domenica 5 giugno 2011

Ama te stesso e osserva!


“Se vuoi essere amato, ama”

(Lucio Anneo Seneca)

Come il cibo è il nutrimento del corpo, scrive Osho, così l’amore è il nutrimento dell’anima perciò, se il corpo è lasciato senza cibo si indebolisce e muore, così anche l’anima che viene privata dell’amore diventa sempre più debole. Da secoli il potere e la chiesa amano quelli che sono poveri d’amore perché fragili e deboli, infatti chi ha l’anima forte perché sazia dispone di energia e di sicurezza e si sente ribelle: queste anime forti e ribelli sono sempre represse.

L’anima che è rinforzata dall’amore diventa rivoluzionaria, poiché l’amore ci infonde l’ebbrezza del volo e ci dona la visione raffinata che sa andare oltre le apparenze, infatti l’amore raffina i sensi e ci rende tanto percettivi da non poter essere ingannati, sfruttati o oppressi. Ma solo chi ama sé stesso sa amare gli altri, dice Osho, perché chi si ama si rispetta, perciò sa come amare e come rispettare l’altro, infatti amare significa identificarsi con l'altro, perciò saper capire quello che accresce il suo piacere.

Chi ama comprende che tutti gli esseri umani nelle cose fondamentali sono identici, perciò nulla di ciò che l’altro sente può essere estraneo al mio modo di sentire. Chi ama prova piacere se riceve amore, rispetto e dignità, perciò sa come offrirli anche agli altri, infatti possiamo donare solo ciò che abbiamo. Chi ama prova piacere nell’essere accudito e il suo piacere trabocca all‘esterno, perché chi vive l’amore lo vuole condividere con il mondo: l’amore non può vivere nascosto.

Per questo l’uomo deve amarsi se vuole amare e il primo passo, dice Osho, è sempre nell’amare sé stessi, anche se Socrate diceva che bisogna conoscersi, e “Conosci te stesso” era l’invito che rivolgeva ai suoi discepoli, ma io mi chiedo, dice Osho, come possiamo voler conoscere coloro che non amiamo? Tutti dicono che l’uomo è indegno e imperfetto, infatti tutti parlano volentieri delle nostre limitazioni e riescono a vederle così bene da poterle ingrandire e dilatare a loro piacimento facendole divenire anche maggiori di quello che sono.

Tutti vogliono chiuderci nelle limitazioni e nei difetti, e come non potrebbero, se sono le loro stesse limitazioni e gli stessi difetti che vedono in loro stessi? Perciò tutti sanno trovare delle carenze sempre più ampie, perché è in gioco la loro credibilità e l’occultamento della loro personale impotenza di cambiare, e della loro mancanza di coraggio. Il gioco è nella loro credibilità o nella tua! Ecco il motivo per cui l’uomo non riesce ad amarsi e perché nel mondo esiste così poco amore.

L’uomo che si ama diventa come l’onda che si diffonde nel mondo, perché l’amore trabocca e non viene limitato da un solo oggetto, infatti l’amore è illimitato perché è universale, perciò chi ama è un individuo libero dalla sofferenza, e vive come una divinità che cammina sulla terra. Il mondo teme Dio perché teme la sua ira, perciò lo assimila alla morte, infatti gli uomini hanno ucciso molti dei Buddha che sono venuti nel mondo vedendo la loro grandezza come una prova della limitazione umana, e non sapendoli vedere come un esempio di ciò a cui può giungere la natura umana.

L’uomo teme il suo Dio, perché la Chiesa e le istituzioni lo convincono che è un essere debole, indegno e bisognoso di essere accudito, infatti l’uomo è trattato come un bambino a cui viene somministrata una dose di verità minima, poiché potrebbe non sostenerla. L’uomo è povero e debole nella ragione, perciò va accudito, infatti gode di una libertà che è condizionata dal consenso e dall’arbitrio degli altri. Una persona che ama sa pensare, perciò solo chi ama può essere meditativo, infatti la meditazione è la capacità di celebrare ciò che siamo e di essere in relazione con noi stessi, poiché l’altro non è necessario.

Nella meditazione siamo soli ma sufficienti a noi stessi, ma solo se ci amiamo sappiamo restare in nostra compagnia. E come potremmo stare con un nemico? Nella meditazione vi è la celebrazione della presenza a noi stessi, infatti siamo vivi e in connessione con tutto ciò che vive. Per essere meditativi bisogna amare la nostra manifestazione e il nostro modo di essere: per essere presenti è necessario sentire il gusto del respiro che ci anima, perché quell’amore ci dona la forza e la vita ci scorre nelle vene.

Ma, attenzione! Solo chi ama sa celebrare l‘amore, perché se siamo ostili alla vita e odiamo il nostro modo di essere non possiamo stare in presenza del nemico, infatti fuggiamo a noi stessi. A chi piace stare con chi è ostile? A chi piacerebbe sprofondare nell’inferno dell’estraneo? Ognuno nasconde i suoi difetti con dei fronzoli e con dei fiori profumati, infatti ognuno vuole sentirsi migliore di quello che è, e il mascheramento riesce se l’uomo fugge la solitudine in cui deve analizzare sé stesso.

Si usa anche il tempo come una via di fuga, infatti viene sprecano con delle cose futili che servono per non pensare, perciò fuggiamo dal presente per le stesse ragioni per cui fuggiamo dalla solitudine, e quando Buddha ci dice: “Ama te stesso e osserva!” molti intendono il monito al contrario. Tutti puntano l’attenzione sull’osservazione, che è sempre necessaria, ma pochi comprendono che il primo passo è l’amore, poiché solo se ci amiamo sappiamo stare in meditazione: amarsi viene prima della conoscenza di Socrate, perché l’amore apre la strada, poi viene la conoscenza che è sempre successiva, dice Osho.

L’amore è l’accettazione preliminare, infatti se accettiamo gli altri sappiamo vederne i difetti come qualità che non ci impediscono di amarli, poiché il difetto diventa la particolarità e non è una limitazione per offrire l’amore. Molti credono di poter iniziare dalla seconda parte, perciò pensano che l’osservazione sia la meditazione, ma il concetto che Buddha insegna è che l’osservazione dona la consapevolezza della visione. L‘osservazione interiore fa emergere la vigilanza che rende acuti e percettivi, perciò l’uomo diventa consapevole della sua vita, e scopre che il mondo lo ha reso come una macchina, perciò tutti siamo sradicati da noi stessi per essere controllati.

Tutti siamo sradicati e sfruttati se non diventiamo consapevoli di noi stessi, e se non siamo attivi nelle scelte che ci riguardano. Osservare, semplicemente osservare è l’invito di Buddha, ma non dice ciò che va osservato, dice solo: “Amati e osserva” perché si riferisce alla pratica dell’osservazione come da protrarre nel tempo, perché l’osservazione è il segreto della meditazione. Se vediamo un imperativo nell’insegnamento del Buddha è solo nella preliminare condizione dell’amore che dobbiamo dare a noi stessi, poiché solo l’amore ci fa vivi e presenti: l’amore risana perché dona la forza della vita.

Nell’amore non vi è repressione, infatti l’amore è piena accettazione di tutto il nostro meccanismo con tutte le sue peculiarità: chi ci ama ci vuole come siamo e accetta tutto quello che siamo, perciò se ci amiamo sappiamo accoglierci totalmente. Noi guardiamo con piacere solo ciò che amiamo, come potremmo osservarci se non accettiamo ciò che rispecchia quello che siamo? L’amore ci sostiene se sappiamo amare il nostro stile, perché è il nostro modo di essere e di partecipare al mondo: è solo questa coscienza d‘amore che rende possibile l’osservazione, ma avviene se sappiamo avere amore per l‘oggetto dell‘osservazione, poiché solo così proviamo l’estasi meditativa.

L’uomo vive nella condizione che è opposta alla sua natura, infatti crede di essere sveglio e cosciente mentre vive in modo meccanico e inconsapevole, perciò siamo perennemente addormentati. Solo quando sappiamo meditare siamo consapevoli di poter essere svegli anche mentre il nostro corpo dorme, infatti solo il corpo ha bisogno di riposo, mentre la coscienza può essere sempre desta. La consapevolezza è uno sforzo che è possibile per la coscienza umana, poiché l’essenza dell’uomo è nell’essere consapevole e presente alla sua vera natura.

