lunedì 8 ottobre 2018

Uomo morde cane!



“Il vero oscurantismo non consiste
nell’impedire la diffusione di ciò che è vero, chiaro e utile,
ma nel mettere in circolazione il falso.”
(Johann Wolfgang Goethe)

Nel film “Wag the dog” incredibilmente profetico, un governo fittizio mette insieme un evento mediatico confezionandolo come episodio provocatorio, dagli interessanti aspetti umani, avvenuto in una nazione balcanica. La notizia passa e ripassa nelle televisioni locali con enorme rilievo, infiamma la cittadinanza e dà buone ragioni per scendere in guerra. E pazienza se l’episodio non è mai successo.

Di continuo vediamo che alcuni dei nostri politici sono disposti a dire e fare in pratica qualsiasi cosa per convincerci di verità che semplicemente non sono vere, magari sulla base di piccolissimi episodi o eventi che in sé avevano un significato del tutto diverso, oppure di avvenimenti che non si sono mai verificati …

A quanto pare oggi basta che chi ricopre qualche alto ruolo dica che una cosa è blu, anche se è evidente che è rossa, perché i media riferiscano che è blu. Un bel po’ di gente ci crederà perché lo ha letto nei giornali o lo ha visto in televisione, così quello diventerà per lo meno un punto su cui dibattere, come se fosse vero.

E dunque potrà essere percepito da molti come un assalto diretto alla nostra nazione, quindi occasione di sdegno e di indignazione e possibile fonte di una nostra reazione travolgente per mostrare che non ci lasciamo minacciare o intimorire da nessuno. È da un pezzo che non siamo più ritenuti attendibili, per le nostre proteste. Sembra che per noi tutto sia possibile, anche quando non è plausibile né sostenuto da prove.

Forse il rosso è davvero blu. Forse c’era davvero un collegamento fra l’Iraq e gli attacchi dell’11 settembre. Anche se le prove addotte sono minime o poco plausibili o addirittura del tutto false e fabbricate, appena lo si è detto ha assunto caratteristiche di verità per molti, specie se poi lo si dice e ridice più volte. E in un contesto che fa leva sulle nostre paure e sfrutta il nostro comprensibile senso di insicurezza …

Se non fermiamo i terroristi in Iraq saremo alla loro mercé, qui a casa nostra; ci saranno altri attacchi a gente innocente … Suona plausibile. Attacchiamoli dunque, prima che loro attacchino noi. Specialmente perché noi siamo “i buoni” e siamo pur sempre la parte lesa. Fermarci e analizzare la situazione a fondo? Lasciamo perdere, e chi se ne importa di quello che dicono i nostri amici e alleati.

Le cose, ora, sono diverse: adesso, o con noi o contro di noi. Ora il blu è rosso; e quelli che dicono che no, è ancora blu, non meritano fiducia: è evidente che sono antipatriottici, che se ne infischiano del pericolo che stanno correndo la libertà e la democrazia. E così abbiamo vinto una “guerra preventiva”, abbiamo deposto un tiranno mostruoso e sanguinario, abbiamo “liberato” il paese e abbiamo finito per impantanarci in un altro tipo di palude.

Probabilmente con la nostra arroganza, i nostri abusi di potere e il bisogno di apparire ai nostri occhi come “i buoni” e “le forze del bene” a qualunque costo e spesso per tutte le ragioni sbagliate, siamo riusciti a rimpinguare di nuove reclute le fila delle organizzazioni terroristiche di tutto il mondo. Distorcere la realtà potrà mai darci sicurezza?

George Orwell scrisse il romanzo “1984” per metterci in guardia da quello che può accadere quando ci rifiutiamo di chiamare “spada” una spada al momento giusto, quando ci lasciamo raggirare e ci mettiamo a pensare che il bianco è nero e il nero è bianco o, come scrive Orwell, che “la guerra è pace e la libertà è schiavitù”.

È già abbastanza brutto cadere nella mentalità “bianco o nero”, nelle asserzioni “o/o”, “o noi o loro” che nascono per riflesso da percezioni così distorte; ma che ci venga chiesto, come accade tanto spesso, di accettare che il nero sia bianco e che il rosso sia blu vuol dire spostare sempre più in là i limiti della creduloneria.

Sappiamo bene che la maggior parte delle situazioni è complessa, spesso ambigua, che richiede discernimento e visione profonda, e una valutazione attenta delle possibili scelte e conseguenze su uno sfondo di saggezza, se si vuole fornire una sicurezza vera e promuovere l’azione saggia nel mondo.

Eppure è fin troppo evidente: in presenza delle giuste cause e condizioni, manipolata nelle circostanze giuste dalla gente giusta che usa il linguaggio giusto e gioca sulle nostre paure e ci spinge a ignorare la nostra capacità di vedere con chiarezza e di distinguere le cose come stanno o non stanno o fino a che punto potrebbero stare così, la nostra società (ossia tutti noi collettivamente) continua a ricadere sempre nell’inconsapevolezza, e si lascia cogliere da spasmi di follia.

