giovedì 11 marzo 2010

Una zattera sull’oceano


Guardando alle persone delle epoche passate pensiamo, ingenuamente, che esse siano molto diverse da noi. Non riusciamo a comprendere, per nostra ignoranza o per ingenuità, che essi erano persone perfettamente uguali a noi: gente che aveva bisogno di una disciplina e di una guida che li rendesse capaci di manifestare i loro talenti: cioè di scoprire la loro vera essenza. Erano persone che volevano manifestare la loro più profonda spiritualità.

Il taoismo è una disciplina che può rispondere pienamente a questa esigenza, perché è un sistema di pensiero che è ancora vivo ed attuale nella sua primaria idealità, cioè conciliare cuore e mente. Malgrado noi possiamo studiarne la filosofia di vita, praticare la meditazione, apprendere il Qigong, praticare la marzialità, malgrado tutto dovremmo sempre rammaricarci per non poterne penetrare fino in fondo tutta la sua pregnanza fino ad apprezzarne la moderna vitalità.

Nel taoismo, la disciplina fisica e la ricerca filosofica sono entrambi propedeutiche alla meditazione, e la meditazione è la via fondamentale per accedere alla spiritualità: è nella meditazione che ci apriamo alla voce dello spirito, alla vera essenza e conquistiamo la fiamma della vita. Ma i metodi per giungere a quest’obiettivo sono differenti, perciò ci riesce difficile apprezzarli in uno sguardo d’insieme, che viene ulteriormente limitato dalla mancata conoscenza della lingua cinese.

Nel cinese, che è una lingua ideografica, vi sono dei segni simbolici cioè dei segni che esprimono concetti, di cui bisogna penetrare il profondo simbolismo: ad esempio l’ideogramma del Tao mostra al centro una persona che è rappresentata dalla testa con due ciuffi di capelli e, in basso, vi è il segno di una biforcazione che mostra il movimento su un sentiero, cioè una via.

Il cinese è una lingua che usa molti elementi di simmetria per esprimere i suoi concetti, come nell’espressione “Quando il sole tramonta, la luna sorge. Quando la luna sorge, il sole tramonta” con cui si esprime il susseguirsi dei cicli dell’esistenza e l’infinito ordine dei ritmi dell’alternanza: cioè il ciclico alternarsi di yin e yang. Il taoismo usa delle sfumature linguistiche a cui attribuisce particolare significato con cui dobbiamo familizzare.

Siccome, in ogni epoca, le persone cercano di definire sé stessi e di trovare la loro strada nella vita si può dire che, in ogni epoca si è cercato un Tao: per questo stesso motivo, in tutte le epoche in cui le persone che cercano le vie, faticano ad applicare una vantaggiosa pratica, la flessibilità della mentalità taoista può giungere in aiuto.

Per i taoisti, un completo sistema di vita è interamente spirituale, ma il significato di spiritualità è concepito in modo concreto, come una concezione non astratta ma radicata profondamente nel corpo e nella vita. Lo spirito, per il taoismo, pervade tutta la vita perché tutti gli aspetti della vita sono intrisi di significato spirituale, fino ai più semplici elementi della quotidianità.

Tutto deve essere fuso in un insieme coerente, a tutto ci si deve avvicinare con un approccio equilibrato secondo la dualità di fisico e mentale, di inerte e di attivo, del raffinato e del grezzo: in tutti questi aspetti dobbiamo trovare l’equilibrio, la giusta Via di Mezzo.

Se vogliamo essere taoisti, non dobbiamo subire alcuna amputazione di aspetti della nostra personalità o della nostra vita, non dobbiamo abbandonare il lavoro o trascurare i nostri affetti, non dobbiamo trascurare la nostra famiglia. Per aspirare ad una vita da moderno taoista, è sufficiente equilibrare le varie componenti della nostra personalità e dare loro un centro di gravità certo: questa integrazione il taoismo la chiama la Via del Guerriero Saggio.

Questa via è espressa dal termine “wen wu xing” il cui ideogramma rappresenta 3 caratteri, di cui il primo è la sfera culturale, il secondo è il mondo materiale e il terzo è la via pratica o il sentiero: queste sono le sfere che il Guerriero Saggio deve coltivare. Questa è l’integrazione tra le diverse sfaccettature della vita umana a cui tutti i taoisti sono chiamati a ottemperare.

Perciò il taoismo usa pratiche che riguardano il corpo, la dieta, la respirazione, l’erboristeria, gli studi filosofici e la meditazione, utilizzate come pratiche di apertura alla via del Tao. Nel taoismo si parte con semplici esercizi fisici e con elementari norme igieniche perché tutti i fattori umani sono egualmente importanti, perciò essi non vanno trascurati.

Tutti i nostri aspetti sono ugualmente importanti nella giusta pratica di nutrimento della nostra vita, perciò dobbiamo fare attenzione a ciò che mangiamo, agli esercizi fisici che pratichiamo, al modo con cui ci prendiamo cura del nostro corpo fisico, ma anche al nostro modo di pensare e alla qualità dei nostri più elevati ideali spirituali.

Se avremo la costanza di seguire una serie di pratiche taoiste questo equilibrio diventerà la nostra seconda natura e acquisteremo un occhio più elevato e illuminato dalla contemplazione del supremo equilibrio del Tao. Così vivremo più a lungo, saremo più sani e più saggi perché in grado di penetrare il significato profondo dell’esistenza.

Per vivere come un taoista non bisogna privarsi di nulla, e non bisogna fare pratiche eccentriche, non siamo discriminati in base all’età, alla razza o al sesso di appartenenza: quello che conta è la percezione personale e la bontà del risultato pratico. Essere Guerriero Saggio euivale a dire di essere un taoista: questi termini sono perfetti sinonimi.

Nel taoismo si segue la pratica come si vuole, e si accettano solo le concezioni di cui condividiamo il significato, si segue solo ciò che può essere sperimentato personalmente: si entra solo se siamo convinti della bontà delle pratiche: la via del Guerriero Saggio è la via della coltivazione del sé.

