sabato 30 marzo 2013

Buona Pasqua!



"La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è o,
meglio, essere amati a dispetto di quello che si è."
(Victor Hugo)

Una felice Pasqua a tutti!
Sharatan

Quando l’amore vi chiama



Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
benché le sue vie siano ardue e ripide.
E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui,
anche se la spada nascosta tra le sue penne può ferirvi.

E quando esso vi parla, credetegli,
anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni,
come il vento del nord quando devasta il vostro giardino.
Poiché come l’amore vi incorona, così vi crocifigge.

E’ ugualmente pronto sia a farvi fiorire che a potarvi.
Egualmente ascende fino alla cima ad accarezzare
i rami più teneri che tremolano al sole.

E discenderà fino alle vostre radici
e le scuoterà là dove più sono abbarbicate alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sé.

Vi scuote per rendervi spogli.
Vi staccia per liberarvi delle reste.
Vi macina fino all’estrema bianchezza.
Vi impasta finché non siate cedevoli.

E infine vi assegna al suo sacro fuoco,
perché diventiate pane sacro per la mensa di Dio.
Tutte queste cose saprà compiere l’amore per voi,
di modo che possiate conoscere i segreti del vostro cuore
e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della Vita.

Ma se, nel vostro timore,
voleste cercare dell’amore la pace ed il piacere,
allora meglio per voi sarebbe coprire la vostra nudità
e uscir fuori dal recinto dell’amore.
Nel mondo senza stagioni, dove riderete,
ma non tutto il vostro riso,
e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

L’amore non dona che se stesso
e nulla prende se non da se stesso.
L’amore non possiede ne' vorrebbe essere posseduto;
poiché l’amore basta all’amore.

Quando amate non dovreste dire: “Dio e' nel mio cuore”,
ma piuttosto: “Io sono nel cuore di Dio”.
E non pensate di poter condurre l’amore,
poiché è l’amore che, se vi trova degni, saprà condurre voi.
L’amore non ha altro desiderio che di appagare se stesso.

Ma se amate e, necessariamente, ardete,
siano questi i vostri desideri:
dissolversi ed essere come un ruscello che scorre
e canta la sua melodia alla notte.
Conoscere la pena che dà l’eccesso di tenerezza.

Essere feriti dalla stessa comprensione d’amore,
e sanguinare volentieri e con gioia.
Destarsi all’alba con un cuore alato
e rendere grazie per un nuovo giorno d’amore.

Riposare nell’ora del meriggio
e meditare sull’estasi che dà l’amore;
Rientrare a casa, la sera, pieni di gratitudine,
e addormentarsi con una preghiera
per l’amata nel cuore e un canto di lode sulle labbra.

(Kahlil Gibran)


martedì 26 marzo 2013

Il vaso magico



Nell’antica città di Isfahan, un gruppo di alchimisti si riunì e lavorò per alcuni anni, finché riuscirono a costruire un vaso magico. Tutti assieme avevano deciso che un oggetto così potente non poteva avere un solo padrone, perciò il possessore del vaso avrebbe potuto esaudire solo tre desideri.

Stanchi per il lavoro, gli alchimisti andarono a dormire per riposare. Proprio quella notte scoppiò una furiosa tempesta e venne una tromba d’aria che afferrò il vaso magico e lo trascinò lontano. Il vaso fu sbattuto dalla furia del vento, e quando si fu calmata la bufera l’oggetto magico cadde ai bordi di una solitaria strada di campagna, in un lontano paese.

Trascorsero così alcuni mesi finché un giorno, un viandante che passava da quelle parti trovò il vaso tra i cespugli della strada e lo raccolse, ma chiaramente non poteva sapere che il vaso avesse delle prodigiose virtù.

L’uomo controllò che il vaso non fosse scheggiato, e mentre lo spolverava con cura disse tra sé e sé: “Che fortuna avere trovato questo bel vaso. Sembra un oggetto di un certo valore, chissà come sarà capitato qui. Sicuramente è caduto da una carovana di mercanti! Certo, se fosse stato d’argento la mia fortuna sarebbe stata maggiore.”

