martedì 10 marzo 2009

Nelle Paludi della Tristezza



Anche se a volte sembra incomprensibile, accade che il dolore diventi una molla, affinché si sciolgano i nodi dell’anima. Accade che in fondo a tutte le inquietudini siano nascosti dei nodi che non si possano sciogliere, se non con il dolore. Accade che la tristezza diventi come una cascata inarrestabile, e che queste cascate diventino delle ondate d’indicibile dolore. Non è assolutamente possibile fare resistenza, perché il tuo dolore rimane e non riesce ad andarsene: allora quel dolore va vissuto fino in fondo.

E’ quel dolore che ci aiuta a sciogliere i nodi del cuore, e che ci aiuta ad accellerare la nostra trasformazione. Ma se ci illudiamo che il nostro dolore possa essere lenito da una relazione, da un’amicizia, da una missione o da un lavoro che possano aiutarci o anestetizzarci per tutta la vita, allora siamo in preda al miraggio dell’illusione: tutto dura lo spazio di un sogno, e gli inganni hanno la vita più breve di un sospiro.

Abbiamo davanti un deserto che va attraversato, abbiamo sempre una strada che dobbiamo percorrere fino in fondo, un percorso che nessun surrogato chimico e forma d’illusione, potrebbe cancellare o farci deviare. Se abbiamo il coraggio di percorrere quel deserto, allora la via della libertà potrebbe venirci incontro. Forgiati alla scuola del dolore e della necessità, diventiamo sempre più schietti ed acuti e riusciamo a scendere sempre più in fondo, oltre la superficie della vita: diventiamo belli ed essenziali perchè spogliati di ogni inutile orpello ed artificio.

La gioia che nasce dal dolore è un sentimento forte ed intenso come quel dolore che l’ha partorita, perché il dolore è il passaggio e la decantazione verso una più matura gioia di vivere. Questo ci insegnano tutte le filosofie sapienziali, questo insegnano tutte le scuola di conoscenza perché, troppo spesso, l’uomo evolve solo tramite le vie del dolore, mentre invece dovremmo trovare la strada per evolvere senza rimanere dilaniati dalla vita. Le filosofie orientali indicano nella nostra ignoranza e nel nostro cieco attaccamento, la causa di ogni dolore e di ogni radice dell’infelicità umana.

Paramhansa Yogananda afferma che Dio non vuole che l’uomo soffra, anche se purtroppo l’uomo cambia vita solo dopo avere provato un forte dolore. Il dolore sorge quando l’uomo sceglie una via che è in disarmonia con il suo essere, ed è per questo che l’Inferno sembra eterno, perché è la natura del dolore e della sofferenza che appaiono come tali. Chi soffre, pensa che per lui nulla potrà mai più cambiare, e che tutto sarà sempre penoso e doloroso.

Per l’induismo, qualsiasi stato di coscienza crea una vritti o vortice, che ha la forza di attrarre tutto ciò che entra nella sua orbita, perciò si raccomanda di non essere troppo indulgenti con le nostre sofferenze, perché potremmo rimanere prigionieri del nostro dolore ed essere vittime del vortice. Ne “La storia Infinita” il cavallino Artax prima giudizioso, allegro e coraggioso, muore nella Paludi della Tristezza, le paludi nelle quali si affonda se ci si lascia trascinare da pensieri tristi mentre, con il suo padrone Atreiu, sta cercando la vecchissima Morla per cercare di salvare Fantasìa.

Yogananda avverte di non pensare che, il fatto che un sentimento sia molto diffuso, sia anche il segno che esso sia necessario o naturale. Essere normali significa stare bene ed essere felici, mentre essere infelici significa essere in uno stato di “anormalità” spirituale, cioè essere in preda ad una malattia dell’anima. In realtà, egli afferma, il dolore non faceva parte del piano divino, ma era stato pensato come necessità impersonale di difesa, perché il nostro organismo fosse protetto dai danni, come per il dolore che si prova quando si tocca una stufa calda: il dolore è la protezione che ci è stata donata affinchè possiamo riconoscere ed allontanarci da tutto ciò che ci può arrecare danno.

Secondo la leggenda, quando Dio manifestò l’Universo, esso nacque perfetto, perciò gli uomini e le donne, comprendendo la necessità di essere perfetti, ben presto si sedettero in meditazione e si immersero immediatamente nella beatitudine di Brahman. Dopo avere fatto ancora dei tentativi infruttuosi di fare agire la sua creazione, allora Dio disse: ”Devo fare cadere gli uomini nell’illusione. Dovranno lottare e procedere per tentativi ed errori e fargli Così scoprire, quali azioni e quali comportamenti li condurranno alla beatitudine e alla libertà.” E’ per questo che ci hanno chiusi in questo labirinto, ed è per questo che tutte le scritture ispirate alla liberazione dalle vie intricate di Maya, sono vie di vera liberazione e di somma conoscenza, da usare come preziosi fili di Arianna.

Secondo il Dalai Lama, la vita non è un’illusione, ma ci appare come un’illusione, perciò vi sono molte discrepanze tra come le cose sono, e come invece ci appaiono, per cui una cosa transitoria può apparire permanente, come può accadere che alcune forme di dolore possano apparirci come fonti di piacere. La coscienza è condizionata dalle condizioni precedenti, per cui il nostro dolore viene sempre sperimentato sulla base di preconcezioni, cioè sulla base di quello che noi abbiamo già precedentemente definito come piacevole, spiacevole o neutro.

La sensazione è quindi postulata come un fattore mentale che sperimenta ciò che noi chiamiamo dolore, piacere o sensazione di neutralità, alla fioca luce di contatti precedenti. Inoltre qualsiasi tipo di sensazione, anche la più debole, è in grado di darci una spinta dinamica, perciò non riusciamo a rimanere tranquilli quando siamo in preda alle nostre sensazioni.

Il piacere ci spinge a volerne di più, mentre il dolore ci spinge ad evitarlo. La brama di possesso ci spinge a desiderare gli oggetti, mentre la volontà di far cessare il dolore ci spinge alla volontà di distruggere tutte quelle cose che ci fanno soffrire e a separarci dalle sensazioni dolorose: è l’attaccamento che ci spinge ad aggrapparci mentalmente agli oggetti desiderati, alle visioni del sé, ai sistemi etici e ai comportamenti sbagliati.

Ogni dolore è il frutto dell’ignoranza, perchè è il frutto del nostro oscuramento rispetto alla relazione che intercorre tra le azioni e i loro effetti. Sono queste brame e questi attaccamenti che ci fanno cristallizzare nel nostro karma o che invece, possono infondere una nuova carica di potenzialità al nostro karma. E' a causa di ciò che comprendiamo perché, dalla liberazione dai nostri attaccamenti, possiamo trarre delle risorse per "seminare" un karma migliore da fruire nella futura incarnazione.

Osho avverte che siamo degli osservatori che s’identificano troppo con le apparenze, e ciò accade quando smettiamo di essere testimoni per diventare attori, per questo bisogna provare a distinguere tra noi e la nostra mente. Noi non siamo la nostra mente, ma siamo una cosa molto più grande, di cui la mente è solo una parte. Così facciamo scomparire la nostra mente per fare sorgere il nostro Sé, la cui essenza è assolutamente universale.

Diventando un’essenza universale, scompare sia la mente che il Sé cosi che, anche le cose che ci apparivano più importanti e problematiche, possono divenire irrilevanti. Per questo da ogni dolore ci si difende operando uno sforzo, cioè operando un netto distacco dalla cecità egoica e dall’ignoranza individuale: dal dolore ci si difende facendo un grande balzo evolutivo.

