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mercoledì 24 maggio 2017

Giustificazioni



“Ormai nessuno ha più tempo per nulla.
Neppure di meravigliarsi, inorridirsi,
commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi.
Le scuse per non fermarci a chiedere
se questo correre ci rende felici sono migliaia,
e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.”
(Tiziano Terzani)

È evidente che la crisi, che attualmente il mondo sta attraversando, e eccezionale, e senza precedenti. Ci sono state crisi di vario genere in diversi periodi storici, crisi sociali, politiche, nazionali. Le crisi vanno e vengono; le recessioni economiche, i periodi di depressione sopraggiungono, subiscono dei mutamenti e continuano sotto altra forma.

Lo sappiamo bene, queste cose ci sono familiari. Ma certamente la crisi attuale è qualcosa di diverso. È diversa prima di tutto perché non ha a che fare con cose tangibili, oltre il denaro, ma riguarda le idee. È una crisi eccezionale perché ha a che fare con la mente. Servendoci delle idee, pianifichiamo i delitti.

Ovunque nel mondo giustifichiamo il “me”, l’io, come mezzo per raggiungere un obiettivo che riteniamo legittimo. Una cosa simile non ha precedenti. Un tempo il male veniva riconosciuto per quello che era, ed un delitto era un delitto; ma ora lo si considera un mezzo per raggiungere un nobile risultato.

Che sia una sola persona o un gruppo di persone a commetterlo, per giustificarlo basta dire che serve a raggiungere obiettivi che porteranno dei benefici all’umanità. Ma questo significa che sacrifichiamo il presente al futuro: non importa se vengono impiegati mezzi deleteri, quando lo scopo dichiarato e di produrre un risultato che si ritenga benefico per l’umanità.

Questo implica la convinzione che, usando mezzi sbagliati, si possano ottenere giusti risultati; così abbiamo bisogno di un processo mentale per giustificare l’uso di mezzi sbagliati. Abbiamo costruito una imponente struttura di idee per giustificare il male, e sicuramente questo non ha precedenti. Il male è male, non può produrre il bene. La guerra non è un mezzo per ottenere la pace...

Abbiamo bisogno di ubriacarci per sapere che cos’è la sobrietà? Abbiamo bisogno di odiare per sapere che cos’è la compassione? Dovete fare la guerra, dovete distruggervi la vita per sapere che cos’è la pace? È evidente che il nostro modo di pensare non ha alcun senso: voi date per scontato che sia un’evoluzione, una crescita, un passare dal male al bene, e vi abituate a pensare secondo questo schema.

Certo, fisicamente esiste una crescita, una piantina diventerà un grande albero. Esiste il progresso tecnologico: Il progresso della tecnologia è andato avanti per secoli, consentendoci di passare dalla ruota all’aereo a reazione. Ma esiste un progresso psicologico, un’evoluzione psicologica?

Ci stiamo chiedendo se esiste una crescita, un’evoluzione del “me”, che partendo dal male consenta di arrivare al bene. Mediante un processo evolutivo che avviene nel tempo, il “me” che è il centro del male, può diventare buono e nobile? Evidentemente no. Quella struttura psicologica che è il “me”, che è il male, rimarrà sempre qualcosa di cattivo. Ma noi non vogliamo rendercene conto.

E crediamo che, col tempo, possa avvenire un cambiamento, una crescita che consenta all’io di realizzarsi. La nostra speranza, il nostro desiderio è che l’io, col passare del tempo, diventi perfetto. Ma che cos’è l’io, che cos’è il me? È un nome, una forma, un cumulo di ricordi, di speranze, di frustrazioni, di desideri, di sofferenze, di tormenti, di gioie passeggere.

Vogliamo che il “me” continui ad esistere finché diverrà perfetto; così diciamo che al di là del “me” c’è un “me superiore”, un Sé superiore, un’entità spirituale che è eterna. Ma siccome questa entità “spirituale” è frutto del nostro pensiero, rimarrà sempre confinata nel tempo. Dal momento che la pensiamo, è il prodotto della nostra mente. (Jiddu Krishnamurti, Il libro della vita, Astrolabio ed.)

giovedì 3 dicembre 2015

È possibile per noi esseri umani?



"È possibile per noi esseri umani, esseri umani che vivono nel mondo terribile che abbiamo creato, trasformarci radicalmente? Il problema è tutto qui. Alcuni filosofi e altri hanno affermato che il condizionamento umano non si può cambiare radicalmente. Lo si può modificare, rifinire e migliorare, ma la qualità fondamentale del condizionamento non si può alterare. Sono in molti a pensarla così, gli esistenzialisti, ad esempio. Perché accettiamo questo condizionamento? State seguendo, spero, il ragionamento. Perché accettiamo il nostro condizionamento, che ha prodotto un mondo letteralmente folle, dissennato?

Dove vogliamo la pace e vendiamo armamenti, dove vogliamo la pace e creiamo divisioni nazionalistiche, economiche, sociali, dove vogliamo la pace e tutte le religioni, le organizzazioni religiose, ci fanno sentire separati come lo sono loro. C’è un’enorme contraddizione tanto all’esterno che dentro di noi. Mi chiedo se ci rendiamo conto di tutto questo dentro di noi, non di quello che succede fuori. La maggior parte di noi sa cosa sta succedendo fuori, non occorre un’intelligenza particolare, basta osservare. E la confusione esterna è in parte responsabile del nostro condizionamento.

