lunedì 30 giugno 2008

Le persone che dovremmo amare


In ogni rapporto vi è sempre un qualcosa di impercettibile, di impalpabile e misterioso e, come tutti, mi sono chiesta quale fosse l’elemento che mi attraeva delle persone che ho amato. O meglio mi sono chiesta fino a quale punto avessi mai provato un vero sentimento d’amore forte ed intenso, di quelli che ti coinvolgono corpo anima e mente. Mi sono resa conto che questo è un mix ideale culturale, e che molto del valore aggiunto è costituito da una forte dose di immaginazione, di fantasia e di stereotipi mentali con cui la donna condisce in abbondanza, l’oggetto dei suoi desideri.
In realtà nei rapporti c’è molto più che non la somma degli elementi e le relazioni tra persone non sono equivalenti alla addizione delle parti, per cui avviene che alcune persone che possono essere considerate molto belle da altre, per me risultino del tutto prive d’interesse ed attrattiva. Altre persone, forse neanche belle come le prime mi hanno invece intrigato ed interessato profondamente. E’ molto vero che l’amore vede l’insieme, si ama per la Gestalt cioè per l’insieme.
Una mia vecchia amica, frequentatrice di chat e di contatti virtuali, si è trovata a vivere un flirt che è divenuto un rapporto complesso e sofferto. L’uomo è un personaggio estremamente comune da reperire in rete: ancora giovane e sportivo, sfoggia grande prestanza e vigorìa vitale, lavora, tiene famiglia, pratica sport seriamente ed è un inguaribile narcisista. Evidentemente il mondo della rete, malgrado appaia tanto vario, in fondo è un grande paesone pettegolo.
Se sia per caso o per coincidenza - anche se io ho la mia bella teoria che tengo per me - il nostro Narciso si ritrova ciclicamente in contatto con la mia amica: una donna molto emotiva, passionale ed intellettualizzata, insomma vibrante e sensibile: la vittima ideale per “emulare passioni”. Lui lancia la rete facendosi apprezzare per la sua avvenenza, che testimonia con tanto di foto allegate al suo profilo e si ritrova – come è fatale - circondato da falene e sirenette. Solo che questo lo fa sempre ad un passo dalla network che la mia amica frequenta. Può essere una casualità? Ci credo poco.
A questo punto inizia un giochino di stalli di posizione e di falsi attacchi con veloci fughe, in cui i due fingono di non riconoscersi, poi fanno un passo avanti e si riconoscono ma fatalmente, dopo qualche tempo, arrivano a litigare. Lui rimane indignato perché accusa lei di cose che lei non riconosce, per cui lei si offende e si arrabbia per il modo con cui lui reagisce: solitamente lui è offensivo e crudo. Sicuramente per qualche mese si perdono di vista per poi ricominciare tutto da capo. Io ormai la chiamo la telenovelas, e non perdo occasioni per chiederne le evoluzioni. Ultimamente hanno litigato per cui l’estate vedrà l’assenza di lui dalla network di lei. Anche l’ultima volta che lei mi ha raccontato il solito litigio, sapendo quanto ne sia innamorata mi sono astenuta dal fare commenti, anche perchè benchè consapevole dell’insanità di quel rapporto, ormai lei ne è completamente stregata. La si potrebbe considerare vittima della Sindrome dello Stronzo, e forse lo è pure, ma la cosa è per me più profonda e complessa. Sono due persone che hanno un modo estremamente complementare di comunicare e flirtare, ma vogliono delle cose diverse e nessuno dei due rinuncia ai suoi obiettivi: sono condannati a non incontrarsi mai. Succede spesso. Lei è alla ricerca del suo Sacro Graal: l’amore, la passione e un Principe Azzurro, lui invece si finge Zorro ma in fondo è il sergente Garcia. Insomma vuole il palcoscenico del narcisista, una donna che lo consideri, che lo elegga signore del suo sogno, che lo circuisca con messaggi di fuoco, che lo inebri con immagini seducenti. Tutte cose che lei fornisce con abbondanza, ma alla prova dei fatti, lui più di quello non darà mai: la fine è nell’inizio. Lei rimane frustrata e si consola mangiando dolcetti. Lui adesso sarà in qualche network a cercare contatti simili. Sono certa che certe assonanze comunicative, certi feeling mentali non siano comunissimi, per cui, a meno che non trovi qualcuna più divertente di lei, fra qualche mese sarà di ritorno per un altro giro di valzer, tutto in cerchio e sempre uguale.
L’amore per le persone è costituita da qualcosa che prevarica la singola somma dei tre elementi di cui dicevo: mente, anima e corpo. Forse la ricerca è comunque priva di senso perché è una falsa ricerca. Forse, in attesa che arrivi la persona che incarni tutto quello che vorremmo, potremmo valutare che le cose e le qualità che vorremmo negli altri, sono le cose che già noi siamo. Forse dovremmo pensare che in realtà la controparte perfetta di noi stessi è la parte migliore di noi stessi. Cerchiamo negli altri degli ideali che non vogliono e li condanniamo ad impersonare cose che non sono, che non gli interessa essere. Dovremmo pensare che questo è un atto di grande ingiustizia. Lasciamo che gli altri siano quello che vogliono e di vivere la loro vita. Permettiamo a noi stessi di rivelare il nostro vero essere e non diventiamo il nostro peggiore carnefice.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

