Visualizzazione post con etichetta sufismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sufismo. Mostra tutti i post

venerdì 29 aprile 2016

Il sultano in esilio



Si narra che un sultano d’Egitto convocò una riunione di grandi studiosi e, come accade in tutte le situazioni in cui si riuniscono gli eruditi, si scatenò una controversia. L’oggetto della controversia era il Viaggio Notturno del Profeta Maometto di cui si dice che venne trasportato fino alle sfere celesti. In quel lasso di tempo il Profeta vide l’inferno e il paradiso, parlò novantamila volte con Dio e visse molte altre esperienze prima di essere riportato nuovamente nel suo letto. Una brocca di acqua che era caduta mentre spiccava il volo verso il Cielo non si era ancora completamente rovesciata, e il suo letto era rimasto ancora tiepido.

Alcuni dissero che tutto questo era possibile e si spiegava solo se si accettava il fatto che potesse esistere un modo diverso di percepire il tempo, invece il sultano diceva che quel fatto era impossibile. I saggi dicevano che nulla è impossibile per l’onnipotenza divina, ma il sultano continuava a dire di non esserne persuaso. La notizia della diatriba arrivò all’orecchio dello sceicco sufi Shahab-ud-Din che si presentò a corte. Il sultano lo accolse con gli onori che meritava e lo sceicco si affrettò a precisare che era venuto a presentare la sua dimostrazione: “Sappiamo che entrambi le interpretazioni del Viaggio Notturno del Profeta sono errate, però esistono dei modi per provare la veracità delle tradizioni senza dover ricorrere alla speculazione grossolana oppure all’insulsa e limitata logicità.”

Nella sala delle udienze vi erano quattro finestre e lo sceicco guidò il sultano alla prima finestra e lo invitò ad affacciarsi. Il sultano guardò fuori e vide che, dalla montagna vicina, scendeva un esercito nemico che stava marciando verso la sua città per invaderla. Vedendo quella enorme massa di uomini armati che avanzavano verso il suo palazzo, il sultano fu terrorizzato ma lo sceicco lo rassicurò dicendo: “Non fateci caso, non accade nulla!” quindi chiuse la finestra e la riaprì: il sultano vide che fuori non c’era più anima viva.

Quando lo sceicco aprì la seconda finestra, il sultano vide che la città era in preda alle fiamme. Alla vista del disastro, il sultano urlò di terrore ma lo sceicco gli disse: “Vi prego sultano, non dovete affliggervi!” e infatti quando riaprì la finestra, la città era calma e non c’era più alcuna traccia di incendio. La stessa cosa avvenne con la terza finestra da cui il sultano vide l'arrivo di un’enorme ondata che stava sommergendo il palazzo. Ma l’inondazione sparì quando la finestra venne chiusa e poi riaperta. Aprendo l'ultima finestra, il sultano vide al posto del solito deserto che circondava la città, un giardino paradisiaco pieno di alberi, fiori, animali e con splendide fontane che scomparve quando la finestra fu chiusa e riaperta.

A quel punto lo sceicco ordinò che venisse portata una bacinella di acqua e pregò il sultano di immergervi la testa. Il sultano immerse la testa nell’acqua e poi riemerse... e si ritrovò da solo, mezzo nudo e abbandonato in un posto che non conosceva. Si rese conto che era caduto vittima della perfida magia del malvagio sceicco. Sentì salire dentro una grande rabbia, infatti giurò di vendicarsi alla prima occasione. Poco dopo incontrò due boscaioli che venivano dalla città che gli chiesero chi fosse. Il sultano non poteva rivelare la sua vera identità perciò rispose che era un mercante naufragato sulla spiaggia.

I boscaioli gli diedero dei miseri abiti e delle indicazioni per arrivare in città. Allorché fu arrivato in città, il sultano fu notato da un fabbro che lo aveva visto mentre vagava smarrito. Il fabbro gli chiese chi fosse e da dove venisse. Il sultano gli rispose che era un mercante sfuggito al naufragio della sua nave: “Sono scampato dalla morte per miracolo e devo ciò che indosso alla pietà di due poveri boscaioli, perciò sono un uomo senza risorse.” Il fabbro gli rivelò che in quella città c’era l’usanza che un forestiero doveva chiedere in moglie la prima donna non sposata che avrebbe visto uscire dai bagni e che lei avrebbe dovuto accettare.

Il sultano andò ai bagni dove vide una bella giovane a cui chiese se era sposata, ma lei gli rispose che lo era. La stessa domanda fu rivolta alla seconda donna che uscì dai bagni e che era molto più brutta. Per fortuna anche lei gli rispose che aveva un marito così come fece anche una terza donna. Alla fine, dai bagni uscì una quarta donna che era una fanciulla veramente molto bella. Alla domanda, la bella fanciulla rispose che non era sposata, ma che lo rifiutava ugualmente perché era disgustata dal suo misero aspetto. In quel momento arrivò un messaggero che disse al sultano: “Sono incaricato di cercare un uomo vestito di miseri stracci. Vi prego di seguirmi.”

Il sultano fu condotto in una splendida dimora dove venne lavato e rivestito con abiti sontuosi adatti al suo vero rango. Poi fu lasciato ad aspettare per ore e ore in una sala sontuosa, finché giunsero quattro giovani e belle ragazze che precedevano la fanciulla deliziosa che il sultano riconobbe come la bella e giovane donna che lo aveva rifiutato. La donna gli diede il benvenuto e gli rivelò che lo aveva rifiutato perché quello era l’atteggiamento che doveva tenere in pubblico una donna onorata. Invece, in privato, poteva accettare la sua proposta di matrimonio perciò gli offriva un sontuoso banchetto che venne allietato da una musica delicata.

Fu così che il sultano passò sette anni con la sua sposa, che ebbe dei figli e che visse sontuosamente dilapidando il patrimonio della donna. Allora la moglie gli disse che doveva trovare il modo di provvedere a lei e ai loro figli, perciò il sultano pensò di farsi consigliare dal primo amico che aveva incontrato entrando in città cioè il fabbro. Considerato che il sultano non aveva né mestiere, né esperienza in nessun tipo di lavoro, il fabbro gli consigliò di offrirsi come facchino nella piazza del mercato. Ma, benché portasse pacchi enormi per tutto il giorno, il sultano non riusciva neppure a ricavare il necessario per sfamare la sua famiglia.

Un giorno il sultano ritornò alla spiaggia dove si era ritrovato sette anni prima. Tornò nel punto preciso in cui si era trovato, e decise di recitare in quel luogo le preghiere. Iniziò a fare le sue abluzioni e all’improvviso, un colpo di scena, emerse dall’acqua e... si ritrovò nel salone del suo palazzo. Si guardò intorno e vide i suoi cortigiani che lo guardavano, poi vide lo sceicco e anche la bacinella. Allora gridò furioso: “Sette anni in esilio, demone immondo! Sette anni in cui ho avuto moglie, famiglia e sono stato costretto a sgobbare come facchino al mercato! Non temi Dio Onnipotente per il torto che mi hai fatto?”

Lo sceicco era tranquillo e gli rispose: “Ma non sono passati che pochi secondi da quando avete lavato la testa!” e anche i cortigiani gli confermarono quello che diceva il sufi. Ma il sultano non riusciva a credere a quella versione della storia e stava per dare l’ordine di decapitare lo sceicco. Ma lo sceicco aveva percepito interiormente quello che il sultano voleva fargli e usò la Scienza dell’Assenza. Il potere di quella Scienza gli permise di trasportarsi fisicamente a Damasco, a molti giorni dal palazzo e dall'ira del sultano. Da quella città gli scrisse una lettera che diceva:

“Per voi sono passati sette anni, come avrete capito, dall’istante in cui avete messo la testa nell’acqua. Tutto quello che avete vissuto è il frutto dell’esercizio di alcune facoltà che non hanno nessun significato se non quello di offrire la dimostrazione che ero venuto a dare. Volevo dimostrare ciò che può accadere. Non era forse caldo il letto e la brocca non rovesciata, secondo la tradizione? Quello che conta non è che il fatto sia avvenuto, perché tutto può avvenire: ciò che conta è il significato che diamo all’evento. Nel vostro caso non c’è stato alcun significato, invece nel caso del Profeta l’evento ha avuto un enorme significato.”

Buona erranza
Sharatan

domenica 13 marzo 2016

Il pescatore e il genio



Un pescatore solitario trovò, impigliata nelle sue reti, una bottiglia di rame sigillata da uno strano sigillo. Di solito, il pescatore, non trovava nulla di diverso dai pesci, ma quel giorno la pesca era stata sfortunata perciò pescare la bottiglia era stata una fortuna perché avrebbe potuto venderla al mercato e ricavarne qualcosa. La bottiglia non era molto grande e sul tappo aveva inciso il sigillo di re Salomone, perché conteneva un genio che Salomone aveva imprigionato per proteggere gli uomini dai suoi malefici. 

