad ascoltare, facendo attenzione ad ogni elemento e ad ogni luogo del mondo.
Per non perdere la speranza, occorre quindi allontanarla dalla paura. Se il solo vero rimedio per vincere le paure, secondo James Hillman, è l’immaginazione con le sue infinite possibilità, allora è sempre più necessario immaginare un'utopia positiva, una grande rivoluzione morale, che sappia riportare in auge la logica dell'altro.
Per comprendere la logica dell’altro, dobbiamo capirne le ragioni e le emozioni. Per capire l’altro bisogna capire perché la pensa in un certo modo, non bisogna guadagnare delle ragioni o costruire gli altrui torti. Troppo spesso le ragioni dell’altro si negano. Se ne cancellano e/o se ne minimizzano le ragioni, perché è il modo più efficace per negare l’individuo, per cancellarne l’identità e la dignità, per negarne ogni diritto. Questo è il metodo usato dalle ideologie totalitarie, quando vogliono annullano gli individui e cancellarne la memoria.
E’ essenziale invece, tornare alla solidarietà tra umani, per condividere i nostri timori e recuperare le risorse della solidarietà. Ricominciare a vedersi, parlarsi. Costruire progetti condivisi e condividere dei sogni, delle passioni, bisogna condividere un progetto di vita positivo per tutti.
Bisogna essere consapevoli che “la dimensione di morte è necessaria a raggiungere gli obiettivi, dove parlare di paura genera paura” e che questo può generare una “società oscura” piena di inquiete fragilità e di ansie. Questa è una gigantesca occasione di profitto, un capitale commerciale: è il business della paura. Dobbiamo invece essere consapevoli che anche sulla paura si specula o la si manipola, a seconda delle finalità che si vogliono perseguire.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

mercoledì 1 ottobre 2008

Il fuoco liberatore


Occuparsi di sé [...] significa solo che dobbiamo sviluppare le nostre capacità di sentire le nostre emozioni e quelle degli altri, di pensare nel modo giusto e di percepire la bellezza del mondo. [...]
Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda... Sei padrone della tua anima. [...]
Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l'aggressione, la passione con la seduzione, l'orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l'accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa ecc. Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccartici, senza che le tue parole e i tuoi atti obbediscano loro. Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato, inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. [...]
Quando provi un sentimento triste (avidità, speranza, aggressività, paura, invidia, ecc.) non pensare che sia tu ad avere questa emozione. Riconosci invece l'esistenza di un parassita emozionale. Se rimuovi, o se neghi, o se credi, o se fuggi, o se obbedisci a questo sentimento, il meccanismo dell'assuefazione si mette in moto. La trappola della dipendenza si chiude.
Se tenti di sbarazzarti della sofferenza, questa farà presa salda sulla tua anima. Attenzione! si gioca tutto in una frazione di secondo. Non appena senti la sofferenza (e anche la speranza è una forma sottile e particolarmente virulenta di sofferenza), accoglila, accettala, gustala, osservala in piena coscienza, poi lascia che se ne vada da sé. [...]
Il fine del cammino spirituale non è quello di eliminare l'incertezza, il disagio, il malessere, la sofferenza. Questo è ciò che vuole fare l'ego. La finalità del sentiero non è certamente quella di trovare la Verità, di avere finalmente ragione, di passare definitivamente dalla parte del «Bene». Si tratta qui delle finalità dell'ego. In tutte queste versioni erronee della Ricerca, paragoniamo ancora ciò che è a ciò che dovrebbe essere. Il cammino spirituale si trasforma così facilmente nel suo contrario!

(Pierre Lévy – Il fuoco liberatore)

