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martedì 12 gennaio 2010

Gli errori della nostra mente


Accade di poter confondere la via da seguire con le concezioni intellettuali, dimenticandoci ingenuamente che il vero messaggio della trasformazione è quello di avere il coraggio di affrontare la vita che viene indicata dalla Via, cioè di fare la pratica delle nostre concezioni. Se lo valutiamo attentamente, anche in noi stessi possiamo scoprire di avere fatto l’errore di confondere la pratica con la tecnica, mentre essa è la Via, perciò la Via è nell’azione.

Non sono certo le idee che abbiamo letto ad essere errate, mentre sono sbagliati gli atteggiamenti mentali con cui noi affrontiamo le idee, e quindi l’incapacità di seguire le pratiche. Siamo sempre occupati a discutere con una presuntuosa disinvoltura sulle cose da fare, sulle nostre “prove di spirituale illuminazione”, sulle corrette prediche e sulle altre amenità con cui ci impegniamo a delineare altri confini ed altre catene alla nostra anima.

Perciò anche leggere libri, ascoltare conferenze, cercare dei guru o delle iniziazioni, è perfettamente inutile se non diventiamo consapevoli della quantità di tempo che abbiamo vissuto come esseri inconsapevoli ed addormentati: siamo degli esseri addormentati a noi stessi e alle nostre consapevolezze più profonde. Questo livello d’ignoranza diventa rimediabile soltanto se sappiamo capire che la Sapienza è la conoscenza delle varie prospettive, mentre la Saggezza è la consapevolezza di ciò che ci serve veramente: nel gioco della vita spesso si rovesciano i ruoli del Sapiente e del Saggio, e su questo punto è necessario avere occhio di lince e mente di volpe.

Se la conoscenza di noi stessi si basa su sterili pre-concezioni, come possiamo percorrere la Via se non vediamo neppure che ci stiamo sopra? Non solo siamo sulla Via sbagliata, ma abbiamo anche il passo impantanato dal fango dei nostri schemi di presunzione perciò, nel conoscere noi stessi, scappiamo terrorizzati e ci rifiutiamo di vedere la terribili realtà di una vita trascinata diventando il simulacro di noi stessi: il simulacro di ciò che pensiamo di essere e non di ciò che siamo veramente.

E’ normale che alla pratica spirituale si possa approdare quando la nostra vita viene trascinata da reazioni emotive esagerate, da concezioni sbagliate e dalla nostra accorta auto-somministrazione di storie fittizie con cui siamo stati allevati fin dalla nascita. Queste concezioni, instillate con il seme familiare, diventano le radici con cui continuiamo a vivere gli errori della nostra mente, perché sono le nostre più intime memorie cellulari, sono i semi delle nostre radici.

Sono gli schemi abituali con cui mettiamo in azione la nostra vita, quelli che ci impegnano in strategie ridicole che dovrebbero difenderci dal dolore e che, invece, lo moltiplicano. Crediamo di poter gestire con questa scorta di presunzioni la condizione penosa dell’incertezza esistenziale e del senso della Vita. Come se le illusioni potessero avere il passo e la precedenza sulla nostra vera Realtà e sulla nostra più profonda Essenza!

Qualsiasi sia la causa che possiamo scegliere, e ognuno la potrà percorrere con la più assoluta coerenza, resta sempre assolutamente sbagliato il principio di voler controllare il mondo, e di offrirsi alla chiusura offerta da un’illusoria sicurezza. Ben presto saremmo soffocati ed uccisi dal senso d’insoddisfazione causato dal falso vivere: avvelenati da un surrogato di vita.

Se siamo fortunati di poterlo fare, allora dobbiamo benedire tutto ciò che ci offre l’opportunità di comprendere il punto letale in cui ci siamo impantanati, allora possiamo riuscire a sbloccare quello che ci lega al surrogato della vita, cioè all’illusione del nostro essere. Perciò, togliere l’illusione significa arrendersi al significato dell’Essenza, e quindi rimettere in discussione dei presupposti basilari illusori, su cui restiamo arroccati anche per una vita.

Questo è il processo più doloroso, fatto di verità terribili che fanno bene, e che vanno digerite come fossero medicine che ci fanno guarire dalla condizione umana errata, cioè dalla mancanza di consapevolezza della nostra vera natura. L’onestà con cui sappiamo rispondere a questa domanda su chi siamo e cosa vogliamo, sul senso del nostro vivere, tutto questo fa la differenza tra l’errare nel dormiveglia angoscioso, per la mancanza di coraggio, e il coraggio di scoprire la vera Via da percorrere.

Conoscere il nostro vero volto ci offre l’enorme sofferenza di comprendere come gli altri ci vedono, ci offre l’immagine del volto di ciò che siamo stati, e di ciò che cerchiamo di cambiare. Sul cambiamento del nostro essere ognuno deve essere nocchiere, capitano e marinaio, perché nessuno è superiore a tutto questo e nessuno è esentato dalla responsabilità di programmare il proprio risveglio. Tutti conoscono delle crudeli strategie che usano per combattere la lotta che offre la morte nel corso della vita: abbandonare la crudeltà verso noi stessi è il vero libero arbitrio, e lo facciamo solo programmando il nostro risveglio.

Non credo che possiamo correggerci o emendarci dal concetto di imperfezione, sebbene la tentazione possa venire, mentre è necessario comprenderci e lavorare per accreditare a noi stessi la nostra stessa natura, ma dobbiamo convincercene intimamente: nessuno può correggere né modificare il proprio Essere o quello degli altri, perché nessuno di noi è un meccanismo difettoso. Siamo solo strutture spirituali che devono risvegliarsi alla pratica della nostra stessa natura, per assaporarne la vastità, anche se l’interno di noi contiene sempre luci ed ombre.

Nel guardare queste false consapevolezze di pensiero e di strategie dobbiamo accettare anche il dolore emotivo che emerge, e che è la causa della loro origine: il dolore profondo che viene dalle memorie cellulari della nostra illusoria Essenza. Dobbiamo partire da questo punto per rigettare i pensieri surrogati e per poterci aprire alla vera vita, che consiste nel saper fare esperienza della nostra vera Essenza.

Sul percorso degli altri credo che sia evidente che nessuno può cambiare sé stesso senza il suo esplicito consenso quindi, a maggior ragione, non si deve presumere di ricattare e/o forzare le altrui aperture o scelte spirituali a nessun costo. D’altro conto come possiamo confutare le scelte altrui se la confusione sulla nostra vita è tale che ci affacciamo alla finestra per chiede un maggiore silenzio, senza saper capire che la confusione non viene da fuori, ma che è dentro?

Buona erranza
Sharatan

giovedì 5 febbraio 2009

La teoria del Karma Dinamico



Considerato che amo gli approcci diversi e originali, ho trovato un’utile punto di vista con cui si potrebbe rivedere il concetto di karma. Secondo la legge del karma, se nasciamo in una categoria di intoccabili, tale condizione va accettata perché conseguenza di errati comportamenti passati, cioè dei nostri debiti karmici. Da tale condizione, in seguito, si potrà venire ricompensati con una futura vita legata ad una casta di maggiore prestigio, in virtù dell’acquisizione di meriti o crediti karmici. Io credo che questa interpretazione sia fortemente limitativa e anche profondamente punitiva, perché lavorando così sul concetto di karma, si rischia di avere un approccio miope e riduttivo.

