lunedì 23 novembre 2015

Aurora e crepuscolo



“All’alba del Giorno di Brahma tutta la creazione,
immanifestata, emerge dal suo immanifesto stato:
al crepuscolo dell’incipiente Notte di Brahma,
tutta la creazione sprofonda nuovamente
nel suo stato immanifesto.”
(Bhagavad Gita, 8,18)

In molte culture arcaiche si tramanda che il tempo cosmico viene scandito dal susseguirsi di grandi età con cui l’universo si rinnova periodicamente. La versione più complessa e articolata dei cicli periodici delle ricreazioni e dissoluzioni perenni dell’universo è narrata nell’Atharva Veda. Ma esiste anche una versione simile nella mitologia germanica dove si racconta della distruzione finale, Ragnarǫk, da cui sorgerà una nuova creazione.

La dottrina indiana divide il tempo cosmico in 4 cicli detti yuga ossia età, e afferma che ogni età è preceduta da un’aurora e seguita da un crepuscolo che fanno parte di quell’età. Un ciclo completo è un mahayuga ed è composto da 4 yuga cioè da 4 età di durata diversa poiché la prima età è sempre la più lunga mentre le età susseguenti sono, progressivamente, sempre più corte.

Yogananda dice che gli yuga sono quattro, perché il numero 4 possiede una profonda risonanza simbolica con la progressione della relatività dell’esistente. In effetti, nelle dottrine indiane vengono citati i 4 stadi della vita e anche i guna che vengono indicati come 3, per Yogananda, in realtà sono 4 perché rajas contiene la sottocategoria sattwa-rajas. Ogni ciclo cosmico inizia con la prima età ossia il Krita-yuga o Satya-yuga che dura per 4.000 anni a cui sommiamo 400 anni di aurora e 400 anni di crepuscolo.

Subito dopo subentra la seconda età, Treta-yuga, che dura 3.000 anni a cui sommiamo 400 anni di aurora e 400 anni di crepuscolo. La terza epoca è Dwapara-yuga che dura 2.000 anni a cui sommiamo 400 anni di aurora e 400 anni di crepuscolo. La quarta e ultima età è Kali-yuga che dura solo 1.000 anni a cui sommiamo 400 anni di aurora e 400 anni di crepuscolo. Queste 4 età formano un ciclo completo detto Mahayuga che comprende nascita, splendore, logoramento e distruzione.

I 12.000 anni di Mahayuga formano un “anno divino” di Brahma che dura 360 anni perciò il tempo che passa tra un Giorno e una Notte di Brahma dura 4.320.000 anni che formano un ciclo cosmico. E mille mahayuga formano un kalpa e 14 kalpa formano un Manvantara perciò un kalpa equivale ad un Giorno di Brahma e un altro kalpa equivale ad una Notte di Brahma. Si insegna che 100 giorni di Brahma formano la lunghezza della sua vita, ma la durata di un tempo incommensurabile non esaurisce la durata della vita del cosmo. Nelle dottrine indiane si insegna che, neppure gli dei vivono per sempre perciò, dopo la fine del nostro Brahmanda Solare, nascerà un nuovo Sole.

La cosa interessante è che nei 4 yuga prevale la mentalità delle 4 caste in cui vengono divisi gli uomini. Nell’età oscura, Kali, prevale la mentalità del tipo Shudra cioè il contadino. Queste persone si identificano solo con il corpo fisico, mentalmente sono orientate solo verso i problemi e non verso le soluzioni. Essi affrontano le situazioni solo con la forza dei loro muscoli, con l’istinto o con le loro emozioni, e se non la spuntano cadono in preda al vittimismo. Per loro non esiste altro punto di vista che ciò che sentono e non sanno mettersi nei panni degli altri perciò hanno un’intelligenza molto limitata.

Dwapara è l’età dell’energia in cui viviamo attualmente in cui è preponderante il Vaishya cioè il mercante. In questa età non vediamo affermarsi ancora la consapevolezza, ma si afferma l’intelligenza che viene usata per avere un guadagno personale. Lo scopo di questo tipo umano è quello di trovare il massimo vantaggio perciò è molto più facile che questa età possa far sviluppare l’astuzia piuttosto che l’intelligenza che conduce alla saggezza. Le epoche Qwapara favoriscono le persone che hanno la mente da commercianti e che cercano di comprare e vendere tutto a tutti.

Invece Treta vede affermarsi il potere della mente perciò predomina la mente del Kshatriya cioè il guerriero. Costui cerca di espandere la sua libertà perché non tollera la limitatezza dell’ego perciò cerca di includere nella sua felicità il maggior numero di persone. La sua mente vuole orizzonti sempre più ampi, perciò più che a dominare pensa a servire gli altri e vuole sacrificarsi per il bene altrui. Vede il bene e l’ingiusto come dei principi astratti che non vengono collegati al suo tornaconto personale perciò ha la capacità di vivere seguendo i suoi principi. L’esempio migliore è il leader che mette la vita al servizio del bene comune, e la cui gioia maggiore è servire il bene degli altri.

L’età Satya o Krita è un’epoca spirituale in cui prevale la coscienza del tipo Brahmin cioè il bramano. Quando l’evoluzione umana ha raggiunto questo livello, l’ego vuol essere guidato solo dalla supercoscienza. E quanto più in alto si sale tanto più intensamente si potranno raggiungere stati di coscienza che diventano livelli sempre più elevati di evoluzione. In questa età cresce il desiderio di mettersi in contatto con la Divinità perciò si espande una consapevolezza sempre maggiore. Nella mente del bramano nasce la percezione e il rispetto per ogni forma di vita, perciò egli vuole aiutare l’umanità e comprende che l’unica cosa che conta è l’unione con Dio, infatti siamo nello stadio del maestro spirituale.

Le creazioni cosmiche si susseguono in modo ciclico, perciò ogni ciclo, mahayuga, è formato sempre dal ripetersi di 4 età cioè da krita, treta, dwapara e kali che finiscono sempre con un Pralaya che è una totale dissoluzione. Durante questa dissoluzione totale, le forme regrediscono ritornando nella massa amorfa delle origini. Questo avviene alla fine di ogni kalpa con il Mahapralaya. Una fase di Pralaya chiude i cicli del cosmo e anche i cicli della storia terrestre, perché le varie età si ripetono sempre in questo medesimo ordine.

E, alla fine del millesimo ciclo, verrà un Mahapralaya che vedrà una completa dissoluzione del nostro Brahmanda solare: e, in seguito, nascerà un nuovo sole. Nella Bhagavad Gita, Krishna insegna ad Arjuna che esistono due tipi di pralaya: quello parziale e quello totale. Quello totale avviene con il totale ritiro di tutta la creazione manifesta alla fine del Giorno di Brahma seguito da un’incalcolabile Notte di Brahma. Invece un pralaya parziale avviene quando la presenza di Dio si ritira dalla vita umana, perciò arriva la rovina che è la mancanza dell’ispirazione di Dio.

Yogananda dice che vediamo un Pralaya totale quando osserviamo l’affievolirsi della manifestazione consapevole di Dio che porta la confusione e la decadenza graduale dell’uomo. Il Pralaya totale è una totale scomparsa di Dio perché l’uomo non fa nulla per realizzarlo in se stesso e all’esterno. Quando vediamo un Pralaya parziale sappiamo che, più di ogni altra cosa gli uomini hanno bisogno di Dio, ma il parziale ritirarsi di Dio dalla creazione manifesta, produce una riduzione del potere magnetico di Dio con cui gli uomini vengono attratti verso l’illuminazione.

Se non esistesse questa forza che ci attira verso l’alto, ci resterebbero ben poche speranze, dice Yogananda. Ma accade che, in alcune età cosmiche predominano alcuni guna rispetto ad altri. Infatti, in alcune età prevale il sattwa guna cioè la qualità elevante, mentre in altre età spicca il rajoguna cioè la qualità attivante. In altre età, invece, predomina tamaguna cioè predomina la qualità oscurante, e quando sattwaguna si ritira oppure viene oscurato, il genere umano cade in rovina.

