sabato 29 novembre 2008

La jihad sfida Mumbai città tenera e moderna


Credo che sia inutile trovare parole quando c’è chi riesce a dire le stesse cose che ci risuonano dentro, e riesce a farlo anche meglio di noi stessi. In questi giorni, in cui ci raggiungono immagini di morte e di desolazione, vedo ancora sangue nel mio amato oriente,ed in molti abbiamo una forte paura che la fiamma della tolleranza, della ragione, dell’amore e la speranza di un mondo migliore sia ancora troppo fuori dalla nostra portata. Non troviamo il perché di tanto odio, per cui vorremmo avere le ali per andare via da tutto questo, ma sappiamo che è qui il nostro posto. Ci sono cose che non sappiamo capire, magari lo sapessimo fare, ma dobbiamo restare e provare a credere che la paura non esiste,che non esiste la follia del male.
Dal corriere della Sera, l’intervista di Michele Farina allo scrittore Gregory David Roberts.
“«Ero seduto al Leopold la mattina degli attacchi. Ci vado ogni volta che posso, vivo in zona, ho almeno 20 amici all'Oberoi e al Taj. Sono stato fortunato a venire in Australia a trovare i parenti. Mumbai è ferita, ma io lo so che non ha perso il suo carattere migliore: la tenerezza». Gregory David Roberts è l'autore di Shantaram («l'uomo della pace di Dio», Neri Pozza 2005), il libro in cui ha romanzato la sua già romanzesca vita: un australiano iscritto a filosofia, l'impegno, il divorzio, l'allontanamento dalla figlia, l'eroina, le rapine per pagarsi la droga, il carcere e la fuga in India, la malavita, il traffico di passaporti e quello di armi con i mujaheddin afghani al tempo della guerra con i russi, poi la redenzione, l'apertura di un ambulatorio di strada, il libro, il successo, una moglie in Svizzera e infine il ritorno «a casa» nel 2004 ai tavolini del Cafè Leopold, luogo di culto oltre che di birre Kingfisher e di veggie curry rice (il suo piatto preferito).
Hanno colpito il Leopold perché è frequentato da stranieri?
«Perché è un simbolo di tolleranza. È la tenerezza il carattere distintivo di Mumbai, dell'India, del Leopold. Altrove magari senti che sei in un bar indù o in un caffè musulmano. Al Leopold no. E' un'istituzione, fondato da una famiglia iraniana oltre 100 anni fa. E' un party cafè. Ci si incontra, si scherza, si discute. Mi ricorda una delle cose più belle dell'Islam, il pellegrinaggio alla Mecca, quando i fedeli indossano lo stesso vestito bianco. Re o mendicante, nessuno è migliore di un altro».
Hanno ammazzato 2 camerieri e 5 clienti...
«Me l'hanno detto. I proprietari sono due fratelli, Farzad e Farhang: lavorano con le stesse persone da anni, li trattano come parenti. Mi sembra pazzesco che 12 ore prima che morissero io fossi lì a chiedere loro il solito succo di melograna».
Non ve lo aspettavate?
«Era inevitabile. Un paio di giorni prima sono arrivato in auto sotto un grande albergo, indisturbato. L'ho detto al direttore: "controllate le auto, pensate al Marriott di Islamabad"».
Eppure c'erano stati altri attentati...
«Questi sono di scala diversa. Sarebbe stato impossibile bloccarli».
Lei ha bazzicato con la mafia di Mumbai. Possibile reperire quelle armi a livello locale?
«La supposizione più ragionevole indica un'operazione di jihadisti a livello internazionale, strategia sofisticata e brutalità di ragazzini tipo gli studenti che fanno le stragi nelle scuole Usa. Ci avranno messo un anno a prepararla. La mia idea è che i killer siano arrivati da Paesi diversi: un paio dal Pakistan, un paio indiani, un paio britannici... Tutti armati e addestrati nei campi degli estremisti in Pakistan. Negli ultimi sei anni tutti gli attentatori catturati hanno detto di essere stati addestrati in Pakistan».
Ma è normale metterci tanto a neutralizzarli? I terroristi conoscevano la pianta del Taj, le teste di cuoio no...
«Molti le criticano. A torto. I servizi indiani sono i migliori. Per le stragi ai treni del 2006 ci hanno messo pochi giorni per trovare gli autori. Ma perché non mi chiede come evitare questi attacchi in futuro?».
Ecco, come si fa?
«Eliminare le ingiustizie, risolvere il problema palestinese, appoggiare gli islamici moderati, chiudere i campi in Pakistan, smetterla con l'ipocrisia: chi vince libere elezioni va al governo anche se non piace all'Occidente».
Tra le vittime c'è chi era venuto in India a meditare. C'è il rischio che il Paese perda il suo marchio di spiritualità?
«No. In India non ti serve nulla per essere amato, se vieni con il cuore aperto. La gente lo sta dimostrando in queste ore, negli ospedali, nelle strade. Sono morte centinaia di persone, le cicatrici resteranno. Abbiamo perso l'innocenza, ma l'età della tenerezza non è finita».

Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 27 novembre 2008

Quando un uomo e una donna diventono uno


Ho coperto i miei occhi
con la polvere della tristezza,
finché entrambi furono un mare colmo di perle.
Tutte le lacrime che noi creature versiamo per lui
non sono lacrime, come pensano molti, ma perle …
Mi lamento dell'anima con l'anima,
ma non per lamentarmi: dico solo le cose come stanno.
Il cuore mi dice che è angosciato per lui,
ma io non posso che ridere di questi torti immaginari.
Sii giusta, tu che sei la gloria del giusto.
Tu, anima, libera dal “noi”e dall’”io”,
spirito sottile in ogni uomo e donna.
Quando un uomo e una donna diventano uno,
quell’uno sei tu.
E quando quell'uno è cancellato, tu sei.
Dove sono questo “noi” e questo “io”?
A lato dell'amato.
Tu hai fatto questo “noi” e questo “io”
perché tu potessi giocare
al gioco del corteggiamento con te stesso,
affinché tutti i “tu” e gli “io” diventino un'anima sola
e infine anneghino nell'amato.
Tutto ciò è vero. Vieni!
Tu che sei la parola creatrice: Sii.
Tu, al di là di qualunque descrizione.
E' possibile per l'occhio fisico vederti?
Può il pensiero comprendere il tuo riso o la tua pena?
Dimmi, è possibile vederti?
Soltanto di cose in prestito vive questo cuore.
Il giardino d'amore è infinitamente verde
e dà molti frutti oltre alla gioia e al dolore.
L'amore è al di là di entrambe le condizioni.
Senza primavera, senza autunno, è sempre nuovo.

Maulānā Gialāl al-Dīn Rūmī

martedì 25 novembre 2008

L'inganno dei signori del materialismo


Coloro che si addestrano a risvegliare bodhicitta, sono dei bodhisattva e dei guerrieri, ma non dei guerrieri che fanno del male, ma dei guerrieri di non violenza, dei guerrieri dolci che sanno ascoltare le voci del cuore - diceva Chogyam Trungpa – essi sono uomini e donne forgiati con il fuoco. Questo significa che il guerriero-bodhisattva, quando entra in situazioni difficili, si adopera per alleviare la sofferenza, s’impegna a recidere le reattività personali e l’autoinganno,e si vota a ricercare la vera natura di bodhicitta. Questi guerrieri di amorevolezza, sanno che il male peggiore è quello che proviene dalla nostra mente violenta ed aggressiva, e quando diventano maestri guerrieri, s’impegnano a trasmettere tali insegnamenti anche agli altri. Per tutti sarebbe opportuno relazionarsi al mondo con l’atteggiamento del guerriero-bodhisattva, cioè vivere con coraggio ed amore. Le pratiche più semplici sono l’utilizzo della meditazione, della gentilezza amorevole, della compassione, della gioia e dell’equanimità, perchè non è possibile cercare il risveglio di bodhicitta con pratiche diverse, essendo queste le qualità del cuore di un budda.
Il processo dello sblocco del bodhicitta necessita della conoscenza degli inganni che ci tendono i signori del materialismo. Questi signori dell’illusione, rappresentano i modi con cui l’Io si protegge dalla fluidità del mondo, sono il modo con cui l’uomo cerca di tamponare l’imprevedibilità e l’impermanenza del mondo: sono le strategie che usiamo per darci l’illusione della sicurezza. Conoscere i signori del materialismo, significa imparare le strategie che usiamo per cercare comodità e sicurezze, significa evitare di usare false proiezioni mentali, che ci lasciano ancor più in preda alla paura.
Il primo signore dell’inganno è il Signore della Forma, e rappresenta la nostra abitudine a guardare sempre nel mondo esterno, per cercare un terreno solido e sicuro. Per sfuggire le insicurezze, siamo sempre più dipendenti da situazioni esteriori in cui cerchiamo sostegno o rifugio, ma qualsiasi cosa esteriore ricerchiamo, qualsiasi sostanza, attività o persona, nulla ci farà sfuggire all’insicurezza che è insita nel vivere umano. Forse useremo metodi innocui, o dannosi, o nocivi, però nulla potrà offrire una soddisfazione durevole ma, al contrario, ogni sensazione che cercheremo di sfuggire o soffocare, diverrà ancora più potente. La sofferenza causata dal Signore della Forma è quella di una felicità effimera e temporanea, millantata per felicità autentica e duratura. La pratica di risveglio del bodhicitta, prevede una profonda attenzione a quello che facciamo, ma senza giudicarlo o condannarlo, bensì riconoscendo con gentilezza quanto sta accadendo. Si rimane vittime dei raggiri del Signore della Forma, perché siamo alla continua ricerca di una perfetta e duratura sicurezza. Il secondo signore dell’illusione, è il Signore della Parola, che rappresenta il modo con cui l’Io utilizza ogni genere di credenza e di concezione, per avere l’illusione di poter avere delle certezze sulla natura della realtà. Lo rendiamo nostro sovrano, quando crediamo ciecamente nella correttezza del nostro