Un primo punto di vista errato, nell’approccio suddetto, è costituito dall'eccessiva importanza che viene attribuita ai comportamenti personali a scapito di quelli spirituali, trascurando così le potenzialità evolutive offerte dall’incarnazione nel veicolo corporeo, e togliendo così ogni valore alla grande lezione evolutiva costituita dal felice scioglimento dei nodi karmici. Una seconda prospettiva errata, è contenuta nel pensare all’aspetto karmico, come ad un fattore statico e non come un elemento dinamico dell'esistenza.

Secondo Erich Fromm, la vita è un concetto dialettico, quindi dinamico e non statico. Ciò significa che egli nega il dato inamovibile dell’esistente, in favore di un nuovo passo nello sviluppo che mira alla crescita. Fromm avverte che, quando le forze tendenti alla crescita si rovesciano, esse si indirizzano al decadimento e alla distruzione: appunto perchè la vita è un processo dinamico, essa è anche un sistema aperto. Tale teoria non è affatto estranea al pensiero orientale, infatti la ritroviamo nel filosofo bengalese Prabhat Ranjan Sarkar.

La teoria, del Prama o dell'Equilibrio Dinamico, proposta da Prabhat Ranjan Sarkar, si basa su due importanti idee: la prima, in base a cui in natura esistono tre tipi differenti di forze, descrivibili rispettivamente come energia statica, energia mutativa e energia senziente; la seconda è che l'esistenza umana, sia a livello individuale che sociale, è composta dal piano fisico, mentale e spirituale. Alcuni caratteri delle tre forze sono così identificabili: forza statica con grossolanità, rudezza e staticità; forza mutativa con dinamicità; forza senziente con spiritualità, trascendenza, razionalità.

Sarkar afferma: “Il dinamismo però è tuttora in realtà la prima e l'ultima parola dell'esistenza umana. Colui che ha perduto il suo dinamismo è proprio come una pozza stagnante. In assenza di movimento uno stagno è inevitabilmente invaso dalle erbacce e diventa un pericolo per la salute. Meglio riempire di terra questo tipo di stagno. Molti filosofi del passato hanno reso questo tipo di cattivo servizio all'umanità. Alla fine hanno soltanto gettato l'umanità nelle paludi del dogmatismo, terreno fertile per innumerevoli zanzare. Essi non hanno contribuito neppure al benessere di un singolo essere umano ... Quindi il vero dovere degli esseri umani è di avere continuamente un avanzamento soggettivo; cioè essi avanzeranno psicospiritualmente verso la Coscienza Suprema, ispirati da ideali neoumanistici e contemporaneamente dovranno sforzarsi per la diffusione dei principi umanistici e stabilire così una struttura sociale basata sull'universalismo. Altrimenti i loro ritmi psicospirituali interiori non riusciranno a bene adattarsi a sentimenti ristretti come il geosentimento e ciò avrà un effetto disastroso sulla società.”

Nulla ci fa sospettare che la legge spirituale del karma possa sfuggire a tale regola, per cui potremmo cambiare il nostro punto di vista e credere che sia possibile pensare al karma come una dinamica che si spinge all’azione e alla evoluzione e non come un peso che zavorra e limita la nostra vita. Vediamo come creare questo approccio più positivo e dinamico.

Ipotizziamo che una persona possa sapere che una sua lezione karmica sia collegata con la dinamica dell’amore. Se ragioniamo alla maniera consueta, vedendo il karma come un fattore limitante e fatale, è come se usassimo un foglio di carta su cui andiamo ad ascrivere questo elemento sulla colonna del credito o su quella del debito.

Ipotizziamo che il sentirsi in credito possa significare che si crede di dovere donare quel sentimento a qualcuno ed il sentirsi in debito possa significare che noi pensiamo di dovere ricevere quel sentimento da parte degli altri: detto questo, abbiamo forse operato un’opera di consapevolezza, ma senza farla seguire da alcun tipo di azione positiva, abbiamo così una consapevolezza sterile.

Facendo questo - e noi lo facciamo quando pensiamo al karma nella maniera vecchia, alla maniera tradizionale - non facciamo altro che caricare un nostro debito o credito (vero o presunto) su una colonna, ma non usiamo il valore dinamico ed evolutivo della lezione karmica.
Potremmo invece pensare ad una dinamica karmica legata ad un fattore evolutivo, come affermano sia Erich Fromm che Prabhat Ranjan Sarkar. Potremmo invece fare un lavoro evolutivo sulla dinamica karmica, smettendo di pensare che il karma sia un fattore subito o dovuto dalla vita, ma pensando invece che il karma sia un fattore dinamico, sia un nodo esistenziale da sciogliere ed un fattore da riequilibrare.

Per tornare all’esempio del nodo karmico dell’amore, non vedendo il carico karmico come un fattore unilaterale, unico e quindi statico, ma vedendolo come compito dinamico, operiamo sicuramente una migliore evoluzione.
Potremo allora smettere di credere che l’amore sia un fatto di debiti/crediti con la vita, ma permetterci di vivere questo sentimento, in modo pieno e gioioso. Se sappiamo viverlo pienamente e se sappiamo pensarlo come un fattore da approfondire e da riequilibrare, allora finiranno le dinamiche negative dei nostri rapporti amorosi.

Se smettiamo di pensare che la vita sia una lotta in cui il karma segna vittorie o sconfitte, date ed attribuite senza speranza o redenzione, potremo anche smettere di fare dell’amore un fattore con cui andiamo a rivendicare i debiti e i crediti riguardo al nostro Karma.

Possiamo allora smettere di chiedere vendette e risarcimenti amorosi a tutti coloro che incontriamo sulla nostra strada, senza guardare se essi siano responsabili o meno del nostro dare/avere riguardo alla vita. Possiamo anche smettere di fare vendetta su tutti coloro che incrociano la nostra strada, colpevoli solo di avere incontrato un cane rabbioso in un giorno di digiuno, ma del tutto innocenti delle nostre vendette o rivalse karmiche.

Pensandola in modo nuovo, faremo un lavoro molto più profondo, perché inizieremo a lavorare sui sentimenti che il nodo karmico suscita in noi, lavoreremo per trasformare il nostro livello di consapevolezza cosciente, lavoreremo sui nostri veri sentimenti, su quello che è il nostro vero sentire, sul modo con cui quelle sensazioni di mancanza d’amore ci fanno sentire in debito o in credito nei riguardi della vita.

Lavoriamo così per operare un’alchimia interna, ma non usando il paradigma di debiti/crediti, ma usando il criterio di riequilibrio dei sentimenti. Tale lavoro sulla vera natura dei nostri sentimenti, non solo affretta la nostra evoluzione, ma opera anche enormi benefici in moltissimi campi del nostro vivere, perché gli altri diventano utili alleati con cui sperimentare il gioco della vita e non degli oscuri nemici.

Afferma Prabhat Ranjan Sarkar che la radice della schiavitù è nella mente e che si deve sempre mantenere vigile la vostra coscienza, per cui il fattore primariamente evolutivo è la nostra coscienza.

Sarkar scrive: “Bisogna spalancare le nostre proprie ali e sfrecciare in alto nell'azzurro firmamento… L'esistenza umana non è soltanto fisica, psichica o spirituale, comprende tutti e tre gli aspetti ... Quando completate tutto questo processo di ragionamento logico la risultante è la vostra coscienza risvegliata ... Mantenete la vostra coscienza sempre vigile. Sviluppate una forte mentalità razionalistica e nessuno sarà capace di imbrogliarvi … Non soltanto parlerete con più energia ma diventerete forti sotto tutti gli aspetti.”

