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sabato 25 dicembre 2010

Auguri di Buone Feste!


Auguro amore e felicità a tutti!

Sharatan


venerdì 17 aprile 2009

Un vero cammino spirituale


Se non padroneggi la consapevolezza, se non padroneggi l’arte dell’ipnosi, afferma Osho, sei una vittima. Tutti cercano di ipnotizzarti, tutti cercano di propinarti una loro versione della realtà: il mondo è pieno di trucchi ipnotici, che ci vengono propinati dalla pubblicità, dai giornali, dalla televione e dalla radio. Quantità incredibili di denaro vengono spesi per fare pubblicità, quindi per poterci ipnotizzare meglio, con continue ripetizioni e jingle pubblicitari che sono veri e propri sonagli, come quelli usati per le trance sciamaniche.
Forse, e non casualmente, nessuno ci insegna ad essere critici ed osservatori anzi, le persone indagatrici e curiose, vengono accusate di essere troppo critiche e troppo puntigliose.

Qualunque cosa si faccia o in qualunque condizionamento siamo chiusi, è essenziale essere padroni di noi stessi. Se siamo noi i padroni, allora stiamo facendo qualcosa di spirituale, ma solo se sappiamo essere padroni di tutto ciò che facciamo. Tutto ciò che invece riesce ad ingenerare dipendenza, schiavitù, limitazione o prigionia, ci rende sempre più schiavi e non liberi.

Quando ci dicono che dobbiamo essere centrati sul nostro essere, ci dicono che non esiste nessun fare che sia superiore all’essere, perciò tutte le tecniche che possiamo usare potrebbero essere ugualmente giuste: l’importante è che ci conducano al nostro essere. Così poi le medesime strade diventano sbagliate se ci allontanano dal nostro essere e ci conducono in sentieri secondari e senza uscita, che comportano più catene che liberazioni. Facendo questo faremo un vero percorso spirituale, e non saremo spirituali se ci vestiremo di arancione o ci chiuderemo a recitare mantra nella nostra camera. L’avvenuta unificazione e consapevolezza del nostro essere ci porta alla vera libertà e alla vera trasformazione, che è l’unico e il vero cammino spirituale.

Il vero cambiamento è nella inversione di rotta, perché con l’ipnosi siamo sempre più addormentati in un sogno profondo, mentre con la meditazione consapevole siamo in grado di rompere il condizionamento ipnotico: l’unica strada è quella di sciogliere questo legaccio.
Con l’ipnosi diventiamo sonnolenti, cadiamo nella inconsapevolezza, facciamo diventare il nostro essere sempre più inconscio, siamo offuscati e non chiari, il corpo diventa pesante e la mente diviene ottusa.

La chiarezza e la vivacità mentali sono essenziali per essere sempre più vivi e presenti, per avere un corpo leggero e sciolto, per sentirsi veramente svegli ad ogni cosa che si sta facendo, perché quando lo stato di veglia scompare, la mente si spegne. Gurdjieff diceva “Ricorda te stesso continuamente” e lo stesso consiglio viene dato da Budda che addirittura ammonisce “Non fare niente in uno stato inconscio, assopito.”

Se non padroneggiamo l’arte dell’ipnosi, diventiamo vittime di molte, di moltissime forze, perché tutti cercano di protrarre l’illusione con i suoi trucchi ipnotici. Anche il sistema educativo viene pensato in modo da trasmetterci i valori sociali dominanti, per cui veniamo ipnotizzati con i messaggi socio-culturali della tendenza egemone. L’utilizzo di tecniche subliminali è ormai dominante, sia per quanto riguarda la pubblicità che per gli ideali socio-culturali, che vengono inculcati con l’educazione tradizionale.

Solo chi possiede degli occhi molto penetranti riesce a capire come i meccanismi, che ci fanno agire inconsciamente, ci vengano continuamente instillati, perché l’ipnosi è utile per governarci, sia tramite il sistema dell’istruzione, sia nella politica, sia nel mercato consumistico. E’ così che ci vengono innestate credenze sociali e culturali, sia tramite l’accettazione acritica di concezioni sociali e politiche, sia per spingerci al consumo di beni inutili e voluttuari. Se non sei consapevole sei vittima, se riesci a scuoterti sei invece sulla buona strada. Quando diventiamo sempre più presenti e consapevoli, possiamo uscire dallo stato di ipnosi e riusciremo a deipnotizzarci, e una volta che siamo completamente svegli e consapevoli, allora siamo liberi. Allora abbiamo iniziato un vero cammino spirituale.

Nella letteratura spirituale si oppongono vie lente e progressive a delle vie più scoscese, ma il vero problema non è questo, piuttosto il problema vero consiste nell’essere svegli oppure addormentati. Molti autori zen affermano che la vera illuminazione è istantanea e repentina, come una cosa che non c’era e che, un attimo dopo, è ormai presente. Ciò che non si vedeva, all’improvviso si vede: è questo il risveglio della coscienza. Il Cammino spirituale non è un tranquillante come si crede comunemente, e non equivale alla sconfitta delle contraddizioni per entrare nello stato di assoluta beatitudine, è invece un risveglio ed una risposta assoluta.

Non dobbiamo pensare che un percorso spirituale sia un rifugio per i tempi duri, per divenire subito dopo, un fastidioso impegno nelle giornate della gioia. Esso non consiste in un insegnamento trascendente e metafisico, astratto da ogni applicazione pratica, ma consiste nell’essere sempre più svegli, ben centrati ed integrati a noi stessi. Per questo non ha senso essere affascinati dai messaggi dei grandi maestri spirituali se non siamo disposti a migliorare la nostra capacità di intendere.

I veri maestri spirituali sono stati dei veri demolitori di sistemi e di pensieri. Nel Vangelo di Matteo (10,34) Gesù afferma: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” Questa dichiarazione è programmatica per farci intendere il vero significato dell’autentico insegnamento del Cristo, pensato per menti sveglie e consapevoli, adatte ad essere risvegliate tramite delle parabole, cioè dei veri e propri koan per il risveglio spirituale.

Il vero significato della frase è che il suo messaggio avrebbe sconvolto il mondo, che avrebbe scardinato le categorie preesistenti di pensiero e di valori per introdurre l'umanità a una nuova consapevolezza. Invece, un sistema di valori presuppone uno schema da seguire, la creazione di una mappa che non lascia adito a dubbi e tentennamenti, e che permette di seguirla facendo uso di una fede cieca ed assoluta; esso viene creato per plasmare una mentalità di non dubbio e dalle certezze assolute, e queste menti possono diventare anche molto pericolose.

Quando invece vogliamo entrare nell’ignoto e nel dubbio, svincolandoci da sistemi preconfezionati, occorre invece una fiducia assoluta delle nostre capacità personali, e non essere forti di rigide creazioni indotte da altri. Per questo i sistemi di fede sono costruiti, essi nascono per non farci entrare nel dubbio e nella ricerca di motivazioni più profonde, per renderci immobili, sicuri e soddisfatti. E se ci sentiamo sicuri, significa che tutto è a posto, perché non siamo nella terra di nessuno, ma stiamo percorrendo dei sentieri che anche altri hanno attraversato felicemente; i sistemi creano dei sostegni e ci fanno vivere in mondi in cui tutto è cartografato con precisione. Solo che questi sono dei paradisi artificiali. Non è vero nulla, è tutto una convenzione, è uno stratagemma che produce delle personalità false.

Quando Sariputta si illuminò, giunto alla meta finale, si guardò alle spalle e vide che l’intero sistema era scomparso e che tutto quello che gli avevano insegnato non c’era più. Allora andò dal Budda e gli disse: ”Tutto il sistema che mi è stato insegnato è scomparso.” E il Budda gli rispose: “Sta’ zitto, non dirlo agli altri! E’ scomparso, deve scomparire perché non è mai esistito. Era una finzione, ma ti ha aiutato ad arrivare sino a questo punto. Non dirlo a coloro che non sono ancora arrivati, perché se sanno che non esiste alcuna conoscenza, là dove stanno andando, desisteranno. Non sono in grado di addentrarsi nell’ignoto da soli, privi di sostegno.” Il Budda definisce la verità come ciò che funziona, e anche una bugia può diventare vera, se funziona bene.

Anche i demolitori di sistemi servono, perché ci fanno capire che anche le mappe possono diventare un peso troppo grande. Allora i demolitori aiutano a liberare la mente, sgravandoci dai pesi morti ed aiutandoci a progredire. Ma questa leggerezza ci sembra troppo pericolosa, perché spinge nel vuoto, nel nulla e ci lascia nell’ansia di privazione di qualsiasi sistema: per questo si sceglie di vivere con le briglie di un rassicurante sistema.

Buona erranza
Sharatan

martedì 14 aprile 2009

Cacciare l'ombra


Certe persone hanno una naturale sensibilità al male e all’aggressione. Altre devono apprendere duramente e a loro spese, a volte molto tardi. Altre ancora non la imparano mai. Riconoscere il male alla sua fonte, sul nascere, nelle sue manifestazioni, nelle persone che lo incarnano è una delle qualità morali più importanti. La capacità di vedere chiaramente i rapporti emotivi tra gli esseri, il dono di sentire le situazioni e le persone come sono, con i loro toni di aggressività, di minaccia, di paura e di amore, danno una forza invincibile.

Il male entra sempre dalla nostra ombra, dalle nostre assenze, specialmente le assenze alle nostre emozioni. E il male in se stesso è un’assenza, una freddezza, un gusto della distruzione, un imprigionamento senza appello nei labirinti dell’ego, un’autodistruzione che vuole portare il mondo via con sé.

Se sei capace di riconoscere il male all’istante, nel momento preciso in cui si manifesta, non potrà più colpirti nell’intimo, non potrà più toccarti. L’aggressore diventa trasparente. Dal momento in cui senti e riconosci in piena luce la sofferenza (l’umiliazione, il senso di colpa, la paura, la frustrazione, etc.) percepisci allo stesso tempo la sua natura illusoria: non è altro che un pensiero che l’altro suscita in te. Arriviamo dunque una volta di più al paradosso per cui possiamo liberarci dalla sofferenza ( o dall’aggressione) solo se la sentiamo pienamente e distintamente. Deve uscire dall’ombra.

Ora capisci perché, quando i cattivi ti fanno male, non vogliono che tu li senta! Per loro è di primissima importanza che tu soffra senza saperlo. Cercheranno sempre di farti credere che non senti ciò che stai sentendo, che non pensi ciò che stai pensando. I cattivi ti anestetizzano o sviano la tua attenzione nel momento stesso in cui ti colpiscono. Sono diventati esperti in quest’arte. Se tu avessi sentito nettamente il dolore, non ti lasceresti tirare un secondo colpo. Ma ti persuadono che non hai sentito niente o che non ci sono affatto. Per questo il cattivo è sempre bugiardo, ingannatore, illusionista, ipnotizzatore. Se la sua azione fosse ostentata in faccia a tutti, se uscisse dall’ombra, non potrebbe più tentare di alleviare il proprio dolore facendo soffrire gli altri.

Ogni sofferenza non sentita, non identificata, rimasta nell’ombra, si materializza, e si materializza precisamente nel tipo di sofferenza che non sei stato capace di riconoscere, quella alla quale sei cieco. Per esempio, se ti senti colpevole senza identificare precisamente, vivamente e nel dettaglio questo sentimento, lascerai che si sviluppi attorno a te, come gramigna, un universo parassita di accusatori e di manipolatori che avresti dovuto eliminare dalla tua vita fin dalla sua prima apparizione. Lo stesso vale per la paura, la frustrazione, l’umiliazione, l’invidia, etc. Ascolta: cosa esce dalla bocca di queste persone? Senti: che tipo di energia fanno vibrare? Non aspettare, non sperare: sono così.