L‘uomo può raggiungere un livello meditativo molto più elevato, e il supremo livello di meditazione si raggiunge quando l’osservazione prosegue durante il sonno, poiché il nostro Testimone può osservare il suo corpo mentre si rigenera nel sonno, poiché l’osservatore può restare desto anche mentre il suo corpo sta riposando. Se la nostra capacità di osservarci con amore si accresce continuamente possiamo dominare il mondo, poiché abbiamo la possibilità di evolvere all‘infinito. Questa suprema condizione meditativa è la condizione ideale dell’uomo, poiché viviamo all’opposto della nostra condizione ideale, in quanto nutriamo male il corpo, lasciamo dormire la nostra coscienza e neghiamo all’anima il nutrimento dell'amore.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 2 giugno 2011

L’evoluzione dell’anima


“L’alchimia serve a separare
il vero dal falso”

(Paracelso)

I cabalisti dicono che l’uomo nasce con l’anima incompleta e che dove guadagnare la sua completezza facendo una evoluzione consapevole per conquistare l’anima perfetta. L’uomo deve salire la scala evolutiva dell’anima, che è una scala che sale dalla terra fino al cielo, poiché dal primo scalino Nefesh che è l’anima vitale, si deve salire al superiore Ruach, che è il soffio o lo Spirito, fino a Neshama, che è l’Anima divina che risiede nel veicolo corporeo per arrivare ancora più in alto, fino a trascendere il livello fisico ridestando Chaya.

Chaya è l’Essenza vivente e l’anima radice/sorgente da cui provengono le anime individuali che originano tutte da Yechidà, cioè nell’essenza unica che è Dio, poiché qui tutte le anime si fondono nel Tutto dell‘Uno. I cabalisti dicono che l’uomo deve agire coscientemente sui mondi in cui vive, infatti con la purezza del pensiero umano egli influenza il mondo delle anime, che è Bryiah, mentre la purezza del linguaggio si riflette sul mondo spirituale, cioè in Yetzira che è il mondo degli angeli, mentre le azioni umane si riflettono sull’universo fisico, che è Asyah.

Nel nascere ci viene concessa solo la parte dell’anima più imperfetta, infatti ci viene insufflata solo un’essenza vitale primaria, mentre la parte più elevata poiché è già rettificata, rimane nell’alto. Tutti nasciamo incompleti, imperfetti e poco elevati, quindi tutti dobbiamo imparare ad elevarci, e la nostra elevazione si compie se sappiamo nutrire e accrescere il nostro mondo e la nostra anima. Se vogliamo elevarci dobbiamo usare il pensiero, la parola e l’azione, perché con essi noi condizioniamo il nostro mondo, perciò il tikkun cabalistico è collettivo e personale essendo la meta più ambita della vita umana.

Tutto ciò di cui ci nutriamo diventa parte di noi, poiché tutto ciò che vive contiene l’anima vitale Nefesh, e ogni volta che mangiamo noi assumiamo la spiritualità del nostro cibo: tutto quello che mangiamo accede a Ruach e Neshama, perciò giunge alla nostra parte più intima, infatti il corpo e l’anima possono essere inquinati dai cibi dannosi. Quando Gesù afferma che “l’uomo non vive di solo pane” vuole insegnare che l’uomo non si nutre solo di cibo fisico, ma si nutre anche di impressioni interiori, infatti l’uomo si sazia anche con l’arte, con la natura e con le relazioni umane.

Il nutrimento adeguato e l’ambiente favorevole è nelle situazioni in cui la nostra sensibilità si accresce e si affina, infatti è solo con l’elevazione dal denso al sottile che possiamo sintonizzarci nell’armonia e nella bellezza, perciò la selezione impone di sottrarci alle impressioni dolorose e pesanti della negatività. La selezione deve essere guidata dalla volontà di non rinforzare e di non far emergere le impressioni più grossolane e inferiori, infatti l’uomo poco evoluto è quello che si fa trascinare dalla soddisfazione dei suoi istinti senza saper dirigere e scegliere ciò che gli giova.

L’immaginazione dell’uomo istintuale è collegata alla soddisfazione delle esigenze primarie, perciò le sue esperienze sono collegate solo alla soddisfazioni immediate. E’ solo dopo che ha verificato, a sue spese, che la soddisfazione immediata non viene mai seguita da un piacere durevole, solo allora egli comprende che il piacere materiale offre una felicità che è breve e illusoria. Si paga cara anche la comprensione di dover governare l’energia del pensiero, di dover orientare le parole e di dover pensare alle azioni più opportune per ottenere l’armonia interiore, poiché è sempre una libera scelta il momento del risveglio.

L’uomo poco evoluto si fa dominare dalle cose esteriori, infatti qualsiasi cosa esterna, cioè l’ambiente, le persone e le cose riescono a condizionarlo, infatti egli si lascia squassare dal mondo e viene modellato dalle circostanze e dalle persone in cui s’imbatte. Mosso dai pensieri, dai sentimenti e dalle sensazioni che vengono stimolate dal mondo e che sono assimilate senza controllo, l’individuo diventa una foglia nella tormenta diventando una facile vittima di coloro che vengono per approfittare della debolezza e della fragilità altrui.

Nel vivere è necessario usare tutte le nostre facoltà alla massima potenzialità di realizzazione, perciò dobbiamo imparare una gamma di progressioni d’indipendenza dalle circostanze esteriori e dobbiamo disciplinare il nostro pensiero per questa finalità. Il pensiero è un’energia spirituale molto concentrata, perciò il nostro modo di pensare modella e trasforma le cose che ci circondano, infatti dobbiamo padroneggiare la realtà usando l‘intelligenza per capire cosa dover rettificare nei nostri comportamenti.

Il cibo è vitale perché permette la sopravvivenza infatti, dopo che è elaborato dal corpo, il nostro cibo diventa il nostro sangue e la nostra carne, perciò ci infonde la forza e ci offre la vita: il nutrimento fisico lo conosciamo, ma ignoriamo come si possa nutrire la nostra anima. Tutto ciò che assorbiamo come nutrimento ci lascia internamente la sua forza vitale, ed è così che ci nutriamo assimilando tutto quello che ci circonda, a prescindere che abbia un’apparenza fisica, mentale o spirituale.

La nostra alimentazione psichica è importante come quella fisica, per cui dobbiamo diffidare dei cibi guasti e nocivi usando le funzioni dei nostri livelli sottili, poiché l‘uomo compie le sue attività con i suoi tre corpi, cioè l’emotivo, il mentale e lo spirituale. Questi tre corpi costituiscono l’entità fisica che dobbiamo armonizzare per ascendere ad una vibrazione superiore, infatti lo facciamo nutrendo tutte le nostre costituenti in modo adeguato. Affinché la vita dei tre corpi si accresca dobbiamo imparare ad alimentare bene il corpo, la mente e lo spirito educandoli in modo adeguato, accurato e amorevole.

Prendersi cura di noi significa imparare a capire quali sono i cibi che ci giovano, e quelli che ci saziano in modo adeguato, perciò impariamo come rifuggire dall’alimentazione errata. L’uomo che è fatto di soli istinti è come un fuscello spinto dall’istinto che prevale sul pensiero, sulle parole e sulle azioni. L‘uomo deve riflettere sul costo delle sue soddisfazioni, perciò deve scartare le cose che saziano lasciando il malessere: solo questa riflessione ci fa comprendere come regolare la nostra alimentazione.

Seppure abbiamo controllo limitato sul fluire del mondo, poiché tutto è continua evoluzione possiamo imparare l’arte della trasmutazione: trasmutare significa che la forma, la natura e la sostanza di una cosa viene trasformata in un’altra, agendo sulla trasformazione della polarità: quest’alchimia è possibile solo a chi sa padroneggiare se stesso, in modo da trasformare il suo piombo in oro. Nella natura osserviamo che tutto è trasformato e nulla va perso, infatti i vegetali sanno estrarre i loro nutrienti direttamente dal fango, perciò saper fare la trasformazione è come compiere le meraviglie della natura.