La mente è solo una processione di pensieri che passa davanti allo schermo del cervello, afferma Osho. Tu sei un osservatore, ma ti identifichi con le cose belle e sei coinvolto dalle cose brutte, perché senza dualità la mente non può esistere. E non può esserci nessuna consapevolezza con la dualità, come non può esserci la mente senza la dualità. La consapevolezza non è duale mentre la mente è duale, per questo dobbiamo esercitarci ad osservare. Crea distanza tra te e la tua mente, suggerisce Osho, distanziati dalle cose, siano esse belle come pure siano brutte, e restane il più lontano possibile. Guarda le cose come se fossero le immagini di un film, ma guardale da lontano e cerca di non identificarti con loro, resta centrato in te.

Ci sono persone che corrono il rischio di attaccarsi alle proprie cose, anche se sono dolorose e anche se sono collegate a stati d’animo negativi, quasi come ne traessero piacere, e ciò avviene perché l’io può esistere solo con la mente infelice e nessun io nasce dalla contemplazione estatica: le nostre miserie esistono perché noi le alimentiamo e così facendo ci svuotiamo delle nostre energie e delle nostre risorse migliori.

Solo le emozioni e gli atteggiamenti positivi producono energia e gioia, perché sono delle dinamo di energia, che creano altra energia e che non si svuotano mai. Quando sei felice, anche la vita ti offre di più e l’esistenza ti risponde offrendoti altra felicità, mentre quando sei infelice, triste, arrabbiato o avido, allora sei morto nella tua tristezza, crei una frattura tra te e la vita, e sei preda delle ostilità dell’esistenza. Intrappolato nella tua tristezza diventi sempre più debole finchè, sfinito, vieni risucchiato dalle Paludi della Tristezza.

Buona erranza
Sharatan

domenica 8 marzo 2009

Benvenute alla Festa della foca monaca!


Molte festività assumono il sapore dello stereotipo perché diventano obbligate, e allora vengono erogate in modo automatico come fa un distributore con un pieno di benzina: metti la banconota e ti danno il prodotto. La “Festa della donna” assomiglia ad una cosa dovuta, alla celebrazione beffarda della tutela della foca monaca. Se qualcuno mi dicesse: “Embè! E allora, che cosa c’è di male a tutelare la foca monaca, perché non dovrebbero farlo?” Direi che non c’è nulla di male, assolutamente nulla, ma che comunque la tutela è sempre il sintomo di qualcosa che non va. Senza dimenticare che l’ipocrisia umana, pur tutelando un soggetto, nel contempo non smette si sfruttarne le risorse.

Nel concetto di tutela si presume che ci sia un soggetto debole che deve protetto perché tale soggetto, non ha la forza di poterlo fare in autonomia. Scusate se è poco, ma io vedo enunciati assieme, sia un aspetto di superiorità di una parte su di un’altra, ma anche una visione concessoria e paternalistica di tutela che mi disturba molto, perché il paternalismo rende l’individuo asservito alle altrui volontà.

E’ tipico del paternalismo essere tollerante e magnanimo e quindi offrire delle concessioni, che vengono graziosamente erogate in virtù della magnanimità del principe. Io non mi sento mai gratificata dalle cose che mi vengono concesse, io richiedo solo il riconoscimento dei miei diritti e tu non hai il potere di concedere nulla. Come mi può essere regalato ciò che è già mio? Capito il concetto?

Si tutelano i deboli, quelli che non possono e non sanno far valere le proprie ragioni e, quando si offre una tutela, si presume che l’altro essere sia, in qualche modo, inferiore a colui che eroga. Attenzione però, perché gli uomini e le donne la pensano in modo molto diverso, ma dire che uomini e donne siano diversi, non significa dire che uno dei due sessi sia inferiore all’altro. Siamo diversi e come poterlo negare? Ma è certo che siamo anche uguali e questo, prima o poi, saremo in grado di capirlo e comportarci di conseguenza.

Oggi siamo nel tempo in cui si reputa che lo stupro sia il prodotto della seduzione esagerata della bellezza e della sensualità delle donne, oggi si pensa che la soluzione migliore sia quella di far tornare le donne al burkha, ma nel contempo, si abusa dell’immagine di un corpo femminile che viene mostrato ovunque e senza censure. Ma per le donne più evolute, appare evidente che lo stupro è solo il retaggio arcaico del linguaggio delle caverne, in cui un uomo armato di clava, persuadeva la donna concupita, che lui fosse il più forte ed il più “conveniente” per la sopravvivenza della specie.

L’opinione pubblica vede l’orda barbarica che avanza, senza pensare che la massa degli stupratori è troppo spesso nascosta nella famiglia, nei rapporti di parentela e nel giro delle amicizie, e che l’orda è costituita da padri, mariti e amici che stuprano, approfittando della loro prepotenza, che è superiore alle forze e alla volontà delle donne. Sono insospettabili ed impuniti perché queste donne, molto spesso, neppure denunciano gli abusi per la paura degli stupratori e per la vergogna di dover raccontare le violenze subite.

Lo stupro è sempre uno sfregio alla donna, è lo sfogo dell’impulso di potenza e di prevaricazione che opprime e umilia il corpo della donna, perché il corpo è il primo confine dell’identità personale per le nostre civiltà occidentali e perché il corpo è il confine della tribù e della etnia nelle civiltà tribali. Le due significanze non sono mai separabili, basti leggere le dichiarazioni di coloro che si sono rivelati stupratori seriali familiari, per convincersi che il movente dell’incesto sia l’atto di possesso totale e assoluto sulle donne del proprio gruppo familiare. Credo che una notizia di questi giorni, sia in grado di mostrare fino in fondo tutte le contraddizioni dell’ipocrita festa della donna e la cito come notizia su cui riflettere.

In Brasile, c'è una bambina di 9 anni. Il patrigno di 23 anni abusa sessualmente di lei da quando aveva 6 anni e abusa anche della sua sorellina, che ha 14 anni ed è invalida. La bambina di 9 anni resta incinta di due gemelli. La legge brasiliana "autorizza l'aborto in caso di stupro o pericolo di morte", vale a dire proprio le condizioni entro cui si è venuta a trovare la bambina violentata e alla bambina di 9 anni vengono somministrati medicinali per indurre un aborto farmaceutico.

Allora il monsignore brasiliano Josè Cardoso Sobrunho, arcivescovo di Recife, scomunica i medici che hanno eseguito la pratica abortiva, e puntualizza che il “peccato” d'aborto ricade esclusivamente sui medici e "chi lo ha realizzato, e si spera che, in un momento di riflessione, si pentano." Livio Moraes, primario presso l'ospedale dell'Università di Pernambuco, ha ricordato che la legge tutela le condizioni entro cui si è venuta a trovare la bambina violentata e che la madre era favorevole all’aborto della figlia, sebbene il padre biologico fosse contrario. Allora l'arcivescovo Sobrinho ha risposto al primario che "la legge di Dio è al di sopra della legge umana. Per cui, quando una norma promulgata da legislatori umani va contro la legge di Dio, perde qualsiasi valore."

Leggo ancora su La repubblica del 6 marzo: "Sul caso della bimba stuprata è intervenuto anche il ministro della sanità brasiliano, Josè Gomes Temporao, che ha accusato la Chiesa cattolica di aver adottato una posizione "estremista", "radicale" e "inopportuna" avendo deciso di scomunicare i medici che hanno fatto abortire la bambina di 9 anni."Sono scioccato per la posizione radicale di questa religione che, nell'affermare a torto di voler difendere una vita, mette un'altra vita in pericolo."

Dal Vaticano, risponde padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia, presieduto dal cardinale Ennio Antonelli. "E' un tema molto, molto delicato", ma "la chiesa non può mai tradire il suo annuncio, che è quello di difendere la vita dal concepimento fino al suo termine naturale, anche di fronte a un dramma umano così forte come quello della violenza di una bimba. L'annuncio della chiesa è la difesa della vita e della famiglia - aggiunge ancora padre Grieco - ognuno di noi deve porsi in un atteggiamento di grande rispetto della vita, anche di fronte a un dramma umano come la violenza di una bambina."