venerdì 27 giugno 2008

Il cervello della pecora gay


Qualche giorno fa ho letto la notizia che sarebbe stato scoperto il motivo biologico dell’orientamento omosessuale. Un gruppo di scienziati svedesi del Karolinska Institutet, lo stesso istituto che assegna il Premio Nobel per la medicina, ha osservato con strumenti raffinati ed avanzati il cervello omosessuale maschile ed hanno verificato che esso funziona come quello di una donna. I ricercatori Ivanka Savic e Per Lindstroem hanno usato una Pet (tomografia ad emissione di positroni) e la risonanza magnetica, ed hanno proceduto esaminando gli atlanti cerebrali più aggiornati. Lo studio svedese ha coinvolto circa 90 volontari: 50 eterosessuali e 40 omosessuali ed ha verificato che i cervelli dei gay erano di dimensioni identiche a quelli delle donne etero e che i cervelli delle lesbiche avevano l’emisfero destro più grande come gli uomini etero. Le similitudini riscontrate sono evidenti, tanto che gli studiosi hanno dichiarato che non sembrano effetto dell’apprendimento, ma vi sono legami con l’entità neurobiologica dell’organo cerebrale. Per questo essi protendono per la radice innata dell’omosessualità, determinata da un mix di ormini che agiscono nell’utero materno.
Va chiarito però che la forma non è tutto per il cervello e che esso è determinato dall’attività che svolge infatti, come spiega il professor Gabriele Miceli dell’Università di Trento: “Il cervello è plastico. Cambia a seconda di ciò che facciamo… uno studio sui tassisti di Londra ha dimostrato che le capacità straordinarie di orientamento generano un ippocampo più grande del normale. In un violinista l’asimmetria fra i due emisferi del cervello è accentuata, la corteccia motoria si modifica grazie alla pratica costante e la rappresentazione della mano a livello dei neuroni è più grande e ricca della media”.
Già un anno e mezzo fa, nel gennaio del 2007, alcuni studiosi dell’Oregon State University e dell’Oregon Scienze and Health University avevano condotto dei discutibili esperimenti sulle pecore per cercare di modificarne l’orientamento sessuale. Essi avevano riscontrato che circa il 10% delle pecore-montoni era omosessuale, per cui avevano proceduto inoculando degli ormoni nelle pecore gay per ceracre di riportarli sulla “retta via.” La notizia, riferita dal Daily Mail, aveva scatenato l’indignazione delle comunità gay che avevano lanciato l’allarme sulla possibile ondata di omofobia futura. La stessa Martina Navratilova, da sempre in prima linea nella difesa degli omosessuali, si era detta indignata. Molti avevano visto in questi studi delle repliche degli esperimenti dei nazisti sugli omosessuali negli anni ’40.
Le "Memorie" che Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, scrisse prima di venire impiccato, descrivono gli esperimenti a cui furono sottoposti gli omosessuali nel campo di Sachsenhausen. Egli dettagliatamente descrive la “rieducazione”
“I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto…Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata e liberata dal vizio. Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio. Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l'espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo…Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell'«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L'«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici “. La testimonianza di Rudolf Höss dimostra il pensiero nazista sull’omosessuali: una malattia da cui essi vanno guarito per non contaminare la purezza della razza ariana. Questo atteggiamento fu alla base del tentativo di "guarire" gli "irrecuperabili" con l'intervento della medicina.
Un medico danese delle SS, Carl Vernaet, ottenne il permesso di poter sperimentare un suo preparato a base di ormoni che, secondo i suoi studi, sarebbe stato in grado di "guarire" definitivamente i "triangoli rosa". Un certo numero di omosessuali vennero inviati al campo di concentramento di Buchenwald dove Vernaet installò il proprio laboratorio. In via preliminare Vernaet, esaminati i prigionieri li divise in tre categorie: Omosessuali incalliti (che amano lavorare a maglia o ricamare) Omosessuali irrequieti (che oscillano tra virilità e indifferenza omosessuale) e Omosessuali problematici (recuperabili sotto l'aspetto psicologico). La "cura" di Vaernet consistette nell'incidere la cute dell'addome e nell'inserimento di una dose massiccia di testosterone che sarebbe dovuta essere sufficiente per un anno. A distanza di tre settimane l'80% delle persone operate era deceduto ed il 20% rimanente non presentava sintomi di guarigione. Lo stesso insuccesso e le stesse percentuali di mortalità si registrarono nei soggetti "irrequieti" e "problematici".
Questi sono i fatti che la storia ci consegna e sarebbe bene che non si ripetessero. E’ pericolosissimo considerare l’orientamento sessuale delle persone come un fattore biologico. L’amore, sia rivolto a persone dello stesso sesso o dal sesso opposto, non può essere ritenuto una malattia o una disfunzione endocrina, che poi è la stessa cosa. Guai pensare che i sentimenti siano questo! Gli orientamenti sessuali, come i sentimenti, nascono e muoiono, sono variabili e liberi e non sono curabili perché non sono malattie. Come potere pensare che l’amore sia una disfunzione? L’amore è una splendida alchimia.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