Se la materia è energia e vibra quando i suoi atomi si muovono, allora tutti siamo dei piccoli sistemi solari con dei livelli di diversa densità, infatti le vibrazioni materiali sono pesanti e faticose, ma le vibrazioni diventano sempre più luminose e lievi mentre si ascende, infatti sopra l’istinto umano vi è la ragione. La ragione è posta più in alto della materia, perciò la ragione spegne l’istinto cieco e fiammante del carattere che usa solo l’emozione, infatti chi non conosce l‘uso della ragione vive turbato e agitato come la foglia nella tempesta.

Se ci concediamo il tempo, possiamo fare una sosta e possiamo attivare il controllo dell’emozione, che è possibile solo se impariamo a diventare l’osservatore di noi stessi: è il momento introspettivo che permette la salita evolutiva dell’anima, perché salire dal piano emotivo a quello razionale è il modo per trasmutare le nostre emozioni. In ogni occasione della vita dobbiamo ricordare il valore della libertà altrui, infatti ognuno agisce a seconda del suo livello evolutivo, perciò le azioni degli altri non ci toccano e ogni azione altrui è un problema di colui che l‘ha fatta.

Noi dobbiamo sempre fare al meglio in quello che ci riguarda, poiché la nostra serenità non è legata a quella degli altri, in quanto ognuno è libero di programmare la sua evoluzione personale: ognuno programma il suo tikkun. Ma chi vuole salire e diventare spiritualmente maturo crede nel perdono di coloro che agiscono male, poiché sono uomini malati d’infelicità, altrimenti avrebbero l’istintiva avversione per il male e per la violenza. L’ignoranza della legge preclude la conoscenza che ognuno riceve la moneta che ha dato, perciò il male riporta il male e il bene rimanda il bene, e tutto ritorna all’origine, poiché otteniamo sempre il frutto delle nostre azioni, per legge karmica.

Saper estrarre il bene dal male è fare come la radice che penetra nella terra per trovare le sue risorse più preziose, infatti le oscillazioni tra la polarità positiva e quella negativa fanno parte della vita, ma esse vanno orientate verso le vibrazioni positive che sono più adeguate a sintonizzarci sulla nostra natura più elevata. Noi possiamo agire sulle nostre vibrazioni interiori per governare l‘esterno, infatti siamo i padroni e non gli schiavi dei nostri stati mentali.

I nostri pensieri comunicano con quelli degli altri, perciò respingono o attraggono altre vibrazioni che sono assonanti alle nostre disposizioni d’animo, perciò dobbiamo osservare i pensieri che coltiviamo nella mente, poiché il mondo si tinge dei nostri colori interiori, infatti siamo noi che coloriamo un mondo che è neutrale usando i nostri personali concetti di bene e di male. E’ la nostra volontà e la qualità delle nostre reazioni che fa la differenza, poiché tutto è relativo essendo collegato al nostro stato interiore, e la nostra disposizione interna è condizionata dalla qualità delle emozioni e dei pensieri che accettiamo e che ospitiamo dentro di noi.

Cambiando ciò che ospitiamo possiamo migliorare noi stessi, infatti possiamo vedere tutto sotto una luce migliore se sappiamo che possiamo attrarre le persone che ci sono più affini e che sono in sintonia con quello che siamo, ma questo accade se sappiamo attivare i nostri campi magnetici e se sappiamo direzionarli alle dimensioni superiori. Ognuno possiede la capacità di affinare la sua anima e può riuscire a sintonizzarsi sulla sua anima sorgente/radice originaria, perciò ognuno sa come ritornare alla casa del Padre.

La mente viene diretta dall’Io spirituale, perciò essa sa dominare il piano fisico e il piano emotivo, poiché gli sono inferiori, infatti abbiamo la capacità di educare la mente, in quanto l’uomo è il risultato di tre corpi e sa come armonizzare queste componenti, perfezionando sempre più gli strumenti di cui è fornito. L’educazione mentale va attuata con lo sviluppo dell’attenzione e con la pratica della concentrazione a ciò che facciamo, poiché la vigilanza è primaria in chi si è risvegliato. La pratica dell’osservazione porta alla meditazione su quello che facciamo, perciò sappiamo visualizzare ciò che vogliamo realizzare, così conosciamo quello che dobbiamo fare per ritornare all’origine e ottenere la nostra Suprema realizzazione.

Buona erranza
Sharatan

lunedì 30 maggio 2011

Sentire



Un’onda s’infrange. E’ percorsa da piccole onde, a loro volta attraversate da onde microscopiche. Esplode in una miriade di gocce ondulate che riflettono per una frazione di secondo, ciascuno sotto un’angolazione diversa, il crollo dell’onda.

L’onda stessa non è che una piccola onda dell’immensa onda della tempesta che ne contiene miliardi. Onde di onde nelle onde. Onde di forme viventi, onde di popoli e di genti, onde di emozioni e di pensieri.

Brulichio del mondo, magia dei fenomeni in ogni istante. Anche i pensieri sono magici. Anche le emozioni si alzano, s’infrangono, si disperdono riflettendosi, poi rinascono instancabilmente, identiche e differenti. Contempla le emozioni, tristi e gioiose, così come contempli il mare, come senti il vento.

I pensieri diventano veleni solo se obbediamo loro invece di gustarli. Vivere le proprie emozioni significherebbe gustare molto lucidamente e nel minimo dettaglio tutti gli eventi nella nostra esperienza, come onde transitorie nella corrente dell’esistenza, senza credere nemmeno per un secondo alla realtà degli oggetti che si presume suscitino queste emozioni, né a quella del soggetto che si presume la provi.

Di fronte a questa miriade di eventi mentali, possiamo fossilizzare le cose, le persone, i significati, i valori, un “io” e irrigidisci la sofferenza. Ma, se seguiamo l’impulso appropriato, possiamo anche lucidamente lasciarci andare al flusso, alla varietà di energie, al carattere climatico e mutevole delle esperienze.

Senti la struttura, la qualità, l’intensità delle tue emozioni, invece di credere a ciò che ti rappresentano. L’emozione è perfettamente reale. Ciò che è illusorio è il nesso tra l’emozione e i suoi oggetti. Sei effettivamente avido, ma non hai bisogno veramente del bersaglio specifico del tuo desiderio.

Sei sicuramente irritato, ma l’oggetto della tua irritazione non è la sua causa. Quando senti l’emozione, sei presente. Quando credi a ciò che essa rappresenta cadi nella trappola dell’illusione, sogni, sei assente.

Così come puoi sentire la sofferenza come un’energia invece di rifuggirla, puoi percepire tutto ciò che entra nel tuo mondo come una qualità di energia piuttosto che come un oggetto di cui appropriarsi, da respingere o da ignorare.

Non vi è né bene né male, né bello né brutto. Ogni essere, ogni evento interno o esterno è una lunghezza d’onda, una frequenza, un colore dello spettro. Ho confuso troppo spesso la rimozione con il dominio di sé. Quando sale la sofferenza, sentila salire. Quando viene la pena, lasciala venire.

Senti le tue emozioni qui, adesso, nel presente, non reprimerle, non tentare di scappare da loro, ma allo stesso tempo non passare automaticamente all’azione, il che sarebbe ancora un tentativo di fuga.

Senti l’emozione completamente. Resta in lei. Non fuggire nei pensieri. Non ti domandare perché fa male, da dove venga, cosa sia esattamente a far male, come vi si potrebbe mettere fine, ecc.

Non fuggire nell’azione. La maggior parte delle azioni stupide viene compiuta per sfuggire a un’emozione spiacevole: aggredire per evitare di sentire collera: prendere per sottrarsi all’avidità o al senso di mancanza, oppure stordirsi per dimenticare la sofferenza, ecc.



(Pierre Lévy - Il capitolo del cuore)


venerdì 27 maggio 2011

Lo strumento dello Spirito


“A un uomo veloce, basta una parola;
a un cavallo veloce, un colpo di frusta.

Migliaia di anni, un solo pensiero;
un solo pensiero, migliaia di anni.

Dovete conoscerlo direttamente
prima che sia sollevato.