Ci è difficile “vedere” i nostri compagni d’amore, i nostri soci, i nostri amici, perché sono nella nostra ombra: gli aspetti nascosti della nostra personalità e la dimensione maligna del nostro ambiente si trovano in una profonda relazione di connivenza. Le persone spesso si legano in matrimonio a partner che hanno manifesta una tendenza che in quelle persone è invece repressa o accuratamente dissimulata. Il partner rende visibile “l’ombra” della persona. In ciò che si presenta come doloroso riconosci la tua debolezza, la tua incoscienza, la tua ombra.

Senti quando qualcuno ti fa del male o fa soffrire altre persone? Senti i suoi artigli? I suoi denti? Senti il modo in cui polarizza il campo di esperienza attorno a sé? Senti la puzza dell’aggressione? Riconosci tutto questo immediatamente? Sei capace di bloccare il male, di smascherarlo all’istante? Facendo ciò, smascheri con lo stesso gesto la parte di te che è aggressiva verso te stesso. Quando l’ombra si sarà dissipata nella tua anima, indietreggierà nel mondo. La materia si cristallizza nella tua ombra. Illumina tutto e nulla sarà più reale.


[da: Il capitolo dell’etica, in: Pierre Lévy – Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed., 2006, p. 202-206]


mercoledì 8 aprile 2009

Lo sbirro e il cavallo



Da: L'Unità di oggi, segnalo dall'articolo di Enrico Fierro, una storia di normale umanità:

"Bisognava pensare agli uomini, ai morti e ai vivi, a Onna.
Non c'era tempo per quei tre cavalli legati ad un albero da domenica. Forse senza acqua né cibo. Sono passati quasi due giorni dal terremoto, è martedì pomeriggio.
Lui è un poliziotto, ha la tuta impolverata, ha da poco finito di dare una mano ai suoi colleghi tra le macerie del paese. Ha un momento di pausa.
Prende un secchio, lo riempie d'acqua e dà da bere ai cavalli. Gli animali si dissetano e lo ringraziano seguendolo con lo sguardo quando l'agente va via."


Quando leggo queste notizie, allora credo che la maggioranza non siano gli altri, quelli peggio, ma la maggioranza sono proprio proprio questi incredibili e normalissimi umani.
Buona erranza
Sharatan

sabato 4 aprile 2009

Desto tra i dormienti


Se la Via è una deipnotizzazione, il guru è il deinpotizzatore, cioè colui che neutralizza gli inganni della vita, infatti il ruolo del maestro spirituale è quello di cancellare le illusioni che ci trattengono nella paura, nella dipendenza e nella sofferenza.

Come il mago ipnotizzatore è dotato di un forte potere, per tenerci avvinti in suo dominio, così anche il guru deve avere altrettanto potere per riuscire a sciogliere l’incantesimo. Invece di sottomettersi alle trappole del “mentale,” alcuni scelgono come maestro una persona libera e, in attesa di essere ridestati, lasciano che lui scelga anche per loro e, a causa di questo, un guru pretende una obbedienza assoluta. Alla lunga però, se una obbedienza piena va offerta, è solo quella che va tributata ad una Via e ad una disciplina, perché nessun vero maestro vuole conservarci in un vincolo di cieca obbedienza.

Nessun guru, che sia degno di essere un vero maestro spirituale, vuole che gli altri siano in stato di sottomissione e di dipendenza. Nel Vangelo è detto che “Gesù allora disse a questi: “Se continuate nei miei insegnamenti, siete davvero miei discepoli. Così conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi.”(Vangelo di Giovanni 8, 31-32) Per questo il vero maestro spinge il suo discepolo sulla strada della piena indipendenza, egli ci spinge verso la piena libertà, verso noi stessi.

C’è un motto buddista che esprime con “Desto tra i dormienti” lo stato di dualismo tra cecità ed ignoranza, precedente alla pratica della Via, e la visione e la libertà del ridestato alla Via. Allora per capire quanto è importante la felice scelta di un buon maestro, e per capire cos’è un vero guru, pensiamo piuttosto ad una persona che ci aiuti a ridestarci, a ritrovare il controllo di noi stessi. Secondo la tradizione induista, è necessario avere un guru per trovare Dio, infatti Yogananda afferma che il ruolo di un guru, non è quello di modellare i discepoli a sua immagine, ma piuttosto di elevare la loro coscienza di se stessi, condividendo con loro il suo magnetismo.

Quando una barra di metallo viene posta davanti ad una calamita, anche essa tende a fare affiorrare le sue qualità magnetiche, e così agisce un Satguru o Salvatore. Questa influenza, riallinea le molecole dell’energia nel loro corpo, in particolare nella spina dorsale, verso il nord della colonna, nell’occhio spirituale e sulla sommità del capo, dove l’anima s’immerge nel mare dell’Infinito. La libertà interiore è la linea morale più sicura, afferma Yogananda, ma siccome “le persone sono così abili nella loro ignoranza” non è molto sicuro che possano godere di un giudizio giusto ed attendibile: per questo il ricercatore spirituale cerca una guida.

Anche il buddismo tibetano ammette la stessa necessità, e afferma che il maestro ci mostra come osservare noi stessi nel modo giusto. Il principio d'azione è quello di insegnarci a guardare la nostra mente, di fare attenzione a come la usiamo, e poi di iniziare a lavorare per trasformarla: una pratica che è facile da dire, ma assai difficile da attuare.

Il nostro maestro mette in evidenza ciò che a noi sfugge, e gli insegnamenti più efficaci son quelli che evidenziano i nostri punti dolenti, perciò il nostro maestro diventa lo specchio più veritiero. Così può sembrare impietoso, troppo critico o poco solerte nel lodare i nostri successi: in questo mette alla prova la reale disponibilità del discepolo a mettersi in gioco.

Il maestro è lo specchio che riflette non solo i nostri lati peggiori, ma che riesce anche ad evidenziare i nostri migliori aspetti e le nostre migliori qualità, ma affinchè tutto ciò avvenga, è necessario che il discepolo sia disposto a guardare nello specchio, altrimenti non potremo mai avere un reale cambio di prospettiva.
Vedendo nello specchio del maestro, le imperfezioni e le macchie che costituiscono i nostri difetti, dovremmo pensare a questo lavoro di perfezionamento come a un lavoro che può essere fatto solo da noi stessi e tutto ciò dovrebbe affascinarci e renderci orgogliosi di tale capacità.

La nostra voglia di approfondire il senso della vita, e l’intrecciarsi della nostra vita individuale con il senso dell’esistenza, dovrebbe costituire un motivo di gioia e di soddisfazione, ma capire solo intellettualmente il senso delle cose, non serve a niente, se la vita non si prova sulla nostra pelle, se essa non ci penetra dentro.

Abbandonando la presunzione e coltivando l’amore per la ricerca della verità, possiamo acquisire il coraggio di guardare in fondo allo specchio: così impariamo la pratica dell’autoriflessione, che deve essere condotta con tocco leggero e gioioso. Così l’insegnamento del maestro sarà veramente attecchito nel nostro cuore. Così, infine, diventiamo finalmente indipendenti e ci affranchiamo dal suo insegnamento.

Allora tutta la nostra vita diventa quello specchio, e ogni nostra azione diventerà un’occasione per guardare oltre la mente abituale. Questa passione di guardare non dovrebbe mai esaurirsi, ma dovrebbe invece approfondirsi e crescere continuamente. Non dovremmo mai smettere di valutarci usando una percezione lucida e consapevole, solo così facciamo la vera esperienza dell’essere desti in un mondo di dormienti.

Buona erranza
Sharatan

martedì 31 marzo 2009

La pecora belante diventa tigre ruggente


Una tigre, che faceva strage di greggi, venne uccisa dagli uomini del villaggio. Essa lasciò un piccolo tigrotto orfano e terrorizzato, che nessuno ebbe il coraggio di uccidere. Il tigrotto così fu adottato da un pastore, che lo mise in mezzo alle sue pecore. Quando l’orfano fu nel gregge, era tanto affamato, che iniziò a prendere il latte dalle mammelle di una pecora. Allora il pastore lo lasciò crescere con il suo gregge, trattandolo come un animale domestico. Così il tigrotto cresceva timido e pauroso, brucando l’erba come una pecora e credendo di vivere tra i suoi simili. Un giorno arrivò la notizia che un’altra tigre si avvicinava al villaggio per cacciare le greggi. Quando la tigre attaccò le pecore, riconobbe la piccola tigre tra loro e allora, rinunciando al suo pasto, afferrò il tigrotto per il collo e lo rapì, portandolo nella sua tana.

Quando si furono rifugiati nella foresta, la tigre cercò di spiegare al tigrotto la sua vera natura, ma quello belava terrorizzato e cercava di fuggire, per tornare al villaggio. Allora la tigre prese il tigrotto e lo portò fino al fiume e qui lo costrinse a specchiarsi nell’acqua, ed il piccolo tigrotto indietreggiò terrorizzato perché, nell’acqua aveva visto non una, ma due tigri maestose. Quindi il tigrotto si osservò con più attenzione e si chiese: ”Che cos’è che mi avviene? Chi sono veramente io?”

La tigre anziana lo riportò alla sua tana e gli offrì della carne fresca, ma il tigrotto non riusciva a cibarsene, perché era abituato al sapore dell’erba che brucava con le pecore del gregge. Allora poco alla volta, superata la ripugnanza iniziale, il tigrotto iniziò ad assaggiare la carne, perché alla paura iniziale era subentrata una profonda attrazione per l’animale che lo aveva rapito. Quando ebbe gustato quella carne, si svelò e ridestò la sua vera natura, che lo spinse a finire il pasto con grande piacere e con una bramosìa irresistibile che proveniva dal suo essere più profondo che vedeva la luce. Alla fine del pasto, il tigrotto emise un ruggito potente, che spezzò definitivamente l’illusione che lui fosse una pecora belante: da questa storia nasce la massima zen che recita ”la pecora belante si è trasformata in una tigre che ruggisce”.

La storia contiene un messaggio di speranza per tutti perché la tigre e non il leone, per gli orientali, è l’emblema del re degli animali. La pecora è l’emblema dell’umiltà, mentre la tigre è il simbolo dell’animale coraggioso, potente e rispettato. L’inganno della vita, fatto di sonno e di illusioni, ci tiene avvinti a sé, come se fossimo in balìa di un ipnotizzatore, di un mago da strapazzo, che ha convinto delle splendide tigri che esse sono delle povere pecore belanti e terrorizzate. Ma tutti gli uomini posseggono la natura del Budda, tutti sono stati creati ad immagine di Dio, tutti possiedono la libertà, la potenza infinita e illimitata dell’Atman.

Ma questo noi non lo sappiamo, e siamo convinti di essere in costante stato di bisogno, frustrati, sofferenti, vulnerabili e servili imitatori degli altri, pensiamo influenzati da mentalità gregarie, mentre invece come tigri siamo in grado di vivere liberi ed indipendenti. Per essere sicuro che la tigre non scopra la sua vera natura, l’ipnotizzatore la convince che è una pecorella notevole, ammirevole, meritevole di rispetto, molto interessante ma incompresa dalle altre e maltrattata rispetto a ciò che veramente meriterebbe. La tigre dormiente così diventa un ovino preda della vanità, del desiderio di piacere e di essere accettata, schiava dell’egoismo e della presunzione di essere una pecora facente parte di un gregge ordinato e bene organizzato: così la massa delle tigri anestetizzate vivono belando, tremando e brucando, immerse nell’ipnosi profonda.