domenica 28 settembre 2008

La violenza del desiderio mimetico


René Girard, critico letterario ed antropologo francese, fa parte di una corrente di pensiero di antropologi e filosofi, che indagano le origini dei comportamenti sociali nei miti transculturali e nelle grandi opere letterarie, come fonti ispirate dei comportamenti universali umani.
Sul filo di tale indagine, Girard afferma che è il desiderio l’impulso primario per la trasformazione e la ricerca di novità, confermando una verità già proclamata da tutti i grandi maestri orientali e occidentali, ma unendoci una curiosa teoria.
La sua originalità è insita nella teoria che il desiderio sia mimetico, cioè imitativo: si desidera ciò che un altro desidera, per cui, nel desiderio, l’uno imita l’altro. Il desiderio mimetico, afferma, funziona con un modello reciproco, per cui io imito il mio rivale e lui imita me, ma perché questo avviene?
Girard afferma che il punto d’origine è ancora poco compreso, ma il meccanismo innescato porta all’atteggiamento che, tanto più imito e desidero lo stesso oggetto del mio rivale, tanto più cerco di distruggere colui che possiede il mio oggetto del desiderio, cioè il rivale stesso.
Il passo è breve per affermare che, il desiderio è la causa della violenza degli atteggiamenti umani, e raggiunge il suo apice quando tutti si uniscono per creare un’unanimità mimetica, cioè molti hanno davanti a se un solo rivale da abbattere e distruggere. Tutti si uniscono contro uno solo, sul quale si scatenerà la violenza collettiva: egli sarà la vittima.
Il desiderio mimetico crea la violenza e produce vittime e ciò, in tutti i campi in cui si scatena la concorrenza e la competizione umana: la creazione delle vittime, secondo Girard, è un processo di estrema fecondità perchè ha prodotto la cultura e la società umana.
Secondo Girard, l’unione per scatenare la violenza su una sola vittima, crea la comunità umana e questa, dall’uccisione rituale della vittima, ottiene il vantaggio della pace e dell’armonia sociale. La vittima viene caricata di tutte le colpe sociali, che vengono scaricate nel sacrificio, così si crea l’ordine sociale.
La violenza lasciata a se stessa, senza alcun controllo, potrebbe dilagare con una serie di uccisoni e di disordini, per questo va regolamentata e canalizzata su un obiettivo controllabile e definibile: la vittima si crea ai fini di una convivenza non autodistruttiva.
Gli antichi greci avevano delle vittime umane, che venivano mantenute a carico dello Stato, e che venivano sacrificate nei momenti di emergenza. Prima del sacrificio, la vittima veniva portata per le vie della città, in modo da potere accumulare tutte le nefandezze della comunità. Più tardi, furono abbandonati i sacrifici umani, a favore dei sacrifici animali, di cui testimoniano il rito del capro espiatorio mosaico e dell’agnello sacrificale cristiano. A tutti questi simboli vengono vicariate le tensioni o le rivalse negative da epurare, come per la vittima umana. La vittima ha sempre una funzione catartica, e simboleggia sempre la comunità che ne attua il sacrificio.
Più tardi, secondo Girard, la stessa funzione catartica è stata assunta dalla legge e dalle norme giuridiche, che tramite i divieti e le proibizioni, rompono la catena delle vendette e delle violenze. Con la legge s’instaura una ritualità, cioè una consuetudine e quindi si instaura una mito, una celebrazione o giustificazione delle ritualità definite come valide, per cui consuetudinali perchè accettate comunemente.
Quindi, se da sempre le istituzioni instaurano miti, cioè instaurano giustificazioni dei loro comportamenti, da sempre le istituzioni sono sistemi autoregolanti e sacrificali, preoccupati solo della loro sopravvivenza.
I sistemi maggiormente sacrificali sono oggi: il sistema economico e il mercato, in cui la società civilizzata fa morire chi non garantisce la sua sopravvivenza economica. L’armonia sociale si ottiene a scapito della morte di coloro che non sanno entrare in tale armonia. Questo è il metodo sacrificale con cui funziona la moderna economia, ma è lo stesso meccanismo con cui funziona il dominio delle classi egemoni, è il meccanismo della violenza.
Io non so, se esiste questa capacità imitativa, come tendenza innata, ma se fosse, credo che dovremmo usare questa nostra capacità, per emulare i migliori istinti dell’essere umano, e non i peggiori. Credo che la consapevolezza di questi meccanismi distruttivi, sia in grado di spingerci verso degli atteggiamenti di costruttività positiva, poiché nell’uomo il bene ed il male sono egualmente presenti ed attivi. Credo che, invece di costruire dei rivale e delle esclusioni, sia necessario cercare degli alleati e delle cooperazioni.
Credo che siamo ancora in marcia verso un processo di completa civilizzazione, ma non possiamo assolutamente sottrarci a questo, anche se spesso il cammino da fare sembra interminabile, perché il progresso dell’essere umano è troppo avanzato, in alcuni aspetti, per tollerare ancora la barbarie di altri. Credo che, per questo, dovremmo usare il nostro sentimento mimetico per costruire collaborazione, altruismo e solidarietà, perché possiamo usare criteri di giustizia e di compassione, perchè la vita potrebbe essere molto più bella, se solo smettessimo di vederla come una valle di lacrime e la potessimo invece concepire come il raduno di un’allegra Compagnia in gioiosa convivialità.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 25 settembre 2008

Il libro di Kabir


L’Ospite è dentro di voi e anche dentro di me;
come sapete, il germoglio è nascosto dentro il seme.
Tutti lottiamo: nessuno di noi è giunto molto lontano.
Lasciate andare la vostra arroganza
e guardatevi intorno.
Il cielo azzurro si stende all’infinito:
l’abituale impressione di aver fallito scompare,
il danno fatto a me stesso svanisce,
un milione di Soli avanza insieme alla luce,
quando sto fermamente in quel mondo.