Salomone era stato un grande re, ma anche un potente mago perciò aveva imprigionato il malvagio genio dentro la bottiglia di rame perché sperava che, in futuro, qualcuno sarebbe riuscito a domarlo convincendolo a diventare un servitore dell’umanità. Il pescatore non sapeva nulla di questo, ma sperava che la bottiglia fosse un prezioso reperto e di poter ricavare un buon guadagno con la sua vendita. L’uomo la valutò con attenzione e notò che il rame era lucente e che l’incisione era ben fatta; sperò che contenesse gioielli o diamanti. 

Per questo si dimenticò del proverbio che dice: “L’uomo può usare solo ciò che ha imparato a usare,” infatti tolse il tappo di piombo e la stappò per vedere cosa conteneva. Ma non ne uscì nulla, perciò dopo averla scossa energicamente, il pescatore l'appoggiò sulla sabbia e la osservò. In quel momento, un sottile filo di fumo scuro uscì dalla bottiglia, poi il fumo diventò più grande finché diventò un essere enorme e minaccioso che gli parlò con voce spaventosa: “Sono il re dei Ginn e sono stato imprigionato dal grande re Salomone. Oggi vedo che posso vendicarmi della prigionia perciò ti ucciderò.” 

Il pescatore era rimasto terrorizzato dall'apparizione inaspettata del mostruoso genio infatti si era gettato in ginocchio sulla sabbia mentre implorava: “Sono io quello che ti ha liberato! Vuoi forse uccidere proprio chi ti ha reso la libertà?” Il genio disse: “Certo che lo voglio! Io sono fatto così, perché la mia natura mi fa avere il desiderio di ribellarmi e perché possiedo il potere di distruggere tutto quello che voglio. Sono millenni che sono rinchiuso nella bottiglia e questo mi ha fatto accumulare una grande rabbia che voglio sfogare proprio su di te!”

Il pescatore capì che avere pescato la bottiglia era stata una sventura, che il genio non avrebbe avuto nessuna pietà, e che l’avrebbe ucciso senza esitazioni. Allora guardò il sigillo impresso sul tappo che giaceva a terra vicino alla bottiglia ed ebbe un’idea. Con voce tremante disse al genio: “Credo che sia impossibile che un essere grande come te sia potuto entrare in una bottiglia così piccola. Sei troppo grande per essere rinchiuso in uno spazio tanto piccolo.” Il genio, a quelle parole sfrontate, gli urlò rabbioso: “Osi dubitare della mia parola, tu che sei solo un miserabile omuncolo? Ora ti farò vedere di cosa sono capace!” 

E dopo avergli urlato in faccia quelle parole sdegnate, il genio si trasformò di nuovo in un sottile filo di fumo scuro e rientrò nella bottiglia per dimostrargli che poteva entrarci. Il pescatore non aspettava altro che quella mossa, rapidamente prese il tappo della bottiglia, e la chiuse di nuovo. Poi gettò la bottiglia nel mare lanciandola più lontano che poteva. Fu così che l'uomo si salvò e che passarono molti anni finché, un giorno, il nipote di quel pescatore si trovò a pescare nello stesso luogo. Il giovane pescatore aveva gettato le reti nel mare e aveva ripescato la bottiglia di rame con il Sigillo di Salomone che aveva pescato anche suo nonno. 

Il ragazzo, dopo essere tornato a riva, si mise a guardare la bottiglia con molta attenzione e si ricordò che suo nonno gli aveva sempre consigliato di non usare quello che non sapeva usare. Mentre ripensava alle parole di suo nonno, il genio che era stato risvegliato dal suo sonno secolare dallo scuotimento della bottiglia, gli gridò dall’interno: “Figlio di Adamo, chiunque tu sia, ti prego di stappare la bottiglia e di rendimi la libertà. Saprò ricompensarti con molta generosità. Devi sapere che io sono il Re dei Ginn perciò conosco molte cose con cui potresti fare dei miracoli che ti renderebbero l'uomo più potente della terra. “ 

Il giovane pescatore si ricordava il detto che gli ripeteva sempre suo nonno, perciò valutò che era meglio se non si fidava. Per questo decise di non fare nulla di affrettato. Decise di nascondere la bottiglia in un posto sicuro, mentre cercava qualcuno che lo potesse aiutare a capire cosa era meglio fare. In effetti, dopo aver sepolto la bottiglia dentro una caverna in riva al mare, si arrampicò fino alla cella di un grande saggio. Dopo avergli raccontato tutto quello che gli era accaduto, gli chiese un consiglio. Il saggio gli disse: “Il proverbio di tuo nonno è molto vero, e il suo adagio è colmo di saggezza.” 

Il ragazzo gli disse: “Adesso io che cosa dovrei fare?” Il saggio disse: “E tu che ti senti di voler fare?” Il ragazzo rispose: “Io vorrei liberare il genio per avere la conoscenza misteriosa che mi ha promesso, e vorrei avere anche i beni che i Ginn possono donare agli uomini. Vorrei avere tutto questo.” Il saggio osservò: “Naturalmente non ti è passato neppure per l’anticamera del cervello che il Ginn potrebbe non darti nulla di quello che ha promesso? Oppure potrebbe darti quello che ti ha promesso ma, una volta  libero, potrebbe riprendersi tutto quello che ha dato. Non pensi alla sventura di avere quello a cui non siamo abituati? Hai forse dimenticato il monito di tuo nonno?”

Il pescatore valutò tutte queste possibilità poi domandò al saggio: “Ora cosa pensi che dovrei fare per non sbagliare?” Il saggio rispose: “Intanto potresti chiedere al Ginn di darti una piccola dimostrazione di quello che potrebbe donarti, e potresti conservare con molta cura quello che avrai ottenuto, in modo da mettere a frutto tutto quello che ti concederà. Cerca la conoscenza ma non cercare mai il possesso, perché il possesso senza la conoscenza è il male più grande. Questa è la causa di tutti i mali e degli smarrimenti dell’uomo.” 

Il giovane pescatore non era certo uno sciocco, perciò pensò a queste parole mentre tornava alla caverna per cui riuscì a elaborare un piano. Quando fu ritornato nella caverna, bussò alle pareti della bottiglia di rame, e sentì la voce spaventosa del Ginn che risuonò dall’interno della bottiglia, oltrepassando le pareti di rame: “Figlio di Adamo, sei ritornato? Nel nome di Salomone - che la Benedizione dell’Onnipotente sia con Lui! - ti scongiuro di liberarmi.” Il pescatore gli rispose: “Ho ripensato a tutto quello che mi hai detto, ma non sono sicuro che tu sia veramente quello che dici di essere. Se avessi i poteri che vanti di avere, come mai sei rimasto imprigionato nella bottiglia?” 

Il Ginn era furioso per quella mancanza di rispetto e gli ruggì: “Non mi credi? Come ti permetti di dubitare della mia parola? Non sai che non posso mentire?” Il giovane rispose: “No, certo che non lo so. Non ti conosco perciò non posso saperlo. Come faccio a essere sicuro che tu sei veramente quello che mi dici di essere?” Il genio chiese: “E allora dimmi come posso dimostrarti che ti sto dicendo la verità?” Il pescatore rispose: “Intanto potresti darmi una dimostrazione! Credi di poter usare i tuoi poteri anche quando sei chiuso dentro la bottiglia?” Il Ginn ammise: “In effetti posso usare i miei poteri, ma non posso usarli per potermi liberare.” 

Il ragazzo disse: “Allora ti chiedo di darmi la capacità di risolvere il più grande problema che mi assilla.” Il Ginn mise in azione i suoi misteriosi poteri e il pescatore sentì che poteva comprendere il significato del monito che gli aveva tramandato suo nonno, poi vide anche le tremende conseguenze che avrebbe avuto se avesse liberato il Ginn, e vide anche come poteva trasmettere agli altri uomini tali capacità. Tuttavia comprese anche che non poteva fare molto di più. Allora, come suo nonno, afferrò la bottiglia e la lanciò con forza in fondo all’oceano. 

Da quel momento il giovane pescatore non si dedicò più alla pesca, ma usò il resto della sua vita per spiegare agli uomini i pericoli che corre chi pretende di usare quello che non ha imparato a usare. Tuttavia sono pochi gli uomini che possono trovano dei Ginn rinchiusi dentro una bottiglia di rame, e sono ancora meno quelli che riescono a trovare dei saggi che sanno consigliarli nel modo migliore, perciò i rari seguaci del pescatore riuscirono a snaturare quelli che vengono chiamati ‘i suoi insegnamenti.’ 