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 4 febbraio 2009

Realizzando personali Upanishad


Alain Daniélou afferma che tutti i sentieri che si intraprendono si fermano di fronte al fenomeno di Dio, a cui la mente umana non può dare una definizione: tutti gli sforzi per realizzare il divino sono solo “approcci” cioè Upanishad e tutti gli sforzi conoscitivi mostrano un substrato comune che non è immediatamente distinguibile, ma che è sempre presente ed è sempre valido.

Le forme di pensiero che l’uomo ha creato ed ha utilizzato, nelle varie culture e latitudini sono la dimostrazione di tali Upanishad, di tali approcci, apparentemente limitati o inadeguati, ma essenziali per la comprensione dei misteri dell’Uno. Ogni visione sembra inconcepibile rispetto alle altre, ogni versione sembra limitata, eppure in ogni concezione esiste, a ben guardare, un segno ed una traccia utili, a riprova che un approccio sincero produce sempre dei frutti.
Molto spesso, solo grazie ad approcci molteplici e forse contraddittori, arriviamo a farci un’idea dell’insieme, un’idea che difficilmente potremmo crearci se godessimo di un solo punto di vista.

Più scorci divini sappiamo conquistare attraverso cammini diversi, più ne sappiamo cogliere i differenti aspetti, più ne sappiamo poi riunire gli elementi di contraddizione, da usare come utili stimoli per elaborare dei concetti sull’origine delle cose e sullo scopo dell’esistenza.

Tutto questo sarebbe assolutamente impossibile se si facesse uso di un solo ed unico punto di vista: solo facendo uso di approcci molteplici si può concepire l’assoluta molteplicità della realtà umana. Soltanto usando degli approcci molteplici possiamo farci un’idea dell’inconoscibilità della Realtà trascendente.

Possiamo pensare che certi punti di vista siano troppo atei, alcuni forse troppo filosofici, altri troppo mistici ed altri troppo morali, ma saremmo in errore se considerassimo queste forme di pensiero come delle forme erronee di pensare: sono invece costruzioni sempre valide e metodi sempre accettabili, al fine di costruire degli adeguati punti di vista, per cercare i nostri Upanishad.
L'induismo reputa che coloro che hanno creato dei punti di vista siano dei rishi, cioè dei veggenti illuminati dall’influsso divino.

Poiché l’esistenza è sinonimo di molteplicità, riesce difficile pensare di concepire la Realtà senza un approccio che sia multiplo e multeplice, e quando ci immaginiamo che le cose abbiano solo un punto di vista, ci rendiamo ciechi alle altre parti dell’essere, perché lo escludiamo dalla nostra coscienza come inconcepibile. Quando cerchiamo una sola forma di divinità, egualmente ci rendiamo ciechi per le altre manifestazioni della divinità, siamo ottusi all’Immensità non duale del Brahman.

Quando pensiamo che si possa adorare una sola forma di divinità, stiamo fortemente limitando e mortificando quella forma divina, le stiamo imponendole dei limiti che sono nostri, simbolo della nostra mentalità ottusa e materialistica. La limitazione della divinità in modalità particolari e uniche, ha fatto del monoteismo una vera limitazione della via della conoscenza e della realizzazione metafisica. Si è creata una divinità limitata per l’incapacità di credere ad una natura molteplice ed illimitata del divino, si è creato un Dio limitato a buon uso di menti limitate,come frutto di menti capaci di pensare solo per postulati primitivi e semplicistici.

Possiamo invece pensare ad una divinità illimitata che possiede una forma illimitata di manifestazioni, e pensare che questi aspetti siano solo dei modi diversi di approcciare al divino, diversi punti di vista sul divino. Come possiamo pensare ad un’armonia che si crea con la partecipazione di tutte le note musicali,ugualmente potremmo pensare che la sorgente dell’universo sia data dalla molteplicità di manifestazioni dell’essenza divina.

Dobbiamo pensare che la molteplicità di punti di vista, di approcci all’esistenza, le varie Upanishad, facciano parte della moltitudine di vie che portano al divino, ognuna adatta per diversi individui e per diversi tipi di evoluzione. Ognuna adatta anche per lo stesso individuo a diversi livelli di consapevolezza e di evoluzione, quindi pensiamo che ogni via è sempre utile e necessaria.

Riesce estremamente difficile cogliere la mutevolezza dell’essere se assumiamo una visione monoteista ed unanime della Realtà, perché la Realtà è molto relativa e ci appare sempre troppo lontana da una visione dogmatica e monolitica.
Per questo vi è l’abbandono della religione quando vogliamo affrontare un cammino spirituale, tutto perché si va a confondere il livello dell’etica con quello della morale, tutto perché le osservanze convenzionali e l’avanzamento interiore sembrano sempre più andare in collisione, perchè si confonde la spiritualità con la religione.

Ogni forma di monoteismo ci lega troppo ad una visione culturale e sociale che non sempre si armonizza al nostro vissuto interiore. Così la religione diviene un modo per affermare un modo di essere e di vivere il mondo, come un credo assoluto che va ad imporre una concezione e una visione che preclude altri modi di vedere, di approcciare, altre realizzazioni di nostre personali Upanishad.

Così si creano dei popoli eletti, delle genti che sanno seguire le vie di Dio, come se ci fosse una via certa e sicura che porta a Dio. Così si creano delle religioni che cercano di imporre i propri dei e i propri credo, così si creano degli dei privilegiati da difendere e degli dei falsi e pericolosi da distruggere.

Nella Bhagavad Gita (IX, 23) Krishna dice:
“Anche coloro che, devoti ad altri dei, sacrificano loro pieni di fede, sacrificano in realtà a me solo, o Arjuna, in modo diverso dalla norma.” Nella Bhagavad Gita si insegna che ciò che appare come molteplice, in realtà rimanda ad una molteplicità solo apparente del Divino.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 8 gennaio 2009

Come la rotta di un veliero …


La ricerca di un mistero è sempre senza fine. Il mistero resta, come pure la volontà di ricercarne la chiave: per questo avviene il ciclo delle incarnazioni, in cui vi è la ricerca del senso del nostro essere e la ricerca del senso delle cose che ci accadono.
Così, esperienza dopo esperienza, cresce il livello di maturazione e di consapevolezza, ma la natura della verità resta sempre personale: la nostra verità cresce e si evolve al ritmo della nostra consapevolezza. La nostra verità si fa sempre più complessa mano a mano che cresce il ritmo della nostra evoluzione.

L’evoluzione personale non possiamo fermarla, possiamo solo accellerarne il ritmo o lasciare che esso segua il suo, spontaneo e personale. Certamente cercare di progredire e procedere con un passo più spedito può sembrare conveniente, ma ciò comporta molti inconvenienti, poiché accresciuti ritmi evolutivi causano una maggiore quantità di disagi spirituali, intellettuali ed emotivi.
Il cammino spirituale, come ogni cammino di ricerca, è un cammino interiore che viene sempre affrontato da sè con sè stessi, perciò trarre conforto da una condizione di disagio spirituale diviene difficile, quando il cammino di ricerca non può essere condiviso a livello ideale, con altri.

Sapere che la condizione di appartenenza consiste nel sentirsi nelle braccia dell’Uno, del Pensiero Universale armonioso ed amorevole, certo richiede grande dose di coraggio e di fede nelle proprie convinzioni; equivale a scegliere di viaggiare in compagnia oppure di viaggiare in solitaria.