Kabir

martedì 23 settembre 2008

Il riequilibrio del forte e del debole


Jung afferma che nell’individuo esiste una natura duale, così che nell’uomo vi è una componente femminile inconscia nella personalità, ed è anche vero il contrario cioè che, in ogni donna, vi è una componente inconscia maschile. Jung definisce la prima Anima ed il secondo Animus. Mentre l’Anima è il principio dell’Eros e quindi si correla col modo con cui l’uomo si rapporta alle donne, l’Animus è il Logos, la razionalità. Me le due componenti non hanno nei due sessi lo stesso peso e la stessa influenza. L'Animus unisce la donna al mondo degli uomini, dello spirito e delle idee, è un ponte tra psiche individuale e inconscio collettivo, tra la propria componente maschile interiore e le proprie risorse inconsce.
Per la donna, l’Animus è la rappresentazione di un maschile di cui ha subito per secoli la supremazia, e che ha introiettato a livello inconscio come qualcosa di “superiore” al femminile. Così pure l’uomo tenta di nascondere agli altri la “presenza della donna nell’individuo” quindi soffoca il suo elemento femminile, per paura di perdere la sua autorevolezza e la sua forza, ma la crisi dei paradigmi tradizionali ha colpito uno degli archetipi più antichi della storia umana: quella del maschile.
La volontà di potenza e di dominio, la manifestazione del Logos, ha caratterizzato da sempre la storia umana: dominare la natura, dominare gli altri popoli, allargare sempre più i confini degli imperi, fino a livelli planetari e cosmici ed oggi fino al dominio dell’universo. Da qui nasce il desiderio di antropizzazione del mondo, sogno basato sul dominio e sul potere.
Il potere è una delle caratteristiche fondamentali del maschile, sia nell’uomo che nella donna, e quando esso assume i caratteri del puro dominio, diviene una patologia, perché è l’inflazione del patriarcato e del maschilismo. I segni del nostro progresso sono prodotti dal patriarcato, il tipo di scienza che prevale lo è ugualmente, come pure il tipo di sviluppo economico prevalente. Questi caratteri patriarcali comportano un’esclusione e/o una minimizzazione della natura e dei ruoli del femminile.
Questa forma di potere/dominio ha reso disumani sia le donne che gli uomini: le prime perché non hanno realizzato la dimensione dell’Animus ed i secondi perché si sono negati allo sviluppo dell’Anima. Per riequilibrare le cose, è necessario che l’uomo riequilibri il suo lato maschile e che valorizzi i suoi elementi femminili, come pure che le donne, non rivendichino il loro Animus-Logos, mutuandone le caratteristiche deleterie, ma sappiano essere forti e delicate: solo così potremo avere un essere umano equilibrato e consapevole. Nessuna ideologia di genere, di tipo sessista, può essere assunta o può essere condivisa, perché basata su vuoti stereotipi che distribuiscono ruoli e valori in modo rigido e predefinito:
• creatività -> valore -> azione -> al maschio
• passività -> ricettività -> mitezza -> alla femmina
Il femminile, l’Anima, è un valore che si deve applicare all’interno di tutto il genere umano e non solo alla donna, perché simboleggia il principio di vita, di ricettività, di creatività, di intenerimento, d’interiorità e di spiritualità ed è tipico sia dell’uomo che della donna: si tratta di un principio che è insito nella natura umana, per questo il riequilibrio dei valori maschile/femminile è necessario per l’essere umano e va oltre il sesso biologico di appartenenza.
Questo riequilibrio non solo libera la mente umana da un pregiudizio dannoso, ma potrà anche affrancare la storia e la cultura dalla tirannia della prepotenza come valore da perseguire, annullerà finalmente la “legge del più forte”.
Il recupero dell’elemento femminile, potrà ottenere la liberazione di tutto il femminile oppresso e permetterà alle donne di poter cercare la loro espressione individuale e di poter vivere liberamente la loro vita.
L’oppressore esclude l’oppresso, perché lo vede inferiore a se stesso, come essere subordinato e dipendente, per questo la liberazione deve essere rivendicata dall’oppresso affinchè scompaiano le figure degli oppressori: solo allora avremo delle società di eguali e non di dominati e dominatori.
Il principio femminile è un elemento rivoluzionario nel suo essere risanatore e liberatore, poiché opera sulla logica della vita e non dell’aggressione, poiché valorizza il rispetto e non il dominio. La logica della vita rispetta la diversità e tutte le reti di interazione e di condivisione: il femminile vero ama la cooperazione e non la competizione. Il femminile è capace di vivere relazioni complesse, è amante delle sintesi delle opposizioni, vuole coltivare lo stupore nei confronti del mondo, vuole lo sviluppo armonico con i ritmi della natura, con la luna e con le maree. Il femminile ama la Madre Terra, Madre amorevole che provvede alla vita di tutti i suoi figli, e vuole evolvere con lei, in un pianeta capace di uno sviluppo sostenibile, con un modello inclusivo e cooperativo e non competitivo ed esclusivo.
Il principio maschile, malamente trasformato in maschilista, ha sviluppato una visione del mondo ed una scienza basate sul dominio e sulla distruzione, sulla violenza, sull’espropriazione dei diritti e della natura, considerate valori secondari allo sviluppo e al progresso. La fine dello stereotipo maschilista della realtà va salutato come salutare, in nome di un nuovo modo di rifondare la concezione dell’Animus. Meravigliose sono state le figure maschili che hanno saputo impersonare questo nuovo tipo di uomo, dall’animo forte e sensibile. Diceva Ernesto Che Guevara:”Hay que endurecer, pero sin perder la ternura jamàs. Devi indurirti senza perdere mai la tenerezza,” mostrando così l’immagine di un eroe intrepido ma sensibile, capace di esprimere sentimenti di delicatezza e benevolenza. La via femminile è la via della non violenza, che vuole trasformare la realtà circostante con dolcezza e persuasione, senza azioni violente, ma con politiche di rispetto delle diversità e della cooperazione in vista del bene comune.
Nell’essere umano che riequilibria il suo essere, s’integrano insieme la forza alla tenerezza, insieme al lavoro anche il gioco, insieme alla ragione anche l’emozione, insieme al Logos anche Pathos ed Eros. Così l’essere umano può divenire sempre più umano e più libero nelle sue relazioni, perché fatto di materia umana più dialettica, più dinamica e più sorprendente: un’immagine divina.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 21 settembre 2008