La sua esperienza divenne una parodia perché venne il tempo in cui furono fondate delle religioni in cui gli adepti si riuniscono in templi sfarzosi dove si beve dentro le bottiglie di rame. Ma ci sono anche delle persone che hanno un profondo amore per il pescatore e per il saggio; costoro si sforzano di amarsi l'uno l’altro solo perché li amano. Essi si sforzano di imitarne i comportamenti e le azioni in ogni modo. Da allora sono trascorsi molti secoli per cui il loro messaggio è ancora un mistero, i loro seguaci sono pochi e misconosciuti. La bottiglia di rame è in fondo all’oceano, e il genio ancora vi sonnecchia.

Buona erranza
Sharatan

martedì 9 febbraio 2016

Un altro universo



“Mi chiedi perché ho scelto
di abitare nei monti di smeraldo;
io rido e non ti rispondo,
il mio cuore è calmo e sicuro.
Fiori di pesco nell’acqua che scorre
scompaiono nella distanza.
C’è un altro universo
lontano dal mondo umano.”
(Li Po)

Nel linguaggio Sufi il “mondo dei corpi” è detto “alam-i ajsam” poiché alam significa mondo e ajsam è il plurale di jasm, corpo. I Sufi usano questa espressione per riferirsi al mondo delle cose ossia al mondo funzionale degli oggetti. Questa definizione racchiude dalla minima unità subcellulare al più importante corpo cosmico. Il mondo dei corpi include sia i corpi viventi che i corpi non viventi, perciò include sia i corpi degli esseri senzienti che quelli degli esseri non senzienti.

I Sufi insegnano che tutto quello che sappiamo sul mondo è limitato a quello che osserviamo nel mondo dei corpi in movimento che seguono un certo comportamento. Questo mondo funziona per merito delle energie che vengono usate per assolvere alle varie necessità dei vari corpi. La fisica definisce l’energia come la capacità che possiede un corpo di fare un lavoro. Per capirlo meglio, si fa l’esempio dello spostamento di un corpo con l’applicazione di una forza, ad esempio come l’atto di sollevare una valigia.

L’esempio serve a dimostrare che l’energia cambia la sua forma, ma non può essere creata o distrutta. Tutto questo dimostra che il mondo dei corpi visibili che ci circonda è governato dalla realtà invisibile che appartiene al mondo delle energie. Il discorso è molto articolato perché la realtà energetica che ci circonda non è visibile, ma facciamo sempre esperienza di questo. La forza di gravità non è visibile ma, il fatto che siamo seduti e non stiamo fluttuando, dimostra che la forza di gravità esiste e ci tiene saldamente ancorati a terra.

Steiner dice che dietro a tutto quello che vediamo c’è sempre qualcosa che non possiamo vedere, e che proviene dal mondo invisibile. Nella terminologia Sufi il mondo delle energie viene chiamato “alam-i arvah” cioè “mondo degli spiriti” dove alam è mondo e arvah è il plurale di ruh che - come l’omonimo termine ebraico roh - significa spirito. Gli uomini del passato attribuivano agli spiriti le azioni prodotte da forze che non sapevano spiegare, perciò l’alam-i arvah di cui parlano i Sufi corrisponde al mondo delle energie.

Tra i mondi dei corpi e il mondo delle energie non c’è un confine definito, ma c’è una linea sfumata su cui accade una continua interazione. Nel passaggio tra i due mondi la materia può trasformarsi in energia, mentre l’energia può diventare materia. Ma, questi due mondi sono diversi anche se tra loro avviene questo scambio continuo. Sappiamo che le energie non sono localizzate in un posto preciso, ma che esse possono scorrere ovunque.

E quando le energie vengono concentrate in posto preciso hanno la capacità di poter interagire tra di loro: e tutto questo significa che le energie devono essere racchiuse in un corpo. E significa anche che il corpo che contiene l’energia deve essere in grado di fare tutta la serie di trasformazioni che gli permettono di svolgere al meglio tutti i compiti fisiologici o cosmologici a cui esso è stato assegnato.

La vita dipende dalla capacità dei corpi di saper fare tutta una serie di trasformazioni, perché siamo costretti ammettere che dal mondo esterno ci proviene quello che ci consente di vivere. Possiamo dire che tutto quello che esiste è stato strutturato in modo da contenere una forma di energia, perciò diciamo che tutti i corpi svolgono delle trasformazioni che contribuiscono all’economia energetica del cosmo.

Vediamo che ci sono due modi nei quali possono essere trasformate le energie, e per ognuno di essi deve esserci un apparato di un certo tipo per fare in modo che le energie siano incanalate e trattate nel modo adeguato. In primo luogo esiste la trasformazione di un’energia di tipo inferiore che viene trasformata in energia di grado maggiore. Questo lavoro richiede l’uso di un “generatore”, infatti vediamo nel meccanismo del generatore elettrico l’esempio dell'apparato che sa trasformare l’energia del movimento cioè l’energia cinetica, in energia elettrica che sarà usata per un dato lavoro.

In questa trasformazione vediamo avvenire un passaggio dal mondo dei corpi a quello delle energie. Invece  il cammino opposto accade quando andiamo dal mondo delle energie al mondo dei corpi. Questo avviene quando riduciamo un’energia elevata e la portiamo ad un livello più basso per compiere un dato lavoro, come accade con un motore. L’esempio del motore elettrico dell’automobile ci mostra che l’energia elettrica è trasformata in azione trainante per l’automobile.

Il percorso in cui l’energia viene innalzata di grado ci mostra un processo “anabolico” cioè un processo “che va verso l’alto” invece se l’energia viene diminuita di grado abbiamo un processo “catabolico” ossia un processo “che va verso il basso.” Ma non si creda che i due processi si mostrino uno alla volta e che l'uno escluda l'altro. La trasformazione dell'energia comporta che il processo avvenga in modo che le due fasi avvengano simultaneamente, perciò osserviamo sia lo svolgersi di processi catabolici che di processi anabolici.

L’essere umano ha la potenzialità di fare tutti i tipi di trasformazione, perciò ha più potenzialità di tutte le altre forme di vita. Imparare a trasformare tutti i tipi di energia corrisponde a dire che sappiamo trasformare, per primi, noi stessi. Infatti l'affermare che l'uomo sa trasformare tutti i tipi di energie che incontra nel mondo esterno corrisponde a dire che sa trasformare il suo mondo interiore, perché non può dire di saper fare quello che non riesce a fare.

Dobbiamo ricordare che il nostro corpo è strutturato per contenere tutte le forme di energia, perciò può trasformarle. Noi siamo strutturati in modo da saperci adattare a molte trasformazioni di energia usandole a nostro vantaggio. E poi dobbiamo riflettere che questa missione non si può ignorare, perché essa è assegnata in ogni caso e - spesso - avviene a nostro svantaggio. Il nostro ruolo nel mondo è stato collegato alla trasformazione consapevole delle energie perciò non possiamo sottrarci.

E se è vero che l’iniziativa della trasformazione viene sempre imposta dall’esterno, è pure vero che noi possiamo diventare sensibili in modo diverso a ciò che incontriamo. Possiamo fare in modo che quando mangiamo, respiriamo, ascoltiamo, vediamo, lavoriamo ossia quando viviamo la vita, questo vivere non avvenga in modo automatico.

Dobbiamo essere in grado di capire qual'è la giusta dose di energia che dobbiamo assegnare a quello che facciamo. Dobbiamo essere in grado di vivere nel mondo dei corpi ma anche nel mondo delle energie. Dobbiamo sapere che, tutte le energie che provengono dai nostri pensieri e dalle nostre emozioni, e che crediamo essere quello che chiamiamo "noi", in realtà, non sono altro che energie messe in moto dai nostri pensieri e dalle nostre emozioni.

Le nostre energie devono essere localizzate oppure trasferite, poi trattate e combinate per essere trasformate. Infatti Gurdjieff dice che dobbiamo ottimizzare la macchina se vogliamo che la nostra macchina funzioni a puntino. Va capito che nessun atto che facciamo nel mondo dei corpi può avere solo un valore funzionale, perché non vivremmo una vita che può dirsi degna del livello dell’essere: l’essere appartiene al mondo delle energie.

Noi tutti siamo collegati, anche se in modo diverso, a tante manifestazioni di energia. Alcune di loro le possiamo vedere mentre altre si mostrano solo per gli effetti che producono sulla nostra vita. Alcune energie le percepiamo come energie esterne e oggettive quindi possiamo usarle in modo inconsapevole. Invece altre energie le percepiamo come se provenissero dal nostro mondo interno: le energie soggettive vanno assolutamente conosciute.