C’è un’enorme confusione, sofferenza e dolore nel mondo, sicchè l’abbraccio confortevole di Brahman appare ben poca cosa di fronte alla potenza dell’illusoria disgregazione degli esseri.
Imparare come amare, come aprire il cuore, come essere sempre presenti nel mondo in piena e luminosa consapevolezza, come saper guardare profondamente in noi stessi: tutto diventa, o meglio, tutto appare come troppo difficile e troppo grande.

Appare troppo grande anche la sfida di restare in equilibrio nei nostri tempi, perché sono tempi che lavorano aumentando il livello di confusione e di illusorietà, sono tempi che ci imprimono dei ritmi frenetici e fagocitanti, sono tempi contrari al rispetto dei ritmi fisiologici e psicologici dell’essere umano.
Se ammettiamo nell’uomo la necessità di ritmi adeguati e necessari per avere un corretto livello di analisi e di elaborazione dei dati, come insegna la robotica per tutti i sistemi intelligenti, allora possiamo ammettere il concetto di “black out” applicato alle attività individuali e sociali umane, con tutta la ricchezza di sfumature che osserviamo nei fenomeni elettromagnetici ed elettrostatici.

Si perdoni solo l’eccessiva semplificazione offerta dal modello dell’essere umano paragonato al magnete, e dei rapporti umani e sociali, affermati come “effetti elettrostatici.” Ma se osserviamo i movimenti culturali, ci accorgiamo che essi divengono forti in virtù del potere di attrazione esercitato da idee, che creano dei poli aggreganti condivisi: abbiamo quindi una forza sociale che, all'aumento della massa, vede l'aumento della sua carica elettromagnetica delle idee.

Le idee sono forti, in virtù della quantità di individui che le sostengono, quindi le idee forti necessitano di minore sacrificio sociale per essere condivise.
In questo senso, il pensiero minoritario non è debole per mancanza di ragioni, ma solo per la scarsità di associati, perciò comporta una maggiore fatica sociale e un maggiore disagio personale per coloro che le volessero sostenere.

Non tutti funzionano allo stesso modo, e non tutti hanno le stessa simpatie ed assonanze, perciò le varie personalità scelgono strade diverse ed affrontano cammini diversi, per questo tutte le vie sono egualmente accettabili. Dobbiamo solo tener presente che la forza di un cammino potrebbe diventare la sua futura debolezza, perciò la ricerca dell'assonanza di idee e di sentimenti richiede la paziente ricerca di una concezione, di un sistema di idee o di una filosofia, il più possibile consone alla nostra personale risonanza spirituale.

Per alcuni ciò può essere fonte di sfida vivificante,per altri è invece un'occasione di disagio e di insicurezza. I sentieri di ricerca spirituale non sono come le rotte delle navi che si possono governare e correggere usando un timone, una bussola o un sestante: il solo ed unico nocchiero resta il nostro divino interiore, la nostra vera indole e la nostre tendenze personali.
Ricordiamo però che le entità sono sempre cieche a sé stesse e molto vulnerabili nei periodi di grandi cambiamenti, perciò “un sé cieco a sé stesso”, può imparare molto dal contributo offerto dalle altrui opinioni, soprattutto in presenza di contributi offerti da persone di valore e verso le quali si nutre della stima.

Dice Jung ne: “Il segreto del fiore d'oro, un libro di vita cinese":
"Il più sottile segreto del Tao sono l'essere e la vita ... E' caratteristico dello spirito occidentale non possedere nessun concetto corrispondente a quello di Tao. L'ideogramma cinese è composto dai segni “Testa” e “Andare”. Wilhelm traduce Tao con “Senso”o anche con “Via”, altri traducono con “Providence”e perfino, come fanno i Gesuiti, con “Dio”.
Questo ci dà già un'idea della nostra confusione. La “testa” potrebbe alludere alla coscienza (la testa è anche la sede della luce celeste), “l'andare” al “percorrere una via”, e il concetto significherebbe quindi “andare consapevolmente” o ”via cosciente”.

Con ciò concorda il fatto che come sinonimo di Tao si impiega la “luce del cielo” che “dimora tra gli occhi” come “cuore celeste”. L'essere e la vita sono contenuti nella luce del cielo, e Liu Hua Yang li considera i segreti più importanti del Tao. Ora, la luce è l'equivalente simbolico della coscienza, e la natura della coscienza viene espressa da analogie con la luce …”a questo scopo è necessario operare un “riscaldamento”, ovvero un ampliamento della coscienza, affinchè la dimora dell'essere spirituale ne venga illuminata. Non solo la coscienza deve essere ampliata, ma anche la vita va resa più intensa. Dalla combinazione di entrambe nasce “la vita cosciente”...Se consideriamo il Tao come un metodo o una via consapevole, che deve riunire ciò che era diviso, ci avviciniamo probabilmente al contenuto psicologico del concetto. Ad ogni modo, con separazione tra coscienza e vita non si può intendere null'altro che deviazione o sradicamento della coscienza.

Non c'è dubbio neppure che la presa di coscienza dell'opposto, ossia il processo del “rovesciamento”, significhi un ricongiungimento con le leggi inconsce della vita e che questo ricongiungimento miri al conseguimento di una vita consapevole, o per dirlo in termini cinesi, alla realizzazione del Tao.”