Si narra di uno studente detto il Realizzato che salì sulle montagne per studiare il Tao. Chiese al maestro, il taoista della Spiaggia dell’Oca del Sud, da quanto tempo vivesse sulle montagne. Questo è un modo assai riguardoso per la mentalità cinese, per rivolgersi ad un maestro, al fine di chiedere notizie sul suo sentiero e sulla sua filosofia.

Il Maestro della Spiaggia dell’Oca del Sud sorrise, e poi rispose che disdegnava i valori e i lussi mondani, che rifuggiva dagli onori e che amava la meditazione. Egli sedeva, meditando in solitudine, mentre la vita scorreva e mentre passavano le generazioni. Nell’udire tale risposta, un maestro taoista più esperto, chiamato Ingannatore del Pericolo, osservò che, se tutte le cose del mondo mutano e si trasformano, bisogna mutare con loro. E' necessario essere perfettamente consapevoli di tutto, e mantenersi in disparte:

“Come una zattera alla deriva sull’oceano, non importa dove mi dirigo o mi fermo. Raggiungere il Tao è una questione di moto continuo. La vera natura nasce dallo splendore profondo.” Essere taoisti significa diventare come l’Ingannatore del Pericolo, che non disdegnava nulla e che fluttuava noncurante nell’immenso oceano del Tao.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 8 marzo 2010

La creazione del mondo


Un uomo, mentre era in viaggio, per caso entrò in paradiso. Nel paradiso concepito dagli hindù esistono alberi che soddisfano i desideri. Ti siedi semplicemente sotto uno di loro, desideri una cosa qualsiasi, e immediatamente viene soddisfatta: tra desiderio e appagamento non c’è alcun lasso di tempo. Tu pensi, e immediatamente la cosa si concretizza. Questi alberi rappresentano simbolicamente la mente. La mente è creativa, creativa con i suoi stessi pensieri.

Quell’uomo era stanco, per cui si addormentò sotto uno di questi alberi. Quando si svegliò, era molto affamato, per cui disse: “Quanto vorrei poter trovare del cibo da qualche parte!” E immediatamente il cibo apparve dal nulla, fluttuava nell’aria; erano manicaretti deliziosi. L’uomo divorò ogni cosa e quando si sentì sazio, in lui sorse un altro desiderio: “Se solo potessi avere qualcosa da bere…” e poiché in paradiso non esiste alcun proibizionismo, immediatamente apparvero vini pregiati. ...

Dopo aver bevuto, mentre si rilassava alla fresca brezza del paradiso, quell’uomo iniziò a chiedersi: “Cosa sta succedendo? Sto sognando? Oppure ci sono nei pressi dei fantasmi che si prendono gioco di me?” E subito comparvero dei fantasmi: feroci, orribili e stomachevoli. L’uomo si mise a tremare e in lui sorse un altro pensiero: “Adesso di certo verrò ucciso. Questi mostri mi uccideranno!” E fu ucciso!

Questa è una parabola antica, il cui significato è molto profondo. La tua mente è l’albero dei desideri: qualsiasi cosa pensi, prima o poi si avvererà. A volte lo spazio tra il desiderio e il suo compimento è talmente grande che ti dimentichi completamente di avere mai desiderato proprio quella cosa.

A volte passano anni, a volte addirittura delle intere incarnazioni, per cui non sei in grado di risalire alla fonte. Ma se osservi con attenzione, e in profondità, vedrai che tutti i tuoi pensieri stanno creando te e la tua vita. Essi creano il tuo inferno e il tuo paradiso. Creano la tua infelicità e la tua gioia. Creano il negativo e il positivo. Ognuno di noi è un mago; ognuno tesse e ricama un mondo magico intorno a sé… e poi ne resta intrappolato. Il ragno stesso è intrappolato nella sua tela.

Quando lo comprendi, le cose iniziano a cambiare. A quel punto puoi giocare con la vita: puoi cambiare il tuo inferno in paradiso, si tratta solo di dipingerlo partendo da un’altra prospettiva. D’altra parte, puoi amare a tal punto la tua infelicità da crearne quanta ne vuoi, a piacimento!

Ma in quel caso non ti lamenti più, poiché sai che si tratta di una tua creazione, è un tuo dipinto, non puoi renderne responsabile qualcun altro. In quel caso, l’intera responsabilità è solo tua. Allora nasce una nuova possibilità: puoi smettere di creare il mondo, puoi non crearlo più. Non è più necessario creare il paradiso e l’inferno, non è più necessario creare. Il creatore si può rilassare, può ritirarsi.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 5 marzo 2010

L’infinito sapore dell’insapore


In occidente possediamo un termine che viene detto “sviluppo personale” e costituisce un processo di preservazione e di depurazione della persona: in questa convenzione vi è molto di quello che conosciamo come pratica taoista. Nell’uomo esiste l’alternativa tra il disperdio delle forze vitali spingendole fino all’esito esiziale, fino alla fatalità della morte oppure all’elevazione del Tao della Saggezza.

Come si può decantare un essere fisico per “conservarlo” nel suo rigoglio e, così garantire un pieno regime taoistico di vitalità? Secondo Zhuangzi, o Chuang-Tzu, l’autore del Zhuang Zhuo, un testo risalente al 370-286 a.C., noi dobbiamo sbarazzarci di tutte le attività e di tutti i saperi che non concorrono a questo effetto, e che non servono a tale finalità.

Colui che “accede alla vera comprensione di ciò che costituisce il destino” non si occupa di ciò che resta senza effetto ai fini di tutto questo: perciò fa piazza pulita di tutte quelle considerazioni che non sono buone o legittime a tale obiettivo. Se per nutrire la nostra forma fisica è necessario poter godere di beni materiali, è pur vero che possiamo godere di un eccesso di risorse e di beni materiali, senza riuscire a “garantire la nostra vitalità.”

Certamente non bisogna rinunciare alla nostra forma fisica, ma dobbiamo farlo senza che vi sia una “dissociazione della nostra forma fisica” perchè, può accadere di poter perdere malgrado tutte le nostre cure, la nostra vitalità. Zhuangzi ci avverte che nutrire la forma fisica non è sufficiente a nutrire la vitalità, essa è una condizione necessaria ma non sufficiente perchè serve ancor più, infatti nessuno elemento spirituale può essere separato dal corpo materiale. E’ questo il dilemma di come poter passare dal corpo a ciò che concepisco come “la mia vita.”