E la scomunica ai medici? "I vescovi giustamente predicano il mistero della vita - risponde il religioso - e la chiesa non può tradire il suo annuncio. L'aborto non è una soluzione, è una scorciatoia". "La scomunica significa non potersi accostare anche al sacramento della comunione e se una persona è nel peccato e non si confessa, per la chiesa - ricorda Grieco - non può fare la comunione. In questo caso i medici sono fortemente nel peccato perché sono persone attive nel portare avanti l'aborto, l'uccisione di un innocente. Sono protagonisti di una scelta di morte."

Capito l’antifona? Capito come si fa a difendere l’innocenza di una bimba, la sacralità della vita, l’integrità della famiglia e soprattutto il rispetto per la legge? Dimenticano forse di dirci come la bimba vivrà la sua sessualità dopo avere subito abusi fino dall'età di 6 anni. Ma forse è difficile dirlo perchè la Santa Madre Chiesa è costituita solo da uomini e perchè la sessualità è peccato.

Nessun’altra risposta "più cristiana" si poteva trovare per il dramma di questa bambina? Se la violenza è sempre un caso esecrabile, a me appare ancora più spaventosa quando viene compiuta ai danni dei bambini, e la fedofilia è uno dei pochissimi peccati che lo stesso Gesù ha condannato con parole durissime, dicendo che chi sarebbe stato di scandalo a “uno solo di questi piccoli” sarebbe stato meglio se si fosse legato una macina da mulino al collo e si fosse buttato nel più profondo dei pozzi. Ma la Santa Madre Chiesa contro la pedofilia si sente fragile.

Ma forse oggi dovremmo anche ricordare quello che accade in Africa, dove le donne sono violentate e mutilate in modo raccapricciante, ma dove nessuno interviene perché non c’è interesse economico o posizioni militari strategiche da conquistare. Leggere gli articoli sulla violenze inflitte alle donne del Darfur è un’esperienza scioccante per una donna, ma leggerle e poi pensare al ramettino di mimosa diventa una provocazione.

Io non amo affatto le celebrazioni dovute e non amo essere provocata, amo molto i fiori, ma oggi penso che le mimose stiano molto meglio appese ai loro rami. Allora festeggiamo se vogliamo, ma questa festa è una coglionata ipocrita e commerciale. Per tutte le gentili signore che ancora ci credono, a loro tutte dico: Benvenute tutte alla Festa della foca monaca!

giovedì 5 marzo 2009

Del mentale affamato che non ha mente



L’essere umano non riesce mai a percepire la realtà in modo neutro, impersonale ed oggettivo, ma viene sempre risucchiato dal suo ego, per cui non riesce mai ad essere nello stato di coscienza distaccata che viene definito cone essere nel Testimone.
La coltivazione di questa attitudine a testimoniare viene espressa bene da Nisargadatta Maharaj, come la capacità di sapere osservare, con un atteggiamento di totale distacco e autonomia il mondo esterno, e di saperlo osservare con totale oggettività. Coltivando l’attitudine a testimoniare, si avrà una maggiore sensazione di distacco e quindi una maggiore capacità di controllo, poichè per Nisargadatta Maharaj, la testimonianza non ha nulla di passivo.

Non bisogna assolutamente andare alla caccia del nostro io per ucciderlo, perché sarebbe impossibile, bisogna solo smettere di vederci come scissi tra un Soggetto Osservatore ed un Soggetto Osservato e vederci invece come presenti e testimoni di noi stessi. Solo quando si capisce che non vi è un Io interiore ed un Io esteriore, ma solo un Osservatore Cosciente e vi è la consapevolezza della nostra consapevolezza.

Maharaj, per spiegare il senso del Testimone, usa delle metafore tratte dalla tradizione Veda, narrando l’apologo di Janaka e l’interpretazione del suo sogno di essere un mendicante. Narra l’aforisma che, quando Janaka si svegliò disse al suo maestro, Vasishtha: "Sono io un re che sogna di essere mendicante o un mendicante che sogna di essere re?". E il maestro: "Né l'uno né l'altro, sia l'uno che l'altro. Voi siete e insieme non siete ciò che pensate di essere! Lo siete perché agite in conformità. Non lo siete perché non dura. Potete essere un re o un mendicante per sempre? Tutto muta. Ma voi siete ciò che non muta. Che cosa siete?". Disse allora Janaka: "Sì, non sono un re né un mendicante, sono il testimone spassionato".

Solo quando la nostra personalità si riunisce alla nostra individualità abbiamo la reintegrazione che permette la vera via spirituale, perché nessuna vera spiritualità si manifesta nella dualità e nella scissione delle esigenze dell’uomo, perchè nessun cammino spirituale vero ammette la mortificazione dell’uomo. Quelli che riteniamo Sè interni o Sé esterni sono solo parti del nostro essere di cui siamo inconsapevoli, sono solo il frutto della percezione che noi siamo il nostro corpo.

Ma il fatto stesso di avere il corpo, ci offre l’opportunità di esperire tale atto di coscienza. Siamo intrappolati in una ragnatela di convinzioni e di definizioni verbali che minimamente riflettono solo una parte della consapevolezza di noi, del mondo e delle persone.

Bisogna prestare attenzione a tutto ciò che in noi vi è di grezzo e di primitivo, ancora irragionevole ed immaturo, afferma Nisargadatta Maharaj, e allora avverrà la maturazione: "L’essenziale è la maturità del cuore e della mente. Verrà senza sforzo, quando sarà rimosso il principale ostacolo: la mancanza di attenzione e di consapevolezza. E’ nella consapevolezza che cresci."

Ma cosa ci impedisce di comprendere? Se il nostro cuore e la nostra mente sono agitati, se siamo impauriti, se siamo bisognosi di consolazione, allora non siamo in gradi di comprendere, perché quando noi siamo in preda a delle forti emozioni, siamo completamente ciechi e sordi ad ogni altra questione, e nulla giunge alla nostra comprensione. Ogni aiuto, ogni argomento ed ogni ragione sono completamente estranei ad ogni nostra capacità percettiva o critica: per questo il mentale deve sparire, per questo dobbiamo svincolarci da tutto ciò che ci impedisce di comprendere la realtà.

Il mentale urla continuamente il suo io e lo fa prevalere su ogni altra percezione e comprensione, per questo dobbiamo metterci in grado di capire oltre l’urlo dell’io che sente solo i suoi successi, le sue sconfitte, le sue ingiustizie e le sue paure. Come possiamo creare il silenzio, come far tacere il mentale, come attenuare l’accumulo di paure, di desideri, di tutte le sensazioni che affiorano dinamicamente dal nostro inconscio trasformate in ossessivi pensieri ed in violente emozioni, e che ci mettono in balia di agitazioni e di vortici emotivi?

Sappiamo di vite intere che si sono scandite nelle mortificazioni corporali e nella meditazione, vite mortificate e dedicate alla fuga dalle schiavitù dell’io, ma tutto ciò ha solo impedito di capire e di sentire la grande Verità. Il termine desiderio, in sanscrito si esprime con vasana, che è un termine femminile e ben si traduce con il termine “richiesta” e con il significare delle esigenze che sentiamo in noi stessi, delle sollecitazioni e delle istanze interiori.

Nessuno può negare di essere sollecitato da domande e da esigenze interiori, che sono le esigenze “del cuore affamato che non ha orecchi” e “del mentale affamato che non ha mente” come dice giustamente Arnaud Desjardins. E sono le voci di quel cuore affamato che dobbiamo far tacere, e quanto esse tacciono allora scompaiono le identificazioni, i nervosismi, i rifiuti ed i conflitti e ci si ritrova nei panni del Testimone che è completo in sè stesso, libero ed inattaccabile.