Buona erranza
Sharatan

giovedì 4 dicembre 2008

Un veicolo drogato di emozioni


Con una cara amica si stava parlando della grande fatica che ci comporta operare una trasformazione personale poi, proprio in quei giorni mi è capitato di leggere un'articolo sulle ragioni fisiche e biologiche della resistenza. La resistenza al cambiamento è la prima nemica da sconfiggere, per cui è opportuno conoscere il nostro personale campo di battaglia interiore, prima di scendere in combattimento, così che, se parlassi con degli appassionati di strategia militare, direi che qui siamo al livello di conoscenza della natura del terreno.
Partiamo dal presupposto che tutto nella vita può divenire motivo di assuefazione, nel senso che tendiamo sempre a ripetere dei “modelli comportamentali,” dimostrando un’attitudine umana che potrebbe sembrare negativa e che, senza dubbio, in molti casi lo diventa, ma che in realtà è insita nella nostra natura.
Il corpo umano è costituito da cellule ed è una macchina che produce proteine. Sulla superficie delle cellule si trovano delle “porte” tramite le quali le cellule traggono nutrimento ed informazioni: questi sono i recettori. I recettori funzionano con il criterio di “chiave-serratura” per cui ricavano informazioni specifiche da nutrienti specifici, e si attivano per ogni nostro sentimento: quindi abbiamo recettori che attivano la rabbia, la gioia, l’invidia, la paura, etc. e qualsiasi altro stato emozionale. Quando le sostenze chimiche arrivano alla loro porta specifica, attivano la loro “chiave di apertura” ed accedono al nucleo cellulare, in cui depositano tutte le loro informazioni. Essendo depositate nel nucleo della cellula, queste informazioni sono in grado di trasformare la natura cellulare in modo profondo.
Quando l’ambiente esterno attiva delle stimolazioni, l’individuo reagisce velocemente con una reazione, per cui l’ipotalamo si attiva e produce sostanze diverse per i diversi tipi di emozioni, rilasciando delle impronte chimiche che si riversano nel flusso sanguigno e che raggiungono velocemente tutti i tessuti, con il loro carico di agenti chimici che andranno a riaprire le porte specifiche che li connettono con il nucleo cellulare. L’odio, la rabbia, l’indegnità, la tristezza… tutto scorre nel nostro sangue, rendendo verità all’espressione carnale delle nostre emozioni, oltre che a quella mentale. Anche se tante emozioni non vengono espresse, esse sono depositate nel magazzino delle impronte chimiche fondamentali, restando a disposizione per ogni evenienza. Quando le cellule del corpo si modificano e si rinnovano, operando anche il completo ricambio dei tessuti corporei, pur tuttavia le impronte chimiche, conservate nella parte hardware del sistema, rimangono integre e non vengono mai rimosse. La natura non spreca alcuna risorsa per cui, ogni nuovo apprendimento viene introdotto e poi modificato, può essere anche abbandonato, ma non viene mai del tutto cancellato perché può riemergere, sia pure a distanza di anni.
Comunque sia la sensibilità dei recettori è estrema, perché essi si specializzano nel recepire quelle specifiche “chiavi” che sono molto più comunemente circolanti nelle nostre vene per cui, in seguito, tendono a ricercare prevalentemente, proprio quel tipo di nutrimento chimico: in questo modo diventiamo i drogati delle nostre stesse emozioni.
Ogni scarica emozionale, liberata dalle ghiandole endocrine, circolerà nel sangue e nutrirà le cellule vogliose di nutrirsi proprio di quel “sapore” chimico, per cui quando quel nutrimento cesserà, le cellule cominceranno ad avere fame in preda ad una vera e propria crisi di astinenza: allora il nostro organismo si dovrà attivare per produrre quel tipo di nutrimento. Questo spiega il nostro attaccamento alle abitudini e la ripetizione dei nostri schemi comportamentali, come pure spiega la naturale difficoltà ad abbandonare quegli schemi mentali negativi, che Freud definiva “coazione a ripetere” nell’esperienza di sofferenza nevrotica.
Cominciamo allora, ad associare le sensazioni di soddisfazione dei bisogni, con la presenza di particolari e preferenziali nutrimenti chimici, per cui avremo persone che amano solo lavori estremamente stressanti, che amano delle relazioni traumatiche, che amano il lutto o l’atteggiamento rinunciatario di fronte alle opportunità della vita, che ricercano le occasioni di rinuncia masochistica. Il corpo pretende sempre e solo, un certo tipo di sostanze chimiche, e più gliene forniamo più le sue pretese aumentano. Il ricordo della sofferenza diventa una sola cosa con la sostanza che dà piacere al corpo e, anche quando la mente non è soddisfatta del nutrimento ottenuto, essa viene tacitata dal corpo che trae sollievo dalla chimica del suo sangue. Per questo, soprattutto una mente con una forte carica emotiva e passionale, amerà un crescente aumento della dose, in una escalation di sempre maggiore quantità e qualità dell’esperienza.
Valutando che il processo di escalation è molto più veloce del suo processo inverso, detto di de-escalation, questo spiega la forte resistenza ai cambiamenti personali, perché sappiamo che il lavoro è lungo e doloroso: periglioso è il cammino della forza, direbbe uno Jedi.
Per attivare la trasformazione, e quindi la de-escalation, bisogna disintossicarsi da tutte le tossine emozionali che hanno reso dipendente il nostro corpo e la nostra mente, bisogna trovare un nuovo cibo per il nostro corpo, e quindi un nuovo ambiente emozionale di cui nutrirsi.
Nel tempo e nella costante e continua metamorfosi del nostro corpo, possiamo fare si, che le nuove cellule che produciamo, sostituiscano tutte le vecchie cellule, fino a cambiare la nostra pelle emozionale, così come fa il serpente.
Ma per operare una completa metamorfosi, la qualità delle nuove cellule che andremo a sviluppare è essenziale perché esse dovranno essere capaci di nutrirsi di una nuova linfa, della chimica della felicità, della gioia, dell’amore e dell’entusiasmo. La scelta è sempre in mano nostra, perché la forza di volontà personale fa la differenza, come fa la differenza, credere che noi siamo un vero simulacro divino, in cui vanno conservate solo le migliori cose del mondo, e da cui vanno ripulite tutte le scorie che ne offuscano la luminosità.
La nostra casa interiore va sottoposta ad una pulizia radicale, ad un vero e proprio rito purificatorio, in cui vanno svuotati armadi, gettati i vecchi panni e poi va tutto tirato a lustro, fino a risplendere.
Siccome le crisi di astinenza sono più facilmente sopportabili se usiamo molta endorfina, il segreto per affrontare più agevolmente questa rivoluzione resta sempre quello di fare anche cose che ci fanno piacere, di concederci delle coccole e delle attenzioni, e di trasformare tutta la rabbia in grinta e determinazione.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 20 novembre 2008