Secondo i calcoli di Swami Sri Yukteswar, nel 700 a.C. la Terra era entrata in un lungo ciclo discendente cioè nell’epoca oscura del kali-yuga che seguiva un’epoca di relativa illuminazione. Da allora, la maggior parte dell’umanità ha smarrito molto del suo potere spirituale, della sua chiarezza mentale e della precedente capacità di comprensione che aveva in passato. Satya-yuga era l’iniziale epoca d’oro della saggezza, è il tempo dello splendore della comprensione umana che si è trasformata nell’epoca del discernimento, Treta-yuga.

Da essa siamo discesi nell’età dell’energia, Dwapara-yuga in cui siamo attualmente, e che ci vedrà discendere ancora più fino all’età più bassa, Kali-yuga, in cui la comprensione dell’uomo si sarà fissata sul pensiero che solo la materia è reale e sostanziale. Yogananda dice che, dal tempo in cui fu scritta la Bhagavad Gita, il ciclo sta nuovamente risalendo e dal 18° secolo siamo entrati nel Dwapara-yuga ascendente. Infatti, negli ultimi 3 secoli, l’uomo è riuscito a capire che la materia è una vibrazione di energia perciò l’umanità ha iniziato a capire che l’energia è l’elemento essenziale per il funzionamento di ogni cosa.

La dottrina tradizionale insegna che, durante il Satya-yuga il Dharma possiede 4 gambe, durante il Treta-yuga possiede 3 gambe, durante il Dwapara sta 2 gambe, invece durante il Kali-yuga si regge su una sola gamba. Durante il Kali-yuga, il dharma riesce a stare in piedi in modo molto precario perciò l’uomo ha meno energia e riesce a godere in modo relativo dei piaceri. Al prosciugamento d’energia segue il precoce invecchiamento, la graduale perdita di chiarezza mentale, il costante aumento dell’egoismo, della cupidigia e dell’autoindulgenza che sono malattie dell’ego.

Durante il Kali-yuga per l’uomo è difficile capire che ogni stato di coscienza contiene anche il suo opposto, perciò non sa capire che la gioia non dura e che, nel dolore, sono contenuti i semi della gioia e della felicità. Il Mahabharata conferma che l’età del declino vede una diminuzione della durata della vita, un rilassamento morale e il declino dell’intelligenza e della consapevolezza umana. La decadenza è sempre una decrescita biologica, intellettiva, sociale, etica, spirituale e così via, perché tutte le età finiscono sempre con periodi di grande buio.

E allora vediamo i tempi in cui gli uomini hanno solo una relativa illuminazione spirituale, le epoche in cui tutti sono impegnati solo a ricercare i loro interessi perciò prevale il buio e l’odio, la violenza e la guerra. Infatti i Veda furono scritti quando i rishi videro che stavano arrivando i tempi oscuri in cui gli uomini non avrebbero più avuto più una memoria capace di ricordare i loro sacri insegnamenti. Per gli antichi indiani, l’invenzione della scrittura fu il segno dell’involuzione della coscienza dell’uomo che perdeva l’illuminazione e la memoria.

I maestri indiani dicevano che esistevano 4 livelli di comprensione dei Veda perciò chi possiede maggiore elevazione spirituale raggiunge il Chatturveda cioè la comprensione di 4 Veda. Alcuni raggiungono il Triveda cioè la comprensione dei 3 Veda, altri quella del Dubey ossia quella dei 2 Veda. Il livello di comprensione di un solo Veda che è quello che prevale nella mente moderna che legge e non comprende, perché la comprensione spirituale si è completamente ottenebrata.

I Veda non si comprendono perché le parole hanno cambiato il loro significato originario, e anche perché oggi gli uomini sono illuminati in modo relativo. Ma, dal ciclo perenne di creazione, distruzione e ricreazione si può sfuggire solo con un atto di libertà spirituale che equivale a diventare consapevoli di questa enorme illusione cosmica. Il buddismo mette in relazione i grandi cicli cosmici con una ruota di 12 raggi che chiamano kala chakra. Le fonti pali insegnano che 100.000 kalpa cosmici sono collegati con il cammino evolutivo dei Boddhisattva dei cosmi.

La decadenza dell'umanità si vedeva fin dall’età in cui visse il primo Buddha cioè Vipassi, vissuto 91 kalpa or sono, il quale vide che la vita umana durava 80.000 anni. Al tempo del secondo Buddha, Sikhi, che visse 31 kalpa or sono, la vita umana si era già ridotta a 70.000 anni. Al tempo del settimo Buddha Gotama, la vita umana era diventata solo di 100 anni perciò si era ridotta al suo limite estremo. Per questo Gotama insegnò che l’unico modo per fuggire alla ruota delle morti e delle rinascite era entrare nel Nirvana.

Buona erranza
Sharatan

venerdì 20 novembre 2015

L'alimento degli dei



“Sappiamo che l’amore degli uomini
è per così dire l’alimento degli dei.”
(Rudolf Steiner)

All’epoca di Atlantide l’uomo si sentiva ancora parte del mondo spirituale ma, dopo la sua distruzione, tutto è cambiato. Qualcosa è andato perduto perché è avvenuto il rischiaramento della coscienza umana, che ha causato l’oscuramento della coscienza della divinità. Durante il periodo atlantico l’uomo era vissuto insieme a entità divino-spirituali, perciò era consapevole di far parte del mondo divino. Ma quando l’uomo fu in grado di vedere chiaramente nella materia divenne incapace di vedere gli dei. Le entità che si nutrivano dell’amore che l’uomo sviluppa sulla Terra - che è il pianeta in cui s’impara ad amare - non riuscirono più a partecipare alla vita umana perciò non ebbero più quell’amore.

Steiner dice che gli dei s’immergono nell’umanità per sentire il calore dell’amore, perciò agli dei sentono che qualcosa gli manca quando gli uomini non sviluppano più l’amore. Più amore accumuliamo sulla Terra e tanto più nutrimento ricevono gli dei. Se abbiamo meno amore essi sentono più fame perché ci sarà meno cibo da offrire agli dei. L’offerta che gli uomini fanno agli dei non è l’amore che essi sanno dare e diffondere. La comunione tra uomini e dei era raggiunta all’apice nei tempi primordiali, quando sprofondò il continente di Atlantide. Sapendo queste cose, comprendiamo perché alcune divinità di Atlantide iniziarono a soffrire per non riuscire a ritrovare la via del contatto con gli uomini.

Sappiamo che avvenne una migrazione per cercare scampo dal disastro, e sappiamo anche che durante la migrazione la coscienza di quegli uomini iniziò a modificarsi. Essi si mischiavano con altri popoli indigeni, perciò smarrivano l’antica chiaroveggenza che avevano posseduto in passato. Anche se restava ancora qualcuno che conservava il ricordo del legame con il mondo dello spirito, perlopiù, il ricordo si perse. Gli uomini stavano scendendo sempre più nel piano fisico e si calavano nella materia, perciò gli dei non potevano più entrare in contatto con loro. Alcune entità non potevano scendere fino agli uomini, perciò restò un contatto solo con quelli che andavano incontro agli dei, elevandosi fino a loro.

Ai tempi di Atlantide, gli uomini sapevano che, nel sonno, essi uscivano dal corpo fisico e da quello eterico per salire fino al mondo spirituale. E si sapeva che la stessa cosa accadeva dopo la loro morte, perciò il regno degli dei era ancora conosciuto. Si sentiva che, se il mondo divino restava chiuso si era stati puniti, e che quella pena veniva inflitta per essere restati troppo uniti al mondo materiale. Si iniziò a credere che se non si amava la materia più di ciò che è non materiale, dopo la morte, si potesse entrare subito nel mondo degli dei.

Ma, mentre si diventava più adatti alla vita terrestre si diveniva anche più incapaci di percepire lo spirito. Il progresso e l’adattamento permettevano agli uomini di entrare sempre più nel mondo materiale, ma questo comportò l’abbandono progressivo del ricordo dello spirito, dice Steiner. I misteri furono coltivati per la forte volontà di ricostruire il perduto legame con il mondo divino. Ma, le popolazioni d’Europa e quelle d’Asia fecero un percorso diverso, perché in Europa si iniziò a sviluppare sempre più la coscienza del valore divino della persona umana e una forte coscienza della libertà.

