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sabato 19 marzo 2016

La morte in Egitto



“Quello che vediamo dipende principalmente
da quello che stiamo cercando.”
(John Lubbock)

Secondo la tradizione Platone fece un viaggio in Egitto per arricchire la sua formazione e acquisire nozioni di fisiologia, di medicina, di astronomia e forse anche per avere una formazione sapienziale. Ma forse possiamo dubitare che sia venuto in contatto con le dottrine sull’aldilà che erano patrimonio esclusivo della casta sacerdotale da cui dovevano essere certamente esclusi gli stranieri. Perciò sappiamo che Platone non maturò le sue idee sull’anima traendole dalle concezioni degli egiziani, bensì le apprese dal suo maestro Socrate. È a Socrate che dobbiamo la dottrina occidentale dell’anima e la scoperta della dimensione interiore, e la svolta certamente avvenne con il movimento orfico e con le riflessioni delle scuole pitagoriche.

Le idee degli antichi egiziani riguardo all’anima erano molto complesse, ma è sicuro che essi consideravano la morte come un evento che faceva parte dei normali cicli della natura, perché il rinnovarsi delle inondazioni del Nilo gli mostravano un perenne rinascere. Per gli egiziani, il morire faceva parte del vivere e così vanno pensate le formule e i riti che si recitavano sul defunto per salvarlo dal mondo inferiore e aiutarlo a transitare verso la sopravvivenza. 

Alcuni studiosi dicono che la dottrina egiziana era una dottrina stellare, perché il mondo dei morti era il mondo delle stelle. Il mondo celeste veniva chiamato Dat o Duat, e il termine veniva rappresentato da una stella racchiusa in un cerchio, perché la dimensione celeste veniva immaginata sopra la terra e, in parte, anche sotto la terra. Essi credevano nell’esistenza di un cielo superiore e di un cielo superiore. Le due dimensioni venivano rappresentate dal cielo stellato, perciò si credeva che le anime dei morti si rifugiassero nella duplice volta celeste per confondersi con le stelle e avere la vita eterna.

In questa teoria vediamo una distinzione tra la parte materiale dell’uomo che veniva abbandonata sulla terra, e la parte spirituale che sfuggiva dalla materia per godere insieme alle stelle, della vita eterna. A queste idee si sostituì una dottrina solare che, in parte, si legge anche nei Testi delle Piramidi che è un formulario di rituali funebri che erano dedicati esclusivamente ai sovrani. Secondo alcuni, la dottrina stellare e quella solare, non erano in contrasto ma avevano lo stesso scopo, infatti una dottrina trattava il destino degli uomini e l’altra parlava del destino del sovrani.

Per questo motivo, i sacerdoti del dio-Sole ad Eliopoli avevano conservato buona parte della concezione solare e, in particolare, la concezione di Duat perché il sole e le stelle si muovono nel medesimo spazio. In origine si credeva che il sole, dopo aver percorso il cielo superiore durante il giorno, scendeva nel mondo sotterraneo per scaldarlo durante la notte. I teologi di Eliopoli non trovarono altro modo per giustificare il mondo sotterraneo, infatti i Testi delle Piramidi fanno riferimento solo alla Duat superiore.

Queste idee fecero credere a Erodono che l’egiziano avesse una concezione dualistica dell’uomo, e che l’elemento fisico e quello spirituale fossero contrapposti. Ma, la loro idea sulla natura dell’uomo non recava alcuna contrapposizione tra la parte materiale e quella immateriale. L’uomo, per gli antichi egiziani, era un’unità monadica arricchita da tutte le qualità e, in ogni fase della sua esistenza, viveva e agiva sempre come un essere integrato, pieno e completo.

Egli si esprimeva in una pluralità di modi di essere e di esistere, e la pienezza del suo essere si conservava sia durante la vita che nell’esistenza post mortem. La tomba era la casa del defunto, perciò le decoravano e arredavano con la massima ostentazione del rango che avevano, perché la loro personalità non si estingueva neppure con la morte. Gli studiosi, riguardo la creazione e il divenire del mondo, affermano che gli egiziani credevano che gli uomini  fossero nati dalle lacrime del dio creatore e, in particolare, dal dio-Sole.

L'antico mito si basa sull’assonanza della parola uomo (rmt) e lacrima (rmjt) che hanno quasi le stesse consonanti, e la concezione secondo la quale la somiglianza delle parole comporta la somiglianza dei concetti rappresentati da quei termini. Gli dei crearono gli uomini con le loro lacrime, ma questo avvenne solo durante la creazione originaria, invece non accade più quando si creano i singoli uomini. Il dio Khnum si occupa di plasmare l’uomo (il suo ka) con il suo tornio di vasaio, in quanto si credeva che ci fosse una continuità dell’azione creativa del dio.

La prima creazione è unica, ma poi avviene il continuo e perenne plasmarsi degli uomini che si protrae nel tempo e continuerà per l’eternità. Khnum veniva raffigurato davanti al suo tornio da vasaio con accanto due piccole figure umane uguali che assistono al suo lavoro: uno è l’uomo e l’altro è il ka che lo animerà e che gli infonderà la sua personalità. Gli egiziani credevano che l’entità umana contenesse tre elementi spirituali: il ka, il ba e l’akh: e questo concetto è contenuto nei Testi delle Piramidi. Il grafema “ka” viene rappresentato dalla stilizzazione di due braccia sollevate con le mani aperte nel gesto di proteggere o di abbracciare, e il simbolo è posto sopra uno stendardo.

Il termine sembra derivare da una radice che significa “generare” perciò possiede un significato occulto che esprime la realizzazione fisica e spirituale della persona umana, e che rappresenta una sorta di alter ego che è associato al daimon greco oppure al genius latino. Il ka è una qualità impersonale che appare come una forza presente in modo discontinuo a seconda dell’età e della persona. Esso è l'elemento spirituale e invisibile che fa vivere l’uomo e che viene reso anche con il concetto di “forza vitale” poiché la morte era concepita come il momento di passaggio durante il quale la forza vitale lasciava il corpo.

Per conservare la vita dopo la morte l’uomo doveva raggiungere il suo ka nell’aldilà, perciò era necessario un periodo di transizione prima che il rituale funebre potesse preparare la sua rinascita nell’aldilà. Nel frattempo il ka, cioè la sua forza vitale, si riposava. Gli studiosi credono che le statue messe nelle tombe avessero una funzione di appoggio per il ka del defunto. Infatti sono state ritrovati gruppi di statue uguali che dovevano permettere al ka di incorporarsi al loro interno. Altre volte rappresentano il defunto da giovane o da vecchio, affinché il ka potesse entrare nella forma che preferiva.

Alcune volte le statue rappresentavano le mogli, le sorelle, i figli oppure rappresentavano i suoi antenati per significare che vi era una continuità tra le generazioni. Il ka manteneva una sorta di memoria e anche le qualità di cui l’ego era autocoscienze. Il ka era anche un sinonimo di antenato perciò il defunto era accolto nell’aldilà dai suoi antenati cioè dai suoi ka. Nei Testi delle Piramidi i defunti venivano chiamati “i signori del loro ka” poiché raggiungevano la vita eterna superando la morte, e la tomba veniva chiamata “la dimora del ka.”

Invece il “ba” veniva raffigurato come una cicogna con testa e braccia umane per meglio vagare all’interno della tomba. Il ba veniva rappresentato mentre vagava vicino ad uno stagno oppure mentre beve l’acqua che Amonet, la dea del sicomoro, gli versa dall’alto di un albero. Era necessario che il ba potesse muoversi con molta libertà perché questo principio reca degli elementi vitali al corpo del defunto. I sacerdoti recitavano le formule magiche per proteggerlo e per permettergli di uscire e entrare - a suo piacere - nel mondo inferiore. 

Le formule gli permettevano di sfuggire alle trappole dei demoni che cercano di intrappolare le anime. La forma del morto si spostava assieme al suo ba e alla sua ombra perciò si credeva che il ba fosse legato alle apparizioni dei fantasmi che tornavano a vagare sulla terra. In origine si pensava che il ba potesse assumere molte forme perciò le divinità potevano assumere le forme più svariate, infatti il dio-sole, Ra, si credeva che avesse 7 ba, e che il sovrano godesse dello stesso privilegio. 

Si credeva anche che un dio potesse essere nel ba di un’altra divinità, perché il ba aveva un’enorme potenza creatrice. La concezione egiziana metteva il ba in relazione con il cielo vedendolo come il regno dei morti, e sappiamo che la conservazione del corpo era ritenuta essenziale per ascendere al cielo. Sappiamo anche che la tomba e il sarcofago erano interpretati come dei simboli celesti. Il soffitto degli apogei veniva decorato con uno sfondo azzurro punteggiato di stelle che rappresentavano la dea-cielo, Nut, e la dea stessa era raffigurata mentre abbracciava il defunto. 

Nei Testi dei Sarcofagi il ba rappresentava le forze vitali fisiche e psichiche presenti nel defunto, e costituisce uno dei modi con cui il defunto continua a vivere dopo la morte, allo stesso modo del ka e dell’akh. Secondo altri studiosi, il ba è la rappresentazione della capacità di sviluppo dell’individuo perciò il ba è interamente personale e rappresenta il defunto nel suo aspetto particolare a differenza del ka che non è un elemento di origine individuale.

Sembrava infatti che, al momento della spiritualizzazione, dal ka essenziale e collettivo, sostanza primordiale che vive in cielo gli dei ottengono per il sovrano un ka individuale. Dopo la purificazione, il ka si riunisce al corpo, nel castello di Ra. L’essere formato dal corpo e dal suo ka rappresentano l’essere completo che persegue la perfezione, perciò da quel momento, conquista nuovi attributi che lo rendono un abitante del cielo con il nome di ba (anima) e akh (spirito).

L’anima ba è raffigurata come un uccello dotato di testa umana, perciò il ba è il risultato della vita divina e, a volte, non è altro che una forza magica assimilabile al nutrimento. Il ba è una forza divina che si unisce al corpo come il ka, e gli dona la vita divina. Nell’epoca classica pensavano che il ba apportasse al corpo “il soffio di vita” perciò la traduzione di ba è  “soffio” perché quando si diventa ba si può diventare anche “akh” ovvero spirito. L’akh è una componente vitale che, come il ba, non viene mai citata parlando di un vivente. 

Il simbolo che lo rappresenta è l’ibis comata sebbene questa componente non deve essere confusa con una forma semi animale. L’akh è un principio solare, è un’energia divina e cosmica che appartiene alla sfera della creazione. L’akh è il simbolo del cielo e dell’energia creatrice che mantiene e si trasforma per sostenere il creato, perciò è identificato con il dio solare e con le sue manifestazioni di luminosità. La vittoria della vita sulla morte si attua con la “trasfigurazione” che fa nascere una nuova personalità. 

La nuova personalità si mostra sul piano fisico con una rigenerazione di tutte le funzioni del corpo, e la reintegrazione si attua con l’unione a specifiche costellazioni del mondo celeste cioè si compie partecipando alla luminosità degli dei. I defunti diventano i “luminosi” ossia gli “illuminati” perché splendono come le piume multicolori dell’ibis che è il simbolo dell’akh. La tomba diventa il luogo in cui risplendono i defunti perciò è il luogo della trasfigurazione, e l'essere luminoso è lo spirito del morto che sarà dotato del potere magico dell’akh. 

Alcuni dicono che akh significa “resuscitato di nuovo” perché la radice del termine esprime l’azione di “emergere” o “divenire” perciò si crede che akh significhi “l’iniziato” o “l’illuminato.” L’akh ancor prima del ka appare individualizzato perciò questo termine è riferito alle qualità che vengono acquisite, e questo spiega perché si dice che il defunto diventa akh. Il defunto viene incorporato nell’ordine cosmico, e l’essere perfetto prende posto nella barca di Ra e naviga sopra l’universo, con le stelle. 

Egli sale al cielo dove conduce una vita meravigliosa insieme al Signore dell’Orizzonte Orientale ossia con il dio-Sole, Ra. L’elemento sostanziale di questa felicità è il fatto che l'illuminato gode del cibo delizioso offerto dalle divinità. Infatti, nella pianura dei “Campi dei Giunchi” dove risiedono gli dei esiste il “Campo delle Offerte” che viene sempre rifornito di cibi e bevande squisite offerte dai “Reggenti delle Offerte,” dei funzionari celesti che si prendono cura degli dei e dei preferiti di Ra.

Secondo il credo che è alla base dei Testi delle Piramidi, in origine, solo i re e gli dei avevano un akh ma, in seguito, l’akh venne attribuito anche agli uomini comuni. Il sovrano defunto era akh ossia era ”la stella che mai tramonta” e il “cercatore di akh” era quello che raggiungeva la condizione di akh. Questa parola aveva anche il significato di “capacità intellettuale” ovvero di “potere” perché questo principio spirituale era essenziale per la sopravvivenza. 

Come si può vedere, l’akh era associato all’energia che sorge dalle tenebre e al dinamismo del divenire perciò questo simbolo era collegato alla creazione primordiale. L’akh venne identificato con Aton o Atum, il dio supremo che rappresenta il mondo prima e dopo la creazione, perché Atum è somma potenza sia virtuale che manifesta. L’Atum è la forza presente nei cicli di rigenerazione, perciò fu associato al mito di Osiride, il dio che muore e rinasce come akh, e nella figura di Horus che diventa akh dopo il padre Osiride. 

Nei misteri dedicati ad Osiride e durante la festa chiamata Kaherka, i defunti venivano chiamati a presentarsi davanti al Tribunale dell'Oltretomba per essere giudicati. Tutti quelli che avevano seguito i dettami di Osiride venivano assolti divenendo akh, ossia venivano assimilati al dio Osiride assurgendo a nuova vita. I Testi dei Sarcofagi dicono che la conoscenza è un tramite per conquistare l’akh in vita, infatti dicono che anche chi non è nato da una stirpe reale e chi non è ancora defunto può ascendere al cielo tramite la conoscenza.

Buona erranza
Sharatan

domenica 25 ottobre 2015

I sei bardo



“Pure con una lampada fra le mani
un cieco non vede la sua strada”
(Proverbio tibetano)

Viene insegnato che tutta la dottrina del Buddha è contenuta nella dottrina del bardo, e che quelli che vogliono conquistare la buddhità in una sola vita devono mettere in pratica i sei bardo. Un bardo è uno stato che “non è né qui, né lì” ossia è uno stato intermedio. Tutti gli uomini vivono 6 tipi di bardo, infatti vivono il bardo naturale della vita attuale, quello allucinatorio del sogno, quello dell’assorbimento meditativo, quello doloroso della morte, quello luminoso dell’avvenire e il bardo karmico del divenire.

Il bardo naturale della vita si vive nel tempo che passa tra la nascita e la morte, perciò ora viviamo nel bardo della vita attuale. La condizione umana è tale da imporre una riflessione sul tempo che ci resta da vivere per fare attenzione a non sprecarlo. Spesso sprechiamo la nostra vita in modo inutile e siamo troppo pigri o veniamo distratti da attività infruttuose.

Non ci ricordiamo o non sappiamo che, dal modo in cui viviamo il presente, dipenderà la vita che potremo avere in futuro. Se facciamo il bene e evitiamo il male arriveremo al momento della morte senza avere rimpianti: questo è l’insegnamento del primo bardo. Il bardo di sogno si vive nel tempo tra l’addormentarsi e il risveglio. Questo bardo somiglia alla morte da cui si differenzia solo perché è di minore durata. Durante il sonno si annullano le percezioni sensoriali e si entra nell’alaya cioè si entra nello stato dell’incoscienza.

In seguito si riaffermano gli stati dell’aggrapparsi e della percezione illusoria perché siamo stimolati dall’energia karmica della nostra ignoranza. Come risultato vediamo che gli oggetti dei sensi si esprimono nello stato di sogno con rappresentazioni che sorgono come oggetti di sogno. La coscienza, che non può muoversi all’esterno, usa gli oggetti interni in modo allucinatorio e ingannevole, infatti questo bardo è detto bardo allucinatorio.

Nel bardo di sonno la coscienza viene ingannata e vaga tra le immagini delle percezioni sensoriali che ha assorbito di giorno. Il dormiente sogna vedendo soltanto le illusioni che ha creato con la sua immaginazione. Molti dicono che noi siamo illusione e che tutto è sogno, ma noi crediamo che la vita del sogno è irreale mentre la vita da svegli è la sola vita reale.

Per i Buddha, sia i sogni che la vita da svegli sono illusori perché sono stati fluttuanti, irreali e impermalenti. Se guardiamo le cose della vita le vediamo finire in un attimo, perché tutto è destinato a svanire in un attimo. Tutto scorre e svanisce velocemente, perché la vita è un flusso costante: questa è la verità ovvia che ci sfugge. Ma noi siamo legati solo alle percezioni sensoriali perciò crediamo che tutto quello che abbiamo siano nostro e che possa durare per sempre.

Questa è la causa per cui restiamo nel samsara, perciò dobbiamo lavorare tenendo conto di tutte le illusioni. E allora preghiamo di saper vedere l’illusorietà del bardo di sogno valutandola come un’illusione. Dobbiamo lavorare anche con il sogno unendo le percezioni diurne e le percezioni notturne. Se avremo l’apprendimento dell’impermanenza della vita ne ricaveremo molti benefici. Il bardo dello stato meditativo è quello che abbiamo nell’equilibrio della meditazione.

Questo bardo è diverso da quello che viviamo nella percezione illusoria della vita. È uno stato di quiete, stabilità e concentrazione fresco e puro come quello dell’oceano che è immobile perché si sono placate tutte le sue tempeste. Ma non possiamo viverlo se la mente resta piena di pensieri o imprigionata in correnti mentali sotterranee e sottili che s’intrecciano confusamente tra loro.

Si dice che i meditanti non devono cadere in preda di pensieri che arrivano come ladri che ci tolgono la presenza mentale e la diligente concentrazione che sono necessarie per entrare nella meditazione. Il bardo di sogno e il bardo dello stato meditativo sono suddivisioni del bardo della vita presente, nel quale è inclusa anche la pratica buddista. E seppure avvenisse in modo intermittente può venire attuata tutta la vita, perciò si può avere la speranza di riuscire.

Il doloroso bardo della morte accade quando sentiamo che la vita ci sfugge perché siamo malati, vecchi o per qualsiasi altro motivo. A quel punto vediamo che tutto quello che abbiamo compiuto è inutile, perché dobbiamo lasciare ogni cosa. Anche se abbiamo tutto l’oro della terra non possiamo portarci via nulla. Quanto arriva il momento di andare via non teniamo più nulla.

Portiamo con noi solo il karma positivo o negativo, le nostre azioni diventano l’unico bagaglio che terremo con noi. Qualcuno avrà perfezionato la pratica del trasferimento della coscienza, e saprà proiettare il suo principio di coscienza nel campo puro. In questo modo potrà riprendere il corso del progresso spirituale che ha fatto. Seppure fossimo esperti dovremo morire senza provare rimpianti, e avremo fatto un bel favore a noi stessi.

Molti insegnano a restare consapevoli nel momento della morte. Dobbiamo avere il tempo di tagliare le catene che ci legano ai beni terreni, perché questo legame ci riporta nel samsara. Ma se sappiamo trasferire la nostra coscienza in una terra pura appena cessa il respiro, abbiamo la condizione migliore per continuare la nostra evoluzione. A ogni buon conto è meglio prepararci al passaggio in modo che la morte non venga inattesa.

Se siamo pronti non avremo una morte dolorosa o difficile, e andremo incontro al momento cruciale senza avere paura. A ogni buon conto, il momento giusto per prepararsi è adesso, cioè nel bardo della vita presente. Va saputo che, con la morte, il corpo si dissolve perché i cinque elementi si separano. Questo inizia quando cessa il respiro e finiscono i movimenti interni.

Quando l’essenza bianca che abbiamo ricevuto da nostro padre e quella rossa che abbiamo ricevuto da nostra madre si fondono, in quel momento, la mente lascia il corpo. La mente di chi non ha nessuna esperienza si disperde in una profonda incoscienza. Ma la mente dei maestri e di chi si è preparato si dissolve nello spazio puro e in una grande luce. Il frutto della pratica è avere la capacità di perdersi in una luce pura e incontaminata come il cielo.

Se una persona si è addestrata a vedere la luminosità durante la meditazione, non appena la luce si presenta dopo la morte avviene l’incontro tra la luminosità madre e la luminosità figlia che permette la liberazione. Chi la pratica la chiama “dimorare nel thuktam” ossia meditare nel momento della morte. Solitamente, al momento della morte, giunge l’oscurità e la coscienza si perde nelle percezioni del 5° bardo ossia nel bardo della realtà assoluta.

In questo bardo sorgono divinità pacifiche e divinità iraconde, perché entrambi sono presenti nella nostra consapevolezza. Il loro arrivo è preceduto da suoni e da luci che spaventano quelli che non hanno dimestichezza con quelle realtà. Ma appena scompare la paura anche i suoni e le immagini svaniscono. Il bardo del morire va studiato con quello della realtà ultima, infatti dopo che i 5 elementi svaniscono anche la coscienza si perde nello spazio puro e immacolato colmo di luce.

Se non conosciamo questo bardo e non siamo preparati, non sapremo riconoscere la grande luce. Quella luce non dura a lungo se non viene riconosciuta, se invece la riconosciamo dura più a lungo. La cosa più importante è restare consapevoli quando arriva il momento della nostra morte, e riuscire a recidere l'attaccamento alle cose. È importante anche invocare il nostro maestro affinché possa aiutarci a raggiungere un campo puro, dopo la nostra morte.

Una preghiera concentrata e molto sentita riesce sempre utile, perché può raggiungere un Buddha compassionevole che, sentendosi invocare per nome, verrà a sbarrare la strada dell’infelice rinascita in regni inferiori. Quando la morte causa la separazione tra il corpo e la mente resta soltanto un corpo sottile e luminoso. Resta un corpo luminoso che ci crea l’impressione di poter vedere il cammino che si sta facendo. Per questo motivo gli esseri che vagano nel bardo del divenire si vedono e si sentono tra loro.

La caratteristica bardo del divenire è che quando la coscienza di bardo vuole trovarsi in qualche luogo, essa vi si ritrova subito. Il corpo di bardo è un corpo mentale che può andare ovunque, e che può essere presente in ogni luogo. Chi è morto da poco può sentire quello che avviene dopo la sua morte. La mente di bardo del morto gioisce o soffre mentre vaga nello stato intermedio.

Nel bardo del divenire restano solo quelli che, nella vita, non hanno fatto il male ma neppure il bene. Chi ha fatto solo il male, non entra nel bardo del divenire, ma rinasce subito nei regni inferiori, invece chi ha fatto solo il bene entra subito in una terra pura. In genere, chi è vissuto come un essere che non ha fatto troppo male ma neppure troppo bene dovrà entrare nel bardo del divenire che prevede la sofferenza.

Si racconta che quando Avalokiteshvara, il Grande Buddha della Compassione, perse la speranza di riuscire a salvare tutti gli esseri senzienti la sua testa si spezzò in undici pezzi e il suo corpo si frantumò in mille pezzi per il dolore. A quel punto gli apparve il Buddha Amitabha che benedisse ogni frammento del suo corpo in modo che Avalokiteshvara poté rinascere con undici teste, mille braccia e mille occhi per poter continuare a lavorare alla salvezza di tutti gli esseri senzienti.

Buona erranza
Sharatan

martedì 20 ottobre 2015

La vita nel sonno



“Ogni notte apri agli spiriti la loro gabbia,
senza che dominino o che vengano dominati.”
(Jalaluddin Rumi, Mathnawi)

La vita umana trascorre nell’alternarsi di tre stati: la veglia, il sonno e il sogno. A livello scientifico si afferma che la coscienza è attiva solo nello stato di veglia perché nel sonno siamo incoscienti mentre, nel sogno, mettiamo in scena le rappresentazioni simboliche del nostro inconscio. Invece, a livello spirituale, il sonno, il sogno e la veglia possiedono un significato molto diverso e profondo. A livello spirituale si può osservare che, quando ci addormentiamo, subiamo una scissione delle parti che ci formano. Infatti il corpo fisico e quello eterico restano nel letto, mentre il corpo astrale con il suo nucleo cioè l’io, si staccano dagli altri 2 involucri e salgono nei mondi spirituali: e la scissione accade ogni volta che ci addormentiamo.

Al risveglio, rientriamo negli involucri lasciati nel letto e ritroviamo la realtà che avevamo lasciato. Ma riportiamo, dal mondo spirituale, dei contributi molto diversi da quelli che potremmo acquisire nella vita quotidiana. Mentre dormiamo viviamo una condizione molto diversa da quella che la nostra coscienza vive durante la vita ordinaria. La nostra coscienza ordinaria è il frutto del riflesso del mondo esterno ma, mentre dormiamo, entriamo nel mondo spirituale che usa una logica molto diversa da quella a cui siamo abituati.

Mentre dormiamo entriamo in un mondo fatto di luce, viviamo in un mondo pieno di pura luce vibrante e vivente. Da questo mondo riportiamo le forze necessarie per rinnovare e ritemprare il corpo fisico. Di giorno, quando siamo svegli, siamo degli uomini terreni e attraversiamo la luce con il corpo fisico, ma non la possiamo percepire, anche la nostra percezione avviene tramite l’anima e lo spirito. Mentre siamo addormentati, il corpo astrale con il nucleo dell’io, entrano nel mondo che risplende di luce calda e vibrante, perciò diventiamo degli esseri spirituali fatti di luce pulsante.

Nel sonno diveniamo una nuvola di luce che splende nella luce cosmica. Nel sonno, diventiamo una nuvola luminosa e calda che si perde nella luce cosmica. Ma questo non vuol dire soltanto che si diventa esseri molto caldi e luminosi, ma significa anche che viviamo in un enorme intreccio di potenti forze cosmiche. Queste forze, di giorno, sono contenute nei nostri pensieri perché noi viviamo all'interno delle idee e dei concetti che diverranno i nostri pensieri. E questa è la cosa più difficile da comprendere per la logica consueta.

La luce cosmica viene attraversata da molte forze creative. Queste forze sono visibili nelle stelle che agiscono attivando il fiorire della vita vegetale e sul funzionamento dell'organismo degli animali. Le forze della luce esistono anche in modo indipendente da ciò che si mostra nella realtà materiale, perché provengono dal mondo spirituale. Mentre dormiamo, sperimentiamo la luce e assorbiamo tutte le forze creative della luce che vengono a intessere l’essere.

L’essere sente di essere luce in mezzo alle altre creature fatte di luce. Mentre dormiamo, il corpo astrale e l’io, vivono come nuvole luminose che fanno parte della luce cosmica, sentono la pura spiritualità vivente. Sentendoci luce nella luce e calore nel calore ci percepiamo come spirito che fa parte di un mondo colmo di spirito. Il calore che sentiamo non è il calore del mondo fisico: è un calore pieno di amore “vibrante e rinforzante.” Mentre dormiamo impariamo che siamo esseri fatti d’amore e sappiamo che non potremmo essere altro che questo.

Dormendo, entriamo nel mondo spirituale e impariamo a vivere delle esperienze piene d’amore. La notte, impariamo a vivere in mezzo a entità che sono composte d’amore, che basano sull’amore la loro esistenza e che traggono dall’amore la loro stessa essenza. Entriamo nel mondo spirituale e impariamo che non potremmo essere altro che amore perché il mondo dello spirito è colmo d’amore, perché l’amore è la base dell’esistenza universale: e tutto questo lo impariamo durante il sonno.

Ma potremmo ancora non capire lo scopo dell'esperienza, se non diciamo che il sonno è la preparazione alla morte. Non a caso si disse che il sonno è il fratello minore della morte. Perciò se, dopo la morte, non vogliamo entrare nei mondi spirituali nel modo sbagliato dobbiamo aumentare la nostra capacità di amare altrimenti vivremo molte esperienze ma esse ci risulteranno oscure e saremo smarriti, angosciati e passivi durante il passaggio dalla vita alla morte.

Nel mondo terreno non conosciamo l’amore spiritualizzato, ma conosciamo solo l’amore passionale fatto di materialità. Nel mondo spirituale esiste solo amore spiritualizzato, perciò dobbiamo diventare coscienti di questo. Dobbiamo vedere l'esperienza del sonno come una prova di questo grande passaggio. Ma riusciamo a farlo solo se aumentiamo la nostra capacità di amare, altrimenti tutto questo ci resterà oscuro. L’apprendimento sul modo giusto di affrontare l'ingresso nel mondo spirituale avviene con o stato di sonno, avverte Steiner.

Ma lo comprendiamo se lasciamo il pensare usato dal corpo fisico e dall’eterico che giacciono nel letto. Va saputo pure che il corpo eterico continua a pensare anche durante il sonno, in quanto conserviamo la nostra capacità di pensare anche mentre l’anima è assente. in questo modo sapremmo pure che quello che giace nel letto continua a spingere le onde del suo pensiero. E quando, al risveglio, ritorniamo a immergerci nei 2 corpi che avevamo lasciato ritroviamo i nostri pensieri. Al risveglio, ritroviamo sempre i nostri pensieri.

Ad ogni risveglio, rientrando nell'involucro fisico ed eterico, si produce un’onda più densa che entra dentro un mare meno denso, e sentiamo che c'è un arresto. Il corpo astrale e l’io che, dormendo, hanno vibrato nella luce e nel calore cosmici ricolmi d’amore, al risveglio, si ritrovano immersi nei veicoli densi e nei pensieri consueti. Ma non li comprendono subito perciò l’arresto è percepito come un sogno del mattino. Di solito, si attribuisce un’importanza ridotta alla vita onirica, oppure viene creduta importante solo per lo studio dell’inconscio individuale, ma non viene considerata importante per acquisire una profonda conoscenza del mondo.

In realtà, il sonno e il sogno possiedono grande importanza perché sono lo spiraglio attraverso il quale mondi diversi dal nostro possono affacciarsi nel nostro mondo. A causa di questi equivoci siamo indotti a credere che il sogno sia un residuo della vita di veglia, infatti si crede che il sogno mostri ciò che non possiamo fare o quello che non sappiamo essere durante la vita di veglia. Si dice che sogniamo ciò che non possiamo trovare o non possiamo fare da svegli. Tutto questo contenuto diventa il nostro sogno, e ogni desiderio inappagato e l'illusione diventa un sogno notturno.

Ma la verità è ben altra, infatti il dormiente estrae il suo corpo astrale e il nucleo dell’io fuori dall'involucro fisico e dall'eterico, e si ritrova a essere l’entità che ha già percorso molte vite terrene. Le parti più forti dell’essere sono sempre l’io e il corpo astrale, perché essi conservano tutti i ricordi delle vite terrene passate. Tutti questi ricordi possono pervadere l’anima e lo spirito dell’entità che sogna alcune tracce dei suoi più antichi ricordi. Al nostro interno conserviamo la struttura complessiva di tutto quello che siamo, e molto di questo diventa la rappresentazione dei nostri sogni notturni.

La vita onirica non si capisce perché le immagini oniriche vengono condizionate dai nostri pensieri. Ma, durante il sonno non abbiamo la rappresentazione completa di tutto il nostro essere, perciò le immagini del sogno mostrano una drammatizzazione camuffata e parziale di tutto quello che l’uomo ha già vissuto in passato. Durante il sogno, l’uomo ha un rapporto con se stesso che è molto diverso da quello che vive da sveglio. Il sogno ci mostra quello che accade nel mondo sensibile, ma ce lo mostra in un modo totalmente trasformato.

Per questo motivo, nel sogno, tutto diventa possibile, persino fare dei voli acrobatici anche aver bisogno di avere l'aereo. Queste cose sono chiamate rappresentazioni fantastiche, perché la coscienza consueta non le può ammettere usando la sua logica. Ma il sogno le rende e le mostra come realtà possibili. Per questo il sogno va visto come una condizione di negazione delle leggi di natura, perciò ci insegna a entrare in contatto con il mondo che agisce usando leggi diverse da quelle comuni.

Nel sogno avviene un conflitto tra le leggi che regolano il mondo sensibile e quelle che regolano il mondo soprasensibile: questo è il punto più difficile da capire. Sappiamo che il dormiente fa uscire il corpo astrale composto di luce spiritualizzata, colmo di calore e di amore cosmico: questo è il contenuto del nostro corpo astrale. È essenzialmente il corpo astrale che ha bisogno di farci uscire fuori dal nostro involucro fisico e dal corpo eterico. È l’astrale che vuole fuggire per ritrovare la familiarità con il mondo soprasensibile.

L’astrale è abituato a vivere con regole diverse da quelle fisiche. L'astrale cerca un mondo che sia libero da ogni vincolo, perché vuole essere libero. Egli cerca un mondo che gli consenta di avere la libertà e la mobilità adatte alla plasticità dell’io che conserva al suo interno. Ogni notte l’io viene portato nel mondo spirituale, dal suo corpo astrale. In quel luogo l’io è libero di essere e di fare tutto quello che vuole. Durante il sonno, l’io continua a lavorare a quello che dovrà completare quando sarà ritornato nel mondo dello spirito da cui è disceso.

Buona erranza
Sharatan

mercoledì 19 novembre 2014

Il cibo del cosmo



“Nell’uomo è concentrato tutto il cosmo spirituale.”
(Rudolf Steiner)

Non conosciamo le intime relazioni che ci uniscono al cosmo e ignoriamo che il destino personale è collegato con l’evoluzione cosmica, dice Rudolf Steiner. Nel corso della vita tutto quello che viviamo, sia in modo cosciente che inconsciamente, concorre a formare il nostro destino individuale. Ma per capire come avviene, si deve conoscere la differenza tra la condizione della veglia e il sonno. Solitamente la nostra attenzione resta concentrata maggiormente sul tempo in cui siamo svegli, su ciò che pensiamo, che sentiamo e che facciamo, ma il sonno svolge una funzione evolutiva essenziale che non è affatto conosciuta.

Nella vita riflettiamo maggiormente su ciò che avviene di giorno e trascuriamo ciò che accade nel sonno. Quando dormiamo, il corpo fisico e il corpo eterico restano nel letto, mentre il corpo astrale e l’io escono fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico, e ascendono fino ai mondi spirituali. Al nostro risveglio, il corpo astrale e l’io rientrano nel corpo fisico e nel corpo eterico, e noi riprendono la nostra attività quotidiana. Di norma, passiamo circa 1/3 della vita dormendo, ma ignoriamo l'importanza del sonno se escludiamo la sua funzione di recupero dalla stanchezza.

In realtà, quando dormiamo, risaliamo al tempo precedente alla nascita, infatti torniamo nei mondi da cui scendiamo quando riceviamo un corpo fisico. Se dormiamo non siamo nel tempo in cui viviamo, ma “percorriamo a ritroso tutto il cammino attraverso il tempo” dice Steiner. Perciò, in senso spirituale, si può dire che la notte torniamo come bambini. Questo sembra strano, ma noi viviamo la vita terrena nello spazio e nel tempo, perché siamo legati alla percezione del corpo fisico.

È il nostro corpo fisico che invecchia mentre il corpo eterico “congiunge l’inizio della vita al punto in cui ci troviamo in un certo periodo della vita". Il corpo eterico è il mediatore tra l'entità animico-spirituale e il suo corpo fisico, infatti l'eterico stabilisce la congiunzione che segue lo scorrere del tempo. Si crede che il corpo astrale e l’io invecchiano insieme a noi, ma non è così che accade. Sarebbe in questo modo se quello che crediamo essere il nostro vero io, lo fosse realmente.

Ma quello che crediamo il nostro vero io non lo è, infatti il nostro vero io resta sempre all’inizio della vita. Il corpo fisico invecchia e rispecchia il vero io attraverso il corpo eterico. Noi vediamo solo l’immagine riflessa del nostro vero io, e quando il corpo invecchia, com'è giusto che sia, anche il nostro io sembra invecchiato. Ma noi vediamo solo un’immagine che viene riflessa in uno specchio appannato perciò si mostra invecchiato.

Il corpo eterico si trova nel mezzo, perciò si estende dal presente verso il vero io ma tende anche verso il corpo astrale che non scende nel piano fisico. Il corpo eterico è il corpo del tempo perché si estende, etericamente, tra il momento attuale che viene sperimentato nel corpo fisico, e il vero io che vive senza scendere nel piano fisico. Il vero io resta sempre indietro nei mondi celesti, e la vita si svolge in modo che il vero io e il corpo astrale restino sempre com’erano all’inizio della nostra vita. E questa è l’unica verità sulla percezione del tempo.

Alla morte lasciamo il corpo fisico che è ciò che sperimenta il trascorrere del tempo e lo scorrere dell'età. Ma cosa ci resta? Dopo aver lasciato il corpo fisico ci resta tutto quello che non abbiamo portato nella vita terrena. Tutto questo era restato fuori dal piano fisico, ma si è arricchito con le esperienze fatte dall’io e dal corpo astrale che percepivano il riflesso offerto dal corpo astrale. Siamo arricchiti e siamo colmati da tutto quello che abbiamo riflesso nella vita terrena. Ci sentiamo totalmente pervasi da ciò che abbiamo amato nella vita, e questo fa derivare un certo tipo di coscienza.

Dopo pochi giorni che abbiamo lasciato il corpo fisico anche il corpo eterico si separa dall’io e dal corpo astrale. Dopo la separazione sentiamo che tutto quello che credevamo importante non ha più nessun valore. Tutto quello che sentivamo come soggettivo diventa oggettivo perché iniziamo a espanderci. Diventiamo sempre più grandi e poi, come entità di pensiero, ci dissolviamo nel cosmo. Mentre l’entità di pensiero ossia il corpo eterico si perde nel cosmo, si concentra sempre più in una condizione di coscienza che è diversa da quella ordinaria.

Tre giorni dopo la morte è scomparso tutto il contenuto cosciente della vita terrena. infatti si disperde tutto quello che avevamo amato in vita e, dall'interiorità, sorge il ricordo di ciò che abbiamo vissuto in sonno. Perciò la morte disperde tutto quello che abbiamo provato nel giorno e fa riaffiorare le esperienze vissute nel sonno. Ma le nostre esperienze notturne vengono esaminate alla luce di un forte sentimento morale. E così affrontiamo la fase che gli orientali chiamano il Kamaloca ossia il Purgatorio.

Riviviamo tutta la vita a ritroso e torniamo all’inizio della vita terrena, perché la ruota della vita deve fare il giro completo per tornare al punto d’inizio. Tre giorni dopo la morte, ripercorriamo tutto il tempo vissuto nel sonno della vita terrena. Ma facendo quel percorso a ritroso subiamo gli effetti coscienti delle azioni che abbiamo compiuto, perciò valutiamo il nostro valore come esseri umani. Emerge in piena coscienza tutto il contenuto che abbiamo vissuto inconsciamente nel sonno, e ci appare in piena coscienza perché abbiamo lasciato il nostro corpo eterico.

Se pensiamo di camminare su un sentiero pensiamo ad un spazio fisico, ma lo spazio non ha significato per il mondo animico-spirituale. In quel mondo non esiste lo spazio e il tempo, perciò ripercorriamo il tempo in modo molto veloce. Ritorniamo all’inizio della vita terrena ma restiamo arricchiti da quello che abbiamo vissuto, e non solo di quello che ricordiamo della vita sullaterra. Quando si dice che ritorniamo nel mondo spirituale in realtà, si deve intendere che vi torniamo solo con la coscienza.

In verità, noi non siamo mai discesi ma abbiamo aspettato che finisse il tempo del cammino terrestre di un corpo fisico. E quando dicono che ritorniamo alla condizione originaria intendono che torniamo nella condizione di prima della nascita. Usciamo dal mondo divino ma poi torniamo portando con noi tutto quello che abbiamo conquistato fuori dal mondo divino. Solo così continua la vita, poiché continua solo se viene arricchita dalle esperienze terrene coscienti e inconsce. E quando torniamo fanciulli ritroviamo il regno dei cieli.

In quel regno abbiamo una vita in cui ci sentiamo come siamo veramente. Ci troveremo tra anime che non vissero mai, tra anime che hanno vissuto e tra anime che sono morte e che aspettano una nuova nascita. Ma troviamo anche gli esseri spirituali più cari e quelli molto elevati come angeli, arcangeli, archai e così via. Si vive un'esistenza totalmente spirituale, perché abbiamo tutto il nostro essere proteso nel cosmo. L’uomo si offre al cosmo totalmente e gli dona tutto quello che ha vissuto perché il cosmo ne ha bisogno.

Il cosmo è come un possente organismo spirituale che ha bisogno di trovare sempre del cibo. Il suo nutrimento non gli può venire dalle stelle perché esse sono disperse nello spazio, e non viene neppure dai pianeti che devono seguire il loro corso. Quell'enorme organismo vuole continuamente mangiare altro cibo, perché è enorme perciò deve trovare sempre qualcosa da assorbire per continuare a esistere nel modo giusto. E da dove gli proviene tutto il cibo che gli è necessario per sostenersi e sviluppare?

L’uomo ritorna nel mondo spirituale con ciò che ha tratto dalla sua vita e così riporta il nutrimento del cosmo. È questo il nutrimento di cui il cosmo ha bisogno dice Steiner, infatti il cosmo ci usa per vivere. Noi affriamo un destino felice oppure infelice, e lo disperdiamo nel cosmo. Quest'offerta incredibile è un fatto prodigioso che molti hanno capito poco o interpretato male. L'uomo attraversa il periodo in cui non si sente più come unità ma si percepisce come pluralità dissolta nel cosmo e inglobata dal cosmo.

Tutte le nostre qualità corrono verso una stella o una costellazione specifica, perciò ci uniamo a coloro con cui siamo in assonanza. E così avviene che tutto quello che siamo si disperde nello spazio cosmico. Tre giorni dopo la nostra morte ci resta solo quello che abbiamo sperimentato nella nostra vita notturna, e tutto quello che ci resta diventa un cibo che offriamo all'evoluzione cosmica.

Il nostro vero io emerge dall’essere che si è frantumato e affiora con la consapevolezza che siamo uno spirito tra altri spiriti. Affiora se sentiamo che viviamo un’esistenza spirituale tra entità spirituali che amiamo, e da cui siamo amati. Ma avviene questa avviene solo dopo che l'essere si è frantumato, infatti avviene quando muore l'uomo della terra e nasce l'uomo del cosmo. Ci disperdiamo nel cosmo e diventiamo il suo cibo affinché il cosmo possa vivere e avere sempre nuove forze.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 10 aprile 2009

Ma dove cercare…


Ma dove cercare la tomba
dell’amico fedele e dell’amante;
quella del mendicante e del fanciullo;
dove trovare un asilo
per codesti che accolgono la brace
dell’originale fiammata;
oh da un segnale di pace lieve come un trastullo
l’urna ne sia effigiata!
Lascia la taciturna folla di pietra
per le derelitte lastre…
Tra quelle cerca un fregio primordiale
che sappia pel ricordo che ne avanza
trarre l’anima rude
per vie di dolci esigli…

(Eugenio Montale)

martedì 10 febbraio 2009

Il viaggio nel corpo bardo


Stanislav Grof, uno dei padri della psicologia transpersonale, afferma che “è difficile trovare materia più universale e di maggiore rilevanza personale della morte e del morire” e indica alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, con lo sviluppo accellerato della società industriale, l’inizio della mancanza di interesse al tema della morte e del morire, come se le società tecnologiche avessero sviluppato un massiccio rifiuto psicologico della morte.

Tale disinteresse è sorprendente se lo paragoniamo con quello che adottavano le società antiche e quelle preindustriali, in cui alla morte era riservato un posto assolutamente centrale e cruciale nella cosmologia, nella filosofia, nella religione e nella vita spirituale, come pure nei ritmi naturali della vita quotidiana.

Ogni pensiero che si collega alla reincarnazione e alle teorie dell’anima, appare come una teoria consolatoria, frutto di una mente infantile ed ingenua. La stessa religione, privilegiando l’aspetto formale ha perso ogni contatto con le fonti spirituali più profonde ed i riferimenti relativi alla vita dopo la morte e le stesse dimore di Inferno e Paradiso, come pure l’assenza di ogni guida al momento del trapasso, impediscono che essa sia vissuta come una risorsa spirituale autentica.

Dobbiamo aspettare gli anni ’70 per vedere la rinascita dell’interesse per le esperienze di pre-morte e di morte, fornite dai malati terminali e dal ritorno alla vita di sopravvissuti a esperienze di pre-morte.

Poi, negli anni ’90, i libri degli psichiatri Raymond Moody, Brian Weiss e altri esperti di reincarnazione e di ipnosi regressiva, sono divenuti bestsellers internazionali. La tanatologia ha raccolto prove impressionanti sui vissuti legati al momento del trapasso e ha registrato il profondo mutamento spirituale avvenuto nei sopravvissuti, nei “ritornati alla vita.” Ma generalmente, nelle società occidentali, manca un appoggio efficace che sappia rendere più facile la transizione.

Non mancano però dei pionieri che hanno saputo sviluppare un caldo ambiente umano ai morenti, ma il rifiuto è molto più vasto, fino a raggiungere il parossismo estremo nell'uso di parrucchieri e di chirurghi che, post-mortem, mitigano gli aspetti più “anti estetici” del cadavere, per rendere il defunto più esteticamente gradevole ai parenti e agli amici.

Anche i media, quando forniscono fredde cifre statistiche di morti per guerre e disastri, contribuiscono a creare una forte distanza emotiva dalle tragedie. Senza parlare del cinema e della televisione che forniscono spettacoli di violenza, elevando ed assuefacendo il gusto dello spettatore su una soglia di maggiore insensibilità e distanza emotiva davanti a scene di morte, omicidi, stupri ed uccisioni. E’ a causa di questa insensibilità, che i paesi industrializzati non sanno offrire adeguato sostegno ideologico e psicologico alle persone che si trovano, per vari motivi, di fronte alla morte.

Ben altro è stato invece il comportamento delle società antiche e delle civiltà preindustriali, nelle quali la morte non è assolutamente vissuta come la fine assoluta e irrevocabile di ogni cosa.

Tutte le mitologie escatologiche di queste civiltà sono unanimi nel ritenere che l’anima del defunto è sottoposta ad una serie di avventure della coscienza. Talvolta si afferma che il defunto compie un itinerario attraverso dei paesaggi fantastici, molto simili ai paesaggi terrestri. Altre volte, si incontrano degli esseri archetipi o mitologici, oppure si affrontano stati olotropici di coscienza. Nel corso di tali stati straordinari di coscienza, si affronta una gamma ancora più vasta di contenuti psicologici: problemi personali irrisolti, sequenze perinatali di morte e rinascita, tematiche transpersonali, ricordi di vite precedenti, motivi mitologici o sentimenti di unione cosmica.

In alcune culture l’anima raggiunge nell’Aldilà una dimora temporanea, come il Purgatorio cristiano o i Loka del buddismo tibetano, mentre in altre culture, l’anima arriva ad una dimora eterna come il Paradiso, il Cielo o un Regno del Sole, e altre ancora credono invece alla reincarnazione o alla trasmigrazione delle anime.
Ma tutte le culture di questo genere sono d’accordo sul fatto che la morte non sia affatto una sconfitta e che non sia affatto la fine di ogni cosa, ma che costituisce un’importante transizione.

In queste società antiche e nelle civiltà preindustriali, le esperienze collegate con la morte sono considerate come viaggi in dimensioni della realtà che meritano di essere studiate, sperimentate e profondamente conosciute. In quelle civiltà, i morenti conoscono bene tutte le cartografie escatologiche della propria cultura, siano esse mappe sciamaniche dei paesaggi funerari oppure delle particolareggiate descrizioni degli scenari e percorsi funebri, come quelli contenuti nel Libro tibetano dei morti o Bardo Thodol.

Il Bardo Thodol è un’opera meravigliosa - una vera guida all’arte del morire - che presenta il momento del decesso come una straordinaria opportunità di liberazione spirituale dai cicli delle nascite e delle morti oppure, se non si riesce a fare tale liberazione, che indica come determinare la natura dell’incarnazione successiva. Secondo il Bardo Thodol, gli stati intermedi tra una vita e l’altra- gli stati “bardo” - sono dotati di maggiore importanza che non tutta l’esistenza incarnata, per cui bisogna prepararsi molto bene a quel momento, attraverso una sistematica pratica spirituale che dura tutta la vita.

Il Bardo Thodol insegna che, alla morte, ogni uomo trova il mondo ultraterreno che è coltivato nella propria religione. Per il buddhismo non esiste un solo paradiso, ma tanti quanti sono gli esseri illuminati, perché ciascuno di essi ha la capacità di creare con la mente una “terra pura” per cui il cristiano incontra il Cristo e l’indiano il dio Vishnu.

Non bisogna stupirsi, non bisogna “accontentarsi” di queste visioni religiose, ma bisogna immergersi in una Luce più profonda e anteriore, che precede ogni forma e nella quale ogni manifestazione si discioglie. Il “Bardo Thodol” è il grande poema della luce, perché essa è il grande esorcismo alla paura della morte; infatti il morire è un nascere alla luce non uno sprofondare nella notte.
Per questo non bisogna avere paura ma bisogna “stare calmi” e seguire la luce, senza cedere a spaventi o a lusinghe ultraterrene, senza farsi terrorizzare dai personaggi che potremmo incontrare nel viaggio, senza temere il Dio della Morte.

La cosa più importante, è che le società antiche e preindustriali avevano una totale accettazione dell’esperienza della morte, ritenendola un’esperienza facente parte integrante al fenomeno della vita: per questo tali civiltà passavano il loro tempo accanto ai loro morenti, assitendoli ed accudendoli e partecipano attivamente ai riti della sepoltura. In esse le persone morivano di solito nel loro ambiente naturale o all’interno della famiglia, del clan o della tribù, circondati dal conforto e dall’affetto dei parenti e degli amici, ricevendo l'aiuto di appropriati rituali riservati al momento del trapasso.

Tali procedure e pratiche, sono dei ritualità stabilite ed attuate per assistere gli individui che stanno affrontando il passaggio finale, ed offrono una guida specifica di cui il morente può avvalersi nel viaggio postumo, come nel caso del Bardo Thodol, in cui i morenti vengono addestrati su come attuare il transito.

Nello sciamanismo vi sono delle pratiche che insegnano agli sciamani novizi a percorrere i Regni dell’Aldilà, e che insegnate durante le pratiche di iniziazione sciamanica attuate nel corso dell’apprendistato compiuto presso gli sciamani anziani.
Dopo avere avuto l’iniziazione sciamanica, lo sciamano sa entrare spontaneamente in tali stati particolari di coscienza ed è in grado di guidare gli altri membri della tribù in questi viaggi visionari. La letteratura sciamanica testimonia che i viaggi interiori sono come i viaggi nei Regni dell’Aldilà e che tali esperienze sciamaniche sono veri e propri addestramenti alla morte.

I moderni studi di tanatologia hanno dimostrato la veridicità di un’affermazione del Bardo Thodol che sembrava assurda e fantasiosa. Secondo il libro, al momento della morte entriamo nello stato di “corpo bardo” e siamo in grado di viaggiare senza ostacoli in qualunque luogo della terra, conservando le nostre percezioni sensorie. Le scoperte più recenti sugli stati di pre-morte dimostrano la capacità della coscienza, separata dalla materia di vedere ambienti vicini e lontani e di conservarne il ricordo, dimostrando la forma di coscienza sciamanica che gli indiani Irochesi chiamavano il “corpo lungo.”

Usando il nostro “corpo bardo” o “corpo lungo”, possiamo accedere a informazioni nuove, che sorpassano ogni conoscenza posseduta in vita, possiamo identificarci con altre persone, percepire lo spirito di animali e di piante, di pietre e persino di oggetti o luoghi.
In questo stato, possiamo andare oltre il tempo ed accedere all’Archivio Akashico, che contiene l’intera storia di ogni anima, la storia familiare e l’intera storia razziale ed umana narrata da quando la Creazione ebbe inizio: poichè non esiste nulla di un individuo che non sia registrato in questo stesso libro, come testimonia anche la Bibbia.

E' nell’Akasha il luogo della quintessenza di tutte le possibili forme di energia materiale, psichica o spirituale, essa contiene in sé i germi della creazione universale che fiorisce sotto l’impulso dello Spirito e della Mente Divina.

Buona erranza
Sharatan