Superare il velo di Maya


Sviluppando i nostri punti di forza e i punti di debolezza, senza dubbio si può divenire una persona sempre migliore, infatti tutto il disordine e la tensione che sperimentiamo a livello personale, non sono altro che il risultato dell’ignoranza di sé e del mondo che ci circonda. Come un ragno che resta invischiato nella sua stessa tela, anche noi siamo imprigionati nei lacci della nostra ignoranza. Con i sensi fisici possiamo percepire il mondo che ci circonda e tutte le cose materiali, ma le facoltà della nostra mente, del nostro intelletto e le caratteristiche della nostra personalità, sono percepite solo dalla nostra coscienza. La coscienza o Anima, che non è percepibile con strumenti fisici e che costituisce il nostro vero sé, il nostro Io, la possiamo percepire solo con la comprensione mentale o intellettiva.
Gli antichi greci e anche gli indiani, percepivano la realtà come costituita da atomi. La parola greca atomos, significa indivisibile ed è simile al termine hindi Atma che significa Sé o Anima, significando l’energia fisica, indivisibile ed in distruttibile che anima l’essere umano. Tutta la realtà che ci circonda è, quindi, formata da punti di energia fisica, cioè da modelli di onde energetiche e di vibrazioni. Tramite i nostri sensi, facciamo una selezione di queste vibrazioni e trasmettiamo queste informazioni alla nostra mente, dove si costruiscono delle immagini mentali. Sono tutti i sapori ed i colori, che rileviamo con i nostri sensi, a costruire la nostra immagine del mondo: così possiamo avere accesso a tutti i diversi livelli di energie fisiche, tramite i nostri sensi corporei.
L’anima è invece il punto-sorgente di energie spirituali, ed è l’entità cosciente della nostra esistenza, ed il termine Atman possiede tre significati: l’Io, l’essere vivente e “l’inquilino” indicando cioè che io sono un essere vivente, l’inquilino del mio corpo fisico, io sono l’anima, cioè l’essere interiore vivo ed intelligente.
Essendo energia, l’anima è asessuata benchè disponga di qualità sia maschili che femminili. Nel manifestarle essa viene condizionata dal genere del veicolo corporeo che la ospita, e viene influenzata anche da condizionamenti ed aspettative sociali, ma la distinzione esiste solo nei corpi perché l’anima è indifferenziata.
Per definire i propri limiti e per costruire la consapevolezza corporea, l’essere umano opera la distinzione tra “io” e “mio”e definisce come mio le cose che gli appartengono e come “io” la coscienza di sé stesso. Molto spesso la coscienza di ciò che è mio, si espande in ogni direzione, non solo rispetto ai limiti del corpo o alle facoltà interiori, ma tracima come un fiume in piena nel mondo esterno, cercando di inglobare tutto ciò con cui ci rapportiamo. Iniziamo a vedere come “mio” non solo il nostro corpo, ma anche la mia macchina, la mia casa, mio fratello, mio marito, mio figlio, mia moglie. Con il tempo tendiamo a conservare e trattenere tutto, come se fosse di nostra proprietà esclusiva, ma “il mondo è un vaso di spiriti che non si fa forgiare” diceva Lao Tze per cui, più vogliamo trattenere qualcosa con la forza, più essa ci sfugge. Pur rendendoci conto dell’inutilità di questo atteggiamento e della natura effimera del mondo materiale, comunque ci aggrappiamo ad esso con fiera determinazione, sviluppando sempre maggiori attaccamenti e maggiori dipendenze ed alimentando la paura di perdere i nostri possessi. Quando ci identifichiamo con le cose che ci circondano, oltre ad alimentare la paura, disperdendo le nostre energie, soffochiamo anche le nostre qualità innate, cioè il nostro vero essere.
Facendo l’elenco di tutte le cose, che ci potrebbero ostacolare nella nostra evoluzione, probabilmente citeremo l’età, il sesso, la salute, la famiglia, il lavoro ed eventuali difetti o dipendenze personali, ma a ben osservare, sono le stesse cose di cui tendiamo a rivendicato il possesso esclusivo, le stesse a cui, al sopraggiungere dei problemi, attribuiremo poi tutte le colpe, e che useremo come capri espiatori. La realtà non dovrebbe esser vissuta come una conquista di territori personali, ma come una conquista di consapevolezza sempre crescente, da cui invece ci difendiamo disperatamente.
Secondo l’antica saggezza religiosa indiana dei Veda (5000 a.C.) la dea Maya, dopo la creazione della terra, la ricoprì di un velo che impedisce agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. E’ scritto: “Maya è il velo dell’ illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra, ch’egli prende per un serpente.”
Secondo l'Advaita Vedānta, questo “velo” è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell'io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Atman, l’unica entità eterna ed immortale, impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere separata dal Tutto. “La conoscenza del Sé è il senso della vita.” (Kena Upanishad vakya bhasya, II, 5)
Per realizzare il Sé nei diversi livelli di conoscenza, di creatività ed amore, bisogna trascendere l’egoismo, la possessività, la paura, la solitudine e l’angoscia, e ciò si può fare, eliminando le false idee di “mio” e “io”.
Nelle Upanishad si sostiene l’esistenza di una forza primordiale, uno spirito universale impersonale, eterno e immutabile che sta alla base di tutto l’universo: Brahman. Ogni individuo ha un nucleo immortale, un Sé, un’anima eterna chiamata Atman che, alla morte del corpo, si reincarna in altri corpi, seguendo un ciclo negativo di sofferenza (Samsara) dal quale bisogna trovare la via per liberarsi.
Il nostro essere spirituale, il Sé che è la parte essenziale e più reale di noi è, di solito, celato, chiuso, come avviluppato nelle sensazioni corporee, dominato dalle nostre sensazioni e pulsioni e tiranneggiato dalla mente inquieta e turbolente. E’ necessario togliere questi avviluppi, affinchè si riveli la vera essenza spirituale. Soltanto la conoscenza distrugge l’ignoranza, come la chiara luce dissipa l’oscurità, perché il Sé si manifesta soltanto nell’intelletto puro, essendo esso il sole di Conoscenza, è fissato nello spazio del cuore, ed è Colui che dissolve l’oscurità; essendo l’onnipervadente sostrato di tutto, Esso infinitamente risplende e fa ogni cosa risplendere.
La nostra anima eterna, il nostro Sé, l’Atman, è come una goccia d’acqua. Come la goccia, sembra autonoma e separata dall’oceano ma, ben presto tornerà all’oceano (Brahman). La sensazione di separatezza tra la nostra anima e quella universale, così come la sensazione di separatezza che riscontriamo nel mondo dei fenomeni che ci circondano, è un’illusione (Maya) dalla quale sfuggire.
E’ la sensazione di separatezza dal Tutto che ci induce la disperazione, che ci spinge all’attaccamento e alla dipendenza dalle cose. La nostra anima è avvolta dal velo delle illusioni, dal velo di Maya, del quale dobbiamo liberarci per scoprire che essa coincide con l’anima del mondo, e che la nostra anima è un riflesso eterno dell’anima eterna del Tutto.
Le Upanishad insegnano la via per liberarsi dal Samsara per permettere ad Atman, squarciando il velo di Maya, di ricongiungersi con Brahman. Si afferma nelle Upanishad: “Atman non invecchia quando s’invecchia, e non muore quando si viene uccisi” perché il suo destino è ritornare nell’oceano di Brahman.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