martedì 24 giugno 2008

La genetica e le scintille della mente


Nei giorni passati leggevo una notizia che mi faceva riflettere a proposito “dei mondi tratti da falsi principi”e sulle “prigioni immaginarie” cinte dalle “muraglie di ferro” del nostro pensiero, di cui diceva Giordano Bruno. Non sembri forte come affermazione poiché parrebbe che la teoria dell’evoluzione, su cui Darwin ha seminato e tanti altri hanno variamente raccolto, dovrebbe essere radicalmente rivista.
Dalla fine degli anni ’70 fino agli anni ’90 era prevalsa la tendenza evoluzionistica, soprattutto negli studi comparati tra etologia, biologia ed evoluzionismo di Richard Dawkins, sostenuti in “Il gene egoista” (1976 poi 1989) in cui egli afferma: "L'unità fondamentale della selezione, e quindi dell'egoismo, non è né la specie né il gruppo e neppure, in senso stretto, l'individuo, ma il gene, l'unità dell'ereditarietà." Per questo motivo “La qualità predominante di un gene che ha successo è l’egoismo senza scrupoli. E’ questo gene alla base della cattiveria nei comportamenti individuali [ …] Hanno sbagliato tutto. Sono partiti dal presupposto che la cosa più importante dell'evoluzione fosse il bene della specie (o del gruppo) invece che il bene dell'individuo (o del gene).” La prospettiva di Dawkins è rigidamente evoluzionistica, non vi è confutazione della selezione di gruppo, piuttosto l’evoluzionismo viene rinforzato nel gene che agisce in ogni modo possibile al fine della sua sopravvivenza, fino al punto di ridurre gli uomini a "macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste note col nome di geni." La sua matrice è completamente atea, perché - come afferma ne “L’orologiaio cieco” del 1986 - “La selezione naturale è l'orologiaio cieco, cieco perché non vede dinanzi a sé, non pianifica conseguenze, non ha in vista alcun fine. Eppure, i risultati viventi della selezione naturale ci danno un'impressione molto efficace dell'esistenza di un disegno intenzionale di un maestro orologiaio; che alla base della complessità della natura vivente ci sia un disegno intenzionale, è però solo un'illusione”.
Gli studi sul linguaggio e sulla sua struttura di Noam Chomsky affermano invece che, il comportamento etico richiede abilità specifiche, di tipo essenzialmente cerebrale: i principi etici, lungi dall’essere riservati al campo della religione, sono delle componenti innate della neurobiologia cerebrale umana e costituiscono un software complesso, parallelo alle strutture del linguaggio. Questa concezione viene poi ripresa da Marc Hauser, con la teoria delle “menti morali” in cui il darwinismo viene diluito, affermando una funzionalità degli atteggiamenti etici che vengono premiati poiché “convenienti” alla specie.
Come afferma Antonio Damasio, se nessun comportamento intelligente vede l’esclusione del sistema limbico, che è la sede delle emozioni, e se il loro attivarsi è un mix di corteccia razionale e di nuclei emozionali, allora la conservazione biologica dell’individuo non esclude contenuti etici o emozionali. In questo senso i meccanismi adattivi, anche per gli psicologi cognitivisti come Steven Pinker dell’Università di Harvard, sono attuati per avere cooperazione e la cooperazione aiuta a mantenere la specie. Parafrasando Pascal si potrebbe affermare che il cuore conosce ragioni che la mente, a sua volta condivide pienamente!
Semir Zeki, uno dei più noti neuroscienziati viventi e fra i massimi esperti del sistema visivo, insegnante di Neurobiologia presso lo University College di Londra, nel 2003 in “La visione dall'interno. Arte e cervello” ha esposto un suo studio sul cervello, partendo dalla concezione che l'arte sia uno degli strumenti privilegiati per conoscerlo, perché gli artisti, prima dei neurologi, abbiano affrontato il problema di come il cervello percepisce il mondo, la luce, i colori, il movimento, e a quali regole è sottoposta questa percezione. "Non sono gli occhi che vedono - afferma Zeki - come tutti tendono a pensare, bensì il cervello." Il cervello visivo ci insegna due leggi fondamentali: la legge della costanza e quella dell’astrazione. In virtù della prima, l’oggetto percepito è salvato e colto nella sua interezza al di là del cambiamento; in forza della seconda il cervello, affrancandosi dai limiti del suo sistema di memoria, procede dai particolari al generale, quindi all’universale, dando vita a quelli che Zeki chiama concetti sintetici del cervello e che potrebbero corrispondere alle idee di Platone. “La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità” affermava già Plutarco.
L’elaborazione degli ideali – afferma Zeki - è l’inevitabile espressione del nostro modo di acquisire conoscenza, che può gestire enorme masse di dati solo elaborando sintesi: Zeki conclude che siamo esseri essenzialmente sociali e che siamo legati ad un universale ideale di amore romantico, che è una costante di tutti i poeti di tutte le culture. Siamo esseri sociali nati per amare.
E’ del Nobel della medicina Roger Sperry, l’amara metafora della ruota, secondo la quale essa può accellerare o rallentare ma il suo corso è impresso sempre dalla sua geometria, da essa viene sempre determinato il suo comportamento. E con questo determinismo genetico Sperry rialza un’altra alta muraglia!
Alcuni ricercatori canadesi, studiando i collegamenti tra rischio di suicidio e abuso sessuale infantile, hanno potuto lavorare su una banca dati del cervello, la Quebec Suicide Brain Bank, un sistema online di istoteche neurologiche che raccoglie e distribuisce agli studiosi dei campioni su cui studiare. Facendo studi comparati tra cervelli di suicidi e cervelli di persone morte per cause naturali, hanno riscontrato differenze nell’assetto dei “markers epigenetici”, cioè dei rimodellamenti nella struttura della cromatina e che rappresentano una sorta di codice in grado di modulare l’espressione dei geni. Le alterazioni dello spettro della cromatina sono consuete in varie patologie umane, poichè sono sensibili alle influenze ambientali, specialmente nelle fasi precoci della vita, in cui le strutture vengo primariamente plasmate. Tutti i soggetti con variazioni avevano subito abusi sessuali nell’infanzia. Difficile diviene correlare le variazioni dei markers epigenetici con gli abusi, difficile tracciare un legame causa-effetto. Questo legame - secondo la dichiarazione di Moshe Szyf il responsabile delle ricerche alla McGill University – per il momento è stato dimostrato solo negli animali. Gli stessi ricercatori sono stati in grado di rendere reversibile il marchio epigenetico, in ratti con disturbi dell’attacamento, tramite somministrazione di farmaci che hanno modificato gli schemi di metilazione del DNA. Il futuro viene giocato sull’analisi molecolare ai fini della prevenzione di atteggiamenti autolesionistici in coloro che sono stati sessualmente abusati nell’infanzia.
Ma il bello è che l’atteggiamento dell’iniziale gene egoista, del gene adattivo ed opportunista, si scopre che non è poi così immutabile e che le “muraglie di ferro” del nostro essere non sono poi così inviolabili.
Del 2008 è una ricerca dei ricercatori del Preventive Medicine research Institute di Sausalito, in California, con uno studio pubblicato da Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), secondo cui dieta e movimento fisico sono in grado di spegnere più di 450 geni "cattivi" e ad accenderne di buoni. Cito dal Messaggero del 22 giugno: “I ricercatori hanno studiato trenta uomini con un basso rischio di cancro alla prostata che si sono sottoposti volontariamente a tre mesi di grossi cambiamenti nello stile di vita, da una dieta ricca di verdura e legumi a una passeggiata di un'ora e mezza al giorno a un'ora al giorno di rilassamento e meditazione antistress. La "terapia" ha avuto successo non solo nell'aspetto esteriore dei soggetti, ma anche nelle biopsie delle loro prostate: i ricercatori hanno infatti trovato modifiche nell'attività di 501 geni, di cui 48 si erano "accesi", e 453 invece si erano "spenti". Di questo secondo gruppo fanno parte diversi geni noti perché promuovono i tumori. «E' una scoperta interessante - dice Dean Ornish, che ha condotto lo studio - perché spesso la gente afferma "cosa ci posso fare? E' nei miei geni". Invece abbiamo dimostrato che può fare molto».
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