Nel cuore del nostro dolore


Il movimento di risveglio e di scoperta di noi stessi inizia nel momento in cui ci sentiamo scontenti della nostra vita. Contrariamente a ciò che si crede, l’insoddisfazione per un certo livello di vita, non indica affatto delle turbe mentali o dei disagi sociali, invece indica un embrione di effervescente intelligenza interiore, che si sta ridestando.
Questa intelligenza creativa, che viene soffocata dalle ipocrisie sociali, ad un certo punto si ridesta e inizia a richiedere la nostra attenzione, con furore vuole affermarsi: essa si manifesta come una necessità di realtà più profonde e vere.
La sofferenza è l’elemento scatenante per i risvegli spirituali, perché il dolore distrugge la soddisfazione della vita quotidiana, ottunde il pensiero razionale e tocca il nostro essere più profondo senza lasciare nessun nostro territorio interiore inesplorato. Nel dolore si sviluppa la consapevolezza e per questo è provvidenziale, come diceva Meister Eickhart, per portare alla perfezione. Iniziando a soffrire ci si interroga sulla nostra vera natura e sulla natura dei nostri confini di vita, e si cercano nuove soluzioni. Se affrontata in modo corretto, la sofferenza aiuta ad ampliare gli orizzonti mentali e i nostri confini di vita ma, se non viene correttamente elaborata, essa può renderci peggiori e più crudeli, perché anche la sofferenza va vissuta bene ed il senso del dolore va cercato. Non si deve restare aggrappati, invischiati al nostro male, perché rischieremmo di farci uccidere dai suoi veleni; è necessario scoprire il senso del nostro dolore: cosa significa e perché si verifica. Difficile cercare un dottore dell’anima che ce lo possa indicare, possiamo invece scoprire a quale livello sta agendo il nostro soffrire, dove alberga il cuore del nostro dolore.
Dobbiamo lasciare spazio ai nostri sentimenti, permettere che vengano a trovarci ed osservarli come sintomi di qualcosa che chiede di essere conosciuto, dobbiamo permettergli di parlarci, mentre noi dobbiamo cercare di conoscerli, di diventarne consapevoli, per poterli esorcizzare.
La vulnerabilità non sempre diventa un handicap, invece potrebbe divenire una risorsa, ma la società ammette poco e male il relitto della sofferenza, se non sublimato nel pensiero dei grandi: Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche etc. Solo alle eccellenze, si concede di poter dimostrare interamente se stessi, senza apparire sminuiti. Il successo del pensiero profondo proviene dalla profonda risonanza che echeggia dell’animo umano, per il loro narrare l’insofferenza di noi tutti; la comune condizione umana nel suo vissuto faticoso, di gestazione di nuove idee a cui va data assoluta attuazione. L’impulso prepotente della natura prometeica dell’uomo. Per questo il loro pensiero è forte, debole e dolente solo in apparenza, è un pensare assoluto e titanico. Se pericoli vi sono, nel pensare umano, in realtà solo il pensiero pigro è pericoloso, perché ottuso e limitato, non vi è invece, nessun pericolo nel pensiero forte dei sentimenti.
Il pensiero pigro è presuntuoso poiché vuole trovare un’unica causa alla sofferenza e la cerca nell’assenza del dolore: se vuoi eliminare la fonte della sofferenza devi eliminare la fonte del tuo dolore. Questo modo di pensare è tipico delle persone che amano i capri espiatori, di quelli che amano le vittime sacrificali, di quelli che fanno la lotta alle streghe.
Le più recenti scoperte scientifiche dimostrano invece che, il nostro modo di pensare è profondamente influenzato dal modo con cui costruiamo le nostre conoscenze, e l’esperienza acquisita nel corso dell’esistenza, non fa altro che ottimizzare i circuiti cerebrali che si sono formati nella prima infanzia. Per questo motivo nessuna scusa sull’essere "fatti in un certo modo" o per "essere della natura dello scorpione", può essere addotta, perché il nostro modo di pensare può essere riprogrammato sempre.
Invece ogni condizione di dolore diviene aberrante, quando si sopravvive alla sofferenza, per restare avvinghiati all’odio nei confronti della realtà che ci ha fatto soffrire. L’individuo, sente che gioire, dopo essere stati colpiti dal dolore, è un atto intollerabile, ogni occasione di godere della vita è un insulto inaccettabile, e sente disgusto e vergogna all’idea di essere felice. La felicità diviene uno scandalo, e l’odio del corpo fa abbracciare un’intolleranza religiosa, spesso innamorata ed inneggiante alla filosofia della sofferenza. Si cerca un dio totalitario, a cui si chiede di assumere i pieni poteri, un dio geloso e non generoso, quindi incapace di compassione. Nella sofferenza, diventiamo noi quel dio terribile che giudica noi stessi. Da una sofferenza così aberrante non s’impara nulla, non si attua alcuna consapevolezza, non si riesce ad avere neppure la forza per iniziare a farsi delle domande, per potere acquisire una maggiore comprensione dell’unità in cui viviamo.
Il dolore invece rende vulnerabili, nel dolore si è senza pelle, si resta fatti solo di carne e d’anima. Per questo è più facile diventare empatici, per questo si sviluppa un fenomeno di risonanza in cui, con una fulminea ed istantanea dello sguardo dell’altro, si riesce a leggerne intenzioni e sentimenti. Senza alcuna una parola, due menti possono riconoscersi, connettersi e comunicare.
L’essere insieme e avere condivisione, rende più facile la sopravvivenza, anche a livello etologico, in cui l’empatia animale serve per poter sopravvivere. Dal dolore s’impara anche la compassione, ed è solo questa virtù che ci rende capaci di potere ammettere gli errori nostri o altrui, e che ci permette di poterli accettare in noi e negli altri. Saper vedere tutti gli opposti della condizione in cui viviamo, ci aiuterà ad assumerci la responsabilità delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti, ci aiuterà a poterci amare sia nei lati di luce che nei lati di ombra, ci aiuterà a costruire l’idea di poter essere degni di esistere e di essere felici.
Diventeremo consapevoli che ciò che avviene, è solo un’occasione per potere sperimentare la vita umana, e che siamo noi che costruiamo i nostri sintomi e la nostra sofferenza, perché siamo noi i creatori della nostra realtà. La vita non apparirà più come una lotta, ma come un’occasione per aumentare il nostro livello di crescita, e vedremo tutti i nostri incontri e i nostri compagni di viaggio, degli altri giocatori come noi, dei partners del gioco della vita.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 18 settembre 2008