Ma ditemi, prima che sia sollevato
come lo cerchereste?”

(La Raccolta della Roccia Blu)


La saggezza antica afferma che saper usare la forza mentale è la più elevata manifestazione creativa dell’uomo, ed è l’impronta che conserviamo della nostra origine divina, perciò la purezza del pensiero umano può costruire un mondo interiore puro e raffinato come il nostro Creatore. Tra le prerogative dell'uomo vi è anche la capacità di dissimulare la vera natura del pensiero per mostrare anche l’opposto di ciò che pensiamo.

Impariamo a vivere interpretando dei ruoli formali con cui dissimuliamo l'interiorità con apparenze fittizie e ordinarie, poiché le apparenze sono credute primarie anche se carenti della sostanza. La capacità di nascondere la natura del pensiero diventa basilare per una pacifica convivenza, infatti pochi uomini potrebbero sostenere l’impatto con il vero pensiero degli altri.

Nella mente esistono dei semi costituiti dai pensieri, dai sentimenti, dalle passioni, dalle paure e dalle preoccupazioni, infatti ogni contenuto interiore stimola il seme mentale simile e corrispondente. Quando un pensiero seme entra in noi si radica, e se viene nutrito e accudito può crescere e mettere delle profonde radici, finché diventa un albero che produce i frutti simili alla pianta da cui nascono.

L’immagine dell‘albero interiore ci fa comprendere come la mente che non è ben governata possa produrre delle formazioni che sono dannose per il nostro equilibrio interiore. Un pensiero può offrire un colore opposto e diverso alla stessa giornata che può essere splendente o buia, poiché il pensiero può costruire o demolire, e il risultato finale è corrispondente alla qualità dei semi che accettiamo di accogliere e di conservare internamente.

Conservare un pensiero negativo avvelena la nostra mente, perché il pensiero è incontrollabile soprattutto se viene nutrito dalla scontentezza delle condizioni di vita che tutti affermano essere crudeli. Tutti negano che le proprie condizioni siano giuste, poiché pochi comprendono che le nostre condizioni sono le logiche conseguenze dell’agire nelle situazioni, perciò nessuno vuole accettare il suo destino e tutti reclamano una sorte migliore.

L’uomo discende dallo Spirito di cui condivide l’intima essenza, perciò noi siamo spirito e non siamo solo il corpo e la mente, infatti abbiamo tutte le facoltà che ci sono necessarie nella nostra mente che è stata creata per ordinare il nostro mondo astrale che altrimenti resterebbe privo di controllo e diverrebbe causa di sofferenze. La mente deve creare l’armonia interiore placando le forze interiori, perciò riordinando i dati e le informazioni ricevute dall‘uomo.

La nostra mente è controllata per mezzo del Sé Superiore, se è risvegliato e pronto per avviare l’evoluzione, perciò per placare la mente è primaria l’accorta vigilanza della qualità del pensiero e una grande forza di volontà. Se l’uomo non si ridesta alla realtà più elevata resta invischiato al livello più infimo del suo sviluppo.

Nel risveglio conosciamo il Sé Superiore e siamo placati, poiché siamo al sicuro nel luogo più sicuro che è nella "casa del padre" dove possiamo dimostrare tutta l’interezza di noi stessi. Nel ritorno conosciamo la totale libertà di essere autentici ed eliminiamo quello che ci rende infelici e che limita la nostra pura essenzialità.

I pensieri sono forze creatrici e se il pensiero si affina e spiritualizza diventa potentemente attivo e fa conseguire enormi risultati, poiché esso attrae le forze affini per potersi nutrire con le loro risorse energetiche e poter potenziare il pensiero originario. L’uomo non usa il suo potere mentale per costruire una vita migliore, e non educa il suo pensiero come facevano nel mondo orientale, poiché ignora che il pensiero agisce sul mondo causale.

Se crediamo che l’uomo sia una scintilla dell’intelligenza divina e che il suo pensiero sia la sua più elevata prerogativa non possiamo trascurare la disciplina del riordino interiore, infatti crediamo che il riposo non sia l’inerzia mentale. La fretta che usiamo in tutto ciò che facciamo si riflette nel ritmo frenetico dei nostri pensieri che si rincorrono sviluppando l’ansia, la paura, il nervosismo e la confusione interiore.

Sviluppare una disciplina mentale significa saper dialogare con noi stessi, infatti il nostro sé ascolta la voce del Sé Superiore solo se la facciamo emergere dal silenzio di un mondo interiore placato. Saper stare soli e saper pensare significa non temere la solitudine, poiché con il pensiero siamo sempre vicini a coloro che amiamo. La vita migliora se pensiamo con calma, infatti una efficace coltivazione mentale deve unire la pratica costante all’intenzione di migliorare continuamente.

La nostra vita scorre sempre più veloce, perciò la fretta viene impressa anche ai pensieri che si accavallano e s'intrecciano creando dei conflitti e un campo di battaglia interno che ci dilania. Il pensare deve essere una gioia e non una lotta mentale, perciò l’esterno non deve travolgere e devastare il mondo interiore con un pensare insano, penoso e doloroso. Se vogliamo conservare la pace e l'armonia interiore dobbiamo colmarci di pensieri positivi e elevati che ci possano saziare pienamente.

Se pensare equivale a creare, allora l’uomo costruisce con l’intuizione e con l’ispirazione mentale attualizzate nella concretizzazione materiale: il pensiero è la porta da cui la sostanza spirituale entra nell’uomo per concretizzarsi come prodotto del genio umano. Il nostro mondo dipende dal nostro modo di guardare, perché gli occhi sono condizionati dal modo di pensare, per questo dobbiamo occupare la mente di idee costruttive e opere positive, così da godere dell’arricchimento della bellezza e avere la forza della positività.

Una forza benefica tracima e si riversa anche nel nostro mondo materiale, poiché l’equilibrio del pensiero e del sentimento accorda armoniosamente il nostro strumento spirituale, affinché la mente divenga il cavallo bene aggiogato che giunge velocemente alla meta. Nella mente umana riposa la maggiore carica positiva o negativa, infatti scegliamo di vivere nell'ansia e nella nevrosi come vediamo nel frenetico mondo moderno con l’incremento delle aberrazioni umane prodotte dall‘infelicità mentale.

Sono i sentimenti che creano i pensieri, perciò le relazioni umane sono originate dall’emotività e dall’immaginazione che sono gli elementi che devono essere controllati più lucidamente, infatti l’immaginazione è eccitata dalla ripetizione di parole, di pensieri e di proponimenti che diventano dei mantra potenti. E' la ripetizione continua che riesce a ipnotizzare anche l’inconscio, poiché riesce ad entrare in profondità per inciderci come l’orafo che usa un bulino per decorare i suoi gioielli più preziosi.

Tramite l’ipnotica ripetizione i propositi si agganciano ai desideri diventando un sottofondo persistente e si accrescono come delle profonde convinzioni che vengono sorrette dalla fede di riuscire a realizzarle. L’immaginazione è una potente facoltà che agisce con certezza, ma anche l’inconscio deve collaborare e accettare di credere a quello che viene ripetuto, poiché l’idea deve essere innestata in profondità per essere nutrita delle nostre energie più profonde e vitali.

Se l’idea non è congeniale al nostro terreno interiore il suo seme secca o marcisce sebbene ogni innesto necessiti di tempo e di pazienza, perché nessuna concretizzazione è veloce. La prima difficoltà sarà quella di fare accettare l’idea come giusta, poi diamoci anche il tempo di far nascere le altre idee utili ad arricchire il nostro progetto originario: la convinzione necessaria è quella della fede che muove le montagne di cui dicono i vangeli.

L’immaginazione umana si convince usando gli effetti dolorosi del male che temiamo, perciò la paura può stimolare sebbene sia insufficiente per l’inconscio che può fingere di essere persuaso. La tecnica migliore resta l’influenza positiva e la gioia che godremo nella realizzazione futura dell'obiettivo, perciò la convinzione si ottiene usando la gioia e la felicità.