sabato 21 giugno 2008

Costruire la resilienza


Il termine resilienza ha vari significati: nell’ingegneria indica la capacità dei materiali di resistere agli urti, in informatica è la capacità di resistere all’usura e di autoripararsi, in ecologia e biologia è la capacità di riparare un danno e nella psicologia è la capacità di superare le avversità della vita. Ma quali elementi entrano in gioco, nella vita delle persone affinchè si riveli la capacità di risollevarsi dopo un trauma o un profondo dolore?
“Ogni persona brilla con luce propria fra tutte le altre. Non ci sono due fuochi uguali, ci sono fuochi grandi, fuochi piccoli e fuochi di ogni colore. Ci sono persone di un fuoco sereno, che non sente neanche il vento, e persone di un fuoco pazzesco, che riempie l´ aria di scintille. Alcuni fuochi, fuochi sciocchi, né illuminano né bruciano, ma altri si infiammano con tanta forza che non si puó guardarli senza esserne colpiti, e chi si avvicina si accende” dice Eduardo Galeano.
In effetti tutti hanno una naturale capacità di recupero da situazioni di profondo stress, da catastrofi, da lutti, da delusioni e fallimenti, ma la velocità ed intensità della reazione dipende dalle capacità individuali e la capacità di usare costruttivamente l’esperienza dolorosa, può essere appresa. Umberto Galimberti, afferma che, una volta la si chiamava "forza d´animo", definita da Platone "tymoidés" e che ne indicava la sua sede nel cuore, poiché qui risiede il sentimento. Ed il sentimento, lungi dall’essere languore o debolezza, è vera forza. Forza di decisione sulla vera strada da seguire, per non sentirci “stranieri nella nostra vita”. Guai a volere seguire una strada che non sia condivisa dal nostro cuore, poiché da questo nasce il nostro male di vivere, la nostra infelicità.
“Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce si ripiega su se stesso nell´inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d´animo.”
Possiamo imparare molto dalle persone che sono state gravemente oltraggiate dalle ferite della loro vita, possiamo vedere con quali strategie hanno saputo riparare ai loro traumi e come sono riuscite a ricostruire una nuova vita, più sana e soddisfacente. Cambiando il punto di vista possiamo scoprire che il trauma rappresenta una sfida che mobilita le proprie risorse interne e che non ci possiamo sottrarre a tale sfida, perché può darci le chiavi di un nuovo corso, migliore e più costruttivo. Avere una buona capacità di autoanalisi rende molto più facile il recupero da delusioni e da traumi, ci rende poi capaci di capire da quale parte riprendere in mano le redini della nostra vita, per potere ripartire con il piede giusto. Comunicare con gli altri e socializzare, mette in evidenza la fondamentale condizione umana, costruita su lezioni anche dure, che però possono farci crescere e migliorare. Albert Bandura, celebre psicologo cognitivista canadese, afferma che l’uomo è in grado di selezionare e strutturare le esperienze che possono agire a loro volta, verso la promozione delle sviluppo o verso la distruzione del proprio Sé. Insomma l’uomo costruisce ciò che vuole costruire, nulla avviene a caso, nemmeno per la psicologia moderna.
Avere sofferto ci rende maggiormente empatici rispetto al nostro prossimo, ci rende più sensibili e recettivi. Cerchiamo allora il significato della nostra sofferenza, come insegna il buddismo, ed impariamo a chiederci che cosa essa ci voglia insegnare. Tutta la vita è un cammino disseminato di sfide e di difficoltà, ed imparare a gestirle e farle fruttare è il solo metodo intelligente per crescere e stare meglio. Certamente è essenziale avere figure di riferimento, persone che ci vogliono bene e che ci sostengano durante il nostro lavoro di ricostruzione, con il loro affetto e la loro comprensione. Un fattore essenziale che aiuta a costruire resilienza, è la capacità di socializzare e di raccontare, il dialogo ed il racconto. Il racconto dell’esperienza subita può anche essere fatto a noi stessi, ma è importante che si abbia il coraggio di dichiarare le cose per come sono. Un valido aiuto è potere usare l’umorismo per ha una forte valenza liberatoria, potere arrivare a ridere del nostro dramma dimostra una grande tolleranza per i nostri errori e per le nostre incapacità, per la parte più maldestra di noi stessi. Cercare occasioni di allegria e di condivisione sociale, aiuterà poi a costruire una nostra immagine sociale non collegata al ruolo della vittima, ma a quella di una persona combattente e di un attivo timoniere.
Così inizia la guarigione e la rinascita alla nuova vita, a cui siamo chiamati spesso cambiando completamente pelle o forse, per la prima volta, indossando i nostri veri abiti, utilizzando il nostro vero essere e guardando con commiserazione l’immagine di chi eravamo: paurosi, mediocri, senza sentimenti e senza nobiltà, senza coraggio, addormentati nel sonno di passioni mediocri e di sentimenti scoloriti. Impariamo ad essere coraggiosi come costoro che, ci ricorda Galimberti, sono muniti “del coraggio del navigante che, lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore. Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinché le idee divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente.”
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