Una forte coscienza del valore dell’individualità è la caratteristica più spiccata dei popoli che popolarono l’Italia e la Grecia. In particolare, secondo Steiner, gli etruschi furono gli eredi dei popoli che erano dotati di un maggiore senso di libertà su cui fondarono la loro organizzazione statale. Invece, negli uomini che erano migrati verso l’Asia, si sviluppò una concezione derivata dal residuo del ricordo del rapporto tra l’uomo e gli dei. Quei popoli svilupparono il “senso dell’io sono,” poiché essi sentivano che l’io era il centro eterno dell’essere che è derivato direttamente dal mondo spirituale.

Essi sapevano che tutte le loro più sacre figure del passato ormai erano solo un ricordo, ma che la loro forza si fondeva dentro il sacro centro interiore che era rimasto all’interno dell’uomo. Essi non avevano la certezza intellettuale di questo, ma avevano un’intima e forte convinzione della loro origine divina. La coscienza della loro origine divina era ancora vivente e sgorgava dall’intimo della loro anima. Essi credevano che, sebbene l’anima avesse dimenticato la sua origine divina, questa coscienza si può ritrovare coltivando quello che è rimasto nell’intimo dell’anima.

Credevano che si potesse ritrovare la via che porta al divino guardando al nucleo più profondo che l’anima conserva al suo interno. In realtà si venne a formare l’immagine di un dio che non ha figura, perché dio non si deve cercare all’esterno ma si deve cercare solo nel sacrario del proprio essere. E questa è un’idea molto antica nella storia perciò non stupisce se, nel progredire dell’umanità, la stessa idea si ritrovi anche più tardi trasforma nel comandamento che impone: Tu non farai l’immagine del tuo Dio. Nei tempi antichi si era fatta l’esperienza di un dio che aveva un’immagine, ma poi quella immagine si era smarrita perciò il dio si era nascosto fino a scomparire dallo sguardo. Perciò ci si persuase che si doveva fare un enorme sforzo per trarre fuori il dio che è nascosto all’interno dell’io.

Ma, all’interno dell’io, la divinità non si ancora configurata perciò era necessario portare dio nella sfera del pensiero, e afferrare l’idea divina e la forza del dio. Ma, all’inizio, non potevano farlo, perché dopo la fine di Atlantide, il dolore della perdita era ancora troppo forte. Il ricordo di ciò che si era perduto era ancora recente, e il ricordo del paradiso da cui eravamo stati cacciati dava un dolore intenso. Dalla nostalgia per la gioia perduta si sviluppò la prima civiltà che mostra una dolorosa nostalgia per il mondo spirituale.

La civiltà indiana si appoggiava a un gruppo di 7 sacri iniziati a cui chiedeva la via per ritrovare il mondo divino, e su questo si fondò la civiltà pre-vedica. Erano l’ultima risonanza e la massima reverenza per quel mondo smarrito, perciò lo scrissero nei Veda. A quei tempi, gli uomini andavano ad ascoltare gli insegnamenti dei sacri rishi e gli chiedevano la via per ritrovare ciò che avevano perduto. Volevano fuggire dal mondo sensibile in cui erano stati gettati e abbandonati. Per loro il mondo fisico come illusione e inganno perciò dicevano che il mondo è maya.

L’unica cosa che aveva valore per loro era fuggire verso il mondo che è oltre il livello del piano fisico. Sentendo disprezzo per il mondo e per la vanità del piano fisico, essi avevano necessità di fuggire dal mondo per ritrovare lo spirito. Tutto questo fu pagato con la perdita del senso della loro personalità perché volevano una via per ritornare a fondersi e annullarsi nella Divinità. La nostalgia per la divinità fece preferire l’annullamento della persona piuttosto che correre il rischio di perdere la fusione divina.

Questa civiltà ebbe un grande disagio nel mondo terreno, perciò essi cercarono di eliminare ogni legame con la realtà terrena. Nella civiltà paleo-iranica o pre-zarathustriana troviamo la prima fase della conquista del mondo fisico. I più antichi abitanti della Persia discendevano dai colonizzatori atlantidi, ma non sentivano più il piano fisico come un mondo estraneo perciò si sentivano stimolati a vincere le ostilità della realtà materiale.

Lo spirito si poteva coltivare anche sulla Terra, perciò cercarono di redimere la materia per mezzo di Ormazd. Iniziarono a lavorare la materia fisica perché il mondo non era solo maya, ma era anche una realtà che si poteva apprezzare. La civiltà caldaica e quella egizia guardavano la sfera celeste e studiavano i movimenti e le posizioni degli astri perché credevano che mostrassero la volontà degli dei. I caldei credevano che gli astri fosse la scrittura degli dei, perché anche ciò che appare all’esterno è una manifestazione degli dei.

Questo progresso non è insignificante perché la materia inizia a essere vista come una manifestazione dello spirito. La civiltà egizia misurò la terra per dominarla, perché stimava sia le conquiste materiali che le conquiste spirituali. Gli egizi avevano dei saggi che conservavano ancora il ricordo dell’antico legame con gli dei che venne unita alla conoscenza della scrittura divina nello spazio cosmico dei caldei: tra costoro si educò Mosé che guidò il popolo eletto dell’Antico Testamento.

Nell’Antico Testamento viene narrata la cacciata dell’uomo dal Paradiso, e tutte le conseguenze di quella sventura cosmica. Intanto l’io si andava maturando sebbene restasse la sensazione tragica e il rimpianto della caduta dalla condizione divina. Steiner dice che l’io era necessario affinché l’uomo avesse il luogo dove potesse accogliere la luce del Cristo. E il primo tratto di questo passo è la dichiarazione di Jehova che, alla richiesta di Mosè che chiedeva il suo nome, rispose: “Dì al tuo popolo: io sono l’Io-sono.”

Non è casuale che il Cristo nascesse nel luogo d’incontro tra i popoli che disprezzavano il mondo visto come illusione e quelli che stimavano la materia e avevano un forte senso della persona. Se l’ideale egizio-caldaico era sentire Dio nell’intimo, a esso si unì il gruppo che lo doveva afferrare in modo astratto e privo di ogni contenuto materiale. E non si trattava solo di afferrare Dio con l’anima, ma di farlo penetrare in tutto l’essere e di sentirlo come spontaneo e naturale.

Buona erranza
Sharatan


martedì 17 novembre 2015

Il ritorno delle antiche civiltà



“La storia si ripete incessantemente.”
(Proverbio arabo)

Qualcuno può chiedersi a cosa servono degli insegnamenti spirituali così lontani dalla realtà. A costoro si deve rispondere che servono e che essi non sono affatto astratti o superati. Gli insegnamenti spirituali possono dirci ancora molte cose che non sappiamo e possono indicarci delle realtà che dobbiamo realizzare. Steiner dice che l’indagine spirituale ci indica un’altissima mèta che trascende l’orizzonte dell’esistenza comune, perciò tratta temi che sono strettamente correlati con i nostri tempi odierni.

Questo accade soprattutto se trattiamo dei periodi storici che risalgono a migliaia e migliaia di anni. In apparenza può sembrare che l'indagine ci possa allontanare dalla realtà quotidiana ma, in realtà, ci si dovrebbe meravigliare di quanto la comprensione di epoche così remote ci possa illuminare e far comprendere il tempo attuale. Potremmo chiederci se le anime che vissero nelle epoche remote abbiano qualcosa in comune con noi, e la risposta è che quelle anime sono le stesse che oggi vivono in noi.

Dobbiamo pensare che le anime che vissero in tempi che stiamo indagando, oggi rivivono nei nostri corpi e nell’epoca attuale. Se crediamo alla reincarnazione crediamo che le esperienze vissute nelle vite passate ritornano nelle esistenze future sotto forma di facoltà, capacità, talenti o predisposizioni congenite. Molto di quello che viviamo ha una concatenazione con i fatti della nostra epoca, rivela Steiner.

Per capire cosa siamo diventati dobbiamo risalire al passato primordiale dell’umanità quando la terra era molto diversa da quella di oggi e le nostre anime erano racchiuse in corpi molto diversi da quelli che abbiamo oggi. In tempi molto antichi, tra le Americhe e l’Europa, esisteva il continente di Atlantide che fu sommerso dopo un'enorme cataclisma che fu seguito dall'inondazione che lo fece sprofondare nell’Oceano che ha preso il suo nome.