Sono questi attacchi di follia, loro sì, a minacciare il nostro benessere e persino la nostra integrità come nazione e come specie umana. Non sarebbe ora di svegliarci, quando abbiamo l’impressione che vengano a raccontarci che il padrone ha morso il cane? Non sarebbe ora di rifiutarci di lasciarci trascinare sulla via della passività e del sonnambulismo, di sacrificare la libertà e il buon senso sull’altare dell’inconsapevolezza, della paura e della manipolazione?

Non sarebbe ora, e da un pezzo, di cominciare a fare attenzione a quello che succede davvero sotto l’apparenza superficiale degli avvenimenti, a livello sia interiore che esteriore? Non sarebbe ora di smettere di ignorare i segni e sintomi della malattia latente? Non sarebbe tempo di agire in maniera appropriata, in base all’intero spettro di potenzialità dell’intelligenza di tutti? (Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

sabato 6 ottobre 2018

La qualità del tocco



“Più forte la volontà,
più forte il flusso di energia.”
(Paramhansa Yogananda)

Di solito, noi non comprendiamo che ogni nostro tocco contiene magnetismo. Quando siamo ricolmi d’amore e tocchiamo una persona, essa può sentire la diversa qualità del tocco. Anche quando siamo pieni di odio e tocchiamo qualcuno, si può notare la differenza. E la persona si accorge quando la tocchiamo con indifferenza.

In tutti e tre i casi l’elemento magnetico fluisce in noi attraverso canali diversi. Inoltre, se concentriamo con una volontà totale la mente sulla nostra mano, le forze magnetiche diventano fortissime. Franz Anton Mesmer li chiama “passaggi magnetici”.

La moglie di Aldous Huxley ha raccontato, nelle sue memorie, uno strano episodio. Era una psichiatra che incontrò Huxley mentre la sua prima moglie era ancora in vita. Egli l’aveva chiamata come medico, e lei andò a casa sua per sottoporlo a psicanalisi. Lo fece sdraiare su un lettino e gli parlò per quasi due ore.

Comprese, però, che Huxley era una persona così intelligente che sarebbe stato difficile cavarne alcunché: ovviamente le persone intelligenti sono difficili da trattare! Qualunque cosa dicesse, Huxley ne sapeva di più: aveva letto tutti i libri cui lei faceva riferimento, e anche di più. Le spiegò perfino il significato e la terminologia delle parole che usava.

La situazione si fece difficile; il paziente era più preparato, più colto e intelligente della terapeuta. Huxley era uno degli uomini più colti del suo tempo; la donna era solo un dottore comune, una psichiatra, mentre Huxley era un uomo di genio.

Dopo un paio di ore, lei si innervosì, e comprese che l’uso di termini scientifici non l’avrebbe condotta fa nessuna parte. Naturalmente, coloro che conoscono il significato esatto di una parola spesso non ne colgono il senso autentico, restano bloccati al significato letterale. La terapeuta fu presa dallo sconforto: era evidente che quello che stava facendo non funzionava.

Improvvisamente si ricordò che Huxley sapeva qualcosa dei passaggi magnetici, per cui gli chiese: «Ho sentito dire che tu sai qualcosa dei passaggi magnetici, è vero?» A quelle parole, Huxley si scosse; fino a quel momento si era dimostrato dubbioso e scettico, adesso la sua attenzione parve risvegliarsi. Infatti chiese subito alla donna di sdraiarsi sul lettino.

Lei si sdraiò, nella speranza che grazie a quello scambio di ruoli, l’interesse di Huxley si risvegliasse. Infatti, dopo quasi due ore passate sdraiato sul lettino, Huxley cominciava davvero a sentirsi a disagio. Quando la terapeuta si fu sdraiata, lui fece dei passaggi magnetici a dieci centimetri dal suo corpo.

È una tecnica molto semplice: tieni le dita a dieci centimetri di distanza dal viso e scuotile vigorosamente; quando avverti l’elettricità che fluisce dalle dita, falle scorrere dalla testa ai piedi. Huxley eseguì questa tecnica e, dopo dieci minuti, la donna entrò in uno stato di pace molto profonda.

Aveva escogitato tutto ciò per coinvolgere Huxley: alla fine si alzò e chiese a lui di sdraiarsi di nuovo, riprendendo in mano la seduta. Dopo un po’ la donna ritornò a casa, ma non riusciva a liberarsi da una forte sonnolenza. Rimase tutto il tempo come in uno stato di dormiveglia, senza riuscire a capire cosa accadeva.

Il giorno dopo telefonò alla moglie di Huxley e raccontò di come si sentisse in quello spazio insolito. La moglie di Huxley le chiese: «Ricordi se Huxley ti ha risvegliata?» La donna rispose:«No, non mi ha risvegliata. Mi sono alzata da sola.»

Udendo quelle parole, la moglie chiamò Huxley e gli disse:«Aldous ti sei dimenticato di risvegliare Laura: è ancora in stato di sonnolenza.» Huxley rispose:«Prima che potessi risvegliarla, si è alzata da sola. Poi abbiamo ripreso a parlare, e me ne sono dimenticato.»