La soluzione consiste nel concepire ciò che può trascendere la forma fisica, cioè come vitalizzarla ed energizzarla, senza soffrire della dissociazione e poi, saper sperimentare tutto ciò nell’esperienza, e nell’azione reale facendo la fusione del fisico e dello spirituale. Come trovare il punto d’appoggio e come tentare un’elevazione che faccia attuare il “salto” qualitativo? Il pensiero cinese conosce uno stato transitorio del tempo che chiama il “sottile” e che non lascia i confini del tempo permanendo nel campo del fisico e del concreto.

Nel sottile vi è uno stato raffinato ed elevato, che è affrancato da ogni pesantezza, da ogni limite e da ogni opacità della forma concreta. Il pensiero cinese si è sempre molto appassionato allo studio di ciò che è sciolto e decantato, da ciò che è reso più “vivo” e più disponibile, da ciò che è meno reificato da contaminazioni: qui è la manifestazione dell'essere al massimo del suo effetto.

Nell’estetica cinese vi è l'attrazione per l’ebbrezza del vuoto, così come viene manifestato dall’infinito sapore dell’”insapore” e anche dai suoni e dalle raffigurazioni pittoriche, in cui si descrive uno stato di transizione tra il silenzio e la sonorità nella musica, tra il vuoto e il pieno nella pittura.

Nell'estetica cinese vediamo forme o suoni appena abbozzati e che quasi fuggono, sono degli elementi potenti e intensi nel loro ritrarsi. Vediamo forme appena abbozzate che appaiono in modo diffuso, forme pregnanti e pervasive, ma sono delle forme che possono emanare indefinitamente.

Lo stadio del sottile è la strategia della flessibilità e della duttilità, ed esso esiste in una manovra che deve operare a monte delle disponibilità ad essere, e che perciò ci rende relativamente inerti. Io, sapendo restare all’erta, pur nella mia placidità, divento impossibile da colpire per l’avversario e, nel contempo, per l’estrema reattività che mi è propria, il mio potenziale risulta perennemente rinnovato perciò, stando apparentemente immobile io mi ricarico.

Il mio avversario, invece, resta impacciato e bloccato dalla rigidità dei suoi piani strategici e dei suoi ordini mentali. Io, immobile, mi mantengo allo stadio agile del virtuale mentre l’altro, il mio avversario, è ridotto ad incagliarsi alle rive fangose, perciò resta impantanato nelle secche dell’attualizzazione: è così che lui mi offre una presa! E’ questo lo spirito di tutte le arti marziali cinesi: questa è la vera essenza della marzialità!

E lo Zhuangzi offre le pratiche più concrete a questa finalità di comprensione: è questa “l’essenza” o la “quintessenza” o il “fiore” o “la prima scelta” la “selezione” e “l’energia:” questo è lo "jing". Jing è un termine che è ascritto al campo fisico ma con modalità raffinata, perché originariamente designava un chicco di riso scelto e brillato, e reso il “fior fiore di.”

Jing designa, sia lo sperma umano ma anche lo spirito del vino, come pure ogni materia che è stata decantata e assottigliata fino al punto di diventare pura energia, e che riesce a dispiegarsi per comunicare ovunque il suo effetto: jing si oppone al tangibile come pure all’opaco, all’inerte, al torbido e al grossolano.

Noi occidentali pensiamo a questi concetti come a dei residui di mentalità arcaica, perciò dimostriamo di considerare il recupero di ciò che può renderci più liberi e vitali come un fattore di ottusità ma è vero l'esatto contrario. Viviamo nel rimosso di ogni nostro fondamento come se questo fosse un fattore d’intelligenza, e questo noi lo crediamo fermamente, mentre la realtà ci mostra tutt'altro. Questo viene definito intelligenza!

Noi, che ci sentiamo superiori, non sappiamo neppure valutare una teoria a seconda dei danni o dei vantaggi che essa ci procura, perciò sarebbe ormai vitale recupare la nostra vera “quintessenza” sia in senso concreto che in senso figurato. Se fossimo del partito di coloro che aspirano ad accettare tutto ciò che appare come vantaggioso e benefico, senza stare tanto a sottilizzare sulla sua provenienza allora, a questa quintessenziale intelligenza sul modo migliore di vivere, utilmente potrebbe contribuire Zhuanzgi.

Buona erranza
Sharatan

martedì 2 marzo 2010

Il Precettore della compassione


Il grande principe Mong Suen era a caccia con tutta la sua corte, e stavano cacciando in un bosco profondo. Ad un tratto, videro una cerva con il suo piccolo cerbiatto, e iniziarono a braccarli tra gli alberi perciò, velocemente, i due animali si ritrovarono accerchiati e senza via di scampo. La cerva disperata spiccò un grande salto, e riuscì a superare un fiume in secca, dal letto fangoso, mentre il suo cerbiatto, che avrebbe dovuto seguirla nella fuga, esitò troppo a lungo.

Il principe Mong Suen saltò come una tigre, e catturò il cerbiatto poi, tutto soddisfatto, lo consegnò a Qin Ba Xi, che era uno dei suoi più fedeli cortigiani, ordinandogli di conservarlo con cura e di portarlo nei giardini del suo palazzo. Allora Qin Ba Xi prese una corda, e la legò al collo del piccolo animale, poi salì sulla sua cavalcatura e prese lentamente la via del ritorno, mentre il principe Mong Suen si affrettò, al galoppo con la sua scorta, per giungere prima a destinazione.

Passarono alcune ore quindi, il principe Mong Suen mandò a chiamare Qin Ba Xi, per chiedere come avesse fatto con il piccolo cerbiatto, e come l’avesse sistemato nei suoi giardini ma, quando Qin Ba Xi fu al cospetto del principe si lasciò cadere sulle ginocchia. Qin Ba Xi chinò il capo, poi con voce calma ma sommessa disse al suo Signore: “Io Maestà vi ho sempre servito fedelmente, ma con il piccolo di cerbiatto non ho potuto farlo.