Il senso che l’essere ha di sé, è svelato nel koan buddista, tramite l’immagine della tigre, lo splendido animale che può anche essere un guru capace di svelare l’inganno dell’ipnotizzatore, come fa la vecchia tigre. Anche se non tutti sono in grado di diventare discepoli spirituali, gli induisti e i buddisti credono che questo percorso deve essere affrontato nel ciclo delle morti e delle reincarnazioni: per queste religioni non esiste alcun inferno definitivo, perciò tutti possono e devono divenire dei candidati alla saggezza.

Il senso egoico, la coscienza abituale che un essere umano ha di se stesso è un’illusione, una suggestione di maya, che equivale al sonno imposto dall’ipnotizzatore. Abbiamo paura di scoprire il nostro vero viso, ma dentro di noi alberga ancora l’istinto della nostra vera razza. Il discepolo ha molta paura, per questo deve affrontare il suo viso riflettendosi nello stagno, solo così riconoscerà di non essere una pecora ma per farlo, deve iniziare a nutrire dubbi sulla nostra natura gregaria e coltivare la speranza di avere una natura felina. Questo passaggio è la vera iniziazione, solo dopo si potrà gustare il cibo di conoscenza, il nutrimento che farà risorgere la tigre che dormiva nel nostro cuore. Per questo si dice che quando il discepolo è pronto arriva il suo guru.

Il guru fornisce il giusto nutrimento tramite una dottrina di verità, che fa ridestare il discepolo e che lo fa risorgere alla sua natura divina: è un cibo per la testa, per il corpo e per il cuore. In seguito, quando i discepolo sarà “disintossicato” dai cibi nocivi che venivano erogati dall’ipnotizzatore, allora saprà apprezzare quel cibo “tonico” che ha saputo rigenerare la sua vera natura: allora non si esprimerà più con il belato degli ovini ma comincerà ad esprimersi da tigre, non avrà bisogno di belare, ma potrà ruggire, le sue azioni non saranno più sottomesse e timorose, ma fiere e indipendenti.

Bisogna capire che la vigilanza è l’unico antidoto agli incantesimi degli ipnotizzatori, perché essi ci inducono al sonno della ragione per mancanza di vigilanza, ma possiamo uscire da questo incantesimo riattivando la nostra vigilanza. Ma il discepolo è diviso tra la paura per la tigre e l’attrazione che prova per lo splendido animale, così che la tigre ci attira e ci terrorizza profondamente, perché abbiamo l’impressione che ne saremo divorati e che verrà a cadere tutta la nostra tranquilla vita gregaria. Siamo noi che ci facciamo indietro quando la natura della tigre cerca di uscire all’esterno. Eppure ogni uomo, senza eccezioni, ha in sé l’atman, la natura del Budda che è destinata a risvegliarsi: in ognuno, dietro al condizionamento della pecora, si nasconde il ruggito della tigre.

Buona erranza
Sharatan

domenica 29 marzo 2009

Il destino degli automi



Nella scuola dell’esistenza, la maggioranza delle persone non ritiene che investire in saggezza sia una buona forma di investimento, perciò la maturità non si coniuga necessariamente con l’età anagrafica. Sapere conquistare dei titoli di studio o migliorare il proprio status sociale e raggiungere l’agiatezza economica, non significa assolutamente avere conquistato la ricchezza interiore, né garantisce la libertà di pensiero, la capacità di godimento estetico e il piacere di vivere; chiunque sia preda di questa illusione, sarà costretto prima o poi a ricredersi. D’altro lato, anche la ricerca di una illuminazione spirituale tramite la lettura di mille libri di esoterismo, non garantisce affatto la conquista della capacità di saper vedere armonicamente con il corpo, la mente e il cuore ben centrati in noi stessi: potremmo leggere tutti i libri del mondo e restare ancora insoddisfatti e confusi, privi di ogni forma di amore per il prossimo.

La scuola della vita ci offre sempre degli insegnamenti di ampio raggio, che coinvolgono la nostra direzione di crescita, che stravolgono tutta la nostra educazione e tutte le concezioni sociali che fino a quel momento ci avevano sostenuti: entriamo in gioco noi, in tutta la totalità del nostro essere.
Nella scuola della vita, il vero successo non si cerca fuori di noi, ma in noi stessi, ed è offerto dalla ricerca di nuovi sentieri interiori, e dalle esplorazioni che facciamo all’interno di noi, per questo i migliori allievi della vita sono coloro che sanno riconoscere i propri conflitti e le proprie limitazioni. Molti viaggiano in mille strade del mondo, ma restano limitati nelle mura di un villaggio mentale ristretto.

Le esperienze di vita si conquistano riflettendo sulle proprie sconfitte e sulle nostre perdite, superando anche profondi momenti di sconforto e confusione, duri momenti in cui siamo soli, sia a livello intellettuale che sociale. Gioire delle vittorie è importante ma non fa crescere, è la gratificazione per il lavoro svolto, è una pausa rigenerante, in attesa di nuove conquiste. La creazione umana e l’esistenza sono, perché sono in movimento e in dinamica evoluzione, perché la stagnazione anticipa la morte.
Il migliore modo che la vita ha ideato per farci crescere è costituito dagli stimoli stressanti, per questo le persone apparentemente calme e imperturbabili, possono non restare più tali di fronte a forti impatti e grossi sconvolgimenti, e dimostrano di perdere forza d’animo e coerenza interiore.

Essere capaci di rigenerarsi, di restare lucidi e coerenti, di non perdere le qualità di umanità e di tolleranza verso gli altri, dimostrare di sapere uscire da profonde difficoltà personali, economiche e spirituali, saper risorgere da forti crisi affettive, rifondarsi dopo periodi in cui si perde l’identificazione personale: tutto questo è un vero percorso da eroe. Quale migliore Vello d’Oro è preferibile alla nostra pelle, che ritorna a casa indenne, dopo un viaggio pericoloso che poteva costarci la vita? Questo è il vero significato dei viaggi di coloro che venivano mandati in terre lontane per compiere grandi imprese, questi sono vittoriosi viaggi eroici.

Per rifondarsi bisogna essere in grado di modificarci dall’interno, sapere rifondare il mondo del pensiero e dell’emozione, altrimenti non ci sarà nessuna trasformazione nel mondo esteriore. Senza il rinnovamento interiore del singolo, di ogni singolo, non ci sarà neppure nessuna trasformazione sociale, tutto sarà mutamento effimero, di facciata e di parvenza: false trasformazioni di automi ottusi.

Molti desiderano apparire come persone di forte spessore intellettuale e spirituale, ma la maggior parte dei veri maestri sono molto ben nascosti e i veri insegnamenti necessitano di canali molto più sottili ed intimi: il contatto con la divinità avviene solo all’interno di noi stessi. Molti di coloro che si proclamano fortemente spirituali e spiritualizzati sono spesso persone che seguono una moda affascinante, solo formalmente discepoli fedeli di un credo, ma pronti a passare ad un’altra concezione qualora appaia più conveniente ed opportuna.

L’atteggiamento mentale che permette una nuova rifondazione del pensiero viene indicata sia dall’induismo che dal buddismo, dal taoismo come dalla predicazione di Cristo. Queste concezioni indicano un atteggiamento privo di autocommiserazione e di autocompiacimento, tipico di colui che è dotato di una mente acuta, aperta e tollerante, capace di sapere ascoltare gli altri e di sapere comprendere le difficoltà in cui gli esseri si dibattono, perché tali debolezze sono naturali e connaturate alla natura umana.

Una mente così sa capire la storia delle persone, sa comprenderle fino in fondo, sa applicare l’arte raffinata dell’ascolto, ma sa anche rispondere con sagacia, con sensibilità ed efficacia. E’ sempre necessario sapere reagire con educazione, con amabilità, senza esporre pubblicamente al ridicolo gli errori delle persone, ma sapendoli aiutare con discrezione e facendo sentire l’altro sempre superiore ai suoi errori e mai vittima di essi. Bisogna aiutare le persone a mettersi in discussione per migliorare. Coloro che irridono agli errori altrui sono falsi amici e veri seminatori di discordia, sono esseri nemici di sé e degli altri, esseri che sentono di non valere nulla e che amano umiliare gli altri per consolarsi della propria pochezza.

Nella vita è perfettamente inutile cercare di convincere gli altri, non bisogna cercare di persuaderli delle nostre convinzioni, non bisogna credersi superiori agli altri anche quando stiamo cercando di aiutarli. Chiunque sia un buon servitore della propria coscienza, non aspira mai a convincere, piuttosto muove l’intelligenza altrui con l’arte del dubbio e dell’elaborazione del pensiero.

Anche colui che vuole farci divenire gregario delle proprie idee, si comporta in modo amabile ed accattivante, ma la sua voce assomiglia a quella dell’adulazione. I manipolatori usano dei mezzi obliqui e subdoli, delle forme indirette di persuasione con cui ci rendono insicuri ed incerti, dubbiosi delle nostre idee e vogliosi di aderire alle idee prevalenti del buon senso comune. Vogliono farci schiavi anche quando queste idee sono estranee al nostro più profondo sentire, anche quando quel pensare comune non ci appartiene affatto, perchè la loro sete di dominio ha la precedenza sulla nostra felicità.

L’idea che il progresso scientifico e tecnologico potesse renderci felici, appare fallita miseramente. Il sogno che la prosperità economica e sociale avrebbe aumentato la solidarietà, il senso civile, la qualità delle relazioni personali e la qualità della vita sembra pienamente sconfessato dall’osservazione della realtà in cui viviamo. Nulla di tutto questo è avvenuto, anzi sono aumentate le guerre e le discriminazioni, come pure le violazioni dei diritti umani, anche in paesi ritenuti civili. Le forme con cui la dittatura esercita il suo dominio sui popoli, sono divenute solo più raffinate, ma non sono affatto scomparse le tirannie dei pochi sui molti.

La scienza e la tecnologia, pur avendo allargato il nostro sguardo fino allo spazio cosmico, non ci ha resi capaci di fare evolvere la nostra intelligenza e la nostra consapevolezza. Oggi milioni di persone sanno indicare le parti più infinitesime dell’atomo, ma non sanno concepire che la pelle bianca, nera, gialla o rossa non è il parametro giusto per giudicare le persone. Nulla ha saputo sconfiggere la miseria primaria della condizione umana, cioè l’ansia e l’angoscia del vivere, per cui l’uomo tecnologico è in preda alle sue paure come il cavernicolo che si nascondeva negli anfratti rocciosi per sfuggire la paura del tuono e del fulmine.

Ancora oggi, malgrado il progresso tecnologico, ci vogliono dominare con la sferza della paura, ed il gioco riesce. Riesce perché le persone non sono più in grado di osservare e di riflettere su ciò che osservano, riesce perchè non siamo educati a farlo e perciò rischiamo di non sapere più usare la testa. Succede però che le persone che non pensano, atrofizzino il loro cervello e diventino come automi. Ed è risaputo che il destino degli automi è quello di obbedire agli ordini degli altri, privati di ogni forma di coscienza e di libertà.