Mentre diceva quelle parole il vaso rifletté la luce, perciò il viandante stupito esclamò: “Incredibile che non mi fossi subito accorto che era d’argento. Non capisco come oggi possa essere così distratto. Fammi vedere, potrebbe anche avere delle parti d’oro.” Mentre rigirava il vaso per osservarlo bene, l’uomo notò che un lato era tutto d’oro ed era intarsiato con un paesaggio preziosamente inciso.

Quando vide quella meraviglia l’uomo restò a bocca aperta e poi esclamò: “E’ tutto incredibile! Non posso crederci! Come vorrei che tutto fosse un sogno per non risvegliarmi mai più!” Non appena ebbe detto quelle parole, il vaso scomparve e ritornò dagli alchimisti, e l’uomo si trovò infilato nel suo letto, immerso in un sonno profondo.

Buona erranza
Sharatan


domenica 24 marzo 2013

Gli stati della mente



“Siamo tutti parte dell’unico Spirito.”
(Paramahansa Yogananda)

“Noi pensiamo che la nostra vita sia piacevole o spiacevole in funzione della felicità o dell’infelicità che proviamo. Si determinano, di conseguenza, cinque stati mentali: felicità, dolore, indifferenza, pace e vera gioia. Le onde sollevate nell’oceano da una tempesta s’innalzano, ricadono nel vuoto e tornano a sollevarsi, una dopo l’altra, fino a dissolversi nuovamente nell’oceano quando la tempesta si placa.

La stessa cosa accade nella mente. Le onde mentali sono costituite dall’alternarsi della gioia e della sofferenza; l’indifferenza o la noia costituiscono il vuoto intermedio. Questi sono i primi tre stati mentali. Un desiderio esaudito rende felici. Un desiderio insoddisfatto rende infelici. Altri vivono in uno stadio intermedio, si trovano fra la cresta dell’onda della felicità e quella opposta dell’infelicità. Questo è lo stato neutro dell’indifferenza.

Non si può restare perennemente sulla cresta dell’esuberante allegria o del tempestoso dolore, e nemmeno nel vuoto della noia. In questo mondo di contrastanti dualità il comune mortale è sballottato su e giù: si innalza su un’onda di gioia, sprofonda nel vuoto dell’indifferenza e poi viene travolto da un’onda di dolore. Conosce molto poco oltre questi stati di coscienza.

Lasciarsi sballottare così significa abbandonare il proprio libero arbitrio alla mercè di un destino apparentemente capriccioso. Ciò di cui l’uomo ha bisogno , per vivere una vita colma di successi e di soddisfazioni, è la serenità della mente, che può essere raggiunta soltanto grazie alla concentrazione e al controllo delle facoltà psichiche.

Perfino il dolore più terribile viene guarito dal tempo; non si ottiene nulla rivivendolo ogni giorno. Piangere per chi è scomparso non aiuta né lui né voi, né può modificare il triste evento. Rendersi infelici coltivando un complesso di inferiorità o punirsi per gli errori o gli insuccessi del passato, non porta a nulla; paralizza invece le facoltà mentali.

Non cadete mai preda di abitudini mentali negative. E non pensate mai che la vita sia noiosa, perché questo stato d’animo è molto spiacevole; vi logora poco a poco. Non bruciate voi stessi le vostre potenzialità nella fornace dell’indifferenza. Oltre i primi tre stati mentali, felicità, dolore e indifferenza, si trova lo stato della pace, ma sono pochissimi quelli che lo raggiungono.

Chi possiede tutte le cose che desidera o di cui ha bisogno – denaro, salute e rapporti umani soddisfacenti – a volte può dire: “Non sono né felice, né infelice né indifferente. Sono contento, sono sereno.” Questo stato d’animo è piacevole dopo aver attraversato un periodo difficile.

Ma se dovesse durare troppo a lungo questo senso di pace, che è semplicemente assenza di gioia e di dolore, egli stesso finirà col dire: “Per favore, datemi un pizzicotto affinché possa scoprire se sono ancora vivo!” Questo genere di pace non può soddisfare a lungo perché è soltanto una condizione negativa nella quale è stata neutralizzata l’eccitazione.