Le sapienze insegnano che la realtà è costruita con diversi piani che sono posti in ordine gerarchico, e che ogni piano agisce in modo causale sul piano inferiore imprimendogli il suo principio regolatore. La creazione è avvenuta per emanazione dal piano sottile e tramite una condensazione in materia concreta. La realtà è tangibile ma la forza che ci muove resta invisibile e misteriosa, quindi l’uomo la sperimenta in modo concreto nella potenza negli effetti che essa produce, e così ne viene influenzato.

L’immaginazione ricama la materia come la goccia scava la roccia, perciò il potere del pensiero è nella visualizzazione mentale, infatti la mente usa le emozioni e i sentimenti per plasmare la nostra roccia. Poiché l’immagine mentale non perde le sfumature e il fuoco dell’idea originale essa conserva internamente le sembianze, così la mente rende visibile lo spirito trasformandolo in una sostanza che è percepibile come quella concreta.

Trascurare il pensiero significa rinnegare la nostra potenza creativa e significa rinnegare la manifestazione dell’energia che siamo, perciò diventa la totale preclusione al risveglio dei nostri autentici valori interiori. Non voler pensare significa rinnegare la nostra essenza e dover subire il totale smarrimento del senso del vivere, cioè significa non ritrovare noi stessi e non saper vivere felici nel mondo concreto.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 25 maggio 2011

La nostra felicità


“Il nostro benessere dipende dagli altri;
è quindi opportuno ricordarsene,
anche se spesso abbiamo la tendenza a credere
di avere fatto tutto da soli.”

(Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama)

Gyalwa Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, con le sue parole diffonde delle verità molte complesse che lui sa esprimere usando le parole più semplici, perciò i suoi discorsi riescono a essere come un “fiume di tranquillità” che penetra in tutti coloro che lo ascoltano. Sua Santità è un vero magnete di compassione, di pace e di amore, e nelle sue parole ognuno può trovare sempre una buona ispirazione.

Lo scopo della vita, dice il Dalai Lama, è quello di perseguire la felicità, e la felicità si ottiene educando la mente. L’educazione della mente non comprende solo le capacità cognitive o l’intelletto, ma include anche i sentimenti, perciò dobbiamo educare sia il cuore che il cervello. Per fare questo lavoro si rende necessario essere in grado di identificare i fattori che conducono alla felicità e quelli che conducono alla sofferenza, in modo da poter rafforzare i primi e di poter eliminare i secondi.

Non dobbiamo dimenticare che le persone duttili e creative sono aperte nei riguardi del mondo esterno, perciò sono persone pronte ad andare incontro agli altri per aiutarli, poiché la felicità è determinata dallo stato mentale più che dalle concrete condizioni esteriori. La scienza afferma che il benessere umano avrebbe origini genetiche, perciò dovremmo credere che il nostro benessere personale e la nostra esistenza siano state già programmate geneticamente e tutto sarebbe già inscritto nel nostro patrimonio genetico.

Se riflettiamo, vediamo che la sensazione di soddisfazione è fortemente influenzata dalla nostra tendenza al confronto con gli altri, infatti essere soddisfatti della nostra vita dipende anche dalle persone con cui ci si confronta. Utilizzare questo metodo riesce utile se ci confrontiamo con coloro che sono più sfortunati, perciò impariamo a riflettere e sappiamo apprezzare le cose che abbiamo. Il livello di contentezza si rafforza cambiando la prospettiva mentale e pensando che le cose potrebbero andare ancor peggio, perciò possiamo dirci soddisfatti di ciò che già abbiamo.

L’ottica mentale ha un ruolo determinante sulla nostra felicità, infatti i 4 fattori dell’appagamento umano sono la ricchezza, l’appagamento terreno, la spiritualità e l’illuminazione, a cui va premesso il primo fattore che è il godimento di una buona salute, a cui dobbiamo unire anche la presenza di un compagno o di un gruppo di amici affidabili. Se sappiamo conservare lo stato mentale calmo e tranquillo possiamo essere delle persone molto felici, anche se la nostra salute non è buona.

Se il nostro stato mentale è negativo anche le più grandi ricchezze non ci faranno felici, e anche gli amici non saranno un appagamento soprattutto nel caso in cui la mente sia in preda alla collera e all’odio intenso. Maggiore sarà la nostra calma mentale e la tranquillità d’animo, e maggiore risulterà la nostra capacità di condurre un’esistenza felice e gioiosa, poiché essere nello stato mentale calmo e tranquillo non significa essere disinteressati o distanti.

La pace del cuore e lo stato mentale calmo e rilassato affondano le radici nella simpatia che è l’assonanza intima con il mondo, e nella capacità di saper provare compassione verso il prossimo: nel sentimento della compassione vi è un altissimo livello di sensibilità e di sentimento. Se possediamo delle qualità interiori di tranquillità d’animo e di stabilità interiore, pur in assenza di mezzi esteriori, possiamo vivere una vita lieta e gioiosa.

Ogni desiderio smodato conduce all’avidità, che è una forma di brama che si basa su delle aspettative troppo grandi, perciò l’avidità non viene mai soddisfatta dal perseguimento del suo obiettivo ma diviene, in qualche modo, illimitata. Il vero antidoto all’avidità è l’appagamento, infatti se abbiamo un grosso senso di appagamento interiore, non ci importa di ottenere o meno l’oggetto desiderato poiché, in un modo o nell’altro, siamo egualmente soddisfatti.

Ma come ottenere l’appagamento? L’uomo crede di poter essere appagato ottenendo soldi, casa, auto, partner perfetto e corpo perfetto, oppure possiamo partire imparando ad apprezzare quello che già abbiamo. L’unico modo di affrontare la vita è quello di guardare ai beni che si posseggono, e nel vedere cosa di buono si può fare ancora, perciò sapersi concentrare sulle proprie risorse e utilizzare al meglio le proprie facoltà.

L’uomo può raggiungere la felicità mutando l’ottica mentale e coltivando una maggiore autostima personale, ma anche coltivando delle relazioni e dei legami affettivi con gli altri, altrimenti la vita diventa triste e dura. Se una persona è calda e affettuosa, e se è dotata di sentimenti di compassione difficilmente si lascia deprimere, poiché il calore e l’affetto aiutano a maturare il senso del nostro valore interiore.

La felicità è connessa più alla mente che al cuore, infatti anche la felicità fisica è transitoria, e un giorno c’è e l'altro scompare, perciò è necessario inquadrare le cose con l’ottica della felicità piuttosto che con quella del piacere. Dobbiamo saper perseguire le cose che ci danno felicità, anche se la scelta è sovente la più difficile e ci costringe a sacrificare in un certo grado il nostro piacere, infatti esistono dei godimenti distruttivi che dobbiamo evitare se abbiamo come unica meta il perseguimento della felicità.

Con questa impostazione mentale possiamo affrontare tutte le scelte della vita con minore fatica, anche nella rinuncia delle cose che offrono un godimento momentaneo ma che, a lungo andare, ci danneggerebbero. Allora inquadriamo il problema chiedendoci: “Mi darà la felicità?” Poi ricordiamoci che la vera felicità deve essere vera e stabile, poiché la felicità è quella che resta nonostante gli alti e i bassi della vita e nelle normali oscillazioni dell’umore, infatti la felicità è quella che appartiene intimamente al nostro essere.

Allora il nostro andare sarà verso il godimento della vita, anziché verso il suo rifiuto, e il nostro andare darà maggiore ricettività e l’apertura alla gioia di vivere, per questo diventa essenziale addestrare la mente alla felicità. Il primo passo è l’apprendimento in cui dobbiamo imparare che le emozioni e i comportamenti negativi ci danneggiano, mentre quelli positivi ci giovano, perciò dobbiamo abolire dalla nostra mente l’odio, la gelosia e la rabbia che sono i sentimenti più dannosi.

Tali sentimenti, se vengono coltivati nella mente, si intensificano e così si intensificano anche tutti i sentimenti di ostilità verso il mondo: tutte le emozioni negative vengono intensificate da sentimenti come l’odio e la rabbia. Tutti gli stati mentali positivi come la gentilezza e la compassione sono invece utili, perché la persona sana è compassionevole, è gentile, di buon cuore e possiede un grande calore interiore.