Le nostre anime vissero negli uomini di Atlantide che fuggirono verso le terre occidentali. La distruzione della loro terra li spinse a migrare da occidente verso oriente, perciò essi attraversarono l’Irlanda, la Scozia, l’Olanda, la Francia e si diffusero in Europa e la colonizzarono, poi viaggiarono verso l’Asia e popolarono anche la parte settentrionale dell’Africa. Ma nei paesi che occupavano trovarono dei popoli precedenti che avevano anche loro una loro civiltà che era preesistente, e che fu vista come straniera.

In Irlanda, ad esempio, ancora prima dell'ondata migratoria degli Atlantidi, viveva una popolazione di elevata civiltà che poteva essere considerata come la più evoluta civiltà della terra. Infatti quelle popolazioni erano guidate da somme entità spirituali che li avevano condotti ad un livello di sviluppo altissimo. La migrazione dei popoli di Atlantide raggiunse l’India dove fondarono delle colonie che civilizzarono i popoli indigeni.

In India viveva una popolazione precedente che possedeva una civiltà su cui i civilizzatori fondarono la prima civiltà postatlantica che non è citata nei documenti storici, perché la storia racconta fatti che avvennero molti millenni dopo. Nelle sacre scritture conosciute come i Veda è contenuto solo un debole riflesso dell’antichissima civiltà indiana che era entrata in fase declinante. Nei Veda è scritto ciò che i 7 sacri rishi trasmettevano solo in forma orale, ma vollero che fosse scritto quando seppero che stavano decadendo.

Al 1° periodo della civiltà postatlantica seguì il 2° periodo della civiltà persiana che culmina con la dottrina di Zarathustra che è il suo apice. In seguito, sotto l’influsso dei colonizzatori provenienti dalla valle del Nilo, fiorì la civiltà che si riassume nei 4 nomi caldaico-egizio-assiro-babilonese che formano il 3° periodo della civiltà postatlantica dell'Asia Minore e dell’Africa settentrionale, che ebbe il culmine nell’incredibile sapienza stellare dei Caldei da una parte, e nella sapienza misterica egizia dall’altra.

Il 4° periodo si sviluppò nell’Europa meridionale dove fiorì la civiltà greco-latina che esprime l’apice nei poemi di Omero, nella scultura classica, nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle. La successiva fase romana inizia nel secolo 8° secolo a.C. e dura fino al 14°-15° secolo dopo la nascita di Cristo, precisamente fino al 1413. La civiltà greco-latina esprime il 5° periodo di civiltà in cui viviamo attualmente e, al nostro seguirà il 6° periodo, e anche un 7° periodo prima della spiritualizzazione della terra.

E, nel 7° periodo, risorgerà in un modo diverso e con maggior splendore, la civiltà indiana. Questo accadrà perché c'è una legge secondo la quale alcune forze misteriose agiscono attraverso le civiltà. Steiner rivela che esiste una connessione che lega le varie epoche tra loro. Ad esempio, il 1° periodo della civiltà indiana risorgerà nel 7° ma sarà diverso, perché verrà trasformato da quelle forze che agiscono nella storia.

In seguito a questa misteriosa connessione, vedremo che si ripeterà il 2° periodo della civiltà persiana durante il 6° periodo, e vedremo risorgere nuovamente la religione che venne insegnata da Zarathustra. Perciò vedremo che, nel 5° periodo cioè l'attuale, risorgerà il periodo egizio. In effetti, solo il 4° periodo che è quello centrale dei 7 periodi, non avrà alcuna epoca uguale, perciò sarà il solo che non si ripeterà.

Steiner dice che questa regola della ripetizione delle epoche causa il fatto che l’antica civiltà indiana si ripeterà nel 7° periodo che vivremo in futuro. Quindi risorgerà anche l’usanza indiana di suddividere l’umanità in caste di sacerdoti, guerrieri, commercianti e lavoratori. Ma l’usanza antica sarà diventata troppo lontana dalla mente evoluta che avremo. In passato, nessuno si sarebbe azzardato a contestare quell'usanza perché tutti sapevano che era stabilita da guide illuminate perciò era ritenuta una cosa giusta e naturale.

Le guide degli indiani antichi erano i sette sacri rishi che avevano ricevuto l’addestramento dai maestri divini che erano giunti con i popoli di Atlantide. Ma, nel 7° periodo ossia in futuro, le cose saranno molto diverse perciò avremo un raggruppamento che sarà basato su regole diverse da quelle antiche. Nell'India antica, questo avveniva per opera di una autorità esterna ma, in futuro, sarà esso sarà basato su caratteristiche oggettive degli individui.

In futuro avremo dei raggruppamenti dell'umanità che saranno basati sulle capacità e sulle caratteristiche degli individui, perciò lo Stato sarà organizzato in base alle capacità dei singoli così che il lavoro sarà svolto da chi sa farlo al meglio, fermo restando l’eguaglianza dei diritti per tutti. Steiner dice che le anime rivivono sempre le epoche che hanno vissuto in passato, perciò non ci stupisce di vedere il ritorno della civiltà egizia nell’epoca attuale.

E lo vediamo esaminando l’immagine della Madonna che porta in braccio il Bambino Gesù dove possiamo riconoscere l’immagine della dea Iside avvolta dal velo che nasconde il suo profondo mistero che regge in braccio suo figlio Horo. Vediamo che la dea ricompare nell’immagine della Madonna con il Bambino Gesù, perciò vediamo che la Madonna è “una reminiscenza” della dea Iside, e l'immagine rivela la relazione che esiste tra l’epoca presente e quella egizia.

Se studiamo il culto dei morti tra gli egizi vediamo che essi praticavano la mummificazione del corpo, e che mettevano nelle tombe gli oggetti che il defunto aveva amato e che gli erano appartenuti. L’usanza è diventata la caratteristica di quella civiltà, ma pochi sanno che venne usata per uno scopo ben preciso.

Fare una mummificazione del corpo non è la stessa cosa che bruciarlo o inumarlo, perché l’anima fa esperienze diverse e qualcosa cambia durante il periodo che ella vive tra la sua morte e la sua nuova nascita. L’anima riceve una forte impressione da questa pratica funeraria, perché continua ad avere un forte attaccamento con il suo corpo mummificato e con la vita terrena. E quel profondo legame si conserva anche nelle vite successive perciò l’anima resta molto legata alla terra.

La pratica non fu eseguita per caso, infatti gli egizi la usavano con lo scopo di creare l’attaccamento dell’anima per la vita terrena. E se non l’avessero usata, l’anima avrebbe smarrito ogni interesse per la vita terrena, perciò fu introdotta e usata perché le circostanze imponevano che si creasse un legame tra l’anima e la vita terrena. La mummificazione, dice Steiner, venne usata affinché si affermasse la tendenza a cercare l’esperienza spirituale vivendo nel mondo fisico.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 12 novembre 2015

Il mito di Osiride



“L’uomo è argilla e paglia
e Dio è il suo modellatore.”
(Massima di Amenemore)

La prima versione del mito di Osiride è contenuta nel “Testo delle Piramidi” che è l’opera più completa che ci sia pervenuta sul culto della morte presso gli antichi egizi. Ma, la versione più completa del mito è quella che ci viene tramandata da Plutarco. Osiride è figlio di Geb, dio della Terra, e di Nut, dea del cielo, e viene presentato come un sovrano giusto e magnanimo che regna con la sorella-sposa Iside, che diffonde la civiltà tra gli uomini insegnando l’agricoltura, le scienze e le arti. Ma questa coppia di sovrani virtuosi e felici desta l’invidia di Set (o Tifone), il fratello geloso di Osiride e Iside, che trama di uccidere il fratello.

Si racconta che Set trama un inganno durante una festa e induce Osiride a entrare in una cassa che sigilla con il piombo fuso e che viene gettata nel Nilo. In un’altra versione, si dice che Set convincere la moglie Neftis che è sorella di Iside, a giacere con Osiride che viene tratto in inganno dalla grande somiglianza delle sorelle. E mentre Osiride giace nel sonno dell’appagamento dei sensi, Set ne approfitta e lo uccide. Iside è disperata e parte alla ricerca del corpo di Osiride, trova il cadavere e lo nasconde lontano da Set.