Ma è anche che alcune energie possono fluire in noi, ma noi restiamo inconsapevoli di ciò che sono e dell’effetto che vogliono produrre. Nell'uomo deve essere sempre presente un continuo lavoro di analisi della vera natura delle energie a cui permettiamo di avere accesso e che ospitiamo. Le energie sono molto dinamiche perciò tendono a trascinarci, infatti molte energie oggettive si trasformano in energie soggettive. Ma è proprio il fatto che sappiamo lavorare e vivere a cavallo tra le due dimensioni ci rende veri esseri umani.

Dobbiamo saper vivere nel mondo dei corpi, ma dobbiamo anche saper camminare come uno spirito nel mondo delle energie che è il mondo dello spirito. Noi esseri umani siamo in grado di fare questo gioco di equilibrio. La prova di questo è il fatto che, nell'uomo sono presenti sia processi in cui è necessaria la consapevolezza, ma sono presenti anche processi in cui la consapevolezza è assente. La vita umana è situata a cavallo tra la sensibilità e la meccanicità perché l'uomo è composto sia di esperienza che di automaticità.

Buona erranza
Sharatan

domenica 31 gennaio 2016

Il cercatore, il sufi e il tappeto




C’era una volta un uomo che sentì di avere bisogno della conoscenza, perciò decise di partire alla sua ricerca. E così l'uomo prese la strada che portava alla casa di un Sufi che era considerato un detentore della conoscenza. Quando l’uomo giunse al suo cospetto gli disse: “Grande Maestro, tu sei un uomo di grande saggezza! Dammi una parte della tua conoscenza affinché io possa farla fruttare e possa diventare un uomo di valore, perché mi sento una completa nullità.”

Il maestro Sufi lo fissò un attimo in silenzio, e poi disse: “Posso darti la conoscenza che mi chiedi, ma in cambio voglio una cosa di cui ho bisogno. Portami un piccolo tappeto affinché possa darlo a chi saprà continuare il mio santo lavoro, e tu avrai la conoscenza che mi chiedi.” L’uomo si mise alla ricerca di un venditore di tappeti e giunse alla bottega ben fornita di un mercante a cui disse: “Dammi un piccolo tappeto affinché io devo darlo a un Sufi che mi darà la conoscenza. Il tappeto sarà dato a chi saprà portare avanti il suo santo lavoro.” 

Il mercante rispose: “Tu mi parli del punto in cui sei giunto e del lavoro che deve fare il Sufi, ma a me cosa me ne viene da tutto questo? Ho bisogno di filo per tessere i tappeti! Portami un po’ di filo e io ti aiuterò.” L’uomo partì alla ricerca di qualcuno che potesse dargli un po' di filo, e arrivò alla capanna di una filatrice e le chiese: “Filatrice, dammi un po’ di filo che devo darlo al fabbricante di tappeti che mi darà il tappeto che potrò dare al Sufi che lo darà all’uomo che proseguirà il suo santo lavoro.”

La donna gli disse: “Ho capito che tu hai bisogno di un po' di filo, ma io cosa ci dovrei fare? Io cosa ci guadagno dalle chiacchiere sul cammino, sul Sufi, sul mercante e sull’uomo che dovrà avere quel tappeto? A me cosa me ne importa di tutto questo? Io ho bisogno di pelo di capra per tessere i fili. Portami un po’ di pelo di capra e io ti darò il filo per tessere il tappeto.” L’uomo riprese la via e camminò per un altro po’ di strada e incontrò un pastore a cui disse tutto compreso quello che cercava. 

Il pastore gli disse: “Ho capito che hai bisogno di avere il pelo di capra per avere la conoscenza, ma a me che ne viene? Io ho bisogno di una capra per avere il pelo di capra. Portami la capra e io ti aiuterò.” Al povero viaggiatore non restò altro da fare che mettersi alla ricerca di un mercante di capre per farsi dare una capra. Finalmente trovò il mercante e gli spiegò le sue necessità, ma l’altro rispose: “E io che ne posso capire di queste cose strane? Tutto quello che so è che tutti si preoccupano solo delle loro necessità personali. Se dobbiamo metterci tutti in fila, allora parliamo anche di quello che serve a me. Se tu mi puoi aiutare, allora torniamo a parlare di capre e tu potrai tornare a pensare alla conoscenza.” 

L’uomo che cercava la conoscenza chiese: “Quali sono i tuoi bisogni?” Il mercante di capre rispose: “Ho bisogno di avere un recinto per le mie capre. Con il recinto sarò tranquillo e potrò evitare che mentre dormo, la notte, le capre si perdano per la campagna. Trovami qualcuno che possa costruire il recinto e io ti darò una o due capre.” Così il ricercatore andò alla ricerca di chi potesse costruire il recinto per le capre, e arrivò alla bottega di un giovane falegname a cui chiese se sapeva costruirlo, dopo avergli spiegato a cosa serviva il recinto. 

Il falegname gli rispose: “Si, potrei costruire il recinto ma - per il resto - potevi  risparmiare il fiato perché i tappeti, i Sufi e la conoscenza sono argomenti che non mi interessano. Ma anche io ho un desiderio e ti sarebbe opportuno aiutarmi, altrimenti non vedo un solo motivo valido per cui dovrei aiutarti.” Dopo queste parole, l’uomo che cercava la conoscenza, chiese: “E quale sarebbe il tuo desiderio?” Il falegname disse: “Vorrei tanto sposarmi ma non trovo nessuna donna che voglia maritarsi con un falegname. Se mi aiuti a trovare la sposa dei miei sogni, io ti aiuterò. Ma prima trovami la sposa e poi risolveremo anche il tuo problema.”

Questa volta la ricerca sembrava diventare sempre più difficile perciò l’uomo che cercava la conoscenza faticò un po’ prima di trovare una donna che gli disse: “Io conosco una giovane che vuole sposare un falegname che può assomigliare al giovane che mi hai appena descritto. La fanciulla ha voglia di sposare proprio uno come lui, e io so dove trovarla. È un vero miracolo che il marito dei suoi sogni esista e che tu mi abbia parlato di questo uomo. Ma io cosa ci guadagno da questo? Ognuno ha bisogno di qualcosa e la gente crede che ci siano cose che devono ottenere assolutamente, ma ai miei bisogni chi ci pensa?”

L’uomo che cercava la conoscenza chiese: “Quali sarebbero i tuoi bisogni?” La donna rispose: “Voglio solo una cosa e la cerco da tutta la vita. Aiutami ad ottenerla e io ti darò tutto quello che desideri. La cosa che cerco - visto che per il resto non mi manca nulla - è… la conoscenza!” A quel dire, l’uomo protestò con calore: “Ma non si può avere la conoscenza senza ottenere il tappeto!” La donna rise e ribatté sarcasticamente: “Non so come sia fatta la conoscenza che cerchi tu, ma sono certa che quella che voglio io, non è un tappeto!” L’uomo protestò:“È sicuro che la conoscenza non è un tappeto, ma se avremo la sposa per il falegname otterremo il recinto per le capre, otterremo il pelo di capra per la filatrice e avremo il tappeto che devo portare al saggio Sufi per avere la conoscenza!” 

La donna restò perplessa per la strana spiegazione e scosse la testa: “Tutto questo discorso mi sembra una gran massa di idiozie senza senso. Per quanto mi riguarda, io non ci credo e non mi prenderò certo lo scomodo di aiutarti!” E malgrado tutte le proteste dell'uomo, la donna non lo ascoltò più e lo mise alla porta. Così l’uomo si ritrovò di nuovo in strada oppresso dalle difficoltà; sentiva la fatica di trattare con persone cocciute ed era molto stanco della confusione che tutti sembravano avere dentro. Tutto quello che vedeva lo faceva disperare sulla capacità di comprensione del genere umano. Si chiese come avrebbe usato la conoscenza, una volta che l’avesse ottenuta, e si chiedeva perché la gente pensava solo ai loro interessi.

Ma poi cominciò a concentrarsi sul tappeto e si mise a vagare senza meta come un vagabondo. Sperava di trovare qualche aiuto e, mentre camminava a caso parlottava tra sé e sé. Un mercante lo sentì e si avvicinò per sentire meglio perciò capì che diceva: “Ho bisogno di un tappeto per darlo all'uomo che può fare il nostro santo lavoro.” Il mercante capì che c’era qualcosa di speciale nello strano vagabondo che borbottava perciò gli disse: “Derviscio errante, io non capisco nulla di ciò che dici, ma ho un profondo rispetto per gli uomini che si sono inoltrati lungo la Via della Verità. Ti prego, aiutami se puoi farlo! So che i Sufi hanno funzioni speciali per la società in cui vivono, perciò ti prego di aiutarmi.”