giovedì 19 giugno 2008

Soffritti e timballi con suor Bakhita


Sono trapelate nei giorni passati le solite indiscrezioni sui nuovi palinsesti della Rai, con i programmi che ci accompagneranno nelle lunghe e tediose serate di autunno e inverno. Prima incertezza è sui “pacchi” di Flavio Insinna, che di Insinna forse non saranno più e che potrebbero passare a Piero Chiambretti, Luca Giurato o Max Giusti. Mi sembra promettente questa rosa di candidati, visto che dei tre, due sono dei validi comici per professione ed uno per naturale vocazione. Ma "Tiremm innanz!” come disse Amatore Sciesa che andava alla fucilazione. Passiamo poi a Sanremo e al suo festival che ogni anno vede gli enigmi del tipo “E’ andato bene/è andato male” che saranno sviscerati alla fine della manifestazione, per ora si vedono gli enigmi del tipo “Chi lo presenta? Chi ci metto col nonnetto?” che è uno dei leit motiv annuali. Care e sane vecchie abitudini! Come se un vecchio di più di 50 anni potesse andare bene! E il vecchio di 50 anni è un programma televisivo, in cui il peso dei decenni corrisponde ad un eone della storia della Terra. Nella Tv si ragiona con programmi che, se passano le 5 stagioni già diventano storici, per cui il Matusalemme della Rai, più che assegnato ad un presentatore andrebbe accudito come un vecchio bisnonno centenario. La “badante” di Sanremo potrebbe essere Paolo Bonolis che, senza dubbio, sarà gradito da chi apprezza la conduzione un po’ ruvida, alla Radetzky. Lo vedo adattissimo perché sappiamo bene, come a volte sia necessaria anche una badante severa, soprattutto con un vecchio caratteriale ed ombroso come Sanremo, Baudo ne sa qualcosa!
Non so dire la gioia che mi susciterà la visione in prima serata su Rai Uno, dal novembre 2008, degli innamoratissimi Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo, il cui amore sembrerebbe avere felicemente superato i periodi della difesa a colpi di calci e pugni e ora si rivela alla piena luce del sole: portarlo in Rai equivale alla benedizione di tutta la famiglia. Spero solo che così finiremo di leggere in tutti i giornali di gossip le rivelazioni di figli, cugini, nipoti, cognati, fratelli, sorelle, vicini di casa e amici di Gigi e di Anna, della moglie di Gigi, dei figli di Gigi, del cugino di Gigi e forse anche del dentista che ha curate le carie di Gigi sin da quando lui - sia pure essendo uno semplice, uno di noi, come dice spesso - veramente lo era. Finalmente l’uscita in Rai Uno potrà concludere una pletora di illazioni e chiacchiere e fare trionfare la semplice verità, cioè che si amano tanto e lui è cotto di lei come una pera. Lo sapevamo ma vederlo è meglio e un pochino noi li invidiamo! Spero solo che, dopo averci intossicati con i fatti loro, non ci lascino poi del tutto allo scuro dell’evoluzione del loro amore. Lo troverei scorretto, visto che ormai li amiamo anche noi, come fossero uno di noi, come cari cugini. Risentiamoci allora cari Gigi e Anna, non ci dimenticate!
Restando alle conferme, sappiate che non perderemo Antonella Clerici, che diletterà sempre più le nostre serate, ridente, spumeggiante e piena di rouches e volants rosa alla Barbara Cartland, e che squittirà felice zompettando tra soffritti e timballi. Felicemente conserviamo anche Pippo Baudo, che rimane a dilettarci con le sue Serate d’onore. Riconquistiamo poi Lamberto Sposini che prenderà il posto di Michele Cocuzza e che affrancherà La vita in diretta dal gossip, ma non perderemo certo l’amato Cocuzza che passa a Uno mattina. Riavremo anche Pupo, che condurrà una gara tra vip, ed avremo anche fiction, fiction, tanta, tanta e tanta fiction, splendida e su temi nuovi ed inediti, come Pinocchio, Coco Chanel, Einstein, Paolo VI, Puccini, Provaci ancora prof 3 e Suor Bakhita. Suor Bakhita, chi era costei? Aspetto con ansia di vederla! Meno male, sono cose tanto nuove ed io, che mi aspettavo anche una bella fiction su Re Artù sempre attuale, e sulla matrigna di Biancaneve devo rassegnarmi alla loro assenza, perchè mi dicono che Artù potrebbe passare per satira politica, per i possibili giochi di potere sulla gestione della Tavola Rotonda (senza contare che il suddetto era anche cornuto) e che la matrigna di Biancaneve potrebbe rinfocare le ostilità genitoriali, che già sono altamente diffuse. Meglio non istigare gli animi e non rovinare il benessere del paese.
Non mancano imitazioni illustri di famosi programmi Rai del passato, per cui Edmondo Berselli proverà a rifare il Viaggio sul Po, per documentare le trasformazioni del paese, come fece ben 50 anni fa Mario Soldati. Penso proprio che se Soldati tornasse, farebbe fatica a riconoscere il Belpaese e non avrebbe bisogno di discendere il Po, per decidere di ritornarsene felicemente nella tomba. Conserveremo anche Caterina Balivo, Carlo Conti, Lorena Bianchetti, Bruno Vespa e Katia Noventa e avremo ancora l’Isola e Quelli che… della Ventura, senza mancare ai nuovi appuntamenti dedicati alla divulgazione di Piero Angela. Ultima, ma non tra gli ultimi, la buona nuova che avremo il grande ritorno della Carrà, con il suo storico Carramba che fortuna! che sarà ancora abbinato alla Lotteria Italia. Queste scelte saranno sicuramente in grado di confermare la posizione egemone nella conquista della audience, che sicuramente vedrà ancora vincente la nostra Rai, in barba a tutti i moderni studi sul gradimento televisivo.
La rivista NeuroImage ha infatti pubblicato lo studio di alcuni scienziati francesi dell’Università de Picardie Jules Verne di Amiens, i quali hanno dimostrato tramite l’utilizzo di un pletismografo penile, che otto uomini messi di fronte alla visione di tre documentari: uno sulla pesca, uno comico di Mr. Bean e uno decisamente hard, hanno registrato l’erezione solo alla visione della pellicola hard. Solo questa, secondo gli studiosi, avrebbe attivato il telecomando dell’erezione.
C'est la vie qui est si magnifique!
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