Jack va a caccia di streghe


Ogni volta che facciamo una edificazione di confini difensivi, per tutelare la nostra integrità, aumentiamo gli spazi esterni e restringiamo i nostri territori personali. Con ogni confine, una parte del nostro essere viene spinto fuori, proiettato all’esterno di noi, e noi restiamo rinchiusi in un territorio sempre più stretto. La parte proiettata è sempre una parte che troviamo inaccettabile, è una parte di noi che rifiutiamo di conoscere; per questo la consapevolezza del nostro vero essere diventa sempre minore. Quando l’individuo nega anche a se stesso le sue tendenze, esse non scompaiono, perché gli sono proprie e connaturate, esse vengono solo relegate in un angolo, da cui imperterrite continuano la loro battaglia per emergere. Questa è la battaglia tra la persona e la propria ombra. Capire come funziona la proiezione della propria ombra è difficile, ma l’esempio del garage di Jack, narrato da Wilber, può aiutare a comprenderlo.
Jack ha un garage in stato di totale confusione e finalmente decide che è il momento di ripulirlo. Si mette i panni da lavoro e si accinge a farlo. Appena entrato nel garage rimane stupefatto dalla quantità di lavoro da fare, allora si mette a bighellonare, sfoglia i vecchi fumetti, gioca con un vecchio pallone e si mette a curiosare nei bauli, insomma si trastulla.
A questo punto il desiderio di pulire c’è ancora, ma Jack inizia a vedere il suo compito come qualcosa che deve fare, come se qualcuno gli imponesse di mettersi al lavoro. A questo punto Jack sembra avere dimenticato chi sia a volere che siano fatte le pulizie, si sente di malumore e si sente oppresso dal senso di dovere fare. Con il passare delle ore, dell’impegno e della fatica, il malumore aumenta e la proiezione è quasi pronta per essere completa. A questo punto è necessario “qualcuno” a cui imputare l’imposizione a pulire il garage, qualcuno a cui attaccare il proprio impulso proiettato. Casualmente la moglie di Jack arriva sulla scena e si affaccia alla porta del garage, chiede innocentemente a Jack se ha finito di pulire il garage. Jack scatta adirato e dice alla moglie di togliersi di torno, e inizia a pensare che era lei che voleva che il garage fosse pulito. La proiezione è completata, infatti l’impulso a fare è stato dichiarato come esterno e del tutto estraniato dalla volontà di Jack: è la moglie che sta facendo pressione su di lui affinchè il garage sia ripulito.
La proiezione agisce facendo pressione, e l’individuo sente la pressione dell’aspettativa esterna, che preme verso di lui. Non si rende conto che può fare pressione al nostro interno solo un’istanza riconosciuta e che ci appartiene. Stranamente se Jack non avesse sentito un impulso a pulire il garage, la sua pressione non sarebbe esistita, avrebbe potuto interrompere un lavoro che non aveva voglia di fare senza crearsi problemi, e non avrebbe aggredito la moglie in modo violento: avrebbe rimandato il lavoro al momento opportuno.
Il meccanismo di base della battaglia della persona alle sue ombre, ovvero ai suoi impulsi proiettati è questo, ed è un meccanismo a boomerang, in cui la violenza della proiezione è pari al livello di pressione che sentiamo che l’ambiente rimanda, cioè al livello di fascino che tale pulsione esercita per la nostra mente. La maggioranza delle persone ha una grossa resistenza a misurarsi con le proprie ombre, ad ammettere che tutti i tratti che si rifiutano e che si proiettano all’esterno, siano propri. La maggioranza difende con molta convinzione la propria falsa concezione della realtà, ed esercita una resistenza anche violenta a queste tendenze, la caccia alle streghe ne è l’esempio più comune.
Una caccia alle streghe inizia quando la persona nega delle caratteristiche che reputa cattive, sataniche o demoniache, insomma nega la sua parte oscura, e la rigetta all’esterno, reputando di non avere un suo piccolo cuore nero, ma di essere un Giusto. In realtà una parte oscura vi è in ognuno di noi, e riconoscerla potrebbe rendere molto più interessante la vita: infatti la tradizione ebraica, afferma che Dio stesso creò l’uomo con un’indole ribelle, bizzarra o perversa.
Il cacciatore di streghe non crede di avere questo piccolo cuore nero, per cui assume la maschera della rettitudine e della bontà e resiste a se stesso, cerca di negarsi e di reprimersi. Ma più la tendenza viene schiacciata e maggiormente acquista forza e si ribella, quindi più resiste. Più forte è la resistenza e maggiore forza bisogna esercitare per vincerla e maggiore consapevolezza è necessaria per esserne coscienti; più gli resiste, più forza acquisisce e più consapevolezza richiede.
Il rifiuto della consapevolezza a livello di nazioni o popoli ha causato dei delitti aberranti, come l’inquisizione, la caccia alle streghe di Salem, la persecuzione degli ebrei, il genocidio degli Armeni, ed altri orrori simili, molti ne compie ancora oggi nel mondo.
La stessa lotta si combatte all’interno, quando il proprio nemico diviene una parte di noi: la nostra ombra, cioè le parti di noi che reputiamo meschine, stupide, sporche o immorali. Potremmo allora iniziare a riconoscerle, facendo un test per la comprensione di base dell’ombra e per vederne l’indicatore di proiezione.
Ammettiamo che, tutto ciò che nell’ambiente (cose o persone) ci tocca profondamente, invece di trasmetterci semplicemente delle informazioni, sia solitamente una nostra proiezione, poiché ciò che ci annoia, ci irrita, ci ripugna, o al contrario, ci attrae, ci forza, ci ossessiona, è solitamente il riflesso dell’ombra.
Per fare un esempio, così come la pressione è una pulsione proiettata, l’obbligo è il desiderio proiettato, cioè ammettiamo che dei sentimenti persistenti di obbligo, siano un segnale sintomatico che state facendo qualcosa che non ammettete di volere fare, ma che intimamente desiderate. La resistenza all’ombra, si rivela nella dichiarazione di non volere fare la tale cosa, ma di esserne obbligato. Pensiamo poi che l’ombra che è proiettata, sia pure in modo distorto e dissimulato, non abbia altro linguaggio che quello dei sintomi, con cui prende forma e si rivela.
Secondo questa ipotesi, leggiamo allora i vari sintomi e la relativa reale forma dell’Ombra:

• Obbligo potrebbe significare Desiderio
• Pressione potrebbe significare Impulso
• Rifiuto potrebbe significare Disprezzo
• Colpa potrebbe significare Rancore
• Ansia potrebbe significare Eccitazione
• Imbarazzo potrebbe significare Interesse
• Impotenza/frigidità potrebbe significare Negare il Piacere
• Paura potrebbe significare Ostilità
• Tristezza potrebbe significare Rabbia
• Solitudine potrebbe significare Andate via tutti
• Non posso potrebbe significare Lo voglio
• Obbligo potrebbe significare Desiderio
• Odio potrebbe significare Pettegolezzo autobiografico
• Indivia potrebbe significare Credersi migliori di ciò che sembriamo

Tutte queste tecniche vengono proposte come una pratica da fare in stile zen, possiamo usare la scoperta della resistenza e della forma dell’ombra per la nostra vita, per le cose che ci interessano, per i nostri stili di pensiero e per vedere se aumenta la nostra consapevolezza. Ma se giochiamo con questo modo di decodificare - se siamo tanto bizzarri o pazzi da farlo - possiamo allora dire di non avere mai avuto una nostra personale caccia alle streghe? Possiamo veramente dire, di non avere mai avuto una cruenta battaglia, all’ultimo sangue, con la nostra Ombra?
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 16 settembre 2008