Set è furioso e parte alla ricerca del corpo di Osiride, lo ritrova e lo smembra in 14 parti che disperde ovunque affinché non vengano ritrovate da Iside. Iside si mette nuovamente alla ricerca, si imbarca su una nave di papiro, e recupera tutte le membra dello suo sposo mettendole in un'urna preziosa. E, in ogni luogo in cui ha ritrovato una parte dell'amato, fa costruire un tempio che dedica alla sua memoria, ma non riesce a ritrovare il suo pene che è stato divorato dai pesci.

Ma quando ritrova la testa dell'amato dentro una selva di fiori di loto, Iside non regge al dolore e scoppia in un pianto disperato. E pianse così a lungo e disperatamente che gli occhi del morto si aprono e la fissarono con tanto amore che Iside restò incinta del figlio Horo. Horo cresce ad Abido e quando fu grande abbastanza entrò in guerra contro lo zio Set che aveva usurpato il trono del padre. Set viene sconfitto ma Iside è misericordiosa e non vuole che venga ucciso, perciò taglia le corde che lo tengono prigioniero e lo fa scappare.

Iside trionfa insieme al figlio Horo, riconquista il regno e convoca il consiglio degli dei a Tebe. Fa portare davanti al consiglio divino il sarcofago in cui è racchiuso Osiride. Gli dei lo fanno resuscitare e Osiride diventa immortale insieme a Iside: questa è la versione di Plutarco. Boris de Rachewiltz dice che, il mito di Osiride mostra l’avventura dell’uomo così come viene testimoniata dai misteri iniziatici degli antichi egizi.

Il rituale funerario corrisponde all’iniziazione dei misteri che assimila il dio che viene ucciso all’iniziando, perciò Osiride diventa il prototipo dell’individuo che ha vinto la morte e che è riuscito a conquistare l’immortalità. I candidati all’immortalità erano gli iniziati ai misteri di Osiride. La finalità dei misteri di Osiride era quella di liberare l’anima dalla schiavitù della trasmigrazione, poiché consentivano di acquisire un’individualità che non fosse più soggetta alle modificazioni. Questa è la condizione divina che si può conquistare, se è questa la via che si sceglie di percorrere.

Diodoro Siculo racconta che gli egiziani, prima di seppellire la mummia, la sottoponevano a un giudizio che imitava quello che l’anima avrebbe affrontato davanti al tribunale di Osiride. L’esito, naturalmente, era sempre favorevole al defunto perché il rituale era ispirato alla magia imitativa con l'intento di aiutarlo ad avere il verdetto favorevole di Osiride. Anche la scelta di imbalsamare i corpi voleva evitare la corruttibilità corporea che gli avrebbe impedito di essere immortale.

L’antico egizio aveva il terrore di non poter evitare la putrefazione del suo corpo, dice de Rachewiltz. E, senza dubbio, lo smembramento di Osiride rievoca un precedente e passato uso di smembrare i cadaveri dei defunti. La ricomposizione del corpo e lo sviluppo del culto di Osiride che si conclude con la resurrezione finale del dio, certamente influenzarono le successive pratiche funerarie degli antichi egizi.

Apuleio nell’Asino d’oro cioè il Libro delle Metamorfosi, fa subire allo sventurato protagonista, Lucio, un’iniziazione ai misteri della dea Iside sposa del divino Osiride. Come spesso accade, è Steiner che offre una completa e dettagliata interpretazione misterico-esoterica del mito. Steiner afferma che Osiride unisce in sé una simbologia che, precedentemente, era riferita a varie altre divinità. Molte di queste prerogative che gli vengono attribuite erano riferite al dio Ra.

Ma la devozione a Osiride era molto più diffusa perché il dio mostrava che era possibile riscattarsi, perciò mostrava un ideale più “democratico” che riduceva il potere della casta sacerdotale. Il “Libro dei Morti” primariamente, rivela le concezioni egizie sui morti e sul tema della morte. E, in effetti, non è casuale che il mito fosse inserito nel “Libro dei Morti” che è la massima espressione delle idee degli egizi su questo tema.

Qualunque fossero queste idee, è innegabile che il testo rivela una sapienza sacerdotale che vede in Osiride qualcosa che appartiene a ogni uomo. Essi credono che, dopo la morte, la parte immortale dell’uomo ritorna verso “l’eterno primordiale” e compare davanti al dio Osiride che è affiancato da 42 giudici davanti ai quali affronta un giudizio divino. Dopo che ha riconosciuto le sue colpe, si riconcilia con il tribunale divino, e l’anima purificata è accolta “in seno all’ordinamento cosmico” e assume il nome Osiride che viene aggiunto al nome che aveva sulla terra.

L’uomo diventa un Essere Osiride, perché il livello di Osiride - all’interno dell’ordinamento cosmico - è il grado più perfetto dello sviluppo umano. Tra l’uomo e il dio esiste solo una differenza di grado, perciò Osiride è l’entità cosmica che corrisponde all’Uno che si trova suddiviso tra tutti gli esseri umani. Ogni uomo è un Osiride, però è anche un’entità particolare. Da questo emerge con evidenza, dice Steiner, che l’uomo è un essere in via di evoluzione perciò il dio nascosto si rivelerà solo al termine dell’evoluzione umana.

Per l’uomo, l’obiettivo più elevato è quello di aspirare a essere Osiride. Per questo motivo, fin dalla vita terrena, egli deve comportarsi come Osiride. Osiride è il modello perfetto per chi voleva diventare un essere perfetto e immortale. Visto così questo mito appare assai profondo, perché insegna che l’anima umana è - in un primo tempo - mortale, ma la parte mortale è destinata a partorire l’eterno. Nella morte di Osiride per mano di Set vediamo, simbolicamente, come la parte inferiore (Set) può uccidere quella superiore (Osiride).

Iside è l'amore che parte alla ricerca dell'amato ucciso e smembrato, è l’amore che cura e risana l’anima che diverrà eterna. L’uomo che aspira a vivere la forma più elevata di esistenza deve ripetere in se stesso cioè nel suo microcosmo “il processo universale macrocosmico che si riassume nel nome di Osiride.” Questo è il significato più profondo del mito perciò nei templi egizi avveniva questa trasformazione che ripete il perenne divenire del cosmo con cui il dio nascosto diventava il dio che si manifesta.

Dio non si manifesta perché la natura elevata è sottomessa alla natura inferiore dell’uomo. La parte superiore e immortale deve combattere e vincere la natura inferiore ed effimera dell'uomo: così va intesa l’iniziazione degli egizi. L’iniziato veniva essere preparato per poter superare il processo di purificazione che è necessario a farlo elevare al livello di Osiride. La resurrezione corrispondeva al processo che gli permetteva di diventare immortale e di sedere alla destra di Osiride.

Buona erranza
Sharatan

domenica 8 novembre 2015

I custodi del destino



“La sorte è l’alveo nel quale fluisce il tempo d’un uomo:
difficile vederne chiaramente il profilo.”
(Elémire Zolla)

Secondo Elémire Zolla ci sono molte metafore per indicare il destino e la vita. Le più comuni sono quelle che rapportano la vita al corso di un fiume, alla colata di lava di un vulcano, ad un vortice marino oppure ad una macchina da costruire e da far funzionare. La vita, per chi ha avuto una buona sorte, dimostra che vale la pena di vivere, perché è tale la vita dalla sorte chiara e sicura. Soprattutto la vita dei grandi uomini e dei santi ci appare come tale cioè come una vita che è stata impiegata per assolvere ad un destino di cui ogni tappa e ogni minimo episodio ci appare come significativo.

Una vita piena di significato è quella in cui gli avvenimenti si dispongono in un ordine che mostra il significato del destino che si deve assolvere. Le metafore che indicano il destino sono tratte dalla filatura e dalla tessitura dei tappeti, in cui la trama appare e si mostra solo quando il lavoro del tessitore si è concluso. La tradizione ci mostra molti esempi di questo tipo, infatti Plutarco elenca una serie di eventi che prepararono l’assassinio di Cesare. Egli disse che non fu un caso se Cesare venne ucciso nello stesso giorno in cui fu eretta la statua di Pompeo, e se fu ucciso nell’edificio che era stato costruito proprio per ordine di Pompeo.