modo di vedere, senza renderci conto che rendiamo la nostra mente ottusa e ristretta, piena di pregiudizi e di biasimo riguardo gli errori degli altri. Il problema non è costituita dall’avere un credo, ma è costituito dall’uso ottuso che facciamo delle nostre credenze, facendone un baluardo invalicabile, una barriera utilizzata per non considerare il modo di vedere degli altri. Il Signore della Forma, si serve di ottusità e di pregiudizi, ed usa tutti i nostri ideali e le nostre credenze più elevate per farci costruire muri e baluardi divisori. Senza valutare il punto di vista e le diversità altrui, siamo ostacolati nel nostro cambiamento evolutivo, e la vittoria di questa illusione è perfetta. Il terzo signore, il Signore della Mente, è sicuramente il più sottile e il più seduttivo dei tre ingannatori, perché entra in gioco quando usiamo la capacità mentali per vincere i nostri disagi e le angoscie. Agisce quando vogliamo vincere la sofferenza della vita, cercando degli stati alterati della mente, quando usiamo delle pratiche mentali, delle droghe, la spiritualità e anche l’amore, per evadere dal mondo ed assaporare l’ebbrezza di esaltazioni sovramentali. In questo senso anche gli stati straordinari di esperienza, le esperienze di picco sarebbero - secondo il buddhismo tibetano Kagyu – delle fughe dal mondo ordinario, una fuga dal “qui ed ora” insito nel vivere umano. Il problema resta sempre quello delle dipendenze che vengono create, non tanto dalle esperienze in se stesse poiché, essendo inevitabile che ci sia un inizio ed una fine per ogni cosa, quando ci fidiamo del Signore della Mente, andiamo sempre incontro alle delusioni.
E’ naturale usare delle strategie per alleviare il peso dell’esistenza, questo ci insegna la conoscenza dei signori del materialismo, ma avere consapevolezza che queste strategie sono ingannevoli, costituisce un’opportunità. Se conosciamo gli inganni del materialismo, potremo entrare più facilmente in contatto con bodhicitta, perché bodhicitta viene bloccata dagli inganni dell’Io e dai raggiri dei tre signori del mondo materiale.
Il Buddha insegna che l’esistenza umana si basa sull’impermanenza, la non esistenza del sé individuale e la sofferenza o insoddisfazione. Tutti gli esseri, con gradi diversi di consapevolezza, vivono questi sentimenti. Dobbiamo riconoscere che queste qualità del vivere sono reali ed autentiche, e questo ci renderà liberi dalla paura. Quello da cui scappiamo tutta la vita è semplicemente la verità che tutto è trasformazione e mutamento, e che niente e nessuno è fisso. Possiamo dire che una cosa sia bene o male, se la valutiamo sulla prospettiva presente o su quella del medio o lungo termine? Ma fa la differenza se viviamo il cambiamento come fonte di libertà o se lo poniamo come origine di orribili ansie.
Dobbiamo invece imparare una nuova identità di guerriero-bodhisattva, che vede la natura cangiante e mutevole dell’universo come una fonte di continua meraviglia, in cui possiamo scoprire la nostra naturale flessibilità come apertura di prospettive insperate, in cui possiamo non essere intrappolati nelle trappole di successo o insuccesso, in cui possiamo non sentirci come identità definita ma come armonia facente parte del Tutto, in cui vedere ogni minuto e ogni giornata come fonte di gioia e non d’incertezza.
Per un guerriero in formazione, la non esistenza del sé è una fonte di gioia e non di paura, ed essere consapevoli che il susseguirsi di situazioni piacevoli e spiacevoli, fa parte del vivere umano. Non soffriamo perché siamo cattivi, ma perché siamo vittime di raggiri ed equivoci. Il primo equivoco nasce dalla convinzione che il mutamento vada bloccato mentre, in realtà, il cambiamento va cavalcato come un destriero, adattandosi al suo passo senza opporre resistenza.
Nel secondo equivoco, siamo convinti di essere soli e separati, mentre invece siamo una parte dell’Anima del mondo. In preda al terzo equivoco, cerchiamo la felicità dove non possiamo trovarla, per cui ci aggrappiamo a tutto quello che ci offre momentaneo sollievo. Non siamo capaci di tollerare l’alternarsi di gioia e dolore e vorremmo avere sempre gratificazioni. Diventando sempre più incapaci di tollerare il minimo disagio, rischiamo di restare invischiati nelle vecchie abitudini, attuate nell’illusione di rendere la vita più prevedibile e sicura. Otteniamo invece, in cambio, solo un circolo vizioso che, nel pensiero buddista, viene detto Samsara. Vivendo invece il momento presente, con gentilezza amorevole e compassione, possiamo sconfiggere gli inganni dei signori del materialismo e ridestare in noi, il cuore del Buddha.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 23 novembre 2008