Se aspettiamo che la vita ci ponga nella condizione di uno stato di calma e di azione consapevole, tale da permetterci di essere tranquilli e realizzati,allora non avremo mai alcun risveglio. Si dice che ci si ricorda di Dio solo nei momenti di disperazione, ma la dimensione interiore della coscienza è sempre presente, noi siamo sempre presenti alla nostra dimensione interiore che per noi è sempre aperta. Il cammino spirituale non è un tranquillante per sopire l’anima,ma è il risveglio a sè stessi, alla risposta assoluta sull’Atman che siamo e al nostro modo di partecipare all’Infinito eterno.

Ascoltiamo la voce del cuore e del mentale affamati, non cerchiamo di zittirla, ma facciamo parlare anche il discepolo di conoscenza che esiste in noi, perché ha un alleato onnipotente, la nostra Atman, cioè la nostra Verità Relativa che fa parte della più grande Verità Assoluta. Allora capiremo che non esiste verità relativa o assoluta, così come non possiamo distinguere ogni onda dell’oceano dall’oceano stesso: così percepiamo un barlume della Verità Suprema. Alla domanda:”Come sfuggire alle fiamme dell’inferno” Un maestro taoista rispose: “Saltandoci dentro, proprio dove sono più alte!”

Tutte le ascesi hanno lo scopo di rendere meno affamati il cuore e il mentale, ma facendolo non concorrono che a rafforzarli, invece noi possiamo rovesciare la prospettiva, affermando che esiste già in noi, una Perfezione e una Pienezza che aspetta solo di essere riconosciuta. Dobbiamo credere che in noi vi siano le onde che l’oceano, poiché siamo tanti Atman che concorrono all’oceano di Brahman. Assumendo come criterio la perfezione della Coscienza, cade ogni nostra ragione d'indegnità e d’infelicità.

Il guru di Nisargadatta Maharaj, Sri Siddharameshwar Maharaj del Navnath sampradaya, ormai morente gli disse:"Se vuoi vivere una vita felice, cerca ciò che sei." e aggiunse: "Tu sei il Supremo agisci in conformità. Credilo con fermezza, non dubitarne mai, ricordalo senza intermissione." A Nisargadatta Maharaj non restò che obbedire, e narra: "Continuai la mia solita vita, ma ogni momento libero lo passavo a ricordare il maestro e le sue parole. Poiché non le ho dimenticate, mi sono realizzato."

Buona erranza
Sharatan

martedì 3 marzo 2009

E sarà lui stesso la propria compagnia



Nondimeno può accadere che vi siano ragioni sufficienti per le quali un uomo senta di dovere confidare solo nelle sue forze, per intraprendere il cammino nel mondo. Può darsi che in tutte le vesti, le forme, i recinti, e i modi di vita e le atmosfere che gli offrono egli non trovi ciò di cui ha particolarmente bisogno, e in tal caso andrà solo, e sarà lui stesso la propria compagnia. Varrà come se fosse egli il suo gruppo, consistente in una varietà di opinioni e di tendenze: che non devono necessariamente essere rivolte nella stessa direzione. In realtà, sarà in disaccordo con lui stesso, e si troverà in grande difficoltà nell’unire la sua molteplicità per scopi di fine comune […]

Come l’iniziato di una società segreta che si è liberato dalla collettività indifferenziata, così l’individuo che sia solo sulla sua strada, ha bisogno di un segreto che per varie ragioni non possa o non gli sia consentito rivelare. Un tale segreto lo costringe all’isolamento, nel suo individuale progetto: molti individui non sanno sopportare tale isolamento. Sono i nevrotici, che necessariamente giocano a nascondino con gli altri come con se stessi, senza essere capaci di prendere nulla veramente sul serio. Di solito finiscono col sacrificare il loro scopo individuale alla loro brama di adeguamento collettivo, processo che tutte le opinioni, le credenze e gli ideali del loro ambiente incoraggiano […]

Pertanto l’uomo che, spinto dal suo demone, osa porre il piede oltre il limite dello stadio intermedio, entra veramente in “regioni inesplorate, e da non esplorare”, dove non vi sono strade segnate, e nessun ricovero offre la protezione di un tetto. Non vi sono precetti che possano guidarlo quando si imbatte in una situazione imprevista, per esempio in un conflitto di poteri che non si possa risolvere in quattro e quattr’otto. Per lo più queste sortite nella “terra di nessuno” durano solo finchè non si presentino conflitti del genere, e finiscono non appena da lontano si presagisca una tempesta. Non posso biasimare uno che se la batta a gambe levate; ma nemmeno posso approvarlo se cerca di farsi un merito della sua debolezza e della sua codardia. Dal momento che il mio disprezzo non può fargli altro danno, posso anche esprimerlo tranquillamente.

Ma se un uomo si trova di fronte a un conflitto di doveri e si accinge a risolverlo fondando sulla sua personale responsabilità, e dinanzi ad un giudice che siede in giudizio giorno e notte, egli si ritrova nella posizione dell’”uomo solo.” Possiede un segreto autentico che non può essere messo in discussione, non fosse altro perché egli è coinvolto in un dibattito interno senza fine, nel quale egli è avvocato e spietato accusatore, e nessun giudice secolare o spirituale può ridargli un sonno tranquillo. […]

E’ proprio questa virtù che impedisce al suo possessore di accettare le decisioni di una collettività. Nel suo caso la corte si è trasferita dal mondo esterno in quello interiore, dove il verdetto viene pronunciato a porte chiuse. Una volta che ciò accada, però, la coscienza dell’individuo acquista un significato che prima non aveva. Egli non è più soltanto il suo io ben noto e socialmente definito, ma è anche la corte che discute che valore esso abbia in sè e per sé. Nulla favorisce la presa di coscienza tanto quanto questo intimo confronto dei principi opposti. […]

Come ogni energia procede da una opposizione, così anche l’anima umana possiede la sua intima polarità, essendo questa l’indispensabile premessa della sua vitalità, come già riconobbe Eraclito. Sia da un punto di vista teorico che pratico la polarità è inerente a tutto ciò che vive. Contro questa forza vi è la fragile unità dell’io, raggiunta a poco a poco nel corso dei millenni solo con l’aiuto di innumerevoli misure protettive. Che un io fosse possibile sembra derivare dal fatto che tutti gli opposti tendono a raggiungere uno stato di equilibrio. Ciò avviene nello scambio di energia che risulta dall’incontro del caldo e del freddo, dell’alto e del basso, e così via.

L’energia che sta alla base della vita psichica è preesistente ad essa, e perciò è dapprima inconscia. A mano a mano che si avvicna alla coscienza essa dapprima appare proiettata in figure come il mana, gli dei, i demoni, e così via, il cui numen sembra essere la sorgente della forza vitale, e praticamente lo è, fino a che essa è vista in tale forma. Ma non appena questa impallidisce e perde la sua efficacia, l’io – e cioè l’uomo empirico – sembra prendere possesso di questa sorgente di energia e di possederla, e persino immagina di possederla realmente; dall’altro ne è posseduto.


[C. G. Jung – Ricordi, sogni, riflessioni, p. 404-407 ]

domenica 1 marzo 2009

Esplorare i prodigi dell’Africa


Lo spirito fu l’elemento che portò alla crisi e al distacco di Jung da Sigmund Freud e, attualmente, è l’ambito in cui freudiani e junghiani sono maggiormente distanti. Jung riteneva che la maggior parte dei malesseri fosse causata da crisi spirituali non risolte, mentre Freud supponeva che essi fossero sintomi di vere e proprie malattie, di cui la psicoanalisi doveva farsi carico, mentre si attendeva che le scienze neurologiche trovassero i migliori rimedi per la cura. Tra i due non poteva esserci distanza maggiore.