Viene ora l’aspetto positivo, il quinto e ultimo stato di coscienza: la gioia sempre nuova. Questo stato si raggiunge soltanto quando nella profonda meditazione si entra in comunione con Dio, grazie alla pratica di tecniche specifiche simili a quelle insegnate dai maestri dell’India.

Questa gioia che non si appaga completamente, non si esaudirà mai. Come posso descriverla? Se per dieci giorni vi avessero impedito di dormire e foste stati costretti a rimanere svegli, e poi vi avessero permesso di addormentarvi, la gioia che sentireste in quel momento, moltiplicata un milione di volte, non potrebbe neppure lontanamente eguagliare la gioia di cui vi parlo.

Gesù e altri esseri divini ne hanno parlato. Il sentiero non dice di respingere tutto ciò che appartiene al mondo, ma vi esorta ad abbandonare le cose minori che vi sono di ostacolo, in cambio della più grande e vera gioia perenne, che appaga completamente. E’ arrivato per voi il momento di conoscere e capire qual è lo scopo della religione: percepire la gioia sublime, Dio il grande, l’eterno Consolatore.

Se troverete questa gioia e riuscirete a percepirla in ogni momento, allora qualunque cosa vi accada, sarete imperturbabili anche nel fragore dei mondi che crollano. Questa è la prima regola per rimanere giovani: coltivare uno stato d’animo felice, che gli eventi della vita non possono sconvolgere. Quando sarete immersi in quella gioia, neppure la morte vi può turbare. Questo è lo stato invulnerabile della mente che dovete sforzarvi di raggiungere.

Per mantenere viva la vostra freschezza mentale potete ricorrere anche ad altri metodi, oltre alla meditazione che è il sistema più immediato. Prima di tutto imparate a sorridere, sorridere sinceramente. Dovunque siate, per quanto le circostanze siano difficili, sorridete dal profondo del cuore e allontanate l’ira e il rancore in ogni forma.

Cercate di sorridere sinceramente a tutti, amici, familiari ed estranei. Metà del segreto della giovinezza consiste in questo. Se il vostro sorriso è contagioso perché sgorga spontaneamente dal vostro vero Sé, siete giovani. Non appena decidete di sorridere, vi accorgerete che tutto sembra cospirare per farvi piangere. Questa è la vita.

Spesso i nostri simili ci tormentano, ma la loro meschinità non dovrebbe influenzare la nostra decisione di essere gentili. Lasciate che gli altri seguano la loro strada, voi siate superiori e seguite la vostra. Non è l’approvazione degli uomini che volete, ma quella di Dio.

Per quanto vi è possibile, cercate di assecondare il prossimo e di non offendere nessuno, ma non permettete che niente ostacoli il vostro dovere, cioè quello di compiacere Dio. Non fatevi fermare o distrarre, non ne vale la pena. Cercate di andare avanti conservando sempre sulle labbra il sorriso della vostra giovinezza mentale.” (Paramahansa Yogananda, Verso la realizzazione del Sé, Astrolabio, 2006)


mercoledì 20 marzo 2013

L'attaccamento



“Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili,
questa è la migliore stagione della tua vita.”
(Wu-Men)

Vivere un surrogato di vita è uno stile di vita assai limitante, ma anche una limitazione può essere comoda se offre radici a cui potersi aggrappare per sentirsi connessi a qualcosa. Abbiamo bisogno di sicurezza e di essere a nostro agio cullati in ciò che è familiare. Per non sentire l’ansia che agita l’essere, l'incertezza e il caos interiore vogliamo la certezza di essere sicuri nel luogo in cui siamo. Ma la ripetizione impedisce l'espressione della nostra vera natura, perciò non sviluppiamo un cuore naturalmente aperto alla gioia di vivere.

Le convinzioni più dannose per la tranquillità dell'uomo sono quelle legate agli attaccamenti. I nostri attaccamenti nascono sulle falsità che la mente impone come se fossero delle verità. Il desiderio e le illusioni si rinforzano reciprocamente, e si potenziano con l’appagamento del desiderio. Se un desiderio viene appagato crea altri desideri che chiedono di essere appagati, perciò il desiderio muove il ciclo samsarico che imprigiona e illude gli uomini.