Oh mio Signore! Quando voi siete partito avanti con la vostra scorta, io ho iniziato a trascinarmi dietro il piccolo cerbiatto ma, mi sono accorto che sua madre, la cerva, ci stava seguendo da lontano e poi, quando mi sono fermato per fare abbeverare la mia cavalcatura, il piccolo stremato dalla lunga marcia si è lasciato cadere sull’erba, e allora la cerva si è avvicinata.

Ha iniziato a leccarlo, e a consolarlo dalla sua paura, lo leccava e mi guardava, e non si è allontanata neppure quando io mi sono avvicinato a loro. Ci siamo fissati a lungo, e io non ho avuto più il coraggio di separare la madre dal figlio. Allora ho sciolto la corda e ho liberato il cerbiatto, e li ho visti correre verso gli alberi, la cerva con il cerbiatto, e scomparire nel più profondo della foresta. Ora sono qui a confessare di avervi disobbedito. Ora Maestà voi sapere qual'è la mia colpa!”

Il principe Mong Suen, furibondo, colpì con il suo pugno il bracciolo della sua poltrona quindi saltò in piedi veloce come un fulmine, e urlò adirato fissando Qin Ba Xi: “Come osi confessare sfrontatamente la tua disobbedienza al mio ordine? Tu, come osi mettere in dubbio la mia volontà? Ti sei arrogato il diritto di decidere cosa fosse meglio senza ascoltare ciò che volevo io! E invece sia come io comando, che tu venga bandito dal Regno, e non avere la sfrontatezza di comparire mai più alla mia presenza. Che tu sia esiliato per sempre dal mio regno!”

Quindi Qin Ba Xi fu allontanato dal regno del principe Mong Suen, ma restò lontano solo per poco tempo, perché in tutto il paese fu proclamata la notizia che il principe Mong Suen aveva richiamato Qin Ba Xi alla sua corte, e lo aveva nominato Primo precettore e maestro privato del principe ereditario, il figlio amatissimo del principe Mong Suen. Alla cerimonia per quel prestigioso insediamento, uno dei cortigiani invidiosi di tale e tanta fortuna, si avvicinò al Sovrano e gli sussurrò insidioso:

“Vostra Celeste Maestà, questi non è quel Qin Ba Xi che vi ha sfacciatamente disobbedito facendo fuggire un cerbiatto?” Allora il principe si alzò in piedi e proclamò davanti a tutta la sua corte: “Questo che voi vedete è Qin Ba Xi a cui io devo tutta la mia riconoscenza, e che ha dimostrato compassione per un cerbiatto. E'stato così che mi ha dimostrato di essere il migliore precettore per il mio amato figlio. Mio figlio da lui potrà imparare il sentimento della compassione che è il migliore sentimento per il cuore di un regnante giusto.

Di lui ho pensato, che la compassione che ha dimostrato per il piccolo di cervo, la poteva riservare anche al figlio di un grande principe. E la compassione non è forse il sentimento più nobile che può abitare nel petto del futuro Imperatore del Celeste Impero? Perché non fu il Venerabile Lao-Tseu che disse: Essere Saggio significa conoscere gli uomini, essere Umano significa amarli …?”

Buona erranza
Sharatan

domenica 28 febbraio 2010

In raffinata conversazione


Colui che possiede un occhio di bassa lega non è capace neppure di riconoscere il brillare dell'oro perciò, egli potrebbe attribuire all'anima taoista, una sensualità volgare e grossolana che male si adatta all’ideale di eleganza e di signorilità del feng liù: ma è solo quell’occhio grossolano e volgare che non è adatto a contemplare un ideale supremo, in cui si trascendono “forme e fattezze“: e questa è amara riflessione di Fung Yu Lan nella sua “Storia della filosofia cinese.”

Invece un occhio molto raffinato sa avere intuizione di ciò che sta al di là del mondo, poiché vede l’ordine armonico dell’universo, e questo acuto sguardo è fondamentale per apprezzare il livello sublime del vivere secondo il concetto feng liu. Chi riesce ad avere questa elevata visione, può entrare nel vero spirito del taoismo, in cui vive la più sottile sensibilità al piacere, e in cui coabitano le necessità estetiche e spirituali più elevate e raffinate, e non semplicemente quelle sensuali.

Il “Shih-Shuo Hsin-Yu” cioè “Le relazioni contemporanee dei nuovi discorsi” è un’opera di Liu Yi Ch’ing (403-444) in cui vengono riferiti brani di “ch’ing t’an” cioè di buona e raffinata conversazione. L’arte di conversare consisteva nell’esprimere il pensiero più eletto, che in genere era taoista, nel linguaggio più raffinato e con il periodare più colto e forbito, al fine di deliziare lo spirito e l‘anima degli conversanti.

Per questa sua natura così preziosa, una tale arte non poteva essere sostenuta che tra amici giunti ad un elevato livello culturale e spirituale: perciò era considerata una delle più squisite attività intellettuali. Lo Shis-shuo è una raccolta di queste squisite e raffinate conversazioni tenute dai più famosi esperti, e ci offre lo specchio di coloro che, nel corso del 3. e 4. sec. d.C., furono seguaci delle idee di feng-liu, e amanti dell’impulso “del vento e della corrente.”

E’ in questa concezione di suprema eleganza che si sono armonicamente fuse le due anime cinesi, cioè l’incontro del “rigoroso” confuciano e del “sognante” taoista, perchè nel feng-liu è la radice comune delle due concezioni: è qui che l’anima cinese dimora nella sensibilità riunita delle sue complementarità. Se il confuciano dello stile Han si nutre di dignità e di grandezza, e lo stile dei signori Ch’in della radice taoista vive di eleganza e libertà ebbene, queste qualità si fondono e originano il feng-liu.

Poichè la mentalità cinese ama le migliori pratiche di buona vita, e non ama operare la rinuncia, privilegiando l'incremento alla perdita, è per questo motivo che riesce a concepire l'unione per reciproca ammirazione dei due modelli di anima che nutrono il suo spirito più elevato: perciò avviene una fusione dell'anima del confuciano e del taoista, in cui dimora lo Spirito delle reciproche origini.