Come studioso materialista, Freud negava ogni esistenza dello spirito nell’essere umano mentre Jung, che era un mistico intuitivo e che proveniva da una famiglia in cui la veggenza non era affatto insolita – sua cugina era una valente medium - proclamava la centralità dello spirito alla base di ogni istanza umana più elevata. Freud affermava un approccio più farmacologico verso i disagi umani, mentre Jung supponeva che bisognava costruire un’interpretazione più olistica dell’uomo e delle sfide della vita. Jung riteneva che per essere spiritualmente vivi si dovesse concepire sè stessi come parte di un più grande disegno cosmico.

Quando Jung incontrò un capo Pueblo del New Mexico, nell’inverno tra il 1924 e il 1925, rimase profondamente colpito perché il capo indiano gli disse che era allarmato dai bianchi: “Vedi, come appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero cercando sempre qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.”
Quando Jung gli chiese perché pensasse che i bianchi fossero pazzi, Ochwìa Biano, il capo Pueblo gli rispose: “Essi dicono di pensare con la testa.”
Jung replicò sorpreso: “Ma certo. E tu come pensi?” Allora il vecchio Pueblo gli indicò il suo petto e il suo cuore e rispose: ”Noi pensiamo qui.”

Jung capì che il pensare con la testa avrebbe fatto fare passi tecnologici enormi, ma avrebbe causato la perdita della capacità di pensare con il cuore e di vivere attraverso l’anima e capì che, se non ci assumiamo la responsabilità della nostra parte di universo, ogni cosa veramente importante sarebbe andata perduta.

Nel 1944 Jung ebbe un arresto cardiaco e rischiò di morire e quando fu guarito, raccontò che in quella occasione aveva sperimentato un’esperienza di pre-morte. Raccontò che era uscito dal corpo e dal mondo,entrando in una dimensione meravigliosa in cui tutto era perfetta luce, felicità ed armonia. Niente vi era di più meraviglioso, ma prima aveva dovuto sopportare una totale lacerazione da tutto il suo passato personale. Era stato come se tutto gli fosse stato tolto con la violenza, come se gli avessero strappato tutto ciò che desiderava, tutto ciò in cui credeva e tutto ciò che aveva pensato; gli restava solo ciò che aveva vissuto e ciò che aveva fatto, e lui era tutto ciò.

Questa spoliazione era stata fonte di estrema miseria ma anche di appagamento e, alla primaria sensazione di essere stato defraudato, saccheggiato e violato, era poi sopraggiunta la sensazione di essere restato tutto integro in sé stesso e di essere integro in tutto ciò che era veramente: non vi era più nessun rimpianto per ciò che gli era stato tolto: era vero ed integro nella sua essenza.

Sospeso nello spazio cosmico era giunto ai piedi di un tempio in cui doveva entrare, perché sapeva che era atteso da coloro che facevano parte di lui, e che lui stesso era una parte di un grande libro della vita, di cui costituiva una pagina: perciò doveva entrare nel tempio. Ma non gli fu possibile, perché giunse l’immagine del medico che lo stava rianimando e gli disse che non poteva andarsene dalla terra e che doveva ritornare alla vita. Fu così che fu riportato nel corpo e gli fu impedito di morire, e allora deluso pensò:”Ora devo tornare ancora una volta al “sistema delle cassettine!”

Nacque così in lui una sensazione che lo accompagnò per tutta la vita che, dietro al cosmo, avessero costruito artificiosamente un mondo tridimensionale, in cui ognuno stesse per conto suo, chiuso dentro una piccola cassetta. La vita e il mondo intero gli apparvero come una prigione, in cui tutto era perfettamente normale e, dopo avere sperimentato la straordinaria sensazione di librarsi nello spazio senza peso, ora venisse catturato da un filo e richiuso ancora nella sua cassettina. Amareggiato pensava:”Ora devo tornare in quel mondo grigio!”

Più tardi scrisse che, sebbene in seguito avesse recuperato la fede in questo nostro mondo, eppure non riuscì mai più a liberarsi dal pensiero che questa vita fosse solo un frammento dell’esistenza che si svolge in un universo tridimensionale, disposto beffardamente a tale scopo, dichiarando di avere sperimentato il sentimento giocoso ed ironico, che gli induisti definiscono Lila o Leela, il gioco cosmico e creativo di Brahman.

Di questa nuova sensibilità risentì la sua concezione di legame affettivo, infatti scrisse: “in genere gli uomini attribuiscono molta importanza ai legami affettivi, ma questi contengono proiezioni che è necessario respingere per realizzare sé stessi e l’oggettività. I rapporti emotivi sono rapporti di desiderio, viziati da costrizioni e mancanza di libertà; si vuole dall’altro qualcosa che priva sia lui che noi della libertà. La conoscenza obiettiva sta al di là della relazione affettiva; sembra essere il segreto essenziale. Solo grazie ad essa è possibile la vera coniunctio.”

Dopo la malattia Jung scrisse la maggior parte delle sue opere principali e la conoscenza di queste realtà lo spinse a lasciarsi andare alla sua intuizione interna, senza volere fare delle affermazioni ma trovando il coraggio per nuove ed insolite formulazioni. Ma dalla malattia derivò anche la capacità di saper dire “si” all’esistenza, imparò “un si incondizionato a tutto quello che è, senza proteste soggettive, la totale accettazione delle condizioni dell’esistenza così come le vedo e le intendo; l’accettazione della mia stessa essenza, proprio come essa è. Al principio della malattia avevo la sensazione che vi fosse un errore nel mio atteggiamento, e che perciò in un certo modo fossi responsabile io stesso dell’infelicità.

Ma quando uno vive la via dell’individuazione, quando si vive la propria vita, si devono mettere anche gli errori nel conto: la vita non sarebbe completa senza di essi. Non c’è garanzia, neanche per un solo momento, che non cadremo nell’errore e non ci imbatteremo in un pericolo mortale. Possiamo credere che vi sia una strada sicura, ma questa potrebbe essere la via dei morti. Allora non avviene più nulla o, in ogni caso, non avviene ciò che è giusto. Chiunque prende la strada sicura è come se fosse morto.

Fu solo dopo la mia malattia che capii quanto sia importante dir di sì al proprio destino. In tal modo forgiamo un io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. Allora, fare l’esperienza della disfatta è anche fare esperienza della vittoria. Nulla è turbato – sia dentro che fuori – perché la propria continuità ha resistito alla corrente della vita e del tempo. Ma ciò può avvenire solo quando si rinuncia a intromettersi con aria inquisitiva nell’opera del destino. “

L’orientamento junghiano, più che religioso può definirsi sacrale, perchè afferma la sacralità dell’essere umano in campo psicologico ed opera nella psicologia, una rivoluzione paragonabile a quella fatta da Copernico nell’astronomia. Perciò Jung fu molto più di un brillante teorico di pratiche psicoterapeutiche, poichè praticò la sua arte con il rispetto sacrale con cui si attua una pratica religiosa, vedendo in ogni crisi personale non una patologia, ma una opportunità evolutiva, rifiutandosi di definire un concetto di normalità a cui fare sottostare e dovere forzosamente ricondurre le persone, volendo vedere ognuno di noi come una realtà unica, e perciò irriducibile a dei rigidi schemi ideologici o socio-culturali.

Di lui fu scritto che avviò una gigantesca esplorazione dei “prodigi dell’Africa” che giacciono nascosti dentro di noi. Come un esploratore geografico, tracciò una mappa precisa del suo viaggio, poi lo raccontò per aiutare i futuri viaggiatori che ne avessero voluto seguire le orme; perciò può essere definito il primo cartografo dell’anima.

Alla fine della sua vita, modestamente, riteneva di avere compiuto ben misera cosa e, a chi gli faceva i complimenti per la sua notorietà e per la genialità delle sue teorie, disse che lui era solo un uomo che aveva immerso il suo cappello in un fiume e che l’aveva ritirato ricolmo di acqua. Disse di non avere scoperto nulla e noi sappiamo che non è vero, ma così rese sicuramente omaggio all'infinito splendore di Brahman!