Trovare la natura di Bodhicitta


La natura dolorosa del Samsara, deve spingerci alla volontà di liberarcene: il “bodhicitta” è questo atteggiamento o attitudine mentale, che scaturisce da una profonda compassione, e che consiste nell’aspirazione di realizzare l’Illuminazione allo scopo di poter poi guidare anche gli altri esseri alla stessa meta. Quando si sviluppa bodhicitta in modo spontaneo e continuativo, si diviene capaci anche di aspirare al compito maggiore di “bodhicitta assoluto”.
Ma cos’è bodhicitta? E’semplicemenete la capacità di agire come “chitta” cioè mente, cuore e attitudine e anche “bodhi” cioè risvegliato, illuminato; cioè agire come un essere completamente aperto. Un tale cuore risvegliato, diceva Chogyam Trungpa, “proviene dall’essere disposto a guardare in faccia il vostro stato mentale […] Dovrete esaminare voi stessi e chiedervi quante volte avete cercato di entrare in contatto con il vostro cuore, pienamente e sinceramente. Quante volte siete fuggiti perché temevate di scoprire qualcosa di terribile riguardo a voi stessi?”
Pema Chodron racconta che la sua prima lezione di bodhicitta, la ricevette a 6 anni. Un giorno, mentre camminava furiosa contro tutti e tutto, tirando calci alle pietre che incontrava sul suo cammino, un’anziana signora, che prendeva il sole sull’uscio di casa, la guardò divertita e gli disse, sorridendo:”Ragazzina, non permettere alla vita di indurirti il cuore.” Pema dice che in quel momento capì perfettamente cosa volesse dire essere in uno stato di bodhicitta, perché dalla vita possiamo farci inaridire fino a perdere la voce del cuore, oppure possiamo far lavorare in noi le sue lezioni di crescita, fino a farci sbocciare nel petto un cuore gentile, compassionevole e misericordioso.
Il cuore risvegliato è colmo di tenerezza rispetto alle cose che incontra sulla sua strada, e se lasciamo che la vita lasci il nostro cuore tenero e generoso, allora, non avremo più bisogno di avere paura di soffrire.
Tutta la vita ci proteggiamo dal dolore, perché ci fa paura. Passiamo anni ad erigere fortezze e bastioni interni, alte mura protettive fatte di pregiudizi e preconcezioni, frutto solo della nostra paura di essere feriti. Tutto inutile, perché succede che tali muraglie vengano spazzate via come fuscelli, quando incontriamo l’avvenimento o la persona, in grado di farci affrontare con violenza noi stessi. Dovremmo invece coltivare la naturale dolcezza del nostro cuore, dovremmo coltivare momenti di vulnerabilità, il senso di fragilità, l’amore, la tenerezza, la solitudine, l’imbarazzo e tutte le sensazioni che dimostrano la nostra umanità, riconoscendogli il diritto di essere; giuste e necessarie, per risvegliare il nostro bodhicitta. Se il nostro cuore si spezza, si piega di fronte alle sofferenze della vita, allora proveremo ansia, panico, tanta rabbia e risentimento verso le cose che lo hanno lacerato. Così continueremo la catena della nostra sofferenza. Ma un cuore che prova una genuina tristezza, e non rabbia, riesce a rimanere cedevole e compassionevole.
Gli stessi concetti di “amico” e “nemico”sono del tutto relativi ed interdipendenti: una persona è amica o nemica non sempre e comunque, per sua natura, ma solo in relazione ad altro. Inoltre quando pensiamo a noi stessi e agli altri, ci appaiono le nozioni di “io” e “altri” come completamente differenti l'uno dall'altro. Ora, questa percezione è erronea.
La motivazione di bodhicitta è la compassione, cioè karuna. Essa consiste nel provare quel che prova ogni altro, il condividere le sofferenze altrui e conseguentemente - poichè nessuno vuole soffrire - è il desiderio che tutti gli esseri senzienti siano liberati dai propri dolori e problemi fisici e mentali.
La compassione è lo strumento attivo per il conseguimento dell’Illuminazione. Karuna sono le nostre azioni quando sono compiute alla luce della “saggezza discriminante”, cioè prajna: infatti, quando la nostra consapevolezza è aperta e viva, allora il nostro a agire, che si basa sulla nostra comprensione, diventa sempre più idoneo ed opportuno.
Così, più siamo consapevoli dell’altra persona, e più siamo capaci d’agire appropriatamente nel nostro rapporto con essa, rendendoci conto di cosa essa abbia bisogno davvero, e cessando d’imporre l’idea di ciò che noi pensiamo debba aver bisogno.
Il Buddha disse che non siamo mai separati dall’illuminazione, anche nei momenti più tristi e duri, in noi dorme sempre la natura dell’illuminato, possediamo sempre la mente del bodhicitta: il sole interno che nessuna nube può ottenebrare. Chi si allena a risvegliare questa natura è un guerriero di conoscenza e non di violenza, afferma Chogyam Trungpa, “che ascolta le voci del mondo.” Anche noi possiamo addestraci a risvegliare il coraggio e l’amore. Un guerriero accetta che non saprà ciò che può accadere, perciò potremmo provare tenerezza, struggimento, sofferenza ed incertezza e questo sarà il segno del risveglio del bodhicitta che dorme in noi. Come un alchimista che trasforma il piombo in oro, così ci ridestiamo alla nostra interna divinità.
Quando le nostre stesse paure destano in noi la compassione per l’essere che soffre, allora sappiamo far scaturire un luogo tenero che ci sostiene e ci conforta nei momenti bui della vita: questo è il supremo atto di coraggio che scaccia la paura. Ciò è quello che è necessario fare, in modo che le asprezze, a cui saremo sottoposti fruttino la nostra naturale evoluzione e maturazione, in modo che non ci lascino invece un pegno di amarezza e di dolore.
Il Buddha insegna che la flessibilità e l’apertura portano forza e che fuggire dall’insostanzialità dell’esistenza ci indebolisce e ci causa sofferenza. Ma potremo mai capire che familiarizzarci con la nostra tendenza alla fuga, è la chiave per risolvere tutto?
Quando riconosciamo le nostre avversioni e i nostri veri desideri, quando impariamo a conoscere senza giudicare il giusto e lo sbagliato dei nostri sentimenti, allora diventiamo obiettivi, allora facciamo crollare le mura interne e permettiamo alla nostra bodhicitta di fluire.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 20 novembre 2008