Storicamente, tutto ciò avviene perché durante la dinastia Chiu era molto ammirata la bellezza fisica e spirituale delle grandi personalità, ad es. Chi K’ang era famoso appunto per la sua grande personalità, perciò taluno lo paragonò ad una montagna di giada, e altri ancora gli attribuirono l’eleganza del pino (Shis-shuo, cap. 14): questo è un esempio di feng-liu.

Saper trascendere la discriminazione “delle forme e delle fattezze” significa avere un sentimento di uguaglianza e di non discriminazione fra se stessi e le cose della natura: questo sentimento tanto elevato è essenziale alla comprensione del feng-liu, e alla manifestazione dello spirito artistico. Il vero artista deve saper estendere i propri sentimenti a ciò che rappresenta, e deve saper esprimere l’oggetto tramite una mediazione personale: in questo senso l'artista è un medium, cioè un ponte.

Ora possiamo capire perché nutrire l’energia, nella concezione cinese, diventa una vocazione dell’essere umano, che ha la responsabilità nella cura che prende nel mantenimento e nel dispiegamento del suo potenziale di vita: così possiamo capire meglio le espressioni taoiste come “nutrire l’essenza” o trovare la “quintessenza” o “coltivazione del soffio” o “del fiore” o “dell’energia“: tutto ciò significa preservare il “filo tagliente” dell'energia vitale.

Dalla cura che riserviamo al nostro filo energetico proviene la restaurazione delle nostre forze vitali, perciò sappiamo reintegrarle a mano a mano che si spendono, ma sappiamo anche ravvivare le nostre capacità interiori depurando il nostro essere fisico, e sappiamo aguzzare il nostro mordente e mantenerci in forma, ma una forma che non si riduce al solo corpo fisico.

Il cibo ideale per alimentare la vita è “nutrire la calma” che non significa piantarsi come un palo e rimanere senza sentimento, ma piuttosto “nutrire e recuperare le forze vitali” con la calma e nella calma; quindi significa concedersi il tempo per il recupero, e non farsi fagocitare dalla fretta. E' sempre necessario riposarsi e rasserenarsi, ed è indispensabile anche “ricrearsi” per potere uscire dagli assilli del mondo: è così che possiamo ricostruire le nostre energie vitali.

A ben vedere, queste formule taoiste non sono affatto delle concezioni astruse o delle elucubrazioni psicologiche ma sono delle rubriche preziose da cui impariamo che tutti i nostri aspetti umani sono inseparabili, e perciò la natura umana diventa preziosa in virtù di questa inseparabilità.

Ma questo è ciò che si crede in Cina, e nella pratica del taoismo mentre, nella mente occidentale tale pensiero viene ucciso da Aristotele nell’“Etica a Nichomacheo, (1,6) in cui afferma: “Il solo fatto di vivere e, con evidenza una cosa che l’uomo condivide anche con i vegetali: ora, quel che noi cerchiamo, è quel che è proprio dell’uomo. Dobbiamo dunque lasciare da parte la vita di nutrizione e di crescita.”

Lo sviluppo dell’uomo, per noi occidentali, è solo frutto del pensiero e della conoscenza cioè del nous e del logos, perciò nutriamo una concezione dell’essere come quella di un'entità separata, con una funzione generica e inferiore di sviluppo e di crescita. E‘ qui che nasce la concezione di supremazia gerarchica tra le forme varie vitali, con una gerarchia dell’importanza degli esseri senzienti: questa è l’origine di una concezione negativa che la Cina non ebbe mai.

Nella Cina antica, contemporaneamente ad Aristotele, vive il saggio Zhuangzi che teorizza sull’arte medica cinese affermando che il “seguire” o “perseguire” la vita non è una via senza uscita o senza fine, ma è un seguire l’arteria principale “du” che sale al centro della schiena come la nostra spina dorsale, scorrendo dal basso fino alla nuca, in cui passa in modo sottile il soffio della respirazione e che, perciò, funge da “vaso” governatore dell’energia del corpo.

Questa arteria fa comunicare l’influsso grazie al suo vuoto interno, salendo dalla base al vertice, senza deviare nell’uno e nell’altro lato; perciò essa è considerata la Linea di vita che deve essere “sposata” o armonizzata alla buona regola o buona condotta. E’ soltanto a questa condizione, dice Zhuangzi, che possiamo “conservare la nostra persona” ossia “rendere completa la nostra vitalità,” e andare felicemente a vele spiegate fino al termine dei nostri anni.

I cinesi mettono al centro della loro condotta di vita la vitalità organica, poiché non tengono in alcuna considerazione un termine di immortalità conquistata con un “Lassù” superiore a cui accedere tramite la Maestria nell’Arte della Fuga.

Gli antichi cinesi non si concedono tale via di fuga perchè nello spirito taoistico-confuciano, vi è sufficiente coraggio per affrontare la sfida di una vita in cui l’unico elemento che possiamo considerare è quello della vita individuale che si manifesta nel corpo e tramite di esso: essi mantengono sempre la loro parola.

Secondo la concezione cinese, alla morte, alcune anime salgono verso l’alto e si fondono con il soffio yang oppure, scendono nella terra, per ricongiungersi allo yin ma questa, non è una vera e propria concezione di sopravvivenza dell’anima umana perché, nella Cina antica, non si coltiva l’orgoglio personale ma si nutre solo l’orgoglio della stirpe, della famiglia e del clan. E’ per questo motivo che la “salvezza” intesa in senso occidentale, mediante la conquista della “Vita eterna” per i taoisti non può significare altro che l’ottenimento di “una lunga vita,” cioè la conquista dell’immortalità materiale del corpo fisico.

Zhuangzi ci svela un sogno taoista che consiste in un alto ideale, secondo il quale, se non siamo di questo mondo siamo comunque sempre della nostra vita, ed è questa nostra vita che abbiamo il dovere di nutrire. Zhuangzi narra di geni del monte Gushi che si nutrono di solo vento e di rugiada, o della Vegliarda che aveva la pelle splendente come neve. Egli racconta d'Immortali che conservano la freschezza e la delicatezza di una vergine con il colorito da bambino e che, al termine di mille anni, ormai stanchi di questo mondo, cavalcano le Nuvole bianche e volano fino al Palazzo del Cielo, che è il regno di ogni delizia e di ogni felicità.