Huxley non aveva ritirato l’energia che aveva trasmesso attraverso i passaggi magnetici e quell’energia seguì la donna per quasi due giorni. Quando l’energia viene trasmessa, le mani si muovono dalla testa ai piedi; quando viene ritirata, le mani vanno mosse dai piedi alla testa.

Vi sono alcuni punti del corpo particolarmente sensibili: l’energia li attraversa molto rapidamente. Il più sensibile di tutti i punti è situato in mezzo agli occhi: viene chiamato 'ajna chakra' ossia terzo occhio. (Osho, Aprirsi alla vita, Mondadori ed.)

giovedì 4 ottobre 2018

Nel sonno profondo



Futuro, passato, il mare
dell’oblio,
mentre il presente è capovolto.
Il sole divide in due
il mare -
la metà è già imbottigliata.”

(Shinkichi Takahashi)

Visitatore: Secondo me, non c'è nulla di sbagliato nel mio corpo e nel mio essere. Non li ho fatti io e non occorre migliorarli. Piuttosto, qualcosa non funziona nel "corpo interno", mente, coscienza, antahkarana o comunque si chiami.

Maharaj: Che cosa non va nella mente?

Visitatore: È inquieta, assetata del piacevole e impaurita dallo spiacevole.

Maharaj: E che c'è di sbagliato nel cercare l'uno e schivare l'altro? Tra le rive del piacere e del dolore scorre il fiume della vita. Solo quando la mente rifiuta di fluire e s'insabbia alle rive, incominciano i guai. Fluire con la vita significa accettare, lasciar venire ciò che viene e andare ciò che va. Non desiderare, non temere, osserva il fatto come e quando accade, perché tu non sei ciò che accade, ma colui al quale accade, l'osservatore, e nemmeno solo quello. Sei l'ultima potenzialità in cui si esprime e manifesta la coscienza universale.

Visitatore: Eppure tra il corpo e il sé si frappone una nuvola di pensieri e sentimenti che non servono né il corpo né il sé: sono inconsistenti, fuggevoli e insensati, una polvere mentale che soffoca e acceca, ottenebra e nuoce.

Maharaj: Certo, né il ricordo di un evento né la sua anticipazione possono essere confusi con l'evento stesso. Nella sua immediatezza c'è qualcosa di unico, che l'evento precedente e il successivo non possono avere: una vivezza, una tremenda attualità che lo staglia come se fosse illuminato. C'è un marchio di realtà sul presente, che il passato e il futuro non hanno.

Visitatore: Che cosa dà al presente questo marchio di realtà?

Maharaj: Non c'è niente che giustifichi una diversità così vistosa. Per un attimo, il passato fu attuale e il futuro lo sarà. Che cosa fa così diverso l'attuale? Ovviamente, la mia presenza. Sono reale perché sono sempre "ora", e ciò che è con me nel presente partecipa della mia realtà. Il passato è nella memoria, il futuro nell'immaginazione. Non c'è niente nell'evento presente, in sé, che lo faccia spiccare come reale. Appartiene a una vicenda periodica, come il battito d'un orologio; e anche se sappiamo che i battiti successivi saranno tali e quali, quello presente resta inconfondibile. Una cosa messa a fuoco "ora", è con me perché io sono "ora"; io contagio il presente con la mia realtà.

Visitatore: Trattiamo i ricordi come se fossero presenze vive.

Maharaj: Ce ne ricordiamo solo quando si affacciano nel presente; la dimenticanza consiste nel lasciarli dove sono.

Visitatore: È vero, c'è nel presente un non so che di ignoto che dà una realtà momentanea al suo veloce trascorrere.

Maharaj: Ignoto non direi, visto che lo vedi costantemente in azione, e da quando sei nato, è sempre uguale. Cose e pensieri sono venuti cambiando via via, ma la percezione che ciò che è ora è reale, è rimasta immutata persino nel sogno.

Visitatore: Nel sonno profondo, non c'è esperienza del presente.

Maharaj: Il vuoto del sonno profondo dipende dall'assenza di ricordi specifici, ma una memoria diffusa di benessere non è scomparsa. È una sensazione ben diversa quella che mi fa riconoscere "Dormivo profondamente", piuttosto che "Ero assente". Nel sonno il corpo funziona al di sotto del livello di coscienza cerebrale.

Visitatore: Ritorno alla domanda che avevo posto all'inizio: tra la fonte della vita e la sua espressione - che è il corpo - sta la mente, coi suoi stati variabili. Il loro flusso è ininterrotto, insensato e doloroso. Il dolore è il fattore costante. Ciò che chiamiamo piacere non è che l'intervallo tra due stati di dolore. Desiderio e paura sono la trama e l'ordito dell'esistenza, e tutt'e due sono composti di dolore. Domando: può esserci una mente felice?