Superare il velo di Maya


Sviluppando i nostri punti di forza e i punti di debolezza, senza dubbio si può divenire una persona sempre migliore, infatti tutto il disordine e la tensione che sperimentiamo a livello personale, non sono altro che il risultato dell’ignoranza di sé e del mondo che ci circonda. Come un ragno che resta invischiato nella sua stessa tela, anche noi siamo imprigionati nei lacci della nostra ignoranza. Con i sensi fisici possiamo percepire il mondo che ci circonda e tutte le cose materiali, ma le facoltà della nostra mente, del nostro intelletto e le caratteristiche della nostra personalità, sono percepite solo dalla nostra coscienza. La coscienza o Anima, che non è percepibile con strumenti fisici e che costituisce il nostro vero sé, il nostro Io, la possiamo percepire solo con la comprensione mentale o intellettiva.
Gli antichi greci e anche gli indiani, percepivano la realtà come costituita da atomi. La parola greca atomos, significa indivisibile ed è simile al termine hindi Atma che significa Sé o Anima, significando l’energia fisica, indivisibile ed in distruttibile che anima l’essere umano. Tutta la realtà che ci circonda è, quindi, formata da punti di energia fisica, cioè da modelli di onde energetiche e di vibrazioni. Tramite i nostri sensi, facciamo una selezione di queste vibrazioni e trasmettiamo queste informazioni alla nostra mente, dove si costruiscono delle immagini mentali. Sono tutti i sapori ed i colori, che rileviamo con i nostri sensi, a costruire la nostra immagine del mondo: così possiamo avere accesso a tutti i diversi livelli di energie fisiche, tramite i nostri sensi corporei.
L’anima è invece il punto-sorgente di energie spirituali, ed è l’entità cosciente della nostra esistenza, ed il termine Atman possiede tre significati: l’Io, l’essere vivente e “l’inquilino” indicando cioè che io sono un essere vivente, l’inquilino del mio corpo fisico, io sono l’anima, cioè l’essere interiore vivo ed intelligente.
Essendo energia, l’anima è asessuata benchè disponga di qualità sia maschili che femminili. Nel manifestarle essa viene condizionata dal genere del veicolo corporeo che la ospita, e viene influenzata anche da condizionamenti ed aspettative sociali, ma la distinzione esiste solo nei corpi perché l’anima è indifferenziata.
Per definire i propri limiti e per costruire la consapevolezza corporea, l’essere umano opera la distinzione tra “io” e “mio”e definisce come mio le cose che gli appartengono e come “io” la coscienza di sé stesso. Molto spesso la coscienza di ciò che è mio, si espande in ogni direzione, non solo rispetto ai limiti del corpo o alle facoltà interiori, ma tracima come un fiume in piena nel mondo esterno, cercando di inglobare tutto ciò con cui ci rapportiamo. Iniziamo a vedere come “mio” non solo il nostro corpo, ma anche la mia macchina, la mia casa, mio fratello, mio marito, mio figlio, mia moglie. Con il tempo tendiamo a conservare e trattenere tutto, come se fosse di nostra proprietà esclusiva, ma “il mondo è un vaso di spiriti che non si fa forgiare” diceva Lao Tze per cui, più vogliamo trattenere qualcosa con la forza, più essa ci sfugge. Pur rendendoci conto dell’inutilità di questo atteggiamento e della natura effimera del mondo materiale, comunque ci aggrappiamo ad esso con fiera determinazione, sviluppando sempre maggiori attaccamenti e maggiori dipendenze ed alimentando la paura di perdere i nostri possessi. Quando ci identifichiamo con le cose che ci circondano, oltre ad alimentare la paura, disperdendo le nostre energie, soffochiamo anche le nostre qualità innate, cioè il nostro vero essere.
Facendo l’elenco di tutte le cose, che ci potrebbero ostacolare nella nostra evoluzione, probabilmente citeremo l’età, il sesso, la salute, la famiglia, il lavoro ed eventuali difetti o dipendenze personali, ma a ben osservare, sono le stesse cose di cui tendiamo a rivendicato il possesso esclusivo, le stesse a cui, al sopraggiungere dei problemi, attribuiremo poi tutte le colpe, e che useremo come capri espiatori. La realtà non dovrebbe esser vissuta come una conquista di territori personali, ma come una conquista di consapevolezza sempre crescente, da cui invece ci difendiamo disperatamente.
Secondo l’antica saggezza religiosa indiana dei Veda (5000 a.C.) la dea Maya, dopo la creazione della terra, la ricoprì di un velo che impedisce agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. E’ scritto: “Maya è il velo dell’ illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra, ch’egli prende per un serpente.”
Secondo l'Advaita Vedānta, questo “velo” è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell'io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Atman, l’unica entità eterna ed immortale, impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere separata dal Tutto. “La conoscenza del Sé è il senso della vita.” (Kena Upanishad vakya bhasya, II, 5)
Per realizzare il Sé nei diversi livelli di conoscenza, di creatività ed amore, bisogna trascendere l’egoismo, la possessività, la paura, la solitudine e l’angoscia, e ciò si può fare, eliminando le false idee di “mio” e “io”.
Nelle Upanishad si sostiene l’esistenza di una forza primordiale, uno spirito universale impersonale, eterno e immutabile che sta alla base di tutto l’universo: Brahman. Ogni individuo ha un nucleo immortale, un Sé, un’anima eterna chiamata Atman che, alla morte del corpo, si reincarna in altri corpi, seguendo un ciclo negativo di sofferenza (Samsara) dal quale bisogna trovare la via per liberarsi.
Il nostro essere spirituale, il Sé che è la parte essenziale e più reale di noi è, di solito, celato, chiuso, come avviluppato nelle sensazioni corporee, dominato dalle nostre sensazioni e pulsioni e tiranneggiato dalla mente inquieta e turbolente. E’ necessario togliere questi avviluppi, affinchè si riveli la vera essenza spirituale. Soltanto la conoscenza distrugge l’ignoranza, come la chiara luce dissipa l’oscurità, perché il Sé si manifesta soltanto nell’intelletto puro, essendo esso il sole di Conoscenza, è fissato nello spazio del cuore, ed è Colui che dissolve l’oscurità; essendo l’onnipervadente sostrato di tutto, Esso infinitamente risplende e fa ogni cosa risplendere.
La nostra anima eterna, il nostro Sé, l’Atman, è come una goccia d’acqua. Come la goccia, sembra autonoma e separata dall’oceano ma, ben presto tornerà all’oceano (Brahman). La sensazione di separatezza tra la nostra anima e quella universale, così come la sensazione di separatezza che riscontriamo nel mondo dei fenomeni che ci circondano, è un’illusione (Maya) dalla quale sfuggire.
E’ la sensazione di separatezza dal Tutto che ci induce la disperazione, che ci spinge all’attaccamento e alla dipendenza dalle cose. La nostra anima è avvolta dal velo delle illusioni, dal velo di Maya, del quale dobbiamo liberarci per scoprire che essa coincide con l’anima del mondo, e che la nostra anima è un riflesso eterno dell’anima eterna del Tutto.
Le Upanishad insegnano la via per liberarsi dal Samsara per permettere ad Atman, squarciando il velo di Maya, di ricongiungersi con Brahman. Si afferma nelle Upanishad: “Atman non invecchia quando s’invecchia, e non muore quando si viene uccisi” perché il suo destino è ritornare nell’oceano di Brahman.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

lunedì 17 novembre 2008

A geriatric assault on Italy's bloggers!