Oltre i confini


Ken Wilber, uno dei padri della psicologia transpersonale, lavora su numerosissime tematiche che vanno dalla economia, alla psicologia, alla ecologia, alla politica, alla tecnologia, all’educazione, etc. secondo il modello Integrale usato dal centro l’Integral Institute, da lui fondato con migliaia di esperti e collaboratori nelle più diverse discipline. E’ autore di numerose opere di cui 25 le principali. Nel libro “Oltre i confini: la dimensione transpersonale in psicologia” elabora un modello della mente, che vede l’unità dell’esperienza umana, al di là dell’apparente molteplicità, delineando una direzione che rompe gli assiomi della psicologia classica, logica e meccanicistica, per ampliarne le dimensioni di analisi e comprensione. Proseguendo la traccia della psicanalisi, che ha voluto conoscere il livello profondo della psiche in cui dormono gli istinti primari, e sviluppando le scoperte della psicologia umanistica, che ha indagato sull’autonomia dell’Io rispetto agli istinti primari, la psicologia transpersonale vuole indagare l’uomo al di là della persona, ai livelli più elevati della psiche, su un piano spirituale e cognitivo che trascende ciò che la ragione può concepire o analizzare.
Questa “psicologia delle vette” indaga sul Sé transpersonale come riflesso dell’Atman, ed afferma che la coscienza individuale è inscindibile da quella universale. Nella visione transpersonale, l’autorealizzazione non è solo lo sviluppo dell’Io, ma è soprattutto l’estrinsecazione di qualità e virtù che collegano l’uomo alla sua sorgente. L’autorealizzazione è quindi la liberazione dalla paura e dal conflitto, ma è data anche dalla trascendenza dell’egoismo e dell’ignoranza, per realizzare le migliori qualità della vita. I mali del mondo moderno risentono di questa disarmonia dell’essere umano, e si porgono come sintomi di un profondo disagio che alberga nella mente individuale. Se tutti i mali della terra sono causati dalla coscienza umana, allora la lettura delle opere di Wilber, ci aiuterà a capire come funziona la nostra coscienza.
Wilber afferma che la parte di noi stessi che conosciamo è una linea di confine: noi conosciamo il “Sé” solo se possiamo definire ciò che è un “Non-sé” in modo da potere delimitare qualcosa per esclusione, cioè se tracciamo dei confini.
Ciò dimostra i nostri pregiudizi e la scissione mente-corpo, tipica della cultura occidentale, ma ancor più spiega come possiamo creare ulteriori confini mentali nella psiche, qualora arriviamo ad ammettere parti del Sé e a negarne delle altre. Queste nostre immagini limitate, con cui l’individuo s’identifica e che trova accettabili, costituiscono la Persona, mentre vengono negate e relegate nell’Ombra tutte le parti indesiderate. Se espandersi oltre il confine significa fare l’analisi di tutto ciò che prevarica il corpo e si collega con il Tutto, dobbiamo concepire per questo motivo, come vi siano molti livelli di identità e non uno solo. Vi è quindi il Livello della Persona che concepisce una parte persona e una parte ombra. Vi è poi il Livello dell’Ego che scinde il suo essere dal suo corpo. Vi è poi il Livello dell’Organismo Totale che comprende la natura centaurica, cioè l'armonia della parte animale e spirituale - in rapporto con l’ambiente esterno. Vi è poi il livello più elevato della Coscienza dell’unità o Coscienza Cosmica.