Maharaj: Il desiderio è il ricordo del piacere, la paura il ricordo del dolore. La mente è inquieta per causa loro. I momenti di piacere sono puri arresti nel flusso del dolore. Come può esistere, in simili condizioni, una mente felice?

Visitatore: Sono d'accordo nei casi scontati, quando desideriamo il piacere o ci attendiamo un dolore, ma esistono degli attimi di gioia imprevista, non contaminata dal desiderio, non cercata, non meritata, un vero dono di Dio.

Maharaj: Tuttavia la gioia resta gioia sullo sfondo del dolore.

Visitatore: Il dolore è un fatto cosmico o solo mentale?

Maharaj: L'universo è completo, e dove c'è completezza, dove niente manchi, che cosa può arrecare il dolore?

Visitatore: L'universo può essere completo nell'insieme, ma incompleto nei dettagli.

Maharaj: Anche una parte, se è vista in rapporto all'intero, è a sua volta completa. Solo se la consideri a sé stante, diventa manchevole e fomenta il dolore. Che cosa provoca l'isolamento?

Visitatore: I limiti della mente. Vedere l'intero attraverso la parte, le è impossibile.

Maharaj: Sì, la mente è fatta per dividere e contrapporre. Ma perché non può esistere una mente diversa, capace di unificare e armonizzare, di cogliere l'intero nella parte, e la parte, strettamente legata all'intero?

Visitatore: Una mente diversa, dove cercarla?

Maharaj: Se trascendi la mente che divide e contrappone, e metti fine al processo mentale che conosciamo, la sua cessazione equivale alla nascita della nuova mente.

Visitatore: In questa nuova mente, c'è posto ancora per la gioia e il dolore?

Maharaj: Non per quelli che ci sono noti, rispettivamente, come desiderabile e detestabile. Diventa piuttosto un empito di amore, che cerca di esprimersi e incontra degli ostacoli. La mente che tutto comprende, è amore in azione, frustrato all'inizio, ma alla fine vittorioso.

Visitatore: Il ponte tra lo spirito e il corpo è l'amore?

Maharaj: E che altro? La mente crea l'abisso, il cuore lo valica.

(Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono Quello, Astrolabio Ubaldini ed.)

martedì 2 ottobre 2018

Cortesia



“La cortesia è un ramo dell’albero dell’amore”
(Giovanni XXIII)

La cortesia è qualcosa di bello e rende la vita bella, armoniosa. La cortesia è, appunto, “forma”, gesto, comportamento, azione. Ma tutto ciò parte da un atteggiamento interiore, altrimenti la cortesia scade a formalismo, artificiosità, ipocrisia.

Allorché la cortesia decade, viene considerata qualcosa di superfluo, ed è soppiantata dalla rozzezza, dalla grossolanità, allora la vita stessa si degrada e si impoverisce.

Dice Romano Guardini: «La cortesia si premura di allontanare o di sorvolare su ciò che dispiace all’altro, di evitare imbarazzi, di allontanare situazioni tese, di attenuare eventuali situazioni penose. Con la cortesia il più giovane viene indotto a onorare il più vecchio, l’uomo a onorare la donna, il più forte a onorare il più debole.

Non sono se non motivi che moderano i moti dell’orgoglio e della violenza e che alleggeriscono all’altro la vita. La cortesia ha bisogno di tempo. Per essere cortesi occorre indugiare, aspettare, andare per vie indirette; bisogna avere riguardo e perciò porre in secondo ordine se stessi.

Ma tutto ciò significa consumo di tempo e dunque, nella nostra epoca delle scadenze esattamente calcolate, degli apparecchi di precisione, degli alti costi degli impianti e della frenetica concorrenza, viene considerato come qualcosa di inutile, di irrazionale, di falso, anzi di non giusto, con tutto questo muore naturalmente la cortesia …

La cortesia spreca, diciamo meglio, consuma tempo. La vita ama gli indugi, ama far cerimonie. Una vita da cui si levano le cerimonie e le prodigalità si riduce a uno scorrere di funzioni meccaniche.»

Può essere utile e interessante ricordare anche il luogo di nascita della cortesia. Essa è nata a “corte,” nel palazzo del re. La cortesia era, precisamente, il comportamento imposto dal riguardo per la presenza del re.

Occorre tener presente, infatti, che il re, nelle concezioni antiche, era considerato un individuo che si staccava nettamente dagli altri, e si avvicinava al divino. Ecco perché esigeva un rispetto specialissimo, dal momento che lui era, per così dire, la manifestazione dell’Altissimo e la sua irradiazione.

Un’irradiazione che si prolungava verso il basso, toccava anche i gradini inferiori, e abbracciava quindi tutti gli esseri. Per cui una persona che si comportava con cortesia verso un’altra riconosceva nell’altra un riverbero della grandezza del re, e acquisiva anche per sé questo titolo di grandezza.

Possiamo affermare perciò, che è possibile parlare di cortesia soltanto partendo dalla dignità dell’uomo, dal valore “sacro” della persona che quindi deve essere “onorata” quale che sia il suo stato sociale od economico.