Se nutriamo un vero sentimento di compassione, di affettuosa gentilezza, questa coltivazione schiude automaticamente la nostra porta interiore. Così sappiamo improntare le nostre relazioni sui valori del calore umano e sull’amicizia, per cui non avremo bisogno di dissimulare i nostri migliori sentimenti, come invece avviene con quelli negativi. Nell’autenticità del sentire e dell'esprimere tutti i sentimenti di paura, tutti i dubbi e tutte le insicurezze scompariranno automaticamente, perciò susciteremo il sentimento della fiducia.

Mutare l’ottica della mente e cambiare il modo di pensare, non c’è altra soluzione, anche se per cambiare è necessario del tempo, perciò impariamo a svegliarci il mattino con l’intento di vivere bene la giornata che sta iniziando, e la sera facciamo l'attenta verifica del giorno che è appena trascorso. La pratica del dharma consiste nel sostituire i precedenti apprendimenti negativi con altri comportamenti positivi: gli effetti negativi devono rimanere sulla superficie e non devono scendere nel profondo del nostro animo.

Nasciamo con l’encefalo programmato con un certo modello istintivo di comportamento, ma le nostre connessioni non sono statiche e l’encefalo è riprogrammabile, perché possiede la capacità di cambiare e di riconfigurare le sue connessioni in base a nuovi pensieri e nuove esperienze: tale plasticità è una sua proprietà intrinseca.

Agendo sul pensiero e adottando nuove ottiche possiamo influire sulle vie neuronali e correggere il modus operandi del cervello, e la trasformazione inizia con l’apprendimento di nuovi input che si verifica con la progressiva sostituzione del condizionamento negativo (cioè agendo sui moduli di attivazione esistenti) con quello positivo, cioè con la formazione di nuovi circuiti neuronali.

E’ chiaro che, più sofisticato è il livello della conoscenza e più efficace sarà il modo di affrontare la situazione, perciò dobbiamo anche valutare le conseguenze a breve e lungo termine dei nostri comportamenti. Più sofisticato sarà il livello dell’educazione e di conoscenza in merito a ciò che produce la felicità, e maggiore sarà la capacità di raggiungere la vera felicità. Il modo migliore di usare l’intelligenza e la conoscenza è mutare l’interno di noi stessi per maturare la bontà d’animo.

Tutti possono essere felici poiché siamo dotati degli strumenti essenziali per essere felici, e possiamo accedere agli stati mentali che portano alla felicità. Uno stato mentale calmo, compassionevole e moralmente sano giova anche alla buona salute fisica e al benessere generale, perciò avremo anche la salute emotiva che è rafforzata dai sentimenti d’affetto. La mitezza e i comportamenti che ad essa si accompagnano ci arrecano una vita familiare e comunitaria felice e armoniosa perché l'uomo è sostanzialmente compassionevole e mite.

La rabbia, la violenza e l’aggressività insorgono quando siamo frustrati nei nostri tentativi di ottenere l’amore e l’affetto, infatti i conflitti sono causati dal nostro intelletto per lo squilibrio o per il cattivo uso dell’intelligenza o delle nostre facoltà immaginative. L’intelligenza sviluppata in modo non equilibrato, poiché non è adeguatamente bilanciata dalla compassione diventa distruttiva e porta disastri, ma l’intelligenza sana è in grado di trovare modi e mezzi per superare i conflitti.

Il comportamento violento è causato dallo squilibrio di fattori biologici, sociali, situazionali e ambientali, mentre è l’altruismo che permette la sopravvivenza, infatti le relazioni e l’agire per il benessere degli altri è profondamente radicato nella natura umana, poiché proviene dal passato in cui l’unione in gruppo aumentava la probabilità di sopravvivenza.

La nostra vera natura è compassionevole e non aggressiva, ma per avere la felicità dobbiamo scartare le cose che ci arrecano sofferenza e potenziare quelle che portano gioia, perciò dobbiamo meditare su ciò che ci può rendere felici, e poi ridefinire l’ordine delle nostre priorità. Se inquadriamo così la vita è molto probabile che tutto abbia una nuova luce, ma dobbiamo veramente credere che la felicità sia un obiettivo legittimo, e infine decidere consapevolmente di voler perseverare in maniera sistematica al cambiamento della nostra vita.

Buona erranza
Sharatan


lunedì 23 maggio 2011

Guidati dall'energia


“La via in sù e la via in giù
sono un’unica e identica via”

(Eraclito fr. 26,60)

Quando lo spirito che è racchiuso in quello che chiamiamo il Sé accetta l’incarnazione avviene perché esso comprende che deve entrare nella dimensione fisica per compiere un apprendimento. L’esperienza viene accettata poiché esiste un obiettivo spirituale più elevato, e non esiste altro modo per adempiere a questa missione che sperimentare la dimensione fisica.

Dicono che, prima che fossimo calati nella materia sapevamo il motivo dell’incarnazione sia nel progetto individuale, ma anche nelle strategie e nei progetti maggiori che coinvolgono il gruppo di più anime in cui siamo, perciò conoscemmo sia la trama della nostra esistenza che il progetto evolutivo delle altre persone che avremmo incontrato nella vita terrena.

L’energia che noi siamo si sceglie la forma del corpo, si sceglie i futuri genitori, si sceglie il paese in cui nascere, si sceglie le sue relazioni con i debiti e i crediti karmici collegati, poi scegliamo anche il livello evolutivo e l‘epoca storica in cui vogliamo nascere, poiché queste scelte sono ritenute le più adeguate per lo sviluppo.

Il Sé personale conosce il programma della futura incarnazione, perché è inserito in un Sé Superiore che è un “corpo collettivo di energia” che non ha età e che non subisce la limitazione spazio-temporale, perciò conosce tutte le forme di energie che compongono il corpo collettivo. Il nostro Sé è un’energia spirituale singola che è inclusa in un corpo collettivo di energie, perciò ne condivide la memoria e il sapere di cui potrebbe avere necessità, infatti attraverso il Sé Superiore abbiamo la conoscenza della nostra esistenza futura e di quella delle dimensioni con cui entreremo in contatto.

Il nostro Sé individuale è inserito in un Sé Spirituale che è alimentato da una forza creatrice ancora più ampia, e che possiamo pensare come Spirito Supremo oppure come Fonte della vita: questa energia possiede una potenzialità energetica che vuole sempre maggiore evoluzione, perché essa è una forza potente che è dotata di incredibile generosità creativa, e che possiamo chiamare Dio.

Questa forza dinamica ha un irrefrenabile impulso a espandersi, poiché il suo desiderio è quello di accrescersi per diventare sempre più ampiamente sé stessa. Per avere maggiore estensione l’energia creatrice si deve moltiplicare in molteplici che ne aumentano le sue definizioni e le sue caratteristiche, e l’accrescimento avviene perché nell’espandersi e nella dividersi, essa acquisisce una maggiore capacità di creare ulteriormente, e nel momento in cui acquisisce più potere espansivo, anche l’energia creatrice aumenta in potenza.

Questa forza creatrice è in ogni particella fisica, e tale forza è immortale e infinita, infatti ogni cosa che contiene l’impulso vitale si deve accrescere, perciò anche il nostro Sé collettivo Superiore cerca il suo accrescimento. Il nostro Sé accetta l’esistenza fisica perché fa parte dell’insieme di forze che vuole accrescere, infatti noi sappiamo che la forza vitale si deve dividere per aumentare il grado di sviluppo, infatti accettiamo di vivere molte vite con differenti esperienze nel corso di ripetuti soggiorni sulla terra.

L’incarnazione avviene quando la vibrazione energetica materiale diventa adeguata per il nostro Sé che è fatto di spirito, perciò viviamo varie vite per diventare abili nel meccanismo dell’energia, infatti lo sperimentiamo nel ritorno del frutto delle nostre azioni. La vita terrena si costruisce su un determinato percorso ed è solo facendo questo cammino che ci liberiamo.