Anche Giuseppe Flavio, riguardo l’omicidio di Antigono, racconta che Giuda l’Esseno si disperò quando vide che Antigono entrava nel Tempio. Giuda gridò che per lui era meglio morire, perché la verità era morta da quando la sua profezia non si era avverata. Antigono era vivo malgrado lui aveva visto che avrebbe dovuto essere ucciso mentre era a Torre di Stratone che distava ben settanta miglia dal tempio. Subito dopo, si seppe che Antigono era stato assassinato nella rocca sotterranea che veniva chiamata Torre di Strabone cioè come l’omonima città. In questi racconti si vede come, nell’antichità, si credeva che il destino sia legato all’uomo come i fiori sono legati la loro radice, dice Zolla.

Gli Ewe del Togo credono che l’uomo possiede, oltre l’anima anche uno spirito che determina il carattere e il destino. Era stata la Madre Celeste che ha inviato quello spirito mentre l’uomo sta in attesa di incarnarsi, al fine di fargli realizzare un certo destino e con una certa benedizione. Si dice che l’uomo abbia il compito di ripetere ciò che aveva già compiuto in cielo, cioè dovesse avere lo stesso lavoro e la stessa famiglia. Essi credono che l’uomo avrebbe sofferto se non avesse ritrovato, fra tutte le sue moglie, la donna che era chiamata la “donna dell’aldilà.”

Nel Ghana si dice che la madre Celeste emana un “messaggio del destino” per l’anima che sta per incarnarsi, e le fa cadere in bocca una goccia dell’acqua della vita, in cui la Madre si rispecchia. La Madre Celeste avverte l’anima che è pronta a nascere, che durante la vita dovrà perfezionare il suo spirito vitale, altrimenti dovrà tornare a reincarnarsi. Molti miti dell’Africa, dell’Australia e dell’Asia mostrano le stesse idee espresse da Platone nel “Menone” in cui si dice che, se l’anima deve rinascere tanto vale mantenerla pura. Ma, se l’uomo che non crede più a queste mitologie, si chiede Zolla, come può abbandonarsi con fiducia alla vita?

Anche gli antichi sapevano che, all’uomo serve un sostegno ideologico a cui potersi appoggiare per tollerare l’angoscia del vivere. Per questo motivo, anche nei misteri egizi e mitraici gli adepti dovevano gridare che l’adepto non era morto e che il cadavere era risorto. Vedere il disegno del destino, dice Zolla, conforta perché la vita insopportabile è quella che ha una forma che ci appare insensata. Invece la “buona vita è quella in cui gli incidenti sono del tutto pertinenti al carattere di chi li vive.” Le vicissitudini della vita sono espresse anche nel mito di Iside che deve affrontare il naufragio, la prigionia per mano dei ladroni e molte altre vicissitudini per ritrovare Osiride.

Nel mito di Iside, secondo Sinesio, si insegnava che la vita terrena non è altro che quel mito divino che si ripete continuamente nel mondo materiale. Il mito di Iside rivelava all’adepto che la vita è un percorso di ricerca, dice Zolla, perciò essa apparirà colma di una nuova luce. Vediamo che anche gli errori più rovinosi assumono un senso diverso e comprendiamo che, solo facendo quella strada piena di errori siamo giunti alla pace in cui siamo. I misteri di Iside insegnavano che esiste una guida invisibile che ci conduce lungo il cammino, e la guida poteva essere una madre ovvero la stessa dea Iside.

Secondo altri, la guida poteva essere un animale soccorritore ovvero un custode angelico oppure, come per i greci, un daimon che era insieme un genio e il destino. Per noi moderni non è facile credere che, l’uomo, oltre l’anima e lo spirito possiede anche un genio personale. La coscienza di questo fatto era molto diffusa in passato anche se le tribù d’Australiane e nelle isole andamanesi lo credono ancora. In seguito, questa idee, è restata solo nella mente degli sciamani che hanno la capacità di creare un’alleanza con gli animali. Il termine sciamano deriva dal manciù “shaman” che significa “coloro che sono invasati” e dal sanscrito “sramana” che significa “asceti.”

Nell’etimologia già si mostra che esiste un legame non solo tra l’ascesi e la fratellanza con gli animali, secondo Zolla, ma che esiste un legame anche tra la natura dell’anima dell’animale e la genialità umana. Aver raggiunto la genialità mostra che si sono superati i limiti dell’uomo comune perciò che si è raggiunto lo stato che consente di avere delle rivelazioni impenetrabili e misteriose. E si dimostra pure che il genio personale è inconfondibile e che, per gli sciamani, si esprime nel timbro e nella qualità dell’animale con cui l’uomo si sente più in sintonia e nutre più simpatia. E ci indica persino la forma di comunione più propizia alla manifestazione del proprio genio.

Si dice che gli animali dal fascino più robusto abbiano - a loro volta- un genio custode che alcuni collegano ad un’entità esterna che viene collegata al genio del luogo. Invece altri lo pensano collegano al genio della specie animale a cui l’animale appartiene, perciò si dice che solo la renna cui piace il cacciatore possa venire uccisa. Anche gli antichi popoli germanici dicevano che gli eroi avevano fede in un animale, infatti essi credevano che il soffio e il principio di estasi di Odino si mostrasse nel lupo. L’anima e la memoria più intima erano percepite sotto forma di corvo, e anche la mente più segreta era vista in forma animale.

Anche l’animale custode ovvero il genio che ci accompagna per tutta la vita che viene percepito dalla seconda vista era visto sotto forma di animale. Dell’uomo pronto e intuitivo si diceva che aveva un genio molto forte. E poi si distingueva tra il proprio genio personale e quello familiare che veniva tramandato dal padre e dal nonno insieme al nome, e la forma in cui esso appariva era quella della vergine valchiria. Spesso le figure del genio personale e dell’antenato totemico s’intrecciano nelle varie mitologie.

Invece, nell’America centrale, il genio era chiamato “nagual” cioè “spirito familiare,” ma gli europei che li cristianizzarono lo assimilarono nella figura dell’angelo custode. Gli spagnoli non compresero che il nagual era la figura di un essere tutore che era strettamente correlato con l’uomo che proteggeva al punto che, ciò che accadeva all’uno si ripercuoteva sull’altro. Il suo vero nome era “tonal” che significa calore, estate, sole perché la costellazione sotto cui si nasce è la propria costellazione cioè rappresenta il proprio destino.

La conoscenza del nagual, secondo Zolla, era trasmessa e garantita da una confraternita i cui adepti usavano le danze per propiziare le apparizioni dello spirito e che usavano una lingua segreta molto complicata e piena di metafore. In alcune immagini arcaiche dell’America centrale vediamo dei guerrieri che sono sovrastati dal loro animale custode che viene raffigurato sotto forma di giaguaro, di coccodrillo, di serpente o di uccello. Gli Inca avevano il loro custode, “fratello” o oracolo che raramente era un animale, e veniva infuso nell’amuleto che veniva messo accanto al cadavere.

Ma il genio personale non era sempre in forma animale, infatti gli sciamani d’America lo rappresentano come una fonte di potere che è perlopiù un uccello oppure un animale molto forte oppure il vento, l’acqua o una montagna dotata di un grande magnetismo cioè un luogo di potere. Poiché ogni cosa ha una forza vibratoria, allora essa può diventare una entità protettrice e può assumere la funzione di genio o di custode personale. Presso i Fox, tutte le forze divine possono avere la funzione di genio protettore, infatti lo possono essere sia il Signore del Cielo, le stelle, i morti che fanno scaturire le sorgenti, il grano che infonde l’energia del cibo, le tortore che sono la voce di Manitù, oppure i serpenti, i gufi, le volpi, i lupi e così via.

E non è neppure raro che il genio che si mostra come animale possa diventare un simulacro o un amuleto di legno, oppure un totem. Gli Australiani fanno degli oggetti sacri fatti di legno o di pietra chiamati ciuringa, in cui vengono incisi dei segni. Ognuno tiene nascosto il ciuringa che è stato inciso dal nonno per il nipote, che è consegnato al compimento della maggiore età e che viene presentato come l’animale da cui si proviene. Questo amuleto è il tramite che lega gli aborigeni al loro passato ancestrale, ai loro primi antenati e alla condizione beata in cui vivevano.