La felicità viene condizionata dalle nostre convinzioni soprattutto quando pensiamo che l'esterno possa offrire la pace interiore. Le illusioni si rinforzano perché l'attenzione è attratta dal fascino dell'idea illusoria. Credere che saremo felici se controlliamo l'esterno è l'illusione condivisa dalla maggioranza. Per sfuggire dall'ansia e alle sconfitte della vita preferiamo credere a molte falsità. L'illusione mitiga l'impatto con una realtà troppo dura offrendo una versione edulcorata del mondo, però l'illusoria consolazione diventa la fonte dell'infelicità umana.

Si preferisce il dolore alla sconfitta, per questo è necessaria una totale sincerità e la volontà di scoprire se in noi prevale la voglia di essere felici o se preferiamo conservare le nostre sicurezze. Per praticare con l’attaccamento è necessario conoscere la vera natura delle nostre convinzioni, perciò dobbiamo sapere chiaramente ciò che vogliamo. Se siamo convinti di essere felici quando avremo delle precise condizioni la felicità troppo condizionata diventa impossibile da realizzare.

Siamo condannati all'infelicità perché abbiamo paura anche della felicità, perciò sopportiamo molte situazione difficili illudendoci che tutto migliorerà in futuro. L'attaccamento alle illusioni che aiutano a vivere può prevalere sulla voglia di essere felici, perché la paura di vivere può vincere la gioia di vivere. La sofferenza non sarà mai eliminata se non abbandoniamo le pretese e le aspettative che nutriamo riguardo al modo di essere degli altri.

Tutti vogliamo essere amati e apprezzati, perciò sappiamo che nessuno può dare le sicurezze che cerchiamo, ma restiamo aggrappati alla sicurezza di questa abitudine mentale. Per eliminare l'attaccamento dobbiamo conoscere il meccanismo che ci affascina e coinvolge nelle situazioni, perché così sappiamo quali idee vanno eliminate. Le illusione vengono eliminate con l'esperienza diretta, perché l'azione uccide l'illusione orientando le nostre sensazioni verso la percezione vera ed equilibrata delle cose.

Se uccidiamo le illusioni togliamo potere agli attaccamenti, perché togliamo fascino e consistenza alle nostre illusioni. Per praticare con l’attaccamento dobbiamo passare dalla pretesa che la realtà sia come la vogliamo, alla realtà che è com'è. Chiaramente siamo liberi di conservare una nostra preferenza personale sulla qualità della realtà che vorremmo vivere. L'attaccamento eccessivo agli stereotipi e alle immagini esteriori dimostra che amiamo una realtà che è fatta di emozionalità istintiva in cui tutto deve essere come vogliamo, altrimenti ci arrabbiamo!

Abbiamo molte pretese e illusioni che vanno ridimensionate, perché l'eccessivo attaccamento agli schemi concettuali può prendere il sopravvento. Per liberarsi dai problemi bisogna ammettere di avere problemi, perciò ammettiamo gli attaccamenti se vogliamo eliminare le nostre limitazioni. Dobbiamo ricordare che le convinzioni personali sono delle verità relative al singolo modo di essere, perciò non vanno imposte non essendo verità assolute. Se scopriamo tutto questo abbiamo elementi certi per sapere se il nostro essere è aperto verso la vita.

Nessuno vuole l'ansia e l'incertezza, perciò non dobbiamo temere di lasciare l'identità fittizia costruita sulle vecchie illusioni, infatti possiamo eliminare le idee che limitano la nostra felicità. La vita autentica inizia con la comprensione e la sperimentazione del nostro essere, e l’essere è amorevole se è libero di esprimersi così com'è. Quando accettiamo la nostra natura interiore impariamo la stima e l'amore per il nostro essere, e se ci amiamo siamo felici di offrire anche agli altri la quieta gioia del nostro modo di essere.

Buona erranza
Sharatan

domenica 17 marzo 2013

Soltanto pensiero...



“Una raffica di vento invernale
scompare nel folto del canneto
e si acquieta fino a calmarsi.”
(Basho)

“Il segreto della felicità sta nella scelta dei nostri pensieri, o piuttosto, nella direzione della nostra attenzione, istante dopo istante. L’infelicità viene dall’automatico concatenamento dei pensieri infelici, istante dopo istante. L’infelicità consiste nel giudicarsi felice o infelice, nel domandarsi se si è felici o infelici. Si è felici se si vive nell’istante, in piena coscienza, fuori da ogni giudizio.