L’esperienza terrena è usata dal nostro Sé superiore per accrescere la sua forza, e le sue difficoltà ed i suoi limiti sono delle opportunità di sperimentare nuove forme di vibrazione energetica e di divenire esperti manipolatori di energie. Dicono che i limiti e le difficoltà materiali ci permettono un maggiore sforzo e un maggiore accumulo energetico, perciò l’energia concentrata inizia a vibrare più velocemente, e più l’energia è concentrata più vibra veloce, perciò la nostra forza viene potenziata.

Più la nostra evoluzione avanza e maggiore diventa il ritmo delle nostre incarnazioni, perciò diminuisce la distanza di tempo che intercorre tra una vita e l’altra, infatti il nostro Sé spirituale è divenuto più esperto, perciò viene connesso ad una maggiore quantità di energia e con energie sempre più potenti.

Per aiutarci a sostenere il percorso terrestre, nel corso delle prime vite in cui siamo inesperti, ci vengono assegnati due esseri spirituali che sono Angeli del karma che hanno il loro obiettivo spirituale che assolvono prestando servizio al nostro fianco. I nostri angeli custodi ci vengono assegnati per ricordarci gli obiettivi che avevamo definito prima dell’incarnazione, e da cui potremmo deviare essendo immemori di ciò che avevamo concordato.

I nostri angeli non controllano le nostre azioni, ma possono proiettare delle energie che possiamo recepire oppure possiamo ignorare, perciò la nostra scelta resta svincolata dalle loro azioni e noi restiamo liberi di scegliere la qualità delle nostre esperienze. Solo quando diventiamo più evoluti abbiamo l’aiuto di una potenza energetica maggiore, perciò ci viene assegnata una guida unica e più potente che è chiamata daimon.

Non è facile capire questa forma di energia, ma possiamo comprenderla se pensiamo che il nostro daimon sia stato una persona a cui siamo stati collegati nelle vite passate come una madre, un amico oppure un amante. Il loro corso evolutivo è maggiore del nostro, perciò esso ha il ruolo di facilitare anche la nostra evoluzione, e se noi ci sforziamo di migliorare e collaborare anche il daimon potrà aumentare la quantità di forza e di energia che ci imprime.

Maggiore energia possiamo contenere e più siamo veloci nel progredire, perché sarà maggiore la spinta evolutiva che il daimon può imprimere, infatti può proiettare tutte le energie opportune per il nostro progresso: e la quantità di energia che possiamo contenere è un nostro limite. Anche la nostra guida può fallire nel compito, perciò deve continuare il suo servizio presso altri individui fisici, finché abbia appreso bene come plasmare e proiettare le energie, così come dobbiamo fare anche noi.

Anche se il daimon è a un livello spirituale superiore e, sebbene non possa decidere il nostro destino, egli ne conosce la struttura che Platone nel mito di Er, chiama “paradeigma” per definire sia la forma fondamentale che abbraccia l’intero destino dell’essere umano che l’ombra che ci accompagna per tutta la vita. Il daimon è il custode del nostro destino e della nostra fortuna, ed è la presenza che non ci lascia mai perché tutela i nostri interessi.

Il daimon s’interessa a ciò che facciamo, ci protegge anche a dispetto delle nostre volontà, infatti ci ha scelto perché dal nostro successo dipende anche la sua evoluzione. James Hillman afferma che il daimon svolge la sua funzione di promemoria in molti modi, infatti ci motiva, ci protegge, ci assilla con ostinata fedeltà, si oppone se vogliamo cedere alla ragionevolezza rinnegando la nostra vocazione.

Spesso impone bizzarrie e devianze al suo padrone, specialmente se si sente trascurato o contrastato da lui. Il nostro daimon ci offre il suo conforto e può attirarci nel suo guscio e, se nella vita trova degli errori e dei nodi insoluti, allora è lì che si rifugia per aiutarci a scioglierli perché è dotato di prescienza, anche se non ha il potere di manipolare gli eventi del nostro vivere poiché la sua veggenza è limitata, e lui conosce solo il corso generale del nostro destino.

Questa energia ci dona l’ispirazione e l‘intuizione, perciò c’infonde quel sentimento di unicità che avvertiamo e che viene spesso collegato all’inquietudine del cuore, all’impazienza, all’insoddisfazione e allo struggimento interiore. Il daimon ama la bellezza e vuole essere riconosciuto dal suo padrone, perciò è lento ad ancorarsi ma è veloce a volare via, poiché non ha dimenticato la sua natura divina e sulla terra si sente sempre esule e vuole tornare nell’armonia del cosmo. Il suo linguaggio ama le metafore e le immagini che sono la base della lingua dei poeti, perciò sono la lingua che il daimon ama per comunicare con gli uomini.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 19 maggio 2011

Nel cuore dei veggenti


“Quando lessi la Bhagavad Gita
e riflettei su come Dio creò questo universo,
tutto il resto mi è sembrato così superfluo”

(Albert Einstein)

Nella Chandogya Upanishad il saggio Aruni si interroga sull’origine del cosmo, degli dei e degli uomini, poiché il metodo dello yoga che è tipicamente indiano, rende gli ariani molto introspettivi. Praticando l’introspezione essi sono divenuti consapevoli che nel cuore dell’uomo vi è un vuoto che giace in una quiete indescrivibile che è oltre il pensiero e il sogno, perciò è oltre ogni percezione. A cosa corrisponde il vuoto interiore dell’uomo? Vi è un principio che è oltre il tempo? Vi è un substrato che è oltre la materia? E questo substrato è unico o molteplice? Nelle Upanishad sono contenute le risposte a questi quesiti cosmologici.

Gli induisti affermano che, oltre le forme e le apparenze esiste un continuum che è uno spazio causale non differenziato di cui vediamo solo l’aspetto esteriore. Il substrato più evidente, poiché è il supporto delle forme materiali è lo spazio, infatti lo spazio vuoto e assoluto è un continuum illimitato, che è indifferenziato e indivisibile detto etere, e in esso sono fissate le coordinate percepibili, e che sono relative per l’infinito. La localizzazione che facciamo dei pianeti, delle stelle e di tutti i corpi celesti crea l’illusione che vi siano delle ripartizioni ben definite, ma “lo spazio interno alla giara, non è mai separato dallo spazio esterno.”

Secondo gli induisti, lo spazio che viene delimitato dalla giara esiste finché la giara non viene infranta, poiché lo spazio che conteneva, esisteva ancor prima che la giara fosse plasmata. La delimitazione della materia in atomi è una mera illusione, poiché tutte le dimensioni esistono solo in funzione della nostra capacità di percepirle. Lo spazio che è all’interno dell’atomo è vuoto, perciò potenzialmente potrebbe contenere un’infinità di mondi, infatti non esiste alcun limite al numero dei mondi che potrebbero essere inclusi uno nell’altro.

Similmente anche il tempo è un altro continuum esistente, infatti è simile ad un bastone invisibile, poiché è solo l’eternità che è sempre presente e resta indissolubile, infatti il tempo viene sempre unito allo spazio con cui condivide le medesime caratteristiche e specificità. Il terzo substrato cosmologico è il pensiero, infatti tutto ciò che esiste ha la forma e la struttura logica che è tipica della realizzazione di un piano preciso, perciò è come un sogno ben organizzato. Nell’induismo si afferma che il mondo concreto visibile è l’idea o la forma cristallizzata del pensiero di un Essere Creatore.

Questo diventa evidente quando indaghiamo sul mondo e, nell’analisi più profonda non ritroviamo più la sostanza materiale, ma una formula e un concetto che sono simili ai prodotti di un Pensiero che progetta. Se il cosmo è visto come la manifestazione di un pensiero logico e ordinato, allora siamo spinti alla ricerca del substrato attivo e vivente, che è il fondamento di ogni continuum che può essere percepito.

Il substrato dello spazio è l'esistenza che è sat, il substrato del tempo è l’esperienza che è ananda, cioè la beatitudine, mentre il substrato del pensiero è la coscienza che è cit. Affinché un luogo possa esistere deve esistere anche l'oggetto da collocare al suo interno, perciò deve esistere una forma di esistenza a prescindere dai confini e misure della forma materiale: infatti l’esistenza dell’ente pensante precede lo spazio concreto.