Per arrivare allo stato Hsien c’è bisogno di una vita ovvero di un Tao, che viene indicato con il termine “shou” che significa “saper conservare depurando.” I taoisti credono che sia merito della placidità con cui andiamo a considerare gli elementi esterni, che è una pratica che viene conquistata con la gradualità, se noi possiamo eliminare il tumulto del cuore, e il rumore assordante del mondo esteriore: è questo il significato della longevità, che significa solo “nutrire la vita.”

Buona erranza
Sharatan

venerdì 26 febbraio 2010

Il vostro felice destino è inevitabile!


“Il più grande momento di Dio è il momento in cui ti accorgi di non aver bisogno di nessun Dio.

Lo so, lo so, non è questo che ti hanno insegnato. Eppure i tuoi insegnanti ti hanno parlato di un Dio iracondo, un Dio geloso, un Dio che ha necessità di essere necessario.

Ma un vero Maestro non è quello con il maggior numero di allievi, ma quello che crea il maggior numero di maestri.

Il vero capo non è quello che ha il più gran numero di sudditi, ma quello che guida il maggior numero di persone verso la regalità.

Il vero insegnante non è quello che possiede il più vasto sapere, ma quello che riesce a portare il maggior numero di allievi alla conoscenza.

E il vero Dio non è Quello servito dal maggior numero di fedeli servitori, ma Quello che serve di più, rendendo simili a Lui anche tutti gli altri.

Perché ciò rappresenta sia lo scopo sia la gloria di Dio: che i suoi sudditi non siano più tali e che tutti conoscano Dio non come l’essere irraggiungibile, ma come l’essere inevitabile.

Vorrei riuscire a farvi comprendere questo: il vostro felice destino è inevitabile. Voi non potete essere “salvati.” Non esiste nessun inferno tranne quello di non sapere queste cose.”


Neale Donald Walsch, Conversazioni con Dio, Sperling & Kupfer ed., 1998 (rist. 2009)


lunedì 22 febbraio 2010

Come nutrire la vita


“Quando lo spirito dimora all‘interno e irradia la sua luce all‘esterno,
e si è spontaneamente differenti dagli altri uomini,
allora si parla di “immortale nello spirito".
Ma l‘immortale nello spirito è anche un uomo.
Poiché dipende dalla coltivazione del proprio soffio vuoto,
e non si lascia sviare dalle argomentazioni,
discussioni e convenzioni mondane;
egli segue la propria spontaneità,
e non è ostacolato dalle false opinioni:
così ha terminato il suo lavoro.”

(T’ien-yin-tzu- Il trattato del Maestro Celeste)


Si osserva una cesura che separa il pensiero cinese da quello occidentale, esaminando la concezione della vita umana, perché le due modalità di pensiero sono assai distanti. Vi è una frattura che divide le due mentalità che sono radicate su opposte posizioni: è per questo che quando leggiamo che il taoismo è l’Arte di nutrire la vita come igiene e pratica della longevità, restiamo increduli e crediamo di doverne ridere.

L’espressione “nutrire la vita” è molto diffusa nella cultura cinese, e va concepita senza la supponenza dell’esistenza di una scissura tra corpo e anima, quindi dimentichiamo che questa espressione cinese possa avere valore figurato, poiché nel taoismo si praticano delle tecniche per favorire l’immortalità fisica.

Il simbolismo del “nutrire” implica l’ancoramento alla Terra perché tutti gli esseri viventi, ad iniziare dalla più umile pianta, iniziano a vivere quando vengono nutriti da una madre, perciò la Terra è la Grande Madre dell‘essere umano. Noi occidentali possiamo concepire il “nutrire” in modo figurato, perché sappiamo nutrire un desiderio, una speranza, un sogno o un’ambizione, oppure crediamo che la letteratura possa nutrire lo spirito.

Il “nutrire” occidentale è più elevato quando assume connotazioni ideali e spirituali, in cui nutriamo degli ideali per perseguire la nostra vocazione, oppure seguiamo il soffio divino per nutrire l’apparato alato della nostra anima, come voleva Platone. Questi diceva che l’anima, mentre si eleva in seguito al corteggio degli dei, trova il suo nutrimento, cioè la sua pastura, nella piana della verità dove contempla delle realtà vere e proprie: perciò l’anima è nutrita dalla musica e la musica è il suo cibo preferito quindi, per analogia, l’uomo nutre il corpo così come nutre l’anima.

Da questo pensiero separato vengono creati i piani distinti di corpo/anima, e il nostro “nutrire” subisce una scissione per la separazione tra lo spirituale e il materiale dell’uomo, che partorirà l’altro grande sdoppiamento nella scissione tra una dimensione visibile e una dimensione invisibile dell’ordine materiale. E‘ tutta questa catena di errori che ha causato la perdita della concezione olistica dell’esistenza, e della sacralità del cosmo che l‘uomo stenta a ritrovare: è così che nasce il dilemma onnipresente se sia migliore nutrire il corpo oppure nutrire la mente.

Questa sarà la frattura fondamentale a cui dovremo ritornare per rimuovere i partiti presi e le sclerosi della nostra mente, perché è così che si è costruita la schizofrenia occidentale. Ed è nata quando abbiamo avviato a credere che la sola fame che possiamo sfamare sia quella di Dio, e che dobbiamo innalzarci dai nutrimenti carnali perché sono la dannazione umana. Abbiamo costruito degli illusori mondi e delle dimensioni parallele in cui gettare ciò che ci crea troppo imbarazzo: e questa è la divisione primitiva.

La sola fame è riservata alla “Parola di Dio,“ i misteri divini diventano il “nutrimento” mentre il Signore ci offre il “grano delle Scritture” affinché Cristo offra il “pane di vita” sacrificandosi come “carne dell’Agnello,” e qui l’abbuffata sacra diventa antropofagia divina, a cui sono invitati solo pochi e selezionati Eletti. Anche quando il nostro pensiero possiede laicità, rimane in sottofondo la concezione di Origene secondo il quale, se la manna degli Eletti vuoi gustare devi uscire dal mondo, e rinunciare a tutti i piaceri della diabolica carne.