venerdì 14 novembre 2008

La sacra pianura di Dharmakshetra


Ricerchiamo la solitudine ed il silenzio, perché la domanda di spazio e di silenzio è forte quando dobbiamo riflettere, senza che i rumori e le presenze esterne, disturbino la nostra concentrazione ed il nostro raccoglimento interno. La solitudine diviene quindi una necessità, diviene una fuga “dalla pazza folla”, diviene un’uscita dal mondo, per entrare in uno spazio silenzioso fatto di calma concentrazione.
La solitudine ha, però, una faccia negativa che è costituita dall’isolamento, in cui appunto si diviene un’isola, cioè una monade separata ed avulsa dal resto del mondo. Quando la solitudine diviene isolamento, e un forte ripiegamento su se stessi, allora può divenire una solitudine letale, da cui ci si deve sottrarre con forza di volontà e determinazione, cercando occasioni per uscire e frequentare delle persone. L’ideale, sarebbe quello di coltivare il maggior numero possibile di amici e di occasioni sociali, al fine di potersi permettere una maggiore varietà e ricchezza di relazioni.
Positiva è la solitudine che favorisce i momenti d’introspezione e di ricostruzione, ma il protrarsi della solitudine, fino ad annullarsi in un isolamento pieno e totale, non può che segnalare una tendenza disperata e una mancanza di speranza nei rapporti umani. Va allora discriminato, e vanno accettati solo quei momenti di solitudine ricercati per un fine costruttivo, cioè la solitudine utile, quella usata per riflettere e stare in pace con sè stessi, quella usata per ascoltare le indicazioni che emergono dal profondo: la voce del nostro guru interno.
Paramhansa Yogananda racconta che, la Bhagavad Gita inizia con il re cieco Dhritarashtra, che chiede notizie a Sanjaya sull’andamento della battaglia in corso a Dharmakshetra. Tale battaglia chiaramente non è fisica, ma sta ad indicare la lotta interiore dell’uomo, come pure il re cieco è l’immagine della mente umana, che percepisce il mondo esterno solo tramite i sensi, quindi in modo cieco, e Sanjaya rappresenta l’introspezione.
“Il re cieco Dhritarashtra (la mente cieca) chiese a Sanjaya (l'introspezione imparziale): “Che cosa fecero i miei figli, le cattive, seducenti tendenze mentali e dei sensi, opposti alle pure tendenze mentali discriminative, radunatisi sulla sacra pianura del campo di battaglia della Vita (Dharmakshetra) desiderosi di darsi battaglia psicologica e morale?”
Tutta la Bhagavad Gita fa riferimento al campo della coscienza umana, per cui è naturale chiedersi chi stia vincendo, e questa domanda è il nucleo dell’opera. Si supera l’illusione - avverte Yogananda - quando si distingue quale sia la vera vittoria, quale sia quella fittizia e quale poi, alla prova dei fatti, si rivelerà una schiacciante sconfitta.
Perciò l’introspezione è un aiuto essenziale, perché non è affatto semplice riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. All’atto introspettivo cosciente, va unita la guida intuitiva proveniente dal Guru saggio che risiede nel nostro interno.
Ma con quale risorsa l’uomo esce vittorioso, da questa cieca notte di ignoranza? Vi sono degli elementi chiave, che Yogananda indica, per uscire vincitori dalla battaglia psicologica. Uno dei mezzi da usare è l’espansione della felicità e della libertà interiore. Un’ulteriore elemento a nostro favore è costituito dall’allargamento della coscienza. Un terzo elemento essenziale, è l’espansione della compassione per gli altri, ed infine, complementare a tutti, la calma interiore.
Ma la mente, che conosce il gioco dell’inganno, usa questi punti di forza, per illuderci di avere trovato le nostre vere soluzioni, per cui traveste le opposte emozioni, con le stesse ingannevoli apparenze, trasformando false felicità in felicità vere.
Ma il segno sicuro che esse siano o meno false, è offerto dai sentimenti che ad esse si accompagnano, qualora trasmettano una profonda ed inquieta eccitazione, invece che una calma sempre più profonda. Perciò una espansione di coscienza mal controllata, causa una sensazione di aumento di potere e di egocentrismo personale, una compassione male indirizzata agli altri, può causare un’eccessivo carico di aspettative nei loro confronti e un’eccessiva possessività, e persino la calma può degenerare in totale indifferenza ed apatia. Come capire quale sia il corso vero e il corso sbagliato, nella vita?
Secondo Yogananda, la risposta è nel fare ciò che funziona. Solo dai risultati si riesce a capire, se la scelta fatta sia stata giusta, ben ricordando però, che se usiamo i mezzi sbagliati, anche se a buon fine, il risultato finale produrrà sempre disarmonia e fallimento. Il giusto procedere di un’azione, deve produrre armonia, buona salute, uno stato di equilibrio e la capacità di continuare a dirigersi con ragionevolezza e discriminazione verso ciò che si cerca di conseguire, cioè verso i nostri obiettivi. Dove troviamo gioia, espansione di coscienza, compassione e calma interiore, sentiremo sempre un’energia che si muove dalla spina dorsale e si eleva, circolando nel corpo e facendoci felici: quello sarà il nostro posto giusto. Un ottimo modo di valutare la giustezza del nostro agire, è anche quello di valutare le reazioni degli altri, senza però dimenticare che gli altri si lasciano spesso influenzare da reazioni di simpatia ed antipatia, dall’interesse personale e dalla valutazione egoistica: per questo l’introspezione (Sanjaya) resta la via più sicura, la via della saggezza.
Esaminando le nostre emozioni, in modo onesto e sincero, avremo una chiara comprensione di ciò che è meglio per noi.
Schierate contro di noi, troveremo sempre tutte le nostre tendenze sbagliate, trasformate in cattive abitudini, che vanno comprese e trasformate positivamente. Così quando il re cieco Dhritarashtra, chiede a Sanjaya, quale sia l’esito della battaglia, questi risponde: “Giudica i tuoi pensieri e le tue azioni dai loro effetti, in primo luogo su te stesso e quindi sugli altri. Inducono alla pace? Arrecano beneficio al maggior numero possibile di persone? Contribuiscono ad espandere la tua comprensione e la tua compassione? Hanno portato maggiore armonia nel tuo ambiente? O hanno prodotto disarminia? Ispirano te e gli altri? Oppure, in generale, hanno portato meno speranza o perfino disperazione?”
Ricordiamo solo che le vie dell’errore sono innumerevoli, avvisa Yogananda, mentre quelle della giustizia sono limitate.
Potrebbe sembrare un male, io penso invece che così abbiamo minori occasioni di compiere azioni sbagliate.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 11 novembre 2008