L’occhio della coscienza discriminante discerne senza sosta l’assenza completa della “realtà oggettiva” delle causa del nostro dolore e il carattere illusorio della sofferenza stessa: il concatenamento meccanico dei nostri turbamenti e dei nostri pensieri. […] Ciò che ci fa male non sono i nostri pensieri ma, ancora di più, i giudizi che diamo di questi e, di più ancora, i giudizi che diamo sui nostri giudizi. Diamo un taglio netto alle associazioni automatiche di pensiero, ai concatenamenti di pensieri dolorosi e torniamo sul campo alla semplicità dell’istante.

Non si scelgono i propri pensieri, ma si può decidere di non credervi. Colpevolizzarsi per un pensiero cattivo significa aggiungere sofferenza alla sofferenza. Siamo responsabili dei nostri sogni? No. Ma quando l’incubo diventa troppo doloroso è bene svegliarsi: non era altro che un pensiero. I nostri pensieri, le nostre emozioni: agitazioni di neuroni, flusso di ormoni. Niente di solido. Perché fidarsi?

Emozioni come la gelosia, per esempio, o alcuni fantasmi dolorosi, rinascono instancabilmente, come la gramigna. Come estirparli? Come cacciare questi demoni divoranti? Come acquistare la pace dell’anima? Ricordati che si tratta di illusioni formate dalla tua mente, di un prodotto del tuo pensiero. Potresti dirigere la tua attenzione verso altre rappresentazioni oppure aprirti a ciò che i tuoi sensi ti offrono in questo istante.

Immaginando un dolore che presumi falsamente provenire da altri, paragonando ciò che è a ciò che dovrebbe essere, ti stai torturando. Non smettiamo mai di produrre immagini, pensieri, emozioni che ci fanno soffrire. Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere, per di più illusionisti e bugiardi. I muri e gli strumenti di questa stanza di tortura personale che, a volte, è la nostra mente non sono che pensieri, ricordi, timori, immagini che non corrispondono a niente di attuale, niente di veramente presente qui e ora.

E’ facile dissolvere l’invidia. Ricordati che nessuno possiede mai un oggetto. Ognuno vive soltanto di istanti successivi. Non possediamo mai altro che secondi d’esperienza che svaniscono non appena vissuti. L’invidia è dunque, alla lettera, senza oggetto, poiché la persona invidiata esperisce solo un istante dopo l’altro, proprio come te e come tutti. L’unica differenza tra gli esseri sta nella loro capacità di aderire con gioia al divenire.

Risiede nella loro più o meno grande propensione a comparare costantemente l’esperienza a “ciò che dovrebbe essere.” Invidiando produci la tua stessa sofferenza a partire da niente. La sofferenza non deriva dal fatto che non hai ciò che un altro possiede (a questa stregua saresti sempre e necessariamente infelice, poiché c’è sempre qualcuno che possiede qualcosa che tu non hai.) La sofferenza proviene dal fatto che pensi che lui, o lei, possiede ciò che tu non hai.

Quand’anche otteniamo ciò che desideriamo, possiamo ancora soffrire terribilmente non foss’altro che a causa del ricordo della nostra frustrazione precedente, a causa dell’idea che non abbiamo avuto l’oggetto nel momento in cui abbiamo iniziato a desiderarlo, a causa di tutto il risentimento, tutto il dolore che la mancanza e il desiderio insoddisfatto hanno provocato, a causa della rappresentazione che una parte della nostra vita è stata irrimediabilmente privata di ciò di cui avevamo bisogno.

Ma in realtà il passato non esiste e ora soffriamo mentre dovremmo godere. E nel passato dobbiamo la nostra infelicità solo alla nostra assenza poiché ci siamo consumati nel desiderio invece di godere dell’istante. Lui possiede ciò che io non ho. Io possiedo ciò che loro non hanno. Lui è più bello, più forte, più felice di me. Si divertono mentre io lavoro. Io valgo meno di … Sono più intelligente di … Sono migliore di …

Per ognuno di questi pensieri le nostre anime sanguinano. Il paragone è l’artiglio del diavolo. Il paragone e l’accumulo sono riflessi intimi della mente. Ogni volta che li osserviamo funzionare ricordiamoci che l’istante presente è l’unica cosa che esista realmente, e che non si cede né all’uno né all’altro.

Senza sosta, nella nostra testa, una piccola voce quasi impercettibile ma instancabile, ostinata, ci critica, semina il dubbio. Passiamo il nostro tempo a scalzarci insidiosamente. Non che non occorra esaminarsi, prestare attenzione ai nostri atti e ai nostri stati mentali ma, per l’appunto, sembra che questa voce di critica incessante si sottragga all’attenzione, il che le permette di compiere con più tranquillità il suo lavoro di demolizione. Sfugge all’attenzione perché l’io è proprio ciò che non smette di dire a mezza voce “non dovresti … fai male… dovresti invece… ecc.”

Questa voce maledetta che si è stabilita al centro del nostro essere usurpa il posto dell’anima, si fa passare per lei. Ma invece di una natura di scintilla ha il carattere di una doccia fredda che ci sfinisce. Siamo diventati questa doccia fredda. Ci stupiamo di non incontrare più il calore e la luce del fuoco quando l’ego che abbiamo alle spalle, quando il parassita che ci abita nel petto fa professione di spegnerlo.

Tutti coloro che ci criticano, ci colpevolizzano, ci demoralizzano si appoggiano su questa voce che tradisce la nostra vita dall’interno. Peggio: le circostanze e le persone che ci opprimono traducono questa voce nel mondo “esterno”: la materializzano. Inutile farla tacere. Accontentiamoci di sentirla in maniera distinta e di riconoscerla per ciò che è: il nostro incubo nemico. Perde il suo potere dal momento in cui viene riconosciuta.

Ascolta il tuo discorso intimo. Cosa c’è di nobile nel coprirsi di vergogna, nel giustificarsi, nel criticare gli altri, nel calcolare i propri beni? Molla la presa su tutto questo e comincia ad amarti esattamente per come sei. Abbandona la sofferenza.

Che atmosfera domina nel tuo intimo? L’odio? L’aggressività? La gelosia? L’orgoglio? Il risentimento? La mancanza? L’avidità? La cupidigia? La paura? Il senso di colpa? L’autocritica? La soddisfazione di sé? L’ipocrisia? La repressione? La serenità di facciata? O invece L’onestà, l’amore, l’apertura all’istante?

Osserva senza sosta. Senti l’odore della tua anima. Produciamo la nostra sofferenza: desiderio, paura, senso di colpa, dispiacere, disgusto, disprezzo di sé, invidia, orgoglio, rabbia… E quasi sempre la sofferenza è astratta, viene dal paragonare ciò che è a ciò che non è, ciò che abbiamo e ciò che hanno gli altri, il presente al futuro e al passato.

Ricordi che fanno male, fantasmi torturanti, scene immaginarie o instancabilmente rimuginate … Eppure respiriamo, sentiamo, pensiamo, partecipiamo al miracolo della vita. Se solo potessimo fare attenzione per un attimo alla grazia del vivere … Il novantacinque per cento delle nostre sofferenze è immaginario. Il pensiero ci porta a soffrire. Ci porta all’avidità, all’aggressione, alla paura, alla speranza, all’illusione…

Se ci contentassimo di sentire eviteremmo molto probabilmente la sofferenza. La sofferenza è un pensiero che vorrebbe rifuggire il dolore, ma non vi è altro da fare che sentire qui e ora. Il male è, allo stesso modo, ciò che ci fa soffrire e ciò che ci impedisce di sentire, vale a dire una sola cosa: il pensiero. Affrancandoci dai nostri pensieri ci liberiamo dalla paura.”

(Pierre Lévy - Il fuoco liberatore - Sassella ed., 2006)

giovedì 14 marzo 2013

Il risveglio del sognatore



"Tu sei il sognatore che sogna il buio
e quello che porta la luce.

Sei il tentatore e insieme il salvatore.
E' questo che scoprirai, se già non l'hai scoperto."