Buona erranza
Sharatan

giovedì 26 febbraio 2009

Osservare le trasformazioni


Il concetto di energia è lo stesso sia nella fisica che nella psicologia, infatti se la fisica dimostra che, in un sistema chiuso, l’energia misurabile e quantitativa, non si crea e non si distrugge, questo processo di conservazione dell’energia, vale anche per i processi psichici. Per questo, afferma Jung, l’energia tende a conservarsi infatti, l’energia o processo energetico è sempre presente in uno o più canali percettivi e, se essa viene fatta defluire dal conscio va ad arricchire l’inconscio e viceversa.

La coscienza è quindi un sistema energetico formato da diverse densità di energia in stato di flusso o movimento continuo, e quando l’energia fluisce liberamente si ha la sensazione di interezza e benessere, mentre quando l’energia si blocca, si provano delle forme di tensione che si manifestano in sintomi. Di solito, quando reagiamo a delle esperienze spiacevoli, blocchiamo il sentimento ed impediamo a buona parte della nostra energia vitale di fluire, mentre quando siamo felici, il flusso energetico appare risvegliato e vivificato, ed i vortici energetici che si sviluppano, sono radianti e brillanti come soli in miniatura.

Quando pensiamo all’energia, dovremmo sempre pensarla come ad un processo energetico scollegato da ogni definizione di qualitativa o di quantitativa, dovremmo invece pensarla come collegata all’accadere degli eventi e non collegata alle caratteristiche qualitative e quantitative degli eventi stessi: il processo energetico è una descrizione neutra degli eventi, per cui essa non deve opporsi al corso naturale delle cose.

La teoria più completa sui processi di coscienza è quella contenuta nel taoismo ed elaborata nel “Dao de jing” e ne “Yi Ching” due testi in cui sono contenuti i temi essenziali per la comprensione di quel pensiero. I taoisti furono formidabili scienziati dei processi dell’essere e del mondo, infatti osservavano i fenomeni, prendevano nota del loro sviluppo spontaneo e non li mettevano in questione, ne tanto meno cercavano di spiegarseli.

Nel taoismo il principio universale è il Tao o Dao che significa “strada o sentiero lungo il quale si muovono tutte le cose” ed il significato del termine “Dao de jing” è “la via dell’azione” o “il corso dell’azione” che rivela proprio la concetto di vita come il formarsi ai processi evolutivi delle cose, mentre il significato di “Yi Ching” è “cambiamento” perché jing indica la trama che viene ottenuta nell’orditura di un tessuto intrecciato al telaio. Il significato generale è quindi: il processo percepito in termini di cambiamenti che avvengono in una certa trama.

Il termine Dao viene dalla stessa radice di “saggio” “re” e “sacerdote” che sono termini con cui si indicavano dei capi carismatici ed autorevoli, per cui un significato generale del termine è “il seguire la natura come somma guida”. Il trigramma del Dao è indicato da tre linee trasversali che segnano il Cielo, la Terra e l’Uomo, tagliate da una linea trasversale che indica il modo con cui il Dao si manifesta, cioè prima nel Cielo, poi sulla Terra e infine nell’uomo. Il Dao indica il flusso degli eventi e l’influenza dei vari flussi energetici nei diversi canali percettivi, per cui l’uomo saggio è colui che si attiene con successo alle vie del Dao.

Il taoismo crede che il cambiamento e la crescita costanti siano il senso di una giusta vita, ma se essi vengono interrotti, sopraggiunge l’esito contrario, cioè la stagnazione e la caduta. Se regna il Dao, ci si adatta al corso delle cose, ai processi di natura, se vince l’opposto, allora insorge un atteggiamento tirannico, che vuole imporre con la forza, un corso predeterminato alle cose: l’opposto del saggio è colui che vuole regole rigide e predeterminate.

Secondo gli “Yi Ching” le due forze polari dell’universo, sono yin e yang ed il Dao, che è una via invisibile, mantiene l’equilibrio delle due forze, in modo che esse possano rigenerarsi continuamente e rimanere in stato di mutua tensione. Nell’evolversi del Dao, si creano il mondo ed i processi evolutivi dell’uomo, come equilibrio e stato di totalità umana che si orienta ai processi evolutivi dell’essere. Il saggio cerca di creare degli equilibri e delle armonie entro sé stesso; così modifica sé stesso in base ai cambiamenti, ed evolve usando la sua consapevolezza. Egli non crea l’equilibrio con la volontà, ma cerca piuttosto di sapere e seguire ciò che accade: il Dao è un flusso creativo.

Troppo spesso noi tendiamo a volere usare i nostri canali percettivi per analizzare e categorizzare i processi evolutivi del mondo, cioè sia gli eventi che i comportamenti umani. Per comprendere il Dao, avverte Lao Tse, bisogna avere una mente da principiante, ossia bisogna percepire e vedere le cose come sono realmente, perciò la mente deve essere mantenuta aperta. Gli eventi si sovrappongono sempre alle nostre concezioni e ai nostri vecchi canali, rendendo relativo quello che ci sembrava come assoluto.

Secondo il taoismo - si afferma nei “Yi Ching”- i processi di realtà, si suddividono in creativo e ricettivo, per cui la fase creativa energizza o crea le “immagini primordiali” cioè i canali del mondo, mentre la fase ricettiva imita o ripete gli impulsi originari di tali canali. Molte concezioni affermano l’alternarsi di fasi creative e di fasi ripetitive, in cui un’impulso crea e l’altro consolida quello che il primo ha creato, e anche normalmente, quando vogliamo analizzare una situazione, tendiamo ad un’amplificazione di ciò che non comprendiamo.

Quando cerchiamo di approcciare alla realtà, accade comunemente che vogliamo sentirci artefici e responsabili della realtà stessa, iniziamo a spingere per cercare di imporre il nostro modo di vedere e le nostre idee sulle persone e sulle cose. Quando poi le cose accadono, non concediamo loro il tempo di persistere e, ignorando di concedere il tempo alla persistenza, non sappiamo comprendere dalla realtà, quello che dobbiamo amplificare in noi e neppure come fare per amplificarlo. Così dimostriamo di non avere sufficiente spirito di osservazione e siamo troppo impazienti ed ansiosi, così che il nostro lavoro evolutivo si esaurisce e diviene erratico.

Quando il taoismo fornisce gli esagrammi de “Yi Ching” offre una mappa complessiva di eventi e schemi ricorrenti, così che possiamo esaminare correttamente la realtà e possiamo intuirne i modelli impliciti che sono alla base di essa: l’opera finale è, come nell’alchimia, la trasformazione. Possiamo divenire come dei taoisti illuminati se siamo talmente affascinati dalle vie del Dao, al punto da volerne indagare fino in fondo tutti i suoi misteri, oppure possiamo essere obbligati a farlo da una vita sufficientemente piena di problemi, di traumi o paure, tali da obbligare anche l’individuo più rigido e testardo a divenire flessibile e consapevole.

Buona erranza
Sharatan

martedì 24 febbraio 2009

Discendere il corso del fiume...


Arnold Mindell è un terapeuta americano, fisico e psicologo junghiano, famoso a livello internazionale come esperto in tecniche di risoluzione dei conflitti. Mindell ha viaggiato in tutto il mondo ed ha avuto esperienze di profondo contatto con le culture e le sensibilità dei popoli “primitivi” di cui ha studiato le tecniche di guarigione e di approccio alla realtà, ricavandone tecniche che utilizza nei suoi seminari e nelle sue pratiche terapeutiche.

Egli testimonia che, in tutte quelle culture native, siano esse nordamericane, africane, oceaniche, nord europee etc., vi è un comune substrato primordiale di matrice sciamanica, fautore di un approccio olistico dell’uomo, facilitatore dell’armonia tra l’individuo, il mondo e il corso delle cose. Quell’approccio va ritrovato, egli afferma, perché l’uomo di oggi si sente sempre più esiliato sia da un rapporto profondo con sé stesso che con la terra. E’ questo senso di estraneità che nutre la nostra inquetudine moderna, e che ci spinge ad affrontare un lungo viaggio, alla ricerca di una dimensione più umana e spirituale della vita.