Esistono sempre in agguato potenze che tendono a disonorare l’uomo, a fargli violenza. Basti pensare a vari totalitarismi, che pretendono di entrare con prepotenza in quella zona di inviolabilità e intangibilità che è propria dell’uomo (ricordiamo la famosa denuncia e sfida di Giovannino Guareschi, che prigioniero in un lager, contro la sopraffazione sacrilega perpetrata dalla “signora Germania”…).

In una prospettiva cristiana, la cortesia va posta in rapporto a Colui che ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, e non può tollerare che questa immagine venga profanata, disonorata, o anche semplicemente offuscata.

Un altro motivo si fonda sulla considerazione della vulnerabilità e della fragilità dell’uomo. Per cui ciascuno deve sentirsi responsabile dell’altro, usare estrema attenzione nel “maneggiare” l’altro, perché è delicato, si rompe facilmente. (Alessandro Pronzato, Piccoli passi verso l’uomo: alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi ed.)

domenica 30 settembre 2018

La produzione dello straniero



“Non credere che si possa diventare felici
producendo l’infelicità altrui.”
(Lucio Anneo Seneca)

Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili. Se si definisce «straniero» chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente; se gli stranieri sono persone in grado di sconvolgere i modelli di comportamento stabiliti e costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una condizione di benessere generale.

Se compromettono la serenità diffondendo ansia e preoccupazione e fanno diventare seducenti esperienze strane e proibite; se, in altri termini, oscurano e confondono le linee di demarcazione che devono rimanere ben visibili; se, infine, provocano quello stato di incertezza che è fonte di inquietudine e smarrimento - allora tutte le società conosciute producono stranieri.

Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall'inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori degli schemi di una esistenza ordinata e dotata di senso: gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi e insopportabili.

L'incubo ossessivo che ha attraversato il nostro secolo, tristemente noto per i suoi orrori e terrori, strumenti di morte e tristi premonizioni, è stato compendiato nel modo migliore da George Orwell nella memorabile immagine dello stivale militare che calpesta un volto umano. Nessun volto era al sicuro: chiunque poteva essere accusato di aver trasgredito o infranto regole e confini.

Poiché l'umanità sopporta male i confini e i limiti e gli uomini che li oltrepassano diventano «stranieri», tutti avevano ragione di temere lo stivale capace di schiacciare il volto estraneo nella polvere, di calpestarlo fino a fargli perdere i connotati dissuadendo così gli altri dall'attraversare illegalmente le frontiere. Gli stivali militari fanno parte delle uniformi. Elias Canetti le ha definite una volta «uniformi assassine».

Ad un certo punto del nostro secolo è diventato chiaro a tutti che gli uomini da temere maggiormente erano quelli in uniforme. Le uniformi erano i simboli dei servitori dello stato, inteso come fonte di tutti i poteri, e soprattutto del potere coercitivo sostenuto dall'autorità legittima di «auto-assolversi dall'accusa di crudeltà disumana».

Indossando le uniformi, gli uomini «attivavano» e incarnavano quel potere; indossando gli stivali dell'uniforme, calpestavano e umiliavano nella polvere su ordine e in nome dello stato. Lo stato che insieme alle uniformi forniva ai suoi uomini l'autorità e la preparazione per opprimere calpestando e allo stesso tempo garantiva la loro assoluzione, era lo stato percepito come fonte, custode e unico garante della vita ordinata: la diga che protegge l'ordine dal caos.

Uno stato che aveva ben chiaro cosa dovesse essere l'ordine e aveva la forza e l'arroganza non solo di dichiarare ogni altro stato delle cose «disordine», ma anche di costringerle ad assoggettarsi alle proprie condizioni. Era, in altri termini, lo stato moderno: che imponeva la legge dell'ordine nell'esistenza e definiva l'ordine come la chiarezza delle divisioni, delle classificazioni, delle ripartizioni e dei confini da rispettare severamente.

La figura tipica dello straniero "moderno" era il prodotto residuo dello zelo regolatore dello stato. Gli stranieri non erano in grado di adeguarsi alla concezione dell'ordine. Quando si tracciano linee di divisione e si contrassegnano le zone così ottenute, tutto ciò che altera e non rispetta tali suddivisioni è fonte di insidia e rovina.

La riduzione o la sovra-determinazione semantica degli stranieri insidia la visibilità delle suddivisioni e travolge i paletti indicatori dei confini. Il semplice fatto che gli stranieri siano là, attorno ai confini, disturba e ostacola la realizzazione dei compiti che lo stato si prefigge di svolgere.

Lo straniero semina incertezza nel terreno in cui dovrebbe crescere la certezza e la trasparenza. Nel progetto che prevede di realizzare una condizione di ordine armonioso e razionale non c'è spazio - non potrebbe esserci spazio - per ciò che è «indefinito», non ha una collocazione precisa ed è cognitivamente ambivalente.