Il vagabondo disse: “Come posso aiutarti? Io soffro e ho sofferto molto perciò so capire chi ha un problema, ma non sono pervenuto a nulla. Mi sembra evidente che hai un grave problema che ti opprime, ma non io posso aiutarti. Non posso comprare neppure il filo di capra necessario per filare un piccolo tappeto da preghiera. Ma tu dimmi pure cosa ti addolora e vedrò cosa potrò fare.” Il mercante disse: “O uomo fortunato, sappi che io ho una figlia che amo teneramente che è stata colpita da una malinconia incurabile. Ho provato con tutti i rimedi, ma non si è trovata nessuna cura. Ti prego di venire a vederla per dirmi se riesci a guarirla.”

Quel povero padre era disperato perciò l'uomo che cercava la conoscenza non ebbe coraggio di deluderlo, e andò al capezzale della malata. Non appena la ragazza fu lasciata sola con il cercatore, gli disse: “Non so chi tu sia, ma sento che puoi aiutarmi. Vuoi sapere cosa mi opprime? Io soffro perché mi sono innamorata di un povero falegname che ho visto al mercato.“ La ragazza gli rivelò il nome del falegname a cui il cercatore della conoscenza aveva chiesto di fare il recinto per le capre. Allora il cercatore disse al mercante: “Tua figlia si è ammalata perché ama infelicemente un falegname. La povera fanciulla teme che tu non voglia dare il tuo consenso. Io conosco il giovane e so che è un uomo degno di sposarla.”

Il mercante fuori di sé per la gioia accettò il matrimonio e anche il falegname fu felice di sposare la fanciulla dei suoi sogni perciò il loro matrimonio si celebrò nella massima felicità di amici e famiglie. E fu così che il falegname fece il recinto per le capre, che il pastore regalò alcune capre per ottenere il filo, che il cercatore ottenne il filo necessario per avere il tappeto, e quando ebbe il tappeto poté finalmente ritornare dal Sufi. Quando l'uomo che cercava la conoscenza arrivò con il tappeto, il Sufi gli disse: “Finalmente posso darti la conoscenza che mi chiedi. Te la concedo, perché non hai lavorato solo per te stesso ma anche per un altro.”

Buona erranza
Sharatan

domenica 10 gennaio 2016

Il re e il derviscio



C’era un sovrano che, un giorno, chiamò a corte un derviscio che dicevano essere un grande maestro e gli disse: “La Via dei Dervisci è ricca di saggi e di grandi maestri che formano una catena di saggezza che risale indietro, nel tempo, ai primi momenti in cui l’uomo è comparso sulla terra. Questa catena di saggezza ha sempre tenuto accesa la Luce del principio dinamico dei veri valori davanti al quale anche il più grande sovrano della terra non sembra altro che misera polvere.” Il derviscio ammise laconico: “Ciò che dite è certamente vero.”

Il sovrano continuò: “Come vedi sono abbastanza illuminato per capire il vero senso di ciò che ti dico. Sono molto desideroso di conoscere e sono molto impaziente di conoscere la verità che puoi offrirmi. Dunque, insegnami!” Il derviscio gli chiese: “Mi stai forse dando un ordine oppure mi sta facendo una semplice richiesta?” Il re rispose: “Vedi la cosa come credi meglio, perché se lo credi un ordine e mi insegni, io imparerò. Ma io imparerò anche se mi insegni perché credi che ti abbia fatto una richiesta a cui non conviene disobbedire.”

Dopo aver detto questo, il re aspettò che il derviscio rispondesse. Ma l'uomo tacque per qualche minuto poi uscì dalla sua contemplazione e disse: “Dovete aspettare il ‘momento di trasmissione’ e poi potrete imparare.” Il sovrano fu stupito della strana risposta, ma aveva un forte desiderio di sapere perciò sentiva di avere il diritto di ottenere ciò che desiderava. Valutò che poteva aspettare per avere quel sapere, anche se quelle pratiche gli fossero costate molta pazienza.

Ma il re non ebbe il tempo di chiedere nulla perché il derviscio era andato via. Da quel momento il derviscio si recò a corte ogni giorno e si affiancò al re nel disbrigo delle attività di governo. Il re sbrigava gli affari di stato perché il regno affrontava momenti felici e momenti più problematici ma tutto andava come era sempre andato cioè con alti e bassi. I suoi consiglieri facevano la loro parte e gli davano consigli, perciò la ruota del destino girava come era sempre girata.

Così passarono dei mesi e il re era curioso di capire che cosa stava aspettando il derviscio. Il re osservava la sua figura avvolta nel misero mantello rattoppato e lo vedeva spiccare nel gruppo dei suoi consiglieri, e si chiedeva: “Che strano uomo, non ha più alluso alla conversazione che avemmo all’inizio. Non mi parla mai dell’insegnamento che gli ho chiesto, ma partecipa a tutte le attività della corte: parla, ride e mangia con me e mi osserva in tutto quello che faccio. Tranne quando dormo oppure quando dorme lui, stiamo sempre insieme. Cosa vuole? Quale segno si aspetta?”

Ma per quanto ci riflettesse, il re non riusciva a capire il derviscio. Poi venne il momento in cui l’onda dell’invisibile diventò possibile, infatti ci fu una conversazione a corte e qualcuno disse che Daud di Sahil era certamente il più grande cantante del mondo. Il re che non si era mai interessato di quel genere di intrattenimenti ascoltò con interesse quello che dicevano. Sentì un grande desiderio di ascoltare quella meraviglia e ordinò: “Che lo si conduca a corte! Lo voglio ascoltare.”

Il maestro di cerimonie fu inviato a casa del cantante per invitarlo a corte, ma Daud gli disse: “Vedo che il re non è un esperto di canto. Se vuole vedermi posso venire a corte, ma se vuole ascoltarmi deve aspettare che io abbia l’umore giusto per cantare.” Al maestro di cerimonie non restò che tornare a riferire al sovrano il diniego che aveva ricevuto. Il re si infuriò, ma era combattuto e si sentiva diviso tra l’ira e la curiosità perciò disse:

“Non esiste qualcuno che possa convincere quest’uomo a farmi ascoltare il suo canto? Perché non posso ascoltare il suo canto quando ho voglia di ascoltarlo io e devo invece aspettare che lui abbia voglia di cantare?” Come a rispondere a quel dire, il derviscio si fece avanti e disse al re: “O pavone del nostro tempo, vuoi venire ad ascoltare il grande cantante? Andiamo insieme ad ascoltarlo.”

A quelle parole imprudenti i cortigiani si diedero di gomito e risero malignamente di nascosto. Erano gelosi della posizione di privilegio di cui godeva il derviscio che era molto vicino al re. Pensarono che il derviscio avesse studiato un trucco per convincere Daud, l’Usignolo di Sahil, a cantare davanti al suo re. Se il piano del derviscio fosse riuscito, il maestro avrebbe avuto una ricca ricompensa e avrebbe ottenuto ancora più potere. Ma pensavano a tutto questo senza avere il coraggio di dire nulla apertamente, perché temevano di essere coinvolti nel suo fallimento.

Il re accettò di seguire il derviscio e ordinò che fosse portato un abito misero per nascondere la sua identità. Dopo averlo indossato, il re travestito lo seguì per la strada, finché giunsero alla casa del grande cantante. Quando bussarono alla sua porta, fu lo stesso Daud che rispose e disse adirato: “Andatevene via! Oggi non sono dell’umore giusto per cantare, lasciatemi in pace!”

Ma il derviscio non aveva la minima intenzione di obbedirgli, infatti si mise seduto davanti alla sua porta e cominciò a cantare. Iniziò a cantare la canzone preferita da Daud, la canzone che egli amava maggiormente e che l’aveva reso famoso perché la cantava divinamente. E il derviscio intonò la melodia e la eseguì interamente. Il re non era un grande intenditore di musica, ma era commosso dalla musica. Il derviscio aveva una voce soave che lo rapì, ma il re non si accorse che il derviscio stonava volontariamente per suscitare nel cantante il desiderio di correggerlo.

Il re era estasiato e quando il canto tacque, implorò: “Ti prego, non smettere derviscio, canta! Cantala ancora, perché non ho mai sentito una musica più bella.” Ma mentre lo diceva, Daud iniziò a cantare e fino dalle prime note fu chiaro perché lo chiamavano l’Usignolo di Sahil. Fino dalle prime note, la voce di Daud stregò il derviscio e il sovrano che furono impietriti e rapiti dalla voce che eseguiva la canzone con un’intonazione perfetta che il derviscio aveva voluto stonare di proposito.