sabato 14 giugno 2008

Nei pericoli della democrazia


Nel 1831, Alexis de Tocqueville e Gustave de Beaumont, due giovani magistrati del governo francese, furono inviati in America, per raccogliere informazioni sul sistema carcerario americano, come possibile modello in sostituzione del vecchio sistema detentivo francese. Beaumont e Tocqueville pubblicano nel 1833, al ritorno in patria, il libro “Del sistema penitenziario negli Stati Uniti e della sua applicazione in Francia” a causa del quale, Beaumont è sollevato dalle sue funzioni presso il Tribunale della Seine e Tocqueville, per solidarietà, si dimette dal suo posto di giudice supplente. Tocqueville, che era rimasto affascinato dalla politica americana, scrive un trattato politico-sociale dal titolo “La democrazia in America” che appare nel 1835 e che riscuote un enorme successo. Tra le novità che avevano colpito Tocqueville durante la sua esperienza americana vi era quella dell’uguaglianza delle condizioni e del suo estendersi oltre la vita politica e le leggi. Tocqueville riflette sul futuro della democrazia negli Stati uniti, e sui potenziali pericoli “per la democrazia” e “della democrazia”, poichè la democrazia ha la tendenza a degenerare in “dispotismo addolcito”, ed in America già si ravvisano alcune potenziali debolezze: il dispotismo popolare, la tirannia della maggioranza, l’assenza di libertà intellettuale, ciò che gli sembra degradare l’amministrazione democratica e favorire il crollo della politica pubblica di assistenza ai più deboli, dell’educazione e delle lettere. La tirannia della maggioranza si differenzia dalle tirannie antiche, in quanto agisce sullo spirito e non sul corpo, non usa la forza fisica, ma l’emarginazione. "Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?". Il pericolo del dominio assoluto della maggioranza è insito nell’essenza stessa dei governi democratici, poiché nelle democrazie non vi può essere nulla che possa resistere fuori dalla maggioranza, poiché "l’impero morale della maggioranza si fonda, in parte, sull’idea che vi sia più cultura e più saggezza in molti uomini riuniti che in uno solo, nel numero, più che nella qualità dei legislatori". Tocqueville, liberale incline alla democrazia e critico acuto, profondo e preveggente dei mali democratici, anticipa il problema dell'equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico che è poi il problema delle democrazie occidentali odierne. "Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l'altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge". Il diritto della maggioranza a governare, dà "un immenso potere di fatto e un potere d'opinione e nulla più, delle contee e degli Stati, dall'indipendenza della magistratura e dalla sua altrettanto grande mobilità" i cui effetti negativi sono l'instabilità governativa, l'onnipotenza dei governi, la scarsa garanzia contro gli abusi perché l'opinione pubblica forma la maggioranza, e anche l'amore per il benessere, l'accentramento del potere ed il conformismo: "Non conosco un paese dove regni meno l'indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America.” La democrazia porta in sé un doppio rischio, cioè l’anarchia o la servitù: il timore dell’anarchia conduce gli uomini d’ordine a gettarsi nelle braccia dell’autorità: da qui il pericolo del dispotismo. Con lucidità analizza il meccanismo di tale dinamica, anticipando di 170 anni la critica alla società di massa.
"Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo."
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