L'impresa di costruzione dell'ordine è una guerra di logoramento dichiarata contro gli stranieri e tutto ciò che è anomalo. Per combattere questa guerra, citando Lévi-Strauss, venivano impiegate ciclicamente due strategie alternative ma anche tra loro complementari.

La prima era "antropofagica": consisteva nell'annullare gli stranieri "divorandoli" per poi metabolizzarli rendendoli una copia perfetta di se stessi. Questa era la strategia della "assimilazione": rendere simile il dissimile; soffocare le distinzioni culturali o linguistiche; proibire tutte le tradizioni e i legami ad eccezione di quelli che favorivano il conformismo verso il nuovo e pervasivo ordine; promuovere e rinforzare il solo e unico criterio della conformità.

La seconda strategia era "antropoemica": "espellere" gli stranieri, esiliarli dai limiti del mondo ordinato e impedire loro ogni comunicazione con chi sta dentro.

Questa era la strategia dell'"esclusione": confinare gli stranieri all'interno delle mura ben visibili del ghetto o dietro gli invisibili e non meno tangibili, divieti di "condivisione", "connubium" e "commercium"; «compiere un rituale di purificazione» attraverso l'espulsione degli stranieri oltre le frontiere del territorio amministrato; o, quando nessuna delle due misure era applicabile, distruggere gli stranieri fisicamente.

L'espressione più comune delle due strategie si manifestò nello scontro tra la versione del progetto moderno di stampo liberale e quello di stampo nazionalista/razzista. Secondo il progetto liberale, gli uomini erano tra loro differenti a causa della diverse tradizioni locali e particolaristiche in cui erano nati e cresciuti. Ma in quanto «prodotti dell'educazione» e «creazioni» culturali, essi erano flessibili e disponibili ad essere forgiati.

Con la progressiva universalizzazione della condizione umana (che ha significato lo sradicamento di ogni particolarismo e delle forme di autorità che li legittimava e, di conseguenza, la liberazione dello sviluppo umano dall'ormai inutile vincolo della nascita) questa diversità predeterminata, inevitabilmente imposta sulla possibilità di scelta degli individui, è destinata a scomparire.

Naturalmente la prospettiva nazionalista/razzista si oppone radicalmente a questa visione sostenendo che il cambiamento culturale proposto dal progetto liberale si scontra con limiti che nessuno sforzo umano è in grado di superare.

Alcuni individui non saranno mai convertiti in qualcosa di diverso da quello che sono. Non è possibile liberar"li" dai loro difetti: ci si può solo liberare "di loro", comprese le loro innate peculiarità e le loro eterne stranezze.

Nella società moderna e sotto l'egida dello stato moderno, l'annullamento culturale e/o fisico degli stranieri e dell'anomalia era una "distruzione creativa"; un'opera di demolizione e allo stesso tempo di ricostruzione; di profondo rimescolamento ma anche di riordino.

Faceva parte integrante dello sforzo continuo di costruzione dell'ordine, della nazione, dello stato: era la loro condizione necessaria e parallela. Inversamente, ogni volta che il progetto di costruzione dell'ordine lo prevedeva, certi abitanti del territorio da assoggettare al nuovo sistema si tramutavano in stranieri da eliminare.

Sotto la pressione della spinta alla costruzione dell'ordine, gli stranieri vivevano, per così dire, in uno stato di estinzione sospesa. Gli estranei erano, per definizione, un'anomalia da correggere. La loro presenza era definita "a priori" come temporanea, proprio come uno stadio presente ma momentaneo nella storia dell'imminente ordine futuro.

La coesistenza permanente con l'estraneo e il diverso, e la pragmatica del vivere con gli stranieri non doveva assolutamente essere considerata come una prospettiva reale.

Almeno finché la vita moderna avesse tenuto fede al suo progetto, e finché tale progetto avesse cercato la realizzazione di un ordine nuovo e globale, e finché la sua realizzazione fosse rimasta il compito di uno stato abbastanza ambizioso e intraprendente da perseguire l'obiettivo.

Queste condizioni non sembrano più tenere oggi, in un'epoca che Anthony Giddens chiama «tarda modernità», Ulrich Beck «modernità riflessiva», George Balandier «sur-modernità» e che io (insieme a molti altri) definisco «postmoderna»: l'epoca che stiamo vivendo ora, nella nostra parte di mondo (o meglio, vivere in un'epoca simile definisce ciò che consideriamo «la nostra parte di mondo»).

(Zygmunt Bauman La società dell’incertezza, Laterza ed.)

giovedì 27 settembre 2018

Apparenza e sostanza



“Pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro.”
(Carl Gustav Jung)

Una delle caratteristiche della creazione è la differenziazione. Ogni sasso è diverso da un altro sasso, ogni gatto è diverso da ogni altro gatto e ogni uomo è naturalmente unico e irripetibile, ben distinto da ogni altro suo simile. Questo è un dato di fatto inalienabile.