Quando l'uomo finì di cantare, il re si fece riconoscere e gli fece un regalo sontuoso degno di un re. Poi il sovrano disse al derviscio: “Tu sei un uomo di enorme saggezza. Lo comprendo solo dopo avere visto il modo con cui hai convinto l’Usignolo a cantare. Vorrei che tu restassi a corte come mio consigliere.” Il derviscio gli rispose: “Vostra Maestà, voi potete ascoltare il canto che volete ascoltare solo se esistono le giuste condizioni per farlo. Potete ascoltare solo se esiste il cantante, solo se è presente chi vuole ascoltare, e se c’è chi fa da canale e consente al canto di sgorgare.

Quello che vale per un cantante vale anche per un sovrano, perciò vale anche per i dervisci e per i loro allievi. Ora Vostra Maestà è pronta per imparare.” Questa storia mette in evidenza una teoria che è conforme agli insegnamenti dei maestri sufi. Essi affermano che si può avere la possibilità di perseguire l’insegnamento ma solo se si esistono tutte e tre le condizioni che sono necessarie per conseguirlo, cioè se esiste il tempo, il luogo e le persone giuste.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 17 ottobre 2013

L’ignoto benefattore



Un tempo viveva al Cairo un cordaio di nome Nurudin. Era un uomo semplice e povero che lavorava tutto il giorno nella sua bottega. Guadagnava poco ma si accontentava di quel nulla quindi mentre lavorava cantava allegramente. Un giorno come gli altri, mentre stava intrecciando le sue funi, due sconosciuti entrarono nella bottega. Mentre guardavano le sue ceste, uno dei due disse all'altro:

“Amico mio, tutti abbiamo un destino fissato. Questo è certo! Ma il destino non è inderogabile, perché il fato può essere reso favorevole. Guarda, ad esempio, questo povero cordaio la cui vita è segnata dalla misera nascita. La sua sorte sembra indicare una morte misera come la sua povera vita. Ma se un caso fortunato gli offre una borsa d'oro? Non credi che la sua vita avrebbe un corso migliore?”

Nurudin, che aveva sentito tutto il discorso, sorrise timidamente e chiese: “Scusatemi signore, ma ho sentito tutto. Sono tutte belle parole le vostre, ma non è possibile che questo mi accada. Come potrei trovare un sacchetto di monete d’oro? Come potrebbe entrare nella mia bottega un tesoro così? La verità è che i soldi attirano i soldi, perciò il povero resta sempre misero per questo motivo.”

Lo sconosciuto rispose: “Sei fortunato, perché la sorte è stata generosa con me che ho un'enorme ricchezza. Se il problema è solo il sacchetto d’oro, io posso rimediare! Di solito faccio la carità e aiuto nei limiti di ciò che posso, perciò oggi ti aiuterò. Ora mi vuoi dire cosa faresti per vivere felice?”

Nurudin pensò di vivere un sogno e aveva le mani sudate e la gola secca, ma trovò la voce per dire: “Signore, se avessi una borsa d’oro mi farei costruire una bottega luminosa. Farei una bella casa nuova con una bella bottega in cui assumerei due aiutanti per aumentare la mia attività e vivere in modo più agiato.”

A ciò, lo sconosciuto prese la borsa che aveva alla cintura e gliela consegnò: “La cifra è sufficiente per fare quello che dici?” Il cordaio sbirciò la borsa e disse: “Illustrissimo, la cifra può realizzare tutti i miei sogni. Che il Cielo vi benedica e vi protegga! Grazie, mille volte grazie! Che siate benedetto per sempre!”

Dopo le benedizioni di Nurudin, i due uscirono dalla bottega lasciandolo stupefatto con l'oro. In verità, Nurudin era ancora incredulo di quello che aveva vissuto. Poi si riscosse e guardò allarmato per vedere se qualche ladro avesse visto o sentito. La zona era piena di ladri, perciò doveva trovare un posto sicuro per nascondere l’oro.

Mentre si guardava intorno vide il vaso della farina, e decise di nascondere lì dentro la borsa dell'oro. Poi pensò di andare al caffè per bere in onore al Dio del Caso e alla salute del suo benefattore. Sembrava che il destino fosse girato a favore e che l'avvenire fosse pieno di gioia e felicità. Mentre chiudeva la bottega pensò che finalmente aveva in pugno la buona sorte.

Quando rincasò era tardi e sua moglie Yashmina dormiva, perciò Nurudin si sdraiò al suo fianco ma fu insonne fino all’alba. Si addormentò tardi e si svegliò tardi. Si alzò di scatto e corse nella bottega dove lanciò un urlo di orrore. Il vaso di farina era scomparso, perciò urlando chiamò: “Yashmina!” Quando lei accorse le chiese: “Dov’è il vaso di farina? Era qui, dov'è finito?”

La moglie rispose: “Non mi serviva a nulla. È tanto che non lo usiamo, perciò quando la moglie del barbiere mi ha dato un po' di henné gliel’ho regalato perché non avevo altro per pagarla. Ma tu, marito mio, perché sei così pallido?” Nurudin vacillò e rispose: “Donna, sono un uomo morto! Sono disperato!” Le raccontò tutto e disse dell’oro nascosto nel vaso.

Yashmina, un attimo dopo, era già diretta verso la casa del barbiere, ma lungo la strada incontrò la moglie che tornava dal mercato. Le fece cenno di fermarsi e farfugliò qualcosa sul vaso. La donna la interruppe: “Rivuoi il tuo vaso? Te lo darei volentieri, ma stamattina l'ho venduto al rigattiere. Se hai problemi di soldi, ti do 4 soldi. Il suo valore non era maggiore!”

Nurudin la vide tornare senza il vaso e si sentì morire. Ma la vita andò avanti e passarono i mesi, finché il suo benefattore tornò nella bottega. Come la volta prima era assieme all'amico silenzioso e fedele. Entrambi si guardarono intorno, ma non videro nulla di nuovo. La bottega era sempre malandata, la porta era tarlata, le mensole erano vecchie e la piccola finestra illuminava le pareti ingiallite.

Nurudin si affrettò a spiegare: “ E’ avvenuto un fatto terribile!” Al racconto delle sue disgrazie, lo sconosciuto sorrise: “Se il problema è un sacchetto di monete, eccone un altro. Spero che stavolta vada meglio.” Nurudin gli disse: “Non posso accettare tanta generosità. Non potrei restituire questo denaro. Non potrò mai ripagarvi e io non sono uno sciocco, sono un uomo povero ma onesto.”

Lo sconosciuto rispose: “Amico, io non ti chiedo nulla. Prendi ciò che ti dono, fanne buon uso e mi renderai felice.” Nurudin voleva ringraziare ma i due erano già usciti. Quando Yashmina li vide partire andò dal marito che gli mostrò l'oro, e si abbracciarono muti per la felicità. Ma Nurudin aveva nuovamente il problema di tenere al sicuro il suo oro, perciò Yashmina gli consigliò di nasconderlo nel turbante:

“Così sarai più tranquillo! Il turbante lo togli solo per dormire. Puoi tenere l'oro sempre a portata di mano e nessuno ne saprà nulla.” Il marito la giudicò un’ottima idea, ma passò il giorno a tastarsi il turbante. Ogni tanto si palpava il cranio e poi tornava a intrecciare. A sera, si tolse il turbante e lo nascose sotto il letto. Chiuse la porta, sprangò la finestra e si addormentò tranquillo con Yashmina.

A mezzanotte dormivano già della grossa, altrimenti avrebbero sentito lo scricchiolio del pavimento. Era l’ora in cui il topo del pavimento usciva dalla sua tana per cercare il cibo per la sua nidiata. Quando vide l'intreccio del turbante odoroso di sudore umano, il topo pensò che era un bel giaciglio per l'inverno.

Il topo prese il turbante, e tirando con unghie e denti lo riuscì a trascinare nella sua tana insieme alle monete che vi erano nascoste. Il giorno dopo, Nurudin si stirò per benino e poi tastò sotto il letto, ma si rialzò pallido come un morto. Guardò, cercò per tutta casa pensando di essere vittima di un’allucinazione. Pensò che era lo zimbello di un demone malvagio e la disgrazia gli fece quasi perdere il sonno.

Quando gli uomini misteriosi vennero a vedere come aveva usato la sua ricchezza, Nurudin raccontò tutto. Lo sconosciuto disse: “Per due volte hai perso un tesoro. La seconda volta è stata di troppo, perciò l’Altissimo ti mostra che devi restare povero. Dio ti ama perché ama tutti, ma ha deciso che non devi cambiare vita. La cosa è chiara, addio cordaio!” E se ne uscì, ma il compagno che era stato in silenzio disse: “Non voglio andar via senza lasciarti nulla. Io non sono ricco, anzi non ho nulla. Ti lascio solo un porta fortuna!” e gli consegnò una piccola sfera di piombo.