Buona erranza
Sharatan

martedì 24 marzo 2009

I molti volti del potere


Aldilà dei problemi personali, delle tematiche individuali, aldilà degli specchietti per le allodole con cui veniamo invischiati nelle circostanze della vita, mi sembra che una buona pratica di autodifesa sociale, sia costituita dalla riflessione sulla mentalità prevalente, ormai ossessionata dai concetti di predominio, di possesso e di potere.

Ma attenzione a non considerare il potere in una chiave di lettura troppo semplice perchè, in tempi in cui è molto difficile gestire il cambiamento, interpretare il potere in chiave semplicistica rischia di offuscare la realtà. Il pensiero semplice offre pace mentale, non dà problemi, è troppo facile e troppo semplice. Una mente che pensa in modo semplice è una mente che diventa fiacca e passiva e così diventano fiacche anche le sue interpretazioni. Dice Hillman che “la mente ha bisogno di un nutrimento più ricco e ama muoversi con acutezza, come un serpente o una volpe.”

Quando si parla di potere bisogna distinguere tra quel potere che dobbiamo sempre rivendicare come essere umani, per cui richiedere più potere, cioè una maggiore energia vitale, maggiore capacità di dominare le situazioni problematiche, oppure chiedere dei maggiori riconoscimenti o una maggiore resistenza nel sopportare le prove della vita, corrisponde a rivendicare un legittimo potere su noi stessi e sul nostro cammino personale. Allargando questo tipo di potere personale alla sfera del sentimento, all’intelletto e allo spirito, si contribuisce all’affermazione di un esercizio del potere per mezzo della volontà e dell’impegno umano, ed è un fine eccellente. L’aumento del potere personale, deriva dall’allargarsi della nostra consapevolezza delle varie forme di potere che si presentano davanti ai nostri occhi e nel saperne riconoscere i molti volti.

Se la nostra mente è intossicata dalle idee di crescita perpetua e di efficienza, o da idee semplicistiche di controllo, di autorità, di supremazia e di prestigio, non sapremo vedere i volti del potere, e saremo bloccati nella gestione concreta di un potere che sarà solo esercitato su di noi. Nel privato saremo ossessionati da un potere che vogliamo e coltiveremo questo ideale con desiderio, rinforzando il potere che gli altri esercitano su di noi. Coloro che sanno smascherare i falsi volti del potere, sono coloro che hanno il potere di idee forti e originali, perché il nuovo volto del potere è quello che che si sta applicando all’autonomia delle idee. Oggi il potere possiede la capacità di invadere la mente delle persone, di possederle e farle proprie, fino a farle pensare come una mente ideologica: tutte le idee che ci possiedono senza che ce ne accorgiamo, hanno il potere di possedere noi.

Hillman chiama queste idee il “nostro mobilio mentale” e lo considera un mobilio di età vittoriana e di stampo darwiniano a livello sociale, per cui esse affermano che “Il progresso è naturale” e “Ciò che è naturale viene da Dio, quindi il progresso è buono” e “Il progresso avanza con una selezione naturale, per cui il forte resta ed il debole soccombe.” Da tutte queste immagini deriva anche il concetto di efficienza, così tanto declamato, che corrisponde alla massimalizzazione delle risorse del più forte selezionato per la sopravvivenza. Tutte queste idee sia di crescita che di efficienza, sono collegate all’idea dell'eroe che avanza a sfidare il nemico con fiero decisionismo. Tutte le mentalità legate ai concetti di servizio e di manutenzione diventano delle ideologie della perdita di tempo poiché richiedono risorse che non si notano ai fini dell’efficienza, e perché propugnano delle azioni da retroguardia e di stampo antiquato.

Forse, dalle crisi si potrebbe uscire meglio se fossimo capaci di rivedere questi concetti di efficienza e di crescita perpetua, divenuti sinonimi di ideologia buona e indolore, mentre invece, dovremmo rimettere in campo le “antiquate” idee di Servizio e di Manutenzione. Se pensiamo ai concetti suddetti, applicati al campo ambientale, possiamo capire che proprio dal servizio e dalla manutenzione che sapremo fare del nostro pianeta, dipenderà la nostra sopravvivenza fisica. E saremo dei veri eroi se sapremo capire questa lezione molto in fretta.

La teoria dell’efficienza come valore primario, porta a due pericolose derive. In primo luogo favorisce il pensiero a breve scadenza, per cui si vede in modo miope e si diventa insensibili al sentimento, perché non si sanno vedere i valori più grandi della vita, si giudica sul momentaneo. In secondo luogo, i mezzi diventano i fini, perciò il fare diviene primario, aldilà di ciò che viene fatto. Le frasi ricorrenti di questa filosofia sono “ Fallo e non discutere!” e "Non stare a fare domande, non perdere tempo, agisci in fretta!” La fretta fagocita il pensiero e la riflessione.
Le forme di resistenza all'efficientismo disumanizzante sono costituite dal boicottaggio e dall’inerzia, dal lavorare nel rispetto letterale dei propri compiti. Questa è la ribellione passiva alla tirannia dell’efficientismo cieco.

L’idea di crescita vista come costante miglioramento e come progressivo aumento di prestigio, diviene simbolo del potere del miglioramento all’infinito: concetto che la realtà odierna sembra profondamente ridimensionare. Ben presto dovremo sostituire il concetto di quantità con quello di qualità, perché quello che ci sembrava la via del nostro progresso, sta divenendo solo la fonte di enormi problemi. Il progresso che entra in Amazzonia con i bulldozer che spianano e abbattono alberi, con la diffusione di virus a cui gli indios non sono resistenti, che prosciuga le sorgenti per cacciare le popolazioni indigene o che le fa morire di epatite perché bevono acqua inquinata, offre una assurda immagine di se. Basterà per farci ripensare anche i concetti di “paesi sottosviluppati” e di “paesi ipersviluppati”?

Allora riflettiamo sulle parole con cui il potere rivela il suo volto. L'immagine prediletta dal potere è il Controllo, perché ci s’impadronisce di qualcosa quando si arriva ad assumerne il controllo. Il controllo equivale ad una interferenza preventiva, con cui tendiamo a conservare una condizione, infatti chi comanda pone delle restrizioni e dei limiti.
Il controllo come forma di potere negativo, ormai domina le organizzazioni, sia facendo ricorso ad un controllo diretto, sia facendo appello a forme più sottili, basate sull’appello a valori positivi, come quello della lealtà. Le parole usate sono “Io conto su di te.”

Un’altra forma di potere è quella del Prestigio personale e dell’importanza di ricoprire una certa posizione. Viene dimostrata dal fatto di ostentare una posizione di ufficio di maggiore prestigio, un nome sulla porta, l'ostentazione pacchiana dell’arredamento lussuoso e della vista di cui si gode dalla finestra. Questi sono i surrogati dello scettro, della mazza, della mitra e della corona del sovrano di altri tempi, perciò la gente che cerca di avere un'aumento della sua carica, si muove con la ferocia di una massa di cani affamati.

Psicologicamente, il bisogno di tale prestigio equivale alla vanità del narcisismo, perché l’essere ammirati sostiene un livello di autostima assai vacillante. Molti vogliono il potere per potersi sostenere con la forza di un prestigio, di cui non godono, e che sanno di non avere autonomamente. Naturalmente è giusto voler essere riconosciuti e stimati per il nostro essere, perché noi siamo anche come gli altri ci vedono, e perché dall’esterno ci giunge un grosso aiuto al nostro senso di potere e forza personali. La cosa diventa pericolosa quando il prestigio diventa fine unico ed esclusivo, quando ci sente a posto solo se si è importanti tra persone importanti, e quando di questa importanza se ne fa una ragione di vita e un vessillo esistenziale unico.

Il prestigio causa l’esibizionismo, che viene manifestato dall’esasperata ricerca di richiamare l’attenzione su di se tramite celebrazioni, comunicati stampa, riunioni e anche gesti plateali, come vediamo fare dalle stars hollywoodiane. Il desiderio di ricoprire posti prestigiosi causa l’ambizione, che è una forma sfrenata di orgoglio delle proprie effettive capacità, una ottusa millanteria alimentata dalla fame di potere. L’ambizione spinge spesso a comportamenti oltre i limiti, molto azzardati e sull’orlo del lecito.

Essere riconosciuti è un’altra forma di passione per la Fama e per il potere, ed aiuta a creare la reputazione con cui si viene riconosciuti e che, conseguentemente, si tende ad impersonare, diventando quello che si dice di noi: diventiamo così delle persone con una buona o una cattiva reputazione. Naturalmente bisogna fare attenzione a non rovinare una “buona reputazione” a meno che non si aspiri ad impersonare il “cattivo soggetto con una pessima reputazione.”

Colui che vuole potere, vuole esercitare un ascendente sulle persone, vuole influenzarle e vuole condizionarle. Il senso di onnipotenza che ne consegue è identico, sia che si voglia operare un condizionamento positivo o negativo, e per avere il potere di condizionare le persone, si usano tutti i mezzi, spaziando dalla manipolazione alla lusinga, dalla propaganda all’uso di premi e di punizioni esemplari, fino alle più raffinate strategie manipolatorie. Molto spesso costoro, quando perdono l’ascendente che esercitavano sugli altri, appaiono svuotati e si aggrappano con ferocia alla loro carica, anche quando la battaglia è ormai persa.

Il potere ci offre l’illusione della forza e della resistenza, per cui si pensa di essere più solidi e meno fragili, se si gode di una posizione di potere. Quando gode di una posizione di potere l’insicuro si sente forte, solido, inattaccabile ed inarrivabile.
L’amore per la leadership è invece il retaggio del codice animale, dell'animale capobranco che ancora vive in noi. L’animale alfa è il maschio più grosso che guida il branco, in forza delle sue maggiori dimensioni, della sua innata scaltrezza e della sua forza. L’ideale dell’animale alfa, prestato alla politica, confonde il potere con la dominazione, cosa che non è in natura. Questa assurdità è dimostrata dalla società dei lupi, in cui vi sono capobranco femmina.

La fauna umana di cui vediamo sui media, mette in mostra molti avvoltoi che fanno della competizione e del primato del più forte, del più furbo e del più muscoloso, un’immagine che ci spinge altre ogni limite di osservazione etologica. Ecco allora il potere della competizione, il pericolo del paranoico dominio e possesso sessuale, il sintomo della minaccia, dell’allarme, della tensione e dello stress. Ecco dunque le strategie di coloro che vogliono vincere la lotta alla sopravvivenza, in un ambiente ostile quando sopraggiunge la scarsità, per cui anche “L’isola dei famosi” diviene la paradossale metafora di un vademecum dei tempi della crisi.

Io penso che, se vogliamo limitarci ad osservare dei fatti, sarà il caso che ci addestriamo a farlo con una prospettiva molto più scientifica, e sarà meglio che non sia in chiave darwiniana, perché noi siamo molto più del puro istinto. Ricordiamoci che la coscienza serve per focalizzare meglio e che nessuna forma di potere è mai positiva se ci rende ottusi e ciechi.

Buona erranza
Sharatan

domenica 22 marzo 2009

Fratello mio


Fratello mio,
c'è un punto
che non ha tempo nè spazio
non so dove, non so come,
dove noi ci incontriamo
e tutto ci diciamo.

Non possiamo trasformare il mondo
ma noi stessi sì.
Se la realtà presenta tante negatività
almeno noi possiamo non essere negativi.