Nella concezione cinese, se penso alla “mia vita” penso al mio potenziale vitale, perché i pensatori cinesi sono dei naturalisti che non vogliono far sottostare la condizione umana a nessuna subordinazione trascendentale, religiosa o rituale. Per i pensatori cinesi, come testimoniato nel testo taoista Liet-tse, nel capitolo Il Giardino del Piacere di Yang Chu, vi è la concezione che “la natura umana è la vita,” e che questa vita si debba condurre secondo la più elevata espressione di feng liu, cioè secondo la più sublime e perfetta eleganza armoniosa.

Nel testo viene fatta una distinzione tra interno ed esterno dell’uomo, da parte del personaggio Yang Chu che è ricalcato sul personaggio reale vissuto anticamente, al quale si fa dire: “Ci sono quattro cose che non permettono alla gente di vivere in pace. La prima è una lunga vita, la seconda la reputazione, la terza il rango e la quarta la ricchezza. Quanti hanno queste cose temono gli spettri, gli uomini, i potenti, e le punizioni. Essi sono chiamati i fuggitivi … e le loro vite sono controllate dall’esterno.”

Quindi, opposti agli uomini fuggitivi che vivono di valori esterni, vi sono gli uomini che vivono in accordo con la loro natura, e che vivono regolati solo da fattori interiori. In un altro passo vi è una conversazione tra Tse-Ch’an, che è un famoso statista vissuto veramente e i suoi due fratelli, seguaci di pratiche taoiste, in cui vediamo il disagio di un rigoroso fratello confuciano davanti alle pratiche taoiste, che sono inconcepibili per il suo inflessibile pensiero.

Alle severe critiche di Tse-Ch’an per la loro vita, a suo parere licenziosa, perché trascorsa ad assecondare le loro tendenze naturali ai godimenti materiali e amorosi, i due fratelli taoisti rispondono che l’ordine del mondo esterno non sempre è assicurato e, seppure garantito, nel tempo non dura. Se l’uomo rimette a posto piuttosto “le sue faccende interne” egli si sentirà sempre libero e a suo agio, al di là delle condizioni del mondo esteriore.

Il loro modo di dare “ordine all‘interno” è in armonia con il cuore umano mentre, negli ordini esteriori, c’è sempre bisogno di principi e di ministri che diano regolamentazioni: è nell’ordinare l’interno che noi siamo chiamati ad accordarci con il nostro essere interiore. I taoisti affermano che per nutrire la vita, è necessario vivere secondo noi stessi e non secondo gli altri, dicono che è necessario vivere secondo la nostra ragione e i nostri impulsi, e mai secondo la regola del mondo.

La vita secondo il feng liu è regolata da “tse-jan” cioè da spontaneità e naturalezza, e non da “ming-chiao” cioè istituzione e regola imposta: tutti i taoisti saranno sempre d’accordo su questo sin dall’antichità. L’idea della vita secondo l’impulso interiore è espressa nella forma più audace nel capitolo Yang Chu, quando dialogano due famosi statisti dello stato di Ch’i dell’epoca antica. Riguardo al miglior modo di dare regola alla vita, e su “come” perseguire questa via nella pratica concreta, così si dice nel testo:

“Kuan Yi-Wu rispose: ‘Il solo modo è quello di lasciarle libero corso, né arrestarla di colpo né inibirla’. Yen P’ing-Chung chiese:’E quanto ai particolari?’ Kuan Yi-Wu rispose: ‘Consenti all’orecchio di sentire tutto ciò che all’orecchio piace, permetti agli occhi di vedere quanto desiderano vedere, lascia che il naso odori quanto gli piace odorare, concedi che la bocca dica quanto gli piace dire, permetti al corpo di godere ciò che gli piace godere, e consenti alla mente di fare quanto gli piace.

Ciò che l’orecchio desidera sentire è la musica, la proibizione di ascoltare la musica si chiama proibizione dell’orecchio. Ciò che gli occhi desiderano vedere è la bellezza, e la proibizione di guardare le cose belle si chiama proibizione della vista. Ciò che il naso desidera odorare è il profumo, e la proibizione di odorare i profumi si chiama proibizione dell’odorato.

Ciò di cui la bocca desidera parlare è il giusto e l’ingiusto, e la proibizione del giusto e dello sbagliato si chiama proibizione dell’intendimento. Ciò che da godimento al corpo è il ricco cibo e l’abito raffinato, e proibire al corpo di goderne significa inibire le sensazioni del corpo. Quanto la mente desidera è di essere libera, e vietarle questa libertà significa inibirne la natura. Tutte queste inibizioni sono la causa fondamentale di tutte le contrarietà della vita, sbarazzarsi di tutte queste cause e goderne fino alla morte, sia per un giorno, un mese, un anno o per dieci anni, ecco cosa io intendo per dare regola alla vita‘.”

Nella filosofia cinese si traccia sempre un confine tra il taoismo filosofico e quello alchemico cioè interiore, ma è una distinzione che va molto sfumata, poiché sappiamo da un loro aforisma che, per il taoista, non esistono mai scissioni dottrinali, ma solamente sette. T’ien-yin-tzu, il Maestro dei Segreti Celesti, avverte: “La Via dell’immortale nello spirito ha come fondamento l’incremento della vita. La base essenziale dell’incremento della vita ha come presupposto il nutrimento del soffio.”

Il termine “ch’i” che è reso come “soffio” equivale al “prana” sanscrito perché nel microcosmo, cioè nel corpo umano, è contenuto il macrocosmo, cioè il ch’i dell’universo: questa concezione sarà immutabile sin dai tempi antichi, infatti già Chang-Tsu accenna all’esigenza di “nutrire la vita” o “yang-sheng” e quindi parla di nutrimento del soffio vitale: è questo il nutrimento che allinea il microcosmo inferiore al macrocosmo superiore ed eterno.