Nurudin rimase ipnotizzato con la pallina in mano, poi la mise sulla mensola sbilenca e tornò a intrecciare le corde. Era venuta la notte quando bussarono alla porta e Nurudin aprì alla vicina, la moglie del pescatore, che chiese: “Per caso non avete qualcosa per zavorrare la rete? Mio marito stanotte va a pescare, ma cerca un peso per fissare la rete. Non avete qualcosa che sia utile?” Lui disse: “Un cliente mi ha regalato una pallina di piombo. Aspetta che vado a prenderla.” Gliela regalò, si augurarono la buonanotte e Nurudin ciabattò verso il suo letto.

Il giorno dopo, la moglie del pescatore ritornò con un pesce e glielo diede: “Il pesce te lo manda mio marito. Dice che il tuo piombo gli porta fortuna. Ha fatto una bella pesca e vuole goderne con te!” Nurudin disse: “Vicina, mille grazie! Tuo marito è una brava persona, devi ringraziarlo a mio nome.” Poi portò dalla moglie il pesce da cucinare, Yashmina prese il tagliere e iniziò a togliere le viscere al pesce.

Mentre la donna lo ripuliva, dalle interiora del pesce uscì una pietra. La donna la mise da parte, e mentre con Nurudin si godevano il buon pasto videro una luce. La lampada era spenta, ma la stanza splendeva, perciò il cordaio chiese alla donna: “Moglie mia, tu capisci da dove viene la luce?” Yashmina rispose: “Non è difficile. E' la pietra che ho trovato nel pesce, guarda come riflette il sole.” Quando guardarono la pietra, i loro volti furono illuminati dal suo splendore.

L’indomani venne una ricca cliente piena di gioielli, e chiese di comprare dei cesti. Ma poi vide la pietra e chiese: “Dove l’hai trovata? Me la vendi? Mi piacciono i suoi riflessi.” Nurudin disse che veniva dal ventre del pesce, ma non poteva venderla. La donna insistette dicendo che l’avrebbe pagata 100 monete d’oro. Davanti alle esitazioni dell'uomo, lei rilanciò offrendo 500 monete. Nurudin farfugliò, ma lei tirò fuori una borsa con 1000 monete d’oro come ultima offerta. Così il cordaio gli vendette la pietra, ma le chiese: “Vale davvero tanto?”

La donna ridendo rispose: “Vale molto di più di questo. E’ una pietra di valore incalcolabile degna del tesoro del re Salomone. E forse è proprio una di quelle che ornavano la sua corona. Chi possiede questa pietra è molto ricco!” Nurudin, dopo che la donna fu uscita con la pietra, si mise a riflettere sulla sua ricchezza. Per prima cosa, il giorno dopo, fece iniziare i lavori per costruire la nuova bottega. Mentre si faceva la demolizione della vecchia casa fu trovato il suo vecchio turbante.

Quando il cordaio lo prese, nelle sue pieghe trovò la borsa con l’oro che aveva perduto. Mentre si riprendeva dallo stupore gioioso che aveva, si presentò un robivecchi a vendere le sue merci. Mentre l’uomo chiedeva se voleva qualcosa, il cordaio vide un vecchio vaso che riconobbe essere il vaso che Yashmina aveva regalato alla moglie del barbiere in cambio dell’henné. Nurudin frugò sotto la farina ammuffita e ritrovò la borsa che aveva nascosto. L’oro era rimasto nel vaso, perciò Nurudin esclamò: “Adesso mi ritorna indietro tutto!”

Il robivecchi gli chiese: “A chi dici, buon uomo?” Nurudin disse: “Amico, molto tempo fa uno sconosciuto mi aiutò. L’aiuto ritorna proprio quando non ne ho più bisogno. Voglio che tu prenda l’oro così che un po’ di gioia ne venga anche a te.” Il robivecchi esclamò felice: “Grazie amico mio! Queste sono le parole che mi piace sentire.”

Nurudin lo guardò meglio, perché la sua voce lo aveva colpito infatti riconobbe il suo benefattore. Un nodo di commozione gli strinse la gola e con gli occhi lucidi chiese: “Ma tu chi sei?” L'altro rispose: “Chi sono non ha importanza. Ciò che importa è chi sei tu. Tu sei un uomo degno. Non sei avido e dividi la tua fortuna con gli altri, perciò la tua felicità rende felice anche me.” Dopo quelle parole misteriose, lo sconosciuto scomparve e Nurudin non lo rivide mai più.

Buona erranza
Sharatan

martedì 8 ottobre 2013

La luna



Nel firmamento è apparsa una Luna
è scesa dal cielo e mi ha rivolto lo sguardo.

Come il falco che strappa via l'uccello che gli è preda
mi rapì quella Luna e corse di nuovo nel cielo.

E quando a me stesso guardai, più me stesso non vidi;
perché, in quella Luna, il mio Corpo per grazia sottile
s'era fatto anima pura!

E quando viaggiai dentro l'anima, non vidi che Luna
finché mi fu svelato tutto il mistero della manifestazione!

I nove cerchi del cielo s'erano immersi in quella luna,
e la barca dell'essere mio s'era tutta, in quel mare, nascosta.

Si franse d'onde quel mare, e tornò la Ragione
e lanciò il suo grido: così fu, così avvenne.

Spumeggiò quel mare; e da ogni frammento di quella schiuma
di qualcuno venne un disegno, venne di qualcosa un corpo,

e ogni frammento di schiuma corporea che si mostrò da quel mare
poi subito si fuse, e in quel mare entrò di nuovo;

ma senza l'aiuto del Signore, del Sole divino di Tabriz,
non si può vedere la luna, non si può essere il mare.

(Maulānā Gialāl al-Dīn Rūmī)

martedì 13 agosto 2013

Della materia dei sogni



“Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni;
e nello spazio e nel tempo d'un sogno
è racchiusa la nostra breve vita.”
(William Shakespeare – La tempesta)

Ogni uomo è chiamato a crescere per andare verso il suo angelo, perciò ognuno deve operare con l’alchimia spirituale per evolvere. La trasmutazione ideale è quella che inizia nella materia in cui lo spirito giace avvinto dalla carne, per ascendere fino alla natura perfetta del Signore ossia del Sé. L'elevazione era indicata dal monito:“Conosci te stesso!” perché il monito invitava anche a cercare la conoscenza dell’universo e degli dei che lo popolano.

L’alchimia spirituale a cui si indirizzava comporta la conquista di una progressiva intuizione, di una capacità di penetrazione nelle cose che avviene solo con una vista interiore. Lo sguardo interiore vede oltre lo strato grezzo delle materie. Solo così si può vedere la trama di forze che la intessono, poiché uno sguardo profondo può superare le apparenze formali per vedere il lato nascosto dei fenomeni.

L’alchimista lavora sulla sua materia grezza e, con una serie di operazioni, può affinare un livello grossolano e rendendolo sottile. Mentre si opera sulla trasformazione si devono integrare le nuove sostanze alle parti più dense che abbiamo. L’alchimista riconduce la molteplicità, all'unità che è nascosta nella materia. Attraverso la trasformazione dei “metalli” si attua una trasformazione intima dell’essere, e il suo mutamento si riflette sulla qualità delle sue azioni.

La trasformazione dei metalli trasforma l’anima e la mutazione, a sua volta, agisce sulle cause formatrici e sui poteri che ci hanno strutturato. Tutto il processo alchemico è un lavoro compiuto sul lato invisibile della nostra formazione. L’operatore viene interamente mutato dalle operazioni, e la conoscenza spirituale acquisita, aiuta a sviluppare un intelletto che supera il sapere logico e analitico comune.

Egli ottiene una conoscenza che trasforma tutti i metalli. L’alchimista struttura una conformazione interiore che gli consente di agire sui regni minerali, vegetali e animali e gli permette di ottenere molte altre trasformazioni. I mistici islamici dicono che l’uomo vive in tre mondi, infatti usa i sensi, l’immaginazione e l’intelletto per conoscerli. Questa conformazione viene mostrata dalla nostra partizione di corpo, anima e spirito.

Perciò è necessario compiere uno sviluppo simultaneo di queste facoltà, infatti uno sviluppo armonioso porta – di grado in grado – dal grezzo al sottile. Regolando e armonizzando tutte le sostanze si può offrire un corpo a ciò che è sottile, così come si rendono sottili i grossolani: così riesce ad agire l’alchimia spirituale.

La facoltà immaginativa è una funzione essenziale dell’anima, perché corrisponde alla capacità di vedere l’influsso delle forze spirituali. Questo tipo di immaginazione non corrisponde all'immaginazione passiva delle fantasie che creano mondi immaginari e sviluppano idee adatte a menti che amano sognare.