Possiamo essere consapevoli dei mali amari,
senza dirottare il mondo verso i nostri dolci lidi
e scegliere elixir ed aromi,
nella semplicità di qualche parola ed azione buona,
lasciando a chi ha in mano la vita e la morte
ogni cosa, perchè sempre l'ha avuta.

Col limite dei miei limiti di cui tu mi hai fatto,
che posso fare se non rimettermi in Te?
e se qualche piccola buona cosa esce da me
è Tua, Dio mio.

Fratello mio,
le parole mie sono parole tue
le tue parole sono parole mie
Siamo fatti di Lui
e Lui parla
in questo nostro silenzio d'amore.

N. Nur-ad-Din

giovedì 19 marzo 2009

Specchietti per le allodole


La sensazione di sentirci soddisfatti di noi stessi viene definito sentimento di autostima. In psicologia sociale sono stati condotti degli studi basati su questionari, realizzati per dei sondaggi, ed è emerso che la maggior parte delle persone tende a considerarsi ben al di sopra della media. La maggior parte delle persone, pensa di essere leggermente più competente, più intelligente, più gradevole della media degli altri, tende cioè a sopravvalutarsi rispetto alla classe dei suoi pari. In questo atteggiamento, dicono gli studiosi, non vi è il disprezzo per gli altri, e non è necessario svalutare gli altri, è sufficiente sopravvalutare noi stessi perché tale atteggiamento è spesso utilizzato in modo inconsapevole.

Tutto sembrerebbe molto semplice, se non fosse che l’atteggiamento di sopravvalutazione si adotta più facilmente in situazioni problematiche molto semplici, ma quando queste situazioni diventano veramente difficili e quando si affrontano delle condizioni di estrema difficoltà, allora tutta la nostra fiduciosa onnipotenza, si scioglie come neve al sole. Ma che senso di autostima si possiede se ha delle basi così fragili, e se la nostra fiduciosa autostima crolla e si trasforma in sentimenti di amarezza, in aggressione, in malafede e in ostilità? Questo accade, affermano gli studi, soprattutto quando ci vengono sottoposti a compiti complessi che vengono invece definiti semplici e quando si affronta un cocente rifiuto o una grave mortificazione personale.

Allora, non solo si inizia a dubitare di noi stessi, ma ci si sente fragili, si tende a considerare inferiori gli altri, si comincerà a diventare intolleranti e rigidi, e così reagiamo con l’assalto sociale e diventiamo ostili alla cooperazione e alla solidarietà: le ferite dell’autostima sono dei potenti colpi di testa d’ariete alle nostre difese interne, perciò ci scuotono sempre con molta violenza. E’ ben facile essere calmi e tranquilli quando tutto va bene, mentre è ben difficile mantenere lo stesso atteggiamento, quando siamo colpiti nelle nostre sicurezze personali; in realtà, i materiali con cui costruiamo la nostra autostima sono ben fragili e facilmente manipolabili.

Quando la vita diventa difficile, tutte le debolezze della nostra autostima vengono alla luce senza pietà, e quelli che hanno una maggiore fragilità e vulnerabilità, sono le prede più facili da manipolare. Le persone isolate, le persone che hanno condizioni precarie di vita, tutti coloro che hanno incertezze economiche, coloro che hanno problemi fisici o difficoltà relazionali, tutti costoro, se colpiti profondamente nella loro autostima, tendono a sviluppare diverse forme di sofferenza mentale ed emotiva. Il cittadino occidentale medio, hanno concluso gli studiosi, sembra essere uno dei più fragili nel loro senso di autostima. E allora come possono essere gli stessi soggetti che si descrivevano come di livello leggermente superiore ai loro simili?

La risposta è che, il cittadino occidentale medio è sedotto dalla possibilità di potere avere delle macchine sempre più veloci e lussuose, viene condizionato dall’esigenza di essere sempre alla moda e di riempire la casa di cose inutili che spesso non vengono neppure mai usate. In realtà la società consumistica è piena di lusinghe verso il consumatore a cui fa credere che la merce che propone è esclusiva, che è confezionata solo per lui e che comprandola lui stesso diventa di classe, diventa esclusivo. Questa lusinga occulta, nutre l’ego delle persone e le convince che il loro livello di stima è agganciato al possesso di quei beni, malgrado essi siano perlopiù inutili o voluttuari.

Inglobati nella massa dei consumatori, non rimangono le forze per difendersi e percepire l’asservimento ai valori dell’esteriorità, della giovinezza eterna, della magrezza o di tutti gli stereotipi sociali e dei “must” del momento. Così la stima di sé è sostituita dall’egoismo, dalla pigrizia mentale, dall’invidia e dall’inciviltà: viene sostituita dal vuoto narcisismo. Così abbiamo il messaggio occulto, di un nostro valore che si accresce maggiormente, mano a mano che si riesce a prevalere sugli altri: la competizione sociale viene messa al posto della cooperazione sociale.

L’eccessivo valore che viene attribuito all’egocentrismo e al narcisismo, dimostra che ci lasciamo condizionare da valori fittizi come la prestazione vincente, l’abbondanza e l’apparenza, che sono valori assolutamente vuoti. Le prestazioni eccessivamente competitive, così osannate, producono delle persone che si ammalano perché non riescono ad essere sempre dei vincenti, l’ossessiva ricerca dell’opulenza ad ogni costo, produce il consumo bulimico di cibi e di beni, che vengono acquistati con ritmi ossessivo-compulsivi. Il mito dell’eterna giovinezza vede cadere, come vittime, tutte le persone di successo che cadono in depressione ai primi segni dell’avanzare degli anni.

Il risultato di questa intossicazione, che facciamo fare al nostro ego, produce delle personalità ipertrofiche, che si nutrono solo di se stesse, che si ingozzano di cibo spazzatura e che si credono onnipotenti. Questi valori che danno un falso senso di noi, dimostrano che siamo completamente dipendenti da valori grossolani e da messaggi che riescono ad ingannare gl'ingenui con delle lusinghe e delle prospettive allettanti, cioè dei veri e propri specchietti per le allodole. Così viene costruito un ego apparentemente onnipotente ma fragilissimo. La soluzione, non è quella di pensare meno a se stessi, ma di iniziare a pensarci in modo migliore. L’autostima di cui abbiamo bisogno, non è quella del mondo consumistico che si fonda su cose esteriori, ma è quella che si basa sull’unicità e sulla degnità del nostro essere.

Impariamo a pensare che il nostro valore, non è legato al fatto di indossare dei capi di moda e di firma, ma si basa sull'unicità del nostro essere. Fatto questo, avremo il coraggio di fare ciò che desideriamo, di dire quello che pensiamo, sappiamo sopravvivere ai nostri fallimento e impariamo a trarne risorsa per imparare a vivere meglio; impariamo a dire no quando è necessario. Allora, non ci darà fastidio ammettere le nostre fragilità, e chiedere aiuto se sentiamo di non farcela da soli. Potremo accettarci per come siamo, ma intanto potremo lavorare per evolvere sempre in meglio, vedendo l’unico vero scoglio da superare nel pensiero limitato che noi abbiamo di noi stessi.
Buona erranza
Sharatan

martedì 17 marzo 2009

Come uscire dal labirinto?


“Un giorno o l’altro bisogna affrontare il proprio drago. Ognuno di noi ha nella sua vita un mostro differente. Ciò che sembra terribile agli uni, è per altri un semplice disturbo passeggero. Ma per tutti esiste una “grande paura,” un Minotauro al centro del proprio labirinto interiore, una bestia immonda che ha il nostro volto. Un giorno bisogna battersi per sé, per una propria causa, un qualche nobile fine, sociale, politico, umanitario, spirituale o altro. Deciditi ad affrontare ciò che ti impedisce di vivere appieno. Combatti per la tua vita.

Combatti contro la tua grande paura. Oggi è un buon giorno per accettare la battaglia, per smettere di fuggire, per lottare con ciò che ti terrorizza di più. Capisci che la gente e le situazioni che fanno la tua infelicità sono dei travestimenti di questa paura, le maschere di un drago che abita dentro di te? Ogni vita contiene una discesa all’inferno.

Il labirinto è una rappresentazione classica del mondo infernale (il re Minosse era giudice degli inferi), ma anche dell’utero. Come uscire dal labirinto? Come tornare dal paese dei morti? Come resuscitare? Come rinascere? Come nascere? Teseo, come tutti gli eroi, combatte il mostro prima di liberare la principessa. La principessa, o Arianna, è la sua parte femminile, l’anima, la sua parte di emozione e di dolcezza. E’ perché è legato alla sua parte femminile con un filo, perché è legato a se stesso che può vincere la sua paura (il Minotauro) e diventare libero (uscire dal labirinto).

E’ sufficientemente sicuro della sua identità sessuale per accettare la sua parte femminile. E’ l’energia dell’unione con sé, dell’incontro con se stesso (il filo che lega Arianna a Teseo) che gli permette di diventare libero. Diventare libero, diventare uno e vincere la propria paura sono la stessa cosa. Arianna, come tutte le compagne degli eroi, libera la sua parte maschile, la sua parte di forza e di coraggio. L’eroe che libera la principessa imprigionata emana il proprio lato femminile.

Il drago è sempre la paura, la paura di essere se stessi … o di non essere più se stessi se ci si è liberati. Lo scenario che si è impossessato del nostro essere e nel quale ci siamo rinchiusi: ecco il nostro drago. Affrontare il drago consiste nel ritrovare la situazione nella quale la trappola è scattata. Tornare all’istante della caduta, nel luogo stesso nel quale abbiamo perso la libertà. Alla fase che ci ha condannato. All’età in cui abbiamo perduto la vista. Dobbiamo ritrovare quell’istante che vogliamo rifuggire con tutte le cellule del nostro essere. E lì bisogna giocare nuovamente la partita, ma questa volta uscendo dalla trappola dall’alto. Se l’evento ha generato paura paura o orgoglio, uscirne con pienezza o umiltà. Uscirne con innocenza se la situazione fondante ha generato senso di colpa. Eroe, principessa e drago sono la stessa persona.

Posso apprezzare la donna in te solo se la mia dimensione femminile è capace di riconoscerla. Posso amare la donna in te solo se amo la donna che c’è in me. Puoi amare l’uomo pienamente uomo in me solo perché hai in te questa dimensione di virilità accettata consapevolmente, pienamente realizzata, amata. Allora potrai amare l’uomo che sono, senza invidiare la mia virilità, senza temere la mia estraneità.

Allo stesso modo, il mio amore per te non è unito ad alcuna gelosia per la tua femminilità trionfante, ad alcuna paura, perché questa femminilià si trova anche in me. L’amore è coinvolgimento reciproco delle anime e delle loro differenze. Un’”identità” che non implica le identità differenti che incontra è un’identità morta, reattiva, odiosa, impotente. Amare è risvegliare l’altro in se stessi.

Molla completamente la presa sulle opinioni che gli altri hanno di te. Staccati totalmente dalle immagini e dalle rappresentazioni che ti fai di te stesso. Abbandona completamente ogni idea di merito o di colpevolezza, d’inferiorità o di superiorità. Non hai niente da “provare,” né a te né agli altri. Smetti di domandarti chi tu sia. L’identità è un giogo: ti si può manipolare solo perché hai un immagine di te stesso. L’identità è una prigione. Esci dal labirinto dell’identità.”

Pierre Levy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella ed, 2006
(Da:Il capitolo dell’identità, p. 105-108)

domenica 15 marzo 2009

Anche io sono un Ramingo!


