martedì 1 novembre 2016

Uno stato dell’essere



"La consapevolezza è uno stato dell’essere."
(Neale D. Walsch)

Sai qual è uno dei più tremendi castighi inventati nel vostro mondo? Non potete sopportare di restare soli per lunghi periodi. Nelle prigioni più inumane, nella cella d’isolamento non c’è neppure la luce. La porta è chiusa ti trovi nelle tenebre più fitte. Niente da leggere, niente da fare, niente del tutto.

Poiché pensare è creare, smetteresti di creare la tua realtà, perché la mente deve avere dei dati per poter creare. Voi definite le creazioni della mente «conclusioni» e, quando la mente non riesce ad arrivare a nessuna conclusione, la lasciate: andate «fuori di testa». Eppure, lasciare la mente non è sempre una cosa negativa.

Lo fate anche nei momenti di grande intuizione. Tu non credi che la comprensione intuitiva venga dalla mente, vero? Quello è il problema. Hai sempre pensato. Prova a non pensare, ogni tanto. Prova a essere, semplicemente. Quando «sei» con un problema, invece di continuare a pensarci, arrivano le maggiori intuizioni. Questo perché pensare è un processo creativo, mentre invece essere è uno stato di coscienza.

Pensiero, parola e azione sono i tre livelli della creazione, giusto? Quando pensi, crei. Ogni pensiero è una creazione. Perciò, quando pensi a un problema, cerchi di creare una soluzione. Puoi cercare di creare una soluzione, oppure puoi semplicemente diventare consapevole della soluzione che è già stata creata.

Ricorda, la mente deve avere dei dati per poter creare. L’essere invece non ha bisogno di dati sono un’illusione. Sono ciò che è inventato, e non ciò che è. Cercate di creare a partire da ciò che è, piuttosto che dall’illusione. Create da uno stato dell’essere e non da uno stato mentale. Non puoi trovare nessuna risposta rapidamente, se ti limiti a pensarci. Devi uscire dai tuoi pensieri, lasciarli indietro e muoverti verso il puro essere…

La consapevolezza è uno stato dell’essere. Perciò, se siete perplessi o in dubbio su qualcosa, non affrontatela con la mente. Se avete un problema, non «mentalizzatelo». E quando siete circondati dalla negatività, da forze ed emozioni negative, non pensateci. «Pensandoci» obbedite a quegli impulsi! Non lo vedete?

Rivolgendo a essi la vostra mente, ve ne lasciate controllare. Non siate come bambini controllati dai genitori. Uscite fuori di testa, fuori dalla mente. Ricordate, siete esseri umani, non pensieri umani, perciò entrate nella dimensione dell’essere. Che cosa sei, in questo momento? Allora, sai cosa sei! Ciò che senti è ciò che sei. Non ti ho già detto che le emozioni sono il linguaggio dell’anima?

Ti sto dicendo che, in ciascun momento presente, «sei» qualcosa. E ciò che senti ti dice esattamente ciò che sei in quel momento. Le emozioni non mentono mai. Non sanno farlo. Ti dicono ciò che sei, in ogni istante. E puoi cambiare ciò che senti cambiando semplicemente ciò che sei.

Puoi scegliere di «essere» in modo diverso. Il modo in cui ti senti è una reazione al modo in cui sei in un determinato momento. E puoi controllarlo. Questo è ciò che sto cercando di dirti. L’essere è uno stato in cui entri, non è una reazione. «Sentire» è una reazione, ma «essere» non lo è. Le tue emozioni sono una reazione a ciò che sei, ma il tuo essere non è una reazione a nulla. È una scelta.

La maggior parte delle persone non ne è consapevole. Perché vi dimenticate che siete voi a crear la vostra realtà. Ma il fatto che l’abbiate dimenticato non significa che non continuiate a farlo. Significa semplicemente che non sapete ciò che fate. Ora sai che cosa stai facendo. Questo è lo scopo del nostro dialogo. Sono venuto a svegliarti.

Ora sei sveglio, «sei» consapevole. La consapevolezza è uno stato dell’essere. E da questo stato puoi sceglierne qualunque altro. Puoi essere saggio o meraviglioso, compassionevole e comprensivo, paziente e disposto al perdono. Puoi semplicemente scegliere di essere felice. Non devi farlo. Devi semplicemente esserlo.

Non cercare di «fare» la persona felice. Scegli di «esserlo» e qualunque cosa tu faccia, uscirà da quello stato di felicità. Ciò che sei fa nascere ciò che fai. Ricordalo sempre. La felicità non è una cosa che accade, no! È perché scegli di esserlo, a causa di ciò che è accaduto o sta per accadere. Non hai mai visto due persone reagire in modo completamente diverso alle stesse circostanze?

Tu determini ciò che quel qualcosa significa per te. Tu decidi quel significato. Finché non sei tu a dare a ogni cosa un significato, il significato non esiste. Ricordalo. Nulla ha un significato, di per sé. Il senso di ogni cosa proviene dal tuo stato di essere. Sei tu che scegli, in ogni momento, se essere felice o triste, irritato, illuminato o qualunque altra cosa.

Non si tratta di una scelta fatta da qualcuno al di fuori di te. Lo scegli tu. E scegli in modo piuttosto arbitrario. Ora, ecco un grande segreto. Puoi scegliere uno stato di essere prima che qualcosa accada, proprio come lo scegli dopo che qualcosa è accaduto. Così puoi creare la tua esperienza, invece di averla.

In realtà, è ciò che stai facendo proprio adesso, e in ogni altro momento. Ma, a volte, lo fai inconsciamente. Agisci proprio come un sonnambulo. Se è così, è ora di svegliarti. Tuttavia, non puoi essere totalmente sveglio mentre pensi. Pensare è un altro modo di essere in uno stato di sogno. Perché ciò che occupa i tuoi pensieri è l’illusione.

Va benissimo. Vivi nell’illusione, quindi è giusto che le dedichi dei pensieri. ma ricorda, il pensiero crea la realtà, perciò se hai creato una realtà che non ti piace, non continuare a pensarci. Ogni tanto potrebbe essere una buona idea smettere del tutto di pensare ed entrare in contatto con una realtà più elevata. Uscire dall’illusione. (Neale D. Walsch, Amicizia con Dio, Sperling & Kupfer ed.)

giovedì 27 ottobre 2016

Veleggiando verso Bisanzio...



“Il mio cuore si consuma a poco a poco
malato di desiderio,
legato a un animale destinato a morire,
che non sa di che si tratti… “
(William Butler Yeats)

“Si può affermare forse che il disagio più grande che nasce dalla disattenzione, dalla sconnessione, dalla percezione e attribuzione erronea di cause è l’angoscia tipica della condizione umana: la piena catastrofe, quando la si evita e non la si esamina. Tutti, in pratica, hanno qualche «desiderio appena sussurrato» più o meno forte che proviene dal profondo della psiche, tutti hanno una vera vita segreta, una vita piena di sogni e di possibilità che di solito tengono nascoste.

Ne consegue una grande sofferenza: spesso manteniamo il segreto per tutta la vita, senza neanche immaginare di essere complici di un auto-inganno che può essere gravemente autodistruttivo e rovinarci la vita. il vero segreto qual è? Che in realtà non sappiamo chi o cosa siamo, tante sono le preoccupazioni e finzioni in superficie, tanti sono gli atteggiamenti costruiti interiori ed esteriori dietro ai quali ci nascondiamo per mantenere all’oscuro noi stessi e tutti gli altri.

Perché non è vero, forse, che in certi periodi ci si riempie il cuore di una quantità apparentemente infinita di desideri insoddisfatti che lo manovrano, perfino lo tormentano? Desideri grandi e piccoli, a prescindere da quanto successo e agio ci si possa attribuire da fuori? E non è vero che siamo vagamente consapevoli, a un livello sotterraneo della psiche, di essere davvero «legati a un animale destinato a morire?» e non sappiamo chi e che cosa siamo, in realtà?

In tre righe, Yeats cattura tre aspetti fondamentali della condizione umana: uno, che siamo insoddisfatti e che ne soffriamo; due, che siamo soggetti a malattia, vecchiaia e morte, la legge inesorabile dell’impermanenza e del continuo cambiamento; tre, che ignoriamo la vera natura del nostro stesso essere. Non è arrivato il momento di scoprire che siamo già più vasti di quel che ci consentiamo di credere? Non è tempo di scoprire che è possibile abitare questa conoscenza più ampia e magari liberarci dell’angoscia profonda dell’abitudine persistente a ignorare ciò che più conta?

Io direi che è tempo già da un bel po’ e quindi adesso è il momento migliore per questa scoperta. È vero, ogni tanto potremmo percepire i segni del nostro disagio sotto forma di vaghi turbamenti interiori; ogni tanto (di rado) potremmo perfino averne una visione momentanea, quando ci svegliamo disorientati e spaventati nel cuore della notte o quando una persona cara soffre molto o muore, o quando la nostra vita nel suo insieme ci si rivela all’improvviso in tutta la sua evidenza come se, fino a quel momento l’avessimo sempre e solo immaginata.

Ma non è vero anche che, appena possiamo, ci rimettiamo a dormire, letteralmente e metaforicamente, e ci anestetizziamo con un diversivo qualunque? Questo disagio umano di fondo, di cui parla Yeats, questo non sapere chi siamo, sembra troppo enorme per poterlo sopportare; dunque lo seppelliamo nel fondo più segreto della psiche, ben lontano dalla luce della piena coscienza. Come abbiamo visto, spesso ci vuole una crisi acuta per risvegliarci a esso e alle possibilità di guarire davvero, di liberarci dal buio della paura e della rimozione.

L’allontanamento dai segni più profondi della nostra umanità ci fa soffrire molto nel corpo e nella mente: possiamo sentirci consumati, per usare il termine di Yeats, letteralmente «divorati» e quindi rimpiccioliti (in tanti modi diversi), perché trascuriamo la piena realtà di ciò che siamo o magari non la conosciamo neanche o non ne abbiamo convinzione, né chiarezza.

In sostanza, questo dis-agio, questa malattia dell’inconsapevolezza, del non sapere ciò ch’è davvero essenziale nella nostra natura di esseri viventi, influisce sulla nostra vita di individui in ogni momento e anche nel corso dei decenni. Può produrre effetti a breve e a lungo termine sulla salute fisica e mentale; influenza inevitabilmente la vita familiare e lavorativa, in modi che spesso non si vedono, né si scoprono se non dopo anni, quando si è già prodotto un certo tipo di danno e si sono seguite senza volerlo vie poco sagge.

La sua presenza si riversa anche sulla società e la influenza, tramite i modi collettivi di considerare se stessi e agire nella professione; pervade le nostre istituzioni e le forme che scegliamo di dare agli ambienti, interiori ed esteriori, in cui viviamo. Tutto ciò che facciamo è influenzato, in un modo o nell’altro, dal fatto che ignoriamo il malessere di non sapere chi siamo e come siamo. È l’afflizione suprema, questa, la malattia suprema. In quanto tale dà origine a molte varianti, a molte diverse manifestazioni d'angoscia e sofferenza a livello del corpo, della mente e del mondo.”

(Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA ed.)

martedì 25 ottobre 2016

La conoscenza di sé



“Quanto più conoscete voi stessi, tanto più c’è chiarezza.”
(Jiddu Krishnamurti)

“Ora, per favore, ascoltate con attenzione, perché vi siete fatti delle idee strane sulla conoscenza di sé – che per ottenerla dobbiate esercitarvi, dobbiate meditare, dobbiate fare ogni genere di cose. È molto semplice, signori. Il primo passo è l’ultimo nella conoscenza di sé, l’inizio è la fine. Il primo passo è ciò che conta perché non è cosa che possiate apprendere da un altro. Nessuno può insegnarvela, dovete scoprirla da soli; deve essere una vostra scoperta, e quella scoperta non è qualche cosa di tremendo, di assurdo; è semplicissima.

In fin dei conti, conoscere voi stessi è osservare la vostra condotta, le vostre parole, quel che fate in tutti i rapporti quotidiani; questo è tutto. Cominciate con ciò e vedrete come sia straordinariamente difficile essere consapevoli, anche solo osservare il vostro modo di comportarvi, le parole che usate col vostro domestico, col vostro capo, l’atteggiamento che avete nei confronti della gente, verso le idee e le cose.

Esaminate i vostri pensieri, i vostri moventi nello specchio del rapporto e vedrete che, nel momento in cui osservate, volete correggere, dite: «Questo è bene, questo è male. Devo fare questo e non quello». Quando vi vedete nello specchio del rapporto, il vostro è un approccio di condanna o di giustificazione e, quindi, distorcete ciò che vedete. Mentre se osservate semplicemente in quello specchio il vostro atteggiamento nei riguardi della gente, verso le idee e le cose, se vedete soltanto il fatto senza giudizio, senza condanna o accettazione, allora scoprirete che quella stessa percezione ha la propria azione. Quello è l’inizio della conoscenza di sé.

Guardare voi stessi, osservare ciò che fate, ciò che pensate, quali sono i vostri moventi e incentivi e ciò nonostante non condannare o giustificare, è una cosa straordinariamente difficile a farsi, perché tutta la vostra cultura si basa sulla condanna, sul giudizio e sulla valutazione; siete stati educati a furia di «Fai questo, e non quello». Ma se siete in grado di guardare nello specchio del rapporto senza suscitare l’opposto, allora scoprirete che non c’è limite alla conoscenza di sé.

Vedete, l’indagine sulla conoscenza di sé è un movimento verso l’esterno che, più tardi, si volge all’interno. Dapprima guardiamo le stelle e poi ci guardiamo dentro. Allo stesso modo, cerchiamo la realtà, Dio, la sicurezza, la felicità, nel mondo oggettivo, e quando non la troviamo lì, ci volgiamo all’interno. Questa ricerca del Dio interiore, del sé supremo, o di quel che volete, cessa del tutto tramite la conoscenza di sé, e allora la mente si fa estremamente quieta, non per mezzo della disciplina, ma soltanto attraverso la comprensione, l’osservazione, l’essere consapevole di se stessa, in ogni minuto, senza alternativa.

Non dite: «Devo essere consapevole, ogni minuto», perché quella è soltanto un’altra manifestazione della nostra stupidità allorquando vogliamo ottenere qualcosa, quando vogliamo raggiungere uno stato particolare. Ciò che importa è essere consapevoli di voi stessi e continuare a esserlo senza accumulazione, perché non appena accumulate, da quel centro voi giudicate. La conoscenza di sé non è un processo d’accumulazione; è un processo di scoperta, di momento in momento, nel rapporto.

Nient’altro che consapevolezza! La consapevolezza dei vostri giudizi, dei vostri pregiudizi, delle vostre simpatie e antipatie. Quando vedete qualcosa, quel vedere è il frutto del vostro confronto, della vostra condanna, del vostro giudizio, della vostra valutazione, vero? Quando leggete qualcosa, state giudicando, state criticando, state condannando o approvando. Essere consapevoli è vedere, all’istante, tutto questo processo di giudizio, di valutazione, vedere le conclusioni, il conformismo, le accettazioni, i rifiuti.

Ora, si può essere consapevoli senza tutto ciò? Per il momento, tutto quello che conosciamo è un processo di valutazione, e quella valutazione è il frutto del nostro condizionamento, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri influssi religiosi, morali ed educativi. Questa cosiddetta consapevolezza è il risultato della nostra memoria - memoria intesa come il «me», l’olandese, l’hindú, il buddhista, il cattolico, o quel che si voglia.

È il «me» – i miei ricordi, la mia famiglia, la mia proprietà, le mie qualità – che guarda, giudica, valuta. Ora, ci può essere consapevolezza senza tutto ciò, senza il sé? È possibile guardare soltanto, senza condanna, osservare soltanto il movimento della mente, della propria mente, senza giudicare, senza valutare, senza dire: «È bene» o «È male»?

La consapevolezza che scaturisce dal sé, che è la consapevolezza della valutazione e del giudizio, fa sorgere sempre la dualità, il conflitto degli opposti – quel «ciò che è» e quel «ciò che dovrebbe essere». In quella consapevolezza c’è giudizio, paura, valutazione, condanna, c'è identificazione. Non è che la consapevolezza del «me», del sé, dell’«Io», con tutte le sue tradizioni, i suoi ricordi, e via dicendo. Una simile consapevolezza suscita sempre conflitto tra l’osservatore e l’osservato, tra ciò che sono e ciò che dovrei essere.

Ora, è possibile essere consapevoli senza questo processo di condanna, di giudizio, di valutazione? È possibile che io mi guardi, quali che siano i miei pensieri, e non condanni, non giudichi, non valuti? Non so se ci abbiate mai provato. È veramente arduo, perché tutta la nostra formazione dall’infanzia ci conduce a condannare o ad approvare. E nel processo di condanna o di approvazione c’è frustrazione, c’è paura, c’è un tormentoso dolore, c’è ansietà, il che è il processo stesso del «me», il sé.

Allora, sapendo tutto ciò, può la mente, senza sforzo, senza cercare di non condannare - giacché nel momento in cui dice: «Non devo condannare», è già intrappolata nel processo di condanna - può la mente essere consapevole, senza giudizio? Può limitarsi a guardare spassionatamente e, quindi, osservare quegli stessi pensieri, quelle stesse sensazioni nello specchio del rapporto – rapporto con le cose, con la gente e con le idee?

Questa tacita osservazione non provoca freddezza, un gelido intellettualismo – al contrario. Se comprendo qualcosa, non deve, ovviamente, esserci condanna, confronto alcuno – è semplice, non vi pare? Ma noi pensiamo che la comprensione scaturisca dal confronto, e in questo modo aumentiamo i confronti. La nostra educazione è di tipo comparativo, e tutta la nostra struttura morale, religiosa è fatta per confrontare e condannare.

Quindi, la consapevolezza di cui sto parlando è la consapevolezza dell’intero processo di condanna, e ne è la fine. In essa c’è osservazione senza alcun giudizio - cosa che è estremamente difficile; implica la cessazione, la fine completa del definire, del denominare. Quando mi rendo conto di essere bramoso, avido, stizzoso, passionale, o quel che si voglia, non è possibile osservarlo soltanto, esserne consapevole, senza condannare? - il che significa proprio smettere di attribuire un nome alla sensazione.

Infatti, quando do un nome, per esempio «avidità», l’attribuzione stessa del nome è il processo di condanna. Per noi, neurologicamente, la parola stessa «avidità» è già una condanna. Liberare la mente da ogni condanna significa cessare di attribuire dei nomi. Dopo tutto, il nominare è il processo di chi pensa. E il pensante che separa se stesso dal pensiero – il che è un processo del tutto artificiale, è irreale. Esiste solo il pensare; non c’è alcuna entità pensante; c’è solo una condizione d’esperienza, non l’entità che esperisce.

Così, tutto questo processo di consapevolezza, di osservazione è il processo di meditazione. È, in altri termini, la propensione a sollecitare il pensiero. Per la maggior parte di noi, i pensieri sopraggiungono senza sollecitazione – un pensiero dopo l’altro. Il pensare è incessante; la mente è schiava di ogni sorta di pensiero errabondo.

Se ve ne rendete conto, allora vedrete che può esservi una sollecitazione al pensiero - una sollecitazione del pensiero - e allora un perseguire ogni pensiero che abbia a sorgere. Per la maggior parte di noi, il pensiero giunge non sollecitato; in qualsiasi maniera. Comprendere quel processo e sollecitare, allora, il pensiero e perseguire quel pensiero fino alla fine è l’intero processo che ho descritto come consapevolezza; e in ciò non c’è un denominare.

Allora vedrete che la mente si fa straordinariamente quieta - non con fatica, non attraverso la disciplina, non attraverso una qualsiasi forma di tortura inflitta a se stessi e di controllo. Mediante la consapevolezza delle proprie attività, la mente diventa sorprendentemente quieta, calma, creativa - priva dell’azione di qualsiasi disciplina o di qualsiasi imposizione. 

Allora, in quella calma della mente, si presenta il vero, senza sollecitazione. Non potete sollecitare la verità; essa è l’ignoto. E in quel silenzio colui che sperimenta è assente. Perciò, ciò che è sperimentato non viene accumulato, non viene ricordato come «la mia esperienza della verità». 

Allora la vita ha qualcosa che è al di fuori del tempo – che non può essere misurato da chi lo sperimenti, o da chi meramente ricordi un’esperienza passata. La verità è qualcosa che giunge di momento in momento. Non va coltivata, non va accumulata, immagazzinata e trattenuta nel ricordo. Giunge soltanto quando c’è una consapevolezza in cui colui che sperimenta è assente.” (Jiddu Krishnamurti, Verso la liberazione interiore, Guanda ed.)

domenica 23 ottobre 2016

La madre di tutti i buddha



“Voi siete tanti buddha.
In ognuno di voi c’è un buddha.”
(Buddha Shakyamuni)

“In uno splendido passaggio dell’Avatamsakasūtra si descrive il giovane Sudhana alla ricerca della madre del Buddha. Per imparare, il giovane Sudhana si era rivolto, nel tempo, a molti svariati maestri; il suo maestro in origine era il grande bodhisattva Mañjusri, il bodhisattva della Grande Comprensione, che l’aveva incoraggiato ad andare a studiare presso molti maestri diversi, non solo anziani ma anche giovani, non solo buddisti ma anche non buddisti.

Un giorno Sudhana si sentì dire che sarebbe dovuto andare a trovare la madre del Buddha, perché avrebbe potuto imparare molto da lei. Si mise dunque in cerca della madre del Buddha, ma si stancò molto senza riuscire a trovarla. Qualcuno allora gli disse: «Non devi andare da nessuna parte: basta che ti siedi a praticare la consapevolezza del respiro e la visualizzazione, e sarà lei ad arrivare da te.»

Smise dunque di cercarla e si sedette a praticare. All’improvviso dalle profondità della terra vide emergere un loto dai mille petali; seduta su uno di quei petali c’era la madre del Buddha: Mahamaya. Sudhana le si inchinò e subito si rese conto di sedere a sua volta su un petalo dello stesso loto. Ogni petalo si trasformò in un loto intero con mille petali. Vedete, l’uno contiene il tutto. Il loto dunque aveva mille petali. La signora Mahamaya stava seduta su un petalo, e all’improvviso aveva visto quel petalo trasformarsi in un intero loto dai mille petali.

Felicissimo, giunse le mani e alzò lo sguardo sulla madre del Buddha. Fra lei e il giovane Sudhana si aprì una deliziosa conversazione. Mahamaya disse: «Giovane, sai una cosa? L’attimo in cui ho concepito Siddharta è stato un momento meraviglioso. Una sorta di beatitudine ha invaso il mio intero essere. La presenza di un buddha dentro di sé è qualcosa di splendido: non si può essere più felici di così. Sai ragazzo, dopo che Siddharta è entrato nel mio grembo, infiniti boddhisattva sono arrivati da tutte le direzioni a chiedermi il permesso di entrare a far visita a mio figlio.

Infiniti boddhisattva amici di Siddharta, dunque, sono andati a far visita all’amico per assicurarsi che stesse comodo, lì dentro. Entrarono tutti nel mio grembo, a milioni. Eppure avevo l’impressione che se ci fossero stati ancora altri boddhisattva che desideravano entrare, ci sarebbe stato ancora spazio per loro. Giovane, vuoi sapere una cosa? Io sono la madre di tutti i buddha nel passato, sono la madre di tutti i buddha nel presente, e sarò la madre di tutti i buddha nel futuro.»

Ecco cosa disse Mahamaya: «Magnifico. Profondissimo.» Ed è questo il compito della visualizzazione: mostrarti la natura dell’inter-essere, mostrarti la verità che l’uno contiene l’altro. Il più piccolo degli atomi può contenere l’intero cosmo. Chi è Mahamaya, la madre di tutti i buddha? È qualcosa al di fuori di te, o sei tu stesso? Ognuno di noi porta in grembo un buddha.

Mahamaya è semplicemente la donna che ne è pienamente consapevole. Camminando e sedendosi fa molta attenzione perché sa di portare in sé un buddha. Sa che tutto ciò che mangia, tutto ciò che beve, tutto ciò che fa, ogni film che vede, avrà influenza sul figlio. Il buddha Shakyamuni ha detto: «Voi siete tanti buddha. In ognuno di voi c’è un buddha.»

Che tu sia una donna o un uomo, porti in te un buddha. Eppure noi, diversamente da Mahamaya, non prestiamo attenzione a ciò che mangiamo, che beviamo, che fumiamo, alle preoccupazioni, ai progetti, etc. non siamo “madri del buddha” responsabili. Come in Mahamaya, anche in noi c’è molto spazio, non solo per un singolo buddha, ma per infiniti.

Possiamo dichiarare, come Mahamaya, di essere stati nel passato “la madre di tutti i buddha”; possiamo essere la madre di tutti i buddha nel presente; saremo capaci di essere la madre di tutti i buddha nel futuro? Se ti visualizzi come futura madre di un buddha, ogni complesso psicologico svanirà: puoi compararti con la responsabilità di una “madre del Buddha” in modo che il Buddha che è in te abbia la possibilità di manifestarsi per te stesso, per il mondo.” (Tich Nhat Hanh, Camminando con il Buddha, Mondadori)

giovedì 20 ottobre 2016

Nutrimento



“Compi tutti i tipi di azioni,
e riceverai ogni tipo di ricompensa,
mangia tutti i tipi di cibo
e riceverai tutti i tipi di malanno.”
(Proverbio tibetano)

“La vita altro non è che uno scambio ininterrotto fra l’universo e quel piccolo atomo che ognuno di noi rappresenta nel mondo. La vita cosmica entra nell’uomo il quale, dopo averla impregnata delle sue emanazioni, la restituisce all’universo. Poi l’uomo torna a riassorbire quella vita e di nuovo la rinvia. È uno scambio continuo fra l’uomo e l’universo che si chiama nutrizione, che si chiama respirazione e che si chiama pure amore.

La vita è uno scambio tra due mondi, e colui che non fa nessuno scambio muore. Bisogna fare degli scambi con la terra per vivere sul piano fisico; bisogna fare degli scambi con l’acqua per vivere sul piano astrale, il cuore; bisogna fare degli scambi con l’aria per vivere nel piano mentale, l’intelletto; bisogna fare degli scambi con il calore e la luce per poter vivere nell’anima e nello spirito.

Mi domando se riuscite a immaginare che cosa rappresenti il processo della nutrizione esteso a tutto il cosmo; l’uomo trova nei vari livelli dello spazio il nutrimento che si addice ai suoi diversi corpi. Cercate di capire, e comincerete a sentire il suono dell’universo come un’immensa sinfonia. Non bisogna limitare la funzione dell’alimentazione al solo piano fisico. Non è sufficiente mangiare!

Sì, la nutrizione deve occupare il primo posto, ma su tutti i piani: fare degli scambi non soltanto con l’aspetto denso, ma anche con quello più sottile dell’universo. Per fare in modo che tali scambi possano avvenire, le vie di comunicazione devono essere libere; se sono ostruite, la circolazione avviene faticosamente e subentrano disturbi di vario genere. È come quando i canali sono intasati; bisogna liberarli. Ma come? Mediante la purificazione.

Sul piano fisico in questi casi si digiuna, si prendono dei purganti o si fanno clisteri. Nei piani psichici si rimedia invece mediante la purificazione. La preghiera, la meditazione e l’estasi rappresentano pure un modo di nutrirsi. Esse consentono di gustare un cibo celeste, l’ambrosia, il nutrimento dell’immortalità. Si tratta di un elemento immateriale, sebbene per gli alchimisti esistesse anche sul piano fisico; per questo l’hanno chiamato l’elisir di vita immortale.

Infatti, si può affermare che tale elisir esiste sul piano fisico sparso in tutta la natura, ed è il sole che lo distribuisce. Se in primavera e in estate andiamo ogni mattina al sorgere del sole, lo facciamo proprio per bere quella quintessenza di vita, quell’ambrosia che il sole diffonde in tutto l’universo e di cui le rocce, le piante, gli animali, oltre che gli uomini, ricevono delle particelle.

Ma tutte quelle particelle che gli esseri umani captano inconsciamente, l’uomo dovrebbe imparare a captarle in modo cosciente da quel fluido che è il fuoco, cioè la luce del sole. Nella nuova era che si sta avvicinando gli uomini impareranno a nutrirsi di quelle particelle sottili. So che molti di voi saranno sorpresi nell’udire cose simili, eppure questo nuovo modo di nutrirsi rientra nell’ordine naturale delle cose.

Non ci si deve accontentare di cibi densi, poiché generano sempre molte scorie, e queste finiscono per ostruire e intossicare l’organismo. se invece ci si alimenta di luce, non ci saranno scorie; infatti la luce è la sola che non ne lascia in quanto è pura. Quando vi scaldate con una stufa a legna o carbone, prima di riaccendere il fuoco dovete levare la cenere. La stessa cosa accade per il nostro organismo… la malattia ha origine appunto da certi rifiuti che non sono stati espulsi. Infatti si potrebbe definire la malattia come un insieme di materiali che l’organismo non ha potuto eliminare.

La salute invece è il risultato di trasformazioni talmente rapide e sottili che nell’organismo non rimane più nulla di impuro. Quando sarete capaci di assorbire quella quintessenza purissima diffusa dal sole, sentirete la vostra salute migliorare, la vostra intelligenza schiarirsi, il vostro cuore dilatarsi e la vostra volontà rinforzarsi. Ogni qualvolta riuscirete ad attingere un sorso da quella sorgente inesauribile che è il sole, sentirete verificarsi in voi grandi cambiamenti.” (Omraam Mikhaël Aïvanhov)

martedì 18 ottobre 2016

Da una mano all’altra



“Nessun gesto di gentilezza,
per quanto piccolo, va mai sprecato.”
(Esopo)

“Proprio come la felicità, la gentilezza e l’amore, anche la generosità alimenta altra generosità. Paradossalmente, è difficile sostenere che esista davvero un atto di generosità, perché donare felicità agli altri è il modo migliore per dare felicità a se stessi. Ma nella pratica della generosità il punto fondamentale è agire senza aspettarsi qualcosa in cambio, e questa è la parte più difficile.

Anche se cominciate dalle piccole cose e date poco, se lo fate con il cuore e senza pretese di ricompensa, compirete buone azioni. Ovviamente, se qualcuno vi ringrazia, questo è bello; ma se non ricevete nessun ringraziamento, non ha importanza, date comunque. La generosità non consiste soltanto nel dare in senso materiale.

Se riuscite a insegnare qualcosa a un’altra persona o a ispirarla, si tratta comunque di un eccellente atto di generosità; l’ispirazione è uno dei massimi doni. Potete anche proteggere o curare qualcuno: ecco un’altra azione di generosità. La pazienza, la tolleranza, il riso, l’apprezzamento, la gentilezza e la compassione sono tutti doni stupendi che possiamo offrire ogni giorno.

Alcuni grandi yogi indiani, mille anni fa, dissero che avevano imparato a praticare la generosità passando dapprima le cose dalla mano sinistra alla mano destra. Avevano inventato questo semplice metodo per addestrarsi a dare. Può sembrare un metodo infantile, ma forse funziona proprio per questo; si parte dal piccolo per passare poi gradualmente al sempre più grande.

In questo modo, quando date qualcosa a qualcuno - sia un oggetto materiale, sia un’ispirazione o protezione - lo fate senza sforzo. E non provate nessun rimpianto e nessuna necessità di ostentare il vostro gesto. Un buon sistema per cominciare è dividere ciò che volete dare in due metà: la prima per gli altri e la seconda per voi.

In tal modo condividerete e gradualmente ritroverete la motivazione pura, senza condizioni e senza sentire il bisogno di raccontare al mondo ciò che avete fatto. L’atto basta a se stesso. Quando si compiono questi atti dal profondo del cuore, essi provocano un sentimento di calore, di pace e di felicità. Non sarete più presuntuosi, ma riconoscenti.

La pratica è sincera e genuina e, essendo spontanea, invece di nascere da una sensazione di peso o di colpa, dona un enorme senso di gioia e di soddisfazione. Date spontaneamente e con la gioia nel cuore. Anche se non avete niente di materiale da donare, non ha importanza. Avete aperto il vostro cuore e vi siete liberati dei pesanti attaccamenti alle cose o alle persone.

Date agli altri la libertà e sarete liberati voi stessi. Tutti dobbiamo essere fratelli e sorelle. Tu puoi essere ricco, io posso essere povero; non importa. Al di là delle differenze individuali, siamo tutti uguali. Possiamo fare esperienze diverse, ma alla fine della giornata ci saremo scambiati tante cose. Perciò piangiamo insieme, ridiamo insieme, rattristiamoci insieme, gioiamo insieme, aiutiamoci l’uno l’altro.

In molte, molte esistenze precedenti, il Buddha Shakyamuni diede in dono la sua vita e il suo corpo. Una volta, in Nepal, offrì il suo corpo a una tigre, e noi possiamo ancora vedere il luogo in cui questo accadde. La tigre affamata stava per divorare il suo cucciolo e il Buddha preso da compassione, conoscendo ciò che stava per succedere, offrì il suo corpo. E, poiché la tigre era troppo debole per mangiare, il Buddha si tagliò una vena, in modo che l’animale potesse prima leccare il suo sangue e finalmente divorarlo.

La maggior parte di noi cerca continuamente la felicità, compiendo ogni sorta di azioni sciocche ed egoistiche, senza comprendere che, rendendo felici gli altri, anche noi lo saremo. E possiamo verificare da soli se questo sia vero. Sto cercando di dire che, se avete un grande cuore disponibile a condividere i suoi doni, allora quei doni si moltiplicheranno. Più darete con il cuore, più riceverete.

Se offrirete e aiuterete senza aspettarvi niente in cambio e senza porre condizioni, questa sarà una grande pratica e una grande gioia che non potrà essere misurata da nessuno strumento umano. Posso anche aggiungere che, quando voi aiutate, o date o fate qualcosa di benefico in modo incondizionato, tutto ciò che riceverete in cambio sarà anch’esso incondizionato. Non è un buon affare?” (Gyalwang Drupa, Vedere il cielo in un fiore selvatico, Mondadori)

sabato 15 ottobre 2016

Haiku



“Il vecchio stagno
la rana salta dentro
il suono dell’acqua.”

Questo è uno dei più famosi haiku di Matsuo Basho. Possiede quella qualità speciale di cui solo gli illuminati sono consapevoli. La sua bellezza non è solo estetica, è anche esistenziale: ha la fragranza della buddhità. L’haiku non è una comune poesia. La comune poesia è frutto dell’immaginazione; è una creazione della mente. L’haiku riflette semplicemente ciò che è. La consapevolezza diventa uno specchio e riflette ciò che ha di fronte: lo specchio non è toccato da ciò che riflette.

Quando non ha davanti nessuno da riflettere, lo specchio rimane immutato. Sia che rifletta o che non rifletta, sia che rifletta una cosa buona, sia che rifletta una cosa cattiva, lo specchio rimane vergine. Così è la consapevolezza di colui che è illuminato. Basho era un discepolo del Maestro zen Butcho. Quando nacque in lui questo bellissimo haiku, viveva in una capanna ai bordi di un vecchio stagno.

Un giorno, dopo una breve pioggia, il Maestro Butcho fece visita a Basho e gli chiese: «Cos’hai compreso in questi giorni?» Nota che non gli chiese: «Cos’hai appreso?» Ma gli chiese: «Cos’hai compreso?» La comprensione è una cosa del tutto diversa dal sapere. Il sapere lo prendi in prestito, la comprensione nasce in te. Il sapere ti arriva dall’esterno; la comprensione scaturisce dalla tua interiorità. Il sapere è brutto, perché è di seconda mano. Il sapere non potrà mai entrare a far parte del tuo essere; rimarrà alieno, estraneo a te, non potrà mai affondare le sue radici dentro di te.

La comprensione nasce da te, è la tua stessa fioritura, è autenticamente tua: di conseguenza è bella e liberatoria. Non puoi prendere in prestito la verità da nessuno; inoltre una verità presa in prestito non è più una verità: è già una menzogna. Nell’istante in cui viene detta, la verità diventa una menzogna. Devi sperimentare personalmente la verità, non devi udirla da altri, né devi leggerla. La verità deve pulsare in te e circolare come il tuo stesso sangue. Quando hai compreso la verità, tu diventi verità. Basho rispose:

«La pioggia è passata
ha inumidito il verde mischio.»

Fino a qualche minuto prima pioveva: la pioggia è passata e ha inumidito il muschio verde. Va bene, ma non benissimo. Butcho non era soddisfatto, la risposta era buona, ma nulla di valore. Il discepolo aveva un potenziale infinito e il Maestro non poteva essere soddisfatto tanto facilmente. Ricordalo! Più è grande il tuo potenziale e più saranno difficili i compiti che il Maestro ti assegnerà. Egli sarà severo, sarà durissimo con te.

La risposta sarebbe stata buona se l’avesse data qualcuno con un potenziale inferiore a quello di Basho, allora il Maestro avrebbe potuto accettarla annuendo con un cenno della testa, ma non da Basho. Era sufficiente un intervallo di pochi minuti: la pioggia era finita, le nuvole si erano disperse, il sole era tornato a risplendere tutt’intorno, sullo stagno, sulla capanna.

Il Maestro disse: «Dimmi qualcosa di più!» ma non intendeva dire: «Parlami più a lungo di questo.»; il suo “di più” non aveva un significato quantitativo. Egli intendeva dire: «Dimmi qualcosa di più profondo, dimmi qualcosa di più intenso, di più esistenziale: dimmi qualcosa di più in senso qualitativo!» In quell’istante, Basho sentì un plop! Fatto da una rana, che saltava nello stagno e disse:

«La rana salta dentro
il suono dell’acqua.»

Questo è il Tao, è l’immediato, ciò che è vivo e pulsante nel momento presente. Il Tao non conosce il passato, non conosce il futuro. Il Tao conosce solo un tempo: il presente, conosce solo il qui-e-ora. Questa è un’affermazione del Tao; questo è Tao puro, semplice, nudo. A questa risposta, il Maestro si sentì immensamente deliziato: il Maestro si sente sempre deliziato quando un discepolo fa ritorno a casa.

La delizia del Maestro non conosce limiti, è come se gli accadesse di nuovo l’illuminazione. Al suo essere, già perfetto, si aggiunge altra perfezione. Il suo essere non ha bisogno di alcuna aggiunta, ma ogni volta che un discepolo si infiamma di consapevolezza, il Maestro ha la sensazione che di nuovo gli sta accadendo l’illuminazione!

Il Maestro si sentì immensamente deliziato e la delizia del Maestro fu l’occasione per l’illuminazione di Basho. Vedendo il volto deliziato del Maestro, vedendo l’aura della sua gioia e il suo cenno di assenso… forse non disse nulla: il silenzio del Maestro inondò il discepolo di grazia e Basho si illuminò! Che momento per illuminarsi! In passato, migliaia di persone raggiunsero l’illuminazione, ma il modo in cui Basho si illuminò, rimane unico.

Poiché il Maestro si sentiva immensamente deliziato, la delizia stessa del Maestro penetrò come una spada nel cuore di Basho. Fiori piovvero sul discepolo, poiché il Maestro aveva sorriso… Basho sentì una musica inaudibile, poiché il Maestro l’aveva guardato benedicendolo, con gioia. In seguito Basho continuò a rifinire il suo haiku, come se fosse un diamante. Basho continuò a rifinirlo per tutta la vita, poiché questo breve haiku è un frammento raro:

«Il vecchio stagno
la rana salta dentro
il suono dell’acqua.»

Fu a causa di questo haiku che, in lui, si scatenò il processo dell’illuminazione. Basho continuò a rifinire il suo haiku, come un diamante: continuò a tagliarlo, per dargli una profondità sempre maggiore. Per questo aggiunge: “Il vecchio stagno” perché la prima affermazione era soltanto:

«La rana salta dentro
il suono dell’acqua.»

In seguito aggiunse: “Il vecchio stagno” e la mia sensazione è che: “Il vecchio stagno” premeva per essere incluso. E “Il vecchio stagno” aveva tutti i diritti di essere incluso: senza quello non ci sarebbe stata la rana, né il suo salto, né “il suono dell’acqua.” Basho doveva molto a quel “vecchio stagno”. Lo incluse e l’haiku diventò:

«Il vecchio stagno
la rana salta dentro
il suono dell’acqua.»

Inoltre, in seguito, lasciò perdere: “dell’acqua.” L’haiku non aveva più la perfezione precedente, però era più completo di prima. Era diventato:

«Il vecchio stagno
la rana salta dentro
il suono.»

L’haiku non ha più la perfezione precedente, ma è più completo. Cosa intendo dire, quando dico che ora è più completo? Adesso è un fenomeno in crescita, non occorre mettere un punto. Prima c’era un punto; era un prodotto finito e non avresti potuto aggiungere niente. Non ti lasciava niente su cui meditare. Invece, solo “il suono” è una porta aperta. Non c’è più il punto, diventa una ricerca.

Ora è più completo, ma meno perfetto. Ora è completo: completo nel senso che è in crescita. È un albero in crescita, imprevedibile: adesso ciascuno deve meditare sull’haiku. E tra i ricercatori che seguirono Basho, divenne una tra le maggiori meditazioni. Ora la sua bellezza è aumentata. Ricorda sempre: tutto ciò che è completo, assolutamente completo, perde qualcosa, è morto.

I massimi poemi sono quelli lasciati incompleti, quelli in cui sia rimasta aperta una porta per farti entrare: così il tuo essere può entrare in comunione con il poema incompleto, in quel modo il tuo essere può completarlo, in quel modo puoi completarlo nella tua esistenza. L’haiku era diventato:

«Il vecchio stagno
la rana salta dentro
il suono.»

Tuttavia, in seguito, Basho lasciò perdere qualcos’altro e l’haiku divenne:

«Il vecchio stagno
la rana salta dentro
Plop!»

Così l’haiku tocca un crescendo, solo: Plop! È ancora più vero. È più vero per la rana, è più vero per lo stagno, è più vero per la realtà. La realtà conosce solo: Plop! Adesso ti lascia lì, semplicemente a meravigliarti, a ricercare, a meditare. Qualcuno chiese a Basho: «Perché hai tolto le parole: dell’acqua e alla fine anche: il suono?» Basho rispose: «Perché voglio che voi udiate che tipo di suono è. Non voglio dirlo io, voglio che lo udiate per come è!» (Osho, Il sacro fuoco, Mondadori)

giovedì 13 ottobre 2016

Una mente tranquilla



“Sono entrato nel vostro stato di sogno per dirvi:
smettete di fare del male a voi stessi e agli altri,
smettete di soffrire, svegliatevi!”
(Sri Nisargadatta Maharaj)

“La mente è discontinua. Ha ripetuti vuoti, come nel sonno o durante uno svenimento, e si distrae. Deve esserci qualcosa di continuo per registrare la discontinuità… Finché osservi la mente, non puoi oltrepassarla. Per andare oltre, devi distogliere lo sguardo dalla mente e dai suoi contenuti. Tutte le direzioni sono nella mente! Non ti sto chiedendo di guardare in una direzione particolare. 

Non devi far altro che distogliere lo sguardo da tutto ciò che accade nella tua mente e dirigerlo su “l’io sono” che non è una direzione, ma la negazione di ogni direzione. Alla fine anche “l’io sono” dovrà andarsene, perché non c’è bisogno di ribadire ciò che è evidente. Dirigere la mente su “l’io sono” serve solo a distoglierla da tutto il resto. Quando la mente è tenuta lontano dalle sue preoccupazioni, si calma. 

Se non disturbi questa quiete e ci rimani dentro, scopri che è pervasa da una luce e un amore che non hai mai conosciuto; eppure riconosci immediatamente che è la tua vera natura. Una volta che hai vissuto questa esperienza, non sarai più lo stesso uomo. La mente indisciplinata potrà interrompere questo stato di quiete e cancellare la percezione che se ne è avuta. Ma la calma tornerà certamente, sempre che si tenti continuamente di mantenerla. 

E viene un giorno in cui tutti i legami si spezzano, le illusioni e gli attaccamenti finiscono, e la vita si concentra totalmente sul presente… la mente non esiste più. C’è solo amore in azione. Non avrai più paura. Anche il tuo piccolo corpo è pieno di misteri e di pericoli, ma non ti spaventa perché pensi che sia tuo. Quello che non sai è che l’intero universo è il tuo corpo, e quindi non hai bisogno di temerlo. Potresti dire di avere due corpi: uno personale e uno universale. 

Quello personale va e viene, l’altro è sempre con te. L’intera creazione è il tuo corpo universale. Sei talmente accecato da ciò che è personale, che non vedi l’universale. Questa cecità non scompare da sola, deve essere disfatta deliberatamente e abilmente. Quando comprendi tutte le illusioni e le abbandoni, raggiungi uno stato di perfezione, libero da errori, in cui non esistono più distinzioni tra il personale e l’universale… 

Quando ti immergerai profondamente dentro di te in cerca della tua vera natura, scoprirai che soltanto il corpo è piccolo e solo la memoria è corta, mentre il vasto oceano della vita è tuo. Il senso di identità pervade l’universale. Cerca e troverai la Persona Universale, che è te e infinitamente di più. In ogni caso, comincia col renderti conto che il mondo è in te e non il contrario. Il tuo corpo personale è una parte in cui tutto viene magnificamente riflesso. 

Ma hai anche un corpo universale. Non puoi neppure dire di non conoscerlo, perché lo vedi e lo sperimenti in continuazione. Solo che tu lo chiami “il mondo” e ne hai paura. Riconoscendoti come uno che risiede in entrambi i corpi, non disconoscerai nulla. Ti interesserai all’intero universo, amerai ogni essere vivente aiutandolo con la massima tenerezza e saggezza. Non ci sarà conflitto di interessi tra te e gli altri. cesserà definitivamente qualsiasi forma di sfruttamento. 

Ogni tua azione sarà benefica e ogni gesto una benedizione. Ma ricorda che hai due modi: puoi darti anima e corpo alla ricerca di te stesso, oppure accetti le mie parole sulla fiducia e agisci di conseguenza. In altri termini, o ti occupi totalmente di te stesso o te ne disinteressi totalmente. L’importante è il “totalmente”. Per raggiungere il Supremo, devi essere estremo. Renditi conto di essere l’oceano della coscienza in cui tutto accade. Non è difficile. 

Un po’ di attenzione, di concentrata osservazione di te stesso, e vedrai che niente accade al di fuori della tua coscienza…Tu conosci il mondo esattamente come conosci te stesso: tramite i sensi. È la mente che ha separato il mondo in esterno e interno alla tua pelle e ha messo i due in opposizione. Ciò ha creato paura, odio e tutti i tormenti della vita. Hai ragione, senti che non puoi esserci esperienza al di fuori della coscienza. Però rimane l’esperienza di essere. 

Oltre la coscienza c’è uno stato che non è inconscio. alcuni lo chiamano super-coscienza, coscienza pura o suprema. È pura consapevolezza, libera dal nesso soggetto-oggetto. La coscienza è intermittente, piena di vuoti. Ciò nonostante, c’è la continuità dell’identità. A cosa è dovuto il senso di identità, se non a qualcosa che trascende la coscienza? La mente è comunque in continuo cambiamento. 

Osservarla in modo distaccato ti basta a calmarla. Quando è calma puoi trascenderla. Non tenerla continuamente occupata. Fermati e limitati a essere. Se la fai riposare, si stabilizza e riacquista forza e purezza. L’attività incessante del pensiero la deteriora… Rendila calma e chiara, e ti conoscerai per come sei. 

Sei al di là della mente, ma è grazie a essa che conosci. È ovvio che la portata, la profondità e il genere di conoscenza dipende dallo strumento che usi. Migliora il tuo strumento e migliorerà anche la conoscenza. Ti basta avere una mente tranquilla. Non appena sarà calma, tutto il resto accadrà nel modo giusto. Come il sole sorgendo rende attivo il mondo, così la consapevolezza di sé produce cambiamenti nella mente. 

Alla luce di questa calma e stabile consapevolezza, le energie interiori si risvegliano e fanno miracoli, senza alcuno sforzo da parte tua. Convinciti che sei destinato all’illuminazione. Coopera con il destino, non contrastarlo, non ostacolarlo. Dagli modo di compiersi. L’unica cosa è prestare attenzione agli ostacoli creati dalla stupida mente.” (Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini ed.)