Sia i teosofi che i sufi dicono che tra il mondo sensibile e quello intelligibile esiste una terza dimensione costituita dal mondo immaginale. Questa realtà non è fatta di materia materiale, ma è fatta di materia sottile che possiede figura ed estensione, mentre i mondi intelligibili che trascendono la materia hanno sia una materia che una forma.

Gli esseri del mondo immaginale sono separati dalla materia, ma hanno l'estensione e la struttura della coscienza immaginativa che vi agisce, almeno secondo Henry Corbin. Ma le forme che assume la coscienza immaginativa esistono solo in quella coscienza, mentre invece il mondo immaginale esiste in modo oggettivo ed extra-mentale. Il mondo immaginale è un mondo immateriale che entra in contatto con il mondo non materiale dell’intelligenza.

Ma, poiché non possiede neppure una forma e una estensione ha dei rapporti con il mondo materiale e sensibile. Il mondo immaginale, nel suo rapporto con il livello sensibile, svolge una funzione ordinatrice. Infatti esso informa tutto il mondo sensibile offrendogli una trama ordinata che riesce a trasformare il caos in un cosmo.

Tutto quello che accade nel sensibile non è mai casuale o accidentale, perché tutto quello che accade ha un senso che viene rivelato soltanto se sappiamo vedere il mondo spirituale che è alla base di tutte le cose. Ad ogni realtà sensibile corrisponde una realtà invisibile che è dotata di principi e di leggi che sono diverse oppure opposte a quelle che vediamo nella realtà ordinaria.

Per questo, tutte le regole che vediamo nel mondo immaginale sembrano “improbabili” o “impossibili” rispetto a ciò che conosciamo. Quando l’operatore incontra questo regno che è privo di qualità e definizioni, la sua esperienza concreta deve far posto alla prova e alla capacità d’intuizione.

L'immaginazione attiva permette di entrare nel mondo spirituale, ma solo se lasciamo la logica usuale. Il mondo immaginale precede la realtà sensibile e imita la realtà intelligibile, perché come il mondo fisico ha forma ed estensione e come il mondo intelligibile è fatto di luce. È, nel contempo, un mondo fatto sia di materia immateriale che di materia sottile, cioè “dell’incorporale che è reso sottile.”

I mistici parlano di alchimia spirituale, perché l’operatore agisce nella realtà intermedia in cui gli spiriti prendono corpo, e i corpi diventano spirito. Questo universo è “barzakh” ossia è un inter-mondo, un confine, un limite e uno schermo. In esso agiscono delle immagini archetipe che non sono percepite dai sensi, ma sono viste con l’immaginazione attiva che è l’organo di percezione di questo terzo mondo.

Questa realtà non segue una logica classica, perché è un mondo di avvenimenti psico-spirituali fatti di visioni, di azioni e di influssi che lottare contro ogni logica formale consueta. Esso appare come un mondo irreale o illusorio se non sappiamo lasciare il banale dualismo materia-spirito che viene prodotta dall'incapacità di concepire l'esistenza di un mondo intermedio.

L’immaginazione attiva realizza la trasmutazione del grezzo mondo sensibile nella purezza del mondo sottile con una visione che opera tramite simboli da decifrare che mostrano la natura dell’anima che li produce e ne definisce la qualità. Mentre l’anima agisce, essa conosce il mondo, ma conosce anche il suo senso, e questo viene ad irradiare la sensibilità che si modifica sempre più a causa dell’influsso, perciò riesce a percepire il reale sotto un aspetto diverso.

L’anima non può trarre il suo senso dall’esterno, perché essa veicolando l’esterno agisce da mediatore del rapporto che proviene dal livello immaginale: è così che l’anima imprime il suo sigillo sulla materia. Quello che l’essere percepisce è ciò che l'anima sa decifrare e che trasformare in simboli quando sviluppa la percezione superiore dell’immaginazione attiva.

Chi riesce ad ascendere – di grado in grado – verso il mondo immaginale accede alla percezione che fa conoscere una superiore realtà, perciò trova una spiritualità profonda che lo colma di gioia indicibile. La ricerca dell’alchimista aspira a modificare la sua coscienza finché diventa un essere che sembra visionario, perché esso è entrato nel mondo immaginale.

L’opera alchemica implica che l’alchimista abbia una natura mistica che vuole la realizzazione, perciò avviene una crescente e progressiva sensibilizzazione che accede a regni spirituali sempre più elevati. Il mondo immaginale è detto “Terra di Hurqalya” ossia l’Ottavo Clima in cui si attuano tutte le trasfigurazioni. Gli studiosi della scuola Shaykhie, alla fine del secolo 18°, dissero che vedere questa terra celeste trasforma l’essere di fango in argilla mistica, e che la dinamizzazione causa la trasformazione angelica del mondo immaginale.

Questi pensatori credevano che “una stessa energia fatta di luce spirituale” fosse la struttura che sottintendeva sia la realtà materiale che quella spirituale. L’alchimia vuole conciliare la realtà di questi mondi opposti, perciò vuole ridurre lo distanza che separa il livello grezzo da quello sottile, perciò riesce a produrre un "misto" alchemico.

Gli spiriti sono esseri di luce allo stato fluido, mentre i corpi sono esseri di luce allo stato solidificato, perciò l’operazione alchemica crea un “solido liquido” capace di spiritualizzare i corpi e di “corporificare gli spiriti.” La coscienza possiede una natura meditativa che interiorizza le trasformazione che attua, perciò può creare il corpo angelico che è il frutto naturale e la suprema conciliazione delle due nature che possediamo.

La meditazione produce il fuoco dell’immaginazione attiva che è in grado di usare i simboli per comunicare, infatti la mente può modificare come vuole tutte le cose e gli eventi del mondo. I simboli servono per dinamizzare le nostre energie emozionali e le nostre capacità cognitive, perciò essi agiscono modificando i rapporti dell’anima e del corpo.

Con una serie di operazioni di sottilizzazione e di coagulazione espresse dal monito alchemico Solve et coagula, l’operatore depura la sua materia e soprattutto raffina la sua terra interna fino a trovare l’oro, cioè il corpo di Resurrezione e l’elisir che permette tutte le trasformazioni.

La mistica islamica, secondo Henry Corbin, considera la pratica meditativa come un “lavoro” del fedele che cerca di risalire con una serie di depurazioni, fino alla sorgente più sottile di se stesso. L’adepto conosce la fisiologia spirituale con cui ascendere ai mondi angelici, perciò usa una meditazione detta “ta’wil” che fa ricordare i fatti, i dati e gli eventi risalendo fino alla loro origine, perciò riconduce il molteplice al modello o archetipo da cui provengono.

Questa operazione usa uno stato di trance che permette di percepire i diversi livelli in cui le forze spirituali agiscono quando scendono dai mondi superiori al nostro: e tutto diventa comprensibile anche per la coscienza comune. Il “ta’wil” è il lavoro che aiuta ad attuare la simbolizzazione che concilia tutti i piani, e che riesce a concatenarli uno all’interno dell'altro.

Ogni piano inferiore mostra il senso del piano superiore di cui è simbolo, perché il livello superiore è il modello del livello inferiore. Ogni piano è governato dall'entità angelica che possiede le connotazioni specifiche di quel piano, perciò l’entità angelica diventa modello e "referente semantico" di quel piano.

Esistono diversi mondi sovrapposti gerarchicamente, perciò va scoperta questa profonda realtà spirituale in cui viviamo. Questo è possibile solo se dal livello grezzo ascendiamo ai mondi più raffinati e sottili. Il passaggio di livello diventa un percorso iniziatico che ha il potere di trasformare interamente la coscienza del “fedele” perché lo fa entrare in contatto con delle entità angeliche sempre più potenti. Anche la coscienza si modifica in proporzione alla crescente raffinatezza delle facoltà percettive.

Tutto questo lavoro fa salire e fa discendere la scala dei diversi livelli dell’essere, e fa sperimentare diversi livelli di coscienza: il senso della scala di Giacobbe non è altro che questo processo. Salendo ogni gradino si partecipa della luce della gerarchia che lo presiede, e venendo fortificati da queste energie scendiamo sempre più nel profondo e riprendiamo a salire, finché siamo in cima.

Per i sufi e i mistici islamici, quei gradini sono le differenti “stazioni” che un certo tipo di trance ci consente di sperimentare. I testi occidentali e Alberto Magno parlano di “immaginazione magica” come forma di immaginazione che permette alla magia, all’ermetismo e alla mistica di agire, ma anche questa forma di coscienza è una estasi e una forma di trance attiva.

Buona erranza
Sharatan