Lettera dello scrittore Bruno Tognolini a Renato Soru:

”Presidente Renato Soru,
So che probabilmente avrà ben altro da pensare, oggi.
Ma mi stava a cuore scriverle subito, sul ferro caldo della sconfitta sua e nostra, per dirle due cose.

La prima può parere inutile e puerile, ma non lo è. Piangere compiutamente la sconfitta è importante quanto gioire legittimamente per la vittoria. E allora la prima è questa: mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. È importante dirlo.

Più di quanto mi sia dispiaciuto altre volte, per le tante altre sconfitte, di cui ormai abbiamo panoplia e galleria. Mi dispiace di più, stavolta, forse perché ho “preso parte” in prima persona, ho contribuito con scritture e letture alla sua battaglia. Ma non solo per questo: anche perché, facendone parte, ho potuto sentire un’onda di energia, una vampa inconfondibile di presenza, che non sentivo da anni.
Mi dispiace che quella vampa non sia bastata, neanche stavolta. Non è bastato, dannazione, ma è servito. Per capire o confermare una visione.

C’è una tribù dispersa, in giro per l’Italia, distratta e distante, una Compagnia di solitari in esilio dentro i propri cammini, come i Raminghi del Signore degli Anelli, che ostinati procedono in silenzio nell’attesa che passi la nottata. Quella nottata che a ogni sconfitta pare allungarsi, e di cui oggi, sarà pure illusione del lutto, ci sembra di non vedere più la fine.
Ci sono ovunque questi Raminghi, in tutta Italia: io li incontro nei miei giri incessanti per scuole e biblioteche e comuni, sono insegnanti e scrittori e dirigenti scolastici e bibliotecari e librai e tanti altri. Altri li incontreranno in altri mondi, ingegneri, medici, studiosi, giornalisti, giuristi…

Una parte, una sotto-tribù, la parte sarda di questa Compagnia Dispersa, si è radunata nelle scorse settimane attorno a Renato Soru. Ciascuno ha tirato fuori sotto la luce del sole le sue idee, che custodiva in silenzio in attesa di momenti come questo. Ciascuno ha tirato fuori le sue armi, cioè la perizia nel dare forma a queste idee. Forma verbale, musicale, poetica, politica, concettuale: le armi che usava ogni giorno nel suo solitario cammino. E queste forme, queste armi di linguaggio e cultura, scoperte al sole, hanno mandato un confortante sfavillio.

Può sembrare consolatorio sgranare ora il rosario dei distinguo, il “quantitativamente” e il “qualitativamente”. Può sembrare inutile: nelle elezioni vince la quantità, non la qualità. Ma se è consolatorio è ben giusto che lo sia: consolarsi è sana e legittima cura, dopo i rovesci. E grandemente consola poter dire che la qualità etica ed estetica, intellettuale e artistica e umana dei Raminghi che Renato Soru raduna intorno a sé è molto alta.
E forse il sottile invisibile gioco della quantità con la qualità non è solo consolazione, non è inutile mascheramento, ma al contrario può celare sorprese per il futuro.

Ora molti di questi Raminghi, molti di noi, torneranno nei loro cammini dispersi, torneranno in sonno. Ben svegli e attivi, beninteso, in questo sonno. Io per esempio non mi sono mai fermato, posso dirlo senza rischio di enfasi, come nota di fatto. Non ho cessato mai di combattere contro la miseria culturale, contro la cattiveria impoverita, libro per libro, incontro per incontro coi lettori, puntata per puntata di Melevisione. Ognuno tornerà nella sua contea, a combattere la sua battaglia, solitaria o con pochi compagni di imprese. Ma per la Compagnia – e uno scrittore sente in modo curioso queste parole – ora è il “sciogliete le righe”.

E qui viene la seconda cosa, Presidente, che le volevo dire.
Non c’è molto di onorevole nell’offrire la propria opera a un vincitore; è più decoroso offrirla a uno sconfitto. E allora sappia, Presidente Soru, che quando i tempi lo consentiranno, alla minima schiarita nella notte, quando lei riterrà che sia giunto il momento di richiamare a raccolta la Compagnia dei Raminghi, per quello che posso fare e che so fare, io ci sarò.
Bruno Tognolini

Cagliari, 19 febbraio 2009"


Questa lettera è talmente bella che l’ho voluta sul mio blog. E’ nel sito www.unonotizie.it che l'ha pubblicata subito dopo la sconfitta della sinistra alle ultime elezioni in Sardegna.
In primo luogo, la cito perché è la testimonianza, laddove ce ne fosse bisogno, che anche una sconfitta, se così ben confortata, se circondata da un tale affetto e da tanta stima, vale quanto una vittoria.
In secondo luogo, la cito perchè Bruno è un vero Ramingo della Compagnia degli Erranti, come me. Un abbraccio a tutti i raminghi erranti.
Sharatan

martedì 10 marzo 2009

Nelle Paludi della Tristezza



Anche se a volte sembra incomprensibile, accade che il dolore diventi una molla, affinché si sciolgano i nodi dell’anima. Accade che in fondo a tutte le inquietudini siano nascosti dei nodi che non si possano sciogliere, se non con il dolore. Accade che la tristezza diventi come una cascata inarrestabile, e che queste cascate diventino delle ondate d’indicibile dolore. Non è assolutamente possibile fare resistenza, perché il tuo dolore rimane e non riesce ad andarsene: allora quel dolore va vissuto fino in fondo.

E’ quel dolore che ci aiuta a sciogliere i nodi del cuore, e che ci aiuta ad accellerare la nostra trasformazione. Ma se ci illudiamo che il nostro dolore possa essere lenito da una relazione, da un’amicizia, da una missione o da un lavoro che possano aiutarci o anestetizzarci per tutta la vita, allora siamo in preda al miraggio dell’illusione: tutto dura lo spazio di un sogno, e gli inganni hanno la vita più breve di un sospiro.

Abbiamo davanti un deserto che va attraversato, abbiamo sempre una strada che dobbiamo percorrere fino in fondo, un percorso che nessun surrogato chimico e forma d’illusione, potrebbe cancellare o farci deviare. Se abbiamo il coraggio di percorrere quel deserto, allora la via della libertà potrebbe venirci incontro. Forgiati alla scuola del dolore e della necessità, diventiamo sempre più schietti ed acuti e riusciamo a scendere sempre più in fondo, oltre la superficie della vita: diventiamo belli ed essenziali perchè spogliati di ogni inutile orpello ed artificio.

La gioia che nasce dal dolore è un sentimento forte ed intenso come quel dolore che l’ha partorita, perché il dolore è il passaggio e la decantazione verso una più matura gioia di vivere. Questo ci insegnano tutte le filosofie sapienziali, questo insegnano tutte le scuola di conoscenza perché, troppo spesso, l’uomo evolve solo tramite le vie del dolore, mentre invece dovremmo trovare la strada per evolvere senza rimanere dilaniati dalla vita. Le filosofie orientali indicano nella nostra ignoranza e nel nostro cieco attaccamento, la causa di ogni dolore e di ogni radice dell’infelicità umana.

Paramhansa Yogananda afferma che Dio non vuole che l’uomo soffra, anche se purtroppo l’uomo cambia vita solo dopo avere provato un forte dolore. Il dolore sorge quando l’uomo sceglie una via che è in disarmonia con il suo essere, ed è per questo che l’Inferno sembra eterno, perché è la natura del dolore e della sofferenza che appaiono come tali. Chi soffre, pensa che per lui nulla potrà mai più cambiare, e che tutto sarà sempre penoso e doloroso.

Per l’induismo, qualsiasi stato di coscienza crea una vritti o vortice, che ha la forza di attrarre tutto ciò che entra nella sua orbita, perciò si raccomanda di non essere troppo indulgenti con le nostre sofferenze, perché potremmo rimanere prigionieri del nostro dolore ed essere vittime del vortice. Ne “La storia Infinita” il cavallino Artax prima giudizioso, allegro e coraggioso, muore nella Paludi della Tristezza, le paludi nelle quali si affonda se ci si lascia trascinare da pensieri tristi mentre, con il suo padrone Atreiu, sta cercando la vecchissima Morla per cercare di salvare Fantasìa.

Yogananda avverte di non pensare che, il fatto che un sentimento sia molto diffuso, sia anche il segno che esso sia necessario o naturale. Essere normali significa stare bene ed essere felici, mentre essere infelici significa essere in uno stato di “anormalità” spirituale, cioè essere in preda ad una malattia dell’anima. In realtà, egli afferma, il dolore non faceva parte del piano divino, ma era stato pensato come necessità impersonale di difesa, perché il nostro organismo fosse protetto dai danni, come per il dolore che si prova quando si tocca una stufa calda: il dolore è la protezione che ci è stata donata affinchè possiamo riconoscere ed allontanarci da tutto ciò che ci può arrecare danno.

Secondo la leggenda, quando Dio manifestò l’Universo, esso nacque perfetto, perciò gli uomini e le donne, comprendendo la necessità di essere perfetti, ben presto si sedettero in meditazione e si immersero immediatamente nella beatitudine di Brahman. Dopo avere fatto ancora dei tentativi infruttuosi di fare agire la sua creazione, allora Dio disse: ”Devo fare cadere gli uomini nell’illusione. Dovranno lottare e procedere per tentativi ed errori e fargli Così scoprire, quali azioni e quali comportamenti li condurranno alla beatitudine e alla libertà.” E’ per questo che ci hanno chiusi in questo labirinto, ed è per questo che tutte le scritture ispirate alla liberazione dalle vie intricate di Maya, sono vie di vera liberazione e di somma conoscenza, da usare come preziosi fili di Arianna.

Secondo il Dalai Lama, la vita non è un’illusione, ma ci appare come un’illusione, perciò vi sono molte discrepanze tra come le cose sono, e come invece ci appaiono, per cui una cosa transitoria può apparire permanente, come può accadere che alcune forme di dolore possano apparirci come fonti di piacere. La coscienza è condizionata dalle condizioni precedenti, per cui il nostro dolore viene sempre sperimentato sulla base di preconcezioni, cioè sulla base di quello che noi abbiamo già precedentemente definito come piacevole, spiacevole o neutro.

La sensazione è quindi postulata come un fattore mentale che sperimenta ciò che noi chiamiamo dolore, piacere o sensazione di neutralità, alla fioca luce di contatti precedenti. Inoltre qualsiasi tipo di sensazione, anche la più debole, è in grado di darci una spinta dinamica, perciò non riusciamo a rimanere tranquilli quando siamo in preda alle nostre sensazioni.

Il piacere ci spinge a volerne di più, mentre il dolore ci spinge ad evitarlo. La brama di possesso ci spinge a desiderare gli oggetti, mentre la volontà di far cessare il dolore ci spinge alla volontà di distruggere tutte quelle cose che ci fanno soffrire e a separarci dalle sensazioni dolorose: è l’attaccamento che ci spinge ad aggrapparci mentalmente agli oggetti desiderati, alle visioni del sé, ai sistemi etici e ai comportamenti sbagliati.

Ogni dolore è il frutto dell’ignoranza, perchè è il frutto del nostro oscuramento rispetto alla relazione che intercorre tra le azioni e i loro effetti. Sono queste brame e questi attaccamenti che ci fanno cristallizzare nel nostro karma o che invece, possono infondere una nuova carica di potenzialità al nostro karma. E' a causa di ciò che comprendiamo perché, dalla liberazione dai nostri attaccamenti, possiamo trarre delle risorse per "seminare" un karma migliore da fruire nella futura incarnazione.

Osho avverte che siamo degli osservatori che s’identificano troppo con le apparenze, e ciò accade quando smettiamo di essere testimoni per diventare attori, per questo bisogna provare a distinguere tra noi e la nostra mente. Noi non siamo la nostra mente, ma siamo una cosa molto più grande, di cui la mente è solo una parte. Così facciamo scomparire la nostra mente per fare sorgere il nostro Sé, la cui essenza è assolutamente universale.

Diventando un’essenza universale, scompare sia la mente che il Sé cosi che, anche le cose che ci apparivano più importanti e problematiche, possono divenire irrilevanti. Per questo da ogni dolore ci si difende operando uno sforzo, cioè operando un netto distacco dalla cecità egoica e dall’ignoranza individuale: dal dolore ci si difende facendo un grande balzo evolutivo.

La mente è solo una processione di pensieri che passa davanti allo schermo del cervello, afferma Osho. Tu sei un osservatore, ma ti identifichi con le cose belle e sei coinvolto dalle cose brutte, perché senza dualità la mente non può esistere. E non può esserci nessuna consapevolezza con la dualità, come non può esserci la mente senza la dualità. La consapevolezza non è duale mentre la mente è duale, per questo dobbiamo esercitarci ad osservare. Crea distanza tra te e la tua mente, suggerisce Osho, distanziati dalle cose, siano esse belle come pure siano brutte, e restane il più lontano possibile. Guarda le cose come se fossero le immagini di un film, ma guardale da lontano e cerca di non identificarti con loro, resta centrato in te.

Ci sono persone che corrono il rischio di attaccarsi alle proprie cose, anche se sono dolorose e anche se sono collegate a stati d’animo negativi, quasi come ne traessero piacere, e ciò avviene perché l’io può esistere solo con la mente infelice e nessun io nasce dalla contemplazione estatica: le nostre miserie esistono perché noi le alimentiamo e così facendo ci svuotiamo delle nostre energie e delle nostre risorse migliori.

Solo le emozioni e gli atteggiamenti positivi producono energia e gioia, perché sono delle dinamo di energia, che creano altra energia e che non si svuotano mai. Quando sei felice, anche la vita ti offre di più e l’esistenza ti risponde offrendoti altra felicità, mentre quando sei infelice, triste, arrabbiato o avido, allora sei morto nella tua tristezza, crei una frattura tra te e la vita, e sei preda delle ostilità dell’esistenza. Intrappolato nella tua tristezza diventi sempre più debole finchè, sfinito, vieni risucchiato dalle Paludi della Tristezza.

Buona erranza
Sharatan

martedì 3 marzo 2009

E sarà lui stesso la propria compagnia



Nondimeno può accadere che vi siano ragioni sufficienti per le quali un uomo senta di dovere confidare solo nelle sue forze, per intraprendere il cammino nel mondo. Può darsi che in tutte le vesti, le forme, i recinti, e i modi di vita e le atmosfere che gli offrono egli non trovi ciò di cui ha particolarmente bisogno, e in tal caso andrà solo, e sarà lui stesso la propria compagnia. Varrà come se fosse egli il suo gruppo, consistente in una varietà di opinioni e di tendenze: che non devono necessariamente essere rivolte nella stessa direzione. In realtà, sarà in disaccordo con lui stesso, e si troverà in grande difficoltà nell’unire la sua molteplicità per scopi di fine comune […]

Come l’iniziato di una società segreta che si è liberato dalla collettività indifferenziata, così l’individuo che sia solo sulla sua strada, ha bisogno di un segreto che per varie ragioni non possa o non gli sia consentito rivelare. Un tale segreto lo costringe all’isolamento, nel suo individuale progetto: molti individui non sanno sopportare tale isolamento. Sono i nevrotici, che necessariamente giocano a nascondino con gli altri come con se stessi, senza essere capaci di prendere nulla veramente sul serio. Di solito finiscono col sacrificare il loro scopo individuale alla loro brama di adeguamento collettivo, processo che tutte le opinioni, le credenze e gli ideali del loro ambiente incoraggiano […]

Pertanto l’uomo che, spinto dal suo demone, osa porre il piede oltre il limite dello stadio intermedio, entra veramente in “regioni inesplorate, e da non esplorare”, dove non vi sono strade segnate, e nessun ricovero offre la protezione di un tetto. Non vi sono precetti che possano guidarlo quando si imbatte in una situazione imprevista, per esempio in un conflitto di poteri che non si possa risolvere in quattro e quattr’otto. Per lo più queste sortite nella “terra di nessuno” durano solo finchè non si presentino conflitti del genere, e finiscono non appena da lontano si presagisca una tempesta. Non posso biasimare uno che se la batta a gambe levate; ma nemmeno posso approvarlo se cerca di farsi un merito della sua debolezza e della sua codardia. Dal momento che il mio disprezzo non può fargli altro danno, posso anche esprimerlo tranquillamente.

Ma se un uomo si trova di fronte a un conflitto di doveri e si accinge a risolverlo fondando sulla sua personale responsabilità, e dinanzi ad un giudice che siede in giudizio giorno e notte, egli si ritrova nella posizione dell’”uomo solo.” Possiede un segreto autentico che non può essere messo in discussione, non fosse altro perché egli è coinvolto in un dibattito interno senza fine, nel quale egli è avvocato e spietato accusatore, e nessun giudice secolare o spirituale può ridargli un sonno tranquillo. […]

E’ proprio questa virtù che impedisce al suo possessore di accettare le decisioni di una collettività. Nel suo caso la corte si è trasferita dal mondo esterno in quello interiore, dove il verdetto viene pronunciato a porte chiuse. Una volta che ciò accada, però, la coscienza dell’individuo acquista un significato che prima non aveva. Egli non è più soltanto il suo io ben noto e socialmente definito, ma è anche la corte che discute che valore esso abbia in sè e per sé. Nulla favorisce la presa di coscienza tanto quanto questo intimo confronto dei principi opposti. […]

Come ogni energia procede da una opposizione, così anche l’anima umana possiede la sua intima polarità, essendo questa l’indispensabile premessa della sua vitalità, come già riconobbe Eraclito. Sia da un punto di vista teorico che pratico la polarità è inerente a tutto ciò che vive. Contro questa forza vi è la fragile unità dell’io, raggiunta a poco a poco nel corso dei millenni solo con l’aiuto di innumerevoli misure protettive. Che un io fosse possibile sembra derivare dal fatto che tutti gli opposti tendono a raggiungere uno stato di equilibrio. Ciò avviene nello scambio di energia che risulta dall’incontro del caldo e del freddo, dell’alto e del basso, e così via.

L’energia che sta alla base della vita psichica è preesistente ad essa, e perciò è dapprima inconscia. A mano a mano che si avvicna alla coscienza essa dapprima appare proiettata in figure come il mana, gli dei, i demoni, e così via, il cui numen sembra essere la sorgente della forza vitale, e praticamente lo è, fino a che essa è vista in tale forma. Ma non appena questa impallidisce e perde la sua efficacia, l’io – e cioè l’uomo empirico – sembra prendere possesso di questa sorgente di energia e di possederla, e persino immagina di possederla realmente; dall’altro ne è posseduto.


[C. G. Jung – Ricordi, sogni, riflessioni, p. 404-407 ]

domenica 1 marzo 2009

Esplorare i prodigi dell’Africa


Lo spirito fu l’elemento che portò alla crisi e al distacco di Jung da Sigmund Freud e, attualmente, è l’ambito in cui freudiani e junghiani sono maggiormente distanti. Jung riteneva che la maggior parte dei malesseri fosse causata da crisi spirituali non risolte, mentre Freud supponeva che essi fossero sintomi di vere e proprie malattie, di cui la psicoanalisi doveva farsi carico, mentre si attendeva che le scienze neurologiche trovassero i migliori rimedi per la cura. Tra i due non poteva esserci distanza maggiore.

Come studioso materialista, Freud negava ogni esistenza dello spirito nell’essere umano mentre Jung, che era un mistico intuitivo e che proveniva da una famiglia in cui la veggenza non era affatto insolita – sua cugina era una valente medium - proclamava la centralità dello spirito alla base di ogni istanza umana più elevata. Freud affermava un approccio più farmacologico verso i disagi umani, mentre Jung supponeva che bisognava costruire un’interpretazione più olistica dell’uomo e delle sfide della vita. Jung riteneva che per essere spiritualmente vivi si dovesse concepire sè stessi come parte di un più grande disegno cosmico.

Quando Jung incontrò un capo Pueblo del New Mexico, nell’inverno tra il 1924 e il 1925, rimase profondamente colpito perché il capo indiano gli disse che era allarmato dai bianchi: “Vedi, come appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero cercando sempre qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.”
Quando Jung gli chiese perché pensasse che i bianchi fossero pazzi, Ochwìa Biano, il capo Pueblo gli rispose: “Essi dicono di pensare con la testa.”
Jung replicò sorpreso: “Ma certo. E tu come pensi?” Allora il vecchio Pueblo gli indicò il suo petto e il suo cuore e rispose: ”Noi pensiamo qui.”

Jung capì che il pensare con la testa avrebbe fatto fare passi tecnologici enormi, ma avrebbe causato la perdita della capacità di pensare con il cuore e di vivere attraverso l’anima e capì che, se non ci assumiamo la responsabilità della nostra parte di universo, ogni cosa veramente importante sarebbe andata perduta.

Nel 1944 Jung ebbe un arresto cardiaco e rischiò di morire e quando fu guarito, raccontò che in quella occasione aveva sperimentato un’esperienza di pre-morte. Raccontò che era uscito dal corpo e dal mondo,entrando in una dimensione meravigliosa in cui tutto era perfetta luce, felicità ed armonia. Niente vi era di più meraviglioso, ma prima aveva dovuto sopportare una totale lacerazione da tutto il suo passato personale. Era stato come se tutto gli fosse stato tolto con la violenza, come se gli avessero strappato tutto ciò che desiderava, tutto ciò in cui credeva e tutto ciò che aveva pensato; gli restava solo ciò che aveva vissuto e ciò che aveva fatto, e lui era tutto ciò.

Questa spoliazione era stata fonte di estrema miseria ma anche di appagamento e, alla primaria sensazione di essere stato defraudato, saccheggiato e violato, era poi sopraggiunta la sensazione di essere restato tutto integro in sé stesso e di essere integro in tutto ciò che era veramente: non vi era più nessun rimpianto per ciò che gli era stato tolto: era vero ed integro nella sua essenza.

Sospeso nello spazio cosmico era giunto ai piedi di un tempio in cui doveva entrare, perché sapeva che era atteso da coloro che facevano parte di lui, e che lui stesso era una parte di un grande libro della vita, di cui costituiva una pagina: perciò doveva entrare nel tempio. Ma non gli fu possibile, perché giunse l’immagine del medico che lo stava rianimando e gli disse che non poteva andarsene dalla terra e che doveva ritornare alla vita. Fu così che fu riportato nel corpo e gli fu impedito di morire, e allora deluso pensò:”Ora devo tornare ancora una volta al “sistema delle cassettine!”