venerdì 13 giugno 2008

Istruzioni per rendersi infelici


In questi giorni sto leggendo “Istruzioni per rendersi infelici” (1997) di Paul Watzlawick, filosofo, sociologo e psicologo austriaco morto nel 2007. Laureatosi in Lettere moderne e in Filosofia all’Università di Venezia, parlava correttamente oltre che l’italiano, anche francese, inglese, tedesco e spagnolo. Formatosi come terapeuta di stampo junghiano, dal 1960 assunse il ruolo di ricercatore associato al Mental Research Institute di Palo Alto, dove lavorò con Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del cambiamento, del costruttivismo radicale e della teoria breve fondata sulla modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra “immagine” del mondo, spesso dissonante con la “realtà” del mondo.
Teoria basilare di Watzlawick è che, le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma sono prodotte da interazioni patologiche che si instaurano tra individui, quindi è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrle. Watzlawick intende la terapia non come “guarigione”, ma come “cambiamento”. Per Watzlawick, ciò che noi chiamiamo realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza: la realtà non è quindi “scoperta”, ma “inventata”. Da queste invenzioni nascono “stili di vita” che rendono ciechi non solo gli individui, ma anche interi sistemi relazionali umani, come famiglia, aziende, sistemi sociali e politici, nei confronti di possibilità alternative. Watzlawick afferma che, attraverso una nuova formulazione dell’immagine del mondo possiamo inventare nuove “realtà” ed attuare un positivo cambiamento.
Le istruzioni per l’infelicità fornite da Watzlawick vengono in soccorso - in un mondo sommerso da istruzioni di felicità - a coloro che si costruiscono la propria infelicità, per cui il “libro vuole offrire un piccolo, responsabile e consapevole aiuto”, perché “tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale,” è necessaria “una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità […] una guida che permetterà ai miei lettori più dotati di sviluppare un proprio stile”. L’infelicità più complessa è quella che si costruisce nel chiuso della propria mente, dimostrando che si può vivere in conflitto con sé stessi, con mondo circostante e soprattutto con il prossimo. Ma come vivere essendo quotidianamente avversari di noi stessi? Watzlawick lo afferma possibile, se si abbraccia l’assioma primario che esista un solo punto di vista valido: il proprio. Addivenuti a tale convinzione e convinti che, colui che rimane fedele a sé stesso e ai propri princìpi, non scende ad alcun compromesso, non resta che schierarsi incondizionatamente dalla parte di coloro che scelgono il mondo come dovrebbe essere, e non come è realmente, ed il gioco è fatto. Allora si può resistere all’infinito sulle proprie posizioni. Il solo fatto che il prossimo offra dei consigli, equivale e rifiutarne i suggerimenti, rigettando anche quello che per sé stessi sarebbe il partito migliore. Qui è l’ideale magistrale dell’infelicità a cui si è votati da un genio naturale e spontaneo: l’immagine è quella del capitano che guida impavido, nella notte tempestosa, una nave che anche i topi hanno abbandonato. Ai poco dotati, conclude Watzlawick, si indica questo come un sublime ideale, ma per loro è del tutto irrangiungibile poiché inadatto ai mediocri.
Se il tempo guarisce ferite e dolori, continua Watzlawick, possiamo però difenderci da questa azione riparatoria, e fare del passato una fonte di infelicità. Anche il principiante può operare una trasfigurazione del passato fino a farne comparire una nuova Età dell’Oro irrimediabilmente perduta da cui fare trasudare oceani di tristezza e malinconia. Pentiti o meno, è necessario poi, che il rimorso ed il rimpianto degli errori compiuti resti imperituro ed eternamente presente. Si pensi agli imprinting familiari ed infantili come a stigmate indelebili ed immutabili, per “restare inaccessibile della stanza della nostra indignazione ed impedire che le ferite inferte dal passato giungano a guarigione con delle zelanti leccate” convincersi che “ormai è troppo tardi, ora non lo voglio più”. Usare delle strategie di risposta predefinite e mantenerle a discapito di ogni loro utilità, incrementando sia il disagio che la spesa di curare quella che gli specialisti chiamano “nevrosi”.
Watzlawick continua con esilaranti esercizi per accrescere disagio e infelicità, come nell’esercizio di visualizzazione e percezione ottica di “mouches volantes” da trasfigurare in tumore cerebrale, o di sibili o “tinnitus” acustici da trasformare in una grave malattia. Magistrali sono le osservazioni di coincidenze sfortunate di genere occulto, di cui tutti possiamo essere testimoni se valutiamo le coincidenze sfortunate in merito alla lentezza della fila da noi scelta, dal nostro incappare nei semafori rossi e in tutte quelle occasioni in cui traspare che, una cospirazione cosmica sia stata attuata - a nostra insaputa - per disagiarci e per danneggiarci. Viene da Karl Popper l’interessante idea che la terribile profezia di Edipo si avverò perché egli la conosceva e la sfuggiva: tutto quello che fece per evitarla, lo spinse incontro al suo destino. In questo caso le aspettative preparano la manifestazione dell’evento. Facendo l’esempio delle nazioni, il caso di una di esse che si armi spinge anche le altre a ricorrere agli armamenti per cui, al sorgere dei conflitti, facilmente si passa al fuoco dei fucili. Lo scoppio della guerra, lungamente atteso, finalmente si realizza oggettivamente e realmente: la profezia dell’evento porta all’avverarsi della profezia. Motto e blasone del meccanismo è la frase:”L’ avevo detto io!”
Infiniti sono i metodi con cui Watzlawick, con intelligente ironia e sarcasmo, mette alla berlina i meccanismi più distruttivi del masochismo e della ruminazione mentale, così con occhi acuti ed intelligenti, ci accompagna alla scoperta di idiosincrasie personali e relazionali. Una lettura gradevole e condensata che si chiude con una breve riflessione. Ci mettiamo tanto a capire che la vita è un gioco che possiamo vincere insieme, non appena smettiamo di essere ossessionati dall’idea di dovere vincere qualcuno per non esser vinti? Ci metteremo tanto a capire che in questo gioco così serio, è necessaria la lealtà, la fiducia e la tolleranza dell’altro?
Watzlawick chiude con una citazione tratta da “I demoni” di Dostoevskij in cui, uno dei personaggi più enigmatici del romanzo dice: “Tutto è buono… Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice.. Soltanto per questo. Questo è tutto! Tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”
Buona erranza.
Sharatan ain al Rami

mercoledì 11 giugno 2008

Il mito di Pigmalione


Il mito di Pigmalione, uno dei più raffinati narrati nelle Metamorfodi di Ovidio narra la storia di un artista dell’isola di Cipro, che si invaghì follemente di una statua di donna da lui scolpita. Egli disdegnava tutte le donne e ne sfuggiva l’amore ma, narra Ovidio, “Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle. E la colma di tenerezze.” Il suo amore è talmente forte che il giorno della festa di Venere “anche Pigmalione porta il suo dono agli altari, davanti a cui si ferma sussurrando timidamente: "O dèi, se è vero che voi potete concedere tutto, io ho un desiderio: vorrei che fosse mia sposa..." e non osa dire "la fanciulla d'avorio" ma dice "una donna simile a quella d'avorio!". Venere, che ascolta la supplica decide di concedere la sua benevolenza. Quando Pigmalione torna a casa, nell’accarezzare la statua sente sotto le sue dita che la pelle della statua prende calore, nelle sue membra inizia a scorrere il sangue e la donna prende vita sotto il tocco delle sue carezze. Il miracolo viene concesso tramite il tocco dell’amante, ma è ottenuto attraverso la ricerca di Afrodite, cioè della bellezza e dell'amore. Traspare nel mito la massima aspirazione dell’amore: il desiderio di un amore che possegga tutte le caratteristiche del nostro ideale amoroso, un amante forgiato così come il cuore lo desidera. E il cuore desidera trovare nell’altro tutte le cose che gli piacciono e tutte le cose che vorrebbe, insomma un’interfaccia di sè stesso. Un ideale amoroso che un giorno prende vita sotto i nostri occhi e diviene il nostro amore ideale vivente. Parecchi anni fa alla Harvard University, il dottor Robert Rosenthal, diede dimostrazione di quello che viene definito l'effetto Pigmalione, dal nome del mitico re di Cipro che si innamorò della statua di donna da lui stesso realizzata. In modo simile a Pigmalione anche noi fin dai primi attimi in cui conosciamo una persona ci creiamo di essa un'immagine e, conseguentemente, delle aspettative che poi tendiamo a confermare. In tutto questo svolgiamo un ruolo molto più attivo di quanto non si pensi, poiché induciamo l'altro a comportarsi in modo da rispettare l'immagine che abbiamo di lui. Anche qui vale, come in fisica, la legge per cui "ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria". E' quella che Watzlawick chiamerebbe una "profezia che si autorealizza".
In tempi liquidi e mutevoli, in una società in cui la barbarìe e la violenza la fanno da padrone, in tempi di rapporti fragili ed imprevedibili il prezzo che ci troviamo a pagare è il senso di solitudine. Siamo evoluti nella nostra capacità di avere contatti e rapporti multeplici, di vagare anche senza uscire ma il mondo resta escluso dal nostro pensiero, come in un atto di autoerotismo della mente. La società ci spinge a diffidare degli altri per cui ci condanna ad essere precari, nei sentimenti e nelle situazioni in cui vorremmo invece sempre più: tutto e subito. Senza cogliere multeplici opportunità, sembra che il tempo stesso sfugga e tolga vitali opportunità, sembra che la perdita di unicità invalidi tutta la nostra vita; nell’età dell’edonismo il tempo diventa fugace ed insicuro. Attali, indagando sui nuovi sentimenti, ha coniato il termine “netloving” nell’ultimo libro “Amours” edito da Fayard.
"Se le pratiche amorose evolvono allo stesso ritmo delle altre relazioni che governano la nostra società, dovremo confrontarci con la questione di libertà e trasparenza assolute anche nel campo degli affetti. Credo sia urgente parlare di amore perché nelle società che esitano tra ritorno alla barbarie e alla violenza e slancio altruista, l'interesse per il prossimo, l'amore è la sola risposta alla solitudine. Ecco: in questo stato di incertezza generale, l'amore diventa la questione cruciale. L'amore è una ricerca, corrisponde a una dimensione fondamentale dell'uomo che è cercare il superamento di sé. La natura umana è nomade, vuole scoprire: questa scoperta è appunto il superamento di sé".
Avremo quindi networking anche nelle relazioni amorose, e se network significa essere connessi, collegati, sviluppare rapporti, allora dovremo pensare a non avere un solo amante, a non concepire il rapporto amoroso come un rapporto di coppia, ma concepire di potere avere più amanti come già si hanno molti amici. Attali ricorda che la monogamia appare con la Chiesa e che, attualmente nel mondo ci sono multeplici esempi di rapporti amorosi e famigliari molto diversi da quelli a cui siamo abituati. Attualmente in occidente il piacere fisico è svincolato sia dalla riproduzione biologica che dall’amore, lo stesso amore è svincolato dalla tenerezza e dall’affetto, spesso la stessa riproduzione sociale è svincolata da quella biologica, ci sono persone innamorate che non fanno l’amore e persone che fanno l’amore senza essere innamorate. Ma siccome siamo in una società profondamente sleale, in cui viene rivendicato il diritto di cambiare anche radicalmente di opinione, allora dovremmo rassegnarci a pensare ad estendere tale libertà anche nel campo dei rapporti amorosi. L’amore che vediamo sul web, afferma Attali, non è del tutto nuovo: “Due tappe hanno preceduto questa forma di scambio amoroso su Internet. L'amor cortese, un amore astratto, con divieto assoluto di contatto sessuale, e comunque non era questo lo scopo. E poi il carnevale. Il carnevale è Internet. L'uso delle maschere e del travestimento per cambiare identità, l'illusione di essere un altro, la volontà di osare ciò che non potremmo nel quotidiano. In questo Internet non è nuovo, è una generalizzazione di ciò che esisteva già a Venezia". Afferma Attali che "Abbiamo acquisito il diritto di amare successivamente. Siamo passati a una forma di amori simultanei ma nascosti al partner e credo che la prossima tappa, tra uno, forse due secoli, sarà, per chi lo desidera, di amare più di una persona contemporaneamente alla luce del giorno".
Non so dire quale possa essere il futuro dell’amore e il futuro dell’uomo, sicuramente cercherò di leggere il libro di Attali, intanto mi chiedo se l’uomo sarà in grado di rinunciare al sogno di Pigmalione, alla speranza di amare un essere creato dalla mente sullo spettro delle concezioni di perfezione e di amabilità che sono impresse nella nostra anima. Mi chiedo se abbia ancora senso la frase di Osho: "Un amore elevato richiede il tuo essere vulnerabile. Devi abbandonare la tua corazza, e questo è doloroso, devi smetterla di essere costantemente sulla difensiva, devi disfarti della tua mente calcolatrice, devi rischiare, devi vivere pericolosamente. L'altro può ferirti: per questo si ha paura di essere vulnerabili. L'altro può respingerti: per questo hai paura di innamorarti. Vedrai la tua immagine riflessa nell'altro, e potrebbe essere qualcosa di orrendo. Ma evitando le esperienze che la vita ti offre non crescerai mai. Devi accettare la sfida."
Buona erranza
Sharatan ain al Rami