Tutti i diversi livelli hanno caratteristiche, sintomi e potenziali diversi e hanno terapie preferenziali diverse: ad esempio la psicanalisi e lo psicodramma lavorano sui livelli dell’Ego, mentre la psicologia umanistica, la Gestalt e la bioenergetica lavorano sui livelli centaurici. La psicologia transpersonale elabora dei livelli di consapevolezza che sono tra l’Organismo totale o Centauro e il livello di Coscienza dell’Unità, testimoniato dalle tradizioni mistiche orientali e dalla filosofia perenne.
Tutte le terapie tradizionali tendono a colmare la scissione tra parti conscie e parti inconscie, tutte tendono a riunire la persona e la sua ombra, altre vogliono unire la psiche con il soma per ritrovare il Centauro, simbolo dell’organismo completo. Nella psicologia umanistica si vuole liberare il vasto potenziale dell’essere umano, aumentando le possibilità realizzative dell’individuo. Le vie per riunire l’individuo al suo mondo, per rivelare l’identità suprema con l’universo, sono quelle del buddismo zen, dell’induismo Vedanta, ma vi sono anche varie tecniche di meditazione trascendentale, la psicosintesi, l’analisi junghiana, alcune pratiche yoga, etc.
Questi livelli, nella realtà, non sono definiti in modo tanto rigido, afferma Wilber, la loro classificazione è delineata solo per comodità teorica, ed il livello che ci interessa, è quello che racchiude il nucleo fondamentale delle tematiche personali; quello da cui dobbiamo partire per effettuare il nostro percorso. Il solo limite è costituito dalla terapia stessa, laddove si assuma la responsabilità di essere esaustiva di tutti i livelli dell’individuo. Per questo, man mano che saremo consapevoli del nostro livello di crescita, potremo meglio orientarci su quella tecnica che è maggiormente funzionale alla nostra evoluzione. Infatti l’uomo è chiamato ad una ascensione a livelli sempre maggiori di consapevolezza, allargando così i confini della sua anima, per trovare territori sempre più ampi e profondi: crescita è ri-stabilire, ri-suddividere e ri-tracciare le mappe del Sé.
Anche se nella vita tutto sembra fatto di opposti, in realtà essi sono intimamente uniti, sono le due facce della stessa medaglia. Le tradizioni mistiche orientali vedono la liberazione, nella fine dell’illusione della dualità, nella consapevolezza dell’unità: la realtà ultima è un’unione di opposti, per questo è senza confini. La soluzione alla guerra degli opposti, afferma Wilber, richiede quindi l’abbandonare tutti i confini, e il non manipolare gli opposti l’uno contro l’altro. La guerra degli opposti è il sintomo dei nostri illusori confini. Ma se ogni confine comporta potere tecnologico e politico, i confini, le manipolazioni e le classificazioni comportano anche l’alienazione, la frammentazione ed il conflitto poiché, nel volere stabilire un controllo su qualcosa, nel contempo ci si separa ed aliena da tutto ciò che si intende controllare. Con i confini si dividono le cose, si stabiliscono delle classi, si classificano le cose e si assume il controllo, ma a caro prezzo. Il controllo umano della natura, ad esempio, sia pure con le conoscenze e le consapevolezze che ne sono derivate, ha portato dei frutti dolceamari. La coscienza dell’unità deve portare ad espandere il senso del Sé, fuori dai confini del proprio corpo, verso il Tutto, dove non ci sono linee di confine. Non vi è assolutamente dissoluzione della coscienza, ma un ampliarsi della stessa nel flusso dell’universo, perché non esiste un Sé separato diverso dal mondo, ed il soggetto e l’oggetto sono la stessa cosa: il nostro Sé è il Tutto. Quando ci arrenderemo a questo, non esisteranno più le guerre e neppure i confini.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami