giovedì 11 dicembre 2008

…e ritorniamo a consultar le stelle


Negli ultimi 60 anni gli sviluppi della fisica hanno finalmente demolito la concezione materialistica dell’universo. Tutte le scoperte scientifiche più recenti hanno confermato la verità antica, contenuta nelle antiche conoscenze, dell’influenza cosmica sulla vita terrestre.
Sono stati verificati, a livello sperimentale, dei bruschi incrementi dei ricoveri per disturbi mentali, in coincidenza con le perturbazioni del campo magnetico terrestre, ed è provato che le sottili variazioni del campo elettromagnetico possano influenzare il sistema nervoso, poiché riescono ad alterare anche il campo elettromagnetico del corpo umano.
Si è pure dimostrato che il campo elettromagnetico, che circonda il corpo umano, origina dal cervello e dal midollo spinale come affermano le dottrine yogiche indiane. Esiste quindi una relazione generale tra l’intero complesso della specie umana e la totalità dei fenomeni elettromagnetici dovuti dal sole, dalla luna e dalle stelle.
Anche gli animali sembrano reagire alle mutazioni di tali campi magnetici, ma a livelli più specifici e sensibili; quindi tutti gli organismi terrestri sono condizionati, sia pure in modo diverso, dall’influsso del magnetismo terrestre e cosmico. La composizione e la fluidità del sangue, la felice o infausta conclusione di cure mediche, come pure l’evoluzione dei disagi psichici, dimostrano come tutti gli organismi sembrano subire le influenze del magnetismo e dei campi elettromagnetici.
Jung affermò che “l’astrologia sarà necessariamente ammessa e riconosciuta senza restrizione alcuna dalla psicologia, perché costituisce la sommatoria di tutta la conoscenza psicologica dell’umanità.” La scienza degli antichi - afferma - “derivò dagli astri, quando il genere umano li riconobbe come le forze dominanti dell’inconscio, vale a dire come dei, ovvero come le peculiari e caratteristiche qualità dello zodiaco. Cioè come una completa proiezione teorica del complesso carattere umano.”
La teoria del sincronismo spiega l’evidente influenza dei corpi astrali sul mondo terrestre; infatti qualsiasi cosa accada, in qualunque parte dell’universo è emblematica, cioè specifica e caratteristica del momento in cui avviene, per un dato organismo. Sarebbe falso pensare che tutto sia già preordinato e predefinito, perché così non avviene. Avviene invece che, le cose accadano quando sono giunte a maturazione le condizioni affinchè esse possano verificarsi e assumere un significato, e la qualità del gioco è prodotta dalla destrezza e dal buon uso della libertà del giocatore.
Il legame tra gli astri celesti e l’uomo è dimostrato dall’arcaico culto del Sole, la grande sorgente di luce e calore che fa risplendere la vita del Creato. La più antica preghiera indiana, il Gayatri, che ancora oggi viene recitata dai fedeli indù, è un grande inno e saluto al Sole o meglio all’Ineffabile Entità che usa il Sole come carro celeste. La stessa sacralità la ritroviamo nell’antico Egitto, dove il dio Amun-Ra è definito “Il Sole, dominatore fisico del firmamento, dominatore spirituale e ideale di tutto l’universo e, come tale, Re di tutti gli Dei.” Akhenaton, il faraone eretico, fu condannato alla "damnatio memoriae" a causa del ruolo primario che attribuì al dio Aton, il Sole, riducendo gli altri dei del pantheon egizio, al ruolo di divinità secondarie.
Questo primario ruolo fu riconosciuto anche dai fenici, dai persiani e dagli israeliti, i quali affermarono la potente influenza di questa luce suprema che, alla sua comparsa, offusca tutti gli altri astri.
Nello stesso modo la Luna, sua controparte femminile, passando con il suo freddo splendore, quasi un fantasma della luce solare, governa e guida le maree ed influenza la crescita della vita vegetale e animale. A livello scientifico, la polvere lunare riportata sulla Terra negli esperimenti della Nasa, si dimostrò un fertilizzante vegetale eccezionale.
La rinomata scienza caldea, scuola di medicina e di astrologia, tanto diffusa e stimata nel mondo antico, ancora oggi stupisce per le sue indicazioni mediche basate sull’influenza delle fasi lunari.
La personalità più famosa nella medicina antica: il divino Ippocrate - che il mito indica come adottato dal dio solare Apollo ed educato alla medicina e alla mantica dal centauro Chirone - ritenuto il padre della medicina, affermò che colui che ignora l’astrologia non è un medico, ma un idiota. Per questo tutti suoi discepoli furono valenti astrologi e, nella pratica sanitaria, affiancarono l’uso dei dati e degli elementi astrologici, alle loro terapie curative, in onore all’affermazione riportata nel Corpus Hippocraticus, che l’astrologia è di primaria importanza per coloro che praticano l’arte della medicina.
Riprendendo l’idea di Jung, che l’astrologia sia essenziale anche per la psicologia, si potrebbe concludere che lo studio dell’astrologia sia primario per tutti coloro che si accingono a curare il corpo e l’anima. Se è vero che, non arriviamo su questo pianeta accompagnati con un libretto di istruzioni, è invece vero che veniamo forniti di un preciso e puntale sommario personale, in cui sono simbolicamente tracciate le mappe della nostra dotazione di serie e delle nostre potenzialità personali. Questa mappa di navigazione personale, dotata di un simbolismo che ci fa capire chi siamo, possiede anche gli indici di tendenza per lo sviluppo delle nostre attitudini.
Il nostro tema natale, cioè la mappa delle posizioni che occupano i pianeti nel momento della nostra nascita, reca il riassunto delle esperienze che l’anima ha compiuto nel corso delle sue vite sul nostro pianeta, indica il progetto di vita più opportuno per la nostra evoluzione, mostra i nostri maggiori pregi e i nostri più radicati difetti, rivela quali siano le potenziali conseguenze positive o negative che potremmo mettere in campo.
Troveremo allora dei pianeti, da interpretare come rappresentazioni simboliche dei vizi o qualità umane, che si schierano sul campo di battaglia della nostra vita, bene ospitati o combattuti dal segno astrologico che li ospita, e loro stessi che si intrecciano combattendo o conciliando le reciproche tendenze, manifestando così le attitudini che sono in lotta o in conciliazione tra loro, e quindi nel nostro animo. Sembrerebbe che tutto sia indicato e che tutto sia stabilito, ma non è così, perché quello che ci racconta la nostra mappa è solo il punto di partenza, il punto da cui stiamo ricominciando e non potrebbe mai tracciare il nostro punto di arrivo.
Siamo noi che dobbiamo riprendere a giocare, siamo noi che abbiamo la mano, per cui a chiunque vi racconti che l’astrologia abbia lo scopo di essere predittiva, rispondete che il gioco della vita è sempre personale. In questo gioco, cioè nel buon uso delle opportunità che il nostro cielo ci mostra, noi dobbiamo dimostrare qualità ed eccellenza, cioè dimostrare la nostra maestrìa nell’arte della vita.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 4 dicembre 2008

Un veicolo drogato di emozioni


Con una cara amica si stava parlando della grande fatica che ci comporta operare una trasformazione personale poi, proprio in quei giorni mi è capitato di leggere un'articolo sulle ragioni fisiche e biologiche della resistenza. La resistenza al cambiamento è la prima nemica da sconfiggere, per cui è opportuno conoscere il nostro personale campo di battaglia interiore, prima di scendere in combattimento, così che, se parlassi con degli appassionati di strategia militare, direi che qui siamo al livello di conoscenza della natura del terreno.
Partiamo dal presupposto che tutto nella vita può divenire motivo di assuefazione, nel senso che tendiamo sempre a ripetere dei “modelli comportamentali,” dimostrando un’attitudine umana che potrebbe sembrare negativa e che, senza dubbio, in molti casi lo diventa, ma che in realtà è insita nella nostra natura.
Il corpo umano è costituito da cellule ed è una macchina che produce proteine. Sulla superficie delle cellule si trovano delle “porte” tramite le quali le cellule traggono nutrimento ed informazioni: questi sono i recettori. I recettori funzionano con il criterio di “chiave-serratura” per cui ricavano informazioni specifiche da nutrienti specifici, e si attivano per ogni nostro sentimento: quindi abbiamo recettori che attivano la rabbia, la gioia, l’invidia, la paura, etc. e qualsiasi altro stato emozionale. Quando le sostenze chimiche arrivano alla loro porta specifica, attivano la loro “chiave di apertura” ed accedono al nucleo cellulare, in cui depositano tutte le loro informazioni. Essendo depositate nel nucleo della cellula, queste informazioni sono in grado di trasformare la natura cellulare in modo profondo.
Quando l’ambiente esterno attiva delle stimolazioni, l’individuo reagisce velocemente con una reazione, per cui l’ipotalamo si attiva e produce sostanze diverse per i diversi tipi di emozioni, rilasciando delle impronte chimiche che si riversano nel flusso sanguigno e che raggiungono velocemente tutti i tessuti, con il loro carico di agenti chimici che andranno a riaprire le porte specifiche che li connettono con il nucleo cellulare. L’odio, la rabbia, l’indegnità, la tristezza… tutto scorre nel nostro sangue, rendendo verità all’espressione carnale delle nostre emozioni, oltre che a quella mentale. Anche se tante emozioni non vengono espresse, esse sono depositate nel magazzino delle impronte chimiche fondamentali, restando a disposizione per ogni evenienza. Quando le cellule del corpo si modificano e si rinnovano, operando anche il completo ricambio dei tessuti corporei, pur tuttavia le impronte chimiche, conservate nella parte hardware del sistema, rimangono integre e non vengono mai rimosse. La natura non spreca alcuna risorsa per cui, ogni nuovo apprendimento viene introdotto e poi modificato, può essere anche abbandonato, ma non viene mai del tutto cancellato perché può riemergere, sia pure a distanza di anni.
Comunque sia la sensibilità dei recettori è estrema, perché essi si specializzano nel recepire quelle specifiche “chiavi” che sono molto più comunemente circolanti nelle nostre vene per cui, in seguito, tendono a ricercare prevalentemente, proprio quel tipo di nutrimento chimico: in questo modo diventiamo i drogati delle nostre stesse emozioni.
Ogni scarica emozionale, liberata dalle ghiandole endocrine, circolerà nel sangue e nutrirà le cellule vogliose di nutrirsi proprio di quel “sapore” chimico, per cui quando quel nutrimento cesserà, le cellule cominceranno ad avere fame in preda ad una vera e propria crisi di astinenza: allora il nostro organismo si dovrà attivare per produrre quel tipo di nutrimento. Questo spiega il nostro attaccamento alle abitudini e la ripetizione dei nostri schemi comportamentali, come pure spiega la naturale difficoltà ad abbandonare quegli schemi mentali negativi, che Freud definiva “coazione a ripetere” nell’esperienza di sofferenza nevrotica.
Cominciamo allora, ad associare le sensazioni di soddisfazione dei bisogni, con la presenza di particolari e preferenziali nutrimenti chimici, per cui avremo persone che amano solo lavori estremamente stressanti, che amano delle relazioni traumatiche, che amano il lutto o l’atteggiamento rinunciatario di fronte alle opportunità della vita, che ricercano le occasioni di rinuncia masochistica. Il corpo pretende sempre e solo, un certo tipo di sostanze chimiche, e più gliene forniamo più le sue pretese aumentano. Il ricordo della sofferenza diventa una sola cosa con la sostanza che dà piacere al corpo e, anche quando la mente non è soddisfatta del nutrimento ottenuto, essa viene tacitata dal corpo che trae sollievo dalla chimica del suo sangue. Per questo, soprattutto una mente con una forte carica emotiva e passionale, amerà un crescente aumento della dose, in una escalation di sempre maggiore quantità e qualità dell’esperienza.
Valutando che il processo di escalation è molto più veloce del suo processo inverso, detto di de-escalation, questo spiega la forte resistenza ai cambiamenti personali, perché sappiamo che il lavoro è lungo e doloroso: periglioso è il cammino della forza, direbbe uno Jedi.
Per attivare la trasformazione, e quindi la de-escalation, bisogna disintossicarsi da tutte le tossine emozionali che hanno reso dipendente il nostro corpo e la nostra mente, bisogna trovare un nuovo cibo per il nostro corpo, e quindi un nuovo ambiente emozionale di cui nutrirsi.
Nel tempo e nella costante e continua metamorfosi del nostro corpo, possiamo fare si, che le nuove cellule che produciamo, sostituiscano tutte le vecchie cellule, fino a cambiare la nostra pelle emozionale, così come fa il serpente.
Ma per operare una completa metamorfosi, la qualità delle nuove cellule che andremo a sviluppare è essenziale perché esse dovranno essere capaci di nutrirsi di una nuova linfa, della chimica della felicità, della gioia, dell’amore e dell’entusiasmo. La scelta è sempre in mano nostra, perché la forza di volontà personale fa la differenza, come fa la differenza, credere che noi siamo un vero simulacro divino, in cui vanno conservate solo le migliori cose del mondo, e da cui vanno ripulite tutte le scorie che ne offuscano la luminosità.
La nostra casa interiore va sottoposta ad una pulizia radicale, ad un vero e proprio rito purificatorio, in cui vanno svuotati armadi, gettati i vecchi panni e poi va tutto tirato a lustro, fino a risplendere.
Siccome le crisi di astinenza sono più facilmente sopportabili se usiamo molta endorfina, il segreto per affrontare più agevolmente questa rivoluzione resta sempre quello di fare anche cose che ci fanno piacere, di concederci delle coccole e delle attenzioni, e di trasformare tutta la rabbia in grinta e determinazione.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

lunedì 1 dicembre 2008

Alle radici del Sanathana Dharma


L’induismo possiede una caratteristica unica costituita dalla fondamentale tolleranza, basata sul pensiero che i metodi che permettono a ciascuno di realizzarsi in modo totale, sia individualmente che socialmente, sono estremamente variabili e non possono essere codificati dogmaticamente.
La verità è varia perché riflette le infinite iridescenze della realtà materiale, per questo non è mai completamente accessibile all’animo umano: per questo non siamo qualificati per decidere quale debba essere il giusto comportamento per gli altri. Per questo, in nessun momento della storia dell’India vi è stato un invasore o un dominatore che abbia distrutto la civiltà sottomessa, ma si è assistito ad un fenomeno di continuità e di tolleranza reciproca: questo atteggiamento, secondo Alain Daniélou, è il frutto dello shivaismo protostorico che ha permesso alla civiltà locale di sopravvivere.
La scoperta di statuette e sigilli appartenenti alla civiltà della Valle dell’Indo, hanno permesso di identificare la venerazione di un dio maschile, seduto in posizione yogica, e molto simile al dio dell'induismo posteriore Shiva, il culto di dee femminili, di simboli fallici, di forze della natura e di alcuni animali.
Lo shivaismo è la grande religione della Valle dell’Indo, capace di condizionare tutte le più grandi religioni viventi, ed è la più antica religione conosciuta poiché, secondo i Purana, Shiva si manifestò in India nel 6.000 a.C. e insegnò all'uomo la religione, la filosofia, l'arte e la scienza.
Daniélou afferma che il mito egizio di Osiride che giunse dall’Oriente in groppa ad un toro, che è animale veicolo di Shiva, come pure i culti di Dioniso e di Bacco, sono tutti delle ramificazioni dello shivaismo. La stessa Cina si esprime con i simboli di yin e yang, che sono simboli shivaisti, e che costituiscono la pronuncia cinese dei termini yoni e lingam, gli emblemi del principio femminile e maschile.
Furono gli Ariani provenienti dal nord, popoli imparentati con gli Iraniani e con gli Achei, che portarono, tra il 3.000 ed il 2.000 a.C. la religione vedica in India. La religione vedica presenta dei simboli e dei riti analoghi a quelli della Grecia e dell’Italia pre-romana, come pure dei caratteri riscontrabili nell’Iran avestico, ma tutte le pratiche dello shivaismo erano sconosciute ai Veda ariani, per cui i conquistatori dapprima attaccarono il culto del dio, presentandolo come un culto demoniaco ed oscuro ma poi, come per tanti altri aspetti della superiore cultura dravidica, finirono per assimilarlo e integrarlo nella religione vedica, per dare origine a quello che conosciamo come induismo, il Sanathana Dharma, cioè “l'eterno Ordine Cosmico”, la Legge Perenne che regola il ciclo cosmico.
Anche il giainismo, che propugna una dottrina atea e moralista, e che genera una religione pacifica e non violenta, origina da tempi anteriori alle invasioni ariane ed influenza fortemente il buddismo, come pure la filosofia della Grecia classica ed i movimenti fideistici del Medio Oriente, tra cui il cristianesimo. Per questo il pensiero religioso indiano non ci appare assolutamente estraneo o esotico, facendo del tutto parte di un mondo religioso indo-mediterraneo in età protostorica, a cui appartenevamo, ma di cui abbiamo perso il ricordo.
Nel pensiero religioso indiano è stata conservata la storia di una ricerca cosmologica, religiosa, mistica e filosofica, di cui noi abbiamo perso il ricordo a causa del fanatismo religioso, del settarismo, della mentalità religiosa aggressiva e colonialista, che hanno inquinato il buddismo, il cristianesimo e l’islam, in cui si persegue la fede cieca ed ingenua ed il proselitismo. Tali sentimenti hanno usurpato il posto alla ricerca della conoscenza e al rispetto per le vie della volontà divina che, prima dell’avvento delle religioni semplicistiche e fideistiche, consideravano la ricerca spirituale come un naturale e spontaneo percorso di evoluzione umana.
Gli sforzi per capire l’ordine del cosmo e il posto che l’uomo deve occupare in questo contesto, erano consueti ma si differenziavano per l’uso di mitologie dotate di linguaggi locali, in grado di adattarsi meglio alle differenti culture. Ma se i nomi erano diversi, restavano uguali i simboli che tali nomi rappresentano, per cui il Varuna induista è l’Urano greco, come Indra è Giove e Dioniso è il corrispondente greco del dio Shiva. Infatti, quando i soldati di Alessandro Magno entrarono nella città di Nysa, andarono sul monte sacro al dio Shiva (da loro chiamato Dioniso) per onorare il dio con i loro compagni di fede.
Atene, Alessandria d’Egitto, la Siria e la Palestina erano terre di transito e di incontro per genti eterogenee, tra cui molti indù. Aristossene, un discepolo pitagorico citato da Eusebio, riferisce delle discussioni tra Socrate ed un saggio filosofo indiano. La stessa scuola degli Scettici fu fondata sui principi fondamentali del giainismo, come pure il sistema di dottrine filosofiche e matematiche di Pitagora, derivanti dal sistema Sankhya, rispecchiano delle idee consuete dell’India del tempo. Le stesse idee del sistema Sankhya si ritrovano in Anassimandro, Eraclito, Empedocle, Anassagora, Democrito ed Epicuro, come pure l’influenza del pensiero indiano si ritrova nel pensiero degli gnostici e nelle concezioni neoplatoniche, come pure nel Vangelo di Giovanni di origine gnostica.
Se ne leggiamo l’incipit:”In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo. Questi era in principio presso Dio. Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto” vi ritroviamo la stessa concezione induista della creazione.
Narrano i Veda che inizialmente Dio era privo di attributi, era senza forma, senza nome, pieno, completo, beato, senza dualità. Così, per potere sperimentare Sé stesso, espresse il primo desiderio:“Io sono Uno; diverrò i molti”. Questa volontà assunse la forma di suono, così risuonò Udgitha o Pranava Mantra il mantra primordiale, il sacro Aum (ॐ) Ohm o Om cioè il mantra più sacro dell’induismo. La stessa Apocalisse è un adattamento del Bhaviskya Purana, un’antica scrittura vedica del 5.000 a.C. Storicamente sappiamo di colonie indù che vivevano nella zona dell’alto Eufrate, fino al 304, quando san Gregorio fece distruggere i loro templi e distruggerne tutte le immagini sacre, in una delle molte persecuzioni dei pagani della nascente religione cristiana.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

sabato 29 novembre 2008

La jihad sfida Mumbai città tenera e moderna


Credo che sia inutile trovare parole quando c’è chi riesce a dire le stesse cose che ci risuonano dentro, e riesce a farlo anche meglio di noi stessi. In questi giorni, in cui ci raggiungono immagini di morte e di desolazione, vedo ancora sangue nel mio amato oriente,ed in molti abbiamo una forte paura che la fiamma della tolleranza, della ragione, dell’amore e la speranza di un mondo migliore sia ancora troppo fuori dalla nostra portata. Non troviamo il perché di tanto odio, per cui vorremmo avere le ali per andare via da tutto questo, ma sappiamo che è qui il nostro posto. Ci sono cose che non sappiamo capire, magari lo sapessimo fare, ma dobbiamo restare e provare a credere che la paura non esiste,che non esiste la follia del male.
Dal corriere della Sera, l’intervista di Michele Farina allo scrittore Gregory David Roberts.
“«Ero seduto al Leopold la mattina degli attacchi. Ci vado ogni volta che posso, vivo in zona, ho almeno 20 amici all'Oberoi e al Taj. Sono stato fortunato a venire in Australia a trovare i parenti. Mumbai è ferita, ma io lo so che non ha perso il suo carattere migliore: la tenerezza». Gregory David Roberts è l'autore di Shantaram («l'uomo della pace di Dio», Neri Pozza 2005), il libro in cui ha romanzato la sua già romanzesca vita: un australiano iscritto a filosofia, l'impegno, il divorzio, l'allontanamento dalla figlia, l'eroina, le rapine per pagarsi la droga, il carcere e la fuga in India, la malavita, il traffico di passaporti e quello di armi con i mujaheddin afghani al tempo della guerra con i russi, poi la redenzione, l'apertura di un ambulatorio di strada, il libro, il successo, una moglie in Svizzera e infine il ritorno «a casa» nel 2004 ai tavolini del Cafè Leopold, luogo di culto oltre che di birre Kingfisher e di veggie curry rice (il suo piatto preferito).
Hanno colpito il Leopold perché è frequentato da stranieri?
«Perché è un simbolo di tolleranza. È la tenerezza il carattere distintivo di Mumbai, dell'India, del Leopold. Altrove magari senti che sei in un bar indù o in un caffè musulmano. Al Leopold no. E' un'istituzione, fondato da una famiglia iraniana oltre 100 anni fa. E' un party cafè. Ci si incontra, si scherza, si discute. Mi ricorda una delle cose più belle dell'Islam, il pellegrinaggio alla Mecca, quando i fedeli indossano lo stesso vestito bianco. Re o mendicante, nessuno è migliore di un altro».
Hanno ammazzato 2 camerieri e 5 clienti...
«Me l'hanno detto. I proprietari sono due fratelli, Farzad e Farhang: lavorano con le stesse persone da anni, li trattano come parenti. Mi sembra pazzesco che 12 ore prima che morissero io fossi lì a chiedere loro il solito succo di melograna».
Non ve lo aspettavate?
«Era inevitabile. Un paio di giorni prima sono arrivato in auto sotto un grande albergo, indisturbato. L'ho detto al direttore: "controllate le auto, pensate al Marriott di Islamabad"».
Eppure c'erano stati altri attentati...
«Questi sono di scala diversa. Sarebbe stato impossibile bloccarli».
Lei ha bazzicato con la mafia di Mumbai. Possibile reperire quelle armi a livello locale?
«La supposizione più ragionevole indica un'operazione di jihadisti a livello internazionale, strategia sofisticata e brutalità di ragazzini tipo gli studenti che fanno le stragi nelle scuole Usa. Ci avranno messo un anno a prepararla. La mia idea è che i killer siano arrivati da Paesi diversi: un paio dal Pakistan, un paio indiani, un paio britannici... Tutti armati e addestrati nei campi degli estremisti in Pakistan. Negli ultimi sei anni tutti gli attentatori catturati hanno detto di essere stati addestrati in Pakistan».
Ma è normale metterci tanto a neutralizzarli? I terroristi conoscevano la pianta del Taj, le teste di cuoio no...
«Molti le criticano. A torto. I servizi indiani sono i migliori. Per le stragi ai treni del 2006 ci hanno messo pochi giorni per trovare gli autori. Ma perché non mi chiede come evitare questi attacchi in futuro?».
Ecco, come si fa?
«Eliminare le ingiustizie, risolvere il problema palestinese, appoggiare gli islamici moderati, chiudere i campi in Pakistan, smetterla con l'ipocrisia: chi vince libere elezioni va al governo anche se non piace all'Occidente».
Tra le vittime c'è chi era venuto in India a meditare. C'è il rischio che il Paese perda il suo marchio di spiritualità?
«No. In India non ti serve nulla per essere amato, se vieni con il cuore aperto. La gente lo sta dimostrando in queste ore, negli ospedali, nelle strade. Sono morte centinaia di persone, le cicatrici resteranno. Abbiamo perso l'innocenza, ma l'età della tenerezza non è finita».

Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 27 novembre 2008

Quando un uomo e una donna diventono uno


Ho coperto i miei occhi
con la polvere della tristezza,
finché entrambi furono un mare colmo di perle.
Tutte le lacrime che noi creature versiamo per lui
non sono lacrime, come pensano molti, ma perle …
Mi lamento dell'anima con l'anima,
ma non per lamentarmi: dico solo le cose come stanno.
Il cuore mi dice che è angosciato per lui,
ma io non posso che ridere di questi torti immaginari.
Sii giusta, tu che sei la gloria del giusto.
Tu, anima, libera dal “noi”e dall’”io”,
spirito sottile in ogni uomo e donna.
Quando un uomo e una donna diventano uno,
quell’uno sei tu.
E quando quell'uno è cancellato, tu sei.
Dove sono questo “noi” e questo “io”?
A lato dell'amato.
Tu hai fatto questo “noi” e questo “io”
perché tu potessi giocare
al gioco del corteggiamento con te stesso,
affinché tutti i “tu” e gli “io” diventino un'anima sola
e infine anneghino nell'amato.
Tutto ciò è vero. Vieni!
Tu che sei la parola creatrice: Sii.
Tu, al di là di qualunque descrizione.
E' possibile per l'occhio fisico vederti?
Può il pensiero comprendere il tuo riso o la tua pena?
Dimmi, è possibile vederti?
Soltanto di cose in prestito vive questo cuore.
Il giardino d'amore è infinitamente verde
e dà molti frutti oltre alla gioia e al dolore.
L'amore è al di là di entrambe le condizioni.
Senza primavera, senza autunno, è sempre nuovo.

Maulānā Gialāl al-Dīn Rūmī

martedì 25 novembre 2008

L'inganno dei signori del materialismo


Coloro che si addestrano a risvegliare bodhicitta, sono dei bodhisattva e dei guerrieri, ma non dei guerrieri che fanno del male, ma dei guerrieri di non violenza, dei guerrieri dolci che sanno ascoltare le voci del cuore - diceva Chogyam Trungpa – essi sono uomini e donne forgiati con il fuoco. Questo significa che il guerriero-bodhisattva, quando entra in situazioni difficili, si adopera per alleviare la sofferenza, s’impegna a recidere le reattività personali e l’autoinganno,e si vota a ricercare la vera natura di bodhicitta. Questi guerrieri di amorevolezza, sanno che il male peggiore è quello che proviene dalla nostra mente violenta ed aggressiva, e quando diventano maestri guerrieri, s’impegnano a trasmettere tali insegnamenti anche agli altri. Per tutti sarebbe opportuno relazionarsi al mondo con l’atteggiamento del guerriero-bodhisattva, cioè vivere con coraggio ed amore. Le pratiche più semplici sono l’utilizzo della meditazione, della gentilezza amorevole, della compassione, della gioia e dell’equanimità, perchè non è possibile cercare il risveglio di bodhicitta con pratiche diverse, essendo queste le qualità del cuore di un budda.
Il processo dello sblocco del bodhicitta necessita della conoscenza degli inganni che ci tendono i signori del materialismo. Questi signori dell’illusione, rappresentano i modi con cui l’Io si protegge dalla fluidità del mondo, sono il modo con cui l’uomo cerca di tamponare l’imprevedibilità e l’impermanenza del mondo: sono le strategie che usiamo per darci l’illusione della sicurezza. Conoscere i signori del materialismo, significa imparare le strategie che usiamo per cercare comodità e sicurezze, significa evitare di usare false proiezioni mentali, che ci lasciano ancor più in preda alla paura.
Il primo signore dell’inganno è il Signore della Forma, e rappresenta la nostra abitudine a guardare sempre nel mondo esterno, per cercare un terreno solido e sicuro. Per sfuggire le insicurezze, siamo sempre più dipendenti da situazioni esteriori in cui cerchiamo sostegno o rifugio, ma qualsiasi cosa esteriore ricerchiamo, qualsiasi sostanza, attività o persona, nulla ci farà sfuggire all’insicurezza che è insita nel vivere umano. Forse useremo metodi innocui, o dannosi, o nocivi, però nulla potrà offrire una soddisfazione durevole ma, al contrario, ogni sensazione che cercheremo di sfuggire o soffocare, diverrà ancora più potente. La sofferenza causata dal Signore della Forma è quella di una felicità effimera e temporanea, millantata per felicità autentica e duratura. La pratica di risveglio del bodhicitta, prevede una profonda attenzione a quello che facciamo, ma senza giudicarlo o condannarlo, bensì riconoscendo con gentilezza quanto sta accadendo. Si rimane vittime dei raggiri del Signore della Forma, perché siamo alla continua ricerca di una perfetta e duratura sicurezza. Il secondo signore dell’illusione, è il Signore della Parola, che rappresenta il modo con cui l’Io utilizza ogni genere di credenza e di concezione, per avere l’illusione di poter avere delle certezze sulla natura della realtà. Lo rendiamo nostro sovrano, quando crediamo ciecamente nella correttezza del nostro modo di vedere, senza renderci conto che rendiamo la nostra mente ottusa e ristretta, piena di pregiudizi e di biasimo riguardo gli errori degli altri. Il problema non è costituita dall’avere un credo, ma è costituito dall’uso ottuso che facciamo delle nostre credenze, facendone un baluardo invalicabile, una barriera utilizzata per non considerare il modo di vedere degli altri. Il Signore della Forma, si serve di ottusità e di pregiudizi, ed usa tutti i nostri ideali e le nostre credenze più elevate per farci costruire muri e baluardi divisori. Senza valutare il punto di vista e le diversità altrui, siamo ostacolati nel nostro cambiamento evolutivo, e la vittoria di questa illusione è perfetta. Il terzo signore, il Signore della Mente, è sicuramente il più sottile e il più seduttivo dei tre ingannatori, perché entra in gioco quando usiamo la capacità mentali per vincere i nostri disagi e le angoscie. Agisce quando vogliamo vincere la sofferenza della vita, cercando degli stati alterati della mente, quando usiamo delle pratiche mentali, delle droghe, la spiritualità e anche l’amore, per evadere dal mondo ed assaporare l’ebbrezza di esaltazioni sovramentali. In questo senso anche gli stati straordinari di esperienza, le esperienze di picco sarebbero - secondo il buddhismo tibetano Kagyu – delle fughe dal mondo ordinario, una fuga dal “qui ed ora” insito nel vivere umano. Il problema resta sempre quello delle dipendenze che vengono create, non tanto dalle esperienze in se stesse poiché, essendo inevitabile che ci sia un inizio ed una fine per ogni cosa, quando ci fidiamo del Signore della Mente, andiamo sempre incontro alle delusioni.
E’ naturale usare delle strategie per alleviare il peso dell’esistenza, questo ci insegna la conoscenza dei signori del materialismo, ma avere consapevolezza che queste strategie sono ingannevoli, costituisce un’opportunità. Se conosciamo gli inganni del materialismo, potremo entrare più facilmente in contatto con bodhicitta, perché bodhicitta viene bloccata dagli inganni dell’Io e dai raggiri dei tre signori del mondo materiale.
Il Buddha insegna che l’esistenza umana si basa sull’impermanenza, la non esistenza del sé individuale e la sofferenza o insoddisfazione. Tutti gli esseri, con gradi diversi di consapevolezza, vivono questi sentimenti. Dobbiamo riconoscere che queste qualità del vivere sono reali ed autentiche, e questo ci renderà liberi dalla paura. Quello da cui scappiamo tutta la vita è semplicemente la verità che tutto è trasformazione e mutamento, e che niente e nessuno è fisso. Possiamo dire che una cosa sia bene o male, se la valutiamo sulla prospettiva presente o su quella del medio o lungo termine? Ma fa la differenza se viviamo il cambiamento come fonte di libertà o se lo poniamo come origine di orribili ansie.
Dobbiamo invece imparare una nuova identità di guerriero-bodhisattva, che vede la natura cangiante e mutevole dell’universo come una fonte di continua meraviglia, in cui possiamo scoprire la nostra naturale flessibilità come apertura di prospettive insperate, in cui possiamo non essere intrappolati nelle trappole di successo o insuccesso, in cui possiamo non sentirci come identità definita ma come armonia facente parte del Tutto, in cui vedere ogni minuto e ogni giornata come fonte di gioia e non d’incertezza.
Per un guerriero in formazione, la non esistenza del sé è una fonte di gioia e non di paura, ed essere consapevoli che il susseguirsi di situazioni piacevoli e spiacevoli, fa parte del vivere umano. Non soffriamo perché siamo cattivi, ma perché siamo vittime di raggiri ed equivoci. Il primo equivoco nasce dalla convinzione che il mutamento vada bloccato mentre, in realtà, il cambiamento va cavalcato come un destriero, adattandosi al suo passo senza opporre resistenza.
Nel secondo equivoco, siamo convinti di essere soli e separati, mentre invece siamo una parte dell’Anima del mondo. In preda al terzo equivoco, cerchiamo la felicità dove non possiamo trovarla, per cui ci aggrappiamo a tutto quello che ci offre momentaneo sollievo. Non siamo capaci di tollerare l’alternarsi di gioia e dolore e vorremmo avere sempre gratificazioni. Diventando sempre più incapaci di tollerare il minimo disagio, rischiamo di restare invischiati nelle vecchie abitudini, attuate nell’illusione di rendere la vita più prevedibile e sicura. Otteniamo invece, in cambio, solo un circolo vizioso che, nel pensiero buddista, viene detto Samsara. Vivendo invece il momento presente, con gentilezza amorevole e compassione, possiamo sconfiggere gli inganni dei signori del materialismo e ridestare in noi, il cuore del Buddha.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

domenica 23 novembre 2008

Trovare la natura di Bodhicitta


La natura dolorosa del Samsara, deve spingerci alla volontà di liberarcene: il “bodhicitta” è questo atteggiamento o attitudine mentale, che scaturisce da una profonda compassione, e che consiste nell’aspirazione di realizzare l’Illuminazione allo scopo di poter poi guidare anche gli altri esseri alla stessa meta. Quando si sviluppa bodhicitta in modo spontaneo e continuativo, si diviene capaci anche di aspirare al compito maggiore di “bodhicitta assoluto”.
Ma cos’è bodhicitta? E’semplicemenete la capacità di agire come “chitta” cioè mente, cuore e attitudine e anche “bodhi” cioè risvegliato, illuminato; cioè agire come un essere completamente aperto. Un tale cuore risvegliato, diceva Chogyam Trungpa, “proviene dall’essere disposto a guardare in faccia il vostro stato mentale […] Dovrete esaminare voi stessi e chiedervi quante volte avete cercato di entrare in contatto con il vostro cuore, pienamente e sinceramente. Quante volte siete fuggiti perché temevate di scoprire qualcosa di terribile riguardo a voi stessi?”
Pema Chodron racconta che la sua prima lezione di bodhicitta, la ricevette a 6 anni. Un giorno, mentre camminava furiosa contro tutti e tutto, tirando calci alle pietre che incontrava sul suo cammino, un’anziana signora, che prendeva il sole sull’uscio di casa, la guardò divertita e gli disse, sorridendo:”Ragazzina, non permettere alla vita di indurirti il cuore.” Pema dice che in quel momento capì perfettamente cosa volesse dire essere in uno stato di bodhicitta, perché dalla vita possiamo farci inaridire fino a perdere la voce del cuore, oppure possiamo far lavorare in noi le sue lezioni di crescita, fino a farci sbocciare nel petto un cuore gentile, compassionevole e misericordioso.
Il cuore risvegliato è colmo di tenerezza rispetto alle cose che incontra sulla sua strada, e se lasciamo che la vita lasci il nostro cuore tenero e generoso, allora, non avremo più bisogno di avere paura di soffrire.
Tutta la vita ci proteggiamo dal dolore, perché ci fa paura. Passiamo anni ad erigere fortezze e bastioni interni, alte mura protettive fatte di pregiudizi e preconcezioni, frutto solo della nostra paura di essere feriti. Tutto inutile, perché succede che tali muraglie vengano spazzate via come fuscelli, quando incontriamo l’avvenimento o la persona, in grado di farci affrontare con violenza noi stessi. Dovremmo invece coltivare la naturale dolcezza del nostro cuore, dovremmo coltivare momenti di vulnerabilità, il senso di fragilità, l’amore, la tenerezza, la solitudine, l’imbarazzo e tutte le sensazioni che dimostrano la nostra umanità, riconoscendogli il diritto di essere; giuste e necessarie, per risvegliare il nostro bodhicitta. Se il nostro cuore si spezza, si piega di fronte alle sofferenze della vita, allora proveremo ansia, panico, tanta rabbia e risentimento verso le cose che lo hanno lacerato. Così continueremo la catena della nostra sofferenza. Ma un cuore che prova una genuina tristezza, e non rabbia, riesce a rimanere cedevole e compassionevole.
Gli stessi concetti di “amico” e “nemico”sono del tutto relativi ed interdipendenti: una persona è amica o nemica non sempre e comunque, per sua natura, ma solo in relazione ad altro. Inoltre quando pensiamo a noi stessi e agli altri, ci appaiono le nozioni di “io” e “altri” come completamente differenti l'uno dall'altro. Ora, questa percezione è erronea.
La motivazione di bodhicitta è la compassione, cioè karuna. Essa consiste nel provare quel che prova ogni altro, il condividere le sofferenze altrui e conseguentemente - poichè nessuno vuole soffrire - è il desiderio che tutti gli esseri senzienti siano liberati dai propri dolori e problemi fisici e mentali.
La compassione è lo strumento attivo per il conseguimento dell’Illuminazione. Karuna sono le nostre azioni quando sono compiute alla luce della “saggezza discriminante”, cioè prajna: infatti, quando la nostra consapevolezza è aperta e viva, allora il nostro a agire, che si basa sulla nostra comprensione, diventa sempre più idoneo ed opportuno.
Così, più siamo consapevoli dell’altra persona, e più siamo capaci d’agire appropriatamente nel nostro rapporto con essa, rendendoci conto di cosa essa abbia bisogno davvero, e cessando d’imporre l’idea di ciò che noi pensiamo debba aver bisogno.
Il Buddha disse che non siamo mai separati dall’illuminazione, anche nei momenti più tristi e duri, in noi dorme sempre la natura dell’illuminato, possediamo sempre la mente del bodhicitta: il sole interno che nessuna nube può ottenebrare. Chi si allena a risvegliare questa natura è un guerriero di conoscenza e non di violenza, afferma Chogyam Trungpa, “che ascolta le voci del mondo.” Anche noi possiamo addestraci a risvegliare il coraggio e l’amore. Un guerriero accetta che non saprà ciò che può accadere, perciò potremmo provare tenerezza, struggimento, sofferenza ed incertezza e questo sarà il segno del risveglio del bodhicitta che dorme in noi. Come un alchimista che trasforma il piombo in oro, così ci ridestiamo alla nostra interna divinità.
Quando le nostre stesse paure destano in noi la compassione per l’essere che soffre, allora sappiamo far scaturire un luogo tenero che ci sostiene e ci conforta nei momenti bui della vita: questo è il supremo atto di coraggio che scaccia la paura. Ciò è quello che è necessario fare, in modo che le asprezze, a cui saremo sottoposti fruttino la nostra naturale evoluzione e maturazione, in modo che non ci lascino invece un pegno di amarezza e di dolore.
Il Buddha insegna che la flessibilità e l’apertura portano forza e che fuggire dall’insostanzialità dell’esistenza ci indebolisce e ci causa sofferenza. Ma potremo mai capire che familiarizzarci con la nostra tendenza alla fuga, è la chiave per risolvere tutto?
Quando riconosciamo le nostre avversioni e i nostri veri desideri, quando impariamo a conoscere senza giudicare il giusto e lo sbagliato dei nostri sentimenti, allora diventiamo obiettivi, allora facciamo crollare le mura interne e permettiamo alla nostra bodhicitta di fluire.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami

giovedì 20 novembre 2008

Superare il velo di Maya


Sviluppando i nostri punti di forza e i punti di debolezza, senza dubbio si può divenire una persona sempre migliore, infatti tutto il disordine e la tensione che sperimentiamo a livello personale, non sono altro che il risultato dell’ignoranza di sé e del mondo che ci circonda. Come un ragno che resta invischiato nella sua stessa tela, anche noi siamo imprigionati nei lacci della nostra ignoranza. Con i sensi fisici possiamo percepire il mondo che ci circonda e tutte le cose materiali, ma le facoltà della nostra mente, del nostro intelletto e le caratteristiche della nostra personalità, sono percepite solo dalla nostra coscienza. La coscienza o Anima, che non è percepibile con strumenti fisici e che costituisce il nostro vero sé, il nostro Io, la possiamo percepire solo con la comprensione mentale o intellettiva.
Gli antichi greci e anche gli indiani, percepivano la realtà come costituita da atomi. La parola greca atomos, significa indivisibile ed è simile al termine hindi Atma che significa Sé o Anima, significando l’energia fisica, indivisibile ed in distruttibile che anima l’essere umano. Tutta la realtà che ci circonda è, quindi, formata da punti di energia fisica, cioè da modelli di onde energetiche e di vibrazioni. Tramite i nostri sensi, facciamo una selezione di queste vibrazioni e trasmettiamo queste informazioni alla nostra mente, dove si costruiscono delle immagini mentali. Sono tutti i sapori ed i colori, che rileviamo con i nostri sensi, a costruire la nostra immagine del mondo: così possiamo avere accesso a tutti i diversi livelli di energie fisiche, tramite i nostri sensi corporei.
L’anima è invece il punto-sorgente di energie spirituali, ed è l’entità cosciente della nostra esistenza, ed il termine Atman possiede tre significati: l’Io, l’essere vivente e “l’inquilino” indicando cioè che io sono un essere vivente, l’inquilino del mio corpo fisico, io sono l’anima, cioè l’essere interiore vivo ed intelligente.
Essendo energia, l’anima è asessuata benchè disponga di qualità sia maschili che femminili. Nel manifestarle essa viene condizionata dal genere del veicolo corporeo che la ospita, e viene influenzata anche da condizionamenti ed aspettative sociali, ma la distinzione esiste solo nei corpi perché l’anima è indifferenziata.
Per definire i propri limiti e per costruire la consapevolezza corporea, l’essere umano opera la distinzione tra “io” e “mio”e definisce come mio le cose che gli appartengono e come “io” la coscienza di sé stesso. Molto spesso la coscienza di ciò che è mio, si espande in ogni direzione, non solo rispetto ai limiti del corpo o alle facoltà interiori, ma tracima come un fiume in piena nel mondo esterno, cercando di inglobare tutto ciò con cui ci rapportiamo. Iniziamo a vedere come “mio” non solo il nostro corpo, ma anche la mia macchina, la mia casa, mio fratello, mio marito, mio figlio, mia moglie. Con il tempo tendiamo a conservare e trattenere tutto, come se fosse di nostra proprietà esclusiva, ma “il mondo è un vaso di spiriti che non si fa forgiare” diceva Lao Tze per cui, più vogliamo trattenere qualcosa con la forza, più essa ci sfugge. Pur rendendoci conto dell’inutilità di questo atteggiamento e della natura effimera del mondo materiale, comunque ci aggrappiamo ad esso con fiera determinazione, sviluppando sempre maggiori attaccamenti e maggiori dipendenze ed alimentando la paura di perdere i nostri possessi. Quando ci identifichiamo con le cose che ci circondano, oltre ad alimentare la paura, disperdendo le nostre energie, soffochiamo anche le nostre qualità innate, cioè il nostro vero essere.
Facendo l’elenco di tutte le cose, che ci potrebbero ostacolare nella nostra evoluzione, probabilmente citeremo l’età, il sesso, la salute, la famiglia, il lavoro ed eventuali difetti o dipendenze personali, ma a ben osservare, sono le stesse cose di cui tendiamo a rivendicato il possesso esclusivo, le stesse a cui, al sopraggiungere dei problemi, attribuiremo poi tutte le colpe, e che useremo come capri espiatori. La realtà non dovrebbe esser vissuta come una conquista di territori personali, ma come una conquista di consapevolezza sempre crescente, da cui invece ci difendiamo disperatamente.
Secondo l’antica saggezza religiosa indiana dei Veda (5000 a.C.) la dea Maya, dopo la creazione della terra, la ricoprì di un velo che impedisce agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. E’ scritto: “Maya è il velo dell’ illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra, ch’egli prende per un serpente.”
Secondo l'Advaita Vedānta, questo “velo” è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell'io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Atman, l’unica entità eterna ed immortale, impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere separata dal Tutto. “La conoscenza del Sé è il senso della vita.” (Kena Upanishad vakya bhasya, II, 5)
Per realizzare il Sé nei diversi livelli di conoscenza, di creatività ed amore, bisogna trascendere l’egoismo, la possessività, la paura, la solitudine e l’angoscia, e ciò si può fare, eliminando le false idee di “mio” e “io”.
Nelle Upanishad si sostiene l’esistenza di una forza primordiale, uno spirito universale impersonale, eterno e immutabile che sta alla base di tutto l’universo: Brahman. Ogni individuo ha un nucleo immortale, un Sé, un’anima eterna chiamata Atman che, alla morte del corpo, si reincarna in altri corpi, seguendo un ciclo negativo di sofferenza (Samsara) dal quale bisogna trovare la via per liberarsi.
Il nostro essere spirituale, il Sé che è la parte essenziale e più reale di noi è, di solito, celato, chiuso, come avviluppato nelle sensazioni corporee, dominato dalle nostre sensazioni e pulsioni e tiranneggiato dalla mente inquieta e turbolente. E’ necessario togliere questi avviluppi, affinchè si riveli la vera essenza spirituale. Soltanto la conoscenza distrugge l’ignoranza, come la chiara luce dissipa l’oscurità, perché il Sé si manifesta soltanto nell’intelletto puro, essendo esso il sole di Conoscenza, è fissato nello spazio del cuore, ed è Colui che dissolve l’oscurità; essendo l’onnipervadente sostrato di tutto, Esso infinitamente risplende e fa ogni cosa risplendere.
La nostra anima eterna, il nostro Sé, l’Atman, è come una goccia d’acqua. Come la goccia, sembra autonoma e separata dall’oceano ma, ben presto tornerà all’oceano (Brahman). La sensazione di separatezza tra la nostra anima e quella universale, così come la sensazione di separatezza che riscontriamo nel mondo dei fenomeni che ci circondano, è un’illusione (Maya) dalla quale sfuggire.
E’ la sensazione di separatezza dal Tutto che ci induce la disperazione, che ci spinge all’attaccamento e alla dipendenza dalle cose. La nostra anima è avvolta dal velo delle illusioni, dal velo di Maya, del quale dobbiamo liberarci per scoprire che essa coincide con l’anima del mondo, e che la nostra anima è un riflesso eterno dell’anima eterna del Tutto.
Le Upanishad insegnano la via per liberarsi dal Samsara per permettere ad Atman, squarciando il velo di Maya, di ricongiungersi con Brahman. Si afferma nelle Upanishad: “Atman non invecchia quando s’invecchia, e non muore quando si viene uccisi” perché il suo destino è ritornare nell’oceano di Brahman.
Buona erranza
Sharatan ain al Rami