Nacque così in lui una sensazione che lo accompagnò per tutta la vita che, dietro al cosmo, avessero costruito artificiosamente un mondo tridimensionale, in cui ognuno stesse per conto suo, chiuso dentro una piccola cassetta. La vita e il mondo intero gli apparvero come una prigione, in cui tutto era perfettamente normale e, dopo avere sperimentato la straordinaria sensazione di librarsi nello spazio senza peso, ora venisse catturato da un filo e richiuso ancora nella sua cassettina. Amareggiato pensava:”Ora devo tornare in quel mondo grigio!”

Più tardi scrisse che, sebbene in seguito avesse recuperato la fede in questo nostro mondo, eppure non riuscì mai più a liberarsi dal pensiero che questa vita fosse solo un frammento dell’esistenza che si svolge in un universo tridimensionale, disposto beffardamente a tale scopo, dichiarando di avere sperimentato il sentimento giocoso ed ironico, che gli induisti definiscono Lila o Leela, il gioco cosmico e creativo di Brahman.

Di questa nuova sensibilità risentì la sua concezione di legame affettivo, infatti scrisse: “in genere gli uomini attribuiscono molta importanza ai legami affettivi, ma questi contengono proiezioni che è necessario respingere per realizzare sé stessi e l’oggettività. I rapporti emotivi sono rapporti di desiderio, viziati da costrizioni e mancanza di libertà; si vuole dall’altro qualcosa che priva sia lui che noi della libertà. La conoscenza obiettiva sta al di là della relazione affettiva; sembra essere il segreto essenziale. Solo grazie ad essa è possibile la vera coniunctio.”

Dopo la malattia Jung scrisse la maggior parte delle sue opere principali e la conoscenza di queste realtà lo spinse a lasciarsi andare alla sua intuizione interna, senza volere fare delle affermazioni ma trovando il coraggio per nuove ed insolite formulazioni. Ma dalla malattia derivò anche la capacità di saper dire “si” all’esistenza, imparò “un si incondizionato a tutto quello che è, senza proteste soggettive, la totale accettazione delle condizioni dell’esistenza così come le vedo e le intendo; l’accettazione della mia stessa essenza, proprio come essa è. Al principio della malattia avevo la sensazione che vi fosse un errore nel mio atteggiamento, e che perciò in un certo modo fossi responsabile io stesso dell’infelicità.

Ma quando uno vive la via dell’individuazione, quando si vive la propria vita, si devono mettere anche gli errori nel conto: la vita non sarebbe completa senza di essi. Non c’è garanzia, neanche per un solo momento, che non cadremo nell’errore e non ci imbatteremo in un pericolo mortale. Possiamo credere che vi sia una strada sicura, ma questa potrebbe essere la via dei morti. Allora non avviene più nulla o, in ogni caso, non avviene ciò che è giusto. Chiunque prende la strada sicura è come se fosse morto.

Fu solo dopo la mia malattia che capii quanto sia importante dir di sì al proprio destino. In tal modo forgiamo un io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. Allora, fare l’esperienza della disfatta è anche fare esperienza della vittoria. Nulla è turbato – sia dentro che fuori – perché la propria continuità ha resistito alla corrente della vita e del tempo. Ma ciò può avvenire solo quando si rinuncia a intromettersi con aria inquisitiva nell’opera del destino. “

L’orientamento junghiano, più che religioso può definirsi sacrale, perchè afferma la sacralità dell’essere umano in campo psicologico ed opera nella psicologia, una rivoluzione paragonabile a quella fatta da Copernico nell’astronomia. Perciò Jung fu molto più di un brillante teorico di pratiche psicoterapeutiche, poichè praticò la sua arte con il rispetto sacrale con cui si attua una pratica religiosa, vedendo in ogni crisi personale non una patologia, ma una opportunità evolutiva, rifiutandosi di definire un concetto di normalità a cui fare sottostare e dovere forzosamente ricondurre le persone, volendo vedere ognuno di noi come una realtà unica, e perciò irriducibile a dei rigidi schemi ideologici o socio-culturali.

Di lui fu scritto che avviò una gigantesca esplorazione dei “prodigi dell’Africa” che giacciono nascosti dentro di noi. Come un esploratore geografico, tracciò una mappa precisa del suo viaggio, poi lo raccontò per aiutare i futuri viaggiatori che ne avessero voluto seguire le orme; perciò può essere definito il primo cartografo dell’anima.

Alla fine della sua vita, modestamente, riteneva di avere compiuto ben misera cosa e, a chi gli faceva i complimenti per la sua notorietà e per la genialità delle sue teorie, disse che lui era solo un uomo che aveva immerso il suo cappello in un fiume e che l’aveva ritirato ricolmo di acqua. Disse di non avere scoperto nulla e noi sappiamo che non è vero, ma così rese sicuramente omaggio all'infinito splendore di Brahman!

Buona erranza
Sharatan

giovedì 26 febbraio 2009

Osservare le trasformazioni


Il concetto di energia è lo stesso sia nella fisica che nella psicologia, infatti se la fisica dimostra che, in un sistema chiuso, l’energia misurabile e quantitativa, non si crea e non si distrugge, questo processo di conservazione dell’energia, vale anche per i processi psichici. Per questo, afferma Jung, l’energia tende a conservarsi infatti, l’energia o processo energetico è sempre presente in uno o più canali percettivi e, se essa viene fatta defluire dal conscio va ad arricchire l’inconscio e viceversa.

La coscienza è quindi un sistema energetico formato da diverse densità di energia in stato di flusso o movimento continuo, e quando l’energia fluisce liberamente si ha la sensazione di interezza e benessere, mentre quando l’energia si blocca, si provano delle forme di tensione che si manifestano in sintomi. Di solito, quando reagiamo a delle esperienze spiacevoli, blocchiamo il sentimento ed impediamo a buona parte della nostra energia vitale di fluire, mentre quando siamo felici, il flusso energetico appare risvegliato e vivificato, ed i vortici energetici che si sviluppano, sono radianti e brillanti come soli in miniatura.

Quando pensiamo all’energia, dovremmo sempre pensarla come ad un processo energetico scollegato da ogni definizione di qualitativa o di quantitativa, dovremmo invece pensarla come collegata all’accadere degli eventi e non collegata alle caratteristiche qualitative e quantitative degli eventi stessi: il processo energetico è una descrizione neutra degli eventi, per cui essa non deve opporsi al corso naturale delle cose.

La teoria più completa sui processi di coscienza è quella contenuta nel taoismo ed elaborata nel “Dao de jing” e ne “Yi Ching” due testi in cui sono contenuti i temi essenziali per la comprensione di quel pensiero. I taoisti furono formidabili scienziati dei processi dell’essere e del mondo, infatti osservavano i fenomeni, prendevano nota del loro sviluppo spontaneo e non li mettevano in questione, ne tanto meno cercavano di spiegarseli.

Nel taoismo il principio universale è il Tao o Dao che significa “strada o sentiero lungo il quale si muovono tutte le cose” ed il significato del termine “Dao de jing” è “la via dell’azione” o “il corso dell’azione” che rivela proprio la concetto di vita come il formarsi ai processi evolutivi delle cose, mentre il significato di “Yi Ching” è “cambiamento” perché jing indica la trama che viene ottenuta nell’orditura di un tessuto intrecciato al telaio. Il significato generale è quindi: il processo percepito in termini di cambiamenti che avvengono in una certa trama.

Il termine Dao viene dalla stessa radice di “saggio” “re” e “sacerdote” che sono termini con cui si indicavano dei capi carismatici ed autorevoli, per cui un significato generale del termine è “il seguire la natura come somma guida”. Il trigramma del Dao è indicato da tre linee trasversali che segnano il Cielo, la Terra e l’Uomo, tagliate da una linea trasversale che indica il modo con cui il Dao si manifesta, cioè prima nel Cielo, poi sulla Terra e infine nell’uomo. Il Dao indica il flusso degli eventi e l’influenza dei vari flussi energetici nei diversi canali percettivi, per cui l’uomo saggio è colui che si attiene con successo alle vie del Dao.

Il taoismo crede che il cambiamento e la crescita costanti siano il senso di una giusta vita, ma se essi vengono interrotti, sopraggiunge l’esito contrario, cioè la stagnazione e la caduta. Se regna il Dao, ci si adatta al corso delle cose, ai processi di natura, se vince l’opposto, allora insorge un atteggiamento tirannico, che vuole imporre con la forza, un corso predeterminato alle cose: l’opposto del saggio è colui che vuole regole rigide e predeterminate.

Secondo gli “Yi Ching” le due forze polari dell’universo, sono yin e yang ed il Dao, che è una via invisibile, mantiene l’equilibrio delle due forze, in modo che esse possano rigenerarsi continuamente e rimanere in stato di mutua tensione. Nell’evolversi del Dao, si creano il mondo ed i processi evolutivi dell’uomo, come equilibrio e stato di totalità umana che si orienta ai processi evolutivi dell’essere. Il saggio cerca di creare degli equilibri e delle armonie entro sé stesso; così modifica sé stesso in base ai cambiamenti, ed evolve usando la sua consapevolezza. Egli non crea l’equilibrio con la volontà, ma cerca piuttosto di sapere e seguire ciò che accade: il Dao è un flusso creativo.

Troppo spesso noi tendiamo a volere usare i nostri canali percettivi per analizzare e categorizzare i processi evolutivi del mondo, cioè sia gli eventi che i comportamenti umani. Per comprendere il Dao, avverte Lao Tse, bisogna avere una mente da principiante, ossia bisogna percepire e vedere le cose come sono realmente, perciò la mente deve essere mantenuta aperta. Gli eventi si sovrappongono sempre alle nostre concezioni e ai nostri vecchi canali, rendendo relativo quello che ci sembrava come assoluto.

Secondo il taoismo - si afferma nei “Yi Ching”- i processi di realtà, si suddividono in creativo e ricettivo, per cui la fase creativa energizza o crea le “immagini primordiali” cioè i canali del mondo, mentre la fase ricettiva imita o ripete gli impulsi originari di tali canali. Molte concezioni affermano l’alternarsi di fasi creative e di fasi ripetitive, in cui un’impulso crea e l’altro consolida quello che il primo ha creato, e anche normalmente, quando vogliamo analizzare una situazione, tendiamo ad un’amplificazione di ciò che non comprendiamo.

Quando cerchiamo di approcciare alla realtà, accade comunemente che vogliamo sentirci artefici e responsabili della realtà stessa, iniziamo a spingere per cercare di imporre il nostro modo di vedere e le nostre idee sulle persone e sulle cose. Quando poi le cose accadono, non concediamo loro il tempo di persistere e, ignorando di concedere il tempo alla persistenza, non sappiamo comprendere dalla realtà, quello che dobbiamo amplificare in noi e neppure come fare per amplificarlo. Così dimostriamo di non avere sufficiente spirito di osservazione e siamo troppo impazienti ed ansiosi, così che il nostro lavoro evolutivo si esaurisce e diviene erratico.

Quando il taoismo fornisce gli esagrammi de “Yi Ching” offre una mappa complessiva di eventi e schemi ricorrenti, così che possiamo esaminare correttamente la realtà e possiamo intuirne i modelli impliciti che sono alla base di essa: l’opera finale è, come nell’alchimia, la trasformazione. Possiamo divenire come dei taoisti illuminati se siamo talmente affascinati dalle vie del Dao, al punto da volerne indagare fino in fondo tutti i suoi misteri, oppure possiamo essere obbligati a farlo da una vita sufficientemente piena di problemi, di traumi o paure, tali da obbligare anche l’individuo più rigido e testardo a divenire flessibile e consapevole.

Buona erranza
Sharatan