In equilibrio tra la ragione e la passione


“Sempre e dappertutto, l'uomo non perde mai il senso della propria esistenza e tutto va fatto per aiutarlo a riscoprire tale senso ed a tradurlo nei comportamenti e nelle scelte di ogni giorno”. Così scriveva Viktor Frankl il fondatore della logoterapia, un uomo che era soggiornato tra il 1942 e il 1945, in 4 campi di concentramento nazisti, tra cui quelli di Auschwitz, Birkenwald e Dachau, e che aveva tratto frutto da queste esperienze per le sua successiva attività terapeutica.
In “Come ridare senso alla vita”, afferma: “la gente vive nel vuoto esistenziale e tale vuoto esistenziale si manifesta soprattutto in uno stato di noia […] effettivamente sono in notevole aumento coloro che si rivolgono a noi accusando un senso di vuoto interiore, da me descritto e indicato come “vuoto esistenziale”, un senso cioè di abissale assurdità della propria esistenza. […] L’esigenza profonda e radicale insita nella persona viva non è la volontà di potenza, né la volontà di piacere, ma è la volontà di significato.” Ma il significato, egli afferma, “non deve essere conferito, ma va trovato. E la coscienza viene in nostro aiuto in questa ricerca di significato”. La coscienza è un organo di significato poichè é la “capacità intuitiva di scoprire il significato, unico e singolare, nascosto in ogni situazione”.
Secondo il neurofisiologo Antonio Damasio, una delle figure di maggior spicco a livello mondiale nel campo delle neuroscienze, la coscienza inizia come un sentimento, per cui la coscienza e l’emozione non sono separabili, poiché la prima è indissolubilmente legata al sentimento del corpo. Perciò, dal punto di vista evolutivo le emozioni sono delle risposte fisiologiche, che mirano ad ottimizzare le azioni intraprese dall'organismo nel mondo che lo circonda. Il neurofisiologo portoghese dimostra inoltre, che certi meccanismi cerebrali sono comuni sia alle emozioni che alla coscienza, giungendo alla conclusione che la coscienza rappresenti un aspetto ausiliario della nostra dotazione biologica di adattamento all'ambiente. Perciò quello che viene definito l’equilibrio tra la passione e la ragione, non è altro che la nostra capacità di saper reagire adeguatamente all’ambiente e agli stimoli che esso ci offre.
E’ Cartesio che attua la separazione tra il corpo e l’anima, creando una visione meccanicistica secondo la quale, il corpo umano è simile a un grande meccanismo a cui viene negata ogni esperienza di sacralità e consapevolezza cosciente.
La filosofia di Cartesio usa la semplicità e il rigore delle scienze matematiche e geometriche, che si fondano su postulati certi ed evidenti dai quali poi derivano, per deduzione, tutti gli altri principi. Ancora oggi, è questo il tipico atteggiamento del pensiero scientifico e innanzitutto della medicina moderna, cioè il considerare i corpi alla stregua di meccanismi, che possono essere “riparati” e “aggiustati” una volta conosciuti i veri motivi del “guasto”; il meccanicismo cartesiano è una naturale conseguenza del razionalismo assoluto della sua filosofia.
Nel “Trattato sull'uomo” Cartesio afferma “Suppongo che il corpo non sia altro che una statua o macchina di terra che Dio forma espressamente per renderla il più possibile simile a noi.” Per conciliare la questione dell’unità di mente e corpo, egli ammette che l'Anima o Mente è unita principalmente a una parte del cervello, cioè alla ghiandola pineale, per mezzo della quale la Mente sente tutti i moti che sono eccitati nel Corpo e gli oggetti esterni. Afferma che la Mente può muovere in vari modi questa ghiandola, basta che lo voglia. Da ciò conclude che non c'è alcuna Anima tanto debole che non possa, se ben diretta, acquistare un potere assoluto sulle sue passioni. Questi assiomi cartesiani causano la scissione tra il sentimento e la ragione, ma anche uno stato di estrema povertà spirituale della mente occidentale, disinteressata ad ogni tipo di indagine spirituale e priva di istanze spirituali rivolte all’indagine della nostra coscienza e della natura del nostro stato interiore, del nostro intimo essere.
“Ragione e passione sono timone e vela della nostra anima navigante” affermava poeticamente Kahlil Gibran, intuendo empaticamente le verità scientifiche di Damasio. Condannare le passioni e cercare di soffocarle non ha senso, poichè la passione non potrà mai essere bandita dall’animo dell’uomo e se lo facessimo, il mondo sarebbe inumano. Ma non ha senso neanche essere in completa balìa di tutte le emozioni e di tutti i desideri, sbattuto come una foglia al vento.
Nella condizione umana vi è la necessità di provare dei sentimenti forti, siano essi positivi come l’amore, la gentilezza e la gratitudine, ma anche dei sentimenti negativi come l’odio, l’invidia e la frustrazione, solo che dovremmo sempre ricordarci che questi sentimenti ci spingano ad agire nel loro interesse, piuttosto che nel nostro. In questo hanno ragione le concezioni spirituali che vedono le passioni come entità che rubano e fagocitano le nostre energie vitali. Insomma, le passioni non devono annullare la ragione e la loro espressione è necessaria, sia per assaporare la corporeità umana, sia per aumentare il nostro livello di consapevolezza cosciente. Infatti gli esseri umani attuano delle evoluzioni in virtù di emozioni e di sentimenti, ma a condizione che si trovi un giusto equilibrio tra loro, cioè lasciando esprimere il lato animalesco che è racchiuso nella natura umana ma sapendo ascoltare la coscienza, che ci ricorderà della somma aspirazione umana: essere come Dio. La ragione funziona molto meglio se viene radicata nella passione, ed in questo caso, la nostra filosofia di vita fa la differenza.
Credere che, nella vita si raccoglie sempre tutto ciò che si semina e che non bisogna mai fare del male, altrimenti esso ci si ritorce contro, costituiscono due ottimi principi etici. Ragionando così, non si perde l’equilibrio personale e si focalizza la nostra passione sulla giustizia, piuttosto che sulla vendetta. Ragionando così impariamo ad assumerci la responsabilità delle nostre azioni e riusciamo a ricavare il meglio dalle situazioni che accadono.
Quando noi proviamo una risposta agli eventi, cioè siamo in preda alla passione, riusciamo a comprendere ancor meglio la connessione tra noi e l’evento accaduto: la nostra passione aumenta la nostra comprensione e aumenta il nostro livello di coscienza. Nella scrittura cinese l’ideogramma “crisi” è composto dagli ideogrammi “pericolo” ed “opportunità” volendo significare che, se nella crisi cogli le opportunità, allora non sei mai veramente in pericolo. La prima mossa da imparare è il dominio della paura, anche se questo non significa non provare paura, ma significa controllarla usando la ragione e la volontà. L’altro versante di riequilibrio di ragione e sentimento, è la guarigione da ferite psichiche ed emotive a cui tutti siamo sottoposti e che dobbiamo alleviare, ripetendoci che le ferite fisiche sono molto più dannose di quelle morali, perchè delle prime si cade vittima, ma dalle seconde si può anche completamente guarire.
Ricordiamo sempre che l’odio acceca la mente, mentre la tristezza può aprire gli occhi, per cui non dobbiamo maledire il ricorrere nella nostra vita di gioia e dolore, come pure i cicli di nascita e di morte, perché essi fanno parte della nostra condizione umana, mentre è la tortura mentale che ci affliggiamo, perpetrando volontariamente la sofferenza, che rende infernale sulla terra la condizione umana.
Riequilibriamo il cuore e la testa quando trasformiamo la nostra pulsione distruttiva in un desiderio costruttivo di apprendimento ed evoluzione. La sofferenza è uno stato della mente che possiamo modificare,ricondizionandoci.
Per alleviare la sofferenza, bisogna possederla e smettere di rimproverare gli altri per averla provocata, infatti solo possedendola ce ne possiamo sbarazzare, e per farlo bisogna sradicarne le cause reali. E’ essenziale trovare le vere cause che risuonano nel nostro animo, quelle nostre, perché appartenenti alla nostra biografia, e a cui il nostro pensiero si tiene ferocemente aggrappato, procurandosi nuovo ed imperituro dolore. Essendo consapevoli possiamo identificare la nostra personale sofferenza e possiamo sconfiggerla, uscendone enormemente arricchiti e maturati. L’armonia della vita e la maggiore profondità delle sue intime trame, ci devono fare intuire l’assoluta trascendenza dell’esperienza umana, il cui fine ultimo è di maggiore spessore e valore di ogni gioia ed infelicità personali. Dopo ogni notte dell’anima vi è sempre un’alba radiosa. Il soggiorno nella condizione umana ha un valore di maestosità e bellezza e la condizione umana è di tale nobiltà, che essa non si limita nel corso di una unica esistenza, proseguendo fino alla reintegrazione con l’armonia del Tutto, con l’Anima dell’universo. Non perdiamo mai veramente nessuno, non siamo separati mai veramente da nessuno che amiamo, nessun errore è veramente irrimediabile, vi è sempre una redenzione, vi è sempre un’altra opportunità. Nessuno ci giudicherà o sarà il nostro carnefice, perché non può torturarci il celeste e misericordioso Padre Divino.
Questa dovrebbe essere la dimensione con cui si dovrebbe vivere la vita e la sensazione relativa dovrebbe essere quella di una evoluzione sempre positiva. Tutti gli insegnamenti spirituali ci aiutano in questo senso, se non altro per sviluppare la nostra capacità di visione di un “Tutto maggiore” rispetto al “Piccolo tutto” del nostro mondo personale. “Infiniti significati derivano da un'unica Legge” diceva Siddharta.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

mercoledì 1 ottobre 2008

Il fuoco liberatore


Occuparsi di sé [...] significa solo che dobbiamo sviluppare le nostre capacità di sentire le nostre emozioni e quelle degli altri, di pensare nel modo giusto e di percepire la bellezza del mondo. [...]
Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda... Sei padrone della tua anima. [...]
Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l'aggressione, la passione con la seduzione, l'orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l'accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa ecc. Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccartici, senza che le tue parole e i tuoi atti obbediscano loro. Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato, inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. [...]
Quando provi un sentimento triste (avidità, speranza, aggressività, paura, invidia, ecc.) non pensare che sia tu ad avere questa emozione. Riconosci invece l'esistenza di un parassita emozionale. Se rimuovi, o se neghi, o se credi, o se fuggi, o se obbedisci a questo sentimento, il meccanismo dell'assuefazione si mette in moto. La trappola della dipendenza si chiude.
Se tenti di sbarazzarti della sofferenza, questa farà presa salda sulla tua anima. Attenzione! si gioca tutto in una frazione di secondo. Non appena senti la sofferenza (e anche la speranza è una forma sottile e particolarmente virulenta di sofferenza), accoglila, accettala, gustala, osservala in piena coscienza, poi lascia che se ne vada da sé. [...]
Il fine del cammino spirituale non è quello di eliminare l'incertezza, il disagio, il malessere, la sofferenza. Questo è ciò che vuole fare l'ego. La finalità del sentiero non è certamente quella di trovare la Verità, di avere finalmente ragione, di passare definitivamente dalla parte del «Bene». Si tratta qui delle finalità dell'ego. In tutte queste versioni erronee della Ricerca, paragoniamo ancora ciò che è a ciò che dovrebbe essere. Il cammino spirituale si trasforma così facilmente nel suo contrario!

(Pierre Lévy – Il fuoco liberatore)