Il viaggio comporta la perdita di tutto il nostro vecchio bagaglio di parametri e di riferimenti, perché ormai inadeguato a rivestire il nostro nuovo essere, e necessita dell’accettazione di nuovi paradigmi. Vivere con pienezza l’esistenza, significa non volere precluderci ad alcun canale esperienzale, per cui il lavoro diventa un lavoro sia psicologico, che fisico come pure spirituale e anche visionario, soprattutto nella sua teoria dell’esperienza del “corpo che sogna”, con cui esprime una forma di sensibilità particolare insegnata dall’iniziazione sciamanica; così egli offre una completa tecnica, per affrontare l’analisi dei processi di coscienza.

Mindell parla di una psicologia orientata ai processi di realtà piuttosto che agli stati di coscienza individuali ed afferma che, scoprire il modello sottostante i processi di una data situazione individuale, ci permette di lavorare sulla natura di tale modello e sul suo modo di manifestarsi. Mindell afferma che un buon navigatore non solo osserva il corso del fiume, ma riesce a scoprire anche l’esatta natura del suo corso: l’uomo deve imparare a discendere in modo appropriato il corso del fiume della vita.

Questo approccio è una forma di taoismo modernizzato nel senso che l’operatore sui processi, afferma Mindell, cerca di capire il fluire del fiume e di aiutare i pazienti ad adattarsi a tale fluire, ma facendolo attua una sorta di viaggio avventuroso, perchè nessuno conosce il punto di arrivo al cambiamento, cioè la meta.

Come processi egli intende quell’insieme di cambiamenti nella percezione e la variazione di tutti quei segnali che un osservatore prende come punti di riferimento nel rapportarsi alla realtà. Ricordiamo che la personalità dell’osservatore determina sempre quali segnali egli coglie, di quali si accorge e con quali si identifica e perciò quelli a cui più facilmente reagisce: i processi in cui l’individuo viene coinvolto, secondo Mindell, possono essere statici oppure dinamici.

Gli antichi taoisti cinesi dicevano che il Tao, o processo del cambiamento, poteva manifestarsi tramite i tre canali di Cielo, Terra e Uomo, come la psicologia moderna, che definisce la personalità come composta di mente, materia e psiche ed afferita dal mondo esterno tramite i cinque canali sensoriali. Ma forse, dovremmo pensare più correttamente, che tali canali siano molto differenziati e più particolareggiati, a seconda delle sensibilità personali e delle elaborazioni culturali per cui, osservando i processi del mutamento, si dovrebbe osservare sé stessi con una capacità di osservazione flessibile, che non cerca di fare rientrare le cose negli schemi e nei concetti a cui siamo abituati.

I canali sensoriali umani più comuni sono la visione, la percezione corporea ed il movimento corporeo per cui, quando l’attenzione è rivolta al mondo esterno, apriamo dei canali di relazione con il mondo e usiamo tali vie di afferenza sensoriale ma, nei rapporti interpersonali, tendiamo ad usare tutti e tre i canali. Usando la “teoria dei canali” possiamo fare alcune utili distinzioni associando le componenti di personalità ai relativi canali sensoriali:

• Mente -> vedere + udire
• Corpo -> sensazioni + movimento

L’universo lo sperimentiamo nelle nostre percezioni della famiglia, della nazione e della terra, e quella che noi chiamiamo “coscienza” o “consapevolezza” è l’insieme di tutti questi concetti, vissuti disarmonicamente come elementi distinti e frazionati oppure olisticamente, cioè come un’unione armonica degli stessi.

Seppure l’invito sia sempre alla piena consapevolezza, in realtà abbiamo forti limiti nei riguardi di alcune forme di consapevolezza, infatti esistono dei canali la cui esatta natura non può essere completamente compresa e vi sono dei fenomeni di cui potremmo dare spiegazioni inconcepibili, per cui si scopre che un processo di realtà scorre come un fiume da un canale percettivo all’altro, aggira degli ostacoli, scende fino alle rapide, affrontando balze e dirupi spaventosi, fino a farci atterrare in salvo, quasi incolumi per aiuto divino. Chi osserva i processi, osserva la direzione del corso del fiume e si adatta al suo fluire, senza fatica, pagaiando sciolto ed armonioso.

Ascolta attentamente le parole, osserva i segnali inviati dal tuo corpo e usa le tue mani per maneggiare la vita, poi metti in gioco la tua intuizione per interpretare le sue risposte, scritte nelle orme delle cose e mai gridate. Ricordiamoci che, in un mondo in cui tutti ci sentiamo in continua mutevolezza e in perpetuo cambiamento, avvolti nel corso degli eventi che ci appaiono come imponderabili, ognuno crea il suo sistema di valori e allora accetta che anche gli altri costruiscano i loro: il saggio lascia che la natura gli mostri la via, il Tao, ma resta forte e saldo nei propri convincimenti.

La moderna Gestalt afferma anche che è necessario “perdere la mente per conquistare i sensi” insistendo sul perseguimento costante di elementi giocosi e leggeri e ci invita a ricercare costantemente anche lo slancio dionisiaco, poichè alimenta la gioia di vivere ed elimina il dolore dell’esistere, costretti nella carne.

La mentalità moderna è una coscienza cronologica, orientata alla centralità degli stati di coscienza individuali e alla categorizzazione predeterminata della realtà, perciò ragiona su base duale: buono/cattivo, morale/immorale, sano/malato, bello/brutto: questo rigido e miope modo di ragionare lo rende preda dell'infelicità.

I greci antichi e gli Indiani Hopi erano invece degli osservatori fluidi, orientati ai processi di realtà e non alla centralità individuale, il loro concetto di tempo non includeva il passato o il futuro, ma solo “ciò che sta iniziando a manifestarsi” e “ciò che si manifesta” come gli eventi della natura. Gli Indiani Hopi non conoscevano delle forme verbali al passato o al futuro, ma orientavano tutto al presente. Per loro, il momento di fare una cosa non era programmato in precedenza, ma avveniva quando il fenomeno sta iniziando a manifestarsi; se l’occidentale guarda l’orologio, per sapere quando fare le cose, l’indiano Hopi guarda i processi, cioè gli eventi stessi.

Chiaramente non possiamo trasformarci in indiani Hopi, però possiamo usare la nostra mente occidentale plasmata alla primarietà degli stati di coscienza e riconvertirla, orientandola agli eventi cioè ai processi, trasformandoci così in osservatori totali.

Ci saranno momenti in cui dovremo seguire dei sistemi di orientamento con schemi mentali ordinati in categorie e, in altri momenti, saranno gli eventi stessi a creare o modificare i nostri schemi mentali: sapremo così navigare dolcemente, seguendo la corrente, senza paura di incappare in gorghi o mulinelli, perché la natura pericolosa dei processi si manifesta solo quando non ne siamo consapevoli.

Buona erranza
Sharatan

domenica 22 febbraio 2009

Fermiamo il mondo dell'uomo cronologico


L’uomo occidentale è un essere cronologico, che ha bisogno di categorie per gestire i suoi processi di coscienza, anziché lasciare che essi stessi creino da sé le proprie dimensioni, per questo suo modo di pensare e perché la realtà non si fa manipolare dall’essere umano, come avvertiva saggiamente Lao tse, per l’uomo cronologico la vita è imprevedibile ed imperscrutabile.