Buona erranza
Sharatan

giovedì 5 novembre 2015

Iktomi



“Tanto tempo fa, in una bellissima giornata di sole, Iktomi strisciò fuori dalla sua tana su una collina e decise di fare una passeggiata. Quando fu ai piedi della collina, si trovò davanti uno stagno la cui acqua blu scintillava al sole. Iktomi si distese sul ventre presso la riva per bere e all’improvviso un volto apparve lì sotto, proprio davanti a lui. Era un volto familiare che imitava tutto ciò quello che egli faceva. Quando Iktomi alzava le sopracciglia, il volto nello stagno faceva esattamente la stessa cosa. Dopo un bel po’ capì che quel volto era il suo.

Iktomi trascorse il resto della giornata ad ammirare il suo riflesso nell’acqua e solo quando il sole tramontò fece ritorno alla sua tana. La mattina successiva, il vento soffiava forte e quando Iktomi arrivò allo stagno constatò con sgomento che il suo riflesso nell’acqua era deformato. Man mano che le ore passavano, il vento si faceva sempre più forte e l’immagine di Iktomi nell’acqua non migliorava. Adirato e confuso, si incamminò a grandi passi verso casa.

Il giorno seguente Iktomi si alzò di buon mattino e vide che la giornata si presentava fredda e piovosa. Ciò nonostante, corse allo stagno, ma il riflesso che vide nell’acqua era poco più di un’ombra. Confuso, ritornò arrancando alla sua tana. Il giorno seguente non pioveva più, ma il cielo era oscurato da nuvole nere.

Il riflesso che Iktomi vide nello stagno era quello di un volto scuro e adirato. Infuriato, stava per strisciare via, quando udì una risata. Era Volpe, che ridacchiava di fronte alla confusione di Iktomi. Volpe quindi gli spiegò - o meglio, tentò di spiegargli - che le immagini erano diverse a causa del vento, della pioggia e delle nuvole nere. Tuttavia Iktomi non volle darle ascolto e preferì tenersi la sua rabbia e la sua confusione: non riuscì quindi mai a capire quale dei riflessi nello stagno fosse davvero quello del suo volto.

Se ignoriamo la nostra essenza e la nostra identità, probabilmente reagiremo proprio come Iktomi quando di tanto in tanto il riflesso della nostra immagine cambierà. Se non prendiamo coscienza del nucleo fondamentale della nostra identità e della nostra essenza, vedremo soltanto l’immagine che di noi percepiscono gli altri e questo ci renderà adirati, spaventati e confusi.

Alcuni dei sentieri che ho percorso insieme a mio nonno Albert sono ancora lì. Sono sentieri antichi, forse tracciati dal bisonte o dal cervo nei tempi che furono. Molti di questi sentieri sono cambiati oppure l’erba li ha ricoperti: non è facile vederli, ma è facile ricordarli. Così è anche la vita. le impronte che lasciamo sul terreno scompariranno nel tempo, ma quelle che lasceremo nei cuori e nelle menti altrui non svaniranno mai.”

(Joseph M Marshall III, In cammino con un saggio pellerossa, Edizioni Il punto d’Incontro)

mercoledì 4 novembre 2015

Sentieri sacri



“Usando una voce interiore,
lo spirito svelava i suoi segreti,
ma l’uomo era incapace di comprendere.”
(Don Juan Matus)

Nell’antica saggezza dei Nativi del Centro e del Sud America esistono dei segreti che per molti secoli non sono state diffusi e che venivano mantenuti segreti all’interno delle tribù. La segretezza era un obbligo per le conoscenze sciamaniche che formano la saggezza originaria d’America, perciò i trasgressori venivano puniti con la morte. Le sacre conoscenze erano segrete anche perché la conquista dell’America da parte dei conquistatori europei, in buona parte cattolici, considerava eretiche quelle idee, perciò mandava al rogo chi le diffondeva.

L’altro motivo per cui non vennero divulgate era il timore che l'antica saggezza venisse usata per fare del male o per servire a fini utilitaristi e personali. Quegli insegnamenti erano sacri perciò costavano la morte a chi li diffondeva ma, oggi, le cose sono cambiate. Oggi, gli sciamani dell’antica saggezza dicono che si è concluso il nono inferno del calendario Maya.

Secondo le loro profezie, dicono gli sciamani, all’inizio del terzo Millennio è necessario rivelare quelle conoscenze, affinché possono aiutarci ad aprire le porte della nostra coscienza. La coscienza umana deve aprirsi per consentire allo spirito di fluire nell’essere umano e accompagnarlo al risveglio. Il risveglio ci permetterà di vedere un disegno più grande nella nostra vita e ci consentirà di espandere la nostra visione.

Don Juan Matus, il maestro di Carlos Castaneda, diceva che tutti possiedono una conoscenza silenziosa, ma non hanno sufficiente energia per spiegarla neppure a loro stessi. Essa si esprime con una voce impercettibile che pochi ascoltano perché, nelle condizioni normali, tutti restano focalizzati solo sul mondo materiale alla ricerca di cibo, di preda e di riparo. Perciò ognuno resta imprigionato nel suo inferno personale e resta deprivato, triste e disperato: la povertà della nostra vita può anche sopraffarci!

Secondo gli sciamani messicani, se scegliamo di esplorare la dimensione interiore possiamo diventare più grandi, ricchi e vitali. Esplorare la dimensione della coscienza - che viene chiamata la Tessitura del Sogno - significa diventare consapevoli delle forze invisibili che tessono la vita umana. Esplorando questa dimensione nascosta si scopre che ogni essere umano possiede un sentiero sacro personale che lo conduce dentro la sua vita.

Questo sentiero è composto da mille fili invisibili e impalpabili che collegano le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre esperienze e i nostri sogni. Lo spirito intesse un filo sottile che ci guida all’interno del percorso della vita e ci spinge verso le esperienze necessarie a crescere. Le nostre scelte ci consentono di cambiare la direzione, e ogni cambio di direzione accresce la nostra percezione.

Il nostro sentiero viene cambiato ogni volta che facciamo una scelta, perciò ogni volta che cambiamo il nostro modo di vedere cambiamo anche il nostro approccio con la realtà. Se decidiamo di cambiare la direzione, cambiamo anche il nostro stile di vita, le nostre abitudini, i nostri ideali e i nostri obiettivi. Molti negano che, nella vita esista uno schema, un disegno, un progetto più grande della loro quotidianità, perciò viaggiano percorrendo solo il mondo fisico.

Solitamente, non percorriamo il sentiero spirituale, e non sappiamo che tutto esiste per una precisa ragione. Questo accade finché non interviene un fatto, una circostanza o una ragione - apparentemente casuale - che ci spinge verso una certa direzione, perciò è la vita stessa che ci impone di cambiare. Soltanto se viviamo in modo consapevole possiamo restare vivi e percorrere un sentiero sacro. Molti camminano senza abbracciare nessun sentiero che li conduca verso la loro trasformazione interiore.

Ma se scegliamo di esplorare questi sentieri intangibili che vengono tracciati dallo spirito possiamo accedere a delle dimensioni in cui ci ricordiamo che siamo tutti scintille di vita che furono emanate dal Grande Spirito, dal Fuoco della Creazione. La scintilla di vita fu connessa con un filo invisibile di energia vitale con cui fu animato l’involucro fisico dell’essere umano. Con la trasformazione possiamo trasformare la nostra natura ancora non realizzata e divenire colui che conosce con chiarezza la direzione che vuole prendere.

La Ruota della Medicina dei Nativi d'Aamerica indica varie direzioni, ognuna adatta a trasformare un ambito della vita umana, ma indica anche la necessità di superare molte sfide. Percorrendo il primo sentiero andiamo in Direzione dell’Est, perciò ci illuminiamo sullo scopo della nostra vita, e troviamo la chiarezza rispetto a quello che ci può offrire la vita. Il secondo sentiero procede nella Direzione del Sud dove impariamo a sollevarci dalla dimensione infantile delle reazioni umane, dalle limitazioni, dalle costrizioni che provengono dal passato, superando dalle nostre limitazioni e dalle nostre inibizioni.