Ognuno di noi ha un suo corpo, una sua fisionomia e una personalità che è propria a lui solo. Persino i gemelli identici hanno qualche dettaglio che li differenzia. Se pensiamo però alla “sostanza vera” di cui siamo costruiti - la “scintilla divina” - cominciamo ad avere dei dubbi su questa totale diversità.

Man mano che progrediamo nel nostro cammino evolutivo ci rendiamo sempre più conto che ciò che ci differenzia dagli altri è una caratteristica del tutto esterna, è cioè un fatto di apparenza. Io sembro diverso dal mio vicino perché la mia forma fisica è molto lontana dalla sua: lui è basso e io sono alto, lui è biondo e io sono bruno.

Il suo carattere, poi, è l’opposto del mio: io sono calmo e riflessivo, lui è nervoso e impulsivo. Apparenze, non sono altro che apparenze. Quando compro il pane, posso scegliere fra il filoncino, la michetta, il panino all’olio, il pane francese, la pagnotta ecc…

Posso preferire il pane più cotto o meno cotto, quello con più mollica o con più mollica. Differenze sostanziali? No, solo apparenti. Esse sono sufficienti a farmi preferire un tipo piuttosto che un altro, a seconda dei miei gusti, proprio come scelgo per amico una certa persona e non un’altra.

Ma la sostanza? È pane, sempre e solo fragrante, nutriente, buonissimo pane. Così la nostra essenza, che è natura divina, ci rende tutti fratelli, ci rende tutti “uno”. Non solo “uno” fra di noi. Questa unificazione si estende a tutto il creato, agli animali, alle piante, alle cose inanimate.

Vediamo se riusciamo a intuire questo comune denominatore che ci unisce tutti quanti, questo filo d’oro che, emanando dal Padre, si ramifica in infinite manifestazioni. Tutte mantengono però inalterato il principio creativo.

È stato prima intuito dai mistici e poi accertato dagli scienziati, che tutto l’universo è derivato dall’atomo primitivo e unico dell’idrogeno. Da esso, per successive trasformazioni, cioè per evoluzione, si sono formate tutte le altre forme esistenti, prima minerali, poi vegetali, e infine animali fino ad arrivare all’uomo.

Cerchiamo ancora delle prove che ci convincano che io sono te e tu sei me? Siamo diversi come le gocce dell’oceano o come i fiocchi di neve, che hanno forme differenziate, ma che hanno un'unica costituzione atomica, cioè sostanziale. (Anthony De Mello, Il pensiero positivo, Piemme ed.)

mercoledì 26 settembre 2018

Il giudizio dello sceicco



“Il nucleo della conoscenza è questo:
se la possiedi, applicala;
se non la possiedi, confessa la tua ignoranza.”
(Confucio)

Un uomo morì. Possedeva diciassette cammelli e tre figli, e nel suo testamento lasciò scritto che metà dei cammelli andavano al primo figlio, un terzo al secondo e un nono al terzo. Quando fu aperto e letto il testamento, i figli rimasero perplessi, che fare?

Diciassette cammelli: metà dovevano andare al primo figlio … dovevano tagliare un cammello in due? E anche questo non avrebbe risolto granché la questione, perché un terzo doveva andare al secondo. E di nuovo le cose sarebbero state in alto mare: un nono dei cammelli doveva andare al terzo figlio. Praticamente tutti i cammelli sarebbero stati uccisi.

Ovviamente andarono dall’uomo in città che sapeva di più: il Mulla, il Pandit, lo studioso, un matematico. Questi ci pensò su a lungo, si sforzò, ma non riuscì a trovare una soluzione, perché le cifre sono cifre! Disse: «Non ha mai diviso cammelli nella mia vita. Tutta questa storia mi sembra folle. Ma dovrete farli a pezzi … se dovete rispettare il testamento alla lettera, i cammelli dovranno essere tagliati, solo così possono essere divisi.»

I figli non erano disposti a fare a pezzi i cammelli. Che fare, dunque? A quel punto qualcuno disse: «È meglio che andiate da qualcuno che se ne intenda di cammelli, non da un matematico.» Per cui andarono dallo sceicco della città che era vecchio, analfabeta, ma aveva acquisito saggezza attraverso l’esperienza. E gli esposero il problema di come rispettare le volontà del genitore defunto.

Il vecchio rise. Disse: «Non preoccupatevi. È molto semplice.» Prestò loro uno dei suoi cammelli - e adesso i cammelli erano diciotto - e poi li divise. Nove furono dati al primo figlio che ne fu contento; era felicissimo. Sei cammelli, un terzo, furono dati al secondo figlio, che a sua volta fu soddisfatto.

Due cammelli, un nono, furono dati al terzo figlio, e anche lui fu soddisfatto. Rimase un cammello; quello che era stato prestato. Lo sceicco si riprese il cammello e disse: «Potete andare! » La saggezza è pratica, il sapere è privo di praticità. Il sapere è astratto, la saggezza è terrena; il sapere è formato da mere parole, la saggezza è esperienza. (Osho)

lunedì 24 settembre 2018

La percezione



Noi guardiamo sempre in modo parziale. Prima di tutto perché siamo disattenti e in secondo luogo perché guardiamo ai fatti secondo dei pregiudizi, secondo immagini verbali e psicologiche di ciò che guardiamo. Perciò non vediamo mai niente in modo totale.