Ci chiediamo: è possibile trasformare radicalmente questa situazione dentro di noi? Perché solo allora avremo una buona società, dove non ci si ferisce a vicenda psicologicamente o fisicamente. Quando ci poniamo questa domanda, che risposta c’è nel profondo? Siamo condizionati, non solo in quanto inglesi, tedeschi o francesi, ma condizionati anche da varie forme di desiderio, credenza, piacere e conflitto, ivi compreso il conflitto psicologico. Tutto questo e altro contribuisce al condizionamento. Prenderemo in esame l’argomento.

Ci stiamo chiedendo, stiamo riflettendo insieme, mi auguro, se questo condizionamento, questa prigione umana fatta di pena, di solitudine, di angoscia, di affermazione personale, di pressioni, di soddisfazione, e tutto il resto... questo è il nostro condizionamento, la nostra coscienza, e la coscienza è il suo contenuto... se tutta questa struttura possa essere trasformata. Altrimenti non ci sarà mai pace in questo mondo. Interverrà forse qualche piccola modifica, ma l’uomo continuerà a combattere, a scontrarsi, in perpetuo conflitto con se stesso e con l’esterno. Dunque questa è la nostra domanda. Possiamo rifletterci insieme?

Allora sorge la domanda: “Che fare?”. Ci si rende conto di essere condizionati, si è consapevoli, coscienti, di esserlo. Questo condizionamento ha origine dai propri desideri, dalle attività egocentriche, dalla mancanza di un giusto rapporto con gli altri, dal proprio sentimento di solitudine. Si può vivere in mezzo alla gente, si possono avere rapporti intimi, ma c’è sempre questo senso di smarrimento e di vuoto dentro di sé. Tutto questo è il nostro condizionamento, intellettuale, psicologico, emotivo, e anche fisico, naturalmente. Ora, è possibile trasformarlo completamente? Questa, io credo, è la vera rivoluzione. Una rivoluzione senza violenza. Allora, possiamo farla insieme?

Oppure, se uno di noi la fa, se comprende il condizionamento e risolve quel condizionamento mentre l’altro è condizionato, la persona che è condizionata ascolterà l’altro? Forse qualcuno non è condizionato. Lo ascolterò? E cosa mi spingerà ad ascoltare? Quale pressione, quale influenza, quale ricompensa? Cosa mi spingerà ad ascoltarlo con il cuore, la mente, tutto il mio essere? Perché se si ascolta così completamente, forse una soluzione c’è. Ma a quanto pare non ascoltiamo.

Perciò ci chiediamo: cosa porterà un essere umano, che è cosciente del proprio condizionamento, come lo è la maggior parte di noi, se siamo consapevoli in maniera intelligente... cosa lo porterà a cambiare? Per favore, ponetevi questa domanda, scoprite cos’è che porta ciascuno di noi a realizzare un cambiamento, una libertà dal condizionamento. Non a saltare in un altro condizionamento. Per esempio, lascio il cattolicesimo e divento buddhista: lo schema è identico. Quindi cosa porterà ciascuno di noi... e sono certo che tutti noi vogliamo costruire una buona società... cosa ci farà cambiare?

La promessa di un cambiamento si è servita di ricompense: il paradiso, un nuovo tipo di carota, una nuova ideologia, una nuova comunità, una nuova serie di gruppi, di nuovi guru. Oppure di punizioni: se non fai questo andrai all’inferno. Quindi tutto il nostro modo di pensare si basa sul principio di ricompensa e punizione. “Lo farò se ne ricavo qualcosa”. Ma quel tipo di atteggiamento, quel modo di pensare, non produce un cambiamento radicale. E un cambiamento del genere è assolutamente necessario. Sono certo che tutti ne siamo consapevoli. Perciò, cosa fare?

Alcuni di voi hanno ascoltato chi vi parla per molti anni; chissà perché. E dopo aver ascoltato, diventa un nuovo tipo di “mantra”. Sapete cosa significa quella parola? E una parola sanscrita il cui vero significato è non essere egocentrici, riflettere sul non divenire. Ecco cosa significa. Abolire l’egocentrismo e riflettere, meditare, osservare se stessi, in modo tale da non diventare qualcosa. Il vero significato di quella parola è stato sciupato da assurdità come la meditazione trascendentale. Quindi alcuni di voi hanno ascoltato per molti anni. Ma ascoltiamo davvero, e di conseguenza cambiamo, oppure ci siamo abituati alle parole e ci limitiamo a tirare avanti?

Cosa spinge un essere umano che ha vissuto per milioni di anni ripetendo le stesse vecchie abitudini, ereditando gli stessi istinti di autoconservazione, paura, sicurezza, importanza personale con il grande isolamento che produce... cosa lo spingerà a cambiare? Un nuovo dio, una nuova forma di spettacolo, una nuova edizione religiosa della partita di calcio, un nuovo circo equestre con annessi e connessi? Cosa ci farà cambiare? Il dolore, a quanto pare, non ha cambiato l’uomo, dato che abbiamo sofferto tanto, non solo individualmente ma anche collettivamente. Come genere umano abbiamo sofferto in misura enorme: guerre, malattia, afflizione, morte.

Abbiamo sofferto enormemente, e a quanto pare il dolore non ci ha cambiati. Nemmeno la paura ci ha cambiati, dato che la nostra mente va costantemente a caccia, alla ricerca del piacere, e anche quel piacere e sempre lo stesso in forme diverse, e non ci ha cambiato. Quindi, cosa ci farà cambiare? Non sembriamo capaci di fare nulla di nostra spontanea iniziativa. Facciamo le cose dietro pressione. Se non fossimo pressati da qualcosa, se non ci fosse l’idea di una ricompensa o di una punizione... ma è ridicolo anche solo pensare a ricompense e punizioni!

Se non ci fosse l’idea di un futuro... non so se avete riflettuto su questa faccenda del futuro, che forse è il nocciolo del nostro autoinganno di tipo psicologico, ce ne occupiamo fra un attimo. Se abbandonate idee del genere, che qualità avrà una mente che si confronta senza riserve col presente? Capite la mia domanda? Stiamo comunicando? Vi prego, rispondete sì o no, non so a che punto siamo. Non sto parlando da solo, spero? Ci si rende conto di aver creato da sé la propria prigione?

E per “sé” intendo il risultato del passato, genitori, nonni, e così via... la prigione psicologica ereditata, acquisita, imposta in cui viviamo e, ovviamente, l’istinto è quello di evadere dalla prigione. Ci si rende conto di questo, non in teoria, non concettualmente, ma come dato di fatto, un fatto psicologico? Quando si guarda in faccia quel fatto, perché anche allora non c’è alcuna possibilità di cambiamento?

Capite la mia domanda? Il problema è stato affrontato da tutte le persone serie che hanno a cuore la tragedia umana, la sofferenza umana, e che si chiedono perché non cominciamo a fare luce dentro di noi, non diamo spazio alla libertà, alla nostra bontà fondamentale. Non so se avete notato che gli intellettuali, i letterati, gli scrittori, e i cosiddetti leader mondiali hanno smesso di parlare di come costruire una buona società.

L’altro giorno parlavo con alcune di queste persone, e il commento è stato: “Sciocchezze, è un’idea antiquata, lascia perdere. L’idea di buona società è superata. È roba vittoriana, ingenuità, sciocchezze. Dobbiamo accettare le cose come sono e conviverci”. E probabilmente per la maggior parte di noi è così. Perciò noialtri, voi e io, che ne parliamo come fra amici, cosa dobbiamo fare? L’autorità di un altro non produce questo cambiamento, giusto? Se ti accetto come mia autorità perché voglio realizzare una rivoluzione dentro di me, e così realizzare una buona società, l’idea stessa di io che seguo e tu che mi istruisci è la morte della buona società. Capite cosa voglio dire?

Non sono buono perché mi dici di essere buono, o perché ti accetto come autorità suprema in fatto di rettitudine e ti seguo. L’accettazione stessa dell’autorità e dell’obbedienza è di fatto la distruzione di una buona società. Non è così? Capite cosa voglio dire? Possiamo approfondire l’argomento? Se ho un guru... grazie al cielo non ce l’ho, ma se ho un guru e lo seguo, che servizio ho reso a me stesso? Cosa ho fatto per il mondo? Niente.

Mi insegnerà qualche sciocchezza sulla meditazione, su questo e quell’altro, e io avrò un’esperienza meravigliosa, leviterò o altre sciocchezze del genere; mentre quello che voglio è costruire una buona società dove si può essere felici, dove c’è posto per l’affetto, per relazioni senza barriere, questa è la mia aspirazione. Ti scelgo come guru, e che ho fatto? Ho distrutto proprio la cosa che volevo, perché, lasciando da parte l’autorità della legge e simili, l’autorità psicologica divide, per sua natura è separativa. Tu là sopra e io qua sotto, tu sali sempre più in alto e anch’io salgo sempre più in alto, per cui non ci incontriamo mai!

È ridicolo, certo, ma facciamo davvero così. Quindi, mi rendo conto che l’autorità, con il suo corollario organizzativo, non mi può liberare? L’autorità dona un senso di sicurezza. “Non so, sono confuso, però tu sai, o almeno penso di sì e tanto basta; investo la mia energia e il mio bisogno di sicurezza su di te, su quello che dici”. Poi attorno a questo creiamo un’organizzazione, e l’organizzazione stessa si trasforma in prigione. Capite cosa voglio dire? Ecco perché non bisognerebbe appartenere a nessuna organizzazione spirituale, per quanto promettente, per quanto affascinante, per quanto romantica. Possiamo convenirne, constatarlo insieme? Capite la mia domanda?

Constatare insieme il fatto, per cui una volta che l’abbiamo constatato, finisce lì. Constatare che - per loro stessa natura - autorità e obbedienza, e l’organizzazione che ne deriva, religiosa o quant’altro, sono separative, tengono in piedi un sistema gerarchico, come appunto accade nel mondo, e dunque fanno parte del carattere distruttivo del mondo: constatare la verità di questo e farla finita. Possiamo farlo? Così che nessuno di noi... mi dispiace... che nessuno di noi faccia più parte di un’organizzazione spirituale, cioè di organizzazioni religiose: cattoliche, protestanti, induiste, buddhiste, nessuna esclusa.

Appartenere a qualcosa ci dà un senso di sicurezza, è chiaro. Ma appartenere a qualcosa produce invariabilmente insicurezza, perché è per natura separativo. L’uno segue un certo guru, una certa autorità, è cattolico, protestante, e l’altro è qualcos’altro. Perciò non si incontrano mai, anche se tutte le religioni organizzate dicono di collaborare al servizio della verità. Quindi è possibile, ascoltandoci a vicenda, ascoltando il fatto, bandire dal nostro modo di pensare ogni forma di accettazione dell’autorità, dell’autorità psicologica, e quindi le organizzazioni che vi ruotano attorno? Allora cosa accade?

Ho lasciato cadere l’autorità perché me lo hai detto tu, o perché vedo la natura distruttiva delle cosiddette organizzazioni? E lo vedo come fatto, e quindi con intelligenza? O mi limito a un’accettazione generica? Non so se mi state seguendo. Se si vede il fatto, la percezione stessa di quel fatto è intelligenza, e in quell’intelligenza c’è sicurezza, non in qualche sciocchezza superstiziosa. Capite cosa sto dicendo? Ditemi, vi prego, ci stiamo incontrando?

No, non a parole. A parole è facilissimo perché parliamo tutti l’inglese, il francese, o quel che volete. Se è intellettuale, a parole, non è un incontro. L’incontro c’è quando si vede il fatto insieme. Ora, possiamo... è una domanda... possiamo osservare il fatto del nostro condizionamento? Non l’idea del nostro condizionamento. Essere inglesi, tedeschi, americani, russi, indiani, orientali, o quel che volete, è una cosa. Il condizionamento fisico, prodotto da cause economiche, dal clima, dal cibo, dal vestiario, e così via. Ma oltre a questo c’è una grossa dose di condizionamento psicologico. Possiamo osservarlo come fatto? Prendiamo la paura. Potete guardarla?

O se al momento non ci riuscite, possiamo guardare le offese che abbiamo subito, le ferite, le ferite psicologiche che abbiamo accumulato, che abbiamo ricevuto fin dall’infanzia. Guardare, non analizzare. Gli psicoterapeuti tornano indietro a esplorare il passato. Ossia, cercano la causa delle ferite ricevute, esaminando e analizzando il movimento globale del passato. Quello che in genere si chiama analisi, in psicoterapia. Ma scoprire le cause serve a qualcosa?

E c’è voluto molto tempo, magari anni, è un gioco che facciamo tutti perché non vogliamo mai affrontare il fatto ma preferiamo dire: “Cerchiamo di capire da dove vengono i fatti”. Non so se mi state seguendo. Quindi si investe una gran quantità di energia, e probabilmente di denaro, nell’esame professionale del passato; o nell’esame in proprio, se si è capaci di farlo. E stiamo dicendo che un’analisi di questo tipo è separativa, perché l’analizzatore crede di essere diverso dalla cosa analizzata. Mi seguite? Quindi la divisione è tenuta in piedi dall’analisi, laddove il fatto ovvio è che l’analizzatore è l’analizzato. Capite?

Nel momento in cui si riconosce che l’analizzatore è l’analizzato... perché se sei arrabbiato lo sei... l’osservatore è l’osservato. Quando è presente la realtà di fatto, l’analisi non ha più senso, c’è solo una pura osservazione del fatto che accade ora. Capite cosa voglio dire? Potrebbe risultare difficile, perché in generale siamo condizionati al processo analitico, all’autoesame, all’investigazione introspettiva, siamo talmente abituati a questo, condizionati da questo, che la prima reazione di fronte a un’idea nuova può essere di immediato rifiuto o di chiusura. Quindi vi chiederei di esplorare, di esaminare la questione.

Ci stiamo chiedendo: è possibile guardare il fatto così come accade ora... la rabbia, la gelosia, la violenza, il piacere, la paura, quel che sia. Guardarlo, non analizzarlo, semplicemente guardarlo; e in quell’osservazione, l’osservatore si limita a osservare il fatto come qualcosa di separato da “sé”, oppure è il fatto? Non so se è chiaro. Riesco a spiegarmi? Capite la differenza? Generalmente siamo condizionati a credere che l’osservatore sia diverso dalla cosa osservata. Sono stato avido. Oppure, sono stato violento. Al momento della violenza non c’è divisione, è solo dopo che il pensiero ci torna su e si separa dal fatto.

Quindi l’osservatore è il passato che guarda quello che succede adesso. Perciò, si può guardare il fatto... che sei arrabbiato, avvilito, solo, quel che sia... guardare il fatto senza l’osservatore che dice: “Sono separato”, e che lo guarda come fosse diverso? O invece riconosce che il fatto è lui, non c’è divisione fra il fatto e lui stesso? Il fatto è lui stesso. Non so se capite. E cosa accade, perciò, quando si rivela il dato di fatto? Badate, la mia mente è stata condizionata a guardare il fatto, la solitudine, ad esempio... No, siamo partiti dalle ferite dell’infanzia, restiamo su quello. Sono portato, sono stato abituato a credere di essere diverso dalla ferita, giusto?

Di conseguenza il mio modo di trattare la ferita sarà o soffocarla o ignorarla circondarla di una barriera difensiva per non essere ferito di nuovo. Per cui quella ferita mi rende sempre più isolato, sempre più timoroso. Quindi la divisione si è prodotta perché mi credo diverso dalla ferita. Mi state seguendo? Ma la ferita sono io. Il “me” è l’immagine di me stesso che ho creato, e che è ferita, giusto? Quindi ho creato un’immagine sulla base dell’educazione, la famiglia, la società, sulla base di tutte le idee religiose riguardo a un’anima, all’essere separati, all’individuo, e via discorrendo. Ho creato un’immagine di me stesso, e quando calpesti l’immagine mi sento offeso.

Poi dico che la ferita non sono io, che devo cercare di rimediare a quella ferita. Quindi tengo in piedi la divisione fra la ferita e me stesso. Ma il fatto è che l’immagine sono io che sono stato ferito. Giusto? Perciò, posso guardare quel fatto? Guardare il fatto che l’immagine è me, e che fino a quando ho un’immagine di me è destinata a essere calpestata. È un fatto. Ma la mente può liberarsi da quell’immagine? Perché è chiaro che fino a quando esiste l’immagine le verrà fatto qualcosa, verrà punzecchiata, e da ciò nascerà una ferita, da cui l’isolamento, la paura, la resistenza, il muro che mi costruisco attorno... tutto questo ha origine dalla divisione fra l’osservatore e l’osservato, ossia la ferita.

Questa non è teoria, badate. Non è altro che comunissima osservazione di “sé”, quella che all’inizio abbiamo chiamato “consapevolezza di sé”. Allora cosa accade quando l’osservatore è l’osservato... nei fatti, non in teoria... cosa accade? Sono stato ferito fin dall’infanzia, dalla scuola, dai genitori, dagli altri bambini e bambine, capito... sono stato ferito, offeso, al livello psicologico. Mi porto dietro quella ferita per tutta la vita, nascosto, ansioso, spaventato, e so quali sono le conseguenze. E ora vedo che fino a quando l’immagine che ho creato, che è stata costruita, esisterà, ci sarà una ferita. Quell’immagine sono io. Posso guardare quel fatto?

Non guardarlo in teoria, ma guardare il fatto concreto che l’immagine è ferita, l’immagine sono io. È chiaro questo? Possiamo incontrarci, riflettere insieme, se non altro su questo punto? Allora cosa accade? Prima, l’osservatore cercava di rimediare in qualche modo. Ora l’osservatore è assente. Perciò non può far nulla per rimediare. Chiaro? Capite che cos’è successo? Prima, l’osservatore si sforzava di soffocarla, di tenerla sotto controllo, di non venire ferito, di isolarsi, resistere, e via discorrendo: faceva un enorme sforzo.

Ma quando si vede il fatto che l’osservatore è l’osservato, cosa accade? Volete che ve lo dica io? Allora non siamo approdati a nulla, allora quello che vi dico non avrà senso. Ma se ci siamo incontrati, se riflettiamo insieme e arriviamo a questo punto, allora scoprirete da soli che fino a quando c’è sforzo resta in piedi la divisione, giusto? Quindi nella pura osservazione non c’è sforzo, per cui la cosa che è stata prodotta in forma di immagine comincia a dissolversi. Tutto qua." (Jiddu Krishnamurti, Discorso tenuto a Brockwood Park il 25 agosto 1979)


domenica 26 aprile 2015

La duplicità del male



“Lo scopo del male è favorire l’ascesa dell’uomo.”
(Rudolf Steiner)

Hanna Arendt, da corrispondente del New Yorker, osservò il processo contro Adolf Eichmann, il criminale nazista, poi disse che il male è di una banalità assoluta se viene incarnato da persone tanto ignoranti, mediocri, e che rubano le idee degli altri per farsene gloria. Le sembrò incredibile che l’inferno della guerra e lo sterminio di milioni di persone fosse stato compiuto da personaggi così mediocri. Rudolf Steiner invece disse che il male è molto sottile e duplice nella sua manifestazione. Disse che il male è costituito da due forze opposte tra loro che hanno la tendenza a formare un’alleanza. All’interno della sfera terrestre, esistono due entità che cooperano agli avvenimenti del mondo, infatti vi sono le entità spirituali di tipo luciferino e quelle di tipo arimanico.

Queste due forze abitano nella sfera terrestre insieme agli uomini e, se le osserviamo nell’aspetto esteriore, ce le possiamo raffigurare come due forze opposte. Una forza è associata a Lucifero che incarna l’arroganza, la grandiosità e l’auto indulgenza, mentre l’altra forza è associata ad Arhriman ed è avida, manipolatoria, ed essenzialmente sterile. Queste due forze hanno sempre svolto un ruolo primario nell’evoluzione della terra e dell’umanità. All’influsso luciferino dobbiamo la conquista dell’arte mentre ad Arhriman dobbiamo la tecnologia, perciò anche se sembra strano, stanno concorrendo a favorire l’evoluzione della terra e dell’umanità.

Lucifero agisce con l’intenzione di spingere l’uomo a essere ribelle e intollerante al potere, mentre le forze arimaniche sono tese a sottomettere l’umanità usando la forza e la prepotenza. Il nostro mondo ci vede coinvolti in questo gioco di forze, però la triplicità che governa tutto l’universo è mostrata dall’uomo che sta al centro di questa opposizione: l’uomo è il terzo elemento. La vita umana è come una bilancia, dice Steiner, in cui su un piatto sta Arhriman e sull’altro piatto vi è Lucifero, perciò l’uomo diventa il fulcro della bilancia.

L’elemento luciferino è la forza che ci tira verso l’alto, mentre l’elemento arimanico ci spinge in basso: l’uomo ha il compito di mantenersi in equilibrio. Chiaramente l’interesse di queste entità è quello di tenere segreta la loro esistenza per impedire che l’umanità assuma la giusta posizione e possa eliminare la loro influenza. Nell’interpretazione di Steiner la condizione di equilibrio nella lotta tra le due forze è donata dall’impulso del Cristo. Ma c’è ancora ignoranza sul vero ruolo di queste potenze perciò si tendono a confondere le due potenze. L’uomo sarà sempre squilibrato se non comprende la duplicità del male.

L’uomo può conoscere le sue prerogative divine soltanto se affronta in maniera giusta come diventa operante l’equilibrio tra i due elementi. L’universo possiede una struttura trinitaria perciò è falso credere al conflitto continuo tra bene e male. Nell'uomo si è sviluppato un illusorio dualismo che crede nella lotta tra il cielo e la terra. Si crede nella dualità e si crea l’equivoco in cui una parte viene attribuita al presunto bene e l’altra parte al presunto male. Ma cosa è avvenuto in seguito all'equivoco?

È accaduto che il vero elemento divino è fuggito dalla nostra coscienza, perché si sono attribuite le prerogative divine all’elemento luciferino. E quelle di Lucifero sono state attribuite ad Arhriman, perciò mentre avveniva la lotta tra Lucifero e Arhriman, al regno di Lucifero venneno attribuite le qualità divine. Nella coscienza umana si è diffuso l’errore della dualità male/bene mentre svaniva la verità della triplicità. Si cominciò a credere al paradiso contrapposto all’inferno e venne rinnegata la struttura trinaria di corpo, anima e spirito, e si affermò una struttura binaria di corpo e anima.

Nel concilio di Costatinopoli del 869 s'impose il dogma di credere solo a questa idea, e la struttura trinitaria fu proclamata eretica. Ma alcuni sanno che non è lo stesso, per la vita spirituale, porre una partizione binaria al posto di una ternaria. Certe idee penetrarono nell’umanità moderna partendo da idee che sembrano minuzie e che si rivelano essenziali nelle decisioni che hanno molta importanza nel pensare e sentire antroposoficamente. Il capovolgimento dei valori a cui allude Nietzsche, dice Steiner, andrebbe preso molto sul serio.

L’umanità dovrà prendere sul serio e interpretare in modo corretto in quali campi vada applicato quel rovesciamento. Steiner dice che non avremo la possibilità di mettere fine ai conflitti se gli uomini non iniziano a vedere la realtà spirituale. Il non saper vedere lo spirituale che ci circonda, il non rendersi conto dell’elemento spirituale era il motivo dello spaventoso conflitto che si svolgeva. E tutti concetti non sono banali, o vuota oppure oziosi, perché ci sono motivi precisi per cui questo che si dice. Per quanto strano possa sembrare il tempo presente ci richiede molto più che in passato, però ciò che si chiede è quello che gli uomini non vogliono.

Si richiede comprensione per la scienza dello spirito. E questo è necessario perché ci si deve rassegnare al fatto che dal caos attuale per molto tempo non verrà alcun ordine, a meno che non ci compenetriamo di conoscenza scientifico-spirituale. Tutto sarà solo apparenza, perciò potrà venire l’apparente tranquillità che nasconde il disordine sotto la superficie: sotto arderanno le fiamme da cui verranno altre fiamme. L’ordine verrà dal caos attuale, dice Steiner, solo se comprenderemo da dove nasce il caos. Il caos nasce dalla comprensione non spirituale della realtà, cioè dall’ignoranza. Ma non si può ignorare lo spirito e sperare di restare impuniti. Il mondo spirituale non tollera di essere ignorato, perciò anche gli spiriti non vogliono essere ignori.

Lo si consideri come un loro egoismo o un vezzo, ma per il mondo spirituale ha altre regole, e gli spiriti si vendicano se sono ignorati. È una legge, una ferrea legge di necessità che gli spiriti sono vendicativi. Fra le diverse caratteristiche della loro vendetta per essere stati troppo ignorati c'è il caos attuale dell’umanità (scrive nel 1917!). Si sappia che esiste un misterioso legame tra la coscienza umana e le forze distruttive dell’universo. Ma questo legame esiste anche nella realtà concreta, perché una delle due può sostituirsi alle altre, ma può avvenire anche il contrario.

L’umanità ha dimenticato lo spirito perciò si è centrata solo sulla conoscenza e sui fatti materiali. Non si è cercato di conoscere la realtà spirituale, e muovendo da essa, non si è cercato di dare al mondo un tratto e una base che non mirasse solo alla produzione e al trionfo degli strumenti di morte. E cosa è nato dall’abbondanza di beni materiali? E cosa sarebbe venuto se l’umanità avesse cercato l’acquisizione spirituale e avesse usato gli impulsi spirituali per un’azione sociale più giusta? Ebbene, sarebbe stato un pagamento parziale per le forze distruttive. Steiner dice che, se gli uomini fossero stati più desti non sarebbe venuta tutta questa distruzione.

Non lo sappiamo ma, se viviamo come persone materialistiche sentiamo l’ansia, lo sforzo e la fretta della vita materiale. Quando passiamo la porta della morte non portiamo nulla con noi, perciò restiamo con quella fame inappagata. Così accade alle anime che non hanno avuto la comprensione spirituale perciò non conoscono lo spirito. E cosa cercano costoro? Essi cercano di avere le forze distruttive del mondo. Questo è il loro parziale sdebitamento. Ma questi concetti sono profondi, avvisa Steiner, e non si possono liquidare con concetti comodi.

Le teoria della conoscenza ha degli aspetti che sembrano crudeli, ma occorre formarsi una sensibilità che gli antichi misteri egizi chiamavano ferrea necessità. Anche se sembra terribile fu necessario fare spazio anche alla distruzione perché le anime cercavano le forze distruttive per sfamarsi e saldare parzialmente i debiti con le forze spirituali. Non si può avere ordine se gli uomini non sanno far fluire le idee spirituali nel loro essere e nell'agire sociale, e inserirle nelle idee politiche che girano, dice Steiner. Si avrà ragione di pensare che queste verità sembrano pessimistiche e si avrà ragione di pensare che l’umanità sembra lontana mille anni luce dal suo traguardo finale.

Ma, a queste idee pessimistiche si deve opporre l'esortazione a fare almeno un tentativo, da qualsiasi parte la vita ci abbia posto. Ridestiamo la nostra anima perché il fatto concreto è che i tempi terribili in cui muoiono troppe persone così producono morti che sono bramosi e distruttivi, perciò noi viventi sperimentiamo guerre e orrori. Molti hanno perso l’intelletto, ma i tempi richiedono di saper analizzare, perché c’è bisogno di guardare le cose con profondità. Dobbiamo cercare di capire come le cose si connestono tra loro, per cercare la vera realtà e non l’apparenza. L’umanità è posta al bivio, dice Steiner: o lo spirito viene capito, oppure il caos rimane.

Se nel futuro avremo sempre più materialismo, se si dovesse correre sempre più freneticamente verso l’accumulo di beni materiali, accresceranno sempre più la quantità di desideri e avremo sempre più defunti bramosi che accrescono la diffusione della distruzione. Le anime varcherebbero le porte della morte con il desiderio di distruggere la terra, e la distruzione sarebbe infinita. Deve essere chiaro che ogni periodo materialistico riesce a provocare solo devastazioni e morte. Ma le anime dormono, perciò non vedono la discrepanza esistente nell’umanità fra lo sviluppo intellettuale e quello morale.

Buona erranza
Sharatan

sabato 21 febbraio 2015

La legge del perfezionamento



“Per fare ciò che è difficile, occorre
innanzitutto imparare a fare ciò che è facile.
Non si può cominciare dal più difficile.”
(Georges I. Gurdjieff)

Un giorno chiesero a Gurdjieff se fosse possibile impedire la guerra e Gurdjieff rispose che non era possibile perché le guerre sono il prodotto della schiavitù in cui vivono gli uomini. Le guerre avvengono a causa di influenze planetarie a cui gli uomini non riescono a sfuggire perché non vi sanno resistere. Non potendo o non sapendo sottrarsi a queste forze, gli uomini non sanno resistere all’impulso di uccidersi tra loro. Quando gli fu chiesto se fosse possibile che quelli che comprendono questo fatto potessero opporsi e potessero influenzare gli altri, Gurdjieff rispose che il tentativo era vecchio come l’umanità.

Fin dalla creazione del mondo si era tentato, ma non si era mai riuscito a farlo, perché il problema è che gli uomini non vogliono pensare a se stessi. Gli uomini non vogliono lavorare su loro, e non pensano ad altro che a sviluppare i mezzi per costringere gli altri uomini a fare ciò che vogliono loro. Anche se esistesse un gruppo di persone che vogliono impedire la guerra, disse Gurdjieff, costoro dovrebbero combattere contro quelli che vogliono la guerra.

La guerra ha moltissime cause e molte restano sconosciute, a cominciare da quelle che si nascondono nella stessa natura umana. Va saputo che la guerra è facilitata da alcune forze interne all'uomo e da altre forze e influenze esterne da cui l’uomo non riesce a liberarsi. Se non riusciamo e liberarsi da tutto quello che ci ostacola, non potranno finire le guerre.

Questo è lo scopo primario dell'uomo: liberarsi dalle influenze incontrollabili e rendersi cosciente. Questa è l'unica via d’uscita per l’essere umano. Se l'uomo resta schiavo interiormente ed esteriormente, non potrà mai governarsi e rimarrà schiavo di tutto ciò che ha il potere di agire su di lui. Senza la conoscenza di se stesso e dei suoi meccanismi interni, l’uomo non potrà essere mai libero. Perciò la guerra vedrà milioni di uomini addormentati che uccidono milioni di uomini addormentati. Solo il risveglio ci permette di vedere che l'umanità giace in un stato di sonno profondo che viene indotto e mantenuto dall’intera vita circostante e dalle condizioni dell’ambiente in cui si vive.

Ad esempio, spiegò Gurdjieff, la religione cristiana dovrebbe essere la religione che protegge la vita e proibisce l’omicidio. Ma tutti i progressi che abbiamo fatto sono stati progressi basati sull’omicidio, perché abbiamo ottenuto il successo con l’uccisione di altre forme di vita. Perciò tutti questi progressi sono stati contrari ai principi cristiani che la maggioranza delle persone dice di seguire. Ma avviene lo stesso fenomeno con tutte le altre credenze religiose e con le concezioni politiche quando i dogmi si sostituiscono alla consapevolezza e alla coscienza del singolo. Secondo Gurdjieff, tutte le guerre, le rivoluzioni e le grandi migrazioni di massa sono causate dall'insieme delle forze che sanno imprimere un impulso a cui l'apparato ricevente umano non sa resistere.

L’uomo può captare molte influenze diverse perciò le masse sono sottoposte al controllo di molte influenze planetarie. Oggi l’umanità è composta da milioni di automi che obbediscono meccanicamente a tutti gli stimoli esterni a cui non riescono a ribellarsi. Essi non sanno muoversi seguendo la loro volontà, la loro coscienza oppure le loro tendenze individuali perciò subiscono tutte le influenze che vengono da vicino oppure da lontano.

Il maestro Aivanhov dice che l’umanità ha lo scopo di rendere più bella la terra, perciò l’uomo deve imparare a vibrare all’unisono con il mondo divino. Quando l’uomo avrà imparato a farlo, la terra verrà trasformata perché la trasformazione della terra è collegata con l’apprendimento umano e con la trasformazione del corpo fisico. Il corpo fisico è il prodotto dell’attuale fase evolutiva terrestre, infatti è il prodotto della quarta fase di evoluzione della Terra. Perciò quando sarà avvenuta la trasformazione dell’uomo avverrà anche la trasformazione della terra. La terra verrà trasformata, e la sua trasformazione avverrà quando il corpo dell’uomo sarà diventato una materia vibrante e luminosa.

Dopo la metamorfosi umana anche il nostro pianeta diverrà puro, vibrante e luminoso. La terra sarà bella e luminosa come l’essere sottile, vibrante e luminoso che l’avrà prodotta. Il mondo cambierà quando saranno cambiati gli esseri umani che ci vivono. E va saputo che, il lavoro che gli uomini fanno su di loro per cambiare il loro corpo fisico, per cambiare il loro cervello e la loro mente non sono utili soltanto per il loro progresso personale.

Chi lavora al suo risveglio e al suo perfezionamento, non lavora solo per se stesso ma lavora per aiutare tutta l’evoluzione generale. Sulla terra tutti lavorano per aiutare la trasformazione generale del nostro pianeta. Solo quando gli uomini avranno svolto questa missione potranno andare in altri sistemi planetari e vivere in altre dimensioni, ma non possono farlo prima!

Attualmente la terra è tanto grossolana e opaca che avrà bisogno di milioni di anni e di milioni di creature per essere trasformata: e la metamorfosi della terra avverrà mangiandola. Questo concetto è una questione strana per la scienza medica che non comprende, e non riesce a collegarla al vero motivo per cui noi uomini mangiamo. Se ci riflettiamo meglio, comprendiamo che il cibo non è altro che “terra.” Il cibo è un prodotto del sole che viene rielaborato dalla terra, ma resta sempre terra. La "terra" contenuta nel cibo passa attraverso di noi perché viene ingerita, rielaborata, digerita, e poi espulsa dall'uomo. Questo processo è continuo, perciò la terra si riempie delle emanazioni e vibrazioni prodotte dai nostri pensieri e sentimenti.

Una volta che la terra sarà impregnata tutta dai pensieri e dai sentimenti più luminosi e trasparenti, diverrà anch'essa un pianeta fatto di materia pura e luminosa. La terra riceve e dona continuamente, ma dà sempre qualcosa che è diverso da quello che diede in passato. Il senso della vita è lavorare alla trasformazione della materia.

La materia densa e pesante deve essere spiritualizzata, perciò tutti quelli che sostengono l'evoluzione vengono aiutati e sostenuti. Tutti affrontano l'evoluzione anche se qualcuno è più lento, perché la forza che sta lavorando in loro per far apparire tutte le loro qualità e virtù è lenta, perciò avanzano con più fatica e sembra che evolvano in modo impercettibile. La legge della vita è avere uno sviluppo verso la perfezione, perciò la legge del perfezionamento non può venire ostacolata senza dover subire le conseguenze. Questo è il senso della nostra missione individuale e collettiva, e sebbene gli uomini siano ancora abbrutiti, tutta l'umanità avrà un perfezionamento.

Molti continenti sono scomparsi perché vi si opposero, e oggi pochissimi lavorano coscientemente per scongiurare il pericolo. La maggior parte degli uomini lavora per dominare meglio, per avere sempre di più e per godersi la vita a danno degli altri. Prova ne è che, quando essi hanno ottenuto qualcosa, cercano di avere sempre più, e tengono tutto quello che hanno ottenuto solo per loro. Agiscono così perché il fine del loro lavoro e dell'agire è egoista. E non si creda che il perfezionamento provenga da fuori ossia dal mondo esterno. E se c'è qualcuno che ci promette di poter avere tutto senza dover fare degli sforzi, ci sta ingannando.

Al contrario di quanto si crede, quando otteniamo qualcosa senza doverci sforzare troppo, ne veniamo danneggiati e diventiamo sempre più infelici. Ma perché accade così? Perché se non abbiamo faticato per avere una cosa non abbiamo costruito il senso del valore di essa. Tutto quello che è ottenuto senza dover fare fatica non sappiamo apprezzarlo. È normale che non si sappia apprezzare ciò che si ottiene senza faticare, dice il maestro Aivanhov, perciò non stupisca se l'evoluzione richiede tanto lavoro, tanto tempo e tanta fatica.

Buona erranza
Sharatan