Allora il destino bussa alla porta con problemi psicologici, crisi, rotture, trasformazioni, malattie oppure incidenti che hanno lo scopo di sconvolgere tutta la nostra vita per spingerci alla trasformazione della limitata mente cronologica.
Don Juan direbbe che è il momento in cui l’uomo deve fermare il mondo, in cui l’individuo dovrebbe seguire coscientemente queste perturbazioni e smettere di pensare il mondo usando i vecchi canali sensoriali; è il momento in cui dovrebbe saltare in alto e aprirsi a nuove modalità di coscienza.

Naturalmente non è facile cambiare i propri canali percettivi, ed il cambiamento reale avviene quando si riesce a fermare il mondo per il tempo necessario, affinchè gli stessi processi di coscienza creino i nuovi canali percettivi: così si raffinano e si arricchiscono le capacità percettive di partecipare al mondo e si eleva la nostra raffinatezza personale. E quando avviene questo salto della consapevolezza, il mondo così com’era prima non ci appartiene più, non ha più valore e significato, per questo inizia una revisione totale dei nostri valori precedenti. Deponendo l’armatura psichica, veniamo gettati fuori anche dalla nostra vecchia pelle e ci accorgiamo di restare esposti al mondo, vulnerabili e senza pelle.

La perdita dei valori consolidati coincide sempre con periodi di profondo disorientamento, ma anche questo è un passaggio necessario e, se rifiutiamo i cambiamenti dei canali percettivi, se restiamo sordi alla metamorfosi del nostro essere, se la nostra diviene una resistenza fino all’ultimo sangue, se non impariamo a vedere come relativa la nostra capacità di controllare gli eventi, rischiamo di farci uccidere da un salto che avviene nel vuoto e non in alto, perciò va accettata la possibilità di fermare momentaneamente il nostro mondo. Durante la pausa troviamo il tempo per imparare a capire il processo degli eventi ed impariamo ad abbandonare tutte le idee preconcette su come dovrebbero essere gli uomini e il mondo: sono dei paraocchi che ci limitano nell’analisi, che ci rendono unilaterali.

E’ poi facile che,in periodi di forti revisioni personali,sopraggiungano delle false guide sia esterne che interne, che sembrano offrirci indicazioni e soluzioni, ma che in realtà riescono solo ad aumentare la nostra confusione. Una delle trappole maggiori, secondo Yogananda, è permettere che l’ego, con i suoi desideri e le sue antipatie, soffochi la nostra vera voce interiore e che ci spinga verso strade senza uscita. L’uomo s'identifica con le sue caratteristiche somatiche, mentali, emotive e sociali e perde così ogni consapevolezza della grandezza del suo vero essere, avverte Yogananda, così perde l’accesso alla sua Supercoscienza e si preclude ad altre dimensioni più vaste e si chiude nella limitatezza della coscienza egoica, che percepisce solo il corpo e la personalità individuale.
L’induismo afferma che ci sono 4 livelli di coscienza, che intervengono nell’interagire con il mondo e la realtà:

• Mon -> la mente
• Buddhi -> l’intelletto
• Ahankara -> la coscienza dell’ego
• Chitta -> il sentimento del cuore (simpatie ed antipatie)

La mente riflette alla coscienza tutto ciò che sperimenta tramite i sensi, mentre l’intelletto divide e definisce. L’intelletto così crea le sue categorie e vi organizza la realtà. Ma il processo analitico dell’intelletto, separa la realtà ed il mondo in frammenti in cui perdiamo l’integrità del Tutto. Quando poi interviene l’ahankara o ego, allora il mondo viene ulteriormente suddiviso in “cosa è mio” e “cosa non è mio” facendo un’ulteriore distorsione del reale, ma senza averci ancora intrappolato nell’illusione.
La trappola scatta nell’intervenire delle reazioni emotive, conservate nel chitta, i sentimenti del cuore, il quale aumenta ancor più il nostro senso del possesso, rafforzandolo e unendo i sentimenti alla volontà di controllo. Così l’intervento di un concetto deviante di amore riesce a creare le nostre categorie di felicità/infelicità, e riesce a collegarle a tutto ciò che possiamo pienamente controllare e dirigere. Così diventiamo prigionieri delll’illusione o Velo di Maya. Se sappiamo riflettere su tali meccanismi, ne potremo sgominare il meccanismo perverso:

• La mente -> riflette
• L’intelletto -> seziona
• L’ego -> crea le identificazioni personali
• Le emozioni -> creano i sentimenti e gli attaccamenti personali

E’ tutto questo meccanismo che distorce il nostro giudizio imparziale e che riesce, non solo ad agire sui nostri comportamenti consci, ma anche ad infuenzare i nostri contenuti inconsci, creando quei tormenti inquieti che causano molte infelicità. Per questa nostra fragilità, potremmo cadere prede di false voci interiori, di false guide, soprattutto quando siamo in emergenza spirituale o quando siamo coinvolti in situazioni in cui entrano in gioco profondi sentimenti personali.
Ricordiamoci che è assai difficile restare lucidi, se siamo coinvolti con forti sentimenti di odio o d’amore nelle situazioni, perché il desiderio fa sempre interferenza con la nostra razionalità. Dobbiamo invece pensare che quando siamo travagliati dai nostri sentimenti, allora potremmo seguire una guida interna sbagliata, potremmo fare mosse azzardate o sbagliate.

Esercitiamoci sempre a ritrovare in noi la calma e la tranquillità più assoluta, rifuggiamo dai rumori e dalle confusioni della pazza folla, chiediamo alla nostra mente interiore di mantenersi calma, concentrata e piena di energia perché una mente attiva è un’arma formidabile, mentre una mente passiva è troppo ricettiva alle influenze vibrazionali subconscie e troppo schiava delle opinioni correnti della massa.
Se non restiamo ben vigili e saldi, rischiamo anche di cadere in balia di ossessioni patologiche e di monomanie personali, potremmo sviluppare solo attitudini umorali, che sono ondate irrazionali sempre negative, perché ci scuotono come una foglia in preda al vento. Diventiamo solo dei poveri esseri confusi e indifesi, smarriti nella tempesta chimica del veicolo corporeo, per cui andiamo solo dove ci porta il cuore, senza rammentarci che ci siamo asserviti in balia di una guida cieca.

Facendo ricerca spirituale facilmente si cade vittima della Sindrome del Messia, per cui tendiamo a sentirci messaggeri di una serie di messaggi o comportamenti divini, per cui diventiamo degli illuminati con lo sguardo della talpa. Diffidiamo del messianesimo nostro e altrui, diffidiamo dei falsi profeti e di tutti quelli che si proclamano illuminati dalla Luce Divina. Facciamo attenzione a conservare sempre una buona dose di ironia e non diventiamo mai schiavi di un guru umano, concedendoci però delle simpatie per le altrui forme di pensiero, soprattutto se di qualità elevata.

L’iniziazione non esiste, se non quella che ci giunge dalla vita quando ci spinge, con un colpo di frusta, ad affrontare lo specchio di noi stessi: perciò l’elevazione parte solo da noi e viene sospinta dalla nostra vera e unica guida interiore, moderata dalla voce suadente di Brahman. I maestri e le concezioni spirituali, ci offrono una serie di metodi per aiutarci a capire e crescere, ma poi bisogna imparare a diventare autonomo da ogni guru spirituale, anche se di qualità eccelsa. Essere dipendenti indebolisce la volontà ed esaurisce il flusso di energia che giunge dalla Supercoscienza. Solo elevando la nostra coscienza, con lo sforzo dell’energia dinamica, raggiungiamo quello stato di consapevolezza espansa, in cui possiamo incontrare il nostro vero guru interno.

Dobbiamo pensare in modo più coesivo e meno analitico, dobbiamo concentrarci e cercare le relazioni tra le cose e identificare dei punti di armonia. Dobbiamo pensare agli altri come tanti altri Sé e non come degli estranei, valutare che potrebbero essere degli amici sconosciuti, credere che siamo tutti parte di una realtà più vasta e che anche gli altri sono una parte della nostra natura più elevata.
Buona erranza
Sharatan