È piuttosto difficile anche guardare obiettivamente la natura. Guardare un fiore senza un'immagine, senza alcuna conoscenza di botanica proprio per osservarlo diventa assolutamente difficile perché la nostra mente è vagante, priva di interesse.

Ed anche se è interessata guarda il fiore con un certo apprezzamento e con una descrizione verbale che sembra dare all'osservatore la sensazione di averlo veramente guardato. Guardare intenzionalmente non è guardare. Perciò il fiore non lo guardiamo mai veramente. Lo guardiamo attraverso una immagine.

Probabilmente e abbastanza facile guardare qualcosa che non ci tocchi profondamente, come quando andiamo al cinema a vedere fatti che per un attimo ci agitano ma che subito dimentichiamo. Ma succede molto di rado di osservare se stessi senza l'immagine di se stessi che è costituita dal passato, dalle conoscenze e dalle esperienze accumulate.

Abbiamo una immagine di noi stessi. Pensiamo di dover essere questo e non quello. Ci siamo fatti precedentemente un'immagine di noi stessi e attraverso di essa ci guardiamo. Pensiamo di essere superiori o ignobili e la visione di quel che realmente siamo ci scoraggia o ci spaventa. Così non possiamo guardate noi stessi; quando lo facciamo si tratta di un'osservazione parziale, e qualsiasi cosa che sia parziale o incompleta non genera comprensione.

È solo quando ci guardiamo totalmente che ci può essere la possibilità di liberarsi da quel che osserviamo. La nostra percezione non dipende solo dagli occhi, dai sensi, ma anche dalla mente, ed è ovvio che la mente è pesantemente condizionata. Perciò la percezione intellettuale è solamente parziale, tuttavia sembra soddisfare la maggior parte di noi, e pensiamo di comprendere.

La cosa più pericolosa e distruttiva che ci sia è una comprensione frammentaria. Questo è esattamente quel che sta succedendo in tutto il mondo. Il politico, il prete, l'uomo d'affari, il tecnico, anche l'artista, tutti hanno una visione parziale. E perciò sono persone veramente distruttive.

Dal momento che hanno ruoli molto importanti nel mondo la loro visione parziale diventa la norma accettata, e l'uomo vi resta intrappolato. Ciascuno di noi è allo stesso tempo il prete, il politico, l'uomo d'affari, l'artista, e molte altre entità frammentarie. E ciascuno di noi è anche il campo di battaglia di tutte queste opinioni e questi giudizi in conflitto...

Se lo vedrete totalmente, e non intellettualmente o verbalmente o emotivamente, allora vi comporterete e vivrete in modo completamente diverso. Quando vedete un pericoloso precipizio o vi trovate davanti un animale pericoloso non c'è comprensione parziale o azione parziale; c'è un'azione totale.

In ogni momento c'è l'intero della vita. Ogni momento è una sfida. Imbattersi in modo sbagliato in queste sfide è una crisi della vita. Non vogliamo vedere che queste sono crisi, così chiudiamo gli occhi e le fuggiamo. Perciò diventiamo ancora più ciechi, e le crisi aumentano...

Abbiamo quindi una sola domanda, cioè come si fa a vedere un problema in modo talmente completo da liberarsene. La percezione può scaturire solamente dal silenzio, mai da una mente ciarliera. Il suo essere ciarliera deriva forse dal desiderio di liberarsi del problema, di ridurlo, di fuggirlo, di sopprimerlo o di trovarne un sostituto; solo una mente in quiete può vedere.

Voi non vedete la verità che la mente vede solo se è in quiete. Il problema di come avere la quiete della mente non esiste. È la verità che la mente deve essere quieta; vedere questa verità libera la mente dall'essere ciarliera. È allora operante la percezione, cioè l'intelligenza, e non la presunzione di voler essere in silenzio per poter vedere.

La presunzione può anche operare, ma questa non è altro che una operazione parziale e frammentaria. Non c'è alcun rapporto tra il parziale e il totale; il parziale non può crescere e diventare il totale. Perciò vedere è della massima importanza.

Vedere è attenzione, ed è solamente la disattenzione che fa sorgere un problema…Ma essere consapevole della propria disattenzione è della massima importanza, non c'è bisogno di chiedere come essere attenti in ogni momento. Porre questa domanda: «Come posso essere attento in ogni momento?» è avidità. Ci si perde nello sforzo di essere attenti.

Lo sforzo di essere attenti è disattenzione. Non potete sforzarvi di essere bello, o di amare. Quando non c'è più odio c'è l'altro. E l'odio può cessare solamente quando gli date tutta la vostra attenzione, quando imparate e non accumulate nozioni su di esso. Cominciate il più semplicemente possibile.

(Jiddu Krishnamurti, L'uomo alla svolta, Astrolabio Ubaldini ed., 1971)