Il tempo esiste se vi è la percezione di esso, perché il tempo che non è percepito non ha durata, e non può misurare nessun trascorrere: infatti la percezione precede anche il tempo. La percezione primaria è potenziale e indifferenziata, infatti è l'esperienza della perfetta beatitudine, come si afferma nella Taittiriya Upanishad (III; 6,1):

“Sappi che Brahman è beatitudine (ananda) perché dalla beatitudine nascono invero gli esseri e mediante la beatitudine, una volta che sono nati vivono, e nella beatitudine ritorneranno allorché muoiono.” Poiché la beatitudine è possibile solo con l'esperienza, non esiste l'esperienza senza l'esistenza; perciò l’induismo afferma che beatitudine è una forma di esistenza che si illumina da sé, ed è diversa dalla semplice sensazione.

Quando parliamo dell’esistenza è evidente che il vivere deve essere privo d'inerzia: la beatitudine è vita e il tempo è morte, poiché sono i due aspetti dell'entità unica, infatti il Signore del Sonno, che è Shiva è il principio della disgregazione, ma è anche il Signore della Beatitudine, il cui simbolo fonte di vita e piacere è il lingam, cioè il fallo. La fonte della vita e della morte è Shiva che è simbolo sia dell’amore che della morte, ed è l'opposizione nelle due esperienze più intense del vivere umano.

Siccome la beatitudine è la forma dell’esperienza, il continuum della beatitudine è costituito da emozione e sensazione, che è rasa. Nella Taittiriya Upanishad (2,7) è detto “Egli in verità è sensazione” rispetto all’Assoluto, poiché la più intima natura delle cose è l’esperienza della beatitudine assoluta che è vissuta nell'assoluto che si assapora solo nell’attimo presente, che è sempre concreto e reale, perciò perfetto come l’eternità. Colui che raggiunge lo stadio in cui percepisce il godimento dell’attimo presente, che è la sola realtà sempre persistente, è sempre libero dall’obbligo dell’azione, poiché il presente è la perfetta conciliazione dell'azione e dell'inerzia.

Il substrato continuum del pensiero è la coscienza che presume l'esistere solo con l'esistenza di un essere consapevole, infatti non può esistere un pensiero se non esiste il Pensatore, che è una forma di individualità. Il luogo della coscienza universale è il Sé (atman) che è l'immensità priva di forma, ed è il substrato che è sperimentato come vuoto oppure oscurità totale, ed è posto nel luogo che vive oltre la ragione e l’intelligenza. Questa regione è percepita come interna all’uomo, nell’interiorità del nostro essere, come un io profondo comune a tutti gli esseri umani, e come un Oceano privo di forma da cui emerge la struttura dell’individuo.

Il Sé Risplendente, si dice nella Mundaka Upanishad, è immenso, luminoso, inconcepibile e più sottile del sottile, più lontano del lontano, ma è anche nel luogo più vicino, infatti è “celato nel cuore dei veggenti.” Il Sé è inafferrabile e non può essere catturato, è indistruttibile e non può essere ucciso, è inattaccabile, perciò non può essere colpito: il Sé elude i vincoli di tempo e di spazio, perché il Sé dell'Anima individuale è più piccolo dell‘atomo e più vasto dell‘universo.

Infatti, “colui che conosce il vasto spazio racchiuso nella caverna del cuore realizza tutti i suoi desideri ed entra in contatto con l‘Immensità” (Taittiriya Upanishad (2,1). L’anima, che è il sé, è il continuum indivisibile che unisce tutti gli esseri, di cui ognuno è una entità pensante infatti, in ogni cosa che esiste è racchiusa una parte di anima, così come la forma circonda la porzione di spazio, così anche l’attimo avvolge la particella del tempo.

Similmente, anche la suddivisione dell’Anima Universale dà vita agli esseri individuali, perciò nessun’anima individuale può ritenersi divisa dall’anima universale come avviene con la forma della giara che racchiude una porzione di spazio, infatti avviene che la suddivisione di spazio imprima alla giara la sua forma concreta. Perciò è questo il motivo per cui l'anima è sempre inserita nel continuum della Coscienza Universale.

Tutte le esperienze provate dall’anima sono esperienze dell’identità individuale, ed il sé individuale che è l'atman che ha necessità della dualità per discriminare, infatti un sé esiste solo nella dualità, poiché l’uno ama l’altro, l’uno odora l’altro, l’uno sente l’altro, l’uno tocca l’altro, etc. Il substrato della coscienza universale è la somma di tutti gli dei, poiché è la forma di tutte le forme dell’universo, infatti il Sovrano del Cielo, in cui tutti gli dei formano l'Essere Supremo include tutto l'esistente.

Questo Sé superiore è il continuum della coscienza che diventa l’unico oggetto, la meta suprema della meditazione del saggio e che non viene mai toccato dalle azioni che vengono accumulate dall'uomo, e che forgiano l’individualità umana. Questo Sé, quando è a contatto con i caratteri dei singoli viene colorato come il vetro che sembra colorato in contatto con una superficie colorata, e può diventare rosso al contatto con la rosa.

Colui che conosce l’atman e lo rende la meta della sua felicità, si dice nella Chandogya Upanishad (VII, 25,2), può muoversi liberamente tra i mondi e diventare il maestro di sé stesso, mentre coloro che pensano altrimenti sono condannati a restare legati ai mondi transeunti e non possono uscirne quando vogliono. L’anima esiste come continuum persistente e costante, sia all’interno che all’esterno delle cose, mentre l’Io dell'individualità è il nodo temporaneo ed è il punto della coscienza particolare dove vengono legate e si manifestano solo alcune delle facoltà universali.

L’Io è il centro specifico in cui sono focalizzate le qualità del Sé indefinito universale che contiene infinite correnti e differenti linee di tendenza che si perdono nello spazio infinito. Il Sé esiste sempre perché è indefinito e senza pensiero, mentre l’io è la focalizzazione della vibrazione che diviene pensiero particolare: il Sé è il continuum di cui l’uomo fa diretta esperienza, infatti è il punto in cui l’uomo conosce l’Assoluto usando la sua medesima natura essenziale.

Il Sé è l’Assoluto che vive nell’uomo, perciò non esiste alcuna realtà che sia trascendente alla nostra coscienza, ma questo è “capito soltanto dai veggenti con gli occhi sottili dell’intelletto” (Katha Upanishad I, 3,12). Vi è un punto in cui avviene la completa fusione tra l’anima universale e l'anima personale, ed è il punto-limite che è il “bindu” nell’uomo. E’ da esso che ebbero origine tutte le cose, e cui tutto farà ritorno, perciò è il punto in cui dimora l’Uno, che è la Coscienza Universale di tutti gli esseri viventi.

L’atman è il ponte che unisce i mondi e impedisce la disgregazione, perciò superando questo ponte, i ciechi recuperano la vista, i prigionieri vengono liberati, e i malati vengono sanati. Attraversando questo ponte, si dice nella Chandogya Upanishad (VIII; 4,1-2), la notte diventa giorno, perché il mondo di Brahman è luce, perciò il Sé non è raggiunto usando delle spiegazioni tipiche dell’intelletto o della ragione, ma viene raggiunto da “colui che gli si dedica,” ed è per “costui che l’atman riveste il suo corpo.”

Chi non riesce a rinunciare all’azione, chi non trova la pace, chi non sa concentrarsi e non sa ridurre il pensiero al silenzio non può sperare di raggiungere il sé soltanto con l’ausilio dell’intelligenza (Katha Upanishad II; 22,23). Questo Sé che non si vede e non si sente non può essere percepito con i sensi, non si ottiene con le pratiche ascetiche o per merito delle buone azioni, ma è solo per grazia della conoscenza che colui che si è purificato lo può sperimentare interamente quando è in meditazione (Mundaka Upanishad III 1,8).

Per questo solo colui che è in pace, chi è calmo, chi è distaccato e paziente riesce a scorgere l’atman che vive in ogni cosa, perciò nessun male lo può bruciare, perché lui riesce a bruciare anche il male, infatti solo costui può vivere privo di ogni imperfezione e di ogni dubbio, infatti solo il saggio raggiunge lo stato in cui conosce l’Immensità, che è Turiya. (Brihad-Aranyaka Upanishad IV 4,23).

Buona erranza
Sharatan