Lungo il terzo sentiero che procede nel Direzione dell’Ovest impariamo come risanare il nostro passato, il nostro corpo e possiamo rinforzare la nostra autostima. Percorrendo il quarto sentiero, che procede nella Direzione del Nord, impariamo a condividere la saggezza che abbiamo acquisito nella vita, perciò impariamo a vivere con compassione, senza giudizio e percorriamo la via del cuore aperto alla comprensione.

Lungo il quinto sentiero, nella Direzione che va verso l’Alto, incontriamo i mondi dello spirito, ed entriamo nelle terre paradisiache, nelle regioni impalpabili e invisibili della natura dove incontriamo le forze della creazione. Il sesto sentiero procede nella Direzione del Basso dove impariamo a percepire le forze invisibili nascoste nella natura e vediamo le connessioni che legano lo spirito a tutte le forme viventi. Qui impariamo a direzionare lo spirito all’interno del nostro corpo.

Il settimo sentiero procede nella Direzione verso l’Interno cioè nella direzione dell’Adesso. Lungo questo sentiero impariamo ad accedere a tutta la vita dell’universo che è nascosta all’interno del nostro corpo, e possiamo vivere la vita nello stato di assoluta consapevolezza spirituale. Questi sono i sette sentieri sacri dell’iniziazione umana così come vengono insegnati dai Nativi d’America.

Buona erranza
Sharatan

domenica 1 novembre 2015

Advaita



“Se una legge trova
anche una sola eccezione,
non è più una legge.”
(Arnaud Desjardins)

“La verità è che gli adulti, per la maggior parte, vivono nell’infantilismo e nella dipendenza. Sogniamo tutti di trovare una grande mano di adulto in cui mettere la nostra piccola mano di bambini, per sentirci finalmente sicuri, protetti, amati, compresi, liberi da fardelli, sollevati da tutto ciò che ci pesa. Molti adulti hanno nostalgia dell’irresponsabilità e della dipendenza della prima infanzia. Una nostalgia che a volte si manifesta sotto forma di depressione: un adulto su cui grava troppo il peso dell’esistenza, si ammala, così ci si occuperà di lui, e lui potrà sentirsi sollevato da ogni responsabilità.

Che cosa significa la frase di Gesù: “Se non ritornerete a essere come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli?” Se la si comprende male può sembrare stupida, per quanto detta da Gesù Cristo. Come si fa a proporre a degli adulti di tornare a essere dipendenti e vulnerabili come bambini? In realtà è un insegnamento che va oltre la psicologia spicciola, oltre i limiti di regredire dentro di sé allo stato felice dell’infanzia, oltre il rifiuto del peso della vita sulle nostre spalle.

È il punto di partenza di una riflessione che vi porta inevitabilmente (e dico proprio inevitabilmente) a ritrovare i principi tradizionali della Saggezza. Il punto di partenza è quella limitata coscienza di sé che chiamiamo ‘ego’ termine che traduce il sanscrito ‘ahamkar’ mentre ognuno è essenzialmente illimitato e infinito. Nell’intimo di voi stessi lo sapete già, perché è la Verità, la Realtà. Chi l’ha scoperta in se stesso, vede bene come questa illimitatezza sia rivestita da forme che per lui sono trasparenti.

Ma, in modo difficile da capire per l’ego, questa Coscienza è velata da un’identificazione, inutile quanto evitabile, con la forma limitata che ognuno di voi chiama ‘io’. Detto questo è detto tutto. Sia che siate sicuri di voi, fieri, fiduciosi, magari orgogliosi, sia che siate deboli, inquieti, incerti, si tratta sempre di ego. Un complesso di inferiorità è un ego, forse un ego enorme, con la testa in giù e le gambe in su, un ego invertito.

In entrambi i casi si tratta dello stesso meccanismo. Rimanendo limitati all’ego, voi confinate voi stessi in una realtà dolorosamente piccola, stretta, meschina rispetto alla Realtà infinita. Probabilmente preferite essere un ego glorioso, che riesce in tutto, piuttosto che un ego ferito, ucciso, pieno di dubbi su se stesso, ma l’ego è sempre una limitazione, una prigione e un accecamento.

‘Accecamento’ qui non significa non vedere, ma vedere male. Per vedere male bisogna cominciare col non vedere ciò che è, e poi fabbricare, inventare qualcosa e proiettarlo sulla realtà. Questa identificazione con l’ego (o con questo senso dell’ego) che vi individualizza, vi separa, vi limita, allo stesso tempo vi rende ciechi. I due temi sono legati. Vi rende ciechi per la sua meschinità quando vi impedisce di avere una visione ampia, vasta, comprensiva, capace di abbracciare tutto, di includere tutto.

Malgrado l’infinita capacità di visione che possedete, basta un minimo senso dell’ego per velare tutto. Questo egocentrismo vi obbliga (e non può essere diversamente) a vedere veramente solo voi stessi, ed è così che vi acceca. Vedere solo voi stessi significa vedere tutto in funzione di voi stessi e di ciò che portate in voi, in particolare ciò che in sanscrito chiamiamo ‘vasana’ e ‘samskara’ in parte corrispondenti a ciò che gli psicologi chiamano ‘proiezioni’.

E il meccanismo delle proiezioni è permanente… la paura proviene sempre dal rifiuto, dal rifiuto di una realtà che sappiamo evidente, ma che riusciamo a negare. Quando sappiamo che una cosa è vera ma facciamo di tutto per dimenticarla e in parte ci riusciamo cioè la seppelliamo nell’inconscio, noi ci condanniamo immediatamente alla paura, per il fatto che ciò che ci minaccia è in noi, lo portiamo con noi ovunque andiamo.

Voi negate molte verità relative che costituiscono una fonte di paura, ma negate anche una verità assoluta: io sono infinito, io non sono quell’ego limitato con una storia, con alcune caratteristiche, con l’inconscio, con vasana, con desideri, con differenti paure. Nel profondo di voi lo sapete e non potete non saperlo, perché siete quella Coscienza illimitata e infinita. Ma lo negate.

Voi sapete di essere quella Realtà o quella Coscienza, quell’Essere che è al di là di ogni distinzione fra essere e non essere, che sfugge al tempo, che sfugge a ogni misura, immutabile, invariabile, senza cambiamento. Voi invece vi identificate con una realtà totalmente instabile, in continuo cambiamento, continuamente distrutta e ricreata.

E poiché, nel profondo di voi stessi, sapete di essere la stabilità immutabile dell’atman, cercate di affermarla (il che è un vostro legittimo eterno diritto) all’interno di quell’identificazione con ciò che è puro cambiamento: le età della vita, gli stati d’animo, le emozioni, le vicissitudini dell’esistenza, tutte cose relative e quindi instabili.

Che significa relativo? Se volete comprendere questo termine non solo nei suoi significati filosofici e astratti, consideratelo in questo senso: ciò che è in relazione. Perché ci sia relazione bisogna che ci siano ‘due’. E come sapete il Vedanta indù afferma: advaita, non-due, non dualismo. Nel mondo del relativo, della relazione, del dualismo e della molteplicità, c’è un solo flusso.

È questo il senso di molti termini sanscriti, come samsara o come jagat tradotti generalmente con ‘il mondo’ termini che in realtà indicano flusso, scorrimento continuo, cambiamento perpetuo. Cambiamento che cercate di negare disperatamente, come chi sta annegando perché non sa nuotare, nel tentativo inutile di trovare qualche stabilità e fissità là dove non ne esiste alcuna.

Eppure voi siete quella Coscienza per la quale non c’è ‘un altro’ per la quale non c’è dualismo, per la quale, dunque, ogni bisogno di dipendenza, di mettere la nostra piccola mano di bambini in una grande mano di adulto, sparisce. Si tratta, qui, di ciò che a ragione è stato definito un risveglio: di colpo siete svegli. Un risveglio forse paragonabile, con un’immagine più moderna, alla guarigione di una persona che delira.

La cancellazione di ogni identificazione con l’ego rappresenta la guarigione da uno stato di allucinazione.‘Risvegliato’ è un termine molto ben scelto, che si applica perfettamente a qualcuno che esca da un’allucinazione: 'Si è risvegliato da un sogno in cui il papa ce l’aveva con lui personalmente, in cui Dio l’aveva incaricato di far regnare la giustizia nel mondo'.” (Arnaud Desjardins, Per una morte senza paura, Ubaldini ed.”