(Paul Ferrini)

domenica 10 marzo 2013

Una mente senza radici



“Riempite la vostra mente di compassione.”
(Buddha)

“Dobbiamo eliminare le radici della mente. Se le permettiamo di svilupparle, ci intrappoliamo sempre negli stessi pensieri. Tendiamo a dirci che possiamo essere felici solo a certe condizioni: il tempo deve essere bello, né troppo freddo, né troppo caldo; dobbiamo aver mangiato bene; dobbiamo divertirci e così via. Quando poi le condizioni mutano, la mente diventa infelice o irata. Il nostro stato d’animo cambia in un istante. Se per esempio ci viene fame, ecco che siamo di malumore.

Fino a poco tempo fa eravamo così felici e ora all’improvviso tutto è cambiato. Non è saggio lasciare che le condizioni esterne controllino la nostra mente. E’ facile destabilizzare il nostre ego. Inoltre, se non stiamo attenti, la mente si attaccherà ad atteggiamenti e a principi rigidi. Comunque se addestreremo la mente in modo da essere più rilassata, svilupperemo anche una maggiore resistenza alle circostanze esterne e a l’impermanenza. Questo non significa che non dovremo avere una direzione definita, ma che potremo seguire il flusso della vita.

Capiremo che creiamo una versione soggettiva della realtà attraverso le nostre percezioni e interpretazioni; che le cose non sono fisse e che è facile che gli altri abbiano una visione diversa dalla nostra. Per esempio, se giudicate qualcosa particolarmente bello e molto attraente, questo non è necessariamente vero per le altre persone. Potrebbe trattarsi di un essere umano, di un quadro o di una casa. Qualunque cosa sia è una creazione della vostra mente. Perché dovrebbe essere uguale per tutti? Ognuno di noi si crea la propria realtà personale, e accettare questa idea è liberatorio. Ecco che cos’è la compassione.

Può sembrare una contraddizione, ma, se riuscite ad apprezzare una mente senza radici e capace di fluire con le cose, allora potrete cominciare a domarla. Forse sentir parlare di una mente senza radici è sconcertante, perché spesso noi cerchiamo una cosa che ci radichi, soprattutto nel campo delle idee. Anche la mente ha una propria personalità – il modo in cui tendiamo a giudicare il mondo e la gente, le nostre concezioni, i nostri filtri, i nostri occhiali.

Ma, da un punto di vista positivo, se la mente è senza radici allora crescono le possibilità, troviamo definitivamente la libertà. Questa è la chiave per aprire la porta della realizzazione, della compassione, di ogni cosa. Grazie alla meditazione domiamo questa mente priva di radici, senza però incatenarla. Favoriamo la chiarezza e ci focalizziamo, mentre permettiamo alla mente di fluire e di essere libera, libera di indicarci la via.

Possiamo vedere con nitidezza la meta che ci ispira, e saremo anche il grado di impegnarci a raggiungerla e di capire che cosa dobbiamo fare quotidianamente. E’ come trovarsi di fronte a uno scrigno di gioielli: con un po’ di comprensione e di accettazione di ciò che siamo, possiamo aprirlo e vedere che cosa contiene. Non vi raccomanda, mentre meditate, di cercare di fermare i pensieri e di evitarli. Sì, essi sono i prodotti della mente e voi dovete scoprire gradualmente la vostra natura interiore, ma è molto difficile liberarsi dei pensieri.

Se vi sforzate di farlo, invece di ottenere una mente chiara, in realtà ve la ritroverete piena. Raccomando quindi di permettere ai pensieri di sorgere e poi di andarsene gentilmente. Non concentravi su di essi, prendetene nota e lasciate che scivolino via. La vostra mente è come un bambino che provoca troppo rumore, se fate in modo che se ne renda conto, si accorgerà del problema e alla fine si calmerà da solo.

Dovete dunque essere pazienti, anche con la mente, a poco a poco le proteste e le domande si acquieteranno. I pensieri verranno, ma poco a poco se ne andranno – positivi o negativi non ha nessuna importanza. Non vi fissate, lasciate che vadano. Lentamente la mente si calmerà in uno stato naturale, e vi troverete in pace. “

(Gyalwang Drupa, Vedere il cielo in un fiore selvatico: la via buddista per la felicità, Mondatori, 2012.)