Adnkronos/Dpa informa che, a Yangon, l’11 novembre scorso, è stato condannato ad oltre 20 anni di reclusione, un popolare blogger birmano accusato, come riferisce la Bbc, di aver messo in rete una vignetta, che aveva per oggetto, il leader della giunta militare al potere nel paese, il generale Than Shwe. Nay Myo Kyaw, noto con il nick di Nay Phone Latt, è stato condannato a 20 anni e 6 mesi dalla Corte speciale di Yangon. Il giovane blogger, ex esponente del partito di opposizione Lega Nazionale per la Democrazia che fa capo a Aung San Suu Kyi, era stato arrestato il 29 gennaio scorso, 3 mesi dopo le manifestazioni dei monaci buddisti nella ex capitale. Le manifestazioni, che erano state ampiamente descritte dal 28enne esperto di informatica nei suoi blog, si conclusero nel settembre 2008, con una violenta repressione militare ed un bilancio di 30 morti, centinaia di dispersi e migliaia di persone imprigionate.
In Italia, sono di questi giorni le polemiche accese in rete, sulle ultime novità sul decreto di legge che dovrebbe “normare pesantemente” l’attività dei bloggers. Questa riproposizione del disegno di legge sull'editoria, del deputato Riccardo Franco Levi, risalente alla scorsa legislatura e oggi tornato alla ribalta, fa scendere i bloggers sul piede di guerra.
Da anni si tenta di rivedere il comparto normativo legato agli editori, ma il tutto si è sempre arenato su posizioni miopi e fragili, che l'avvento del web ha ulteriormente indebolito. Bernhard Warner, giornalista del Times, il 24 ottobre 2007, alla prima stesura del ddl, scrisse nell’articolo:”A geriatric assault on Italy's bloggers” che ”Romano Prodi, il primo ministro, ha 69 anni, e ha battuto il 71enne Silvio Berlusconi alle ultime elezioni. Il Presidente Giorgio Napolitano, 82, ha davanti ancora sei anni prima di finire il mandato; il suo predecessore ne aveva 86 quando lasciò il Quirinale. Nella sfortunata ipotesi che l'Italia dichiari guerra a qualcuno, la decisione verrà da un capo di stato che aveva quasi vent'anni quando i tedeschi si arresero alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che questa prospettiva sia una necessaria introduzione a qualsiasi discorso riguardo la politica italiana con chi non ne sa abbastanza. Se il governo italiano non vi sembra adatto al mondo moderno, la spiegazione è molto semplice: anche il vostro paese farebbe lo stesso, se fossero i vostri nonni a essere al potere.”
Il testo criticato, inizia con una definizione di attività editoriale, così da circoscrivere il campo d'applicazione della legge: “Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”. All'art. 6 v'è un primo approfondimento: “Ai fini della presente legge, per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e alla distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L'esercizio dell'attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative”. Ma è all'art. 8 che, per definire l'editoria in contrasto alle attività informative sul web, si legge: “Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione (ROC) i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro”. E, in un altro comma dell'art. 8 si definisce anche le responsabilità: “L'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale sulla rete internet rileva anche ai fini dell'applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.”
Scrive Luca Spinelli, nel suo blog (http://www.lucaspinelli.com) ”A seguito delle moltissime proteste, Vincenzo Vita (vice presidente della commissione cultura del Senato), Giuseppe Giulietti (membro della commissione cultura della camera) e Bruno Murgia (membro della commissione cultura della camera) prendono le distanze. I primi due, intervistati dall’associazione Articolo 21 che si è attivata sulla vicenda, chiedono il ritiro del provvedimento e affermano: “Alla Commissione Cultura della Camera è arrivato un vecchio testo presentato da Levi che, effettivamente, pone alcuni rischi per il futuro dei blogger. L’impegno congiunto da parte nostra - proseguono Vita e Giulietti - sarà quello di chiedere allo stesso Levi il ritiro di quella proposta e di elaborare insieme un nuovo ddl che tenga presente le richieste e le necessità provenienti proprio dal mondo dei blogger che, con il loro lavoro quotidiano, riempiono di contenuti la rete e di informazioni talvolta mancanti.” Il deputato Bruno Murgia, dal canto suo, avverte che ci si trova ancora in uno stadio embrionale della legge e afferma che “le intenzioni sono buone, ma è evidente che il mondo di internet è decisamente più complesso e non può essere regolato con un colpo netto come questo.”
Interessante il commento di Francesco Aprile su The Million Portal Bay (blog noto per le inchieste sul portale italia.it), che pubblica un’attenta analisi su una questione da molti sottovalutata: gli interessi di partito e degli editori verso i finanziamenti pubblici che il ddl girerebbe astutamente anche alle testate online. Intanto prosegue la raccolta di adesioni del gruppo di Facebook contro il ddl, che ha raggiunto quasi 20.000 iscritti (tra cui vari nomi noti come Pino Scaccia, Mina Welby, Marco Cappato) e si programma l’invio di lettere ai membri delle commissioni, per destare i legislatori italiani, sulle necessità informatiche della nostra nazione. Staremo a vedere.“ Conclude Luca: “In linea generale, comunque, ciò che mi preoccupa non è tanto l’improbabile chiusura di mezza blogsfera italiana, quanto piuttosto il potere intimidatorio che questa legge porta con se. Così come già molte altre in Italia, buone solo per essere tirate fuori ogni volta che c’è bisogno di un cavillo legale cui appendersi. Invece che chiarire e ripulire uno dei corpus normativi più grandi e impenetrabili al mondo - vero bengodi per i “cavillanti” - si propongono altre leggi fumose e contestabili che prestano il fianco a pruriti censori. Questo mi preoccupa.”
Nel frattempo Antonio di Pietro offre il patrocinio gratuito a tutti coloro che fossero denunciati per la loro attività di bloggers (http://www.antoniodipietro.com/2008/11/no_allammazza_blog.html) e sono numerosissime le adesioni in un gruppo costituito su Facebook e alla petizione di Francesco Addante su: http://firmiamo.it/noallaleggeantiblog.
Non volendo fare nessuna protesta, non ci resta che abbigliarsi alla moda birmana.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 16 novembre 2008