Nella speculazione cinese, il Cielo e la Terra sono gli opposti per autonomasia: il principio maschile, il Cielo yang viene contrapposto alla Terra, che è il principio femminile yin. Il Cielo è ciò che sovrasta tutti gli esseri, mentre la Terra li sostiene: dall’unione delle due entità deriva il “soffio” che è naturalmente duale, perché fornito delle qualità di yin e yang che vanno ben bilanciate e strutturate, per evitare l’insorgere della malattia.

La dualità fondamentale yang e yin allude alla dualità maschile/femminile, e a ogni altro tipo di opposizione che possiamo pensare: luce/buio, attivo/passivo, forza/debolezza, etc … Con il termine “hsin” che significa “cuore e mente” si caratterizza il complesso psicosomatico dell’individuo, il centro organizzatore della sua attività nonché l’elemento affettivo-razionale, perciò l’essenza naturale dell’individuo umano è vivere equilibrato nel cuore e nella mente.

Anche il cuore e la mente sono sottoposti all’influsso dello yin e yang, che sono polarità opposte e complementari, perciò il taoismo scopre le lacerazioni del conflitto interiore ancor prima delle psicologie occidentali, così come scopre che l’equilibrio psichico dipende sempre dalle giuste proporzioni degli elementi interiori che sono in lotta tra loro, nel campo di battaglia interiore dell’animo umano.

Nella situazione ottimale, lo yang e lo yin risultano “shen” cioè spirituali” e “k‘ung” cioè vuoti, perciò sfruttano tutte le loro potenzialità ovvero le divinità e gli spiriti, che sono facoltà naturali che albergano nell’uomo. Per loro stessa natura, i due elementi non appaiono originariamente ben caratterizzati, ma si aprono ad ogni possibilità senza alcuna esclusione e alcun pregiudizio: ecco perché sono vuoti, perché ricettivi e disponibili ad accogliere tutte le potenzialità di futura manifestazione.

Nel Trattato del Maestro Celeste si usa il termine “k’ung” che è tipico anche del buddismo Mahayana, perché nell’alchimia indiana vengono insegnate delle pratiche yogiche che permettono di coltivare le potenzialità latenti dell’essere umano. Tramite queste tecniche s’insegna ad utilizzare le divinità contenute nel corpo dell’adepto, che è una concezione similare a quella della “liberazione dello shen” del taoismo alchemico.

Il pensiero cinese crede che nell’uomo vi siano due anime: p’o e hun. La prima è un’anima di origine terrena, cioè è uno spirito sottile che si esprime nei movimenti corporei e nella natura fisica dell’uomo, mentre la seconda anima ha un’origine celeste, ed è relativa all’intelligenza e alle facoltà umane superiori: P’o è l’anima vegetativa ed animale e Hun è l’anima intellegibile e celeste.

L’Uomo può diventare immortale nello spirito grazie all’azione congiunta delle sue due anime, che esistono in tutti gli uomini, e che rendono tutti passibili d’immortalità potenziale. Alla nostra morte, afferma il taoismo, le due anime si separano perché l’anima celeste deve tornare al Cielo, mentre l’anima terrena deve andare a ricongiungersi alla Terra da cui essa proviene: l’immortale riesce a conservare unite le sue due anime, perciò attinge a delle energie infinite.

“Ritornare alla radice” significa recuperare la radice primigenia della vita, cioè la nostra origine che è la spontaneità e la naturalezza, quindi recuperare il Tao che è la Via per eccellenza. La filosofia buddista lo chiama il “volto prima della nascita” perché entrambi le concezioni hanno un’esigenza comune perseguita tramite vie diverse. E‘ il “vuoto“ come forma di esistenza indifferenziata ed estranea a ogni artificiosità che i taoisti e i buddisti additano al nostro sguardo, perché la nostra origine è nel “filo conduttore della Via“ come dice Lao-Tseu.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 19 febbraio 2010

La disciplina dell’istante


“La sofferenza nasce dall’immaginare, temere o sperare in un’altra situazione rispetto alla situazione presente. Se aderissimo alle cose per ciò che sono, non ci sarebbe altro che energia.

Di solito, la mente non è in uno stato di calma che le permette di vedere la realtà per come è. E’ muta per una sorta di fretta, di urgenza, di febbre, di desiderio, di sete, di avidità, d’irritazione, che le fa perdere il suo stato naturale. E’ sempre agitata dai pensieri. Non appena siamo interamente presenti non proviamo più il bisogno di andare altrove e la mente smette di agitarsi.

Lascia che la mente si riposi nel suo stato naturale. Placa il desiderio, la fretta, la precipitazione. Vedrai le cose per come sono. Se tu non avessi né desiderio né avversione, dunque nessuna sofferenza, non vorresti mai abbandonare l’istante. Non avresti la fretta. Saresti uno. Saresti a riposo. Saresti in pace.

La disciplina dell’istante è un apprendistato della pace. Sentire le emozioni equivale a restare nel presente, a non avere fretta di sottrarvisi. Abbiamo fretta perché soffriamo. La fretta è un segno di mancanza, di dipendenza. Dimostrare nell’istante è il segno dell’indipendenza più grande.

Se tutte le avversioni e tutti i desideri (la fretta dell’avversione e del desiderio!) sono pensieri e se tutti i pensieri sono vuoti, come sogni, allora la persona che vedesse il vuoto dei pensieri e delle percezioni al momento in cui sorgono, non sarebbe mai presa dalla fretta di lasciare l’istante presente. Tutto le risulterebbe uguale.

Non confondiamo l’indifferenza con l’equanimità, né il disinteresse con il disinteressamento. Che i fenomeni si riflettano con chiarezza sulla superficie piatta della tua mente, piuttosto che lasciare che vi si sollevino le onde dell’avversione e del desiderio. Le onde dell’avversione e del desiderio sono fenomeni come altri.

L’istante è una scintillante bolla di sapone nella quale puoi infilarti non appena la tua mente non è più resa irta dalle spine dell’avversione e del desiderio. Ogni istante è sacro e richiede una lentezza sacra.”


Pierre Lévy - Il fuoco liberatore, Edizioni Luca Sassella, 2006
Il capitolo della presenza, pp. 95-97