La sua vita non è piena, inutile accanirsi


Da: Il Messaggero di Domenica 16 Novembre 2008:

CITTA’ DEL VATICANO (15 novembre) - Carità, comprensione, pietas. Sono parole che ripete più e più volte pensando a Eluana. Monsignor Giuseppe Casale, classe 1923, ex arcivescovo di Foggia è una voce fuori dal coro che, con coraggio, preferisce arrestarsi davanti al grande mistero della morte. Da pastore lui si rifiuta di dare giudizi, di emettere condanne. «Di fronte a questo grande mistero dovremmo avere tutti più rispetto e attenzione. Soprattutto lasciare la possibilità agli interessati di decidere in modo chiaro e sereno».

Dunque lei è favorevole al testamento biologico?
«Sì senza dubbio. Io sono per una vita piena. Nel caso di persone costrette allo stato vegetativo permanente, dico solo che ci si accanisce sulla vita. Eluana vive perché alimentata artificialmente. La sua è una vita ridotta al minimo, non è una vita piena, è vita vegetativa».

Ma è sempre vita.
«Mi interrogo e mi chiedo: davanti a casi simili si può parlare di vita umana, intesa come esistenza piena di relazioni? Noi sappiamo che esistono ammalati gravi, gravissimi, che al contrario possono interagire, farsi ascoltare, essere toccati, reagire, amare, avere sensibilità: ecco, questa per me è ancora vita, per il resto si può solo parlare di stato vegetativo. Posso capire, accostandomi con pietas cristiana, la decisione di un padre davanti ad una figlia in quello stato».

Lei contesta l’accanimento terapeutico?
«Io osservo solo che tutto questo chiasso, la solita battaglia tra guelfi e ghibellini, impedisce di fatto una riflessione serena, che in Italia sarebbe importante. E invece si litiga e alla fine, purtroppo, si perde di vista un aspetto importante: che l’alimentazione artificiale, come quella somministrata dai medici ai malati in stato vegetativo permanente, è una forma di accanimento, se la si toglie provoca la morte. Pertanto, forse, non si può più parlare di eutanasia. Penso che bisognerebbe definire al più presto il problema del testamento biologico, contenente le ultime volontà di vita».

Cosa direbbe al signor Englaro, se lo avesse davanti?
«Lo abbraccerei, gli farei arrivare la partecipazione con la quale, a distanza, l’ho accompagnato spiritualmente in questo calvario, da quando è iniziata la malattia della ragazza, sino al dramma successivo. Il mio augurio è che possano arrivare la pace e la serenità, sia per Eluana che per lui. Pregherò per loro».

Staccare l’alimentazione e l’idratazione non è eutanasia?
«In questo caso alimentazione e idratazione si possono parificare ad un accanimento terapeutico. E poi comunque, quando c’è un consenso alla base. Voglio dire che il padre sapeva bene che cosa avrebbe voluto la figlia medesima».

Lei ricorrerebbe a disposizioni ben precise nel caso dovesse trovarsi in condizioni analoghe a quelle di Eluana?
«Certamente. Per una persona che crede, e io credo in Dio onnipotente, la fine della vita non è “la fine” ma solo il passare da una condizione all’altra. Per un cristiano non è la morte totale. Se mi ritrovassi in una situazione analoga, non vorrei che mi alimentassero artificialmente con le macchine. Noi continuiamo a fare battaglie per la vita, come se la morte terrena fosse la fine della persona, e invece si schiude una esistenza nuova».

Decisamente controcorrente.
«Credo nell’immortalità dell’anima e nella resurrezione dei corpi. Non so cosa il Signore mi riserverà, ma non vorrei nessun accanimento. Spererei solo di avere accanto a me persone care, cui affidare parole di speranza, nella certezza che ci si rivedrà nel Signore. Noi continuiamo a fare un errore grossolano...».

Cioè?
«Vedere la morte e la malattia grave con l’occhio della tecnica, mentre dovremmo accostarci al nostro spegnimento come un passaggio, non dunque come un pericolo, una mannaia».

Fa sempre piacere incontrare una persona che ha impresso nel suo cuore i precetti che predica agli altri. Trovo che le parole di Monsignor Casale siano quelle di un vero pastore di anime, e le diffondo volentieri ai miei amici, per sconfessare la sensazione che "tutto il mondo è discordia" mentre esiste ancora amore e compassione.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

venerdì 14 novembre 2008

La sacra pianura di Dharmakshetra


Ricerchiamo la solitudine ed il silenzio, perché la domanda di spazio e di silenzio è forte quando dobbiamo riflettere, senza che i rumori e le presenze esterne, disturbino la nostra concentrazione ed il nostro raccoglimento interno. La solitudine diviene quindi una necessità, diviene una fuga “dalla pazza folla”, diviene un’uscita dal mondo, per entrare in uno spazio silenzioso fatto di calma concentrazione.
La solitudine ha, però, una faccia negativa che è costituita dall’isolamento, in cui appunto si diviene un’isola, cioè una monade separata ed avulsa dal resto del mondo. Quando la solitudine diviene isolamento, e un forte ripiegamento su se stessi, allora può divenire una solitudine letale, da cui ci si deve sottrarre con forza di volontà e determinazione, cercando occasioni per uscire e frequentare delle persone. L’ideale, sarebbe quello di coltivare il maggior numero possibile di amici e di occasioni sociali, al fine di potersi permettere una maggiore varietà e ricchezza di relazioni.
Positiva è la solitudine che favorisce i momenti d’introspezione e di ricostruzione, ma il protrarsi della solitudine, fino ad annullarsi in un isolamento pieno e totale, non può che segnalare una tendenza disperata e una mancanza di speranza nei rapporti umani. Va allora discriminato, e vanno accettati solo quei momenti di solitudine ricercati per un fine costruttivo, cioè la solitudine utile, quella usata per riflettere e stare in pace con sè stessi, quella usata per ascoltare le indicazioni che emergono dal profondo: la voce del nostro guru interno.
Paramhansa Yogananda racconta che, la Bhagavad Gita inizia con il re cieco Dhritarashtra, che chiede notizie a Sanjaya sull’andamento della battaglia in corso a Dharmakshetra. Tale battaglia chiaramente non è fisica, ma sta ad indicare la lotta interiore dell’uomo, come pure il re cieco è l’immagine della mente umana, che percepisce il mondo esterno solo tramite i sensi, quindi in modo cieco, e Sanjaya rappresenta l’introspezione.
“Il re cieco Dhritarashtra (la mente cieca) chiese a Sanjaya (l'introspezione imparziale): “Che cosa fecero i miei figli, le cattive, seducenti tendenze mentali e dei sensi, opposti alle pure tendenze mentali discriminative, radunatisi sulla sacra pianura del campo di battaglia della Vita (Dharmakshetra) desiderosi di darsi battaglia psicologica e morale?”
Tutta la Bhagavad Gita fa riferimento al campo della coscienza umana, per cui è naturale chiedersi chi stia vincendo, e questa domanda è il nucleo dell’opera. Si supera l’illusione - avverte Yogananda - quando si distingue quale sia la vera vittoria, quale sia quella fittizia e quale poi, alla prova dei fatti, si rivelerà una schiacciante sconfitta.
Perciò l’introspezione è un aiuto essenziale, perché non è affatto semplice riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. All’atto introspettivo cosciente, va unita la guida intuitiva proveniente dal Guru saggio che risiede nel nostro interno.
Ma con quale risorsa l’uomo esce vittorioso, da questa cieca notte di ignoranza? Vi sono degli elementi chiave, che Yogananda indica, per uscire vincitori dalla battaglia psicologica. Uno dei mezzi da usare è l’espansione della felicità e della libertà interiore. Un’ulteriore elemento a nostro favore è costituito dall’allargamento della coscienza. Un terzo elemento essenziale, è l’espansione della compassione per gli altri, ed infine, complementare a tutti, la calma interiore.
Ma la mente, che conosce il gioco dell’inganno, usa questi punti di forza, per illuderci di avere trovato le nostre vere soluzioni, per cui traveste le opposte emozioni, con le stesse ingannevoli apparenze, trasformando false felicità in felicità vere.
Ma il segno sicuro che esse siano o meno false, è offerto dai sentimenti che ad esse si accompagnano, qualora trasmettano una profonda ed inquieta eccitazione, invece che una calma sempre più profonda. Perciò una espansione di coscienza mal controllata, causa una sensazione di aumento di potere e di egocentrismo personale, una compassione male indirizzata agli altri, può causare un’eccessivo carico di aspettative nei loro confronti e un’eccessiva possessività, e persino la calma può degenerare in totale indifferenza ed apatia. Come capire quale sia il corso vero e il corso sbagliato, nella vita?
Secondo Yogananda, la risposta è nel fare ciò che funziona. Solo dai risultati si riesce a capire, se la scelta fatta sia stata giusta, ben ricordando però, che se usiamo i mezzi sbagliati, anche se a buon fine, il risultato finale produrrà sempre disarmonia e fallimento. Il giusto procedere di un’azione, deve produrre armonia, buona salute, uno stato di equilibrio e la capacità di continuare a dirigersi con ragionevolezza e discriminazione verso ciò che si cerca di conseguire, cioè verso i nostri obiettivi. Dove troviamo gioia, espansione di coscienza, compassione e calma interiore, sentiremo sempre un’energia che si muove dalla spina dorsale e si eleva, circolando nel corpo e facendoci felici: quello sarà il nostro posto giusto. Un ottimo modo di valutare la giustezza del nostro agire, è anche quello di valutare le reazioni degli altri, senza però dimenticare che gli altri si lasciano spesso influenzare da reazioni di simpatia ed antipatia, dall’interesse personale e dalla valutazione egoistica: per questo l’introspezione (Sanjaya) resta la via più sicura, la via della saggezza.
Esaminando le nostre emozioni, in modo onesto e sincero, avremo una chiara comprensione di ciò che è meglio per noi.
Schierate contro di noi, troveremo sempre tutte le nostre tendenze sbagliate, trasformate in cattive abitudini, che vanno comprese e trasformate positivamente. Così quando il re cieco Dhritarashtra, chiede a Sanjaya, quale sia l’esito della battaglia, questi risponde: “Giudica i tuoi pensieri e le tue azioni dai loro effetti, in primo luogo su te stesso e quindi sugli altri. Inducono alla pace? Arrecano beneficio al maggior numero possibile di persone? Contribuiscono ad espandere la tua comprensione e la tua compassione? Hanno portato maggiore armonia nel tuo ambiente? O hanno prodotto disarminia? Ispirano te e gli altri? Oppure, in generale, hanno portato meno speranza o perfino disperazione?”
Ricordiamo solo che le vie dell’errore sono innumerevoli, avvisa Yogananda, mentre quelle della giustizia sono limitate.
Potrebbe sembrare un male, io penso invece che così abbiamo minori occasioni di compiere azioni sbagliate.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami